mercoledì 27 aprile 2022

Già nel maggio del 1938 molti ebrei di nazionalità tedesca, austriaca e polacca furono fermati e posti sotto sorveglianza per alcuni giorni


Dopo la fase di transizione dalla persecuzione della parità religiosa dell’ebraismo alla persecuzione dei diritti degli ebrei, le cui avvisaglie sono individuate da Sarfatti già alla fine del 1935, nell’ambito della nuova politica antisemita del regime che si poneva l’obiettivo di arianizzare la società italiana, eliminando - senza ricorrere alla violenza fisica e differenziandosi in questo dalla politica nazista - ogni elemento ebraico dal suo tessuto, fino alla completa estromissione degli ebrei dal territorio italiano, la legislazione promulgata alla fine del 1938 stabilì, attraverso lo strumento del decreto legge, che la «difesa della razza italiana» doveva passare, tra le altre, per l’espulsione degli ebrei stranieri, intrecciando <486 tra loro una politica di separazione e una politica di espulsione-allontanamento, in una progressiva radicalizzazione, interrotta solo dalla crisi del 25 luglio 1943 <487.
[NOTE]
486 M. Sarfatti, La Shoah in Italia. La persecuzione degli ebrei sotto il fascismo, Einaudi, Torino 2009, (1ª edizione, 2005), pp. 78-79. Sulla situazione degli ebrei stranieri in Italia si faccia riferimento a Voigt, Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945, voll. I-II, cit.
487 M. Sarfatti, Contesto e quadro della persecuzione degli ebrei nell’Italia fascista, in Identità e storia degli ebrei, a cura di D. Bidussa, E. Collotti Pischel, R. Scardi, Franco Angeli, Milano 1999, p. 99.
Matteo Soldini, Fiori di campo. Storie di internamento femminile nell’Italia fascista (1940-1943), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Macerata, 2017

Fino alla metà degli anni Trenta la disponibilità italiana a rilasciare permessi di soggiorno agli ebrei, in maggioranza di nazionalità tedesca, si può spiegare anche tenendo conto della conflittualità in politica estera che divideva Roma e Berlino.
Importante era poi il contributo che questa emigrazione, in buona parte ricca e benestante, offriva in termine di trasferimento di denaro e valuta, questione al centro di accordi e contrattazioni tra la Germania e molti paesi, inclusa appunto l’Italia. L’unica restrizione esistente all’immigrazione nei territori italiani riguardava le colonie, dove, considerata la situazione lavorativa locale, non era possibile stabilirsi - restrizione estesa all’Etiopia dopo il 1936.
Chi intendeva entrare e stabilirsi in Italia non era obbligato a presentare un visto: era sufficiente il possesso di un passaporto da mostrare ai controlli di frontiera, sul quale veniva apposto un timbro d’ingresso. Gli apolidi erano l’unica categoria ad avere invece l’obbligo del visto. In mancanza di un documento valido si era respinti.
Fino al 1938 non vi furono distinzioni razziali e anche gli esuli tedeschi venivano trattati come tutti gli altri stranieri appartenenti a una determinata comunità nazionale, fossero ebrei o no.
[...] Per quanto riguarda l’attività lavorativa non era previsto in Italia, al contrario ad esempio della Francia, il rilascio di un permesso di lavoro: lo straniero poteva dedicarsi autonomamente a un lavoro privato, nel settore industriale o commerciale, dichiarandolo però sul permesso di soggiorno e presentando una dichiarazione dei redditi. In tal caso il permesso era rilasciato per "motivi di lavoro". Il lavoro dipendente nel privato era invece soggetto a autorizzazione, mentre più complicata era la possibilità di esercitare una libera professione (come medico o avvocato ad esempio), salvo essersi abilitato in Italia o ottenere permessi grazie a conoscenze personali nelle alte sfere. Alcune restrizioni si fecero strada col tempo, sollecitate anche dalle lamentele e dalle pressioni di gruppi di interesse italiani in vari settori lavorativi: con il diffondersi di numerose attività mediche gestite da ebrei stranieri, nel 1935 venne promulgata una legge che vietava ai medici stranieri le iscrizioni all’albo professionale; l’anno dopo, su richiesta del Reich, a subire una stretta furono i permessi di lavoro concessi alle donne ebree tedesche per poter svolgere attività domestiche e da istitutrici private: provvedimento che penalizzò molte famiglie di esuli e profughi che si sostenevano anche grazie a questa importante fonte di guadagno.
Uno dei principali motivi che spingeva ad emigrare in alcune città italiane era lo studio universitario. Negli anni Venti l’Italia aveva incoraggiato l’iscrizione di studenti stranieri alle università della penisola: dal 1926 chi non era italiano aveva diritto a pagare la metà della tassa di immatricolazione e, per essere ammesso, bastava che presentasse un titolo di studio medio conseguito all’estero. Con gli anni Trenta queste disposizioni che avevano reso più snelle le procedure di iscrizione si irrigidirono, con l’obiettivo di controllare meglio il flusso di studenti stranieri: nel 1933 venne stabilito che l’ingresso all’università dovesse essere autorizzato dalle rappresentanze diplomatiche all’estero o direttamente dal ministero degli Esteri, responsabili anche nel giudicare la validità dei titoli di studio presentati. <8
Osserva Elisa Signori: "Ancor prima che leggi antiebraiche dell’estate 1938 drasticamente mutassero le norme vigenti, l’apertura liberale degli anni Venti risultava in tal modo considerevolmente rivista e acquisito il principio che il Ministero degli Esteri fosse arbitro esclusivo, sulla base del criterio di indesiderabilità politica, nel respingimento delle domande di ammissione degli stranieri … Appare chiaro come la svolta del 1938 che, con l’adozione delle cosiddette leggi per la difesa della razza, mutò drasticamente nel Regno la situazione degli ebrei stranieri, oltre che degli italiani, non fosse stata priva di segnali premonitori, inscrivendosi con novità gravi, certo, in una tendenza già precisa di progressivo svuotamento delle precedenti liberali aperture". <9
A portare il governo verso questa stretta erano stati probabilmente alcuni eventi specifici: la crescita dei flussi di stranieri polacchi dal gennaio 1933, quando violenze e tumulti scatenatesi nelle università di Leopoli, Cracovia e Varsavia avevano convinto molti studenti ebrei della pericolosità di questi atenei; l’arrivo di tantissimi tedeschi profughi dalla Germania nazista, tra cui numerosi studenti che si iscrissero nelle università italiane; o ancora, nel 1934, l’espulsione di 65 studenti ebrei polacchi dall’università di Lubiana, giustificata con il sovraffollamento della facoltà di medicina ma in realtà un’operazione di polizia contro un nucleo di presunti comunisti - il cui arrivo nelle università del Regno andava evitato, secondo le autorità italiane. <10
Malgrado ciò, come osserva Walter Laqueur in uno studio dedicato alla generazione dei ragazzi ebrei nati tra gli anni Venti e Trenta in Germania che frequentavano le scuole alla salita al potere di Hitler e che furono costretti a lasciare il paese per diverse destinazioni (generazione di cui lui stesso faceva parte), in questi stessi anni "a sizeable number of students, about two hundred, went to Italian universities, mainly because it was easier to transfer money from Germany to Italy than to most other countries. This arrangement came to an end in 1938 when Mussolini proclaimed his anti-Jewish legislation". <11
Pur non potendo approfondirla in questa sede per motivi di spazio, occorre almeno citare la complessa questione che ruota attorno al movimento sionista - che individuava nell’Italia uno strategico luogo di passaggio per raggiungere la Palestina -, al fenomeno migratorio ad esso collegato e ai suoi rapporti con il regime di Mussolini. <12 Il governo fascista, per opportunità politiche strettamente legate al contesto internazionale dell’epoca, permise ad esempio che alla fine del 1934 nascesse e operasse per alcuni anni una Sezione ebraica della Scuola marittima di Civitavecchia, nella quale venivano addestrati molti giovani sionisti stranieri destinati a trasferirsi poi in Palestina. <13
La politica del regime riguardo la gestione dell’emigrazione straniera conobbe in ogni modo un’evoluzione decisiva nella seconda metà degli anni Trenta, con il progressivo avvicinamento tra il regime fascista e quello nazista. Un primo e rilevante passaggio fu l’accordo segreto di collaborazione tra la polizia tedesca e italiana dell’aprile del 1936, che prevedeva lo scambio di dettagliate informazioni su chi entrava e usciva dai rispettivi stati e l’estradizione degli oppositori politici. <14
L’ingresso di sempre più profughi provenienti dal Reich cominciò poi ad essere maggiormente ostacolato dal governo italiano nel 1938, quando ebbe luogo la prima grande ondata migratoria dall’Austria appena annessa alla Germania, che convinse le autorità a introdurre divieti di ingresso da questa regione dalla metà di marzo di quell’anno. Il divieto fu tuttavia spesso disatteso sia per problemi pratici, relativi ad esempio all’identificazione delle singole persone, sia per l’iniziale ostilità del Regime all’Anschluss. <15
A garantire una certa tolleranza da parte delle autorità italiane verso questi flussi migratori vi erano inoltre le pressioni provenienti dagli ambienti del turismo e della navigazione, che avevano un rilevante peso nell’economia nazionale. Come osserva Voigt, ad esempio, "alle compagnie di navigazione premeva molto soprattutto il libero transito. Temevano che aumentate difficoltà per l’ingresso nel paese e limitazioni al soggiorno potessero ripercuotersi negativamente sul numero di passeggeri, mentre per gli alberghi e le pensioni gli esuli costituivano comunque una fonte di guadagno". <16
Nonostante la stretta totalitaria del regime, e malgrado l’Italia avesse perso quella centralità tra le mete del turismo culturale scelte dalla ricca élite intellettuale e artistica europea, <17 i flussi turistici stranieri erano cresciuti costantemente durante i primi decenni del Novecento. Alcuni dati rendono bene l’idea della dimensione degli interessi economici che giravano intorno a questo settore: le più attendibili stime mostrano l’aumento dai circa 900 000 turisti stranieri entrati in Italia nel 1911 ai 5 milioni calcolati nel 1937. <18
La visita di Hitler in Italia nel maggio del 1938 fu l’occasione per sperimentare misure antisemite mai applicate prima: molti ebrei di nazionalità tedesca, austriaca e polacca presenti sul territorio italiano, soprattutto quelli residenti nelle città che avrebbe toccato il cancelliere tedesco, in virtù degli accordi di collaborazione tra le due polizie e sulla base di semplici sospetti furono fermati e posti sotto sorveglianza per alcuni giorni. <19
Si era alla vigilia dei provvedimenti razziali di fine estate e d’autunno.
Il Regio decreto legge del 7 settembre 1938 (in vigore dal 12) stabilì il divieto per gli ebrei stranieri di entrare e risiedere in Italia e nei suoi possedimenti coloniali, la revoca della cittadinanza concessa dopo il 1° gennaio 1919, nonché il loro allontanamento dal Regno entro sei mesi dalla pubblicazione del provvedimento, ovvero il 12 marzo 1939, pena l’espulsione. Il successivo RDL 1728 del 17 novembre, denominato "Provvedimenti per la difesa della razza italiana" esonerò al suo articolo 25 chi aveva compiuto 65 anni al 1° ottobre 1938 e coloro che erano sposati con cittadini italiani.
Per molti stranieri, tuttavia, fu impossibile lasciare l’Italia entro la data prestabilita, a causa della mancata concessione del visto da parte degli uffici consolari e delle ambasciate presenti a Roma o delle difficoltà riscontrate nell’ottenere documenti e autorizzazioni dal paese che li avrebbe potuti ospitare. Agli uffici di pubblica sicurezza giunsero così centinaia di richieste di proroga, talmente tante e ingestibili, che il ministero fu costretto a sospendere l’espulsione, nel febbraio 1939, a chi aveva presentato intanto tale richiesta.
I dati raccolti da Voigt indicano che nell’autunno del 1938 in Italia erano presenti poco più di 11 000 ebrei stranieri: fra questi, più o meno 2 000 erano arrivati prima del 1919. Furono circa in 9 000 a subire dunque il decreto di allontanamento ed espulsione: 2877 tedeschi, 1795 polacchi, 908 greci, 533 turchi, 509 apolidi e 2237 di altra nazionalità (tra i quali più di un migliaio di austriaci). I profughi provenienti dal territorio del Reich costituivano dunque una grossa fetta del totale. Circa 900 persone persero la cittadinanza italiana ottenuta dopo il 1919 ma non furono obbligati a partire, perché avevano ottenuto la residenza in Italia prima di quello stesso anno. Un numero analogo di individui beneficiò delle eccezioni previste dai provvedimenti razziali, perché sopra i 65 anni o perché sposati con cittadini italiani. <20
L’introduzione di una normativa ben più restrittiva rispetto al passato non impedì, nonostante la proclamata chiusura delle frontiere, l’ingresso e la permanenza temporanea in Italia grazie a un visto rilasciato "per ragioni di turismo, diporto e cura ed affari", introdotto già il 27 febbraio 1938 di fronte all’ondata di profughi provenienti dall’Austria, valido inizialmente tre mesi e poi prolungato a sei. Anche in questo frangente si dovette tenere conto degli interessi economici che gravitavano intorno al settore turistico, già messo in crisi dai venti di guerra all’orizzonte. Di fatto, questa soluzione permise a numerosi ebrei di scappare dalle zone sotto controllo del Reich.
Nell’agosto del 1939, dato il flusso massiccio di profughi entrati con visto turistico, il ministero restrinse la concessione solo a quegli ebrei stranieri che transitavano in Italia per imbarcarsi e andare altrove. In questi mesi circa 10-11 000 profughi abbandonarono la penisola, espulsi o mossisi in viaggio da porti e aeroporti italiani, mentre ne entrarono circa 5-6 000, la maggior parte dei quali sempre con visto turistico.
Alla vigilia dell’ingresso in guerra anche dell’Italia, il 18 maggio 1940 venne definitivamente chiusa la frontiera agli ebrei stranieri provenienti dai territori sotto dominio nazista o con passaporto ungherese e rumeno, ai quali era stato fino a quel momento concesso solo il transito sul territorio. Un mese dopo, il 15 giugno 1940, oltre a ribadire questo provvedimento, il governo ordinò, in base a una legge di guerra (l’Italia era entrata ufficialmente nel conflitto cinque giorni prima), che venissero arrestati gli stranieri appartenenti a Stati nemici, nonché gli ebrei originari di Stati che adottavano una politica razziale: quindi tedeschi, cecoslovacchi, polacchi, apolidi, di età compresa tra i 18 e i 60 anni. Donne, anziani e bambini invece andavano tenuti sotto sorveglianza, in attesa di mettere in funzione campi di concentramento e località di internamento dove poter rinchiudere gli individui considerati pericolosi. <21 Facevano eccezione gli ebrei ungheresi e quelli rumeni, da allontanare dall’Italia perché il governo dei rispettivi paesi si era dichiarato disposto a rimpatriarli (stessa sorte sarebbe toccata, poco dopo, anche agli ebrei cecoslovacchi). Nel luglio 1940 fu escluso dal provvedimento di internamento chi era arrivato in Italia prima del 1919 e chi era sposato con un cittadino italiano. Un mese dopo, il ministero dell’Interno segnalava che erano stati allontanati poco più di un migliaio stranieri, per la gran parte ungheresi e rumeni: molti ebrei, invece, venivano respinti alla frontiera in uscita e dovettero rimanere in Italia, motivo per cui diventava per loro inevitabile la misura di internamento. <22
[NOTE]
8 Cfr. Elisa Signori, Una peregrinatio academica in età contemporanea. Gli studenti ebrei stranieri nelle università italiane tra le due guerre, in: Annali di Storia delle università italiane 4 (2000), pp. 139-162.
9 Ibid., pp. 156, 158.
10 Ibid., pp. 155-159.
11 Walter Laqueur, Generation Exodus. The fate of young jewish refugees from Nazi Germany, Hanover
2001, p. 15.
12 Si vedano a tal proposito, oltre al già citato testo di Walter Laqueur, ad esempio: Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino 1993 (prima edizione del 1961), pp. 159-188; Idith Zertal, From catastrophe to power: holocaust survivors and the emergence of Israel, Berkeley 1998; Hagit Lavsky, The creation of the German-Jewish diaspora. Interwar German-Jewish immigration to Palestine, the USA, and England, Berlin 2017; Sarfatti, Gli ebrei (vedi nota 6), pp. 92-116.
13 Cfr. De Felice, Storia (vedi nota 12), pp. 170-174; Sarfatti, Gli ebrei (vedi nota 6) p. 115.
14 Cfr. Lutz Klinkhammer, L’occupazione tedesca in Italia, 1943-1945, Torino 2007 (prima edizione del 1996); Giovanna Tosatti, Storia del Ministero dell’Interno: dall’Unità alla regionalizzazione, Bologna 2009; Camilla Poesio, Il confino fascista. L’arma silenziosa del regime, Roma-Bari 2011.
15 Einaudi, Le politiche (vedi nota 6), p. 35.
16 Voigt, Il rifugio (vedi nota 5), vol. 1, p. 28.
17 Annunziata Berrino, Storia del turismo in Italia, Bologna 2011, pp. 170 sg.
18 Einaudi, Le politiche (vedi nota 6), p. 18; per un’analisi dei flussi turistici francesi in Italia, si veda: Christophe Poupault, Concilier dictature totalitaire et tourisme. Le régime fasciste italien face à ses ambitions touristiques, in: Diacronie. Studi di storia contemporanea 4 (2018), URL: http://www.studistorici.com/2018/12/29/poupault_numero-36/; 29. 5. 2019.
19 Si veda la documentazione in ACS, MI, PS, Massime 1880–1954, S1 Stranieri, b. 192-199, fasc. 48 Viaggio di Hitler. Disposizioni simili colpirono molte persone anche in occasione del viaggio di Franco previsto per la fine di settembre 1939 (poi rinviato a causa della guerra): due circolari del ministero, rispettivamente del 21 e del 27 luglio 1939 ordinavano di aggiornare gli schedari delle persone vigilate, da vigilare o da arrestare in vista dell’arrivo del Caudillo perché considerate pericolose, tra queste risultavano anche gli ebrei (stranieri) russi o apolidi. Si vedano i documenti in ibid., b. 200, fasc. 50 Viaggio di Franco.
20 Voigt, Il rifugio (vedi nota 5), vol. 1, pp. 141-147, 288; Christina Köstner/Klaus Voigt (a cura di), "Rinasceva una piccola speranza". L’esilio austriaco in Italia (1938-1945), Udine 2010, pp. 24-28. Edizione originale iid., Österreichisches Exil in Italien. 1938-1945, Wien 2009.
21 Per una sintesi dei provvedimenti di arresto e internamento, oltre ai citati lavori di Klaus Voigt, si vedano soprattutto: Costantino Di Sante (a cura di), I campi di concentramento in Italia. Dall’internamento alla deportazione (1940-1945), Milano 2001; Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940-1943), Torino 2004; cfr. anche Sarfatti, Gli ebrei (vedi nota 6), pp. 190-197 e Anna Pizzuti, Vite di carta. Storie di ebrei stranieri internati dal fascismo, Roma 2010, pp. 75-96. Si vedano inoltre le circolari ministeriali ricevute dalla prefettura e dalla questura di Roma riguardo gli ebrei stranieri presenti in ASR, Prefettura, Gabinetto, b. 1515.
22 I dati presentati in queste pagine sono presi da Voigt, Il rifugio (vedi nota 5), vol. 1, pp. 141-147, 288.
Matteo Stefanori, Le strade che portano a Roma. Ebrei stranieri nella capitale, 1933–1945. Primi risultati di una ricerca in corso, QFIAB 99 (2019)