domenica 30 luglio 2023

La novità, nel panorama dell'antifascismo politico, fu grande


Il 27 giugno 1929, il professor Carlo Rosselli, in compagnia di Emilio Lussu e Francesco Nitti, riuscì a scappare dal confino cui era stato condannato sull'isola di Lipari. <253 I tre fuggirono a bordo di un potente motoscafo pilotato dal repubblicano Gioacchino Dolci. L'eco di quel gesto fu notevole. A Parigi quei tre fuggiaschi furono ricevuti come dei veri e propri eroi, mentre a Roma la notizia venne accolta con malumore. <254 Poche settimane dopo, sul finire dell'estate, fu proprio Rosselli, in compagnia di un gruppo di esuli, a fondare il primo nucleo del movimento Giustizia e Libertà. La novità, nel panorama dell'antifascismo politico, fu grande: comparve una forza nuova, dinamica, che rimescolò le carte in tavola. Rosselli, come ha sottolineato Stanislao Pugliese, fu tra i primi a comprendere che il fascismo era il fatto cruciale del suo tempo: né la parentesi descritta da Benedetto Croce né semplicemente la reazione di classe di una borghesia in armi. <255 Tra il '28 ed il '29, durante il confino a Lipari, Rosselli aveva avuto modo di elaborare quello che sarebbe passato alla storia come il suo manifesto politico: Socialismo Liberale. Il testo fu pubblicato per la prima volta a Parigi, in lingua francese, presso l'editore Libraire Vaolis (per l'edizione italiana si sarebbe dovuto aspettare il '45); nel settimo capitolo, La lotta per la libertà, il Rosselli scriveva: "Il fascismo va innestato nel sottosuolo italico, e allora si vede che esso esprime vizi profondi, debolezze latenti, miserie ahimè del nostro popolo, di tutto il nostro popolo. Non bisogna credere che Mussolini abbia trionfato solo per la forza bruta. La forza bruta, da sola, non trionfa mai. Ha trionfato perché ha toccato sapientemente certi tasti ai quali la psicologia media degli italiani era straordinariamente sensibile. Il fascismo è in un certo senso l'autobiografia di una nazione che rinuncia alla lotta politica, che ha il culto dell'unanimità, che rifugge dall'eresia, che sogna il trionfo della facilità, della fiducia dell'entusiasmo. Lottare contro il fascismo non significa dunque solo lottare contro una feroce e cieca reazione di classe, ma lottare contro un certo tipo di mentalità, di sensibilità, di tradizione italiana che sono proprie, purtroppo, inconsapevolmente proprie di larghe correnti di popolo. Perciò la lotta è difficile e non può consistere in un semplice problema di meccanico rovesciamento del regime. […] Ma perciò la lotta è bella, la lotta è vitale, la lotta è degna veramente di tutti i sacrifici". <256
Secondo Rosselli solo attraverso una lotta veramente rivoluzionaria si sarebbe potuto sconfiggere il fascismo: «Il fascismo non può essere abbattuto che da un movimento rivoluzionario che imposti e risolva decisamente, in funzione di libertà, i problemi politici e sociali fondamentali della vita italiana. Il movimento Giustizia e Libertà, per il suo stesso modo di costruzione e per la sostanza del suo programma, è l'espressione concreta delle forze che si battono sul terreno rivoluzionario contro il fascismo». <257
Santi Fedele ha parlato di un «volontarismo etico» che avrebbe pervaso «i fondatori di Giustizia e Libertà che non solo si esprime nel proclamato primato dell'azione; ma quest'ultima, contrapposta alle sterili diatribe ideologiche dell'esilio, intende anche come atto audace esemplare, capace di scuotere coscienze sopite, risvegliare entusiasmi, indurre a fenomeni imitativi». <258
Dall'editoriale del primo numero dei Quaderni di Giustizia e Libertà: "Giustizia e Libertà sorse nell'ottobre 1929 con le caratteristiche di un movimento d'azione. I fondatori non vollero appesantirlo con troppi bagagli teorici. L'obbiettivo immediato consisteva nel rompere il contagio della paura, nel richiamare alla lotta una opposizione polverizzata, nel creare una coscienza e una volontà rivoluzionaria in una minoranza audace capace, col tempo, di trascinare le masse. Giovani e veterani - si leggeva nel primo appello di Giustizia e Libertà - chiamiamo a noi i migliori, i dispersi, i credenti, i giovani. Provenienti da diverse correnti politiche, archiviamo per ora le tessere e creiamo un'unità d'azione. Movimento rivoluzionario, non partito, Giustizia e Libertà è il nome ed il simbolo. Repubblicani, socialisti e democratici, ci battiamo per la libertà, per la repubblica, per la giustizia sociale. Non siamo più tre espressioni differenti ma un trinomio inscindibile". <259
Il nuovo movimento suscitò da subito un vivo interesse all'interno dell'universo libertario. Un'esperienza sui generis come quella di GL, per la quale l'antifascismo era assunto a vero e proprio elemento fondante, avrebbe difficilmente potuto essere ignorata dagli anarchici. In un articolo del '33 Rosselli scrisse: «La malattia che urge curare, o diagnostici, o necrofori del capitalismo, non è quella della società capitalistica, ma della società pura e semplice. […] Un antifascismo che non voglia ridursi a un'ombra del passato, deve prendere precisa coscienza di questa crisi, di questa sua insufficienza ideale per rifarsi, nella sua opera, dai fondamenti. Sinora abbiamo costruito sulla rena. Bisognerà cercare la roccia. E per trovarla dovremo avere il coraggio di rimettere in dubbio tutte le nostre posizioni, tutte le mezze verità, il nostro stesso programma, se occorre, per porre le basi di una civiltà nuova, di un uomo nuovo». <260
[NOTE]
253 «A mezzodì l'Africa appare», avrebbe poi scritto lo stesso Rosselli, «L'idea di sbarcare su un altro continente seduce. Resti di geografia infantile. La costa viene ora verso di noi con esasperante lentezza. Fa caldo e ora si vorrebbe arrivare. Seduti a poppa, ascoltiamo lo scroscio dell'acqua squarciata, sotto la protezione della bandiera inglese. Alle 15 gettiamo l'ancora a ridosso di un promontorio deserto e tormentato. Primo contatto con la terra libera, terra d'esilio. Eccoci, infine, salvi. I cuori scoppiano, le labbra sorridono involontarie. Come avessimo cambiato pelle. Diciotto ore fa eravamo a Lipari, eppure sembra già tanto lontana nel tempo. Nuovi interessi, nuove speranze, urgono. Il confino è fulmineamente entrato nel reparto dei ricordi». (Carlo Rosselli. Socialismo liberale e altri scritti, Einaudi, Torino 1973, p. 525).
254 «L'insuccesso più bruciante», ha scritto Mimmo Franzinelli, «mai inflitto all'apparato repressivo del regime è costituito dall'evasione di Emilio Lussu, Francesco Fausto Nitti e Carlo Rosselli». (Franzinelli, I tentacoli dell'Ovra… cit., p. 91).
255 Stanislao G. Pugliese. Carlo Rosselli - Socialist Heretic and Antifascist Exile, Harvard University Press, Cambridge 1999, p. 7.
256 Carlo Rosselli. Socialismo Liberale, Einaudi, Torino 1997, pp. 117-118. [ed. orig. Socialisme libéral, 1930].
257 Quaderni di Giustizia e Libertà, 01/01/1932, p. 4.
258 Fedele, op. cit., p. 96.
259 Quaderni di Giustizia e Libertà, 01/01/1932, prima pagina.
260 Citato in: Santi Fedele (a cura di). Antifascismo e antitotalitarismo - Critici italiani del totalitarismo negli anni trenta, Rubbettino, Catanzaro 2009, pp. 67-68.
Enrico Acciai, Viaggio attraverso l’antifascismo. Volontariato internazionale e guerra civile spagnola: la Sezione Italiana della Colonna Ascaso, Tesi di dottorato, Università degli Studi della Tuscia - Viterbo, 2010

lunedì 24 luglio 2023

Il gappismo milanese nasce dalla grande fabbrica


Perché Milano? Perché qui, in particolare nella cintura industriale di Sesto San Giovanni, erano presenti importanti nuclei combattivi di lavoratori; perché il capoluogo lombardo era non solo la capitale produttiva del paese, ma anche il cuore dell'occupazione nazifascista. Non è facile l'avvio della lotta armata, neanche tra gli stessi comunisti: la direttiva del partito che almeno il 15% dei membri di sezione si arruolasse in una formazione guerrigliera viene spesso interpretata come una punizione <303; ci sono molte perplessità legate alla distanza soprattutto teorica tra lotta armata, fosse essa terrorismo o partigianato, e dottrina marxista-leninista.
Concentrandoci principalmente sui fenomeni gappista e sappista, e partendo dal primo, la proposta iniziale di formare Gruppi di azione patriottica che utilizzino il terrorismo contro nazisti e fascisti arriva da reduci della Guerra di Spagna e della primissima lotta partigiana nella Francia meridionale, avendo l'esempio dell'esercito titino in Jugoslavia. Nel documento di Antonio Roasio, esponente del Centro Interno comunista che per primo ha parlato di GAP, emerge che la struttura è mutuata dalla tipologia organizzativa dei gruppi di Francs-tireurs et partisans (d'ora in poi Ftp), che nella Francia del Sud, in particolare tra Lione e Marsiglia, hanno sperimentato l'efficacia di azioni di tipo
terroristico sotto la guida di numerosi dirigenti comunisti italiani, forgiati dall'esperienza della clandestinità e della guerra civile spagnola. <304
Infatti, nella Francia del Sud, fra l'autunno 1942 e i primi mesi del 1943, l'organizzazione del Ftp vede in posizione preminente numerosi dirigenti e militanti del Pci, reduci della guerra civile spagnola, che qui perfezionano l'allenamento alla vita clandestina e all'uso delle tecniche di una guerra condotta in ambito urbano con attentati dinamitardi e alle persone. <305
Ma gli esempi del terrorismo urbano francese e della guerra partigiana jugoslava, ben noti ai dirigenti tempratisi nella guerra civile spagnola e nella scuola di partito a Mosca, restano assai lontani dalla cultura e dall'esperienza di ciò che del Partito era sopravvissuto in Italia, cioè molto poco. <306 Passate le illusioni iniziali, si acquisisce consapevolezza che la lotta armata, soprattutto in città, avrebbe richiesto tempi lunghi. I centri industriali, secondo la formazione dei dirigenti e militanti comunisti, sono i luoghi con la più alta disponibilità di lotta delle masse che però in questa fase sono ancora immobili. La funzione dei GAP è dunque l'utilizzo cosciente della violenza come detonatore della lotta di massa.
Cosa succede, dunque a Milano? «Il gappismo milanese nasce dalla grande fabbrica e affonda le proprie radici in quell'oscuro lavoro di agitazione, di propaganda e di proselitismo che l'organizzazione comunista è riuscita a tessere nel ventennio, mantenendo vitale una trama che, continuamente sfilacciata ma mai completamente distrutta, consente ora il passaggio ad altri livelli di lotta. […] La prima forza combattente dei Gap è costituita da operai non più giovanissimi. Con il passare delle settimane altre forze scenderanno in campo e la Resistenza sarà la guerra dei giovani, […] ma adesso l'elemento propulsore è formato da uomini maturi, ammogliati, con un lavoro che - nei limiti della precarietà dei tempi - li tutela anche dal richiamo alle armi e alla deportazione. La loro scelta non è dunque quella di chi non ha più niente da perdere, bensì quella di chi, convinto della necessità di dover cominciare a fare qualcosa, si improvvisa terrorista.»  <307
La lotta armata urbana dunque nasce come scelta consapevole, di uomini di partito, ma tutti di stretta identità operaia: il nucleo fondatore della prima brigata GAP è formato da operai di Sesto San Giovanni. L'origine sociale è molto importante ai fini del nostro discorso, poiché è ciò che permette al terrorismo di inserirsi, certo forzatamente a causa della situazione straordinaria della guerra, nel movimento operaio e nelle sue pratiche conflittuali.
«La prima dozzina di gappisti faticosamente selezionati, di cui parla Francesco Scotti, sembra incarnare l'apoteosi della centralità della grande fabbrica nel forgiare avanguardie cresciute nella sua dura disciplina. Sette di loro provengono dai maggiori complessi industriali e quattro da quelli di Sesto San Giovanni, la cittadella passata alla storia come la Stalingrado d'Italia, e per i fascisti come "il cancro della Lombardia".»  <308
Le azioni del primo gappismo conoscono un crescendo non solo quantitativo, ma anche qualitativo (a livello di armamento e organizzazione) per tutto l'autunno-inverno '43-'44, in parallelo con l'aumento della conflittualità operaia, fino al tragico errore dell'assalto alla Casa del Fascio il 10 febbraio 1944, che comporta la prima crisi e la scomparsa temporanea dei GAP dalla scena.
«A questa crescita concorrono diversi fattori, tra cui i più importanti sono le dimensioni della metropoli e la grande concentrazione operaia che la circonda; non va però sottaciuto che le cautele diminuiscono di pari passo con la crescita numerica e delle capacità operative. La selezione meno rigorosa e una sensazione d'impunità, un eccesso di sicurezza nella propria bravura, la fiducia che deriva dal sentirsi circondati da una diffusa, complice solidarietà, specialmente nella cittadella operaia di Sesto San Giovanni, dove molto numerosi sono i fiancheggiatori e da cui provengono molti gappisti della prima ora […].» <309
Questo è il motivo per cui, come abbiamo già visto, l'apporto gappista, tanto atteso, allo sciopero generale del marzo '44 è praticamente nullo, costituendo il principale fattore di revisione organizzativa della lotta armata che porterà alla fondazione delle SAP.
Prima di affrontare questo aspetto, approfondiamo ancora brevemente la questione della composizione sociale dei GAP dopo la crisi della primavera-estate '44 e quella ancora successiva del settembre. Protagonista indiscusso da questo momento fino alla Liberazione è il comandante Giovanni Pesce, nome di battaglia "Visone": reduce dalla Guerra di Spagna, antifascista della diaspora cresciuto in Francia, egli porterà avanti con nuclei ridottissimi, spesso anche da solo, la guerriglia gappista fino alla fine, anche quando la funzione dei GAP sarà marginalizzata. Dopo lo sciopero di marzo la violenza tedesca si fa ancora più feroce e, in parallelo, dando il tempo alle SAP di organizzarsi e al partigianato di montagna di usufruire di un secondo fronte in cui sono impegnati i tedeschi, il terrorismo partigiano cerca di rispondere colpo su colpo al terrorismo nazifascista. Qual è il materiale umano che ha a disposizione "Visone" in questi duri mesi? Non più militanti formati, lavoratori maturi, ma ragazzi e giovanissimi dei quartieri popolari e della periferia: «[È dal piccolo gruppo di Mazzo] che in poche settimane nasce il distaccamento Nino Nanetti, che in Milano città, territorio poco conosciuto, sarebbe disorientato, mentre rapidamente si specializza nei sabotaggi alle rotaie, e negli attacchi agli autocarri tedeschi in transito notturno sull'autostrada Milano-Torino. […] I "ragazzi di Niguarda" divengono il distaccamento Walter Perotti e i ragazzi di porta Romana e di porta Ticinese costituiscono il distaccamento Capettini, che prende il nome da uno dei gappisti caduti ai tempi di Rubini. Oltre a questi tre nuclei, Pesce riesce a ingaggiare anche quattro ferrovieri di Greco, "un piccolo lembo della periferia milanese", e due nuove giovani staffette, Sandra (Onorina Brambilla) e Narva (Isa De Ponti) […] È possibile, e i termini utilizzati lo lasciano supporre, che "i ragazzi di Niguarda" e "quelli di porta Ticinese" […] come "i ragazzi del Giambellino" […] siano gruppi di giovani arrivati alla lotta armata partendo da comuni esperienze identitarie, fra le quali l'essere cresciuti insieme, le origini sociali, le tradizioni di combattività e di alterità del quartiere d'origine sono elementi fondativi della scelta di lotta.» <310
Le ultime ricerche storiografiche sui GAP, che sono poi quelle che stiamo utilizzando maggiormente (Borgomaneri e Peli), se da un lato quindi smontano un mito storico dell'estrema sinistra e di parte del PCI relativo alla composizione avanguardista e ideologicamente inquadrata dei Gruppi di azione patriottica, dall'altro però rivelano aspetti ancora più essenziali sul loro significato storico-politico: l'adesione alla lotta armata è quindi scelta ben più complessa ed estesa dal punto di vista sociale, non limitata ai militanti PCI o comunque dell'antifascismo di sinistra. Forse aumentandone ancora di più, su un altro piano del discorso, il valore civile, storico e morale.
Per quanto riguarda le Squadre di azione patriottica, invece, il loro ruolo e la loro composizione sono piuttosto differenti. Sebbene siano state spesso poste ai margini della ricostruzione storiografica (come d'altronde i GAP, sebbene questi avessero un loro pubblico storiografico consistente, soprattutto nell'estrema sinistra e nella base PCI), sono le SAP a rappresentare il vero organismo insurrezionale della Resistenza milanese e italiana: costituite su idea di un giovane esponente della classe media di recente iscrizione al PCI, Italo Busetto, esse presentano caratteri ibridi tra il gappismo, le brigate di strada di autodifesa e la cellula insurrezionale di fabbrica.
«È lui [Busetto, nda] a proporre di trasformare le squadre armate operaie, in buona parte esistenti solo sulla carta, senza reali capacità operative, prive di coordinamento, in vere e proprie brigate Garibaldi, dunque strutturate militarmente, senza però che gli aderenti abbandonino il posto di lavoro, che anzi è il perno attorno al quale dovranno ruotare le nuove formazioni.» <311
La nascita e la formazione delle SAP è un processo eterogeneo e discontinuo, molto più lento e difficile di quanto si presenti sulla carta; i numeri restano bassi e per i primi c'è grande difficoltà ad agire: «Lotta armata di massa, con una piena adesione della classe operaia, si avrà solamente nelle giornate insurrezionali […] Ma intanto, fra l'estate del 1944 e la fine di aprile 1945, con una continuità che non era mai stata realizzata dai Gap, operai armati e inquadrati militarmente entrano a far parte con i loro attentati della quotidianità della metropoli.» <312
Col passare del tempo, le differenze tra GAP e SAP, in particolare le cosiddette "squadre di punta", diminuisce sensibilmente; tuttavia, l'investimento maggiore del PCI su di esse ("Tutto nelle SAP, tutto per le SAP" è la parola d'ordine lanciata tra fine dicembre '44 e inizio gennaio '45 dalla Federazione milanese) e il carattere della sua lotta, rendono la struttura sappista più ramificata e diffusa, anche se militarmente meno efficiente. Come già accennato in precedenza, sono le SAP a farsi carico della lotta "contro la fame e il freddo" della popolazione civile, così come sempre loro riescono a proteggere gli scioperi operai del marzo '45 o le manifestazioni di strada delle donne, punto su cui si era rivelato il fallimento e i limiti del gappismo.
In questi ultimi mesi di guerra si verifica un fenomeno di contaminazione destinato ad avere importanti ripercussioni sulla rivalutazione che il movimento operaio e il rivoluzionarismo di sinistra fanno della lotta armata: «L'osmosi tra città, campagna e montagna, tra lotta armata metropolitana e guerra partigiana, diviene più profonda con il trascorrere dei mesi: anche il rigore dell'inverno che induce molte formazioni di montagna a sciogliersi, a "pianurizzarsi", concorre a rinnovare e rimescolare organizzazioni e gruppi attivi nella lotta armata in città, dove lo scontro fra resistenti e nazifascisti è molto più intenso, a partire dall'estate 1944, di quanto lo sia mai stato nei mesi precedenti.» <313
[NOTE]
303 Cfr. G. Galli, Storia del Pci. Il Partito comunista italiano: Livorno 1921, Rimini 1991, p. 160, Kaos Edizioni 1993
304 S. Peli, op. cit., p. 14
305 Ibidem, p. 32
306 Ibidem, p. 14
307 L. Borgomaneri, op. cit., Due inverni, un'estate e la rossa primavera, p. 24
308 L. Borgomaneri, op. cit., Li chiamavano terroristi, p. 63
309 S. Peli, op. cit., p. 96
310 Ibidem, pp. 148-49
311 Ibidem, p. 115
312 Ibidem, p. 119
313 Ibidem, p. 129
Elio Catania, Il conflitto sociale: “motore della Storia” o “tabù” storico-politico. Il caso di Milano nel secondo dopoguerra, Tesi di laurea, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Anno Accademico 2016-2017

martedì 18 luglio 2023

Gli autori della pagina d’arte de “Il Mondo” tra politica e cultura

Sul numero 10 (anno I, 23 aprile 1949) de "Il Mondo" inizia la pubblicazione del romanzo "Il bell'Antonio" di Vitaliano Brancati. Fonte: Biblioteca nazionale centrale di Roma

Nel panorama degli studi di storia della critica figurativa del secondo dopoguerra, manca una disamina delle posizioni degli autori della pagina d’arte del periodico romano “Il Mondo” - in un primo tempo “Settimanale di politica e letteratura”, quindi, dal quarto numero del 1953, “Settimanale politico, economico e letterario” -.
Studi - raccolte di documenti <1, indagini sul rapporto tra arte e critica militante in Italia <2 e affondi sulla trasformazione del vocabolario visivo tra anni Quaranta e Cinquanta <3 - che, anche quando hanno centrato la propria attenzione su periodici o giornali non specialistici (a titolo esemplificativo, sulle pagine culturali de “L’Unità”, di “Rinascita”, de “L’Europeo”, de “L’Espresso”, perlopiù a caccia degli articoli delle grandi firme: Mario De Micheli, Roberto Longhi, Francesco Arcangeli, Lionello Venturi <4) hanno sempre finito per tenere fuori fuoco la definizione dei tratti propri della specola sulle arti costituita dal settimanale diretto da Mario Pannunzio.
Nell’ambito degli studi che, a partire dall’ultimo anno della direzione pannunziana, hanno ricostruito le vicende de “Il Mondo” <5, spazio preminente è stato dato alle battaglie politiche, economiche e civili del settimanale e alla costituzione del gruppo tra anni Trenta e Quaranta. In questo contesto, per primo è stato "Tempi di ferro" di Antonio Cardini <6 ad avere ragionato sulle posizioni espresse dagli autori de “Il Mondo” in ambito culturale, offrendo un tentativo di inquadramento della “prospettiva laica congiunta alla democrazia” ed alla “cultura neorealista” <7 che, per quasi un ventennio, aveva ispirato gli autori del periodico.
Sempre trattate a parte e mai inserite in un discorso complessivo sulla rivista, le questioni della grafica (che, opera della matita di Mino Maccari ed Amerigo Bartoli, non poteva essere questione disgiunta dalla definizione delle posizioni del giornale in materia di arti visive) e della fotografia, oggetto rispettivamente di due mostre e di un volume firmato da Massimo Cutrupi nel 2005 <8.
Gli autori della pagina d’arte de “Il Mondo” tra politica e cultura
L'analisi delle pagine culturali de “Il Mondo” dimostra l'insufficienza di un ragionamento costruito sulla base di una mera contestualizzazione degli scritti figurativi comparsi nel settimanale nel sistema delle arti e nel dibattito critico del secondo Novecento. “Il Mondo”, ha osservato Asor Rosa <9, è stato espressione di un clan, della élite raccoltasi a partire dagli anni Trenta attorno a Mario Pannunzio; un gruppo che, in alcuni dei suoi protagonisti (si citano, a titolo esemplificativo, Antonio Cederna, Alberto Arbasino, Nicola Chiaromonte) e in piena continuità politica e culturale, è poi confluito nell'avventura de “L’Espresso” di Benedetti e Scalfari.
Su un ragionamento sempre agganciato alla logica del gruppo hanno insistito anche Scalfari, Cardini e, più di recente, Teodori <10, gli ultimi saldando questione politica ed economica a battaglie di cultura. Sulla costituzione del gruppo, insomma, vale la pena di indugiare, resistendo alla tentazione di una distinzione tra questioni prettamente storico-artistiche e culturali in senso generale, o addirittura tra scelte di campo in materia di arti visive e battaglie politiche e civili: sono gli stessi autori della pagina d’arte de “Il Mondo” ad indicare questa strada, in un dibattito che, negli anni dell’immediato dopoguerra, era giocoforza carico di ragioni ideologiche <11.
Servono appoggi ulteriori, aperture interdisciplinari, una ricostruzione di biografie e sodalizi umani, politici e culturali che affondano le loro radici negli anni compresi tra le due guerre e che permettono di fare luce sulle due componenti salienti del gruppo gravitante attorno a Pannunzio ed alla redazione de “Il Mondo”. Serbatoi di uomini e di idee, essenzialmente cultura di fronda per quel che attiene agli autori delle pagine culturali, intellettualità liberaldemocratica per quanto attiene alla definizione della rotta politica, economica e civile del settimanale.
Per un periodico squisitamente romano come “Il Mondo” e per una figura come quella del suo direttore, la categoria della sociabilità assume un ruolo dirimente; prima che negli mbienti di via Veneto <12, le tappe di costruzione del gruppo hanno visto molti dei suoi uomini transitare negli anni Trenta per luoghi “eletti” della cultura e della mondanità romana come il Caffè Aragno, ambiente ripetutamente rimpianto sulle colonne del periodico, e simbolo di una Roma ancora immune dalla modernizzazione soprattutto urbanistica e tecnologica del secondo Novecento (oltre allo stesso Pannunzio, frequentatori assidui del Caffè sono stati, per esempio, Amerigo Bartoli, Leonardo Sinisgalli; e ancora, “rondisti” quali Emilio Cecchi: sua moglie, Leonetta Pieraccini, è collaboratrice assidua de “Il Mondo” <13).
Cultura di fronda, si è scritto. Per quel che concerne la genealogia del gruppo del “Mondo”, è documentato il passaggio al settimanale di molti intellettuali e critici prima riuniti attorno alle redazioni dei giornali di Longanesi e Maccari (“L'Italiano”, “Il Selvaggio”); di “Omnibus” (giornale diretto dallo stesso Pannunzio e da Benedetti, che di Longanesi erano stati allievi, giornale che fece da collettore di molta della intellettualità italiana che, dalla fronda, nel secondo dopoguerra avrebbe cercato un riposizionamento culturale o anche solo lavorativo); di periodici culturali illustrati e tangenti al gusto della intellettualità romana connotata in arte da un gusto genericamente naturalista o, lato sensu, antimodernista, periodici quali “Il Quadrivio” o “Il Tevere” <14. Chi segua, per esempio - e si cita senza porre distinzione tra disegnatori, redattori delle pagine di cultura e scrittori che per “Il Mondo” confezionarono racconti o, sulle medesime colonne, pubblicarono romanzi a puntate - le parabole intellettuali di Mino Maccari, Amerigo Bartoli, Giuseppe Raimondi, Alfredo Mezio, Giovanni Comisso, Vitaliano Brancati, Ennio Flaiano, Corrado Alvaro, afferra con esattezza la misura di una linea di continuità troppo spesso recisa nel contesto di periodizzazioni troppo rigide tra il giornalismo - e la cultura, anche visiva - d’età fascista e di prima età repubblicana.
Per chi si accinga a comprendere il posizionamento della rivista in seno alle principali diatribe culturali degli anni Cinquanta e Sessanta, è importante, e lo si preciserà in seguito, capire che cosa significhi il ponte gettato tra la Fronda e la redazione de “Il Mondo” attraverso l’ineludibile tramite di “Oggi”.
Tale componente si è innestata sull’ossatura portante de “Il Mondo”, i cui autori delle pagine politiche ed economiche, accomunati dalla militanza nei ranghi della sinistra liberale, erano transitati attraverso la tappa obbligata dell’antifascismo - spesso di segno azionista - e, in molti elementi, erano stati allievi di Benedetto Croce <15.
A tale costola liberale devono essere ascritti anche alcuni autori della pagina d’arte de “Il Mondo”: oltre a Lionello Venturi e Carlo Ludovico Ragghianti, di cui si dirà in seguito, si possono fare almeno i nomi di Nicola Chiaromonte, Ignazio Silone, Roberto Pane, Nina Ruffini, Carlo Cordié, Angiolo Bandinelli.
Ancora. Se si è detto del debito contratto da Pannunzio nei confronti del giornalismo longanesiano - debito esteso anche all’uso della fotografia <16 - e dell’esempio de “Il Selvaggio” di Mino Maccari, i cui disegni, assieme a quelli di Bartoli, hanno dato sugo anche alle battaglie di cultura e di costume de “Il Mondo”, qualche altra riga va spesa per quello che è stato indicato come il secondo corno del problema: la tradizione del giornalismo di impronta liberale. “Il Mondo” di Pannunzio riecheggia l'omonima testata fondata da Giovanni Amendola nel 1922 e soppressa nel 1926 dal regime fascista. Proprio in questo giornale, il 1 maggio del 1925 era comparso il 'Manifesto degli intellettuali antifascisti' redatto da Benedetto Croce. Riconoscibile, inoltre, è la continuità del giornale nei confronti della struttura e della direzione politica e culturale di riviste come “Risorgimento Liberale” (per l’intervallo di tempo nel quale fu diretto da Pannunzio, 1943-1947), “L’Europeo” di Benedetti (1945-1954), “Il Mondo” di Bonsanti (1945-1946) - Bonsanti che fu poi autore del settimanale pannunziano - e con la poco indagata rivista “Mercurio” diretta da Alba de Céspedes che si era proposta, tra 1944 e 1948, la ricostruzione civile e morale del Paese facendo affidamento su molte delle penne poi transitate al settimanale di Pannunzio, tra cui vale la pena citare almeno Gorresio, Calogero e Garosci <17.
[NOTE]
1 Si rimanda, in particolare, a T. Sauvage [A. Schwarz], Pittura italiana del dopoguerra (1945-1957), Milano, Schwarz, 1957; G. Celant, L'inferno dell'arte italiana. Materiali 1946-1964, Genova, Costa & Nolan, 1990; P. Barocchi, Storia moderna dell'arte in Italia. Manifesti polemiche documenti, Vol. III, 2, Tra Neorealismo e anni novanta 1945-1990, Torino, Einaudi, 1992; L. Caramel, Arte in Italia 1945-1960, Milano, Vita e Pensiero, 1994.
2 F. Fergonzi, La critica militante, in La pittura in Italia. Il Novecento/2 (1945-1990), a cura di C. Pirovano, Milano, Electa, 1993, pp. 569 - 598.
3 Idem., Lessicalità visiva dell’italiano. La critica dell’arte contemporanea 1945-1960, Pisa, Scuola Normale Superiore, 1996.
4 Si allude anche ad antologie di singoli scriventi, a titolo esemplificativo R. Longhi, Scritti sull’Otto e Novecento 1929-1966, Firenze, Sansoni, 1984; F. Arcangeli, Dal Romanticismo all’Informale, Vol. II, Il secondo dopoguerra, Torino, Einaudi, 1977.
5 I 18 anni de “Il Mondo”, Roma, Edizioni della Voce, 1966; P. Bonetti, “Il Mondo” 1949/66: ragione e illusione borghese, Roma-Bari, Laterza, 1975; P.F. Quaglieni, Il nostro debito col “Mondo” di Pannunzio, Firenze, Le Monnier, 1978; M. Del Bosco, I Radicali e “Il Mondo”, Torino, Eri, 1979; G. Spadolini, La stagione del “Mondo” 1949-1966, Milano, Longanesi, 1983; E. Scalfari, La sera andavamo in via Veneto. Storia di un gruppo dal “Mondo” alla “Repubblica”, Milano, Mondadori, 1986; “Il Mondo”. Indici analitici, con prefazione di G. Spadolini, Firenze, Passigli, 1987; V. Frosini, “Il Mondo” e l’eredità del Risorgimento, Catania, Bonanno, 1987; Pannunzio e il “Mondo”, a cura di M. Pegnaieff, A. Brandoni, G. Valentini, Torino, Meynier, 1988; M. Boneschi, “Il Mondo” e Pannunzio nei ricordi di un collaboratore, Milano, Cordani, 1989; “Il Mondo”. Antologia di una rivista scomoda, a cura di G. P. Carocci, Roma, Editori Riuniti, 1997. Nel quadro della vasta pubblicistica relativa al settimanale, l’elenco presenta i testi considerati salienti; restano fuori, per esempio, alcune delle pressoché annuali pubblicazioni promosse dal Centro Pannunzio di Torino, che da circa quarant’anni cura mostre e studi centrati sul periodico e sul suo fondatore.
6 A. Cardini, Tempi di ferro: “Il Mondo” e l'Italia del dopoguerra, Bologna, Il Mulino, 1992.
7 Ibid., p. 84.
8 Un Mondo” di Maccari. Mostra delle vignette di Mino Maccari su “Il Mondo” di Pannunzio (1949/1966), Torino, Biblioteca Nazionale Universitaria, 18 novembre-18 dicembre 1995, catalogo della mostra, a cura di C. Autilio, Torino 1995; Un “Mondo” di Bartoli: mostra delle vignette di Amerigo Bartoli su “Il Mondo” di Mario Pannunzio (1949/1966), Torino, Biblioteca Nazionale Universitaria, catalogo della mostra, a cura di M. Pegnaieff, Torino, 1997; M. Cutrupi, “Il Mondo” e la fotografia. Il fondo Pannunzio, Roma, Nuova Arnica, 2005.
9 All’interno di Il giornalista: appunti sulla fisiologia di un mestiere difficile, in Storia d'Italia, Vol. 4, Intellettuali e potere, a cura di C. Vivanti, Torino, Einaudi, 1981, pp. 1225-1257, Asor Rosa attacca da sinistra la natura salottiera dell’impegno politico e civile degli autori del settimanale di Pannunzio; presenta, inoltre, un efficace raffronto tra “Il Mondo” e “L’Espresso” di Benedetti.
10 Il riferimento corre ai già citati volumi La sera andavamo in via Veneto... op. cit.; Tempi di ferro… op. cit.; per quel che attiene a Massimo Teodori, si veda Storia dei laici nell'Italia clericale e comunista, Venezia, Marsilio, 2008, volume nel cui ambito si cerca di connettere le battaglie culturali animate dai redattori de “Il
Mondo” con l’attività della Associazione Italiana per la Libertà della Cultura.
11 Della preminenza di istanze politiche nelle schermaglie vive all’interno del dibattito visivo è conscia, per esempio, Paola Barocchi: Tra Neorealismo ed anni Novanta, op. cit., pp. 5-7.
12 E. Scalfari, La sera andavamo in via Veneto... op. cit.
13 Questione a parte meriterebbero gli artisti che hanno frequentato abitualmente la terza saletta dell’Aragno; su tutti si fa menzione di Francalancia, emblema della nostalgica evocazione di luoghi, uomini e arte degli anni Trenta viva sulle colonne de “Il Mondo” tra anni Cinquanta e Sessanta. Sull’importanza dell’Aragno al di fuori della mera prospettiva della sociabilità, in un discorso che metta a fuoco gusti e poetiche maturate nell’ambito del circolo dei suoi avventori, qualche allusione in E. Crispolti, La pittura del primo Novecento a Roma (1900-1945), in La pittura in Italia. Il Novecento/1 (1900-1945), a cura di C. Pirovano, Milano, Electa, 1992, pp. 457-566; un’analisi più approfondita in G. Lupo, Poesia come pittura. De Libero e la cultura romana (1930-1940), Milano, Vita e Pensiero, 2002. Circa Francalancia e l’Aragno, come detto più volte ricordati dagli autori delle pagine di cultura de “Il Mondo”, si rimanda per esempio ad A. Mezio, Francalancia, III, 14, 7 aprile 1951, p. 12; Idem, Un caffè letterario, IX, 17, 23 aprile 1957, p. 13; Idem, I pittori romani della terza saletta, VIII, 29, 17 luglio 1956, p. 7; Idem, Le amicizie pericolose, IX, 28, 9 luglio 1957, p. 13; Idem, I pittori romani della terza saletta, VIII, 29, 17 luglio 1956, p. 7; Idem, Soffici al caffè, XVI, 41, 13 ottobre 1964, p. 13; di Gino Visentini è, invece, Le sirene del conformismo, IX, 2, 8 gennaio 1957, p. 13; all’evocazione della Roma perduta sono dedicati anche lo scritto di Giancarlo Fontanesi Gli amici di Bartoli, XV, 23, 4 giugno 1963, p. 15; l’articolo di Domenico Sforza La vita di caffè, XVI, 52, 29 dicembre 1964, p. 5.
14 La ricognizione sul giornalismo italiano del primo Novecento Giornalismo italiano, vol. II (1901 -1939), a cura di F. Contorbia, Milano, Mondadori, 2007, offre importanti riferimenti bibliografici, una breve storia delle principali riviste italiane ed un profilo degli uomini che le animarono.
15 Per le biografie ed i profili degli autori delle pagine politiche ed economiche de “Il Mondo”, si rimanda agli studi individuati nella nota numero 5.
16 M. Cutrupi, “Il Mondo” e la fotografia… op. cit.
17 Della rivista sono stati pubblicati gli indici: E. Gurrieri, Indici di “Mercurio” (1944-1948), in “Studi italiani”, VI, 2, luglio-dicembre 1994; e in Letteratura, biografia e invenzione. Penna, Montale, Loria, Magris, e altri contemporanei, Firenze, Edizioni Polistampa, 2007, pp. 141-189.
Lorenzo Nuovo, La pagina d'arte de “Il Mondo” di Mario Pannunzio (1949-1966), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Trieste, Anno Accademico 2008-2009

venerdì 14 luglio 2023

Sarebbero passati cinque anni prima che la commissione per l'attribuzione delle lauree Honoris Causa dell'Università di Padova si riunisse di nuovo

Università di Padova: Cortile Antico del Palazzo del Bo e Torre del Bo. Fonte: Wikipedia

Nella seduta del 16 novembre 1948 Mameli comunica la decisione del Senato Accademico di approntare una nuova lapide «con i nomi degli studenti Caduti sul campo dell'onore nelle campagne 1940-43» <249 e che «tale lapide venga inaugurata l'8 febbraio 1949 (spostata in seguito all'8 maggio)» <250. Per questo motivo la commissione consegna al Rettore l'elenco degli studenti caduti ai quali è stata concessa la laurea ad honorem, e si affretta a riesaminare alcuni incartamenti lasciati in sospeso: in particolare i casi di Carlo Sacchi e Norma Cossetto, ai quali viene concessa la laurea. Sono poi individuati altri 12 studenti “Caduti sul campo dell'onore” <251, mentre per altri 3 continuano le ricerche <252.
La riunione del 14 aprile 1949 è l'ultima prima della seconda cerimonia di conferimento delle lauree ad honorem. Arrivano all'attenzione della commissione tre casi completamente nuovi di studenti caduti: si tratta di Roberto Tagliaferri, Caduto per la causa della libertà a Mignano (Caserta) combattendo a fianco delle truppe alleate; Pietro Colles, morto sul fronte russo il 3 maggio 1943 e del quale arrivano notizie alla famiglia solo maggio '48; Vincenzo Rizzo, partigiano, morto a causa di una malattia contratta in servizio. La documentazione consente di attribuire la laurea ad honorem a Tagliaferri e a Colles, ma risulta insufficiente per Rizzo, tra l'atro morto il 30 maggio 1948: prendendo spunto da questo caso la commissione decide da questo momento «[…] di non concedere la laurea honoris causa, qualora la morte sia intervenuta oltre due anni dalla cessazione dello stato di guerra e cioè non oltre il 25 aprile 1947» <253. Nello specifico si «nega quindi al Rizzo la concessione della laurea in parola» <254.
Si giunge così alla seconda cerimonia di conferimento delle lauree alla memoria in onore degli studenti caduti, fissata come accennato per l'8 maggio 1949. Alle 10:30 un corteo con alla testa il gonfalone dell'ateneo seguito da Senato e Collegio Accademico, da autorità civili e militari e da una rappresentanza degli studenti si formerà nell'atrio del Rettorato; spostandosi poi nell'atrio degli Eroi alla presenza di un drappello di soldati schierati, verrà scoperta la nuova lapide, osservando quindi un minuto di silenzio. La cerimonia sarebbe proseguita in aula Magna, e al discorso del Rettore Aldo Ferrabino sarebbe seguita la proclamazione delle lauree: in totale 28 nuovi diplomi ad honorem (6 in Ingegneria, 3 in Scienze politiche, 1 in Urologia, 1 in Filosofia, 6 in Giurisprudenza, 1 in Chimica, 1 in Fisica, 2 in Chimica industriale, 2 in Lettere, 2 in Medicina e chirurgia, 1 in Farmacia, 1 in Statistica, 1 in Storia dell'arte).
Sarebbero passati cinque anni prima che la commissione si riunisse di nuovo, il 22 aprile 1954: a comporla sarebbero stati i professori Angelo Bianchi e Feliciano Benvenuti, il prof. Mameli - ancora presidente - e il dott. Sergio Bruzzo, in veste di segretario. Vengono presi in considerazione una serie di circolari e di decreti leggi che stimolano le nuove ricerche della commissione <255, che nella stessa seduta delibera la concessione di altre 19 lauree ad honorem <256. Per altri 9 studenti <257 le ricerche continuano.
Durante la seduta del 13 maggio 1954 verranno concesse altre 4 lauree ad honorem ad altrettanti studenti dispersi <258, mentre le pratiche relative a due studenti (Agostini Giacinto e Cavalieri Gustavo) vengono per il momento tenute in sospeso per l'irregolarità della documentazione presentata. Si decide di riesaminare in una seduta successiva il caso di Vincenzo Rizzo, studente partigiano morto nel 1948 per gli strascichi di una malattia contratta per cause di servizio, al quale la commissione aveva precedentemente negato (seduta 14 aprile '49) il titolo ad honorem: il 18 maggio '54 verranno concesse altre 4 lauree <259, una delle quali anche a Rizzo, dichiarato «partigiano deceduto per cause di servizio» <260.
Sulla base delle risultanze delle 3 riunioni dell'aprile/maggio 1954, il 31 maggio dello stesso anno si sarebbe tenuta la terza cerimonia per il conferimento delle lauree alla memoria. Tra le autorità civili e militari, sarebbe stato invitato anche il ministro della Pubblica istruzione Gaetano Martino, che prima della commemorazione avrebbe anche visitato il ricostruito Tempio degli Eremitani (distrutto dai bombardamenti l'11 marzo 1944), la Cappella degli Scrovegni, e i cantieri del nuovo Policlinico universitario in via Gattamelata. Al palazzo del Bo' si sarebbe dunque proceduto alla consegna di altre 27 lauree alle famiglie degli studenti caduti o dispersi, con lo scoprimento di una nuova lapide e il relativo discorso del Rettore Guido Ferro, seguito da poche parole del ministro Martino <261 (la cerimonia avrebbe compreso anche la consegna di medaglie commemorative ai promotori della Facoltà di Magistero, l'apertura del Convegno dei Provveditori agli Studi delle Tre Venezie e delle province limitrofe, e una colazione accademica sempre presso il palazzo del Bo').
Infine, l'ultima riunione in assoluto della commissione <262 avrebbe deliberato il rilascio delle ultime 5 lauree <263: ciò avrebbe portato all'ultima cerimonia per il conferimento delle lauree alla memoria degli studenti caduti o dispersi sul campo dell'onore e per la difesa della libertà del 17 gennaio 1956, in concomitanza con l'apertura del 734° anno accademico, a seguito della relazione introduttiva del Rettore Guido Ferro. In quest'ultima e più sobria cerimonia sarebbero state consegnate anche le medaglie d'oro e i diplomi di Benemeriti della Scuola, della Cultura e dell'Arte ai professori Manara Valgimigli, Marco Fanno e Concetto Marchesi (quest'ultimo per motivi di salute non avrebbe potuto partecipare), concessi dal ministero della Pubblica Istruzione presieduto da Ermini. La celebrazione si sarebbe conclusa con la prolusione del prof. Aldo Cecchini sul tema «L'unità politica europea nelle realizzazioni del passato e nelle prospettive del futuro». Come nota di colore si segnala l'episodio del dott. Pierangelo Fioretto, processato per lesioni dopo aver aggredito il bidello Bruno Miolo che gli aveva impedito l'accesso alla cerimonia in quanto sprovvisto di invito: Fioretto pagherà 100.000 lire a Miolo, che ritirerà la querela <264.
Si cercherà ora di ricostruire le storie individuali degli studenti patavini «caduti per la Liberazione 1943-1945» <265 e laureati ad honorem tra 1947 e 1949.
[NOTE]
249 Archivio del Novecento dell'Università degli Studi di Padova, Lauree ad honorem studenti caduti nella prima e seconda guerra mondiale, b. 7, f. 186/<r> «Commissione onoranze studenti caduti. Seduta del 16 novembre 1948».
250 Ivi.
251 Agostini Giacinto (disperso sul fronte Russo), Bruno Luigi (d. fr. Russo), Cavalieri Gustavo (d. fr. Russo), Furlan Roberto (d. fr. Russo), Guarnieri Giuseppe (d. fr. Russo), Cariolato Luigi (d. fr. Russo), Scherli Ottavio (d. fr. Russo), Caporali Ruggero (d. in Cirenaica), Pino Alberto (d. in Libia), Rodondi Antonio (d. in Albania), Sauli Giorgio (dichiarato partigiano disperso).
252 Franco Alberto, Milch Desiderio, Zetto Alberto.
253 Archivio del Novecento dell'Università degli Studi di Padova, Lauree ad honorem studenti caduti nella prima e seconda guerra mondiale, b. 7, f. 186/<s> «Commissione onoranze studenti caduti. Seduta del 14 aprile 1949».
254 Ivi.
255 Ovvero il D.L. 4 agosto 1945 n.467 (art.4); il D.L. 4 marzo 1948 n. 137 (art. 11/b); e soprattutto la circolare del Ministero della pubblica istruzione n. 5101 del 15 dicembre 1952. Quest'ultima - modificando la circolare n. 1226 del 2 aprile 1948 - stabilirà che «[…] potrà ritenersi sufficiente per la concessione della laurea alla “memoria” il semplice verbale di irreperibilità, indipendentemente dalla dichiarazione di morte presunta. Naturalmente, la validità della laurea, per la formula stessa con cui è conferita, verrebbe a cessare qualora lo studente risultasse, in seguito, vivente»
256 Bagattini Gabriele (morto sul fronte Russo), Bruno Luigi (disperso sul fronte Russo), Caporali Ruggero (d. Africa), Cariolato Luigi (d. fr. Russo), Ceruti Roberto (morto isole Egadi), Dianese Dario (d. fr. Russo), Franco Alberto (partigiano, morto sul Grappa), Furlan Roberto (d. fr. Russo), Guarnieri Giuseppe (d. fr. Russo), Mattina Salvatore (d. fr. Russo), Meneghello Francesco (d. fr. Russo), Pesavento Ferruccio (d. fr. Russo), Pilosio Leonetto (d. fr. Russo), Pino Alberto (d. fr. Africa Settentrionale), Rodondi Antonio (d. Albania), Sauli Giorio (d. Slovenia), Scherli Ottavio (d. fr. Russo), Veronese Alberto (d. Jugoslavia), Vergani Eugenio (d. in mare).
257 Bondi Werter, Agostini Giacinto, Cavalieri Gustavo, Coletti Egidio, Londero Valentino, Biasi Sergio, Barbieri Marcello, Zetto Alberto, Milch Desiderio.
258 Coletti Egidio (d. fr. Russo), Londero Valentino (d. fr. Russo), Barbieri Marcello (dichiarato disperso in mare nell'affondamento del “Conte Rosso”), Paoli Antonio (d. in Grecia).
259 Ad Agostini Attilio (disperso), Cavalieri Gustavo (disperso), Rizzo Vincenzo (partigiano deceduto per cause di servizio), e a Bondi Verter (deceduto in seguito a deportazione).
260 Archivio del Novecento dell'Università degli Studi di Padova, Lauree ad honorem studenti caduti nella prima e seconda guerra mondiale, b. 7, f. 186/<v> «Commissione onoranze studenti caduti. Seduta del 18 maggio 1954».
261 Il discorso di Martino è conservato in: Archivio del Novecento dell'Università degli Studi di Padova, Lauree ad honorem studenti caduti nella prima e seconda guerra mondiale, b. 7, f. 188 «Cerimonia della consegna dei diplomi di laurea ad honorem a studenti caduti e ai dispersi in guerra nella cerimonia del 31 maggio 1954 (alla presenza del ministro della Pubblica istruzione)».
262 Archivio del Novecento dell'Università degli Studi di Padova, Lauree ad honorem studenti caduti nella prima e seconda guerra mondiale, b. 7, f. 186/<w> «Commissione onoranze studenti caduti o dispersi nella guerra 1940-45». Il verbale non riporta la data della seduta.
263 De Vida Ottoniello, Ghedini Silvio, Pavone Osvaldo, Riva Fausto, Milch Desiderio.
264 Archivio del Novecento dell'Università degli Studi di Padova, Sottoserie 1955-56, b. 625, f. 20/<3>, «Inaugurazione del 734° anno accademico. Incidenti».
265 Inventario dell'Archivio del Novecento, a cura di Maria Grazia Bevilacqua e Gianni Penzo Doria, Università degli Studi di Padova (Archivio Generale di Ateneo), pag. 645 e segg.
Giacomo Graziuso, Gioventù e Università italiana tra fascismo e Resistenza: l'attribuzione delle lauree Honoris Causa nell'Archivio del Novecento dell'Università di Padova (1926 - 1956), Tesi di Laurea, Università degli Studi di Padova,  Anno Accademico 2013-2014

sabato 8 luglio 2023

Le torri saracene fino a ieri


Nato ad Alassio, Mirko Servetti ha vissuto a Imperia, lavorando per molti anni come educatore nei servizi dedicati alla disabilità.
I colleghi e le colleghe dell’ASL di Imperia lo ricordano con affetto. “Oltre a un professionista, Servetti era anche un bravo poeta. Dopo l’esordio nel 1981 con “Frammenti in fuga”, scritto in coppia con Teresio Zaninetti, ha pubblicato numerosi libri e raccolte di poesie. Lo porteremo sempre nei nostri cuori”.
Redazione, Imperia: addio a Mirko Servetti, scomparso a 70 anni. Il ricordo dei colleghi. “Poeta di talento, rimarrà nei nostri cuori”, ImperiaPost.it, 4 luglio 2023

Mirko Servetti nasce ad Alassio nel 1953. È autore di poesie e interventi critici presenti in numerose riviste e antologie di letteratura. Tra i libri di poesia pubblicati, dopo l’esordio con Frammenti in fuga (Lalli Editore, 1981) scritto in coppia con Teresio Zaninetti (1947-2007), figurano Quasi sicuramente un’ombra (Forum/Quinta Generazione, 1984); il poema Canti tolemaici, edito in due volumi rispettivamente nel 1989 e nel 1993; L’amor fluido (Bastogi Editrice, 1997); Quotidiane seduzioni (Edizioni del Leone, 2004). Canzoni di cortese villania (Puntoacapo Editrice, 2008) è il volume che raccoglie e sistematizza, con alcune variazioni, le due precedenti raccolte. Nel 2013, per Matisklo Edizioni, viene pubblicato il breve poema Terra bruciata di mezzo (fra Vespero e Lucifero) in versione digitale. Il suo ultimo lavoro in versi, Indefinito canone, vede la luce nel novembre 2016 ancora per Matisklo Edizioni, nella doppia versione digitale e cartacea.
Redazione, Sanremo, riuscita la seconda “Giornata boiniana”, Riviera 24.it, 17 ottobre 2017

Le torri saracene fino a ieri
gli ossigeni splendenti in mare aperto
acquaioli e bruni contrabbandieri
sapevano decifrare i deserti.
Gli altri erano sempre gli altri l’esperto
di maree confidava che i filari
(Dio divenne poi un prezioso reperto)
sputassero un mosto da capogiri.

Il deserto è una notte che non basta
nominare e vedere da vicino
i profughi portano a spalla paesi
interi alcuni con aria entusiasta
raccolgono acqua e notte in un catino
riuscendo a sognare per mesi e mesi

Mi scapicollo per viuzze leggere
a rotta di sasso verso un altrove
in piena discesa fino alle nuove
viste che occultano il quieto terziere.
Scheletrici pilastri di un cantiere
mai avviato sfregiano il cielo fin dove
puoi toccarne il dolore. Per ben nove
lune ne ho custodito il forziere

anzi lunaire cercavo Malvine
in ogni sua minor costellazione
e nelle umide alcove e nel beffardo
balzello del sole sulle colline
nel tempo e nel suo mutar direzione
forse in tempo per squagliarne il ricordo

Mirko Servetti, da Terra bruciata di mezzo



Mirko Servetti (Alassio, 1953) vive ad Imperia. Esordisce nella seconda metà degli anni Settanta con poesie, interventi critici e d’opinione sulle pagine della rivista Alla Bottega. Risale a quegli anni l’incontro con Teresio Zaninetti (1947-2007) e, proprio da quell’intensa frequentazione, nasce “Frammenti in fuga”, silloge poetica a quattro mani, edita nel 1981 da Lalli Editore.
Seguono collaborazioni con diversi importanti periodici di letteratura ed un assiduo rapporto con Logos, la rivista fondata nel 1982 da Zaninetti, dalla quale si allontanerà polemicamente qualche anno dopo.
Intorno alla metà degli anni Ottanta comincia anche la lunga ed ininterrotta corrispondenza con Giorgio Bárberi Squarotti, considerato mentore e preziosa guida, che esprime giudizio positivo su “Quasi sicuramente un’ombra”, secondo volume di versi apparso nel 1984 per l’editrice Forum/Quinta Generazione.
Nel frattempo lavora al poema “Canti tolemaici”, il cui primo volume, intitolato “Degli scherzosi proemî”, vedrà la luce nel 1989 per i tipi di Edizioni Tracce.
A quegli anni risale anche l’adesione alle antologie poetiche in tape “Paté de voix” (1982) curata e pubblicata da Offerta speciale, e “Baobab”, in collaborazione con il musicista ed amico Walter Ferrandi, che esce nel 1986 con Tam-Tam, la rivista del compianto Adriano Spatola. Queste esperienze, che inizialmente lo vedono scettico, suggellano però l’interesse per la “poesia sonora”, che si concretizzerà in anni più recenti con la partecipazione a numerosi reading, soprattutto in Liguria, amata terra natale.
“Canti tolemaici” suscita, intanto, il positivo interesse di molti poeti e uomini di pensiero italiani, quali Alessandro Raffi (con cui comincia una proficua amicizia), Paolo Ruffilli, Maria Grazia Lenisa, Antonio Spagnuolo e Giò Ferri, che firma la prefazione al primo volume. La seconda parte, “Le rifrazioni asimmetriche”, pubblicata da Bastogi Editore nel 1993, sarà prefata proprio da Maria Grazia Lenisa.
Nel 1997, sempre Bastogi stampa la raccolta di sonetti “L’amor fluido”, con prefazione di Bárberi Squarotti.
Si allargano e si intensificano i contatti con i migliori periodici letterari. Collabora col gruppo toscano di ricerche intermediali Eliogabalo alla realizzazione del cortometraggio sperimentale “Ciack… la prima!”, girato presso un centro psichiatrico e di cui cura la regia.
Nello stesso periodo entra in contatto con la rivista L’area di Broca, dando inizio ad una nutrita e amichevole corrispondenza con Mariella Bettarini.
Nel 2004, Edizioni del Leone pubblica “Quotidiane seduzioni”, volume di sonetti e canzoni di vario metro che, con qualche variazione, sarà raccolto, insieme ad una nuova versione de “L’amor fluido”, in “Canzoni di Cortese villania”, Puntoacapo Editrice, 2008.
Per Matisklo Edizioni ha pubblicato “Terra bruciata di mezzo” (2013).
Redazione, Mirko Servetti, Bibbia d'asfalto, 2013


Le poesie che seguono sono tratte da "Terra bruciata di mezzo", una raccolta inedita (o poemetto) di Mirko Servetti. Sebbene il titolo stia curiosamente tra Tolkien e Eliot, la terra a cui allude Servetti risiede invece, come recita il sottotitolo, "fra Vespero e Lucifero" ovvero nel segno di Venere, nella sua doppia veste - nell'arco dell'anno - di stella del mattino portatrice di luce e di astro anticipatore del tramonto e della notte. Ma anche come emblema di un eros duplice, in costante dialettica tra epifanie e dubbi, tra luci e ombre, tra cadute e resurrezioni, così come per fortuna si conviene. Qui "eros" va inteso in senso ampio, ovviamente. Non solo cioè come valore primario, come interazione e libido tra corpi e menti ("simposio", dice Servetti), ma anche come impulso vitalistico connaturato, modo di sentirsi qui e ora presente, fosse anche come uomo solitario davanti a un orizzonte.  Questo porta Servetti a poetizzare una certa varietà di esperienze, anche frammentarie o fugaci o immanenti, dando loro un notevole smalto o colore. Diciamo che se l'occasione non basta, se non è abbastanza icastica, lui la carica di un pensiero  (fatto simboleggiato dallo stacco anche grafico che c'è in alcuni testi tra evento e riflessioni), ne estrae un significato o morale e la addensa con un buon legante, come si fa in cucina. Questo legante, va da sé, è la lingua, una lingua molto connotata e personale, priva di soggezioni anzi spavalda, un pò giocata sul suono e sullo stupore (e non dico certo che sia un male), con un pò di piglio attoriale. Il risultato, a dover sintetizzare, è un lirismo fantastico, popolato di creature linguistiche rare o culte o forse inventate, vai a sapere, sempre interessante e anche divertente. I cui prodotti migliori, al di là del gusto personale con cui ho scelto i testi qui presenti (ma avrebbero potuto essere di più), sono quelli che secondo me realizzano un equilibrio tra spinte diverse, diciamo tra febbre della parola  e riconoscimento del fatto che quella stessa parola e la poesia che esprime  hanno un côté "sentimentale" e affettivo insopprimibile a cui a volte fa bene lasciarsi andare, ma senza tuttavia rinunciare alla voglia di sperimentare, costante in tutta la raccolta. (g.c.)

Gremita spunta dal basso

la fratta, e una scaglia

brucia d’un subito

pelle e ricordi;

frangente che ci coglie

recenti e inattesi

finché gli astri,

dilungati all’orizzonte,

si fanno più albi

delle case qui attorno.



***



L’astrantia minor scotolata

nella pastoia cilestra,

le ciglia piene d’angustia

addizioni della spesa quale memento

lo schermo acceso

e dimenticato,

le mattonelle di mezzorilievo

a rammentare che sempre

e poi sempre saranno oltre me.



***



I cuscini da sprimacciare

poggiati in verticale

e là sotto l’adagiata marina

con il suo mugolio ovattato,

il corridoio che si fa campo

prospettiva da definire

nel rituale di luci imbrigliate

alla strettoia breve, quanto

un amore da smemorare.



***



Si frantuma l’aria

con gli avanzi di tavola

e i trascesi crepuscoli,

cattedrale da stupire

perché rovina monotona

e quieta …


…allora la toccavi

la vivevi all’aperto,

distante da queste pareti

e dalla meridiana

riflessa sul pavimento.

Tra i formulari arcani

navigavi sguardi privi di rotta

non immaginando quali effigi

avrebbero fatto ala al tuo ingresso.



***



Il risveglio permane incerto

e chi in maniche di camicia

inizia a rastrellare vuoti d’aria

chi per burla ridisegna

i profili delle colline rosicate

e brunite dalle vampe della notte.



***



Il salotto buono,

come usammo definire,

indifferente alla mia frequentazione

alla nostra stanchezza,

le mani prive di pudore

quando sfogliano parole

sospette in tempi sospetti;

quando colgono il mormorio

delle case azuleñas

di là dalla gran moschea

e affondano negli sguardi delle Urì,

goccia per goccia,

e nelle cortine arabescate

che si rattoppano con pazienza…


…misere strenne mai ricambiate

ché un Lare v’indugia

e vi s’attarda facendone asilo

per i suoi sberleffi,

le manopole del gas

perigliosamente schiuse

i bicchieri implosi

il rintrono del cuore tuo

rasente il mio silenzio.



***



Fanno per rincasare aprendo

quel che basta i portoni vecchi

e per gli anditi opachi

sfiatano un ‘sera malmostoso,

i periti di murature

e controsoffitti a piombo.

Filarono i margini

del fascismo d’allora

e combinavano stereometrie

battendo mansueti e inveleniti

le puntazze sui rialzi di lavagna,

uno zelo senza entusiasmo

nei cantoni dei traffici a cottimo.

Come ieri, alloggiano

sulle parabole esterne e mugugnano

con le sopracciglia aggrottate

i rimasugli di quel tempo

chetando alla spedita

i garzoni ficcanaso.



***



Quanti i nomi

più che le identità da attribuire

ai rimpianti e ai rimorsi

quando affiorò

come un’endiadi

di nomi propri

- il patronimico, che suona

al modo di colei che sola a me par donna,

lo taccio in questa sorta di frottola -

epigrafi da scolpire

per rinnovati poi

nella narcosi del rassicurante anonimato,

allorché una mano s’allenta

scorrendo distratta

fondigli d’eloquenza.



***



L’indifferenza forse,

quella che come un ricatto

succede all’angoscia,

fu sospesa nel vento

che spirava dal fontanile di mare;

eppure sembrava tenerci al sicuro.

Il gioco potrebbe farsi crudele,

complice l’odore litoraneo

che rimonta mischiato

agli scarichi degli autocarri.

Mi lascio disgregare alla foschia

scordando il mio peso,

serrato da un sorriso

in assenza di un fine.



***



Le vestigia del simposio

la complessione del tuo viso

agli scarsi lumi,

la frugalità un poco rapita

da un sorso di sventatezza;

inquietante è la regolarità

dei rendez-vous e dei convegni.

Il giorno seguita nell’indugio,

si proroga tra biancheria intima

e odori di poc’anzi

e il bricco del tè

tace sull’ebollizione,

e non ne sapremo più nulla.

Ma sarebbe stato il primo

dei doveri da assolvere,

dopo esserti rivestita

un po’ tremante d’agitazione

o per l’umidità esterna.



***



Le viste,

svaporando distese d’ebano,

levano pareti come apogei.

Brezze friabili

per pochi minuti

camuffate da metà ottobre

abbozzano rughe

sulla scollatura

e le mosche, qui accasate,

si fanno più arzille dopo la fremuta

buriana di pioggia…


…e mai scorderemo l’aspetto

della contrada prima del sisma

le balte d’affreschi

nelle navate tardomanieriste

l’ansare che ruppe

la silenziosità

tra le screpole del peristilio.



***



A chi renderemo le grazie

per la penombra di passaggio

che per attimi

sfida la viscosa indolenza,

dopo esserci gustati

con la calefazione a fil di pelle,

ricordando che le poesie

non hanno sapore…


…lo avevi già detto

in una rara intervista

secoli fa

lo ripeti ancora

sloggiando il sudore sotto la doccia.

Le rime evaporano

dalle maioliche

in contrasto con i baci

senza dubbio più bagnati,

ma ci sono poesie

che un qualche odore

lo indossano

magari non particolare;

sanno d’acrilico alcune

sono muschiate altre

e di circostanza, come tarsie

a lacerare le future memorie.

Esci dal box

come una musa piangente, ora,

ed io vorrei visitare

i prossimi versi

come città disabitate.



***



Poi le appetite gocce

non lavano le pupille

ma giustificano

la linea dell’orizzonte;

con l’indice segui i contorni

della Corsica

debolmente sorpresa

perché la luce dell’inverno

è remota miglia e miglia,

ma sono neppure le sei

e un convoglio di merci

sferraglia gemiti mai uditi:

avessimo afferrato l’ultima luna,

l’avessimo bevuta

per acquietare la sciarra

di salebrosi cristalli

che da giorni affligge

questa nostra terra…


G. Cerrai, Mirko Servetti - Poesie tra Vespero e Lucifero, Old Imperfetta Ellisse, 23 settembre 2011

sabato 1 luglio 2023

Il problema della defascistizzazione si intreccia con la questione istituzionale


Man mano che risalgono la penisola, gli Alleati esercitano un'azione amministrativa e di controllo sui territori occupati <507, dirigono le operazioni militari, elaborano le strategie ritenute più idonee e stabiliscono i punti fondamentali dell'azione politica italiana. A partire dal processo di defascistizzazione.
L'armistizio firmato nelle acque di Malta il 29 settembre 1943 dal Maresciallo Badoglio e dal Generale americano Dwight D. Eisenhower è molto chiaro in proposito <508. Nella Conferenza di Mosca (ottobre-novembre 1943), inoltre, i ministri degli esteri degli Stati Uniti, del Regno Unito e dell'URSS “sono in completo accordo sul fatto che la politica alleata nei riguardi dell'Italia debba essere basata sul fondamentale principio che il fascismo, tutta la sua perniciosa influenza e tutto ciò che da esso deriva, deve essere totalmente distrutto” <509. Al punto 4) della Dichiarazione congiunta si legge che “Tutti gli elementi fascisti o filofascisti debbono essere rimossi dall'Amministrazione e dalle istituzioni e organizzazioni di carattere pubblico” e al punto 7) che “I capi fascisti e i generali dell'esercito conosciuti o sospetti per essere criminali di guerra debbono essere arrestati e consegnati alla giustizia” <510.
Su questa linea si muove, dunque, il Governo Badoglio. Nella riunione che si svolge a Brindisi il 24 novembre 1943, il Consiglio dei ministri approva uno schema di R.D.L. concernente lo scioglimento della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e alcuni progetti di massima di provvedimenti intesi, tra l'altro, ad “annullare nomine e promozioni dovute a meriti fascisti ed eliminare da tutte le amministrazioni squadristi, marcia su Roma, Sciarpa littoria, gerarchi e fascisti riconosciuti colpevoli di attentati alla libertà individuale, […] sostituire nelle cariche pubbliche i fascisti di cui i precedenti politici non rispondono alle esigenze dell'attuale momento e dello stato di guerra” <511. Nella riunione del 28 dicembre approva, inoltre, il R.D.L. sulla defascistizzazione. Il problema della defascistizzazione si intreccia con la questione istituzionale. Se il Governo Badoglio rappresenta in qualche modo la continuità dello Stato e, soprattutto, della Monarchia, i partiti del Comitato di Liberazione rappresentano invece, sia pure con posizioni diverse, le istanze di cambiamento e di discontinuità con il passato.
L'occasione per affrontare questi temi è costituita dal Congresso dei Comitati Provinciali di Liberazione, la “prima espressione della opinione collettiva dei Partiti dell'Italia liberata”, che si tiene a Bari nei giorni 28 e 29 gennaio 1944. Già nei giorni che precedono l'inizio del Congresso emergono le diverse posizioni sui temi che catalizzano l'attenzione delle forze politiche. Il sottosegretario all'Interno, Vito Reale, interviene sulla questione istituzionale e, a proposito del re, dichiara: “Io ho fiducia nella sua saggezza, e sono sicuro che quando si manifesteranno le necessarie condizioni egli compirà il gesto che l'Italia aspetta da lui. Ma sostengo anche che tale gesto non si può compiere se non a Roma con l'aiuto di tutti i partiti nazionali, quando dal Campidoglio noi potremo parlare all'Italia” <512.
Anche Badoglio ritiene che la questione vada affrontata in un secondo momento, quando, dopo aver cacciato i tedeschi, si potrà consultare il paese con elezioni generali. Di diverso avviso è l'ingegnere Giuseppe Laterza il quale, a nome dei liberali, chiede “la più radicale e pronta defascistizzazione del Paese, non fatta però da fascisti o filo-fascisti, e … quindi l'immediata abdicazione di Vittorio Emanuele III come vero preludio, a garanzia che la misura non ammette eccezioni, e sia perseguita con il rigore dovuto, cominciando doverosamente dall'alto e non dal piccolo untorello” <513. Il rappresentante del Partito d'Azione, l'avvocato De Philippis e quello del Partito Socialista, il ragioniere Giuseppe Larecchiuta, sono sulle stesse posizioni. Anche l'esponente comunista Vito Pappagallo chiede l'abdicazione poiché “dal territorio occupato dai nazisti ci giungono queste voci: noi difendiamo le nostre case, i nostri averi; ma come pretendete voi che facciamo una guerra di liberazione contro il tedesco, quando vediamo che la liberazione significherebbe tornare sotto il Re che ha sanzionato il fascismo, firmato il patto d'acciaio e attorno al quale si sono concentrate tutte le forze vecchie della reazione; i vecchi e i nuovi fascisti?” <514. Infine, la richiesta di abdicazione è sostenuta dal dottor Natale Lojacono, per la Democrazia Cristiana, anche se giunge subito la smentita delle sezioni di Brindisi, Lecce e Taranto le quali si dichiarano contrarie. Completa il quadro il messaggio ai congressisti inviato da Roma dal Comitato Centrale di Liberazione: “In questa lotta (dei partigiani) è assente il governo che, dopo la fuga del Re da Roma, non ha saputo organizzare la partecipazione effettiva della nazione alla guerra, né ha contribuito alla resistenza nell'Italia occupata. Questo governo deve sparire! La posizione da voi presa e quella assunta dal nostro Comitato Centrale per la costituzione di un governo straordinario che assuma tutti i poteri costituzionali dello Stato, senza compromettere la concordia popolare sulla forma istituzionale, rappresentano la condizione indispensabile perché l'Italia conduca con necessario vigore la guerra fino alla vittoria ed assicuri il proprio avvenire” <515.
Questi temi vengono ripresi, nel corso del dibattito, anche da Benedetto Croce, da Carlo Sforza, da Vincenzo Arangio-Ruiz. Il 29 viene approvata la mozione finale: “Il Congresso, udita ed approvata la relazione di Arangio-Ruiz sulla politica interna; ritenuto che le condizioni attuali del paese non consentono la immediata soluzione del problema istituzionale; che però, presupposto innegabile della ricostruzione morale e materiale italiana è l'abdicazione immediata del Re, responsabile delle sciagure del paese […] dichiara la necessità di pervenire alla composizione di un governo con i pieni poteri del momento di eccezione e con la partecipazione di tutti i partiti rappresentati al Congresso […]. Delibera la costituzione di una Giunta esecutiva permanente alla quale siano chiamati i rappresentanti designati dei partiti componenti i Comitati di Liberazione […]” <516.
Mentre comincia a definirsi la politica dei Comitati di liberazione e, nello stesso tempo, comincia a prendere forma, almeno nelle deliberazioni, il “governo dei partiti”, il maresciallo Badoglio prosegue la sua attività governativa essendo, tra l'altro, l'unico referente istituzionale a livello internazionale. A tal proposito, nella riunione del Consiglio dei ministri del 10 febbraio, annuncia l'avvenuta firma, da parte del generale Alexander, del documento relativo alla restituzione all'Amministrazione italiana di alcune zone di territorio occupato dalle forze alleate. Si tratta della parte della penisola italiana a sud dei limiti settentrionali delle Province di Salerno, Potenza e Bari e delle isole adiacenti, escluse Pantelleria, Lampedusa e Linosa. Il Governo Italiano, in virtù della condizione di “cobelligerante”, a seguito della dichiarazione di guerra alla Germania formulata il 13 ottobre 1943, può pertanto esercitare la propria legittima sovranità sui territori restituiti. In realtà, gli Alleati pongono una serie di condizioni che, di fatto, continuano a limitare il governo e la Monarchia nell'esercizio delle loro funzioni e prerogative. Oltre al diritto di disporre di mezzi, servizi e impianti; detenere o richiedere che il Governo Italiano tenga in custodia prigionieri di guerra e civili internati; istituire Tribunali Militari Alleati; requisire proprietà pubblica e privata; rioccupare tutto il “Territorio non occupato” o qualunque parte di esso in qualunque momento, gli Alleati dispongono che “Tutte le spese derivanti dal mantenimento delle truppe o di altro personale entro il “Territorio non occupato” saranno imputabili al Governo Italiano in conto spese di occupazione” <517. E così, ciò che è già avvenuto nell'Italia occupata dai tedeschi, avviene anche nell'Italia liberata dagli anglo-americani. Se la Repubblica Sociale Italiana, inoltre, ha una capitale effimera (Salò), il Regno d'Italia non è ancora ritornato nella Capitale Eterna. Tuttavia, l'11 febbraio, la sede del Governo viene trasferita, anche in questo caso per volontà degli Alleati, da Brindisi a Salerno <518.
[NOTE]
507 Vedi: Rassegna dell'attività del governo militare alleato e della commissione alleata in Italia: dal 10 luglio 1943, il giorno D in Sicilia, al 2 maggio 1945, giorno della resa tedesca in Italia, Istituto romano di arti grafiche Tumminelli, Roma 1945. Vedi anche: Resoconto delle attività svolte dal Governo militare alleato e dalla Commissione alleata di controllo in Italia, presentazione di L. Mercuri, Roma, Fiap, 1976. Vedi, inoltre, David W. Ellwood, L'alleato nemico. La politica dell'occupazione anglo-americana in Italia 1943/1946, Feltrinelli, Milano 1977.
508 “Punto 29) Benito Mussolini, i suoi principali associati fascisti e tutte le persone sospette di aver commesso delitti di guerra o reati analoghi, i cui nomi si trovino sugli elenchi che verranno comunicati dalle Nazioni Unite e che ora o in avvenire si trovino in territorio controllato dal Comando militare alleato o dal Governo italiano, saranno immediatamente arrestati e consegnati alle Forze delle Nazioni Unite. Tutti gli ordini impartiti dalle Nazioni Unite a questo riguardo verranno osservati. Punto 30) Tutte le organizzazioni fasciste, compresi tutti i rami della milizia fascista (MVSN), la polizia segreta (OVRA) e le organizzazioni della Gioventù Fascista saranno, se questo non sia già stato fatto, sciolte in conformità alle disposizioni del Comandante Supremo delle Forze Alleate. Il Governo italiano si conformerà a tutte le ulteriori direttive che le Nazioni Unite potranno dare per l'abolizione delle istituzioni fasciste, il licenziamento ed internamento del personale fascista, il controllo dei fondi fascisti, la soppressione della ideologia e dell'insegnamento fascista. Punto 31) Tutte le leggi italiane che implicano discriminazioni di razza, colore, fede od opinione politica saranno, se questo non sia già stato fatto, abrogate, e le persone detenute per tali ragioni saranno, secondo gli ordini delle Nazioni Unite, liberate e sciolte da qualsiasi impedimento legale a cui siano state sottomesse. Il Governo italiano adempirà a tutte le ulteriori direttive che il Comandante Supremo delle Forze Alleate potrà dare per l'abrogazione della legislazione fascista e l'eliminazione di qualsiasi impedimento o proibizione risultante da essa”, Ministero degli Affari Esteri, Documenti relativi ai rapporti tra l'Italia e le Nazioni Unite (luglio-novembre 1943), Roma, 1945, citato in Elena Aga Rossi, Una nazione allo sbando. L'armistizio italiano del settembre 1943 e le sue conseguenze, cit., pp. 234-235.
509 http://cronologia.leonardo.it/document/doc0121.htm
510 http://www.lasecondaguerramondiale.com/conferenza-di-mosca.html
511 Verbali del Consiglio dei ministri: luglio 1943-maggio 1948. 1. Governo Badoglio: 25 luglio 1943-22 aprile 1944, a cura di Aldo G. Ricci, Presidenza del Consiglio dei Ministri. Dipartimento per l'informazione e l'editoria, Roma 1994, p.70.
512 Citato in Agostino Degli Espinosa, Il Regno del Sud, Editori Riuniti, Roma 1973 [1ª edizione 1946], p.307.
513 Idem, p. 308.
514 Ibidem
515 Idem, p. 317
516 Idem, pp. 326-327. La Giunta Esecutiva risulta così composta: Francesco Cerabona per la Democrazia del Lavoro, Vincenzo Arangio-Ruiz per il Partito Liberale, Paolo Tedeschi per il Partito Comunista, Vincenzo Calace per il Partito d'Azione, Angelo Raffaele Jervolino per la Democrazia Cristiana, Oreste Longobardi per il Partito Socialista.
517 Verbali del Consiglio dei ministri: luglio 1943-maggio 1948. 1. Governo Badoglio: 25 luglio 1943-22 aprile 1944, a cura di Aldo G. Ricci, cit., p. 182.
518 Vedi Massimo Mazzetti, Salerno capitale d'Italia, Ed. Beta, Salerno 1971. Vedi anche 1944: Salerno capitale. Istituzioni e società, a cura di Augusto Placanica, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1986.
Antonio Gioia, Guerra, Fascismo, Resistenza. Avvenimenti e dibattito storiografico nei manuali di storia, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Salerno, Anno Accademico 2010-2011