sabato 22 marzo 2025

Michele Sindona entra per la porta principale nell'azionariato dell'Unione


Una delle ultime pagine del Libro dei soci della Banca privata finanziaria riferisce che il primo marzo del 1974, su richiesta della Banca Unione di Milano, 7 milioni e mezzo di azioni, che rappresentano l'intero capitale sociale della Banca sono stati trasferiti a nome della Banca unione <23. Di fatto Privata finanziaria è stata venduta o “incorporata“ nella Banca Unione. In seguito a questo provvedimento seguono altri riferimenti inerenti gli annullamenti di azioni sotto vincolo di cauzione degli ex amministratori o dei consiglieri dell'istituto di via Santa Maria Segreta. La fusione tra i due istituti bancari è l'avvisaglia dell'imminente crack. In seguito alla crisi della valuta statunitense Sindona vede implodere il suo sistema bancario ed è costretto a chiedere la fusione dei due istituti.
L'acquisto della Banca Unione è più tardivo rispetto alla Privata che era già controllata nel '61. Nonostante una carriera prodigiosa, bisogna aspettare il '68 per assumere il controllo della Banca Unione, istituto che per certi versi ricorda la Privata (anche in questo caso si tratta di una banca mista <24) ma con una clientela più selezionata e con una storia che inizia sul finire del secondo decennio del Novecento.
La nascita dell'istituto è legata alla famiglia Feltrinelli e all'attività economica che si era andata sviluppando sul finire dell'ultimo decennio dell'Ottocento con la fondazione della Banca Feltrinelli assieme alla famiglia Colombo, prima, grazie ai proventi del commercio e della lavorazione dei legnami, poi per merito dell'operazione di salvataggio della Edison, che lega indissolubilmente la figura di Carlo Feltrinelli alla prima azienda Elettrica d'Italia e al mondo della produzione dell'industria elettrica <25.
Banca unione viene fondata il 27 ottobre 1919, la prima assemblea si svolge presso i locali della Banca Feltrinelli <26 con un capitale di 20 milioni di lire <27, la famiglia Feltrinelli controlla il 15 per cento del capitale azionario <28, altra importante quota azionaria è controllata da imprese di costruzione (la cui presenza tradisce la transizione da Banca Feltrinelli a Banca Unione, all'interno delle attività della famiglia Feltrinelli). Il maggior azionista (25 per cento) è il Credito Italiano. A partire dal '57 è direttore Enrico Marchesano <29.
Un radicale cambiamento nella composizione del portafoglio azionario è registrato in un dei tre Libri dei soci ancora consultabili <30 che si apre <31 il 13 novembre 1968 con il trasferimento di 56.787 azioni intestate alla signora Antonella Feltrinelli d'Ornesson trasferite alla Moizzi e C di Ernesto Moizzi in via Verdi 7 a Milano.
Da questo momento <32 iniziano a comparire trasferimenti alla Common Market Securities SA domiciliata in Lussemburgo (Comarsec). Nella primavera del '69 continuano le girate, stavolta direttamente alla Banca privata finanziaria <33.
A partire da quest'operazione Michele Sindona entra per la porta principale nell'azionariato dell'Unione, prendendo il posto dei discendenti del fondatore dell'Istituto, liberando il Vaticano dalla scomoda convivenza con l'editore di sinistra Giangiacomo Feltrinelli <34.
La cessione dei titoli da parte di Carlo Feltrinelli è stata oggetto di speculazioni <35 ma il carteggio con Cesare Merzagora, amico della coppia, già in rapporti con Sindona, getta luce sulle modalità con le quali l'avvocato di Patti entrò nel capitale di Banca Unione.
I rapporti di Merzagora con l'entourage di Banca unione sono stretti e lontani nel tempo come dimostra la consistenza documentale di carteggi presenti nel suo archivio con varie personalità legate all'istituto ma anche ad azionisti come nel caso dei d'Ormesson <36.
[NOTE]
23 Libro dei soci di Banca privata finanziaria, 1 marzo 1974, Archivio Banca privata italiana, f.62, b. 15. p. 24.
24 Come recita l'articolo 2 dello statuto della banca “la Società ha per oggetto l'esercizio del Credito. Essa potrà quindi compiere con l'osservanza delle disposizioni di legge vigenti, sia per conto proprio che per conto terzi, tanto in Italia che all'Estero, qualsiasi operazione bancaria, mobiliare ed immobiliare, prestare fideiussioni, avalli, cauzioni, interessarsi e partecipare sotto qualsiasi forma in altre Società, Ditte, Aziende priva ed in qualsiasi affare finanziario, commerciale o industriale.” Statuto della Banca Unione, Archivio Banca Privata Italiana, fascicolo 36, scatola 7 presso Archivio Camera di Commercio di Milano.
25 cfr. http://www.treccani.it/enciclopedia/carlo-feltrinelli_%28Dizionario-Biografico%29/ e Carlo Feltrinelli, Senior Service, Milano, Feltrinelli 1999.
26 Libro verbale Assemblea dei soci dal 27.10.19 al 17,02.32, Archivio Banca privata italiana, fascicolo 36, scatola 7, presso Archivio Camera di Commercio di Milano. Lo statuto parla di filiali nelle colonie, questo ad indicare i campi d'azione di una banca (il cui carattere è racchiuso nel motto presente nello stemma dell'istituto “In unione fortitudo”, suggerendo che nella complessità vi è la forza dell'istituto). La durata della società è fissata in avanti, al 31 dicembre del 2000. Viene contemplata la possibilità di aumenti di capitale ma è esclusa “di massima” l'emissione di azioni privilegiate ad aventi diritti diversi da quelli delle precedenti azioni”, ripresa chiaramente quando afferma che “ogni azione dà diritto ad un voto”.
27 Il consiglio di amministrazione è formato da Federico Ettore Bulgarotti, Carmine Albino, Carlo Feltrinelli, Giacomo Feltrinelli, Francesco Pasquinelli, Giovanni Prestini, Federico Tobbler. (alla data della fondazione dell'istituto Carlo Feltrinelli è ancora solo commendatore, nella fondazione di Banca privata finanziaria è grande ufficiale).
28 con 6000 azioni. Il portafoglio è costituito da: Bulgarotti (100 azioni), Carmine Albino (100), Carlo Feltrinelli (6000), la Società anonima “Cantieri milanesi” (2000), Società di costruzioni e di imprese fondiarie (2000), Società costruzioni moderne (2000), Giuseppe Feltrinelli (8000), Società anonima G. Gorio per afffari coloniali (6400), Federico Tobbler (200), Francesco Pasquinelli (500), Giovanni Prestini (1000), Augusto Rovigli (500), Credito Italiano (10.000).
29 cfr, http://www.treccani.it/enciclopedia/enrico-marchesano_%28Dizionario-Biografico%29/
30 Sfortunatamente l'Archivio della Camera di Commercio non possiede tutti i Libri dei soci, manca il secondo e il terzo, ma il quarto ci consente di ricostruire l'entrata di Sindona sino alla dissoluzione del capitale sociale e azionario che porta al crack e al commissariamento (atto questo con cui si chiude il successivo registro).
31 Libro dei soci di Banca Unione, volume n. 4, dal 13/11/1968 al 29/12/1970, Archivio Banca Privata Italiana, fascicolo 33, scatola 6. La stessa cartella contiene un appendice documenti fino al 1982.
32 ibidem, annotazione del 20 marzo 1969 su un passaggio di 3840 azioni, cui segue annotazione in stessa data per 1200 azioni trasferite dalla Moizzi e C di Moizzi Ernesto alla Comarsec.
33 annotazione del 2 maggio (per 200 titoli), 9 Maggio (66 azioni), cui si aggiungono nella stessa data altre 67, e ulteriori 67 azioni, il 28 maggio 200 azioni (forse riconducibili all'entourage di Merzagora).
34 Paolo Panerai-Maurizio De Luca, Il crack: Sindona, la DC, il Vaticano e gli altri amici, Milano, Mondadori, 1975, p. 81. La presenza di Giangiacomo Feltrinelli nell'azionariato dell'istituto era causa di disagio per la Santa Sede legata da lungo periodo alla famiglia per via dei titoli azionari. L'ambasciatore della Santa Sede d'Ormesson, discendente dell'aristocrazia nera francese, si era sposato con Antonella Feltrinelli.
35 Alberto Statera riporta la testimonianza di Massimo Spada: «La Banca Unione era controllata dalla famiglia Feltrinelli. Ma nel 1961 l'istituto per le Opere di Religione, al termine di una trattativa fra l'avvocato Enrico Marchesano e me, aveva acquistato dalla Montecatini una partecipazione inferiore al 20 per cento. A un certo punto, il gruppo Feltrinelli e il gruppo d'Ormesson - un d'Ormesson aveva sposato una Feltrinelli - decisero di vendere le loro quote all'avvocato Sindona». Statera conclude che era stato il Vaticano a chiedere di comprare quelle azioni, cui poi aggiunse quelle rilevate dalla Bastogi, perché si trovava in grandissimo imbarazzo per avere come socio l'extraparlamentare di sinistra Giangiacomo Feltrinelli. Alberto Statera, Storia di preti e di palazzinari, L'Espresso 1977, p. 67-68. Questa tesi è ripresa da Ori che sostiene che attraverso i d'Ormesson viene persuasa la sorella di Giangiacomo Feltrinelli a cedere il suo pacchetto d'azioni a Michele Sindona. Ori sostiene altresì che Sindona rileva il pacchetto della Bastogi e mette insieme il 53% togliendo d'incomodo l'imbarazzante personaggio ai finanzieri vaticani. Angiolo Silvio Ori, I faraoni di Milano, Bologna, 1970, p. 30. In, Benny Lai, Finanze vaticane. Da Pio XI a Benedetto XVI, Soveria Mannelli, Rubettino, 2012, p. 126, riporta una Conversazione del cardinale Vagnozzi nella quale il prelato dichiara: «S'è supposto che il Vaticano fosse grato a Sindona per averlo liberato da una scomoda convivenza societaria con i parenti dell'editore dell'ultrasinistra. Non è vero. Lo Ior aveva sempre rifiutato di vendere la quota dell'Unione acquistata da Massimo Spada nel 1960, una quota pari al 16 per4 cento». La testimonianza di Bagnozzi avvalora maggiormente la lettera di Merzagora di cui sopra, se non vi fosse stato l'intervento del senatore, Sindona non sarebbe arrivato all'Unione. Il disagio della Santa Sede nel coinvolgimento dello Ior e di Spada a tutta la vicenda del banchiere è più un problema giornalistico che storico. Quel che conta è la stima di Merzagora che gli consente di impossessarsi del pacco dei Feltrinelli attraverso il quale controlla l'istituto.
36 La corrispondenza esaminata nell'Archivio Merzagora, conservato presso L'archivio Storico della Presidenza della Repubblica, copre un arco temporale che va dal finire degli Cinquanta alla metà degli anni Ottanta, decennio ancora non consultabile.
Ottavio D'Addea, Michele Sindona e l'economia italiana, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, 2016

sabato 15 marzo 2025

Tutto è piatto, uguale

Amsterdam. Foto: Gian-Maria Lojacono

Amsterdam è come nei film: i canali, i ponti, i suonatori di strada, le donne esposte nei sexy shops.
 

Den Haag (L'Aia). Foto: Gian-Maria Lojacono

Altre cose in Olanda mi hanno attirato soprattutto nei paesi: gli zoccoli di legno, il gioco dei bambini col cerchio, i villaggi-canale con le barche ormeggiate da anni, con i gerani rossi e le tendine di pizzo alle finestre.
 

Den Haag (L'Aia). Foto: Gian-Maria Lojacono

I mulini a vento che pompano ancora acqua per prosciugare le campagne, i banchetti di fiori di mille colori e, più di ogni cosa, le biciclette.
Ci sono da noi paesi padani dove tutti hanno una bicicletta.
 

Amsterdam. Foto: Gian-Maria Lojacono

Ma in Olanda c'è qualcosa di più: ci sono enormi parcheggi per biciclette vicino alle stazioni, ma anche box su misura coperti e con serratura e agli incroci semafori per le piste ciclabili con le biciclette rosse e verdi.
 

Den Haag (L'Aia). Foto: Gian-Maria Lojacono

E ci sono biciclette per famiglie numerose dove i posti per i bambini sono almeno due; si capisce perché la classica bici da città si chiama olandese.
 

In una pinacoteca di Den Haag (L'Aia). Foto: Gian-Maria Lojacono

Le dighe dello Zuiderzee chiudono bracci di acqua che erano mare e quasi oceano; le barche a vela ormeggiate danno ancora l'idea del mare in tempesta.
Quando ghiaccia, tutto diventa una enorme pista di pattinaggio, soprattutto per i bambini.
Tutto è piatto, uguale; le colline più alte sono i cavalcavia.
Capisco van Gogh scappato verso il sole di Arles, i suoi girasoli e le ciucche di assenzio.
Arturo Viale, Viaggi, Alzani - Pinerolo, 1993, pp. 51,52 

Altre pubblicazioni di Arturo Viale: I sette mari. Storie e scie di navi e di naviganti e qualche isola, Book Sprint Edizioni, 2024; Punti Cardinali. Da capo Mortola a capo Sant'Ampelio, Edizioni Zem, 2022; La Merica...non c'era ancora, Edizioni Zem, 2020; Oltrepassare. Storie di passaggi tra Ponente Ligure e Provenza, Edizioni Zem, 2019; L'ombra di mio padre, 2017; ViteParallele, 2009; Quaranta e mezzo; Storie&fandonie; Ho radici e ali; Mezz'agosto, 1994.
Adriano Maini

domenica 9 marzo 2025

Anche la destra “impolitica” aveva creduto di poter godere dell’indiscriminato appoggio degli Usa


Dopo il mancato raggiungimento del premio di maggioranza nel 1953 - che naturalmente avrebbe evitato problemi di allargamento della base democratica - il risentimento degli Stati Uniti nei confronti della Dc aumentò esponenzialmente. Troppo soft nella lotta al comunismo, troppo succube della Chiesa cattolica e poco saldo nel difendere il libero mercato dalle tentazioni stataliste, il partito di De Gasperi e Fanfani era ormai lontano dai successi del ’48. I contatti dell’ambasciata con la destra vanno letti nel quadro della generale delusione provocata dalla Dc.
Al centro dei colloqui con Covelli e Lauro c’era la possibilità di costruire una destra democratica, occidentale ed europeista. Il voto di fiducia e il sostegno a provvedimenti decisivi come la Ced ne avrebbero accelerato l’evoluzione. Come si è visto, l’ambasciatrice Clare Boothe Luce tentò a più riprese di favorire i consensi del Pnm per i traballanti governi centristi o di favorire, con la dovuta cautela, la nascita di un nuovo partito alla destra della Dc. Tuttavia, un’apertura alla destra monarchica così com’era - nostalgica, antimoderna e visceralmente ostile al quadripartito - non interessava <11.
La mancata evoluzione in senso democratico ed europeista del Pnm, timoroso di perdere il proprio elettorato nostalgico, indispettì i funzionari dell’ambasciata. I monarchici, inoltre, erano irritati per la scarsa attenzione ricevuta dagli Usa, sia dal punto di vista finanziario che propagandistico. Secondo Lauro e Covelli, gli Stati Uniti avrebbero dovuto essere entusiasti di sostenere e sponsorizzare un partito connotato da un acceso anticomunismo.
Dopo la scissione del 1954, com’è noto, il potere contrattuale delle due formazioni diminuì. E l’approccio degli Usa si fece più pragmatico. Esaurite le speranze di una destra di ampio respiro - sia territoriale che ideale - monarchici (e missini) tornavano utili solo per intercettare voti estremisti. Dovevano rimanere, quindi, confinati al Sud e rimarcare la propria nostalgia della Corona e del passato regime. Analizzando la copiosa documentazione prodotta dall’ambasciata, si può dire che i contatti coi monarchici fossero volti a cercare una maggiore stabilità e non, semplicemente, a riacutizzare lo scontro <12.
Insomma, né l’idea di destra monarchica che aveva l’ambasciata, né l’idea di America che avevano i monarchici corrispondevano alla realtà. Entrambe le prospettive non avevano tenuto conto di tutti i fattori e impedivano, in fondo, di comprendere chi c’era dall’altra parte.
Tutto ciò non fece che acuire la frustrazione degli Usa e l’attesa di forze nuove in campo. Su questo un possibile terreno d’intesa sembrò concretizzarsi con la destra “carsica”, lontana dalle logiche di Palazzo e dalle lotte tra partiti. La comunanza di vedute tra l’ambasciatrice e Montanelli, per esempio, è impressionante. In particolare, tra il 1953 e il 1954, traspariva l’insofferenza per la Dc e i suoi alleati, così come l’avanzata delle sinistre suscitava viva preoccupazione. Ma era l’intero arco dei partiti erede del Cln a destare perplessità.
Più complesso era trovare una soluzione condivisa che non fosse una generica attesa di “forze sane”. La predisposizione di una destra culturale, di alcuni imprenditori e di settori della burocrazia a sacrificare la democrazia in nome dell’anticomunismo non nascose una fedeltà atlantica ben superiore alla lealtà costituzionale.
Proposte del genere, mai sostenute dal governo italiano, non incontrarono i favori degli Stati Uniti. D’altra parte, lo stesso Montanelli riconosceva che le «pregiudiziali democratiche» americane erano troppo forti <13. In più occasioni, Clare Boothe Luce aveva affermato che si trattava di un problema interno e che gli Usa avevano fatto già molto. Del resto, gli industriali italiani non godevano di buona fama presso l’ambasciata. A parte gli amici personali, Cini su tutti, la classe imprenditoriale venne più volte accusata di riproporre la mentalità del ventennio e di ostacolare il cammino della libera impresa. Emblematico è il fatto che a muoversi fossero solo imprenditori con un background fascista, nonostante l’insistenza americana verso tutta la categoria.
Dunque, anche la destra “impolitica” - in questo simile a monarchici e missini - aveva creduto di poter godere dell’indiscriminato appoggio degli Usa. Da qui una serie di fraintendimenti e delusioni, derivanti dalle proposte irricevibili formulate dagli italiani e dalla convinzione che l’anticomunismo fosse il criterio e non un criterio con cui gli americani si rapportavano al nostro Paese.
Naturalmente, tale convinzione era assai radicata anche a sinistra. L’idea prevalente era che ogni anticomunismo fosse destinato «alla fine a rivelarsi funzionale al fascismo, a diventare fascismo» <14. In quest’ottica, l’operato degli Stati Uniti non poteva che essere interpretato come una dannosa ingerenza. Tanto che nell’Inchiesta sull’anticomunismo del ’54 gli americani venivano perfino incolpati dell’attentato a Togliatti: «neanche l’hitlerismo era arrivato a una forma così diretta e clamorosa di intervento nella vita di altri Stati e di incitamento al delitto». E ancora: "Ciò che gli imperialisti americani soprattutto hanno assimilato e fatto proprio, completamente e senza residui, è il metodo hitleriano di fondare apertamente sull’anticomunismo tutta una politica estera, la quale tende ad assoggettare al loro dominio tutti i popoli e dare agli Stati Uniti la direzione suprema degli affari e delle ricchezze dell’universo intiero" <15.
La realtà era ben diversa. Tenendo conto dei vari limiti interpretativi richiamati, il lascito dell’azione statunitense - in termini di richieste, pressioni e rifiuti - nei confronti della destra è positivo. Se ne può concludere che la presenza degli Stati Uniti ha influito, peraltro molto meno di quanto comunemente creduto, sia sul nostro antifascismo che sul nostro anticomunismo.
I tentativi di stemperare i caratteri più ideologici dell’antifascismo - ossia l’anticapitalismo e la percezione di una perenne minaccia fascista - si sono declinati da un lato nella proposta di una destra europeista e democratica e, dall’altro, nell’accento sulla libera impresa. Piuttosto scarse sono state le risposte dei partiti politici e della società di fronte a queste sollecitazioni <16.
Per quel che riguarda l’anticomunismo del blocco centrista, «non produsse mai l’attenuarsi o il venir meno nel partito cattolico e nei suoi alleati di una larga, effettiva, pregiudiziale antifascista» <17.
Va ricordato che gli Usa non premettero mai per la legittimazione della destra nostalgica. Grazie alla fermezza di Washington, chi aveva cercato di percorrere strade alternative non ha trovato una sponda all’ambasciata. Sicché l’anticomunismo italiano, puntellato ma non estremizzato da quello americano, ha scoraggiato improbabili soluzioni autoritarie che avrebbero minato i fondamenti della nostra giovane democrazia. Anzi, ne ha preservato l’essenza stessa lottando, oltre che col comunismo, con la discutibile equivalenza tra democrazia e antifascismo.
[NOTE]
11 È opinione anche di una personalità certo non vicina alle posizioni dell’ambasciata come Colby, si veda W. Colby, La mia vita nella Cia, Mursia, Milano, 1996, p. 86.
12 Su questo punto adottiamo una chiave interpretativa diversa da quella proposta da Nuti, secondo cui l’approccio dell’ambasciata - e in particolare della Luce - non era volto ad allargare la maggioranza, ma a mantenere l’avversario
sotto pressione, si veda L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 18.
13 Così Montanelli descriveva l’atteggiamento degli Usa il 20 maggio 1954, si vedano S. Gerbi, R. Liucci, Lo stregone. La prima vita di Indro Montanelli, Einaudi, Torino, 2006, p. 300; S. Lupo, Partito e antipartito, cit., p. 110.
14 Il riferimento principale è L. Lombardo Radice, Fascismo e anticomunismo. Appunti e ricordi 1935-1945, Einaudi, Torino, 1947. Si veda E. Galli della Loggia, La perpetuazione del fascismo e della sua minaccia, cit., p. 233.
15 Inchiesta sull’anticomunismo, «Rinascita», a. XI, n. 8-9, agosto-settembre 1954, p. 524. Il paragrafo è significativamente intitolato "L’anticomunismo americano continua e perfeziona Mussolini e Hitler".
16 Sulla diffusione del modello americano in Italia resta insuperata l’analisi di P. Scoppola, La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema politico (1945-1996), Il Mulino, Bologna, 1997, pp. 319-322. Per approfondimenti si veda D. Ellwood, A. Lyttelton (a cura di), L’America arriva in Italia, «Quaderni storici», a. XX, n. 58, aprile 1985.
17 E. Galli della Loggia, La perpetuazione del fascismo e della sua minaccia, cit., p. 242.
Federico Robbe, Gli Stati Uniti e la Destra italiana negli anni Cinquanta, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2009-2010

lunedì 3 marzo 2025

L’evolversi delle vicende belliche del secondo conflitto mondiale portò quindi l’Abruzzo a ritrovarsi proprio lungo la «linea del fuoco» fino al giugno 1944



In Abruzzo «tra l’11 e il 20-25 settembre, i tedeschi assunsero dunque il controllo di molte località della regione e di tutti i maggiori centri di comunicazione» <46 mentre in assenza di ordini, tutti gli apparati militari italiani - sia la flotta che le sessanta divisioni dell’esercito con 1 milione e 700 mila uomini <47 - «si sciolsero con fulminea rapidità; le caserme e gli acquartieramenti furono abbandonati in massa da ufficiali e soldati, molti dei quali si vestirono da civili e con un’unica preoccupazione: raggiungere le proprie case. Chi non aveva lasciato le postazioni venne affrontato, disarmato e catturato dai tedeschi: cominciò la loro odissea sui carri bestiame che li avrebbe condotti nel lager tedeschi» <48. In questo stesso periodo, si risolse anche la polemica a distanza tra Rommel <49 e Kesselring <50 in merito alla strategia da adottare per contrastare l’avanzata alleata. Il primo riteneva che «convenisse ai tedeschi ritirarsi sulla linea Pisa-Rimini, la più breve come larghezza dell’intera penisola, facilmente difendibile potendosi appoggiare agli Appennini tosco-emiliani» <51. Kesselring invece, che aveva visto sperimentare «in Sicilia la tattica di una ritirata graduale tutto sommato redditizia, non aveva alcuna intenzione di abbandonare l’Italia meridionale e centrale, che offrivano altrettante possibilità di valida difesa grazie a fiumi e catene montuose disposte trasversalmente lungo le direttrici dell’avanzata alleata» <52. A prendere la decisione finale fu Hitler in persona che il 2 ottobre ordinò che «la linea Gaeta Ortona (posizione B) [… doveva essere] «difesa con decisione». Questo orientamento [… venne] poi ribadito da successive disposizioni dello stesso tenore e infine, nella seconda metà di novembre, dal richiamo di Rommel in Germania, con il conseguente passaggio della Wehrmacht in Italia agli ordini del solo Kesselring» <53. Nei fatti, per l’Artese, «Hitler rimase tuttavia titubante fino all’ultimo se affidare o meno a Kesselring l’incarico di comandante delle forze tedesche in Italia» e solo «il 21 novembre gli affidò i pieni poteri su tutte le truppe delle tre armi della Wermacht e delle Waffen S.S. impegnate come forze di terra, sulle forze navali impegnate nelle operazioni, e sulle parti dell’organizzazione Todt impegnate in Italia» <54. Mentre Rommel «fu richiamato dall’Italia e destinato alla difesa del «Vallo atlantico» in allestimento sulle coste nordorientali francesi. Kesselring diventava così l’incontrastato «signore della guerra» <55.
La strategia del Feldmaresciallo, approntata il 12 di settembre e resa operativa il 30 dello stesso mese, era incentrata su di «un vero e proprio sistema difensivo (su cui attestare le forze della 10a Armata tedesca <56). Esso consisteva in una successione di linee tattiche ritardatrici, coincidenti in gran parte con le vallate di alcuni fiumi appenninici. Le linee erano designate da postazioni fortificate e punti topografici e indicavano la direzione di importanti terreni tattici: su di esse - a seconda delle necessità - sarebbero state realizzate fortificazioni leggere da campagna o più articolati dispositivi organizzati di difesa. La condotta tedesca in Italia, stabilita da Kesselring il 2 ottobre e poi definita dalla [sic!] direttive di Hitler del 4 ottobre, perseguiva ora come obiettivo principale l’arresto dell’offensiva alleata a sud della linea Gaeta-Ortona; con una relativa elasticità di azione, determinata dai possibili mutamente della situazione tattica. E i massicci montuosi dell’Appennino centro-meridionale, incisi da anguste valli sovente trasversali alla catena, offrivano in quel momento un eccellente terreno di difesa, senza dubbio il migliore lungo la penisola italiana» <57. Scrisse Kesselring: «la «linea Gustav» venne notevolmente rafforzata nei settori soggetti prevedibilmente ad attacchi e trasformata in un sistema di fortificazioni in profondità a compartimenti successivi, per renderla atta a sostenere qualsiasi prova» <58.
In quel periodo il Molise ebbe il triste primato di essere attraversato da tutte le linee ritardatrici e da quella difensiva costruite nel Sud dai tedeschi. Questa situazione costrinse la popolazione a vivere «tra due fuochi», da una parte gli occupanti teutonici e dall’altra gli alleati che tentavano la risalita verso Nord <59. Delle provincie abruzzesi, due si ritrovarono ad essere attraversate dalla Gustav lungo «la dorsale del bacino Sangro-Aventino e successivamente dell’Alento» <60: l’area a sud est della provincia aquilana a ridosso di Roccaraso e l’area centrale della provincia di Chieti da Palena fino ad Ortona.
A favorire l’attestamento delle truppe tedesche e il mantenimento delle posizioni per i mesi successivi, concorsero senza dubbio alcune caratteristiche morfologiche del territorio - i massicci montagnosi, le gole impervie, i torrenti impetuosi - nonché le condizioni meteo di una stagione invernale particolarmente inclemente - l’aggettivo usato da Churchill fu «infame» <61 - con piogge insistenti, nevicate a media quota e nebbie fitte che «si susseguono per giorni e giorni da novembre a febbraio, avvolgendo uomini e cose in un’atmosfera grigia, oppressiva ed inospitale» <62. Annotò ancora Churchill nelle sue memorie che dopo «un anno di ritirate quasi ininterrotte in Africa, in Sicilia e nell’Italia meridionale, le truppe tedesche furono liete di voltarsi e cominciare a combattere» <63.
L’evolversi delle vicende belliche del secondo conflitto mondiale portò quindi l’Abruzzo a ritrovarsi proprio lungo la «linea del fuoco» <64, fino al giugno 1944: dal cielo i bombardamenti alleati, da terra «le ben più devastanti distruzioni germaniche» <65 e le loro severissime disposizioni alle popolazioni occupate, avallate e troppo spesso sostenute, come già detto, dalle forze italiane fasciste della Repubblica di Salò. Fu proprio l’individuazione di un duplice nemico - tedesco e fascista - che caratterizzò la Resistenza italiana che, come scrisse Bobbio, fu "«un movimento di liberazione non solo dallo straniero, ma anche da un regime che aveva […] da vent’anni […] soppresso tutte le libertà costituzionali, e infine gettato l’Italia disarmata e nolente nel rogo dell’incendio nazista. Nella maggior parte dei paesi in cui si sviluppò un movimento di resistenza, questo fu esclusivamente un momento patriottico di guerra allo straniero. In Italia la Resistenza fu insieme un movimento patriottico e antifascista, contro il nemico esterno e contro il nemico interno; ebbe il duplice significato di lotta di liberazione nazionale (contro i tedeschi) e politica (contro la dittatura fascista), per la riconquista dell’indipendenza nazionale e della libertà politica e civile. Fu contemporaneamente una lotta su due fronti, contro due avversari, che mirava contemporaneamente a due risultati: restituire l’Italia all’indipendenza, non diversamente da quel che fu il compito della Resistenza olandese o danese, e restaurare il regime democratico che il fascismo aveva soppresso»" <66.
Tornando all’Abruzzo, Costantino Felice scrisse che venne «a trovarsi a ridosso del fronte nel momento in cui dai supremi comandi alleati - stando a quanto dichiarato dal capo dell’aviazione americana - si [… decise] di far entrare in azione «con tutta la sua potenza» la flotta aerea statunitense, bombardando la penisola in modo da «scompigliare il flusso di rifornimenti e di rinforzi ai tedeschi e di isolare le comunicazioni ferroviarie e stradali» <67. Il 27 agosto, Sulmona - «importante nodo ferroviario sulla linea Pescara-Roma, oltre che sede di rilevanti servizi militari e di un’industria bellica» <68 - subisce il primo attacco. Quattro giorni più tardi è la volta di Pescara che riportò «centinaia di morti e feriti» nonché ingenti distruzioni materiali <69. In breve tempo a subire bombardamenti furono tutti i centri abruzzesi di una qualche rilevanza strategica - come Avezzano nella cui vicina Massa d’Albe si stabilì il comando delle 10a armata tedesca - ma anche centri più defilati come Teramo, nonché «una infinità di paesetti montani e collinari» <70. Devastanti le ripercussioni sulla popolazione che oltre all’impatto di morte, distruzioni e terrore, conobbero anche una «condizione psicologica inscrivibile, nelle sue grandi linee, in quel quadro di «disperata angoscia mortale» ben noto in psicopatologia» <71.
Dal canto loro le forze tedesche misero in atto, la tattica della «terra bruciata»: «non solo abbattere ponti, strade, ferrovie, porti, per creare ostacoli e difficoltà alla marcia del nemico, ma annientare ogni possibile condizione di vita, radere al suolo centri abitati e casolari di campagna, azzerare qualunque fonte di sostentamento, col proposito deliberato di non lasciare dietro di sé che macerie e campi minati. Interi paesi e villaggi di montagna una volta divenuti indifendibili, [… vengono] minati e fatti saltare in aria» <72. Detto metodo fu applicato nelle forme più «esasperate e brutali» <73, sui paesi rientranti nell’ampia fascia a ridosso della Gustav tra i quali l’ordine di evacuazione dei civili, - il cui primo ordine venne emanato il 24 ottobre dal prefetto di Chieti su disposizione di Kesselring. Questa disposizione indicava di liberare dalla «presenza dei civili una fascia di territorio profonda dieci chilometri «al di qua della linea di combattimento principale» e altri cinque aldilà di essa, nonché ulteriori cinque chilometri lungo la costa» <74. «Sennonché» - scrive Costantino Felice - «la quasi totalità dei comuni chiamati in causa, 16 per la precisione <75, risponde che il piano è inattuabile, mancando, per una tale massa di persone, i mezzi di trasporto e di sostentamento. Vengono proposti in alternativa sfoltimenti limitati e scaglionati. Le autorità tedesche insistono. Alla data però dell’8 novembre, ultimo giorno fissato per la partenza, soltanto un terzo di quanti hanno ricevuto il foglio di via si è realmente allontanato» <76. Non sopportando più ulteriori ritardi, vengono allora inviate dal comando tedesco «le pattuglie della Wehrmacht che armi in pugno costringono, spesso nel giro di poche ore, intere comunità all’abbandono totale delle proprie case, trasformate poi in macerie dalle mine»77. Decine di migliaia di persone furono così costrette, prive di ogni bene, a lasciare le proprie abitazioni e «ad avventurarsi in lunghe e incerte peregrinazioni alla ricerca di un rifugio; secondo gli approssimativi calcoli delle autorità ecclesiastiche chietine, per esempio, oltre 200 000 nella zona dei combattimenti e altre 100 000 nelle immediate retrovie» <78.
Al contempo venne diramata una direttiva in base alla quale le truppe dovevano sostentarsi «esclusivamente a spese del paese» e la campagna doveva «essere completamente depredata soprattutto di carne ed ortaggi». L’ordine prevedeva anche l’imperativo: «Agire senza scupoli!» <79. Come ribadito da Kesselring, la Wehrmacht doveva raggiungere «una quasi completa autarchia» <80. Ne conseguirono «interminabili e odiose razzie di viveri e di altri generi» <81. «Particolarmente nefaste» - scrive Costantino Felice - «sono le conseguenze delle razzie nel settore zootecnico, principale e spesso unica fonte di sostentamento in ampie zone dell’Abruzzo montano. A un certo momento se ne preoccupano le stesse autorità repubblicane, che pure normalmente - in questo campo forse più che in altri - sono prone ai comandi tedeschi. Il questore di Pescara, ad esempio, si lamenta che le requisizioni di bestiame avvengano senza alcun criterio né censimento preventivo. E qui si parla di quelle ufficiali, giacché le arbitrarie, al di fuori persino di ogni normativa di guerra, erano ben più gravi e depauperanti. In provincia di Teramo si calcola che il «prelievo» mensile potesse aggirarsi sui 650 bovini e 2000 ovini. Significativo è poi quanto riferisce il prefetto dell’Aquila: prima dello «sfascio» seguito all’armistizio in provincia si contavano 522.222 pecore, di cui 274 000, transumanti, di proprietà dei grossi armentari, e le rimanenti, a carattere stanziale, appartenenti a piccoli allevatori; quando egli scrive (24 marzo 1944) non ne restavano che 100000, con migliaia di pastori e altri addetti nell’«indotto» finiti miseramente sul lastrico. Nella sola cittadina di Castel di Sangro (circa 4500 abitanti) nel giro di tre giorni - ricorda l’arciprete Francesco Catullo - vengono razziati ben 400 suini, cui poi ne seguono altri 700 ancora» <82.
Non bastasse, i tedeschi avviarono fin da subito il rastrellamento di uomini in considerazione del fatto che «le barriere offerte dalla natura, per quanto solide e sicure, non bastano: occorrono, […] fortificazioni e difese artificiali. […] Ecco allora le continue richieste di braccia - fatte sempre attraverso le autorità e gli uffici italiani - per i cosiddetti servizi del lavoro» <83. Il primo bando in questo senso «(per tutti gli uomini dai 18 ai 33 anni obbligo tassativo di presentarsi entro cinque giorni ai comandi militari […]), firmato dallo stesso Kesselring, è datato 18 settembre 1943» <84. Del 26 settembre 1943 quello emanato dal prefetto di Chieti <85, con tanto di minacce ai disobbedienti, che avrebbero subito il trattamento secondo le «leggi germaniche di guerra»86. «Le normali vie amministrative dei bandi e degli avvisi pubblici non ottengono però che scarsissimi risultati. E dunque, di fronte alla resistenza popolare, per avere manodopera a scopi paramilitari» non rimasero che compiere «atti di forza» e «razzie». Non venne «risparmiato nessuno, anche se inadatto o addirittura inabile». La promessa poi, di salari più elevati rispetto ai normali, spinse alcuni a «presentarsi spontaneamente» alla chiamata <87.
Un «ulteriore indicatore delle condizioni psicologiche e materiali in cui il popolo subisce l’occupazione tedesca e il dominio nazifascista è dato dal diffuso rifiuto di arruolarsi nell’esercito e negli altri servizi della Repubblica sociale. Anche questo settore di coercizione con il tempo andrà facendosi progressivamente più cupo e persecutorio, coinvolgendo non soltanto i singoli renitenti ma anche i loro familiari: genitori, mogli, figli e parenti in genere. Le forme di pressione e ricatto [… furono] molteplici: confisca dei beni, ritiro di licenze commerciali, chiusura di esercizi, arresto, deportazione, fino alla pena di morte (decreto 18 febbraio 1944)» <88. Il rifiuto a combattere per Hitler e per Mussolini, «sebbene non sempre frutto di una consapevole scelta antifascista, diventa anche in Abruzzo, come nel resto d’Italia […], un fenomeno di massa» <89.
È in questo contesto che si formano le bande partigiane abruzzesi «senza un disegno prestabilito, solo per rispondere a elementari bisogni di sopravvivenza e autodifesa». La grandissima maggioranza degli uomini, rifiutando di servire la Rsi e al tempo stesso «consapevoli dei patimenti e dell’incerto destino cui si sarebbe andati incontro con i servizi del lavoro», preferirono «darsi alla fuga» abbandonando i centri abitati e «a gruppi o singolarmente, si disperdono per i boschi e le campagne, rincontrandosi poi, nottetempo, in qualche luogo precedentemente designato. È in queste circostanze, alla macchia, che molto spesso si pone ineludibile l’esigenza di doversi organizzare e difendere, visto anche che in scontri con i tedeschi c’è chi ci rimette la vita» <90.
[NOTE]
46 Giovanni Artese, La guerra in Abruzzo e Molise 1943-1944. Le battaglie del Biferno, del Trigno e dell’Alto Volturno. L’avanzata dell’8a Armata fino al fiume Sangro, Vol. I, Casa Editrice Rocco Carabba, Lanciano, 1993, pp.83-84.
47 Cfr. Rick Atkinson, Il giorno della battaglia. Gli alleati in Italia 1943-1944, Mondadori, Milano, 2008, p. 231.
48 Gianni Rocca, L’Italia invasa 1943-1945, cit., p. 98. «Con la dissoluzione dell’esercito e la fine della breve illusione di uscire dal conflitto e di schierarsi tempestivamente dalla parte degli angloamericani, togliendosi di dosso il marchio di nemico sconfitto, l’intero paese fu abbandonato alla violenta vendetta dei tedeschi, che repressero sanguinosamente ogni tentativo di reazione da parte dell’esercito italiano e punirono con la deportazione e l’internamento in Germania circa 750.000 militari italiani», Elena Aga Rossi, Una nazione allo sbando 8 settembre 1943, il Mulino, Milano, 2003 [prima ed. 1993], p. 25.
49 Allora a capo del gruppo di armate stanziatisi nel nord Italia.
50 Allora capo delle forze tedesche nell’Italia Meridionale. «Gli Alleati conoscevano bene il feldmaresciallo Albert Kesselring. Come comandante tedesco di grado più elevato nel Mediterraneo, di fatto la controparte di Eisenhower, era l’uomo che aveva impedito agli anglo-americani di conquistare rapidamente la vittoria in Tunisia […]. In apparenza Kesselring dipendeva dagli italiani (era il contentino concesso a Mussolini nel 1939, alla firma del Patto d’acciaio, per lusingarne il senso di proprietà sul Mediterraneo), ma in realtà riservava la sua lealtà a Hitler, «il salvatore della Germania dal caos», e aveva imparato da tempo a chiudere gli occhi davanti agli aspetti meno piacevoli del regime nazista. […] Cinquantasettenne, Kesselring aveva un sorriso smagliante, espressione della sua bonomia bavarese: i soldati lo chiamavano «Albert il sorridente». «Kesselring è un inguaribile ottimista» aveva detto Hitler il 20 marzo «e noi dobbiamo fare attenzione a che l’ottimismo non lo accechi». […] La sua strategia era imperniata sull’idea di tenere la guerra il più lontano possibile dalla Germania: da aviatore sapeva benissimo quali sarebbero state le conseguenze per Monaco, Vienna, Berlino se gli anglo-americani avessero conquistato delle basi in Italia. A differenza di molti altri generali tedeschi, compreso il rivale Erwin Rommel, Kesselring riteneva che si potesse difendere tutta l’Italia, se gli italiani avessero fatto la loro parte. E pensava che l’avrebbero fatta, anche se la sua italofilia era temperata dal sarcasmo. «Gli italiani si accontentano facilmente» diceva. «In realtà hanno soltanto tre vere passioni: il caffè, le sigarette e le donne». Quanto ai militari, non erano «soldati nell’anima». Già verso la fine della primavera Kesselring aveva definito «d’argilla» le difese siciliane», Rick Atkinson, Il giorno della battaglia. Gli alleati in Italia 1943-1944, cit., p. 111.
51 Gianni Rocca, L’Italia invasa 1943-1945, cit., pp. 77-78.
52 Ibidem.
53 Costantino Felice, Dalla Maiella alle Alpi. Guerra e Resistenza in Abruzzo, cit., pp. 3-4.
54 Giovanni Artese, La guerra in Abruzzo e Molise 1943-1944. Le battaglie del Sangro. La battaglia del Moro e di Ortona. I combattimenti nell’area a nord di Venafro, Vol. II, Edigrafital Edizioni Grafiche Italiane, Teramo, [1994?], p. 9.
55 Gianni Rocca, L’Italia invasa 1943-1945, cit., p. 117.
56 «Al 1[°] ottobre 1943, la 10a Armata tedesca non disponeva che di 8 divisioni, per un totale di 60.443 combattenti, “compresi quelli momentaneamente assenti”. Il XIV Panzerkorps contava 917 ufficiali, 6220 sottufficiali e 26.636 soldati, per un totale di 33.773 uomini; il LXXVI Panzerkorps 672 ufficiali, 4342 sottufficiali e 19.763 soldati, per un totale di 24.777 uomini; e l’Oberkommando della 10a Armata 57 ufficiali, 256 sottuficiali e 1580 uomini di truppa, pari a 1893 in totale», Giovanni Artese, La guerra in Abruzzo e Molise 1943-1944, Vol. I, cit., p. 99.
57 Ivi, pp. 95-96. «Le maggiori linee tattiche ritardatrici previste per l’autunno-inverno 1943-44, erano note alla 10a Armata tedesca di von Vietinghoff con i nomi di Viktor, Barbara e Bernhard. La linea Viktor seguiva generalmente i fiumi Volturno, Calore e Biferno. Essa correva attraverso la penisola da Castel Volturno, sulla costa occidentale, per Guardia-S. Giuliano-Campodipietra-Casacalenda-Guglionesi; e raggiungeva la costa orientale circa due chilometri a sud di Termoli. La linea Barbara, più a nord, correva da Mondragone, sulla costa ovest, verso Teano-Presenzano-Colli a Volturno-Sessano e quindi, seguendo il corso del fiume Trigno, giungeva a San Salvo, sulla costa est. Entrambe queste linee erano state progettate per sostenere un’azione di retroguardia di breve periodo, in vista del rafforzamento della linea Bernhard. Quest’ultima correva da vicino Minturno, sulla costa occidentale, lungo il basso Garigliano e poi attraverso Mignano-Venafro-Castelnuovo a Volturno-Alfedena-Roccaraso; quindi, superando il piano delle Cinquemiglia e il massiccio della Maiella, essa raggiungeva la costa orientale a nord del Sangro, nei pressi di Fossacesia. Sorta come semplice linea ritardatrice, la Bernhard, in seguito allo sviluppo degli avvenimenti, sarebbe stata rafforzata fino a divenire la più importante del sistema difensivo tedesco. Durante l’inverno 1943-44, caduti i bastioni avanzati, essa fu approfondita con le posizioni della linea Gustav (Garigliano-Cassino-Alfedena-Stazione di Palena-Maiella-Guardiagrele-Orsogna-Ortona) e, sul solo versante tirrenico, dalla linea Hitler o Senger (Fondi-Pontecorvo-Monte Cairo-S. Biagio-Alfedena). L’intero complesso venne poi più semplicemente indicato dagli alleati con il nome di “Winter Line” (Linea invernale tedesca). Le speranze di Kesselring erano riposte soprattutto nella linea Bernhard, che avrebbe dovuto essere messa in stato di difesa non prima del 1[°] novembre. Egli riteneva che la 10a Armata potesse mantenerla a lungo fino al nuovo anno, ciò che avrebbe consentito di creare solide fortificazioni sulla linea Gustav, concepita per la resistenza ad oltranza. Era chiaro tuttavia che la Bernhard poteva essere mantenuta ad una sola condizione: che le forze tedesche tenessero il passo di Mignano e la Quota 1170, perno dell’intero sistema», ivi, pp. 96-97.
58 Albert Kesselring, Memorie di guerra, cit., p. 218.
59 Giovanni Cerchia, Lungo la linea Gustav, in Id. (a cura di), Il Molise e la guerra totale, Cosmo Iannone editore, Isernia, 2001, pp. 34 e ss.
60 Costantino Felice, Guerra Resistenza Dopoguerra in Abruzzo, cit., p. 104.
61 Winston Churchill, La Seconda guerra mondiale. La morsa si stringe. La campagna d’Italia, Parte V, Vol. I, Mondadori, Milano, 1951, p. 258.
62 Costantino Felice, Dalla Maiella alle Alpi. Guerra e Resistenza in Abruzzo, cit., pp. 4-5,
63 Winston Churchill, La Seconda guerra mondiale. La morsa si stringe. La campagna d’Italia, cit., p. 257.
64 Costantino Felice, Dalla Maiella alle Alpi. Guerra e Resistenza in Abruzzo, cit., p. 8. «Il fronte sarebbe tornato a spostarsi, per poi fermarsi di nuovo sulla «Gotica», solo con l’offensiva del giugno 1944», ibidem.
65 Ivi, p. 12.
66 Norberto Bobbio, Eravamo ridiventati uomini. Testimonianze e discorsi sulla Resistenza in Italia, Einaudi, Torino, 2015, pp. 58-59.
67 Costantino Felice, Guerra Resistenza Dopoguerra in Abruzzo, cit., p. 105.
68 Ibidem. Soprattutto la «Dinamite Nobel nella vicina Pratola [Peligna] che con la guerra acquista crescente importanza», Costantino Felice, Dalla Maiella alle Alpi. Guerra e Resistenza in Abruzzo, cit., p. 9.
69 Costantino Felice, Guerra Resistenza Dopoguerra in Abruzzo, cit., pp. 105-106.
70 Ivi, p. 106.
71 Costantino Felice, Dalla Maiella alle Alpi. Guerra e Resistenza in Abruzzo, cit., p. 12.
72 Costantino Felice, Guerra Resistenza Dopoguerra in Abruzzo, cit., p. 121.
73 Ibidem.
74 Costantino Felice, Dalla Maiella alle Alpi. Guerra e Resistenza in Abruzzo, cit., p. 66.
75 Lanciano, Ortona a Mare, Francavilla al Mare, San Vito Chietino, Rapino, San Martino sulla Marrucina, Orsogna, Castelfrentano, Poggiofiorito, Frisa, Rocca San Giovanni, Fossacesia, Treglio, Filetto, Guardiagrele e Mozzagrogna. A questi paesi, soggetti allo sgombero totale, se ne aggiungevano altri otto - San Giovanni Teatino, Miglianico, Torrevecchia Teatina, Tollo, Arielli, Crecchio, Casacanditella e Pretoro - interessati solo per una porzione più o meno ampia del loro territorio. Cfr. ibidem.
76 Ibidem.
77 Costantino Felice, Guerra Resistenza Dopoguerra in Abruzzo, cit., pp. 122-123.
78 Costantino Felice, Dalla Maiella alle Alpi. Guerra e Resistenza in Abruzzo, cit., p. 67.
79 Gianni Rocca, L’Italia invasa 1943-1945, cit., p. 116.
80 Albert Kesselring, Memorie di guerra, cit., p. 218. Il 12 settembre Kesselring, capo allora del settore Sud, emana un’ordinanza in cui l’area è definita «territorio di guerra» soggetto alle «leggi di guerra tedesche», Costantino Felice, Guerra Resistenza Dopoguerra in Abruzzo, cit., p. 108, n. 183.
81 Ivi, p. 108.
82 Costantino Felice, Dalla Maiella alle Alpi. Guerra e Resistenza in Abruzzo, cit., pp. 59-60.
83 Costantino Felice, Guerra Resistenza Dopoguerra in Abruzzo, cit., p. 109.
84 Costantino Felice, Dalla Maiella alle Alpi. Guerra e Resistenza in Abruzzo, cit., pp. 61-62.
85 Cfr. Costantino Felice, Guerra Resistenza Dopoguerra in Abruzzo, cit., p. 109.
86 Costantino Felice, Dalla Maiella alle Alpi. Guerra e Resistenza in Abruzzo, cit., p. 62.
87 Ibidem.
88 Ivi, p. 50.
89 Ibidem.
90 Ivi, p. 65.
Fabrizio Nocera, Le bande partigiane lungo la linea Gustav. Abruzzo e Molise nelle carte del Ricompart, Tesi di Dottorato, Università degli Studi del Molise, Anno Accademico 2017-2018

lunedì 24 febbraio 2025

I colletti bianchi e l'affare di Ronchetto sul Naviglio

Milano: Via Vincenzo Monti

Il quadrilatero della droga
Seguendo La Rosa, gli investigatori arrivarono a monitorare uno strano giro di persone nei pressi del Pio Albergo Trivulzio, la storica casa di cura milanese per anziani che sarebbe stata al centro anche di Mani Pulite. Tra Via Anguissola, Via Cagnoni, Via Palma e Via fra' Galgario vi era per ore un via vai di gente, tra cui spiccavano personalità come Luigi Bonanno, Francesco Sergi, Saverio Morabito e Antonio Papalia, questi ultimi esponenti di spicco della 'ndrangheta originari di Platì e domini incontrastati tra Corsico e Buccinasco. Proprio a seguito di questo successivamente l'area venne ribattezzata il quadrilatero della droga. Tra gli immobili frequentati assiduamente dagli habitué del quadrilatero vennero individuati anche tre immobili che venivano utilizzati per lo stoccaggio e la gestione dei carichi di stupefacenti (Via Creta n.6, Via Ricciarelli n.1, Via Telesio n.2).
Il 9 marzo 1989 la squadra di De Caprio fermò Domenico Palazzolo, ragazzo semilibero dal carcere che durante il giorno, durante la pausa pranzo, frequentava la via, sequestrandogli 2 kg di eroina in un pacchetto che gli era stato consegnato da Zacco <943. Seguendo proprio quest'ultimo, il 28 aprile successivo, i carabinieri arrivarono fino a un vecchio fabbricato industriale in Via Salis 4 a Milano, nel quartiere della Comasina, il cui cancello venne aperto dal futuro protagonista assoluto dell'inchiesta: Toni Carollo <944.
Zacco e altri indagati rimasero all'interno dell'area per quasi tre quarti d'ora, poi uscirono, scortando una Volvo fino all'ingresso della tangenziale: poco prima Zacco e il suo accompagnatore si staccarono del corteo, mentre la Volvo continuò la sua strada finché non incontrò un blocco della Squadra Mobile (provocato dai Carabinieri) e dopo un breve inseguimento l'auto venne perquisita e i militari sequestrarono oltre 10 kg di eroina al suo conducente, Antonio Arena.
Tra il 9 marzo e il 23 maggio gli inquirenti eseguirono quattro sequestri tra stupefacenti e denaro: oltre a quello del 28 aprile, prima vi era stato il 24 il sequestro di 10 milioni di lire a Gaspare Girgenti, mentre il 17 maggio gli inquirenti avevano messo le mani su 248 milioni e 265mila lire in contanti posseduti dal trafficante jugoslavo Momcilo Nikolic. Dopo ben 4 sequestri in due mesi e mezzo, Zacco e i suoi capirono che non potevano trattarsi di semplici casi scollegati e, quindi, trasferirono il baricentro delle proprie attività al Bar Viviana di Via Zurigo 4, poco distante dal Quadrilatero, e fino a maggio tennero un basso profilo <945.
I colletti bianchi e l'affare di Ronchetto sul Naviglio
L'ingresso nelle indagini di Carollo, all'epoca incensurato, portò gli inquirenti ad individuare altri due luoghi, utilizzati per le riunioni: la sede della Monti Immobiliare Srl di Sergio Coraglia in via Vincenzo Monti 55 a Milano e il cantiere della Novedil Srl di Carollo a Lainate.
Dopo l'entrata in vigore del nuovo Codice di Procedura Penale, il 24 ottobre 1989, che introdusse l'utilizzo delle intercettazioni ambientali ai fini d'indagine, dal 29 novembre al 15 febbraio 1990 i Carabinieri intercettarono i vari membri dell'organizzazione, piazzando una microspia anche nella baracca della Novedil e da lì emerse il legame con insospettabili imprenditori come Gaetano Nobile e Sergio Coraglia. Nobile era un ingegnere palermitano, massone, titolare di una serie di società immobiliari e finanziarie a Milano, Palermo e Firenze, alcune delle quali vennero individuate come lo "schermo" dietro cui Carollo manteneva la titolarità di un'area agricola a Ronchetto sul Naviglio <946. Sergio Coraglia, invece, era un costruttore che con la sua Monti Immobiliare aveva costruito palazzi in tutto l'hinterland milanese e dal processo emerse una stabilità di rapporti coi Carollo già ai tempi di Gaetano, a cui aveva infatti affittato la villetta di Liscate <947.
Nell'ambito dei colletti bianchi, il 2 dicembre 1989 entrò nell'indagine anche Adriano Cremascoli, per un periodo venditore di case per conto di Coraglia, in quel momento factotum della Monti Immobiliare. In quell'incontro, i Carabinieri intercettarono in particolare Carollo riferirsi a Nobile come un uomo mio, confermando le ipotesi investigative degli inquirenti. Poco dopo sempre Carollo spiegò a Cremascoli l'origine di 750 milioni di lire che erano entrati nel giro degli amici-imprenditori: erano seppelliti sotto due metri di terra da quattro anni, tenuti nascosti in attesa di un buon business su cui investire, che in questo caso era rappresentato da un'area agricola situata a Ronchetto sul Naviglio.
Sempre conversando con Cremascoli, Carollo affermò «sono stato io ad aver voluto la Edilmoro» <948, cioè una delle società intestate all'imprenditore-prestanome, e sul terreno di Ronchetto sul Naviglio confidò al suo interlocutore di essere stato lui ad averlo venduto a Coraglia e che a breve vi sarebbe stata "la firma", ma senza entrare nel dettaglio, cosa che fece in un'intercettazione ambientale con Salvatore Cangelosi, cognato di Gaetano Fidanzati <949:
«Sto facendo la convenzione che è alla firma di Schemmari, sono andato a firmare la convenzione, ora ho chiesto protezione politica e l'ho trovata. Io là ho un contatto con Pillitteri, il sindaco di Milano, ci chiamiamo giornalmente per [...] fissare [...] accelerando questa pratica qua [...] difatti è alla firma di Schemmari, e dovrebbe firmare oggi o domani, dovrebbe firmare. Ma nel giro di quattro o cinque anni verrebbero edificabili altri 5mila metri cubi, chiaramente con un prezzo politico, poi andremo a suddividere tra noi».
I nomi fatti da Carollo erano due pezzi da novanta della "Milano da bere": Paolo Pillitteri, come abbiamo visto, era il sindaco socialista della città e cognato di Bettino Craxi, mentre Attilio Schemmari era l'assessore all'Urbanistica, socialista della corrente dell'ex-sindaco Aldo Aniasi e indicato all'epoca come successore di Pillitteri alla carica di Sindaco <950.
Dalle intercettazioni emerse che gli interlocutori a cui Nobile si era rivolto per ottenere la firma di Schemmari che valeva mezzo miliardo di lire erano Salvatore Spinello, gran maestro della Gran loggia di piazza del Gesù, detto "il professore", in affari con il costruttore catanese Carmelo Costanzo (uno dei c.d. cavalieri dell'Apocalisse Mafiosa di cui parlò Pippo Fava), e compagno di Anita Garibaldi, pronipote dell'eroe dei due mondi e componente della direzione nazionale del PSI <951.
Nonostante le pressioni, la firma tardava ad arrivare, così il 25 gennaio 1990 Nobile chiamò la Garibaldi a Roma, la quale precisò subito di non essersi dimenticata di lui, ma che la persona con cui lei aveva parlato non seguiva personalmente la cosa ed essendoci la campagna per le amministrative era preso da quella. L'identità del pezzo da novanta con cui la Garibaldi riuscì a parlare per appena 2 minuti e da cui dipendeva lo sblocco della faccenda venne identificato dalle indagini come Pillitteri <952.
[NOTE]
943 Sentenza di 1° grado Duomo Connection, p. 47.
944 Ivi, p. 61.
945 Ivi, p. 72.
946 Portanova, Rossi, Stefanoni, op. cit., p. 237.
947 Si veda Sentenza di 1° grado Duomo Connection, Capitolo “I rapporti di Nobile e Coraglia con il latitante Gaetano Carollo”, p. 247 e ss.
948 Ivi, p. 100.
949 Ivi, p. 102.
950 Rossi, Portanova, Stefanoni, op.cit., p. 239.
951 Sentenza di 1° grado Duomo Connection, p. 728.
952 Ivi, p. 732.
Pierpaolo Farina, Le affinità elettive. Il rapporto tra mafia e capitalismo in Lombardia, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2019-2020 


giovedì 13 febbraio 2025

La visione futura del Paese da parte di Marchesi


Nonostante l’occupazione ed il clima politico poco sicuro per un membro comunista, Concetto Marchesi rimase al rettorato fino al suo discorso di inaugurazione del 722° anno accademico, tenuto il 9 novembre del 1943 in Aula Magna. Fu il primo avvenimento pubblico in cui il rettore dell’Università prese posizione contro il regime fascista, anche se in maniera ambigua, celata, come si analizzerà meglio in seguito. Ciononostante, questo discorso, come il successivo appello agli studenti del 1 dicembre, consegnato clandestinamente tramite volantini, diventò emblematico all’interno della memoria collettiva e universitaria sulla Resistenza padovana.
Prima che la cerimonia di inaugurazione del 9 novembre iniziasse, ci fu l’ingresso di un manipolo di studenti fascisti in armi, il cui leader salì di forza sul palco, invitando tutti i presenti ad arruolarsi per la repubblica di Salò. Subito dopo subentrarono Marchesi e Meneghetti che li scacciarono fuori dall’Aula Magna. Ciò, secondo le memorie degli studenti Bruno Trentin, figlio di Silvio Trentin, e Maria Carazzolo, fece riscaldare gli animi degli studenti antifascisti. Successivamente, calmatasi la situazione, il rettore iniziò il suo discorso, che in sé era molto significativo. In primis, mise in evidenza il ruolo dell’università come “rocca dove ogni nazione e ogni gente raduna le sue più splendide e feconde energie perché l’umanità abbia nel suo cammino un sostegno e una luce; essa è la rocca che domina o alimenta il mondo tutto del lavoro”, ribadendo il concetto espresso nel motto, probabilmente coniato da lui, di Patavina libertas <62, ovvero la libertà nella ricerca e nel sapere di cui continuava ad essere secolare garante l’Università. Il concetto nel discorso si legava velatamente anche alla tradizionale autonomia dell’Ateneo di poter, in questo caso, decidere che posizione politica prendere: quella democratica, sempre in virtù della libertà di ricerca e di dibattito.
La parte più interessante però era l’ultima, in cui si rivolgeva agli studenti, la futura classe dirigente italiana: “Giovani, confidate nell’Italia. Confidate nella sua fortuna se sarà sorretta dalla vostra disciplina e dal vostro coraggio: confidate nell’Italia che deve vivere per la gioia e il decoro del mondo, nell’Italia che non può cadere in servitù senza che si oscuri la civiltà delle genti. In questo giorno 9 novembre dell’anno 1943 in nome di questa Italia dei lavoratori, degli artisti, degli scienziati, io dichiaro aperto l’anno 722° dell’Università padovana.” <63
Considerando che tra i presenti in Aula c’era il ministro dell’Educazione nazionale Biggini, anche se in veste privata, il richiamo agli studenti fu magistralmente calcolato per non destare troppo nell’occhio ai nazifascisti. Il concetto espresso nel passaggio: “Confidate nell’Italia che deve vivere per la gioia e il decoro del mondo, nell’Italia che non può cadere in servitù senza che si oscuri la civiltà delle genti” ha un significato letterale ambivalente. Biggini, per esempio, lo interpretò come un segnale di apprezzamento alla repubblica di Salò, quando invece era un messaggio velato, rivolto a una riscossa antifascista. Luciano Canfora avrebbe infatti definito questo discorso un capolavoro di linguaggio polisemico <64.
La conclusione, nonostante fosse frutto della retorica altisonante del tempo, era rivolta ad un’Italia “dei lavoratori, degli artisti, degli scienziati”, senza soffermarsi sulla monarchia, rendendo più chiara la visione futura del Paese da parte di Marchesi: uno stato democratico, finalmente libero dal giogo fascista, grazie al merito della nuova generazione di Italiani, che avrebbe riscattato le colpe dei padri tramite la Resistenza. Questo divenne un punto esplicito nel finale dell’Appello agli studenti del 1 dicembre 1943, dove incitava alla Resistenza armata: “Studenti: mi allontano da voi con la speranza di ritornare a voi maestro e compagno, dopo la fraternità di una lotta assieme combattuta. Per la fede che vi illumina, per lo sdegno che vi accende, non lasciate che l’oppressore disponga della vostra vita, fate risorgere i vostri battaglioni, liberate l’Italia dalla schiavitù e dall’ignominia, aggiungete al labaro della vostra Università la gloria di una nuova più grande decorazione in questa battaglia suprema per la giustizia e per la pace nel mondo.” <65
Già a novembre, dopo il discorso in Aula Magna, il latinista catanese si era dimesso dal rettorato ed era entrato in clandestinità, grazie al prezioso aiuto di Ezio Franceschini, suo assistente a Padova che in quel periodo aveva ottenuto una cattedra alla Cattolica di Milano. Non poteva rimanere in città, era troppo rischioso, considerando soprattutto che il suo appartamento era confinante con la sede ministeriale di Biggini. Dopo essersi rifugiato a Milano, si trasferì definitivamente a Lugano e con Franceschini organizzò un’associazione clandestina in aiuto alla Resistenza: la “Fra.Ma.”.
Quest’ultima ebbe il difficilissimo compito all’interno del biennio ’43-’45 di tessere e mantenere costanti i contatti di informazioni tra gli Alleati e i diversi CLN, soprattutto quello veneto, guidato da Meneghetti, che, rimasto l’unico del direttorio a Padova, divenne una figura centrale nell’organizzazione della Resistenza sul territorio padovano.
Silvio Trentin, infatti, venne catturato dai fascisti il 19 novembre del 1943 e morì poco dopo per l’aggravarsi della sua malattia cardiaca.
La Fra.Ma. aveva, poi, anche altri compiti, ancora più ardui: quello di facilitare, qualora ve ne fosse bisogno, il passaggio degli Alleati o dei partigiani in Svizzera, facendoli rimanere inosservati; di trasportare viveri e munizioni dagli alleati alle brigate partigiane; infine quello di attuare procedure sul salvataggio di ostaggi sia alleati che partigiani. <66
Anche queste mansioni erano parte integrante, se non fondamentale, dalla Resistenza stessa. In più, molto spesso erano incaricate le donne a compiere questi rischiosi lavori di collegamento epistolare: le cosiddette staffette furono anch’esse protagoniste del biennio di lotta. Purtroppo per molto tempo la storiografia sulla Resistenza non ha dato loro l’attenzione che avrebbero meritato, anche se ultimamente sta crescendo l’interesse verso questa tematica. <67
[NOTE]
62 Cfr. Guglielmo Monetti, Concetto Marchesi e la ‘libertas’, nella collana Patavina Libertas. Una storia europea dell’Università di Padova (1222-2022). Libertas, tra religione, politica e saperi, a cura di Andrea Caracausi, Paola Molina, Dennj Solera, Donzelli, Roma, Padova University Press, Padova, 2022 e Cfr. Piero Del Negro, Carlo Anti rettore, in Anti, archeologia, archivi, a cura di Irene Favaretto, Francesca Ghedini, Paola Zavonello, Emanuele M. Ciampini, Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, Venezia, 2019, pp. 148-149 per un approfondimento sull’origine del celeberrimo motto universa universis patavina libertas.
63 Cfr. Concetto Marchesi, Annuario per l’anno accademico 1943-44, Tipografia del Seminario Padova, 1944.
64 Luciano Canfora, Il sovversivo. Concetto Marchesi e il comunismo italiano, Laterza, Bari-Roma, 2019.
65 Cfr. Concetto Marchesi, Appello agli studenti di Padova, Padova, 1 dicembre, 1943.
66 Chiara Saonara, Egidio Meneghetti, scienziato e patriota, combattente per la libertà, Istituto veneto per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea, Cleup, Padova, 2003, p. 75.
67 Cfr. Benedetta Tobagi, La Resistenza delle donne, Einaudi, Torino, 2022.

Alberto Fogarollo, La trasmissione della Resistenza nell’Italia del dopoguerra: focus sull’Università di Padova, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2022-2023

mercoledì 29 gennaio 2025

Gladio come parafulmine?


Avviandoci alla conclusione di questo elaborato, cerchiamo di analizzare questa mole di informazioni raccolte fino ad ora e fare chiarezza. Ancora oggi è frequente veder associare la struttura Stay Behind, nota ai più come Gladio, ai peggiori eventi delittuosi della storia della Repubblica, stragi e non solo. L'errore più comune è quello di perseverare nel mantenere una visione unicamente “monocausale” negli anni della strategia della tensione, nella quale terrorismo e tentati colpi di Stato troverebbero l'esclusiva spiegazione nell'esistenza di una sorta di “cupola politico-militar-industriale”, che si rifà agli USA, ritenuti il “motore” di ogni atto eversivo, e la successiva esecuzione da parte della cosiddetta “manovalanza neofascista”, nella quale Gladio viene ritenuta parte integrante <15.
Va detto che quello che è passato alla storia come Gladio in realtà non si chiamava affatto così. Infatti Gladio non era il nome dell'organizzazione, ma quello piuttosto dell'“operazione” attraverso la quale la struttura Stay Behind venne attivata in Italia, oltre che il nome del comitato italo-americano che presiedette la creazione dell'organismo, il “Gladio Commitee” <16. Utilizzata per l'ultima volta il 26 gennaio 1966, l'espressione Gladio venne accantonata definitivamente e il comitato venne sciolto. Il motivo della “struttura senza nome” fu la causa principale del caos creatosi con l'inchiesta sulla “Rosa dei Venti”. Cavallaro e Spiazzi parlarono di una “Organizzazione X” (riconducibile oggi ai Nuclei di Difesa dello Stato), Miceli poi, capo del SID, smentiva i primi due sull'esistenza di questa struttura, ma confermava invece l'esistenza di un cosiddetto “SID parallelo”. Altri mettevano in relazione Gladio con le proprie esperienze intrecciate con altri organismi, più o meno diversi, che operavano nel medesimo contesto. Su questo, Giannuli parla di una “magnifica operazione di nebbia di guerra”, definendolo uno dei più riusciti depistaggi della storia <17.
Nella parte dell'elaborato dedicata alla “Rosa dei Venti” abbiamo visto come gli imputati Spiazzi e Cavallaro, cercando inizialmente di affermare, poi di aggiungere, sfumare, rettificare e infine ritrattare quanto da loro dichiarato, arrivarono in un modo o nell'altro a rivelare l'esistenza di una struttura formata da civili e militari, con un'ideologia anticomunista e in connessione diretta con esponenti della destra extraparlamentare. Ma fin da subito, proprio a causa del loro impaccio nel cercare di imbastire una difesa, non si riusciva a capire se questa Organizzazione X si rifacesse ai servizi in senso ufficiale (e quindi inserita in una catena di comando) o se fosse solamente un insieme di soggetti accomunati dalla lotta (eversiva) al comunismo, tra i quali c'erano anche esponenti delle forze armate che si riconoscevano parte di gruppi politici come quello di Ordine Nuovo. Inoltre, veniva dichiarato che questa struttura clandestina era relativamente “giovane”, cioè creata, secondo Spiazzi, dopo l'aumento della propaganda marxista della sinistra extraparlamentare e le contestazioni operaie e studentesche del 1968 <18. Ripercorriamo brevemente cosa accadde negli anni immediatamente precedenti. Nel 1965 vi era stato a Roma, all'Hotel Parco dei Principi, il convegno sulla “Guerra rivoluzionaria”, al quale parteciparono numerosi esponenti ed intellettuali della destra, ma anche ufficiali militari. Inoltre, l'evento, presieduto dal Colonnello Renzo Rocca, dell'allora SIFAR, era stato organizzato dall'Istituto di Studi Militari “A. Pollio”, finanziato dal Servizio. Il congresso si incentrava sullo studio della guerra rivoluzionaria della sinistra sovietica e definiva quella che sarebbe stata l'unica risposta adeguata a combatterla. L'anno successivo, in due periodi diversi, migliaia di ufficiali italiani delle forze armate ricevettero dei volantini che richiedevano la loro adesione ai Nuclei di Difesa dello Stato, per stroncare l'“infezione” delle sinistre.
Nel 1967, la Grecia si trovò all'improvviso guidata da un'élite di militari che avevano preso il potere con un colpo di Stato, quindi con le armi. Gli anni che seguirono, lo abbiamo visto, furono quelli delle stragi in Italia. Ora, se nelle affermazioni del Colonnello Amos Spiazzi del 1973 troviamo la “generica” nascita di una struttura segreta anticomunista in seguito alle agitazioni di piazza del 1968, allora questa struttura non può identificarsi in Gladio, in quanto quest'ultima era già nata ufficialmente nel 1956. È doveroso ricordare poi che prima di Gladio esistevano già delle strutture Stay Behind operanti in Italia. Una fra tutte l' “Organizzazione O”, che trovava a sua volta le radici in un lungo processo di fusione e trasformazione tra le diverse forze partigiane bianche e la “Sezione Calderini”, formatesi durante il secondo conflitto mondiale. Quindi quando si parla di “SID parallelo” riferendosi a Gladio, si dovrebbe semmai parlare di “SIFAR parallelo”, dato che il servizio segreto italiano che concluse l'accordo bilaterale con quello americano, la CIA, si chiamava così all'epoca <19. Un'ulteriore incomprensione su questo punto avvenne quando, nel 1990, il Presidente Andreotti inviò alla “Commissione Stragi” il rapporto che titolava “Il cosiddetto SID parallelo-il caso Gladio”, mettendo in relazione due strutture ben distinte tra loro. Sempre nel 1990 venne rinvenuto, come già detto, una seconda parte di quello che era il “memoriale” di Aldo Moro, dalla sua prigionia brigatista. Una delle questioni che le Brigate Rosse avevano sottoposto al presidente della DC era la “strategia antiguerriglia della Nato”. Nel maggio del 1991 la “Commissione Stragi” ricevette un appunto del SID datato 1975 e indirizzato all'allora Presidente del Consiglio Moro. Il documento, dopo aver accennato ad una “organizzazione per così dire dormiente”, raccomandava al premier di non togliere su di essa il “segreto di Stato”, consigliando invece di negare l'esistenza di un “organismo informativo e operativo parallelo, con dipendenza diretta dal capo del SID e con compiti diversi da quelli istituzionali” <20. Il 21 marzo 1975, rispondendo ad una precisa domanda degli inquirenti che indagavano sul Golpe Borghese e sulla Rosa dei Venti, Moro affermò che non risultava l'esistenza, tra i servizi dello Stato, di un'organizzazione che aveva per compito la sovversione dello stesso. Tornando alla questione posta durante il sequestro da parte delle BR, il presidente DC disse che non aveva riscontrato alcuna “particolare enfasi” in materia, pur ammettendo che era stato previsto un “addestramento alla guerriglia da condurre contro eventuali forze avversarie occupanti ed alla controguerriglia a difesa delle forze nazionali” <21. Tuttavia, Moro escludeva che queste cose potessero essere apprestate da meccanismi della Nato, bensì nelle forme di “collaborazione intereuropea”, accennando espressamente alla partecipazione di paesi come la Svizzera e l'Irlanda, che erano dichiaratamente Stati neutrali. Dunque, la risposta del politico pugliese sembrava riferirsi al “Club di Berna” (costituitosi nel 1965 tra otto paesi europei), piuttosto che alla struttura Stay Behind italiana <22.
Su questo, Giannuli commenterà: "Gladio doveva fare insorgenza in caso di occupazione nemica; non aveva compiti di antinsorgenza. [...] Anche per questo si è fatto un grosso errore quando, leggendo il memoriale di Aldo Moro che parla di “corpi per la controinsorgenza”, si è dedotto si parlasse di Gladio. Invece assolutamente no, perché Gladio non aveva quei compiti. Evidentemente Moro stava parlando di altro" <23.
Il fatto che Andreotti renda pubblica l'esistenza della Stay Behind due settimane dopo la scoperta della seconda parte del memoriale del presidente DC e quasi contemporaneamente alle scoperte fatte dal Giudice Casson negli archivi del SISMI, sembra a dir poco sospetto. I lavori svolti dalla “Commissione Stragi” e le indagini dei Giudici Casson e Salvini per scoprire la responsabilità sugli atti di terrorismo che insanguinarono e destabilizzarono l'Italia nel periodo della strategia della tensione, sono stati essenziali per conoscere molto di più le ragioni, il clima politico e la situazione vera di quegli anni, i cosiddetti “anni di piombo”. Anche se purtroppo molte sono le questioni tutt'ora aperte, basti pensare alla grave mancanza dei nomi dei responsabili di diverse stragi, come quella di Piazza Fontana, Piazza della Loggia e l'Italicus. E anche nei casi in cui i responsabili “materiali” sono stati identificati, non vi è traccia dei rispettivi mandanti.
Ma ai fini di questo elaborato molto più importante è stata la concorde (anche se non immediata) decisione, risultante dagli atti della magistratura e dalle numerose testimonianze, che la struttura Stay Behind, nota ai più come Gladio, non è mai stata coinvolta negli episodi stragisti sopracitati. Ciò va detto in risposta a quella visione “monocausale” che resiste negli anni e la cui chiave di lettura unilaterale comporta un effetto distorsivo, che mette inevitabilmente sullo stesso piano coloro i quali, schierati sul fronte anticomunista, hanno combattuto la loro battaglia in modo legittimo, con chi invece quella stessa battaglia l'ha condotta con mezzi illeciti, eversivi se non perfino terroristici. Alla base di questa ingiusta equiparazione vi è il pensiero secondo il quale “l'intera galassia delle strutture clandestine create a partire dal dopoguerra in Italia possa essere ricondotta interamente a Gladio” <24.
Sempre Giannuli, anche in qualità di consulente della “Commissione Stragi” riferì: "Abbiamo molti elementi che ci lasciano pensare che accanto alla Stay Behind ufficiale vi fosse una Stay Behind “ufficiosa”, della quale la stessa Gladio non era a conoscenza. […] La mia impressione è che altre fossero le organizzazioni compromesse nella strategia della tensione e nell'attuazione della limitazione della sovranità del nostro paese, e che probabilmente Gladio ha avuto una funzione di “parafulmine” per distrarre l'attenzione da queste altre organizzazioni" <25.
Anche il Giudice Felice Casson, che per anni indagò sull'eversione nera e sul presunto coinvolgimento di Gladio, scoprì quella che era invece la verità. Come lui stesso affermava: "Non è che Gladio Stay Behind fosse “il male assoluto d'Italia”, responsabile di tutte le cose in Italia. […] Fino alla metà degli anni Settanta c'erano una serie di strutture, sia ufficiali che clandestine, disponibili ad entrare in funzione quando dovesse servire. […] Il tutto convergeva al vertice dei servizi segreti militari. […] Su questo ci sarebbe ancora molto da indagare" <26.
Dalle scoperte e rivelazioni degli anni più recenti si è potuto avere riscontro dell'esistenza, fin dall'immediato dopoguerra, di una sorta di struttura segreta, già citata nel corso di questo elaborato, chiamata convenzionalmente “Anello” o “Noto Servizio”. Tale organizzazione era formata da uomini politici, imprenditori e ufficiali delle forze armate. Secondo alcune testimonianze, l'“Anello” avrebbe avuto una parte attiva in alcune delle più discusse vicende della Prima Repubblica, tra le quali i depistaggi su Piazza Fontana, su Piazza della Loggia e le trattative con i brigatisti durante il sequestro Moro <27.
Per Giannuli questo insolito organismo avrebbe avuto le caratteristiche non di un “gruppo politico privato” ma piuttosto quelle di un servizio segreto clandestino, “irregolare” ma comunque inserito nel tessuto istituzionale. Non coincideva con Gladio, ma piuttosto con il già citato “SID parallelo”. Questa struttura, più di altre, avrebbe avuto il potere di “tirare i fili”, come ipotizzò il Generale Maletti, di un'“oscura cospirazione”. Uno dei metodi più utilizzati sarebbe stato sicuramente la strumentalizzazione di altri gruppi, che fossero di destra o di sinistra, ignari di tutto. Le stesse Brigate Rosse potevano aver subito infiltrazioni di questo genere. Per l'appunto, uno dei brigatisti storici, Alberto Franceschini, dichiarò durante una delle inchieste sul “caso Moro”: "Oggi credo che si possa dire che in qualche caso le Brigate Rosse furono indirizzate senza che i loro componenti ne fossero consapevoli" <28.
Quelli che furono gli “operatori in prima linea” nella salvaguardia dei confini nazionali, i gladiatori, testimoniarono loro stessi che la struttura nella quale avevano servito era apolitica. Tuttavia, erano consapevoli che non era l'unica impegnata nella lotta al comunismo. Come affermò l'ex caporete milanese Francesco Gironda: "Bisognava “illuminare” la Gladio, perché l'ombra della Gladio coprisse eventuali altre strutture, spontanee oppure deviate, che potessero aver operato in quell'epoca" <29. In questo modo ci sarebbe una verità molto più completa sui fatti oscuri della Prima Repubblica, nella quale strutture eversive e illegali (come gli NDS) diverrebbero la “trama mancante” nella ipotizzata catena neofascismo-massoneria-servizi deviati.
Ma non essendo questa la sede per approfondire il tema di queste altre strutture, come il cosiddetto “Anello” o “Noto Servizio”, limitiamoci dunque a considerare che nel territorio italiano, dal dopoguerra in avanti, operarono, nel bene o nel male, una pluralità di strutture paramilitari, quindi a carattere armato, simili a quella che oggi identifichiamo come Gladio, ma del tutto distinte da essa e alle quali potrebbero aver fatto parte le figure principali del periodo stragista <30. Citare la vicenda dei Nuclei di Difesa dello Stato e del Noto Servizio è importante per richiamare l'estraneità di Gladio, che possiamo dire essere stata “data in pasto” alla stampa e all'opinione pubblica (non solo italiana) per nascondere forse qualcosa di molto compromettente e legato alle due organizzazioni occulte appena citate. Come visto all'inizio di questo elaborato, dalla rivelazione di Gladio nel 1990 seguirono una vasta serie di ricerche, sia da parte dei magistrati che dei giornalisti, per trovare la documentazione che confermava l'appartenenza della Stay Behind alla Nato. Ma molti degli archivi che potrebbero celare informazioni importanti si nascondono dietro il “segreto militare”. Ne sono esempio gli archivi della stessa Alleanza Atlantica (non accessibili neppure alla magistratura), oltre che le segreterie di sicurezza della Presidenza del Consiglio, del Quirinale, del Ministero degli Esteri, della Difesa e dell'Interno <31.
C'è poi il silenzio degli USA. Una “filastrocca” che abbiamo visto nel primo capitolo riguarda proprio la Central Intelligence Agency e il rifiuto di questa nel fornire informazioni, che recita: “La CIA non può né confermare né smentire l'esistenza o meno dei documenti richiesti”. Il giornalista americano Arthur Rowse, autore del libro “Le lezioni di Gladio”, riferisce in merito: "Il vero problema oggi è l'accesso agli archivi della Nato, dato che essa, controllata dal Pentagono, si rifiuta di collaborare. […] Fintanto che l'opinione pubblica americana rimane ignara di questo capitolo delle relazioni degli USA con l'estero, gli enti governativi che ne sono responsabili subiranno pressioni troppo deboli per correggere i loro comportamenti" <32.
A rafforzare questa ideologia, soprattutto per quanto concerne l'Italia nel periodo della strategia della tensione, vi è anche il già citato Generale Maletti, ex direttore del controspionaggio del SID, che in un'intervista riferiva "La CIA, seguendo le direttive del suo governo, intendeva suscitare un nazionalismo italiano in grado di fermare quello che veniva visto come un progressivo “slittamento” del paese a sinistra e a questo scopo può aver fatto uso del terrorismo di destra. […] Non dimenticate che [a quell'epoca] era presidente Nixon, un politico molto intelligente, ma anche uomo dalle iniziative poco ortodosse" <33.
Perciò, la responsabilità americana - e atlantica - nei fatti della strategia della tensione è tutt'oggi un mistero al quale non si trova ancora risposta.
[NOTE]
15 Pacini Giacomo, Le organizzazioni paramilitari nell'Italia repubblicana: 1945-1991, Civitavecchia, Prospettiva, 2008, p. 190-191.
16 Giannuli Aldo, La strategia della tensione: servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale: un bilancio definitivo, Milano, Ponte alle Grazie, 2018, p. 480.
17 Idem, p. 481.
18 Pacini Giacomo, Le organizzazioni paramilitari nell'Italia repubblicana: 1945-1991, Civitavecchia, Prospettiva, 2008, p. 194.
19 Giannuli Aldo, La strategia della tensione: servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale: un bilancio definitivo, Milano, Ponte alle Grazie, 2018, p. 479.
20 Ilari Virgilio, Storia militare della prima repubblica, 1943-1993, Ancona, Nuove ricerche, 1994, p. 539.
21 Idem, p. 539. 22 Idem, p. 539.
23 Archivio Rai Teche Venezia, Nome in codice Gladio, Documentario Rai DiXit, 2011.
24 Pacini Giacomo, Le organizzazioni paramilitari nell'Italia repubblicana: 1945-1991, Civitavecchia, Prospettiva, 2008, p. 191-192.
25 Lucarelli Carlo, Blu notte, OSS, CIA, Gladio: i rapporti segreti tra America e Italia, Raiplay, 2005.
26 Archivio Rai Teche Venezia, Nome in codice Gladio, Documentario Rai DiXit, 2011.
27 Pacini Giacomo, Le organizzazioni paramilitari nell'Italia repubblicana: 1945-1991,
Civitavecchia, Prospettiva, 2008, p. 197.
28 Ganser Daniele et al., Gli eserciti segreti della Nato: operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, Roma, Fazi, 2005, p. 101.
29 Archivio Rai Teche Venezia, Nome in codice Gladio, Documentario Rai DiXit, 2011.
30 Pacini Giacomo, Le organizzazioni paramilitari nell'Italia repubblicana: 1945-1991, Civitavecchia, Prospettiva, 2008, p. 198.
31 Giannuli Aldo, La strategia della tensione: servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale: un bilancio definitivo, Milano, Ponte alle Grazie, 2018, p. 545.
32 Ganser Daniele et al., Gli eserciti segreti della Nato: operazione Gladio e terrorismo in Europa occidentale, Roma, Fazi, 2005, p. 103.
33 Idem, p. 12-13.
Daniele Pistolato, "Operazione Gladio". L'esercito segreto della Nato e l'Estremismo Nero, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2023-2024