sabato 3 aprile 2021

A Proust Lalla Romano è assai sensibile

Una giovane Lalla Romano - Fonte: Wikipedia

IV. La storia della propria mente
Come recensiva un libro Lalla Romano? Dagli anni Settanta in poi, ovvero dal periodo della collaborazione con la terza pagina del quotidiano milanese «Il Giorno», è facile riconoscere alcuni tratti distintivi di un procedimento critico assai particolare. Va subito chiarito che era la scrittrice a scegliere e a proporre i libri di cui si sarebbe occupata: già questo conferisce al pezzo un’impronta fortemente personale. Lo spazio della recensione non ha, per Romano, nessuna regola precostituita: è lei a modellarlo e a riconfigurarlo a seconda delle proprie esigenze. Certo, si approda sempre a una sintesi e a un giudizio, anche molto perentorio (talvolta, a una condanna senza appello), ma il percorso è imprevedibile e non risponde alle consuetudini del genere recensione. Incide anzitutto la volontà di considerare lo spazio giornalistico assegnatole non già come una palestra critica ma come uno spazio interamente creativo: da questa prospettiva, che si tratti di un oggetto predefinito e frutto della creatività altrui, non impedisce alla scrittrice di mettere in campo sé stessa e la propria personalità molto al di là del giudizio da formulare. Lalla Romano è insomma protagonista almeno quanto il libro di cui intende occuparsi, e lo affronta il più delle volte muovendo dalle occasioni esistenziali che hanno posto quel libro alla sua attenzione: un’amicizia, un viaggio, un incontro inatteso, un interesse specifico.
È sempre sulla linea della propria storia che personale che l’oggetto analizzato va inserito: solo così – quasi addomesticandolo – si può trattarlo al pari di un incontro umano, di integrarlo in modo compiuto nella propria esperienza, e più sottilmente nella propria idea di esperienza.
Si può scrivere la storia della propria mente? Sembra che sia questa la segreta aspirazione di Romano. Ecco allora che anche le sue recensioni entrano in un orizzonte ben più ampio delle occasionali collaborazioni giornalistiche. Presiede a questo impegno l’antica convinzione che solo se scritto, ciò che si è esperito arriva davvero a essere, a esistere: così la categoria di vissuto non conosce più soluzioni di continuità. Diventa un colloide, un continuum di fatti e sensazioni che se ne ricevono, intuizioni, incontri, gioie e sofferenze che la quotidianità riserva, nel contatto diretto con gli altri o mediato da un prodotto artistico (letterario, musicale, pittorico, cinematografico). Anche una semplice recensione letteraria è perciò un tassello di questo ininterrotto scrivere di sé, e si nutre di connessioni impreviste; le porta anzi alla luce, le recupera, le riconosce. E se nella scrittura critica più comune le ragioni biografiche, diciamo pure lo sfondo esistenziale su cui un’esperienza di lettura si realizza, se tutto questo viene taciuto, in virtù di un rigore analitico che assolutizza l’oggetto, lo isola e lo astrae in un contesto anche opportunamente asettico, per Lalla Romano tale consuetudine e metodo non valgono.
Anziché assolutizzare l’oggetto dell’analisi, la scrittrice assolutizza sé stessa, la sua propria vita, nel cui movimento e nella cui densità riprecipita l’oggetto: si può anzi dire che non ve l’abbia mai estratto.
Si potrebbero prendere a riprova di queste considerazioni numerosi esempi di recensioni, da periodi anche molto lontani fra loro.
Si è scelto a campione un testo particolarmente emblematico: si tratta della recensione a un libro pubblicato in Italia nel 1973: Monsieur Proust di Céleste Albaret, che fu la cameriera dello scrittore francese. A Proust Lalla Romano è assai sensibile 112 , il che spiegherebbe di per sé l’approccio apertamente autobiografico del pezzo. C’è tuttavia da tenere conto della collocazione degli articoli pubblicati tra la metà degli anni Sessanta e quella degli anni Settanta su «Il Giorno»: le due colonne di apertura della terza pagina (allora collocata effettivamente a pagina 3), per tradizione destinate all’elzeviro, genere che di per sé lasciava un ampio margine di libertà espressiva. Vi erano (e vi sono, nei rari casi in cui resiste) ospitati soprattutto scrittori, cui veniva concesso di divagare intorno a un tema, a un prodotto, a un’occasione culturale o a un’esperienza personale, con un taglio spesso aneddotico. Lalla Romano alternerà in questo spazio testi di carattere memorialistico, resoconti di viaggio, interventi su casi di cronaca e fatti d’attualità e appunto recensioni letterarie o cinematografiche. La tendenza a narrativizzare – a fare cioè della recensione un autentico racconto – è già evidente, e lo sarà pure all’interno di spazi apparentemente più rigidi (come la rubrica di cui sarà titolare sul settimanale «Panorama» negli anni Novanta).
Il testo di cui qui si ripropongono alcuni passaggi fornisce dunque la possibilità di evidenziare diversi elementi ricorrenti nelle recensioni firmate da Lalla Romano.
Cosa comanda signor Proust?, in «Il Giorno», 14 ottobre 1973, p. 3
Trovandomi in Francia, ho assistito alla televisione, a un dibattito sul libro Monsieur Proust, di Céleste Albaret.
Esplicitazione dell’occasione specifica, si può dire biografica, che è alla base della lettura.
Si tratta, come dice il sottotitolo «ricordi raccolti da Georges Belmont», di un testo narrativo composto da registrazioni eseguite e riordinate da un curatore. L’Albaret è stata per otto anni, gli ultimi della vita dello scrittore, la governante e la confidente di Proust.
A 82 anni, ha deciso di testimoniare per «ristabilire la sua immagine», come dice lei, falsata da tanti, in buona fede o meno.
     presentazione per rapidi cenni dell’autore e dell’opera
Vorrei dire, prima cosa, che sono stata colpita dal modo della presentazione televisiva. La discussione era accesa, persino arrabbiata (e tuttavia civile, priva di attacchi personali), vale a dire libera. Perché questo sia possibile, occorre che chi riprende rispetti, come se fosse un invitato, lo svolgersi della cosa senza intervenire con effetti, eleganze di regia, ma soprattutto senza che ci sia stata una «preparazione». Il solo compito di chiriprendeva era quello di rincorrere - è la parola - l’uno o l’altro dei partecipanti, che si interrompevano spesso, per quanto educatamente, che esprimevano anche con la faccia, con le mani, la loro passione intorno all’argomento. Perché questo era il bello: la passione non era per la polemica, ma intorno al libro in questione. (Forse da noi manca codesta passione per un argomento letterario; perciò mancano anche le discussioni).
Ero prevenuta: informata e un po’ anche prevenuta.
     Posizione pregiudiziale rispetto all’oggetto dell’analisi

Avevo letto (sul «Figaro») la presentazione del libro da parte di alcuni scrittori e critici. Il più «pungente» era Claude Mauriac. Mi era parso un tantino ipocrita - nelle lodi - e malevolo nelle critiche. Lo ritrovo, alla televisione, con altri due, mi pare, oltre al curatore del libro, Georges Belmont. Mauriac è uno specialista, un «proustiano».
Bene; il signor Belmont, scrittore pure lui, ma meno noto, protestò invece, modestamente, di non essere «proustiano»: cosa già simpatica. Scuoteva la testa addolorato, si vedeva, di non riuscire a convincere che lui non aveva elaborato il materiale delle sue registrazioni, ma solo raccolto, diviso in capitoli. Appariva un uomo semplice, di fronte a Mauriac, a cui egli si doveva sentire socialmente - forse anche intellettualmente - inferiore.
Mauriac, serio anche lui, naturalmente, ma altezzoso, le mani sottili, da raffinato. Conoscevo, come ho detto, i suoi argomenti, illustrati da citazioni (le rilesse). Una gli serviva per accusare l’Albaret di «outrecuidance»: «... a forza di vederlo fare e ascoltarlo, dovevo aver finito con l’acquistare, senza accorgermene, un poco della sua divinazione e della sua capacità di analisi».
Senonché, come appare dal seguito del testo, lei non intendeva affatto paragonarsi a Proust, che riteneva non solo superiore a se stessa incommensurabilmente, ma a tutti gli altri uomini, scrittori o no.
Si riferiva soltanto ai suoi rapporti con lui (che dal libro appaiono di una libertà e di una discrezione straordinarie).
Il discorso continua così: «Sì era stabilita una sorta di comprensione reciproca, grazie alla quale io prevenivo i suoi desideri e il suo pensiero». Più avanti, nella stessa pagina, ha questa frase: «... ero disinteressata, non ho mai considerato codesta vita accanto a lui come un mestiere né come una servitù. Anche lui non mi trattava da domestica».
E’ detto tutto.
Allora, al momento della trasmissione, avevo già con me il libro; ma essendo in viaggio con la macchina, troppo incantata il giorno dai vasti paesaggi della dolce Francia e la sera tradita dal sonno avevo appena incominciato la lettura.
         connessione della lettura con elementi del proprio vissuto, anche quotidiano Ma ecco che sul piccolo schermo compare lei, Céleste. E’ giusto chiamarla così, col suo nome che è un nome d’arte (di personaggio, e ora anche un po’ d’autore). Era l’immagine della naturalezza, e insieme della dignità. Mi rammentò subito la «mia» Maria, pure lei una persona libera, e persino un po’ intellettuale, non tanto per la confidenza con me, ma perché anche lei è quasi francese (nata in Provenza, ha fatto là le elementari). Anche questa affinità fu una conferma per me della verità di Céleste (nonché dell’onestà del povero Belmont) ancor prima di aver letto il libro.
       ulteriore connessione con elementi della propria biografia (frequente è il riferirsi alla propria stessa opera letteraria);
       ulteriore esibizione di un pregiudizio, in questo caso positivo

Poi, il libro l’ho letto. Non è un’opera d’arte, forse; né vuole esserlo. È un po’ pesante, ripetitivo;
       sintesi e perentorietà del giudizio (quasi una sentenza)

l’autrice - e il curatore ha rispettato la sua volontà - si proponeva di rievocare con scrupolo, di essere insomma memorialista. Se non c’è veramente uno stile, c’è però un piglio, un carattere, che non mi pare affatto sommerso da interpolazioni: se fosse intervenuto di più, il signor Belmont, con tagli, il libro sarebbe più bello.
         proposte di “correzione”
Del resto anche l’accumulo è un modo: semmai sono un po’ noiosi tutti quei nomi di principi e principesse. Proust lo sapeva, che erano già morti.
«Non leggono, Céleste, e se leggessero, non capirebbero», disse nell’inviare a loro una copia con dedica del romanzo.
Ma i due, Proust e lei, anzi in questo caso, lei e Proust, sono incantevoli.
Proust aveva bisogno di questo? Si fa amare attraverso questo libro, come lo ha amato Céleste: come uomo. Il bello poi è che Proust rimane, alla fine, misterioso com’era; la luce che getta su di lui la sua amica è discreta, la sola che lui potesse sopportare. Altro che «nessuno è grande per il suo cameriere»! Per i finti grandi, grandi industriali, grandi generali e simili, sarà vero; essi saranno meschini, nell’intimità. E’ una lezione del libro, chi ne avesse bisogno.
In un articolo su un settimanale italiano ho trovato una sufficienza, un’aria sprezzante: immotivate. Per esempio «...un insincero tono lacrimevole». Assolutamente falso (prendo a prestito una espressione di Céleste). Il libro è invece fresco, spesso ilare.
       confronto/polemica con altri recensori
Céleste detestava le lacrime: «Sono arrivati persino a inventare che l’avrei visto piangere tutta la notte (per il suicidio di un amico). E’ falso. Forse una lacrima». Un’altra uscita (nell’articolo): «un mondo... composto soprattutto di mutande e di tisane». Ebbene l’aspetto materiale dell’assistenza, così importante per un malato, eroicamente teso al suo compito fino a morirne, è tuttavia un aspetto minore; e del resto poetico, come ha qui ben capito Mauriac. In quanto poi alle «mutande», se ne fa cenno una volta, e in un discorso abbastanza sottile anche se obbiettivamente esatto, per dimostrare il pudore di Proust, che non si lasciò mai vedere in «deshabillé» dalla sua governante.
Ma il grosso argomento, quello della pederastia esercitata o meno, comporta un’accusa assai pesante; di gretto moralismo, di bigotteria contadina. Di fatto Céleste afferma quello che risulta a lei. E mi domando se non ci voglia una buona dose di grossolanità per non capire che uno come Proust non volesse ricevere in casa chi poteva incontrare fuori, magari anche per rispetto alla sua compagna.
E non è mancato, nella trasmissione francese, un tipo che discettò (freudianamente) sul fatto che Céleste era «la madre», alla quale si tace che si va al casino, ecc. Ma che bravo!
Fra l’altro Proust parlava con Céleste anche di questo, descriveva a lei certe scene, come spettatore. Da ciò le conclusioni di lei, abbastanza naturali, e non dovute a ipocrisia.
Dietro le incomprensioni femminili, aggravato da un altro, analogo, tanto radicato da essere inconsapevole, di tipo «sociale»: contro la «domestica».
Ad ogni modo Céleste non è stata una «servante au grand coeur», che già non sarebbe poco. Basta leggere due righe di Proust a lei, per capire: «à ma fidèle amie de huit années, mais en réalité si unie a ma pensée que je dirai plus vrai en l’appelant mon amie de toujours...»
Vorrei concludere con una precisazione che mi riguarda, e avalla quello che dico. Io non amo affatto le biografie. Se ho tempo, rileggo le opere; non lessi nemmeno quella del Painter, tanto celebrata. Temo di trovarci qualcosa di funebre, e insieme di pettegolo.
       marcata personalizzazione; utilizzo di categorie estetiche e princìpi generali, esibiti come  parte di una solida, matura, stratificata storia della propria mente e del proprio gusto; tendenza aforistica
Sono in fondo la stessa cosa: sono contro lo spirito. Ma questa rievocazione della brava Céleste e del buon signor Belmont non è né funebre né pettegola. È dunque secondo lo spirito.
        chiusa sentenziosa, quasi fulmen in clausola
 

112 Una giovinezza inventata; titolo Penombra

Paolo Di Paolo, La scrittura critica di Lalla Romano, Dottorato di Ricerca in Studi di Storia Linguistica e Letteraria Italiana, XXIV Ciclo, Università degli Studi Roma Tre, 2012, pp. 78-85
 
Il lavoro di ricerca [quello di Paolo Di Paolo] nell’archivio di Lalla Romano (Milano, Via Brera) ha consentito di ricostruire una bibliografia complessiva dei suoi scritti di carattere critico (compresi fra il 1947 e il 2001): accanto all’attività di poetessa e pittrice prima e di narratrice poi, Romano ha costantemente collaborato con riviste e periodici. Per lunghi periodi è stata titolare di rubriche di recensioni e ha avuto quindi modo di analizzare un vasto numero di opere di autori suoi contemporanei. Dall’analisi dei testi pubblicati e dei rispettivi appunti preparatori, minute ecc., è possibile verificare come gli aspetti più peculiari - su un piano perfino di struttura sintattica - della sua scrittura “creativa” siano fondanti anche della sua scrittura critica. La recensione diventa, per Romano, un “diario di lettura” che risponde agli stessi criteri di un qualunque altro suo testo in prosa e che soprattutto non si piega alle esigenze giornalistiche (interessanti sono gli scambi epistolari con capiredattori e direttori di testata), rivendicando un assoluto stilistico senza deroghe. Gli scritti critici di Lalla Romano consentono di tratteggiare una sorta di “biografia intellettuale” della scrittrice piemontese, che evidenzia - accanto alle relazioni con i protagonisti della cultura italiana di oltre mezzo secolo - la vastità dei suoi interessi, il gusto severo e l’anticonformismo con cui affrontava le scritture altrui. Nel laboratorio di lettrice e critica entrano in gioco anche i numerosi testi - pubblicati o inediti - attraverso i quali Lalla Romano si confrontava con sé stessa e con la propria scrittura nel corso degli anni: prefazioni, note, conferenze che la portano a ripensare i propri stessi libri, a precisarne anno per anno gli intenti e il senso, a definire con consapevolezza un itinerario di coerenza estrema. L’intento dello studio - articolato in due parti (la prima che consiste nella trattazione e la seconda che offre i materiali ricostruiti, laddove possibile, in tutte le fasi di redazione d’autore) - si conferma quello di mettere meglio a fuoco la personalità di un’autrice che - come ha scritto Giulio Ferroni - “con la sua vita, con la sua scrittura […] ha riscattato tutto ciò che di prezioso ha trovato nel mondo e nel secolo che ha attraversato”. Ne risulta anche l’opportunità di un’ulteriore discussione del rapporto problematico tra scrittura e vissuto, centrale nell’opera di Lalla Romano e rispetto alle odierne tendenze delle letterature internazionali.    Arcadia UniRoma