I tre principali nodi del disegno politico di De Mita erano: la lettura bipolare del sistema politico italiano; l’idea che il meccanismo di alternanza costituisse, in quel momento storico, una soluzione né realistica, né realizzabile; la sicurezza che il pentapartito dovesse essere una vera formula politica e non solo uno stato di necessità <61. Come già detto, il punto di partenza della strategia del segretario De Mita fu la lettura bipolare del sistema politico, poiché a suo parere, la politica italiana ruotava ancora intorno ai due partiti principali: la Democrazia cristiana da una parte, e il Partito comunista dall’altra. Per il leader democristiano, l’assetto bipolare fotografava semplicemente il sistema politico di quel periodo storico. Era un fatto oggettivo della realtà. Infatti nel Congresso del 1984 De Mita sostenne che: «E’ in questo contesto (…) che va letta la registrazione, da parte nostra, del bipolarismo attuale del sistema politico italiano. Non è un riferimento polemico, dunque, ma l’indicazione di un dato di fatto…» <62. Nel richiamo a questa realtà concludeva infine che: «… la scelta permanente di una politica di alleanze e di governi di coalizione, non intende predeterminare egemonie di checchessia, e vuole soltanto ricordare che, allo stato delle cose, le alternative di governo si possono immaginare o con la Democrazia cristiana o con il Pci» <63. De Mita considerava l’ipotesi di un’alternativa, e quindi dell’alternanza, come una possibilità che non poteva essere realizzabile sul piano politico, irrealistica date le oggettive condizioni esistenti: «l’alternativa, in sostanza, è una politica solo se c’è una diversa proposta di governo che implica la realizzazione di una diversa maggioranza» <64; questo era ciò che sosteneva ancora nel 1986. L’alternativa alla Dc poteva essere realizzabile solo attraverso un reale rinnovamento dei partiti politici: si doveva compiere un processo di rifondazione del potere, di riordine delle istituzioni e di costruzione di nuove regole <65. Il segretario della Dc, soprattutto, vedeva impossibile un arrivo dei comunisti al governo: non erano maturi abbastanza, da un punto di vista politico e culturale, per prendere la guida del paese. Il problema più grande, a suo parere, era «l’assenza di un’autentica “cultura di governo”» <66, e questo poteva essere ben visibile sia per quanto riguardava la politica estera, sia sul piano di politica interna. Il Partito comunista sembrava ancora inadeguato a governare, e le ipotesi di alternativa proposte da questi, sembravano impraticabili, ma soprattutto impensabili.
Fin da subito il segretario democristiano aveva accolto la sfida del Partito socialista sul rinnovamento delle istituzioni, che doveva andare a costituire una “seconda fase della repubblica”. «Il nostro discorso sulle istituzioni parte dalla consapevolezza che queste vanno concepite in funzione delle garanzie di libertà che possono aumentare, e non si limita dunque a privilegiare in maniera esclusiva l’esigenza dell’autorità e della decisione, che indubbiamente appartengono alla struttura dei meccanismi istituzionali. E’ per queste ragioni che, per il governo, noi immaginiamo che il problema sia quello della stabilità dell’esecutivo. Ma un esecutivo più stabile deve significare anche un parlamento più libero»: <67 questo è ciò che affermava Roberto Ruffilli, esponente di spicco esterno al partito, impegnato fortemente nel rinnovamento del partito cattolico insieme a De Mita. La riforma delle istituzioni non doveva solo affrontare i problemi aperti per la governabilità e la formazione di maggioranze stabili e solide, ma anche le difficoltà di una sempre maggiore democraticità, con la garanzia della libertà e dell’uguaglianza e con la promozione di una partecipazione reale. Di qui anche l’indicazione da parte della Dc, come obiettivo del processo riformatore, dell’affermazione del cittadino quale attore decisivo del funzionamento della democrazia repubblicana, quale arbitrio vero per la formazione della maggioranza di governo e per il suo ricambio, e quale portatore di intangibili diritti individuali e sociali <68. Per De Mita e per i suoi più stretti collaboratori (tra questi anche Ruffilli), le riforme diventavano il collante necessario per rinvertire lo scollamento che si stava evidenziando tra la Dc e la sua base di legittimazione, ma più in generale tra la cosiddetta “repubblica dei partiti” e quella che si cominciava a definire “società civile” <69.
L’impegno di De Mita nei confronti di questo sistema di riforme, venne esposto chiaramente nel suo intervento in commissione Bozzi il 1° febbraio del 1984, dove presentò i quattro punti di interesse che vennero mantenuti fino alle elezioni del 1987. Bisognava innanzi tutto poter dare una risposta alla domanda dell’opinione pubblica: come la politica può tutelare la libertà del cittadino, la sua facoltà di decisione e quindi come può garantire la sovranità? <70. In secondo luogo, bisognava sanare le lacune lasciate dalla Costituente: era necessario lavorare sulle istituzioni per poter assicurare un’evoluzione degli equilibri politici. In terzo luogo, egli rifiutava un governo presidenziale, in favore invece di un governo di legislatura. Ed infine si opponeva al sistema di voto maggioritario, che veniva considerato non accettabile per il pluralismo politico italiano; con la conseguente approvazione, invece, per il proporzionale <71. La modifica della legge elettorale costituiva, per l’appunto, il “cavallo di battaglia” del programma di De Mita. Egli affermava che: «Il sistema maggioritario cancella i partiti minori, ma è anche vero che, così com’è, questo nostro sistema elettorale, non risponde alle esigenze del paese. Ecco la proposta democristiana: un doppio voto che consenta agli elettori di poter scegliere per un partito e per una coalizione di governo con una quota di seggi riservata, per incentivare la formazione delle coalizioni di governo» <72.
Di fronte ad un quadro politico così complicato da gestire, il segretario De Mita non aveva nessun dubbio sul tipo di politica da adottare per dirigere l’Italia in trasformazione: la soluzione migliore era rappresentata dal pentapartito. Quest’ultimo descriveva la scelta ottimale per guidare la modernizzazione del paese. Egli affermò durante una relazione all’ultimo Congresso che lo vide segretario della Dc, che: «…la formula pentapartitica costituisce il momento di collegamento oggi possibile tra vecchie culture e nuove esigenze. Riflette oggettivamente lo stato di difficoltà in cui è il sistema politico, ma segna anche una linea di possibile evoluzione» <73. Secondo De Mita il pentapartito doveva essere un’autentica maggioranza politica non fondata sulla matematica parlamentare <74, doveva essere una scelta strategica e non di necessità <75, per poter far fronte alla modernizzazione. Allo stesso modo anche il segretario del Partito socialista Craxi credeva in una concezione di pentapartito, che però era opposta a quella di De Mita: il leader socialista, a detta del democristiano, considerava la strategia di pentapartito come una trovata strategica di breve periodo per poter ottenere maggiore potere; era per l’appunto uno stato di necessità <76, per creare le condizioni di un’alternativa alla Democrazia cristiana.
All’interno della Dc, soprattutto nell’ultimo periodo della segreteria demitiana, vi era una vera e propria competizione tra un’ala più aperta al dialogo con il Psi, e una invece più improntata alla riforma del sistema (promossa ovviamente da De Mita). Le critiche nei confronti del riformismo erano un modo per demolire il primato del segretario della Dc. Così Andreotti, prima delle elezioni del 1987, si riferiva alle riforme istituzionali cercando di sottolinearne la “prudenza" con cui dovevano essere prese in esame: «Penso che prima di riformare occorre attuare tutta la Costituzione e correggere le interpretazioni abusive che si sono andate creando. Vorrei che prima le studiassimo (le riforme) bene, e poi ne impostassimo la realizzazione. Sono tutt’altro che contrario, ma prima devo sapere cosa si vuol mettere nello scatolone delle riforme» <77. In una lettera inviata a Mino Martinazzoli nel 1987, Andreotti esprimeva la necessità di contrastare questa mania che incorreva negli ultimi tempi, ovvero quella di una riforma della Costituzione, che poteva mettere in circolo idee pericolose sotto innocue apparenze <78.
In seguito alle elezioni dell’87, Craxi si oppose fortemente ad una candidatura di De Mita alla guida del governo, nella speranza di trovare una terza via. L’incarico venne affidato a Giovanni Goria, che varò un governo pentapartito: egli si concentrò sul Sud e sulla politica di bilancio, non ponendo troppa attenzione sulla questione delle riforme istituzionali. Dopo la breve parentesi del governo Goria, De Mita riuscì a conquistare Palazzo Chigi. Il suo mandato fin dall’inizio fu ostico e difficoltoso, in particolare a partire dalla conquista della segreteria della Dc da parte di Forlani nel febbraio del 1989, ma soprattutto con il Congresso socialista nel maggio successivo. Così come sostenne “La Civiltà Cattolica”, in seguito al governo Goria, qualcosa era cambiato: «si era aperta una nuova epoca della politica italiana, una era delle mani libere, in cui ogni partito agisce per conto suo, perseguendo il proprio obiettivo politico, senza sentirsi legato da vincoli di solidarietà con altri partiti (…), un’epoca di frammentazione politica, che non promette per il paese nulla di buono, poiché la mancanza dei vincoli imposti dalla solidarietà con altri partiti e dalla necessità di perseguire un disegno comune significa instabilità politica e mancanza di prospettive certe per il fututo» <79. L’accordo Andreotti-Forlani era teso ad eliminare definitivamente De Mita: la nascita del governo Andreotti nel luglio del 1989 sanciva, da un lato, la vittoria di Craxi su De Mita. Dall’altro, l’assenza di un accenno alle riforme istituzionali all’interno del discorso del neopresidente del Consiglio, poteva essere letta come la chiusura di un percorso decennale, in cui si era combattuto per l’attuazione di una “Grande Riforma” <80. Poteva però essere interpretato anche come una “vittoria” di Craxi e dell’unica proposta rimasta attuabile: quella di una Repubblica presidenziale, che invece De Mita non aveva mai condiviso. Forlani e Andreotti, fin da subito, preferirono mantenere una linea morbida riguardo al rapporto con il Psi, poiché sembrava essere diventato più facile il dialogo tra i due partiti. Fu proprio questa simpatia che li condusse a firmare un patto di alleanza definito CAF (Craxi-Andreotti-Forlani), che avrebbe dovuto portare ad una più facile conduzione degli esecutivi. L’esodo della Democrazia cristiana cominciò con le dimissioni del Presidente della Repubblica Cossiga che, nel tentativo di attivare un rapporto con i cittadini tramite le apparizioni televisive, non fece altro che peggiorare la condizione di insoddisfazione e rabbia che gli italiani nutrivano nei confronti della partitocrazia. Fu costretto a dimettersi. A ciò si aggiunse la contestazione di Mario Segni e la rottura di Leoluca Orlando, personaggio non gradito dalla Dc a causa delle sue denunce riguardo il rapporto di favori tra mafia e politica in Sicilia. A questo si addizionò anche il referendum proposto appunto da Segni, con il quale si intendeva cancellare la preferenza multipla, che era indicata come primo strumento per il voto clientelare <81. Il quorum sembrava impossibile da raggiungere, ma Segni lo promosse come un «voto contro i partiti <82», e proprio per questo motivo mobilitò la popolazione ad andare a votare.
A seguito delle elezioni del 1992, salì alla guida dell’esecutivo il governo Amato, che venne investito dalla tempesta giudiziaria di Tangentopoli, la quale gettò fango su tutta la partitocrazia: si venne a delineare un meccanismo di finanziamento molto conosciuto da tutta la classe politica. «Le inchieste giudiziarie di Mani Pulite, esaltate dai fautori di uno stato eticamente integro e denigrate dai critici della magistratura politicizzata, fecero emergere alla luce del sole le profonde trasformazioni verificatesi nella politica italiana. Venuto meno l’originario ruolo di mediazione, tra consenso politico e accesso alle risorse con la crisi finanziaria dello Stato, emerse il nesso stretto tra clientelismo partitico ed estensione della cultura politica» <83. Nel 1992 con i processi su Andreotti, iniziarono a cadere numerosi esponenti della Dc, tra cui anche De Mita, il cui fratello venne arrestato. A quel punto, emerse un nuovo segretario delle correnti di sinistra della Dc: Mino Martinazzoli. Egli puntò in tutti i modi a riordinare gli equilibri ormai rotti del partito, ma senza molti risultati. Dopo il fallimento alle amministrative del 1993, il segretario propose una rifondazione della Democrazia cristiana, attraverso un’Assemblea Costituente che venne convocata proprio nello stesso anno. La Dc modificò il suo nome con Partito popolare italiano (Ppi), per ricordare il legame storico con quello di Sturzo. Dopo circa cinquanta anni di centralità democristiana, la fine del partito era arrivata in maniera così rapida e inattesa.
[NOTE]
61 G. Acquaviva, M. Marchi, P. Pombeni (a cura di), Democristiani, cattolici e Chiesa negli anni di Craxi, Marsilio, Venezia, 2018, cit., pag. 218.
62 De Mita, Relazione al XVI Congresso Nazionale della Democrazia Cristiana, in G. Acquaviva, M. Marchi, P. Pombeni (a cura di), Democristiani, cattolici e Chiesa negli anni di Craxi, Marsilio, Venezia, 2018.
63 Ibidem.
64 Id., Relazione al XVII Congresso Nazionale della Democrazia Cristiana, cit. Anche la precedente citazione è tratta da questo medesimo intervento di De Mita, in G. Acquaviva, M. Marchi, P. Pombeni (a cura di), Democristiani, cattolici e Chiesa negli anni di Craxi, Marsilio, Venezia, 2018.
65 G. Acquaviva, M. Marchi, P. Pombeni (a cura di), Democristiani, cattolici e Chiesa negli anni di Craxi, Marsilio, Venezia, 2018, pag. 223.
66 “Ho cacciato Ciancimino”, Intervista a De Mita, di E. Scalfari, “La Repubblica”, 6 ottobre, 1984.
67 M. S. Piretti, Roberto Ruffilli: una vita per le riforme, Bologna, Il Mulino, 2008, pag. 191.
68 G. Acquaviva, M. Marchi, P. Pombeni (a cura di), Democristiani, cattolici e Chiesa negli anni di Craxi, Marsilio, Venezia, 2018, pag. 280.
69 Ibidem.
70 Ivi, pag. 283.
71 C. De Mita, Politica e istituzioni nell’Italia repubblicana, Milano, Bompiani, 1988, pag. 150.
72 G. Acquaviva, M. Marchi, P. Pombeni (a cura di), Democristiani, cattolici e Chiesa negli anni di Craxi, Marsilio, Venezia, 2018, pag. 284.
73 De Mita, Relazione al XVII Congresso Nazionale della Democrazia Cristiana, in G. Acquaviva, M. Marchi, P. Pombeni (a cura di), Democristiani, cattolici e Chiesa negli anni di Craxi, Marsilio, Venezia, 2018.
74 Ibidem.
75 Relazione al Consiglio Nazionale della DC, Roma, 24 ottobre 1983, cit. in G. Acquaviva, M. Marchi, P. Pombeni (a cura di), Democristiani, cattolici e Chiesa negli anni di Craxi, Marsilio, Venezia, 2018.
76 De Mita, Relazione al XVI Congresso Nazionale della Democrazia Cristiana, cit. in G. Acquaviva, M. Marchi, P. Pombeni (a cura di), Democristiani, cattolici e Chiesa negli anni di Craxi, Marsilio, Venezia, 2018.
77 G. Acquaviva, M. Marchi, P. Pombeni (a cura di), Democristiani, cattolici e Chiesa negli anni di Craxi, Marsilio, Venezia, 2018, pag 290.
78 Ibidem.
79 Ivi, p. 295
80 Ivi, p. 296.
81 Ivi, p. 183.
82 Ibidem.
83 S. Colarizi, A. Giovagnoli, P. Pombeni (a cura di), L’italia contemporanea dagli anni Ottanta a oggi III. Istituzioni e politica, Carocci Editore, Roma, 2014, pag. 68.
Carolina Polzella, Dc, Pci e Psi: la crisi delle grandi famiglie politiche nella “prima repubblica”, Tesi di laurea, Università Luiss "Guido Carli", Anno accademico 2018-2019
Fin da subito il segretario democristiano aveva accolto la sfida del Partito socialista sul rinnovamento delle istituzioni, che doveva andare a costituire una “seconda fase della repubblica”. «Il nostro discorso sulle istituzioni parte dalla consapevolezza che queste vanno concepite in funzione delle garanzie di libertà che possono aumentare, e non si limita dunque a privilegiare in maniera esclusiva l’esigenza dell’autorità e della decisione, che indubbiamente appartengono alla struttura dei meccanismi istituzionali. E’ per queste ragioni che, per il governo, noi immaginiamo che il problema sia quello della stabilità dell’esecutivo. Ma un esecutivo più stabile deve significare anche un parlamento più libero»: <67 questo è ciò che affermava Roberto Ruffilli, esponente di spicco esterno al partito, impegnato fortemente nel rinnovamento del partito cattolico insieme a De Mita. La riforma delle istituzioni non doveva solo affrontare i problemi aperti per la governabilità e la formazione di maggioranze stabili e solide, ma anche le difficoltà di una sempre maggiore democraticità, con la garanzia della libertà e dell’uguaglianza e con la promozione di una partecipazione reale. Di qui anche l’indicazione da parte della Dc, come obiettivo del processo riformatore, dell’affermazione del cittadino quale attore decisivo del funzionamento della democrazia repubblicana, quale arbitrio vero per la formazione della maggioranza di governo e per il suo ricambio, e quale portatore di intangibili diritti individuali e sociali <68. Per De Mita e per i suoi più stretti collaboratori (tra questi anche Ruffilli), le riforme diventavano il collante necessario per rinvertire lo scollamento che si stava evidenziando tra la Dc e la sua base di legittimazione, ma più in generale tra la cosiddetta “repubblica dei partiti” e quella che si cominciava a definire “società civile” <69.
L’impegno di De Mita nei confronti di questo sistema di riforme, venne esposto chiaramente nel suo intervento in commissione Bozzi il 1° febbraio del 1984, dove presentò i quattro punti di interesse che vennero mantenuti fino alle elezioni del 1987. Bisognava innanzi tutto poter dare una risposta alla domanda dell’opinione pubblica: come la politica può tutelare la libertà del cittadino, la sua facoltà di decisione e quindi come può garantire la sovranità? <70. In secondo luogo, bisognava sanare le lacune lasciate dalla Costituente: era necessario lavorare sulle istituzioni per poter assicurare un’evoluzione degli equilibri politici. In terzo luogo, egli rifiutava un governo presidenziale, in favore invece di un governo di legislatura. Ed infine si opponeva al sistema di voto maggioritario, che veniva considerato non accettabile per il pluralismo politico italiano; con la conseguente approvazione, invece, per il proporzionale <71. La modifica della legge elettorale costituiva, per l’appunto, il “cavallo di battaglia” del programma di De Mita. Egli affermava che: «Il sistema maggioritario cancella i partiti minori, ma è anche vero che, così com’è, questo nostro sistema elettorale, non risponde alle esigenze del paese. Ecco la proposta democristiana: un doppio voto che consenta agli elettori di poter scegliere per un partito e per una coalizione di governo con una quota di seggi riservata, per incentivare la formazione delle coalizioni di governo» <72.
Di fronte ad un quadro politico così complicato da gestire, il segretario De Mita non aveva nessun dubbio sul tipo di politica da adottare per dirigere l’Italia in trasformazione: la soluzione migliore era rappresentata dal pentapartito. Quest’ultimo descriveva la scelta ottimale per guidare la modernizzazione del paese. Egli affermò durante una relazione all’ultimo Congresso che lo vide segretario della Dc, che: «…la formula pentapartitica costituisce il momento di collegamento oggi possibile tra vecchie culture e nuove esigenze. Riflette oggettivamente lo stato di difficoltà in cui è il sistema politico, ma segna anche una linea di possibile evoluzione» <73. Secondo De Mita il pentapartito doveva essere un’autentica maggioranza politica non fondata sulla matematica parlamentare <74, doveva essere una scelta strategica e non di necessità <75, per poter far fronte alla modernizzazione. Allo stesso modo anche il segretario del Partito socialista Craxi credeva in una concezione di pentapartito, che però era opposta a quella di De Mita: il leader socialista, a detta del democristiano, considerava la strategia di pentapartito come una trovata strategica di breve periodo per poter ottenere maggiore potere; era per l’appunto uno stato di necessità <76, per creare le condizioni di un’alternativa alla Democrazia cristiana.
All’interno della Dc, soprattutto nell’ultimo periodo della segreteria demitiana, vi era una vera e propria competizione tra un’ala più aperta al dialogo con il Psi, e una invece più improntata alla riforma del sistema (promossa ovviamente da De Mita). Le critiche nei confronti del riformismo erano un modo per demolire il primato del segretario della Dc. Così Andreotti, prima delle elezioni del 1987, si riferiva alle riforme istituzionali cercando di sottolinearne la “prudenza" con cui dovevano essere prese in esame: «Penso che prima di riformare occorre attuare tutta la Costituzione e correggere le interpretazioni abusive che si sono andate creando. Vorrei che prima le studiassimo (le riforme) bene, e poi ne impostassimo la realizzazione. Sono tutt’altro che contrario, ma prima devo sapere cosa si vuol mettere nello scatolone delle riforme» <77. In una lettera inviata a Mino Martinazzoli nel 1987, Andreotti esprimeva la necessità di contrastare questa mania che incorreva negli ultimi tempi, ovvero quella di una riforma della Costituzione, che poteva mettere in circolo idee pericolose sotto innocue apparenze <78.
In seguito alle elezioni dell’87, Craxi si oppose fortemente ad una candidatura di De Mita alla guida del governo, nella speranza di trovare una terza via. L’incarico venne affidato a Giovanni Goria, che varò un governo pentapartito: egli si concentrò sul Sud e sulla politica di bilancio, non ponendo troppa attenzione sulla questione delle riforme istituzionali. Dopo la breve parentesi del governo Goria, De Mita riuscì a conquistare Palazzo Chigi. Il suo mandato fin dall’inizio fu ostico e difficoltoso, in particolare a partire dalla conquista della segreteria della Dc da parte di Forlani nel febbraio del 1989, ma soprattutto con il Congresso socialista nel maggio successivo. Così come sostenne “La Civiltà Cattolica”, in seguito al governo Goria, qualcosa era cambiato: «si era aperta una nuova epoca della politica italiana, una era delle mani libere, in cui ogni partito agisce per conto suo, perseguendo il proprio obiettivo politico, senza sentirsi legato da vincoli di solidarietà con altri partiti (…), un’epoca di frammentazione politica, che non promette per il paese nulla di buono, poiché la mancanza dei vincoli imposti dalla solidarietà con altri partiti e dalla necessità di perseguire un disegno comune significa instabilità politica e mancanza di prospettive certe per il fututo» <79. L’accordo Andreotti-Forlani era teso ad eliminare definitivamente De Mita: la nascita del governo Andreotti nel luglio del 1989 sanciva, da un lato, la vittoria di Craxi su De Mita. Dall’altro, l’assenza di un accenno alle riforme istituzionali all’interno del discorso del neopresidente del Consiglio, poteva essere letta come la chiusura di un percorso decennale, in cui si era combattuto per l’attuazione di una “Grande Riforma” <80. Poteva però essere interpretato anche come una “vittoria” di Craxi e dell’unica proposta rimasta attuabile: quella di una Repubblica presidenziale, che invece De Mita non aveva mai condiviso. Forlani e Andreotti, fin da subito, preferirono mantenere una linea morbida riguardo al rapporto con il Psi, poiché sembrava essere diventato più facile il dialogo tra i due partiti. Fu proprio questa simpatia che li condusse a firmare un patto di alleanza definito CAF (Craxi-Andreotti-Forlani), che avrebbe dovuto portare ad una più facile conduzione degli esecutivi. L’esodo della Democrazia cristiana cominciò con le dimissioni del Presidente della Repubblica Cossiga che, nel tentativo di attivare un rapporto con i cittadini tramite le apparizioni televisive, non fece altro che peggiorare la condizione di insoddisfazione e rabbia che gli italiani nutrivano nei confronti della partitocrazia. Fu costretto a dimettersi. A ciò si aggiunse la contestazione di Mario Segni e la rottura di Leoluca Orlando, personaggio non gradito dalla Dc a causa delle sue denunce riguardo il rapporto di favori tra mafia e politica in Sicilia. A questo si addizionò anche il referendum proposto appunto da Segni, con il quale si intendeva cancellare la preferenza multipla, che era indicata come primo strumento per il voto clientelare <81. Il quorum sembrava impossibile da raggiungere, ma Segni lo promosse come un «voto contro i partiti <82», e proprio per questo motivo mobilitò la popolazione ad andare a votare.
A seguito delle elezioni del 1992, salì alla guida dell’esecutivo il governo Amato, che venne investito dalla tempesta giudiziaria di Tangentopoli, la quale gettò fango su tutta la partitocrazia: si venne a delineare un meccanismo di finanziamento molto conosciuto da tutta la classe politica. «Le inchieste giudiziarie di Mani Pulite, esaltate dai fautori di uno stato eticamente integro e denigrate dai critici della magistratura politicizzata, fecero emergere alla luce del sole le profonde trasformazioni verificatesi nella politica italiana. Venuto meno l’originario ruolo di mediazione, tra consenso politico e accesso alle risorse con la crisi finanziaria dello Stato, emerse il nesso stretto tra clientelismo partitico ed estensione della cultura politica» <83. Nel 1992 con i processi su Andreotti, iniziarono a cadere numerosi esponenti della Dc, tra cui anche De Mita, il cui fratello venne arrestato. A quel punto, emerse un nuovo segretario delle correnti di sinistra della Dc: Mino Martinazzoli. Egli puntò in tutti i modi a riordinare gli equilibri ormai rotti del partito, ma senza molti risultati. Dopo il fallimento alle amministrative del 1993, il segretario propose una rifondazione della Democrazia cristiana, attraverso un’Assemblea Costituente che venne convocata proprio nello stesso anno. La Dc modificò il suo nome con Partito popolare italiano (Ppi), per ricordare il legame storico con quello di Sturzo. Dopo circa cinquanta anni di centralità democristiana, la fine del partito era arrivata in maniera così rapida e inattesa.
[NOTE]
61 G. Acquaviva, M. Marchi, P. Pombeni (a cura di), Democristiani, cattolici e Chiesa negli anni di Craxi, Marsilio, Venezia, 2018, cit., pag. 218.
62 De Mita, Relazione al XVI Congresso Nazionale della Democrazia Cristiana, in G. Acquaviva, M. Marchi, P. Pombeni (a cura di), Democristiani, cattolici e Chiesa negli anni di Craxi, Marsilio, Venezia, 2018.
63 Ibidem.
64 Id., Relazione al XVII Congresso Nazionale della Democrazia Cristiana, cit. Anche la precedente citazione è tratta da questo medesimo intervento di De Mita, in G. Acquaviva, M. Marchi, P. Pombeni (a cura di), Democristiani, cattolici e Chiesa negli anni di Craxi, Marsilio, Venezia, 2018.
65 G. Acquaviva, M. Marchi, P. Pombeni (a cura di), Democristiani, cattolici e Chiesa negli anni di Craxi, Marsilio, Venezia, 2018, pag. 223.
66 “Ho cacciato Ciancimino”, Intervista a De Mita, di E. Scalfari, “La Repubblica”, 6 ottobre, 1984.
67 M. S. Piretti, Roberto Ruffilli: una vita per le riforme, Bologna, Il Mulino, 2008, pag. 191.
68 G. Acquaviva, M. Marchi, P. Pombeni (a cura di), Democristiani, cattolici e Chiesa negli anni di Craxi, Marsilio, Venezia, 2018, pag. 280.
69 Ibidem.
70 Ivi, pag. 283.
71 C. De Mita, Politica e istituzioni nell’Italia repubblicana, Milano, Bompiani, 1988, pag. 150.
72 G. Acquaviva, M. Marchi, P. Pombeni (a cura di), Democristiani, cattolici e Chiesa negli anni di Craxi, Marsilio, Venezia, 2018, pag. 284.
73 De Mita, Relazione al XVII Congresso Nazionale della Democrazia Cristiana, in G. Acquaviva, M. Marchi, P. Pombeni (a cura di), Democristiani, cattolici e Chiesa negli anni di Craxi, Marsilio, Venezia, 2018.
74 Ibidem.
75 Relazione al Consiglio Nazionale della DC, Roma, 24 ottobre 1983, cit. in G. Acquaviva, M. Marchi, P. Pombeni (a cura di), Democristiani, cattolici e Chiesa negli anni di Craxi, Marsilio, Venezia, 2018.
76 De Mita, Relazione al XVI Congresso Nazionale della Democrazia Cristiana, cit. in G. Acquaviva, M. Marchi, P. Pombeni (a cura di), Democristiani, cattolici e Chiesa negli anni di Craxi, Marsilio, Venezia, 2018.
77 G. Acquaviva, M. Marchi, P. Pombeni (a cura di), Democristiani, cattolici e Chiesa negli anni di Craxi, Marsilio, Venezia, 2018, pag 290.
78 Ibidem.
79 Ivi, p. 295
80 Ivi, p. 296.
81 Ivi, p. 183.
82 Ibidem.
83 S. Colarizi, A. Giovagnoli, P. Pombeni (a cura di), L’italia contemporanea dagli anni Ottanta a oggi III. Istituzioni e politica, Carocci Editore, Roma, 2014, pag. 68.
Carolina Polzella, Dc, Pci e Psi: la crisi delle grandi famiglie politiche nella “prima repubblica”, Tesi di laurea, Università Luiss "Guido Carli", Anno accademico 2018-2019
