sabato 28 marzo 2026

In provincia di Savona i primi a muoversi verso la montagna erano stati gli azionisti


Furono quattro i nuclei partigiani a totale o prevalente orientamento comunista che si formarono in settembre [1943] nel Savonese <53.  A Santa Giulia, sulla “langa” che divide la Bormida di Spigno dal torrente Uzzone, si riunirono Angelo Bevilacqua, Pietro Toscano, Mario Sambolino, G. Recagno, Nino Bori, Aldo Tambuscio e pochi altri <54 cui, entro il 25 settembre, si unirono dei soldati sbandati del Regio Esercito. Il gruppo difettava gravemente di armi e munizioni e vi erano molte discussioni circa la linea d’azione da seguire. Alla cascina Smoglie dell’Amore, non lontano dal paese di Montenotte, salirono Giovanni Carai, A. Sibaldi, Giovanni Aglietto, Francesco Bazzino, Libero Bianchi, Angelo Tambuscio e Augusto Bazzino.  Alla cascina Bergamotti, sopra l’abitato di Bormida, si ritrovarono Angelo Carai, Ugo Piero, Renzo Guazzotti, Piero Molinari, Valentino Moresco, Giuseppe Regonelli e Attilio Folco appena liberato dal confino di polizia di Ventotene. Sopra i paesini di Montagna e Roviasca, al Teccio del Tersè, si stabilirono Gino De Marco, Pietro Morachioli, Guido Caruzzo, Francesco Calcagno, Giuseppe Lagorio. Con il passare dei giorni altri uomini, tra cui Miniati, Tamagnone e Rebella, raggiunsero l’uno o l’altro gruppo <55. Sempre nelle sue “Cronache militari della Resistenza in Liguria”, Gimelli riferisce infine che sul finire del mese di settembre una ventina di giovani vadesi salirono alle Tagliate, sopra Mallare, per poi disperdersi parte verso Bormida, parte verso il Monregalese <56. Non mancavano altri nuclei dispersi, non inquadrati politicamente.
Non furono tuttavia queste le prime bande partigiane nate in provincia di Savona. I primi a muoversi erano stati gli azionisti. Il 9 settembre i fratelli Emilio e Leandro Botta, insieme a Giovanni Mantero, Giuseppe Francia, Carlo e Giuseppe Trombetta, si impadronirono delle armi della Milizia di Dego lasciate incustodite al Bricco Ridotta. Il nucleo era comandato dall’avv. Emilio Botta, classe 1885, che prese il nome cospirativo di “Bormida”. Pochi giorni dopo raggiunse i ribelli azionisti il notaio Calogero Costa “Accursio”, che ne divenne il commissario politico. La zona dove si aggirava la banda era quella di Dego - Santa Giulia - Brovida <57.
La terza componente della Resistenza savonese, quella “autonoma”, nacque anch’essa verso la metà di settembre, quando attorno a Giuseppe Dotta “Bacchetta” e al dottor Angelo Salomone “Katia” si formò a Ravagni, presso Rocchetta di Cairo, un nucleo partigiano <58. 
La Resistenza savonese esordì dunque subito divisa in tre anime politiche: quella comunista, poi garibaldina, destinata ad attrarre anche molti socialisti e cattolici, quella azionista, capeggiata da noti professionisti, e quella autonoma, sempre più un’enclave “maurina” in terra ligure. Va detto che autonomi ed azionisti operarono spesso in tale completa sinergia da risultare quasi indistinguibili, posto che l’azionismo ligure aveva connotazioni meno progressiste rispetto ad altre regioni. Inizialmente i gruppi di resistenti badarono essenzialmente a non attirare l’attenzione. Mancando di armi, munizioni, viveri, denaro ma soprattutto di esperienza militare specificamente orientata alla guerriglia, i “ribelli” si limitarono per parecchie settimane a rinsaldare le basi e i collegamenti con il capoluogo, dove si andavano lentamente formando gli organismi direttivi della guerra partigiana. Un flusso sottile ma continuo di piccole quantità di armi e denaro affluiva ai nuclei imboscati sempre in attesa di raggiungere una consistenza numerica e una capacità di fuoco tali da poter entrare in azione. In tali condizioni, le uniche attività possibili erano l’addestramento alla conoscenza del territorio e piccoli sabotaggi di poco conto (taglio di fili telefonici ecc.). Il recupero di armi era un’attività rischiosa e poco praticata. Per il momento, nell’autunno del ’43 ci si limitava a riprendersi quelle opportunamente imboscate nella confusione dei primi giorni dell’occupazione tedesca. Si tessevano lentamente le reti dell’organizzazione partigiana, ogni gruppo per i suoi tramiti. La “rete” comunista era composta di operai e contadini che mantenevano precari contatti tra Savona e gli altri centri della costa e i ribelli isolati in montagna; la stessa funzione era svolta per gli azionisti da medici, avvocati, notai, magistrati e militari in congedo.
Frattanto il capoluogo si calava pian piano nell’atmosfera della cospirazione. Non che la gioventù locale aspirasse in massa a raggiungere i primi partigiani del Savonese. I due fattori principali che mantennero la provincia savonese insurrezionalmente “fredda” per mesi furono l’attendismo e la “concorrenza partigiana”. L’attendismo, croce di tutte le Resistenze d’Italia e d’Europa, era nella Savona del settembre-ottobre 1943 uno stato d’animo particolarmente vivo. Si era infatti diffusa con le modalità tipiche della “leggenda metropolitana” la notizia che gli Alleati fossero pronti a sbarcare sulla costa ligure da un momento all’altro <59. Tale credenza, condivisa dagli stessi comandi tedeschi che si affannavano a minare opere pubbliche e impianti e a costruire appostamenti difensivi <60, non invogliava certo i giovani della zona a rischiare la vita quando si poteva più o meno comodamente aspettare di essere liberati dagli anglosassoni. La “concorrenza partigiana” era invece determinata dalle voci, veridiche ma gonfiatesi a dismisura passando di bocca in bocca, dell’esistenza di un solido nucleo di resistenza militare attestato in Val Casotto, non lontano da Mondovì. Non furono pochi i savonesi che, fino al marzo del ’44, accorsero lassù lasciando i pochi ribelli della provincia ligure, tanto più che si vociferava di migliaia di militari italiani del Regio Esercito con armi pesanti e regolari rifornimenti aerei, comandati da ufficiali alleati. La realtà era meno rosea, e più d’uno ne fece le spese, come i vadesi fratelli Valvassura, Domenico, fucilato a Mellea di Fossano il 29 dicembre 1943, ed Enrico, ucciso a Ceva il 27 marzo 1944 <61. 
Nel frattempo nel capoluogo, parallelamente all’insediamento delle autorità saloine, procedeva la formazione degli organismi dell’opposizione clandestina. Tali erano le Squadre di Difesa operaia, precursori delle SAP. Il loro compito consisteva, nei limiti del possibile, nel sabotare la produzione bellica, proteggere eventuali scioperanti e salvaguardare gli impianti industriali dall’evacuazione in Germania ad opera dei tedeschi <62. A metà ottobre era nato a Genova il Comitato Militare Ligure, che aveva suddiviso in zone la regione; l’intero Ponente (zona I) era stato affidato alle cure dei rappresentanti socialisti, ma l’incarico veniva di fatto svolto un po’ da tutti, anche per interessi di partito. In particolare furono gli azionisti a prodigarsi con i pochi uomini a loro disposizione per organizzare una rete cospirativa e spionistica efficiente <63. Si inaugurò così una lunga stagione di viaggi, incontri, riunioni clandestine da parte di esponenti di tutti i partiti antifascisti. Tra questi viaggiatori e cospiratori instancabili, che correvano rischi enormi in prima persona per legare le bande disperse ai partiti e ai comitati di liberazione, vanno ricordati su tutti alcuni nomi. Per gli azionisti, i giudici del Tribunale di Savona Panevino e Drago, Emilio Botta “Bormida”, Cristoforo Astengo; per i socialisti, Renato Martorelli, destinato a morire sotto tortura in Piemonte nell’estate del ’44 <64. Molti di questi uomini persero la vita. Il primo ad essere arrestato fu l’Astengo che, notissimo a Savona, era stato invitato da Ferruccio Parri in persona a cambiare aria per evitare guai ed essere comunque utile altrove. Ma il coraggioso avvocato antifascista non volle lasciare la sua città e anzi, avuta notizia dell’esistenza di militari italiani ancora in armi in Val Casotto, si diede a viaggiare tra Savona e la località piemontese per mantenere i collegamenti. Sua unica precauzione era quella di salire e scendere dal treno per Ceva alla stazione periferica di Santuario, dove i controlli erano minimi. Ma la notte del 25 ottobre 1943, tornando dal Piemonte, si addormentò vinto dalla stanchezza del viaggio e si ritrovò alla stazione di Savona dove fu immediatamente arrestato <65. Astengo, dopo una settimana nel carcere savonese di S. Agostino, durante la quale lo portavano agli interrogatori in catene, fu trasferito a Genova, alla famigerata “Casa dello Studente” e poi a Marassi, in stretto isolamento. Ricondotto davanti agli aguzzini della “Casa dello Studente”, gli diedero un blocco di carta per scrivere la confessione. Ammise tutte le proprie responsabilità, ma senza coinvolgere nessun altro. Non lo torturarono e lo rimandarono in cella, dove, grazie ad un carceriere insolitamente generoso, poteva incontrarsi con i suoi compagni di sventura <66.
[NOTE]
53. Per i gruppi e la loro dislocazione vedi Badarello - De Vincenzi, Savona insorge, Savona, Ars Graphica, 1973, p. 64; cfr. G. Gimelli, Cronache militari della Resistenza in Liguria, p. 84.
54. Perlopiù studenti dell’Istituto tecnico industriale “Boselli”.
55. R. Badarello - E. De Vincenzi, Savona insorge, Savona, Ars Graphica, 1973, p. 64. La presenza di Attilio Folco (classe 1911, tuttora vivente) tra i primi ribelli comunisti di Bormida mi è attestata con certezza dal nipote, Mario Savoini “Benzolo”.
56. Non escluderei che questi giovani facessero in realtà parte del nucleo di Montagna - Roviasca; le Tagliate sono a poche ore di cammino dai due villaggi.
57. M. Zino, G. L. fra Val Bormida e Langhe, in Id., Più duri del carcere, Genova, E. Degli Orfini, 1946, pp. 306 segg.
58. Badarello - De Vincenzi, op. cit., p. 294.
59. G. Gimelli, op. cit., vol. I, p. 93.
60. Ibidem, vol. I, pp. 99 - 100.
61. Ibidem, vol. I, p. 84. Vedi ad esempio la testimonianza di Mario Savoini “Benzolo” in id., Cosa è rimasto. Memorie di un ribelle, Savona, Editrice Liguria, 1997, pp. 39 - 66.
62. G. Gimelli, op. cit., vol. I, p. 89.
63. Ibidem, vol. I, p. 89.
64. Le relazioni intessute da questi uomini sono illustrate in M. Zino, op. cit.
65. Su quello stesso treno, in un altro vagone, viaggiava Emilio Botta “Bormida” il quale, data l’età, non poteva restare sempre alla macchia ed in quei giorni si nascondeva a Savona: vedi M. Zino, G. L. fra Val Bormida e Langhe, in Id., op. cit.
66. M. Zino, Cristoforo Astengo, in id., op.cit.
Stefano d'Adamo, Savona Bandengebiet. La rivolta di una provincia ligure ('43-'45), Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1999-2000