«Come nel ’68? No, peggio, oggi c’è la crisi». Tra i tanti slogan presenti sui muri dell’università romana nel 1977, uno dei più iconici prendeva di mira l’abusato e ambivalente confronto con l’anno della contestazione <1, sottolineando lo scarto più consistente: laddove la fine degli anni sessanta si misurava con le contraddizioni del miracolo economico italiano, nei settanta la cifra dominante è quella della crisi. Crisi economica, degli equilibri internazionali, del sistema politico, dei rapporti sociali. Duro stabilire a posteriori quanta consapevolezza vi fosse nella “generazione dell’anno nove” <2 del carattere periodizzante, di cesura storica, oggi largamente riconosciuto al decennio settanta del secolo scorso; sicuramente l’impressione forte e ineliminabile era quella di muoversi in un orizzonte più cupo e disperato rispetto a quello dei propri padri e, persino, fratelli maggiori <3, senza peraltro che ciò comportasse necessariamente la rinuncia a un approccio vitalistico all’esistente.
Prima di conferire sostanza a tale impressione, delineando le linee di sviluppo del paese e del contesto internazionale nel periodo considerato, conviene confrontarsi con la categoria di crisi, onde evitare un uso acritico e sondarne la validità interpretativa per il decennio in oggetto. Luca Baldissara mette in guardia da un utilizzo ambiguo del termine, che ne faccia un escamotage con cui rievocare periodi storici dei quali non si riesca a trovare il bandolo della matassa, la chiave interpretativa. Aggiunge però, in un passo successivo: "D’altro canto, la categoria di crisi può viceversa contribuire efficacemente all’interpretazione dei processi di mutamento in corso nella società quando sia ricondotta alla dialettica continuità/rottura propria della dinamica storica, al concetto di “transizione” da un sistema ad un altro. Quando cioè crisi diviene una lente d’ingrandimento che consente di osservare il dipanarsi dei meccanismi e degli elementi di rottura di un equilibrio tra i diversi settori - economico-sociale, politico-istituzionale, civico-culturale, normativo-giudiziario - che garantiscono la vita associata, la tenuta di un sistema, il funzionamento dei processi di integrazione individuale e collettiva" <4. Nei suoi studi di storia concettuale, Koselleck <5 individua tre modelli semantici ai quali può essere ricondotto l’uso moderno della parola crisi, che nel linguaggio della filosofia della storia si sostengono a vicenda e si mescolano. Il termine, nel significato che qui interessa, oscilla sul crinale della sua declinazione come concetto periodale iterativo e come decisione ultima. Nel primo caso l’accento batte sul processo (e spesso sul progresso) storico, scandito da crisi che costituiscono altrettante spinte al cambiamento; nel secondo l’accezione è più marcatamente teleologica, con riferimento alla crisi come «ultima grande e definita decisione, dopo la quale la storia del futuro si presenterà in modo del tutto diverso» <6.
Guardando a coloro che vissero negli anni settanta, il timore o la speranza che la crisi (economica, politica, internazionale) fosse quella definitiva si intreccia con la considerazione dell’andamento ciclico della storia, scandito - con termini mutuati dal linguaggio economico - da progresso, crisi e riprese. Se il timore apparteneva a quanti credevano nella funzionalità del sistema e auspicavano la sua conservazione al netto dei necessari correttivi, la speranza viceversa era cullata da quei soggetti e organizzazioni che si rifacevano al Marx teorico del collasso ineluttabile del capitalismo, nel quale convivono a ben vedere entrambe le accezioni del concetto qui considerate.
Spostando lo sguardo sul tempo presente, è diffusa fra gli storici l’interpretazione del decennio in esame come periodo di crisi <7, con riferimento alla declinazione del concetto in senso periodale iterativo. In alcuni casi <8 l’affezione è considerata salutare, benefica, o quantomeno foriera di possibili soluzioni a vecchi mali. Molto spesso <9 il paradigma della crisi persistente e irrisolta diviene esplicativo delle vicende italiane dell’ultimo quarto del secolo scorso, e oltre; se il frangente di crisi è spostato in avanti e fatto coincidere con gli anni ottanta, il decennio precedente ne costituisce perlomeno l’incubatore <10. In ogni caso gli anni settanta rappresentano uno stress test per i fragili equilibri del paese, sottoposto alle fibrillazioni derivanti dalla stagnazione economica accompagnata a un’inflazione galoppante, dalla contrastata ristrutturazione industriale, dall’impasse politica esemplificata nella formula del governo delle astensioni varata nel 1976, dalle tensioni internazionali, dalle problematiche sociali, dal sempre più insistito ricorso alla violenza politica e alla lotta armata da parte degli agenti della contestazione.
Né tuttavia questa segmentazione del tempo storico è l’unica possibile; evidenziare la dimensione della crisi come ermeneutica per il periodo considerato equivale ad adottare un punto di vista strettamente occidentalocentrico, della qual cosa occorre avere consapevolezza. Inoltre, la stessa storiografia offre spunti differenti, anche qualora incentri il proprio sguardo sul quadrante nord-ovest del mondo: ne è un esempio un testo che ha goduto di recente, notevole fortuna: "Dopoguerra" di Tony Judt <11. L’autore fornisce un’interpretazione della storia del continente europeo a partire dal secondo conflitto mondiale, in cui la cesura dei settanta risulta sfumata, letta nell’ottica della transizione verso gli equilibri della contemporaneità; ne sono eloquente testimonianza la scansione dei capitoli e la periodizzazione ad essa sottesa, che fa seguire all’età della «prosperità e malcontento: 1953-1971» l’«intervallo: 1971-1989».
Ancora una volta torna utile Koselleck, e il rapporto che istituisce fra struttura, evento, punto di vista e temporalizzazione nella disciplina storica <12. La sua riflessione, che si configura come una semantica dei tempi storici, permette di tematizzare il periodo in esame in modo meno aleatorio: l’interpretazione degli anni settanta come frangente di crisi costituisce non solo un punto di vista determinato sul passato, ma uno strato temporale che si sovrappone e si intreccia ai molti altri possibili. Così, l’enfasi posta sul decennio, e al suo interno sulle forme della contestazione politica, rappresenta una delle possibili configurazioni di quel tempo storico, e contribuisce per mezzo della variazione di scala ad arricchirne la conoscenza. Tenendo presente che la capacità esplicativa della prospettiva adottata varia al variare della scala, e al collocarsi ai differenti livelli di gradazione delle dimensioni storiche del mutamento e della durata.
[NOTE]
1 Tema più volte affrontato nelle analisi degli studenti in lotta nel corso del 1977, così come nelle intemerate a colpi di cori durante i cortei e di pennellate murali: si veda, ad esempio, Collettivo “La nostra assemblea” (a cura di), Le radici di una rivolta. Il movimento studentesco a Roma: interpretazioni, fatti e documenti. Febbraio-aprile 1977, Feltrinelli, Milano 1977, pp. 11-66, 161-74.
2 Ancora un’espressione, coniata da Umberto Eco, in cui forte emerge il rapporto con i “fratelli maggiori” del 1968: Umberto Eco, La comunicazione “sovversiva” nove anni dopo il sessantotto, «Corriere della Sera», 25 febbraio 1977, ora Anno nove, in Id., Sette anni di desiderio. Cronache 1977-83, Bompiani, Milano 1983, pp. 59-63.
3 Cfr. Alberto De Bernardi, I movimenti di protesta e la lunga depressione dell’economia italiana, in Id., Valerio Romitelli e Chiara Cretella (a cura di), Gli anni Settanta. Tra crisi mondiale e movimenti collettivi, Archetipolibri, Bologna 2009, pp. 119-35.
4 Luca Baldissara, Le radici della crisi. Un’introduzione, in Id. (a cura di), Le radici della crisi. L’Italia tra gli anni Sessanta e Settanta, Carocci, Roma 2001, pp. 9-30, in particolare pp. 15-16.
5 Reinhart Koselleck, Il vocabolario della modernità. Progresso, crisi, utopia e altre storie di concetti, il Mulino, Bologna 2009, pp. 95-109. Sul rapporto fra modernità, progresso e crisi si veda anche R. Koselleck, Sulla disponibilità della storia, in Id., Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici, Marietti, Genova 19962, pp. 223-38.
6 Id., Il vocabolario della modernità, cit., p. 104.
7 Forse il testo più significativo del paradigma della crisi a partire dagli anni settanta è Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve. 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi, Rizzoli, Milano 1995, qualora si consideri in particolare la terza parte, intitolata emblematicamente «La frana»: pp. 469-675. Cfr. anche, per un esempio più recente del valore periodizzante del decennio, Niall Ferguson et al., The Shock of the Global. The 1970s in Perspective, Belknap Press of Harvard University Press, London-Cambridge 2010.
8 Cfr., per fare due esempi, Vittorio Frosini, La democrazia nel XXI secolo, Ideazione, Roma 1997 e, parzialmente, Silvio Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana. L’economia, la politica, la cultura, la società dal dopoguerra agli anni ’90, Marsilio, Venezia 2005.
9 Si pensi ad Aurelio Lepre, Storia della prima Repubblica. L’Italia dal 1943 al 2003, il Mulino, Bologna 20053, opera nella quale l’avvertenza prima alla lettura è così formulata: «Questa terza edizione della Storia della prima Repubblica l’aggiorna fino al 2003. Si dovrebbe ripetere in essa ciò che fu scritto a proposito della seconda edizione, che portava l’aggiornamento al 1998: gli anni trascorrono, ma la storia della seconda Repubblica non sembra ancora iniziata e l’Italia sta vivendo una faticosa e difficile transizione di cui si continua a non intravedere il possibile sbocco. Ancora una volta, perciò, la Storia della prima Repubblica non può avere una vera e propria conclusione». Cfr.
inoltre quello che è diventato ormai un vero e proprio canone storiografico, riassunto efficacemente nel titolo: Guido Crainz, Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni ottanta, Donzelli, Roma 2003; nonché altri lavori di sintesi quali Piero Craveri, La Repubblica dal 1958 al 1992, Utet, Torino 1995 ed Enzo Santarelli, Storia critica della Repubblica. L’Italia dal 1945 al 1994, Feltrinelli, Milano 1996. Lo stesso Craveri in un’opera recente riprende l’ottica declinista e ne fa strumento di interpretazione delle vicende d’Italia; in particolare, in riferimento ai decenni settanta e ottanta vengono adoperate rispettivamente le categorie di «crisi» e di «occasioni mancate»: cfr. P. Craveri, L’arte del non governo. L’inesorabile declino della Repubblica italiana, Marsilio, Venezia 2016.
10 Cfr. Agostino Giovagnoli, La Repubblica degli italiani. 1946-2016, Laterza, Roma-Bari 2016; in quest’opera di sintesi gli anni ottanta divengono il tornante storico a partire da quale entra in crisi il vecchio mondo e si consuma il “cambiamento” sul piano dei rapporti internazionali, dell’economia, della società, della cristianità. Cfr. anche Paolo Soddu, La via italiana alla democrazia. Storia della Repubblica 1946-2013, Laterza, Roma-Bari 2017, per il quale le trasformazioni politico-sociali verificatesi nel periodo compreso tra il sequestro e l’omicidio Moro e l’inchiesta Mani pulite rappresentano la «crisi, agonia e morte della democrazia dissociativa e dei soggetti costituenti».
11 Tony Judt, Dopoguerra. Come è cambiata l’Europa dal 1945 a oggi, Mondadori, Milano 2007.
12 R. Koselleck, Futuro passato, cit.
Salvatore Corasaniti, Quando parla Onda Rossa. I Comitati autonomi operai e l'emittente romana alla fine degli anni settanta (1977-1980), Tesi di dottorato, La Sapienza - Università degli Studi di Roma, Anno accademico 2017-2018
Prima di conferire sostanza a tale impressione, delineando le linee di sviluppo del paese e del contesto internazionale nel periodo considerato, conviene confrontarsi con la categoria di crisi, onde evitare un uso acritico e sondarne la validità interpretativa per il decennio in oggetto. Luca Baldissara mette in guardia da un utilizzo ambiguo del termine, che ne faccia un escamotage con cui rievocare periodi storici dei quali non si riesca a trovare il bandolo della matassa, la chiave interpretativa. Aggiunge però, in un passo successivo: "D’altro canto, la categoria di crisi può viceversa contribuire efficacemente all’interpretazione dei processi di mutamento in corso nella società quando sia ricondotta alla dialettica continuità/rottura propria della dinamica storica, al concetto di “transizione” da un sistema ad un altro. Quando cioè crisi diviene una lente d’ingrandimento che consente di osservare il dipanarsi dei meccanismi e degli elementi di rottura di un equilibrio tra i diversi settori - economico-sociale, politico-istituzionale, civico-culturale, normativo-giudiziario - che garantiscono la vita associata, la tenuta di un sistema, il funzionamento dei processi di integrazione individuale e collettiva" <4. Nei suoi studi di storia concettuale, Koselleck <5 individua tre modelli semantici ai quali può essere ricondotto l’uso moderno della parola crisi, che nel linguaggio della filosofia della storia si sostengono a vicenda e si mescolano. Il termine, nel significato che qui interessa, oscilla sul crinale della sua declinazione come concetto periodale iterativo e come decisione ultima. Nel primo caso l’accento batte sul processo (e spesso sul progresso) storico, scandito da crisi che costituiscono altrettante spinte al cambiamento; nel secondo l’accezione è più marcatamente teleologica, con riferimento alla crisi come «ultima grande e definita decisione, dopo la quale la storia del futuro si presenterà in modo del tutto diverso» <6.
Guardando a coloro che vissero negli anni settanta, il timore o la speranza che la crisi (economica, politica, internazionale) fosse quella definitiva si intreccia con la considerazione dell’andamento ciclico della storia, scandito - con termini mutuati dal linguaggio economico - da progresso, crisi e riprese. Se il timore apparteneva a quanti credevano nella funzionalità del sistema e auspicavano la sua conservazione al netto dei necessari correttivi, la speranza viceversa era cullata da quei soggetti e organizzazioni che si rifacevano al Marx teorico del collasso ineluttabile del capitalismo, nel quale convivono a ben vedere entrambe le accezioni del concetto qui considerate.
Spostando lo sguardo sul tempo presente, è diffusa fra gli storici l’interpretazione del decennio in esame come periodo di crisi <7, con riferimento alla declinazione del concetto in senso periodale iterativo. In alcuni casi <8 l’affezione è considerata salutare, benefica, o quantomeno foriera di possibili soluzioni a vecchi mali. Molto spesso <9 il paradigma della crisi persistente e irrisolta diviene esplicativo delle vicende italiane dell’ultimo quarto del secolo scorso, e oltre; se il frangente di crisi è spostato in avanti e fatto coincidere con gli anni ottanta, il decennio precedente ne costituisce perlomeno l’incubatore <10. In ogni caso gli anni settanta rappresentano uno stress test per i fragili equilibri del paese, sottoposto alle fibrillazioni derivanti dalla stagnazione economica accompagnata a un’inflazione galoppante, dalla contrastata ristrutturazione industriale, dall’impasse politica esemplificata nella formula del governo delle astensioni varata nel 1976, dalle tensioni internazionali, dalle problematiche sociali, dal sempre più insistito ricorso alla violenza politica e alla lotta armata da parte degli agenti della contestazione.
Né tuttavia questa segmentazione del tempo storico è l’unica possibile; evidenziare la dimensione della crisi come ermeneutica per il periodo considerato equivale ad adottare un punto di vista strettamente occidentalocentrico, della qual cosa occorre avere consapevolezza. Inoltre, la stessa storiografia offre spunti differenti, anche qualora incentri il proprio sguardo sul quadrante nord-ovest del mondo: ne è un esempio un testo che ha goduto di recente, notevole fortuna: "Dopoguerra" di Tony Judt <11. L’autore fornisce un’interpretazione della storia del continente europeo a partire dal secondo conflitto mondiale, in cui la cesura dei settanta risulta sfumata, letta nell’ottica della transizione verso gli equilibri della contemporaneità; ne sono eloquente testimonianza la scansione dei capitoli e la periodizzazione ad essa sottesa, che fa seguire all’età della «prosperità e malcontento: 1953-1971» l’«intervallo: 1971-1989».
Ancora una volta torna utile Koselleck, e il rapporto che istituisce fra struttura, evento, punto di vista e temporalizzazione nella disciplina storica <12. La sua riflessione, che si configura come una semantica dei tempi storici, permette di tematizzare il periodo in esame in modo meno aleatorio: l’interpretazione degli anni settanta come frangente di crisi costituisce non solo un punto di vista determinato sul passato, ma uno strato temporale che si sovrappone e si intreccia ai molti altri possibili. Così, l’enfasi posta sul decennio, e al suo interno sulle forme della contestazione politica, rappresenta una delle possibili configurazioni di quel tempo storico, e contribuisce per mezzo della variazione di scala ad arricchirne la conoscenza. Tenendo presente che la capacità esplicativa della prospettiva adottata varia al variare della scala, e al collocarsi ai differenti livelli di gradazione delle dimensioni storiche del mutamento e della durata.
[NOTE]
1 Tema più volte affrontato nelle analisi degli studenti in lotta nel corso del 1977, così come nelle intemerate a colpi di cori durante i cortei e di pennellate murali: si veda, ad esempio, Collettivo “La nostra assemblea” (a cura di), Le radici di una rivolta. Il movimento studentesco a Roma: interpretazioni, fatti e documenti. Febbraio-aprile 1977, Feltrinelli, Milano 1977, pp. 11-66, 161-74.
2 Ancora un’espressione, coniata da Umberto Eco, in cui forte emerge il rapporto con i “fratelli maggiori” del 1968: Umberto Eco, La comunicazione “sovversiva” nove anni dopo il sessantotto, «Corriere della Sera», 25 febbraio 1977, ora Anno nove, in Id., Sette anni di desiderio. Cronache 1977-83, Bompiani, Milano 1983, pp. 59-63.
3 Cfr. Alberto De Bernardi, I movimenti di protesta e la lunga depressione dell’economia italiana, in Id., Valerio Romitelli e Chiara Cretella (a cura di), Gli anni Settanta. Tra crisi mondiale e movimenti collettivi, Archetipolibri, Bologna 2009, pp. 119-35.
4 Luca Baldissara, Le radici della crisi. Un’introduzione, in Id. (a cura di), Le radici della crisi. L’Italia tra gli anni Sessanta e Settanta, Carocci, Roma 2001, pp. 9-30, in particolare pp. 15-16.
5 Reinhart Koselleck, Il vocabolario della modernità. Progresso, crisi, utopia e altre storie di concetti, il Mulino, Bologna 2009, pp. 95-109. Sul rapporto fra modernità, progresso e crisi si veda anche R. Koselleck, Sulla disponibilità della storia, in Id., Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici, Marietti, Genova 19962, pp. 223-38.
6 Id., Il vocabolario della modernità, cit., p. 104.
7 Forse il testo più significativo del paradigma della crisi a partire dagli anni settanta è Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve. 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi, Rizzoli, Milano 1995, qualora si consideri in particolare la terza parte, intitolata emblematicamente «La frana»: pp. 469-675. Cfr. anche, per un esempio più recente del valore periodizzante del decennio, Niall Ferguson et al., The Shock of the Global. The 1970s in Perspective, Belknap Press of Harvard University Press, London-Cambridge 2010.
8 Cfr., per fare due esempi, Vittorio Frosini, La democrazia nel XXI secolo, Ideazione, Roma 1997 e, parzialmente, Silvio Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana. L’economia, la politica, la cultura, la società dal dopoguerra agli anni ’90, Marsilio, Venezia 2005.
9 Si pensi ad Aurelio Lepre, Storia della prima Repubblica. L’Italia dal 1943 al 2003, il Mulino, Bologna 20053, opera nella quale l’avvertenza prima alla lettura è così formulata: «Questa terza edizione della Storia della prima Repubblica l’aggiorna fino al 2003. Si dovrebbe ripetere in essa ciò che fu scritto a proposito della seconda edizione, che portava l’aggiornamento al 1998: gli anni trascorrono, ma la storia della seconda Repubblica non sembra ancora iniziata e l’Italia sta vivendo una faticosa e difficile transizione di cui si continua a non intravedere il possibile sbocco. Ancora una volta, perciò, la Storia della prima Repubblica non può avere una vera e propria conclusione». Cfr.
inoltre quello che è diventato ormai un vero e proprio canone storiografico, riassunto efficacemente nel titolo: Guido Crainz, Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni ottanta, Donzelli, Roma 2003; nonché altri lavori di sintesi quali Piero Craveri, La Repubblica dal 1958 al 1992, Utet, Torino 1995 ed Enzo Santarelli, Storia critica della Repubblica. L’Italia dal 1945 al 1994, Feltrinelli, Milano 1996. Lo stesso Craveri in un’opera recente riprende l’ottica declinista e ne fa strumento di interpretazione delle vicende d’Italia; in particolare, in riferimento ai decenni settanta e ottanta vengono adoperate rispettivamente le categorie di «crisi» e di «occasioni mancate»: cfr. P. Craveri, L’arte del non governo. L’inesorabile declino della Repubblica italiana, Marsilio, Venezia 2016.
10 Cfr. Agostino Giovagnoli, La Repubblica degli italiani. 1946-2016, Laterza, Roma-Bari 2016; in quest’opera di sintesi gli anni ottanta divengono il tornante storico a partire da quale entra in crisi il vecchio mondo e si consuma il “cambiamento” sul piano dei rapporti internazionali, dell’economia, della società, della cristianità. Cfr. anche Paolo Soddu, La via italiana alla democrazia. Storia della Repubblica 1946-2013, Laterza, Roma-Bari 2017, per il quale le trasformazioni politico-sociali verificatesi nel periodo compreso tra il sequestro e l’omicidio Moro e l’inchiesta Mani pulite rappresentano la «crisi, agonia e morte della democrazia dissociativa e dei soggetti costituenti».
11 Tony Judt, Dopoguerra. Come è cambiata l’Europa dal 1945 a oggi, Mondadori, Milano 2007.
12 R. Koselleck, Futuro passato, cit.
Salvatore Corasaniti, Quando parla Onda Rossa. I Comitati autonomi operai e l'emittente romana alla fine degli anni settanta (1977-1980), Tesi di dottorato, La Sapienza - Università degli Studi di Roma, Anno accademico 2017-2018
