mercoledì 5 ottobre 2022

Alle 13 arriva a Boves il grosso del reparto tedesco

Fonte: Stefania Conti, art. cit. infra

Il Diario storico del 2° Comando Militare Provinciale di Cuneo fornisce una ricostruzione del primo massacro della guerra partigiana, quello di Boves, e contribuisce a chiarire la figura controversa del generale Costantino Salvi, che dai primi giorni di settembre comandava la zona militare di Cuneo <19. Il 12 settembre - riferisce il diario storico - il generale Vercellino, comandante della 4a Armata, diede a Salvi l'ordine di rimanere al suo posto di comando e di presentarsi al comandante tedesco appena questi fosse giunto in città. E quel giorno stesso si presentò a prendere il controllo della città il maggiore Peiper, della divisione “Leibstandarte-SS Adolf Hitler”. La città era calma, e Salvi assicurò al comandante tedesco che “i militari germanici non avranno a temere atti di ostilità da parte dei cittadini”. I tedeschi misero sentinelle ad ogni caserme, mentre Salvi veniva nominato Governatore militare della città e veniva organizzato un servizio di raccolta dei militari italiani sbandati. Proprio la presenza di militari sbandati, pochi giorni più tardi, diede origine alla tragedia di Boves:
"16 settembre 1943
Viene segnalata l'esistenza sulle alture a sud di Boves e pendici di Monte Bisimanda di nuclei di militari sbandati già del XV° corpo d'armata, della guardia alla frontiera e delle divisioni costiere della 4a Armata, che si appoggiano all'abitato di Boves per vettovagliamento ed in parte per ricovero.
Un maggiore dei bersaglieri, accompagnato da due centurioni della milizia forestale, si presenta al comando della zona per parlamentare col comando germanico. Dal generale Salvi egli viene accompagnato al comando germanico dove chiede libero transito per i militari di cui sopra perché possano ritornare alle loro case.
Il comando tedesco rifiuta e ordina invece l'immediata presentazione di tutti senza condizioni. Il maggiore non aderisce a tale imposizione e ritorna tra i suoi soldati sulle alture a sud di Boves."
Le annotazioni nel diario storico si interrompono qui per due giorni. Riprendono il 19 settembre 1943 con una drammatica descrizione del massacro, il cui tono rivela una chiara condanna del comportamento dei tedeschi: si sottolinea infatti che la popolazione era stata falciata mentre cercava scampo nella fuga, si contesta implicitamente l'equiparazione degli sbandati ai ribelli, fatta dal comando tedesco, e si usa il condizionale nel riferirne le giustificazioni:
"Il comando germanico ordina il bombardamento e la distruzione mediante incendio dell'abitato di Boves, nonché delle frazioni di S. Giacomo e di Rivoira.
La popolazione di Boves che cerca scampo fuggendo dalle case incendiate viene mitragliata dalle truppe tedesche (22 morti fra la popolazione civile. Da parte tedesca un soldato morto e cinque feriti).
A giustificazione di tale azione il comandante tedesco dichiara che la popolazione civile di Boves ha sempre tenuto contegno favorevole agli sbandati (che il comando germanico considera ribelli) somministrando loro viveri e fornendo alloggio.
Inoltre nelle case di Boves sarebbero state anche trovate bombe a mano. Aggiunge ancora che al momento della cattura dei due ostaggi tedeschi la popolazione ha applaudito l'atto battendo le mani e schernendo e sputacchiando i due militari tedeschi."
Il comportamento di Salvi dopo la strage conferma questa condanna del comportamento tedesco: egli si recò infatti a Boves per soccorrere i superstiti, e cercò di risolvere il problema degli sbandati, consentendo loro di raggiungere le loro case, mentre i tedeschi intendevano catturarli e deportarli, come gli altri:
"21 settembre 1943
Il comando zona ottiene dal comando tedesco la concessione di trecento coperte di lana per gli scampati civili di Boves (donne e bambini).
Il comando zona invia un autocarro a disposizione del comune di Cuneo per il seppellimento dei morti di Boves.
In seguito a trattative intercorse tra il maggiore Testa comandante del gruppo carabinieri di Cuneo ed il maggiore dei bersaglieri comandate delle truppe sbandate della zona montana di Boves, queste ultime hanno consentito a deporre le armi e ad abbandonare la zona per raggiungere le loro case."
"22 settembre 1943
Il generale comandante della zona insieme col Prefetto si reca a Boves per constatare i danni arrecati dagli incendi del giorno 19 e prendere le disposizioni che seguono:
1°) autorizza le famiglie rimaste senza tetto ad occupare locali nella caserma guardia alla frontiera di Boves;
2°) ordina all'ufficio del genio militare di Cuneo di provvedere alla ricostruzione dei tetti delle case bruciate;
3°) effettua la distribuzione di indumenti vari e coperte alla popolazione." <20
Il generale Salvi scontò ben presto questo suo atteggiamento antitedesco. A un mese da questi fatti, il 23 ottobre, venne sostituito nell'incarico: deportato in Germania, morì nel campo di Flossenbürg.
[NOTE]
19 Salvi venne fortemente criticato in seguito dal gen. Vercellino per aver lasciato in libertà le truppe dei depositi da lui dipendenti. Commenti sulla figura di Salvi ricorrono più volte nei saggi raccolti nel volume pubblicato dall'ISTITUTO STORICO DELLA RESISTENZA IN CUNEO E PROVINCIA, 8 settembre. Lo sfacelo della quarta armata, Torino, Book-Store, 1979, in particolare: RINALDO CRUCCU, La 4a armata e l'armistizio, pp. 65-91, qui pp. 87 s; PIERO BURDESE, MICHELE CALANDRI, ARTURO OREGGIA, 8 settembre 1943 e scioglimento della 4a armata nella provincia di Cuneo, pp. 149-180. qui pp. 168 nota 51, 178, 180 nota 75; NUTO REVELLI, La verità di allora, pp. 285-290, con una esplicita difesa di Salvi a p.288.
20 B. 8, 2° Comando Militare Provinciale: Diario storico - militare dal 9 settembre 1943 al 31 marzo 1944 XXII.
Luigi Cajani, Il Carteggio Repubblica Sociale Italiana conservato nell'Archivio dell'Ufficio storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, ISRAL, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria "Carlo Gilardenghi", 2018

L’eccidio di Boves, cittadina di circa diecimila abitanti in provincia di Cuneo, viene compiuto dai nazisti in due momenti: il 19 settembre 1943 (è la prima strage nazista di civili compiuta in Italia) e poi tra il 31 dicembre 1943 ed il 3 gennaio 1944.
Nel 1943, dopo l’8 settembre, data dell’armistizio di Badoglio, una brigata partigiana si rifugia sulle montagne che sovrastano Boves. È composta da fuoriusciti dall’esercito italiano e li comanda un ex ufficiale veneziano, Ignazio Vian.
Il 16 settembre, con un proclama, il maggiore delle SS Joachim Peiper comunica che i fuoriusciti dall’esercito italiano, saliti in montagna sono considerati banditi e verranno uccisi. La stessa sorte sarebbe toccata a chi li avesse aiutati. Peiper recatosi a Boves, minaccia di bruciare il paese se tutti i soldati non si presenteranno.
Il 19 settembre, domenica, un gruppo di partigiani, recatosi a Boves per fare provviste, trova davanti a sé, in Piazza Italia, un’auto con sopra due tedeschi delle SS. I partigiani li catturano, senza che i due oppongano resistenza e li conducono prigionieri nel loro rifugio, in Val Colla. Lì, i due nazisti vengono interrogati sulla loro presenza a Boves. Neppure un’ora dopo la cattura, arrivano a Boves due grandi automezzi tedeschi, pieni di militari. Abbandonati gli automezzi, proseguono a piedi. Alle 12 inizia la battaglia con i partigiani, che li costringono a indietreggiare. Alle 13, le SS tornano a Boves, lì incontrano il grosso dei militari guidato da Peiper, che minaccia una rappresaglia se i partigiani non consegneranno i due prigionieri. Il tedesco assicura che se i due soldati nazisti saranno liberati, Boves non verrà distrutta. Con un’auto e una bandiera bianca il parroco, don Bernardi, e un industriale, Vassallo, per ordine di Peiper, raggiungono i partigiani in montagna. Convincono a riconsegnare le due SS e l’auto. Malgrado ciò, venendo meno alla parola data, Peiper dà inizio all’eccidio, incendiando 350 case del paese. I tedeschi uccidono 25 persone, tra esse il parroco e Vassallo, che vengono bruciati vivi. Viene ucciso pure il viceparroco, il ventitreenne don Mario Ghibaud [...]
Gianni Zanirato, Massacri nazifascisti a Boves (CN), Piazza Di Vittorio, 31 dicembre 2017 

[...] Boves non ha neanche 10 mila abitanti, tra paese, frazioni e cascine sparse sui monti cuneesi. Non li aveva nemmeno il 19 settembre 1943.
Era un posto poverissimo, di contadini che lavoravano fazzoletti di terra strappati alla montagna. Molti emigravano. Gli altri, fossilizzati da un isolamento secolare, vedevano lo Stato come una entità lontana. Quel tragico settembre “era buono per i funghi. Il padrone del caffè Cernaia imbottigliava il dolcetto arrivato da Dogliani; nella calzoleria Borello si preparavano gli zoccoli, per i giorni di fango e di neve. Le cose di sempre in un villaggio piemontese che non aveva capito la guerra e neppure la confusione, dopo la disfatta; vissuto per secoli nel suo quieto sogno di alberi, di fontane, di vicende e di commerci minimi; costretto ora a esprimere in poche ore, in una luce rossastra, tutta la capacità umana di soffrire”, si legge sul sito dell’Associazione partigiani di Lissone (Monza).
Ma se i bovesani stanno chiusi nelle loro cascine e nella loro povertà, giù a valle, le cose avevano cominciato a muoversi. A pochi chilometri c’è Cuneo, il capoluogo. E a Cuneo c’è Duccio Galimberti, medaglia d’oro per la resistenza, morto per le sevizie dei fascisti che lo avevano catturato, nel 1944. Già il 26 luglio 1943, il giorno dopo la caduta di Mussolini, Galimberti (da tempo militante clandestino del Partito d’azione) avverte i suoi concittadini, in un comizio improvvisato, che “La guerra continua fino alla cacciata dell’ultimo tedesco e alla scomparsa delle ultime vestigia del fascismo”. Arrestato e rilasciato dopo tre settimane, comincia da subito a reclutare le brigate partigiane di Giustizia e Libertà, il braccio armato dell’omonimo movimento politico fondato a Parigi dai fratelli Carlo e Nello Rosselli . Quando arriva l’8 settembre, Galimberti, dunque è già pronto.
Ma tutto il Piemonte, all’immediato indomani dell’armistizio è in fermento. “Il fiume di sbandati che arrivavano dalla Francia dopo aver valicato le Alpi - scrive Giovanni De Luna in 'La Resistenza perfetta' - si mischiò con i mille ruscelli che sgorgavano della dissoluzione dei reparti, numerosissimi, acquartierati sulle restanti montagne e vallate delle Alpi occidentali e nella pianura piemontese”. Non solo. Tutta la regione era piena di soldati, perché - come ha scritto Gianni Perona in Le Alpi come posta in gioco - quelle montagne, dopo essere state trasformate “in una ridotta potentemente fortificata” non era stata troppo coinvolta dalla devastazioni della prima guerra mondiale come era successo invece nelle Alpi orientali. “Per quella stessa ragione, il Piemonte diventò una immensa riserva di soldati specializzati, gli alpini, addestrati alla guerra di montagna” (Perona). E, a parte quelli che erano stati spediti in Russia, moltissimi scelgono di stare contro i nazifascisti. C’era anche chi, come i soldati meridionali, con l’Italia divisa in due, non riesce a tornare a casa e trova rifugio nelle vallate del cuneese. Nasce così una resistenza spontanea, spesso travolta della reazione tedesca. Come a Boves.
Sulle pendici della Bisalta, il monte che sovrasta Boves, si costituiscono subito le prime bande. Una delle più importanti è quella guidata da Ignazio Vian, un ex sottotenente della Gaf (la Guardia alla frontiera, la polizia di confine del regime) di 26 anni che nemmeno un anno dopo, nel luglio 1944, sarà catturato, torturato e impiccato dai fascisti a Torino. Sarà una delle prime a muoversi con i sabotaggi ed i combattimenti contro le SS. Motivo per il quale già dal 16 settembre c’era stato un proclama nazista per comunicare alla popolazione che i fuoriusciti dall’esercito italiano saliti in montagna, sarebbero stati  liquidati come banditi, e che chiunque avesse dato loro aiuto o asilo sarebbe stato perseguito. Sempre il 16, il maggiore Joachim Peiper va a Boves, fa riunire in piazza tutti gli uomini e minaccia di bruciare il paese se tutti i soldati alla macchia non si presenteranno.
Tre giorni dopo, il 19 settembre , una Fiat 1100 con due SS arriva in paese alle 10 del mattino e incrocia un gruppo di partigiani che li raggiungono, li disarmano e li catturano senza che questi oppongano resistenza, e li trasportano in Val Colla, sopra Boves. Verso mezzogiorno un reparto di SS attacca le posizioni della formazione di Vian, ma viene respinto e in meno di un quarto d’ora le truppe tedesche sono costrette a indietreggiare. Restano sul campo un marinaio genovese, Domenico Burlando, e un soldato tedesco, il cui cadavere viene abbandonato dai commilitoni in ritirata.
Alle 13 arriva a Boves il grosso del reparto tedesco, comandato proprio da Peiper: sono le SS appartenenti alla divisione corazzata Leibstandarte Adolf Hitler, nata dall’espansione della guardia del corpo Fuhrer. I più nazisti dei nazisti, irriducibili e feroci.
Peiper vuole parlare con il commissario prefettizio, ma questi è sparito e allora convoca il parroco Don Giuseppe Bernardi e un industriale della zona, l’ingegnere Antonio Vassallo. Li incarica di andare dai partigiani e farsi restituire i due soldati prigionieri, l’auto e anche il cadavere del caduto. Solo così si potrà evitare la rappresaglia nei confronti del paese. I due chiedono un impegno scritto, ma il maggiore SS replica sprezzante che la parola d’onore di un ufficiale tedesco vale più  degli scritti di tutti gli italiani.
Il parroco e l’ingegnere non possono fare altro che chinare il capo e rispondere “va bene”. Alle 14 partono e assolvono la loro missione: i due soldati, cui non è stato torto un capello, vengono riconsegnati e così l’auto e la salma del tedesco morto. Alle 15 e 15 circa sono di nuovo a Boves. I cittadini tirano un sospiro di sollievo: è finita! Ma non è così. Parte la rappresaglia: piccoli gruppi di SS percorrono la città bruciando e uccidendo. Per fortuna molti uomini sono già fuggiti. Chi in montagna con i partigiani, chi si è nascosto nella valli impervie, chi già da tempo, spinto dalla povertà, era andato a lavorare a valle. Boves, in quel momento, è una cittadina di vecchi, donne, bambini e malati. Non sono potuti scappare e muoiono tutti. Alla fine le vittime saranno 25, compreso il viceparroco Antonio Ghibaudo, ucciso mentre sta dando l’assoluzione ad un anziano morente. Don Bernardi e Vassallo addirittura, vengono portati in giro per le strade e costretti ad assistere alla distruzione del paese. E poi bruciati vivi. Anche se ad onor di verità qui le versioni divergono. C’è chi dice che prima siano stati ammazzati a colpi di mitra e poi bruciati.  Fatto sta che i loro cadaveri saranno ritrovati carbonizzati.  Intanto Peiper bombarda con l’artiglieria le posizioni partigiane.
Nonostante ciò le bande rimarranno attive in zona e nelle altre valli del Cuneese fino alla fine della guerra. Tanto che Boves tra il 31 dicembre 1943 ed il 3 gennaio 1944 subirà una seconda ondata di violenze: in questo caso l’esercito tedesco mette in atto alcuni rastrellamenti nelle montagne, piene di cascine abbandonate e di nascondigli naturali, per coprire la propria ritirata ed evitare gli attacchi dei partigiani. Il paese, soprattutto nelle frazioni montane, verrà di nuovo dato alle fiamme: 59 i morti tra civili e partigiani [...]
Stefania Conti, Boves: la prima strage nazista dopo l’8 settembre, Moondo, 19 settembre 2020

domenica 2 ottobre 2022

Berlinguer si trovò davanti ad uno scenario politico-economico del tutto nuovo


Quando nel marzo del 1972 approdò alla guida del Pci Enrico Berlinguer, iniziò a soffiare nella sede del Partito comunista italiano un vento nuovo: egli non voleva solamente, dal punto di vista interno, aprire la strada della piena legittimazione al suo partito dal punto di vista governativo e parlamentare; ma voleva, sul piano esterno, cercare di allontanarsi sempre di più dall’Unione Sovietica che aveva influenzato le scelte del Partito comunista, il quale risultava una vera e propria cellula affiliata del Partito comunista dell’Urss. La strategia del segretario venne denominata Eurocomunismo: l’obiettivo era quello di costruire un polo comunista che fosse alternativo a quello sovietico, alla guida del quale si candidò il Pci, che voleva radunare tutti gli altri partiti comunisti occidentali per percorrere la cosiddetta “terza via” tra quella sovietica e quella delle socialdemocrazie Nord europeo. Berlinguer, Ingrao e molti altri esponenti comunisti, pensavano di poter far sposare democrazia, socialismo e rivoluzione democratica e antifascista, creando in Italia la cosiddetta “terza via” che poteva diffondersi in altri paesi del mondo. Con questa strategia volle riprendere il progetto dell’unità democratica di Togliatti, interrotto nel 1947. Berlinguer era convinto che la rivoluzione potesse innestare la terza via, credeva che «era indispensabile che in Occidente si avviasse una rivoluzione diversa da quella del ’17 […] la rivoluzione iniziata dai Bolscevichi ha toccato i suoi limiti storici, ha dato tutto quello che poteva dare, e oggi noi, suoi eredi, dobbiamo andare oltre di essa. Ecco perché la terza via» <91. «L’impianto ideologico aveva bisogno, quindi, di un rinnovamento che lo rendesse compatibile con le democrazie dell’Occidente, nonostante dovesse comunque rimanere legato alla matrice comunista; trovare un’alternativa al capitalismo rimase un presupposto fondante, che però fu effettivamente messo in discussione, precisamente in un’ottica più democratica» <92. Attraverso il progetto di Berlinguer sarebbe potuta venir meno la conventio ad excludendum che aveva impedito l’accesso al governo dei comunisti.
Arrivato nel 1972, Berlinguer si trovò davanti ad uno scenario politico-economico del tutto nuovo. La recessione italiana venne segnata dall’intreccio fra stragi e terrorismo nero e rosso. L’inflazione e la svalutazione evidenziarono gli squilibri tra i profitti delle imprese delle attività in crescita, con i salari dei ceti medi e degli operai in netto calo. A questo si aggiunse un fenomeno di secolarizzazione e modernizzazione del paese che venne dimostrato dalla scelta al referendum sul divorzio del 1974. La recessione prese il via sotto la pesante influenza del contesto internazionale, marcato dalla sconfitta degli americani in Vietnam e dall’iniziativa pressante dell’Unione Sovietica in Africa e in Asia <93. Secondo il neosegretario Enrico Berlinguer si stava assistendo anche ad una recessione del sistema capitalistico e imperialistico, connotata dal crollo delle attività produttive, dal caos nel sistema monetario, dalla crisi in atto negli Stati Uniti e dalla riduzione del Pil nei sette paesi più produttivi del mondo. A questa visione, però, si accompagnava una percezione positiva della condizione dei paesi dell’area socialista: «Ma il dato è che in tutti i paesi socialisti si è registrato e si prevede un forte sviluppo produttivo […]. Nel mondo capitalistico c’è la crisi, nel mondo socialista no. E’, inoltre, ormai universalmente riconosciuto che in quei paesi esiste un clima morale superiore, mentre le società capitalistiche sono sempre più colpite da un decadimento di idealità e valori etici, e da processi sempre più ampi di corruzione e disgregazione» <94.
Questa convinzione di maggiore benessere dei paesi dell’area socialista convinse Berlinguer, già all’interno della sua relazione al XIII Congresso del Pci a Milano nel 1972, ad elaborare la strategia del compromesso storico: «in un Paese come l’Italia una prospettiva nuova può essere realizzata solo con la collaborazione tra le tre grandi correnti popolari: comunista, socialista e cattolica» <95. La strategia che si voleva attuare nel compromesso puntava a diffondere “elementi di socialismo” all’interno della società italiana, cercando di modificarla nel profondo, attraverso “una sorta di rivoluzione ad occidente, che sarebbe stata resa possibile grazie alle originali peculiarità del caso italiano” <96. Per comprendere la volontà di mettere in atto questo compromesso, bisognava capire a fondo quale fosse l’obiettivo: «ogni alleanza comporta determinati compromessi: Lenin ce lo insegna. Si tratta di distinguere tra i diversi tipi di compromesso. Vi è il compromesso che [...] rende il movimento operaio subalterno all’egemonia delle classi dominanti. Esso va respinto. Vi è invece il compromesso che consente al movimento operaio [...] di spostare a proprio favore i rapporti di forza, di far convergere movimenti diversi verso obiettivi di progresso politico e sociale. Questo è il compromesso necessario e giusto, possiamo dire “rivoluzionario”» <97.
I successi alle elezioni del 1975-1976 portarono alla convinzione, all’interno del Pci, di poter avere un ruolo di grande rilievo sul piano mondiale, di edificare un nuovo modello di società in cui le caratteristiche del socialismo avrebbero modificato a fondo il sistema produttivo capitalistico. Alle elezioni del 1976, quindi, il Partito comunista si presentò in un altro modo, e cioè come unico partito in grado di apportare un forte rinnovamento nel sistema politico italiano. L'appoggio al compromesso trovò un appoggio nell'area di sinistra della Democrazia cristiana, che aveva come esponente massimo Aldo Moro e il segretario Benigno Zaccagnini; non ebbe mai l'avallo dall'ala di destra della Dc, rappresentata da Andreotti. Gli esponenti delle correnti della destra e del centro vedevano l’apertura ai comunisti come un atto opposto ai principi dell’identità della Democrazia cristiana. Lo stesso Andreotti, infatti, dichiarò: «secondo me, il compromesso storico è il frutto di una profonda confusione ideologica, culturale, programmatica, storica. E, all'atto pratico, risulterebbe la somma di due guai: il clericalismo e il collettivismo comunista» <98. Un compromesso parziale si raggiunse, grazie all’appoggio di Moro, attraverso l’appoggio esterno dato dal Pci al governo della “non sfiducia” nel 1976, al quale si sostituì poi nel 1978 la coalizione della solidarietà nazionale guidata da Giulio Andreotti, sostenuta dall’appoggio esterno del Pci, del Psi, del Psdi e, infine, del Pri <99. Berlinguer stava così portando a compimento il suo piano di compromesso.
L'incontro problematico fra Pci e Dc spinse però l'estrema sinistra a sabotare il Partito comunista e portò le Brigate rosse a rapire e poi ad uccidere Aldo Moro, proprio nel giorno della prima discussione sulla fiducia al nuovo governo Andreotti IV il 16 marzo del ‘78. Caduto questo governo, e senza il sostegno di Moro, il compromesso storico venne messo da parte.
[NOTE]
91 IG, APC, Fondo Berlinguer, Congressi Nazionali del Pci, fasc. 27, “Osservazioni sulla relazione di Berlinguer al XV Congresso del Pci”, nota dattiloscritta, 15 marzo 1979 in V. Gioiello, Nella crisi degli anni Settanta. I nodi della segreteria Berlinguer, in Novant’anni dopo Livorno. Il Pci nella storia d’Italia, in A. Hobel e M. Albertaro (a cura di), Editori Riuniti, Roma, 2014, p. 312.
92 F. Andreucci, Da Gramsci a Occhetto. Nobiltà e miseria del PCI 1921-1991, Della Porta Editori, Pisa, 2015.
93 S. Colarizi, Storia politica della Repubblica 1943-2006, Editori Laterza, Roma-Bari 2011, pag. 158.
94 XIV Congresso del Partito Comunista italiano, Relazione di Enrico Berlinguer, Editori Riuniti, Roma, 1975, pag.18-20 in V. Gioiello, Nella crisi degli anni Settanta. I nodi della segreteria Berlinguer, in Novant’anni dopo Livorno. Il Pci nella storia d’Italia, in A. Hobel e M. Albertaro (a cura di), Editori Riuniti, Roma, 2014, p. 313.
95 XII Congresso del Partito Comunista italiano, Relazione di Enrico Berlinguer, Editori Riuniti, Roma, 1975, pag. 56. Come sopra
96 C. Colarizi, P. Craveri, S. Pons, G. Quagliariello (a cura di), Gli anni ottanta come storia, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2004, pag. 104.
97 V. Gioiello, Nella crisi degli anni Settanta. I nodi della segreteria Berlinguer, in Novant’anni dopo Livorno. Il Pci nella storia d’Italia, in A. Hobel e M. Albertaro (a cura di), Editori Riuniti, Roma, 2014, p. 322.
98 O. Fallaci, Intervista a Giulio Andreotti nel dicembre 1973, contenuta in Intervista con la storia, Rozzoli, 1973.
99 S. Colarizi, Storia politica della Repubblica 1943-2006, Editori Laterza, Roma-Bari 2011, pag. 128.
Carolina Polzella, Dc, Pci e Psi: la crisi delle grandi famiglie politiche nella “prima repubblica”, Tesi di Laurea, Università LUISS, Anno accademico 2018/2019

Il nodo attorno al quale in questi anni furono ripensate e si ridefinirono le strategie politiche dei partiti della sinistra istituzionale e delle forze extraparlamentari maggiormente strutturate fu il «compromesso storico» proposto dal partito comunista italiano dopo il colpo militare in Cile del settembre 1973, che pose fine al governo del socialista Salvador Allende.
Quella proposta, formulata da Enrico Berlinguer ed esposta in tre articoli pubblicati su «Rinascita» nell’autunno 1973 <1, segnò una forte rottura nella politica comunista. Sebbene nella sua tradizione repubblicana il PCI avesse sempre manifestato un interesse verso le masse cattoliche, quel progetto politico rappresentava un passaggio che segnava una marcata discontinuità con la linea impostata da Togliatti in poi. La ricerca di un rapporto con il mondo cattolico prima, e con alcune componenti della DC poi, durante la segreteria di Longo, era completamente diversa dalla proposta di Berlinguer: adesso, il segretario del PCI cercava un dialogo ed un accordo con la Democrazia cristiana in quanto partito popolare, nella sua totalità.
Negli anni immediatamente precedenti il pronunciamento di quella formula, infatti, le proposte politiche dei comunisti erano state rivolte soltanto alla sinistra della DC. Al XII congresso del febbraio 1969, ad esempio, Longo, a partire dall’idea che si fosse consumato il fallimento dell’esperienza dei governi di centro-sinistra, aveva indicato nella costituzione di una «nuova maggioranza», che ponesse fine all’esclusione dei comunisti dall’area di governo, la soluzione per far uscire l’Italia dalla crisi economica e sociale. All’inizio del 1969, però, questa «nuova maggioranza» proiettata verso un dialogo con la sinistra democristiana, appariva ancora lontana <2.
La prospettiva di una «nuova maggioranza» sarebbe stata avvertita da alcuni dirigenti del partito con una maggiore urgenza nei mesi successivi, quando, in pieno «autunno caldo», parve ad alcuni che stessero maturando le condizioni per un avvicinamento tra comunisti, socialisti e la sinistra democristiana. La convergenza sul piano sindacale, infatti, spingeva, fra gli altri, Macaluso e Napolitano, a ritenere che anche su quello politico si stessero mettendo in moto le stesse dinamiche. In altre parole, essi sostenevano che i rapporti tra maggioranza e opposizione stessero procedendo nella direzione di una maggiore unità, quanto meno in merito ai problemi del mondo del lavoro, e che quindi si stessero configurando le basi per risolvere in maniera unitaria la crisi economica e sociale che stava attraversando il paese. Longo e Berlinguer, al contrario, erano più prudenti: pur condividendo la convinzione che soltanto uno spostamento a sinistra dell’orientamento del governo avrebbe reso possibile l’attuazione di una serie di riforme, a loro quella della «nuova maggioranza» appariva una prospettiva verso cui tendere piuttosto che un obiettivo a breve scadenza <3. Fra gli altri, anche Amendola, alla chiusura del festival dell’«Unità» di Livorno a settembre dello stesso anno, aveva apertamente esortato i socialisti e la sinistra della DC a collaborare con i comunisti per formare una «nuova maggioranza» che fosse l’espressione di «un’alternativa democratica» ad un centro-sinistra ritenuto ormai irrimediabilmente in crisi <4.
Più tardi, in vista del XIII congresso e delle elezioni politiche, entrambi del 1972, si fece sempre più strada tra i dirigenti comunisti l’obiettivo di una «nuova maggioranza», da realizzare a partire da una «nuova opposizione» <5.
La ricerca di contatti con la sinistra cattolica era anche una conseguenza del fatto che, come ha scritto Simona Colarizi, il PCI in quegli anni si trovava «nell’occhio del ciclone»: per tutta la durata della V legislatura, fra il 1968 e il 1972, i comunisti erano stati costretti a fronteggiare forze politiche nate alla propria sinistra e a cercare di riassorbire nel corpo del partito i vari i «deviazionismi», a costo, però, di rallentare la marcia verso una revisione politica e ideologica. Questi elementi, secondo la studiosa, spiegano il ritardo con cui il partito acquisì i valori europeisti, l’ambiguità sul leninismo, mai rinnegato apertamente, e la lentezza del distacco da Mosca, ostacolo principale alla rimozione della conventio ad excludendum. Tuttavia, l’isolamento a sinistra fu parzialmente ridimensionato non tanto dalla presenza dello PSIUP, quanto dalla ripresa del dialogo con i socialisti di Mancini e soprattutto dai contatti intessuti con la sinistra cattolica. In una fase caratterizzata da diffusi fermenti contestativi, l’erosione delle basi di massa del socialismo apriva di nuovo il problema di come riuscire a garantire un largo consenso popolare al governo e contemporaneamente proponeva il PCI, forte di una crescita costante proprio nelle fasce sociali in agitazione, come l’interlocutore ideale, sebbene non spendibile in una coalizione governativa. La «strategia dell’attenzione» avanzata da Moro suggeriva proprio la ricerca di intese sul programma per governare attraverso accordi preventivi con l’opposizione che garantissero alle leggi varate dal centro-sinistra il consenso di quel 27 per cento della popolazione controllato dal PCI <6.
L’obiettivo di spostare più a sinistra l’asse della politica nazionale per creare le condizioni per un’alternativa di governo sostenuta dalle forze comunista, socialista e della sinistra cattolica fu esplicitamente confermato da Berlinguer al XIII congresso, dove fu acclamato segretario del partito.
A partire dalla convinzione che fosse ormai giunta a termine l’esperienza del centro-sinistra e che l’unità a sinistra fosse una condizione necessaria ma non sufficiente, Berlinguer concentrò l’attenzione sull’esigenza di approfondire il dialogo con il mondo cattolico - specialmente con le sue componenti progressiste che erano emerse dal Concilio Vaticano II in poi -, unica via, dal suo punto di vista, per rinnovare lo stato e renderlo maggiormente ricettivo nei confronti delle spinte provenienti dalla società. L’intervento del nuovo segretario era incentrato sull’esigenza di portare a compimento quella che lui chiamava una «svolta democratica», che sarebbe passata attraverso la liquidazione della «discriminazione anticomunista», premessa indispensabile per realizzare la «collaborazione tra le grandi correnti popolari: comunista, socialista, cattolica» <7.
[...] Come si è già accennato, la proposta di un compromesso di portata «storica» fra diverse culture politiche fu annunciata da Berlinguer all’indomani del colpo di stato militare in Cile dell’11 settembre 1973. Il golpe capeggiato dal generale Augusto Pinochet che poneva fine al governo della coalizione di Unidad popular guidato da Salvador Allende che aveva vinto le elezioni tre anni prima, convinse il segretario comunista che non esistessero alternative alla collaborazione con i democristiani. I fatti cileni venivano letti da Berlinguer come la conferma della validità della proposta comunista di realizzare una convergenza «tra le grandi componenti politiche popolari della società nazionale» finalizzata alla piena applicazione della Costituzione e all’attuazione delle riforme sociali più urgenti <42. Il rifiuto dei socialisti cileni di collaborare con il partito cattolico veniva infatti interpretato come una delle principali cause che avevano favorito il colpo militare <43, appoggiato, sostenevano i comunisti, dal governo statunitense <44.
L’intreccio fra dimensione nazionale e internazionale era un aspetto che condizionava ancora fortemente la strategia comunista, sempre più orientata al superamento della divisione del mondo in blocchi <45 e volta a rivendicare una certa autonomia da Mosca nella realizzazione dell’«avanzata democratica al socialismo» in un paese, come l’Italia, appartenente alla NATO <46. Il peso che si riteneva avesse esercitato il contesto internazionale sugli avvenimenti cileni - a cui si aggiungeva il timore che si compisse una saldatura tra il centro e la destra italiani - aveva anche fatto maturare in Berlinguer la convinzione che fosse «del tutto illusorio pensare che, anche se i partiti e le forze di sinistra» fossero riusciti «a raggiungere il 51 per cento dei voti e della rappresentanza parlamentare», questo risultato avrebbe garantito «la sopravvivenza e l’opera di un governo che fosse l’espressione di tale 51 per cento» <47. Ecco perché, concludeva il segretario del PCI, i comunisti non condividevano la proposta socialista di una «alternativa di sinistra» - che in realtà era sostenuta solo da una minoranza del PSI -, alla quale contrapponevano quella di una «alternativa democratica», ovvero la «prospettiva politica di una collaborazione e di una intesa delle forze popolari di ispirazione comunista e socialista con le forze popolari di ispirazione cattolica», indicata come l’unica prospettiva capace di far uscire l’Italia dalla crisi <48.
Nel formulare questa proposta, che sarebbe stata respinta dalla DC e dal PSI <49, la Direzione del partito comunista aveva esplicitamente invocato il superamento di «discriminazioni ed esclusivismi» <50. Secondo Simona Colarizi, infatti, la strategia di Berlinguer puntava proprio ad aggirare la conventio ad excludendum che sbarrava l’accesso al governo ai comunisti attraverso la ricerca di legittimazione da parte di una Democrazia cristiana che mostrava sempre maggiori difficoltà nel governare una società così conflittuale <51.
Il duplice effetto che Berlinguer intendeva ottenere, ha commentato Craveri, consisteva nel consolidamento del sistema e nel contemporaneo indebolimento del governo: da una parte, infatti, si offriva un importante contributo alla stabilità del sistema politico, caratterizzato da un rapporto sempre più critico con la società; e, dall’altra, reclamando il definitivo superamento della conventio ad excludendum, si voleva porre fine alla formula del centro-sinistra <52.
A partire dagli avvenimenti cileni, in sostanza, la proposta di Berlinguer escludeva l’esistenza di alternative alla collaborazione con la Democrazia cristiana e all’intesa tra le principali forze politiche. Secondo i comunisti, inoltre, questa era l’unica alleanza che avrebbe goduto di quell’ampio consenso popolare necessario per realizzare le riforme di cui il paese aveva bisogno per superare la crisi economica e sociale. Su questo punto si sarebbe delineata una netta divaricazione con le organizzazioni della sinistra extraparlamentare, che dai fatti cileni avrebbero tratto conclusioni di segno opposto. Secondo queste formazioni, infatti, era stata proprio questa vicenda a dimostrare a quali esiti avrebbe potuto condurre una collaborazione con i partiti di governo e ad indicare che solo un’azione apertamente «rivoluzionaria» avrebbe portato alla vittoria la sinistra in Italia.
[...] A pochi mesi di distanza dal colpo di stato in Cile, in Italia il clima si fece sempre più teso per la profonda crisi che investiva l’economia, la società e il sistema politico, il colpo di coda dello stragismo neofascista con le bombe a Brescia e sul treno Italicus, le indagini che svelarono l’organizzazione del «golpe bianco» di Edgardo Sogno, e l’emergere del coinvolgimento di alcune strutture dei servizi segreti nella «strategia della tensione» con la conseguente rimozione del capo del Sid, il generale Miceli <63.
A ciò si aggiungeva un innalzamento del livello della violenza da parte delle Brigate Rosse, che proprio nel 1974 passarono a quella che Gian Carlo Caselli e Donatella Della Porta hanno individuato come la seconda fase della storia dell’organizzazione, quella dell’«attacco al cuore dello Stato» <64: il 18 aprile, alla vigilia della campagna elettorale per il referendum sul divorzio, l’organizzazione sequestrò il giudice Mario Sossi, che aveva rappresentato l’accusa al processo contro il gruppo genovese «XXII ottobre», processo che si era concluso con pene pesanti <65. La scelta emblematica della data e del periodo referendario, ha scritto Craveri, testimoniavano che la strategia brigatista pretendeva di radicalizzare le tensioni che attraversavano il paese per ostacolare il nuovo slancio riformista che sarebbe prevedibilmente seguito alla vittoria del referendum sul divorzio <66.
[NOTE]
1 E. Berlinguer, Imperialismo e coesistenza alla luce dei fatti cileni, in «Rinascita», n. 38, 28 settembre 1973; id., Via democratica e violenza reazionaria, ivi, n. 39, 5 ottobre 1973; id., Alleanze sociali e schieramenti politici, ivi, n. 40, 12 ottobre 1973
2 L. Longo, Il Partito comunista italiano di fronte ai problemi nuovi della lotta democratica e socialista in Italia cit., pp. 27-54. «La situazione è tale che impone di affrontare anche dall’opposizione i problemi più urgenti. Lottando per dare oggi, anche dall’opposizione, soluzioni positive ai problemi delle masse lavoratrici e del paese, non solo svolgiamo un’azione capace di far scoppiare le contraddizioni della maggioranza, ma contemporaneamente contribuiamo a far progredire il processo di avvicinamento, di collaborazione, di intesa, fra le forze di sinistra, socialiste, cattoliche, democratiche e a far mutare le condizioni per una nuova maggioranza e una nuova direzione politica del paese. Per questa via, che è una via di grandi e aspre lotte di massa e democratiche, avanzeremo verso il socialismo», ivi, p. 38
3 Riunione della Direzione del 19 settembre 1969, in IG, APC, 1969, Direzione, verbale n. 18, m. 006, pp. 1953-1999
4 Il comizio del compagno Giorgio Amendola. Il partito all’avanguardia nella lotta per il rinnovamento democratico del paese, in «l’Unità», 15 settembre 1969. Già un mese prima egli aveva promosso quella soluzione in G. Amendola, Partito di governo, ivi, 21 agosto 1969
5 A. Occhetto, Una nuova opposizione per una nuova maggioranza, in «Rinascita», 11 febbraio 1972; cfr. anche Intervista di Longo sulla crisi. E’ impossibile prescindere dalla forza e dalle proposte dei comunisti, in «l’Unità», 13 gennaio 1972
6 S. Colarizi, Storia politica della Repubblica cit., p. 103
7 E. Berlinguer, Unità operaia e popolare per un governo di svolta democratica per rinnovare l’Italia sulla via del socialismo, in XIII Congresso del partito comunista italiano. Atti e risoluzioni, Editori Riuniti, Roma 1972, pp. 15-66
42 Comunicato della Direzione del PCI, in «l’Unità», 13 settembre 1973
43 F. Barbagallo, Enrico Berlinguer cit., p. 183
44 E. Berlinguer, Imperialismo e coesistenza alla luce dei fatti cileni, cit. Secondo Valentine Lomellini, l’influenza del colpo di stato cileno sulla strategia del PCI avrebbe prodotto esiti ambivalenti: da una parte veniva confermato il tradizionale anti-americanismo, ma, dall’altra, una parte della classe dirigente più giovane, quella che sarebbe stata protagonista nei primi anni Novanta, avrebbe iniziato a ripensare i rapporti con gli Stati Uniti, avviando un dialogo con alcuni fra i più influenti intellettuali americani progressisti. Cfr. V. Lomellini, Bisbigliando al «nemico»? Il Pci alla svolta del 1973, tra nuove strategie verso Washington e tradizionale anti-americanismo, in «Ricerche di Storia Politica», n. 1, 2013
45 E. Berlinguer, Imperialismo e coesistenza alla luce dei fatti cileni cit.
46 Comunicato della Direzione del PCI cit.
47 E. Berlinguer, Alleanze sociali e schieramenti politici cit.
48 Ibidem
49 Cfr. ad es. A. Giovagnoli, Il partito italiano cit., p. 167
50 Comunicato della Direzione del PCI cit.
51 S. Colarizi, Storia politica della Repubblica cit., p. 117
52 P. Craveri, La Repubblica dal 1958 al 1992 cit., p. 527
63 Cfr. G. Crainz, Il paese mancato cit., p. 481 e sgg.
64 G. C. Caselli, D. Della Porta, La storia delle Brigate rosse: strutture organizzative e strategie d’azione, in D. Della Porta (a cura di), Terrorismi in Italia, il Mulino, Bologna 1984, p. 155
65 Sossi, che aveva anche fatto arrestare per banda armata Giovanni Battista Lazagna, capo partigiano e dirigente dell’ANPI, sarebbe stato rilasciato il 23 maggio, dopo che la Corte d’appello aveva disposto, come richiesto dalle Br, la libertà provvisoria e il nulla osta per il passaporto agli otto militanti detenuti del Gruppo XXII ottobre, gruppo anarchico vicino ai GAP di Feltrinelli. Dopo il ritorno a casa del giudice, però, il procuratore generale di Genova, Francesco Coco, avrebbe impugnato il provvedimento impedendo la scarcerazione dei detenuti. Due anni più tardi, quello di Coco sarebbe stato il primo omicidio firmato dalle Brigate rosse. Cfr. S. Segio, Una vita in Prima Linea cit., pp. 366-368
66 P. Craveri, La Repubblica dal 1958 al 1992 cit., p. 517

Valentina Casini, Sinistra extraparlamentare e partito comunista in Italia 1968-1976, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum Università di Bologna, 2015

mercoledì 28 settembre 2022

La prima segreteria Fini durerà poco


2.2 Rivalità con Tarchi, lavoro nel Secolo d’Italia e coordinatore nel Fronte della Gioventù (1971-1986)
In qualche modo, Marco Tarchi è stato una manna dal cielo per Fini. Il giovane Tarchi, pacifista e antimilitarista, allievo di Pino Rauti, è l’astro nascente della destra missina. Intellettuale, scrittore e giornalista, ha tutte le carte in regola per avere un ruolo non marginale. Tuttavia, non incontra i favori del grande capo missino Giorgio Almirante, che, infatti, cerca un esponente da contrapporgli, per ridimensionarlo e limitarlo. E lo trova in Fini. Entrambi vengono cooptati nella Direzione del Fronte della Gioventù, l’uno come membro della maggioranza almirantiana, l’altro come esponente dell’opposizione rautiania.
Tra il ’76 e il ’77 avviene la traumatica svolta: in seguito alla mutilante scissione di Democrazia Nazionale, Almirante perde quasi tutti i punti di riferimento nel partito e anche nel Fronte. È il gennaio del ’77, Congresso del Msi: tra i vari punti all’ordine del giorno bisogna eleggere una nuova Direzione del Fronte: la sfida è tra Fini e Tarchi. Il programma di quest’ultimo è rivoluzionario: nessun richiamo al regime o al fascismo e un partito più vicino alla società civile. Almirante cerca di mediare e di convincerlo a un compromesso, ma Tarchi non si lascia convincere. Con uno stratagemma, allora, con l’aiuto di Ignazio La Russa (altro storico collaboratore di Fini), Almirante riesce a far passare ai voti la propria proposta: nessuna elezione diretta della Direzione del Fronte, solo l’elezione di sette candidati da sottoporre alla scelta del segretario del partito. Al momento delle votazioni, nonostante il litigio col proprio maestro Rauti, che arriva addirittura boicottarlo perché il suo allievo persisteva nel voler arrivare allo scontro finale, Tarchi vince con 49 voti. Fini arriva solo quinto, primo almirantiano, con 33 voti. Ma la scelta del segretario del FdG sta ad Almirante e ricade, guarda caso, proprio su Fini, che racconterà di aver sempre creduto che Almirante lo avesse scelto come “meno peggio” <28 tra i candidati. Tarchi sarà vicesegretario. Il rapporto tra i due non sarai mai idilliaco e il primo terreno di scontro sarà riguardo i campi Hobbit, campi di “svago” con musica, teatro e socializzazione, proposta dei giovani rautiani che agli almirantiani e a Fini non piacciono nemmeno un po’. Se ne faranno solo tre. La segreteria del Fronte, che terrà per dieci anni, è il trampolino di lancio per Fini. Così diventerà il delfino di Almirante. Nello stesso periodo svolgerà l’unico lavoro, oltre all’attività politica, che abbia mai praticato: si farà assumere dal "Secolo d’Italia", giornale ufficiale del partito e lavorerà come pastonista nella redazione del giornale tra il ’77 e l’83. Ma la sua strada è un’altra.
2.3 Tenere accesa la fiamma di Giorgio (1987-1991)
Fini si candiderà per la prima volte all’inizio degli anni ’80, prima come consigliere comunale a San Felice Circeo, in provincia di Latina, poi per le politiche dell’83 a Roma, nelle quali sarà eletto deputato per la prima volta.
Ma il grande salto Fini sta per farlo nelle gerarchie interne del partito.
Nel 1986 si ammala Giorgio Almirante, che, alla Festa del Tricolore a Mirabello, prima del Congresso di Sorrento dell’87, annuncia che non si ricandiderà e indica come suo successore proprio Gianfranco Fini. Questo avvicendamento, in pratica una cooptazione di un delfino più che il frutto di una scelta competitiva, è del tutto in linea con la tradizione di un partito che ha avuto, in quasi cinquant’anni, cinque segretari in tutto, un partito in cui, quindi, successioni concordate nel segno della continuità e gestioni di lungo periodo sono sempre state la norma. <29
Il congresso di Sorrento non sarà tranquillo. I fedelissimi di Almirante, a fianco del segretario per vent’anni, saranno sorpresi (e, forse, anche un po’ delusi) dalla scelta del loro leader di preferire loro un giovane militante di soli trentasei anni. Scelta che, come detto, Almirante fa perché è convinto che il futuro del Msi sia lontano dalle nostalgie ma vicino al moderatismo. Fini non è in alcun modo compromesso col regime fascista né con la RSI, è nato ben dopo l’estinzione di entrambi. Inoltre, la cultura politica di Fini è ben diversa dal militantismo neofascista ed oltre a rappresentare un punto di svolta per il partito, egli potrà mantenere una certa continuità con la linea almirantiana.
Gli almirantiani, però, non trovano un’intesa e si presentano al congresso in liste divise. Si presentano quattro liste totali: i giovani almirantiani con Gianfranco Fini, i radicali intransigenti della sinistra interna di Pino Rauti, i veterani almirantiani con Franco Maria Servello, braccio destro dello stesso Almirante per decenni nonché vicesegretario, e la lista di Domenico Mennitti, candidatosi all’ultimo momento. La lotta è serrata, il partito non si può governare col 51% delle preferenze: i voti di Servello diventano decisivi. Interviene, quindi, Almirante:
"Il vecchio leader scende direttamente in campo e convoca Servello per convincerlo a ritirarsi allo scopo di favorire Fini: vuole evitare a tutti i costi che Rauti approfitti della loro divisione. Il vicesegretario temporeggia, si consiglia con i suoi e cerca di resistere. Solo quando si riuniscono gli stati generali dell’aerea almirantiana il dualismo Servello-Fini si risolve con un compromesso: corrono ambedue per la segreteria, ma chi arriva secondo alla prima votazione, nel ballottaggio farà convergerei suoi voti sull’altro". <30
Nel frattempo, Giuseppe “Pinuccio” Tatarella, lo storico braccio destro di Fini, conduce una incessante ricerca di consensi per il suo amico Gianfranco, guadagnando alcune decine di voti.
Arriva il momento delle votazioni: il primo scrutinio termina con Fini a 532 voti, Rauti a 441, Servello 224 e Mennitti 157. Sarà Fini ad andare al ballottaggio contro Rauti: Servello ora deve far confluire i suoi voti su Fini. Avviene l’ultimo, determinante incontro, in cui Servello accetta una volta per tutte di far confluire i suoi voti su Fini, però, in cambio, sarà il nuovo capogruppo alla Camera. Al ballottaggio, con uno scarto di appena 119 voti, Fini viene eletto segretario. <31
Il nuovo segretario non esordisce nelle migliori circostanze: il partito è diviso, quasi la metà dei delegati non lo ha votato, a maggio ’88 dovrà affrontare la scomparsa di Almirante e Romualdi. Finché il vecchio segretario era ancora in vita, Fini poteva godere della sua protezione e proseguire nella sua linea neo-almirantiana non solo al sicuro dalle opposizioni interne, ma anche guidato dallo stesso Almirante. Ma dopo la sua morte, per il nuovo segretario sarà più difficile gestire i dissidi interni e cablare il proprio operato. Andrea Ungari, in un saggio sulla trasformazione del Msi, delinea puntualmente l’ambiguità ideologica del primo Fini:
"In Fini vi era un’ambivalenza, probabilmente personale ancor prima che tattica, tra un’adesione, più o meno frutto di riflessione convinta, ai principi ispiratori del fascismo e la volontà di far sì che questa adesione non portasse a una cristallizzazione politica, ma fosse il presupposto dell’agire concreto del partito". <32
La prima segreteria Fini durerà poco. Nel gennaio ’90, al XVI Congresso del Msi, a Rimini, Pino Rauti riesce a prevalere su Fini per 740 voti a 697: la linea dello sfondamento a sinistra tanto cara al neosegretario, convinto che il fascismo fosse “rivoluzionario”, può finalmente trovare esecuzione. <33 Tuttavia, tale approccio non riserverà i risultati sperati: alle prime, e uniche, elezioni amministrative vissute dalla sua segreteria, il Msi di Rauti, ne esce praticamente dimezzato ottenendo il peggior risultato di sempre, 3.9%; declino simile anche in Sicilia un anno dopo. Il Comitato Centrale sancisce il fallimento della segreteria Rauti, già dimissionario e caduto, fra l’altro, sulla posizione adottata (pro USA) riguardo la guerra del Golfo, spaccando la sua stessa corrente, e il 6 luglio del ’91, all’hotel Ergife di Roma elegge, di nuovo, Gianfranco Fini alla segreteria, paradossalmente nel nome del recupero della tradizione; <34 una carica, questa che manterrà per altri quattro anni. Sarà l’ultimo segretario del Msi.
[NOTE]
28 G. LOCATELLI - D. MARTINI, Duce addio: la biografia di Gianfranco Fini, Loganesi, Milano, 1994, p. 57 e ss.
29 M. TARCHI, Cinquant’anni di nostalgia, Rizzoli, Milano, 1995, p.169
30 G. LOCATELLI - D. MARTINI, op. cit., p. 94-95
31 Ibidem
32 A. UNGARI, Da Fini a Fini. La trasformazione del Movimento sociale italiano in Alleanza nazionale in Due Repubbliche. Politiche e istituzioni in Italia dal delitto Moro a Berlusconi, M. GERVASONI - A. UNGARI (a cura di), Rubbettino, Soveria Mannelli, 2014, p.242
33 A. ROVERI, Gianfranco Fini. Una storia politica. Dal movimento sociale italiano a futuro e libertà, libreriauniversitaria.it, Limena, 2011, p.15
34 P. IGNAZI, op. cit, p. 90.
Pietro Blandini, Dal Movimento sociale italiano ad Alleanza nazionale: da Almirante a Fini, Tesi di laurea, Università Luiss "Guido Carli", Anno accademico 2019/2020

mercoledì 21 settembre 2022

L'eccidio nazista di Bolzano del 12 settembre 1944 fu a lungo dimenticato

Fonte: Carla Giacomozzi, Op. cit. infra

All’alba del dodici settembre 1944 dal Campo di Concentramento Bozen di via Resia, allestito nel quartiere di Gries, ventitré prigionieri vennero prelevati e condotti presso la Caserma di Artiglieria “Francesco Mignone”, in zona Oltrisarco a Bolzano. Provenivano tutti dalle carceri di Verona, situate in diversi luoghi della città, dal carcere degli Scalzi, a luoghi divenuti detentivi in quelle circostanze buie, tra i quali le celle del Palazzo INA, sede del Sicherheitsdienst (SD) e della Gestapo. Tra la fine d’agosto e i primi di settembre del ’44 essi erano convogliati a Bolzano, che costituiva con le province di Belluno e Trento, per volontà di Hitler che l’aveva stabilito con un’ordinanza l’undici settembre del ’43, la Zona di Operazioni nelle Prealpi, Ozav. Ai ventitré fu da subito riservato un trattamento diverso dagli altri internati del Campo di Bozen, essi mantennero i loro indumenti, non vennero immatricolati e non fu chiesto loro di lavorare; rimasero sempre uniti, in un blocco separato dagli altri detenuti, senza mai uscire, se non per essere uccisi. Nelle stalle della Caserma Mignone, venne sparato a ciascuno di loro un colpo alla nuca, i corpi, privati di ogni segno identificativo, furono gettati in un’unica fossa, poi coperta di terra, nel cimitero comunale di Bolzano.
Fu un eccidio dimenticato fino a quando l’Archivio Storico della Città di Bolzano, non decise, nel 2004, di avviare una ricerca storica che recuperasse la conoscenza del luogo di esecuzione sul quale vi erano incertezze, luogo oggi ricordato da una lapide posta su uno dei muri superstiti della Caserma Mignone, abbattuta nel ’99. Per sessanta anni, ha ricordato la dott.ssa Carla Giacomozzi, funzionaria dell’Archivio Storico di Bolzano, autrice di un bel volume dedicato all’eccidio dei ventitré, non si è nemmeno tentato di indagare sulla vicenda. Le ragioni che mossero alla ricerca sono da rintracciare in due diversi fattori: una relazione iscritta del ’45, ad opera di don Daniele Longhi, e la circostanza che due lapidi, contenenti i ventitré nominativi, poste presso il Cimitero Militare di San Giacomo, a Bolzano, non recassero date, indicazioni sulle cause della morte, né informazioni di alcun tipo. Lo stesso sacerdote, l’anno successivo alla strage, compose l’elenco dei nominativi che, sottoposto a verifica, ha rivelato ventitré identità, individui provenienti da diverse località del territorio italiano, la maggior parte dei quali militari di professione, tutti accomunati dalla scelta, operata all’indomani dell’otto settembre del ’43, di non appoggiare la Repubblica Sociale o i nazisti.
Sulla tragica vicenda vi sono ancora dei punti oscuri importanti, per esempio, un aspetto che dovrà essere chiarito in futuro è quello della responsabilità dell’eccidio, di chi ha firmato per la decisione di uccidere. E’ nota una parte delle testimonianze dell’ex comandante del lager, Karl Gutweniger, che aveva partecipato al commando, vi sono delle testimonianze su chi avrebbe eseguito materialmente l’eccidio, ma la responsabilità burocratica è ancora tutta da chiarire.
Vilores Apollonio, nativo di Pola, era il più giovane dei ventitré, aveva ventuno anni quando lo uccisero; il più anziano era Guido Botta, un militare di Bari di anni quarantanove, che non risulta facente parte di alcuna missione. Il primo era coinvolto nella missione “Prune team Lemon/Radio Lupo”, organizzata da ORI e OSS, allo scopo di svolgere compiti informativi in Alto Adige. Alla stessa missione prese parte Domenico Montevecchi, sarto di Faenza, che troverà la morte con Apollonio nell’eccidio alla Mignone.
La storia di questi ventitré è una storia esplosiva perché la maggior parte di essi fanno parte di missioni, erano a disposizione del Servizio Informazioni militari del governo Badoglio, che era in collaborazione con gli alleati angloamericani. Vennero, infatti, organizzate delle missioni clandestine da inviare nel territorio dell’Italia occupata del centro-nord: la missione di cui fece parte Gian Paolo Marocco, di Varese, ventiquattro anni al tempo dell’eccidio, era una missione che fu importantissima per la Resistenza in tutto il Veneto, una missione di carattere informativo chiamata Rye, partita dal porto di Brindisi, a bordo del sommergibile italiano Nichelio alla fine di novembre del ’43.
Un tema scottante, affrontato anche dallo scrittore e saggista statunitense Peter Tompkins, nel libro 'L’altra resistenza', in cui rileva come vi fossero tre missioni al completo, un unico sommergibile, il Nichelio appunto, e le missioni Rye, Orchard, Rick, con l’alta possibilità, durante lo sbarco, di una cattura degli agenti impegnati nelle missioni. Tompkins menziona nel suo libro anche Antonio Pappagallo, uno dei ventitré, nativo di Molfetta e domiciliato a Roma, marconista nella missione di carattere informativo Nino La Fonte Chain: scopo di tale missione era quello di stabilire e mantenere il contatto radio con la Quinta Armata americana in vista della liberazione di Roma.
Non è noto il nome della missione di cui fece parte il maresciallo del regio esercito, Domenico Di Fonzo, nativo di Campodimele, si sa che la missione fu organizzata dagli americani, poiché la famiglia ricevette nel ’47 una lettera dal governo americano (Claims officer Myrtle V. Quinn) che elogiava il ruolo svolto da Di Fonzo all’interno delle Forze Armate degli Stati Uniti. Rivestiva, invece, un carattere di sabotaggio la missione Advent, nata dalla collaborazione tra SIM e No.1 Special Force, a cui presero parte due caduti nell’eccidio del dodici settembre, Pompilio Faggiano di San Donaci ed Ernesto Paiano di Maglie.
Nella missione Dulwich/Ambleside, il cui carattere non è noto, nata dalla collaborazione delle stesse componenti che organizzarono Advent, furono impegnate altre due vittime dell’eccidio: Francesco Battaglia, di Bitonto e l’aviere Tito Gentili di Fano. Dante Lenci di Arcevia, altro caduto del 12 settembre, ex ufficiale della regia marina, era impegnato nella missione, di matrice interamente statunitense, OSS, Croft, di carattere informativo, avente lo scopo di collegare la Resistenza toscana con il Regno del Sud. Cesare Berardinelli e Antonio Baldanello parteciparono alla stessa missione Alleata Berardinelli/Rick, nata dalla collaborazione tra SIM e ISLD, uccisi anch’essi alla Caserma Mignone, il primo militare veneziano, il secondo bolognese studente di musica, oltre che militare.
Permangono ancora sconosciuti i compiti della missione dell’Office Strategic Services, Prune/team Grape I, che vide al lavoro due delle vittime dell’eccidio, Antonio Fiorentini di Bologna e Domenico Fogliani di Reggio Emilia, l’uno comandante della missione, l’altro marconista. La missione Viola, matrice statunitense, di tipo informativo, prende il nome da Margherita Mezzi, agente, unico componente oltre al comandante Francesco Colusso, nativo di San Michele al Tagliamento, tenente di complemento del 26° reggimento di Fanteria a Latisana, maestro elementare, laureando in giurisprudenza, catturato dai tedeschi, secondo il documento americano, sbarcando da un sottomarino a Caorle, insieme alla Mezzi, che fu poi liberata.
Singolare la vicenda vissuta da Andrea Dei Grandi, veneziano, motorista navale, catturato una prima volta nel giugno del ‘40 dagli inglesi in Mar Rosso, insieme all’equipaggio del sommergibile Galileo Galilei. Prigioniero, fu inviato in un campo di concentramento a Bombay, ma era in Egitto alla data dell’armistizio, come prova la lettera che il Maggiore inglese John Polimeni scrisse alla famiglia Dei Grandi. Andrea, non ancora venticinquenne il giorno dell’eccidio, si era offerto volontario per un servizio speciale presso gli Alleati, un’organizzazione, composta da ex prigionieri di guerra evasi, per il salvataggio del territorio italiano, occupato dai nazifascisti. La sorte, dopo tante vicissitudini, decise di farsi beffe del suo coraggio, della sua intraprendenza, lasciando che, dopo un lancio con il paracadute, un fascista lo derubasse, arrestandolo e denunciandolo ai tedeschi.
Il modenese Annibale Venturi, militare non di professione, era impiegato in una distilleria a Ferrara e voleva far parte di qualche missione, ma non vi riuscì, il capitano inglese Cooper lo interrogò, non venne comunque ingaggiato e si ignora quel che fece dopo il fallito contatto con il No. 1 Special Force, e come venne arrestato.
Militare marconista e panettiere, Angelo Preda, di Monza, si trovava in Sicilia con l’esercito, giunti gli inglesi, vi collaborò; quasi sicuramente era impegnato in una missione di Intelligence, di cui non si conosce il nome, fornendo informazioni agli inglesi sugli spostamenti delle truppe tedesche. Fu denunciato e sorpreso in casa con il materiale di lavoro dai fascisti, arrestato, finì a San Vittore e, dopo vari spostamenti, da Verona giunse a Bolzano.
Del padovano Milo Pavanello, delle sue attività militari, non si conosce quasi nulla se non che era elettrotecnico nel regio esercito e disegnatore, e che finì recluso a San Vittore con Angelo Preda, uscirono, infatti, lo stesso giorno. Si ipotizza che possa avere operato con lui per il servizio segreto britannico, dato che li ritroviamo entrambi tra le vittime del dodici settembre. Sergio Ballerini, Ferdinando Ferlini e Ernesto Pucella, paracadutisti della divisione Folgore, parteciparono alla battaglia di El Alamein, vennero fatti prigionieri dagli alleati e trasferiti nei campi di prigionia in Egitto. Si ignora come fossero giunti a Bolzano, non si ha nemmeno notizia di loro come agenti segreti degli alleati; i dati biografici riferiscono che Sergio Ballerini era un militare di Firenze, Ernesto Pucella, nativo di Castel Madama, era soldato dell’ottantunesimo Reggimento Fanteria, mentre di Ferdinando Ferlini non si ha alcun dato anagrafico.
Quasi certamente non fu una rappresaglia, i ventitré non furono uccisi a caso per vendicare altre morti, si trattò, invece, di una strage organizzata, in cui le vittime furono scelte per essere uccise, a motivo delle posizioni assunte dopo l’otto settembre del ’43 [...]
Paola Milli, Nel lager di Bolzano, La voce di New York, 2 ottobre 2011 

Bolzano: Cimitero Militare. Fonte: Carla Giacomozzi, Op. cit. infra

1.2 L’eccidio del 12.09.1944
All’alba di martedì 12 settembre 1944 a Bolzano 23 uomini furono prelevati dal Lager di via Resia e condotti nella Caserma di Artiglieria “Francesco Mignone”, <6 situata a Bolzano in via Claudia Augusta nel quartiere di Oltrisarco.
Nel Lager di Bolzano erano giunti a più riprese tra la fine di agosto e i primi di settembre 1944, in provenienza da Verona. Contrariamente agli arrestati civili che venivano spogliati di vestiti ed averi al momento dell’ingresso nel Lager, i 23 avevano mantenuto i loro abiti; non erano stati immatricolati né separati tra di loro né uniti ad altri deportati in altri blocchi, bensì tenuti insieme e isolati in un blocco a parte.
Nel corso della loro breve permanenza nel Lager non uscirono per andare a lavorare, come invece la maggior parte degli altri deportati uomini e donne; uscirono dal Lager solo per essere uccisi. A ciascuno di essi fu sparato un colpo alla nuca nelle stalle della Caserma Mignone; i corpi furono portati al Cimitero Maggiore di Bolzano situato in via Claudia Augusta (quartiere Oltrisarco), gettati in una fossa comune, in terra sconsacrata, senza che la tomba fosse contrassegnata in alcun modo.
L’eccidio di Bolzano è stato a lungo dimenticato. E’ uno dei tanti vuoti di conoscenza intorno a fatti di storia locale avvenuti nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Mai indagate fino ad ora la motivazione e le modalità delle esecuzioni, così come l’identità dei responsabili e degli esecutori. Ignoti sono rimasti per decenni anche gli uccisi, pur figurando tra di loro sette decorati al valor militare proprio a motivo dell’impegno che ne causò la morte a Bolzano.
1.3 Memoria, memorie
Per 60 anni non si è costruita alcuna indagine storica sull’eccidio nonostante la sua memoria pubblica sia stata mantenuta viva per almeno 5 anni, dal 1945 al 1950, grazie a cerimonie commemorative organizzate il 12 settembre nel Cimitero Maggiore da sacerdoti ex deportati, familiari, associazioni e autorità cittadine. Altre forme di memoria si sono mantenute vive nell’arco di sei decenni: innanzitutto la memoria privata, la memoria che appartiene alle famiglie dei 23, e poi la memoria di alcune amministrazioni locali che hanno dedicato vie e luoghi pubblici ad alcuni dei 23, loro concittadini.
Nel 2004 il Comune di Bolzano ha avviato la ricerca storica sull’eccidio dei 23, presentandone alla cittadinanza un primo resoconto nel settembre 2006, e recuperando alla memoria anche il luogo in cui l’eccidio avvenne. Dal 2004 il Comune di Bolzano ha posto una lapide in ricordo dell’eccidio su uno dei muri superstiti della Caserma Mignone, abbattuta nel 1999.
E’ fondamentale recuperare i luoghi teatro di fatti storici significativi perché è un modo di trasmetterne memoria; il lento processo della trasmissione di memoria avviene non solo con studi scientifici ma anche con la conservazione di ciò che rimane dei luoghi di storia, con la loro conoscenza e con la loro frequentazione.
1.4 L’avvio della ricerca
La ricerca sull’eccidio del 12 settembre 1944 a Bolzano ha preso avvio da una serie di domande sorte dal confronto tra due lapidi del Cimitero Militare di San Giacomo (Bolzano) e una relazione scritta da don Daniele Longhi <7 nel 1945.
Le lapidi del Cimitero Militare riportano nomi e cognomi di 23 uomini senza altro dato riferito né a un luogo né a un periodo né a motivazioni della morte; la vaghezza di queste lapidi determina di per sé sola il sorgere spontaneo di tante domande.
Gli stessi nomi compaiono in un elenco <8 che don Longhi stilò nel 1945, di cui egli specifica che "lo ebbe dal cappellano delle carceri di Verona, Don Carlo Signorato il quale l’ha desunto da una lettera dell’internato Duca, partito per la Germania, scrittagli il giorno stesso dell’esecuzione. Mi consta, per confronti avuti, che è ufficiale".
Nell’elenco don Longhi indica vari dati personali di alcuni dei 23: città di provenienza e/o di nascita, indicazione relative alle professioni esercitate e alle modalità di arresto.
"Elenco dei 23 italiani soppressi dalla Gestapo il giorno 12 settembre 1944 a Bolzano e a Bolzano sepolti nello stesso giorno nella fossa comune.
1 Apollonio Vilores, Trieste
2 Baldanello Antonio Venezia, S. Cassiano 1840. Figlio di fu Giuseppe e di Prosdocimi Dora nato il 21.11.91 a Bologna e residente a Venezia; appartenente alla Missione Inglese in qualità di Sergente genio R.T. marconista del Capo Missione.
3 Ballerini Sergio, Firenze. Il 6 giugno scorso, giorno della riesumazione, era casualmente presente la mamma e il fratello a Bolzano.
4 Battaglia Francesco, Bitonto (Bari). Figlio di Vincenzo e di Abbattantuona Anna nato il 6.9.1919 residente a Bitonto (Bari) V. Castelfidardo 47, primo aviatore motorista della Missione, chiamato il “bravo ragazzo”: arrestato coi compagni di Missione a Padova nel marzo 1944 dal famigerato maggiore Carità.
5 Berardinelli Cesare, Venezia Via Chio 5. Figlio di Berardinelli Alfredo (pure ucciso dalle SS in Dalmazia, Ammiraglio) e della Baronessa Alba Galvagna, nato a Venezia il 5.5.1927. Era civile. Capo Missione.
6 Botta Guido, Roma Viale Mazzini
7 Collusso Francesco, S. Michele Tagliamento (Venezia). Figlio di fu Guglielmo e di Monni Anna nato nel 1914 a San Michele al Tagliamento, catturato da tre repubblicani al suo sbarco da un sottomarino a Caorle (Venezia) ai primi di aprile e poi tradotto a Bolzano.
8 Dei Grandi Andrea, Venezia Cannaregio 3353
9 Di Fonso Domenico, Napoli ?
10 Faggiano Pompilio, S. Donaci (Brindisi). Figlio di fu Vincenzo e fu Storto Vita Maria nato il 4.6.16 residente a S. Donaci Via 28 ottobre 3, catturato il 27 febbraio 1944
11 Ferlini Ferdinando, Firenze
12 Fiorentini Antonio, Bologna
13 Fogliani Domenico, Verona Via S. Paolo 17. Figlio di Leonida e di De Petri Giuditta nato a Reggio Emilia il 17.4.1921, residente a Verona, Via S. Paolo 17.
14 Gentili Tito, Fano Via Flaminia 23. Figlio di Vito e di Porfiri Maddalena nato a Fano (Ancona) il 3.10.1913, aviere scelto R.T. residente a Fano.
15 Leuci Dante. Di questo nulla siamo riusciti a rintracciare tranne il nome.
16 Marocco Gianpaolo, Varese, Figlio di Domenico e di Rossi Giuditta nato l’1.4.1920 residente a Varese Via Marzorati 15, sottocapo R.T. di marina
17 Montevecchi Domenico, Faenza
18 Paiano Ernesto, Bari. Figlio di Angelo e di Cossa Leonida nato il 29.10.1916 a Maglie (Lecce) residente a Bari Via Isonzo 92, già paracadutista.
19 Pappagallo Antonio, Roma Via della Giuliana 70
20 Pavanello o Pavanelli Milo, residente a Milano con la Signora in Via Pier Lombardo 8
21 Preda Angelo, Monza Via Cairoli
22 Rucella Ernesto, Roma Piazza di Spagna
23 Venturi Annibale, Rimini"
I 23 nomi compaiono con varianti sulle lapidi del Cimitero Militare e nel discorso di don Longhi; questo ha dato l’avvio a ricerche sui registri degli atti di morte dell’Ufficio di Stato Civile dell’Anagrafe Comunale di Bolzano.
Qui figurano dati anagrafici più completi relativi però solo a 20 dei 23. Un dato che compare costantemente nei documenti, che contengono dati anagrafici degli uccisi, è che l’eccidio venne compiuto nella Caserma di Artiglieria Mignone di Bolzano il 12 settembre 1944 [...]
[NOTE]
6 Sezione staccata Artiglieria e magazzini “Francesco Mignone”, 9° Reggimento di Artiglieria di Corpo d’Armata, costruita nel 1938 e abbattuta nel 1999.
7 Don Daniele Longhi (Pedemonte Vicenza 1913 - Trento 1996) sacerdote nel quartiere operaio delle Semirurali di Bolzano, arrestato nel 1944 perché membro del Comitato di Liberazione Nazionale clandestino di Bolzano, rinchiuso nel Lager di Bolzano con la matricola 7459 come deportato politico.
8 Archivio della famiglia Battaglia.
Carla Giacomozzi, 23. Un eccidio a Bolzano, Quaderni di Storia Cittadina, Volume 4, Città di Bolzano / Assessorato alla Cultura, alla Convivenza, all’Ambiente e alle Pari Opportunità, Ufficio Servizi Museali e Storico-Artistici, Archivio Storico, 2011

giovedì 15 settembre 2022

Graziani suggeriva la Cia come modello ideale di forza controrivoluzionaria


Sempre nel 1963, a seguito del Trattato sulla messa al bando parziale dei test nucleari stipulato da Usa e Urss, Clemente Graziani redasse un pamphlet di 33 pagine dal titolo La guerra rivoluzionaria. Quest’opera, scritta da un membro di Ordine Nuovo, costituì il punto di svolta nella trattazione di questo argomento da parte degli intellettuali italiani. Con questo pamphlet, in Italia l’argomento “guerra rivoluzionaria” emerse da una nebulosa semantica, nella quale il termine si trovava ed era stato impiegato, sulla scorta di quanto scritto da Lenin e Mao, con diverse accezioni, senza una precisione lessicale, ad esempio come sinonimo di “guerriglia” o di “guerra al capitalismo”. Quella costituita da Graziani e poi da altri neofascisti come Guido Giannettini, che due anni dopo avrebbe pubblicato il pamphlet Tecniche della guerra rivoluzionaria, fu una rielaborazione di un concetto introdotto da Lenin e teorizzato ampiamente da Mao in diversi scritti a partire dagli anni ‘30, letto e interpretato, anche da americani e francesi, secondo un filtro esclusivamente militare che “pone in primo piano solo le tecniche di guerriglia” <427. Quindi, a partire da quest’opera del 1963 l’espressione “guerra rivoluzionaria”, esistente dall’inizio del Novecento, ebbe, a seguito di una rielaborazione filtrata, una sua limpida definizione e trattazione. Un procedimento di rielaborazione di cui si diede atto nel manifesto del gruppo di “Pagine Libere”, pubblicato nel maggio 1965, alcuni giorni dopo che si svolse il convegno La guerra rivoluzionaria:
"Confrontando comunque la guerra rivoluzionaria cinocomunista con gli schemi teorici di solito ad essa riferita dai dottrinari, vediamo come questi schemi vengano seguiti soltanto in parte dai capi comunisti cinesi. La loro parziale eterodossia era dovuta anche al fatto che la teorizzazione delle tecniche della guerra rivoluzionaria è stata da noi ricavata a posteriori, cioè per astrazione (secondo l’accezione etimologica del termine). Mao e gli altri leaders della Cina rossa avevano impartito soltanto degli orientamenti generali, dei quali il maggiore è senz’altro questo: studiare a fondo, con metodo rigidamente logico, le leggi della guerra in generale, le leggi e gli insegnamenti particolari della guerra antigiapponese, quelle della guerra rivoluzionaria interna; dall’esame attento, scientifico, della situazione, sarebbero scaturite tutte le indicazioni necessarie per affrontarla in modo adeguato". <428
Tornando al pamphlet di Graziani, esso è composto da otto paragrafi: 1) Guerra atomica o guerra rivoluzionaria?; 2) Strategia tattica e tecnica della guerra rivoluzionaria; 2) L’azione psicologica; 4) Il terrorismo; 5) “Le gerarchie parallele”; 6) “Le forze rivoluzionarie” in America e in Europa; 7) Le possibilità di una azione rivoluzionaria in Italia; 8) La guerra rivoluzionaria come “esperienza interna”. Egli nel primo paragrafo precisa subito che la guerra rivoluzionaria, scatenata nel mondo dal “comunismo internazionale” per i suoi “obiettivi di bolscevizzazione totale del mondo” <429, si basa su un “genere nuovo, particolarissimo dell’uso della forza armata”. Scrivendo poi che quello attuale era uno “stato permanente di guerra mondiale ufficialmente non dichiarata” <430, richiamava a distanza il famoso articolo di Tedeschi di due anni prima, testé citato, Il PCI prepara il terrorismo organizzato, del quale citiamo di nuovo due frasi chiave:
"(…) un conflitto che ufficialmente non esiste, e quindi non obbliga all’intervento né russi né americani; un conflitto svolto al di fuori delle regole tradizionali, e quindi ideale per cogliere di sorpresa gli impreparati (…)". <431
Graziani poi passava in esame le modalità con cui veniva condotta la “guerra sovversiva” o “rivoluzionaria”, combattuta dall’Occidente - incarnato nell’esercito francese - per la prima volta in Indocina, dove i Viet Minh per scacciare gli imperialisti applicarono tutte le sue regole “con metodo e rigorosità scientifica” <432. Le modalità principali di condotta della guerra rivoluzionaria, o sovversiva, erano “l’azione psicologica scientificamente condotta”, il “terrorismo sistematico”, il “deliberato svuotamento delle strutture sociali esistenti” e l’organizzazione delle “gerarchie parallele”, che progressivamente si sostituivano a quelle esistenti, inglobavano la popolazione “in una rete dalle maglie sempre più strette” <433 e avevano il fondamentale compito di tenere quanti più possibili cittadini “sul doppio fronte del sabotaggio civile e dell’azione militare” <434. Condizioni sine qua non del successo della guerra rivoluzionaria erano “una congiuntura favorevole della politica internazionale” <435 e “il favore della popolazione” <436. Per ottenere quest’ultimo si poteva procedere in due modi: o galvanizzandole e suggestionandole “intorno ad un’idea”, ovvero “costringerle entro schemi psicologici precostituiti” <437, o terrorizzandole sistematicamente. La guerra psicologica e il terrore sistematico, “spietato e indiscriminato”, andavano di pari passo:
"si tratta, cioè, di condizionare le folle non solo attraverso la propaganda ma anche agendo sul principale riflesso innato presente tanto negli animali tanto nella psiche di una grande massa: la paura, il terrore, l’istinto di conservazione" <438.
Ci si trova di fronte, insomma, anche alla dichiarazione della necessità di agire contro certi schemi morali, ad esempio tramite l’uccisione di cittadini innocenti, qualora si riscontri nella popolazione “l’agnosticismo, lo stato di passività, l’indifferenza morale” <439, quasi si trattasse di una sorta di “strategia della tensione” che sproni la massa all’azione. Per Graziani, dinanzi alla “progressiva penetrazione rivoluzionaria della dottrina marxista-leninista nei paesi dell’Occidente e del terzo mondo afroasiatico” <440 e alla “frana a sinistra della diga democristiana al comunismo” <441 era necessario approntare al più presto una “elite di professionisti della guerra rivoluzionaria” che sapesse combattere ad armi pari “sul terreno di lotta” che il comunismo aveva scelto, ovvero l’“azione rivoluzionaria” <442. Estremamente significativa è la parte conclusiva del pamphlet, nella quale Graziani delineava la figura incaricata di condurre la guerra controrivoluzionaria.
Se da un lato tale ipotetica figura veniva connotata idealmente come un “nuovo tipo umano portatore di nuovi valori” che sia in contrasto con quelli propri dell’attuale “degenerescente civiltà borghese” e che sia in grado di “dominare e trascendere le forze disanimate insorte in una civiltà meccanizzata e materializzata” <443, dall’altro essa per l’autore è incarnata pienamente dalla Cia:
"Per il genere di incarichi che ricopre questa organizzazione di spionaggio e controspionaggio americana, per le tecniche e i mezzi che deve necessariamente usare per la raccolta d’informazioni sia politiche che militari, essa è, come il Deuxième Bureaux francese e come, in misura più o meno estesa, tutti i servizi d’informazione di una qualche importanza, particolarmente sintonizzata alle idee e ai metodi di una lotta sovversiva" <444.
Due anni prima che si svolgesse il convegno La guerra rivoluzionaria del 1965, alla fine del quale veniva auspicata da Beltrametti una proficua collaborazione tra la destra e le forze dell’ordine, Graziani suggeriva la Cia come modello ideale di forza controrivoluzionaria (e dei metodi richiesti per combattere efficacemente la guerra rivoluzionaria con le sue stesse armi), augurandosi che anche in Italia si creassero reparti che operassero similmente: “è tempo di dar vita a dei centri d’irradiazione delle idee controrivoluzionarie in tutti i settori della vita pubblica e privata della nazione, con particolare riferimento agli ambienti dell’esercito e delle forze dell’ordine” <445.
Forse il pamphlet di Graziani venne adottato come manuale di guerra controrivoluzionaria dai soldati italiani, che, per ordine del generale Giuseppe Aloja <446, come documentato dal Centro militare di studi strategici, proprio tra 1963 e il 1965 seguirono “corsi di addestramento antiguerriglia” ai fini di dotare del “maggior tasso di prontezza operativa (…) proprio l’aliquota [delle forze armate] incaricata di fronteggiare le minacce interne” (designate in termini di “strategia indiretta”, “guerra non ortodossa”, “guerra clandestina”, “guerra psicologica”, “guerriglia”) <447 e aver acquisito abilità ed avviato operazioni segrete, delle quali la Cia fu supervisore, come avvenne con il Piano Solo <448. Dopo la pubblicazione del pamphlet di Graziani, la seconda grande cesura degli anni ‘60 sarebbe stata quella del Convegno all’Hotel Parco dei Principi sulla 'Guerra rivoluzionaria'.
[NOTE]
427 “[l’espressione “guerra rivoluzionaria”] usata per la prima volta nel suo attuale significato [sic] da Mao Tse-tung nel 1963, di essa si impadronirono gli ufficiali francesi fatti prigionieri dai Viet-Minh dopo il 1949 che, al loro ritorno in patria, la introdussero nella terminologia militare francese.” Bernard B. Fall, Dall’Indocina al Viet-Nam: storia di due guerre, Milano, Sugar, 1968, p.367.
428 “Pagine Libere”, n.18, maggio 1965, pp.7-8. Corsivo mio.
429 La guerra rivoluzionaria, op.cit., p.5.
430 Ivi, p.5.
431 “L’Italiano”, Mario Tedeschi, Il PCI prepara il terrorismo organizzato, n.7, luglio 1961, p.39.
432 La guerra rivoluzionaria, op.cit., p.7.
433 Ivi, p.8.
434 Ivi, p.16.
435 “L’azione rivoluzionaria, comunque sia condotta, corre sempre verso la disfatta qualora i suoi capi non siano riusciti ad inserirla in una congiuntura favorevole della politica internazionale.”, Ivi, p.17. Corsivo mio.
436 Ivi, p.9.
437 Ivi, p.11.
438 Ivi, p.13. Corsivo mio.
439 Ivi, p.9.
440 Ivi, pp.17-18.
441 Ivi, p.30.
442 Ivi, pp.30-31
443 Ivi, p.32.
444 Ivi, pp.27-28. Corsivo mio.
445 Ivi, p.30. Corsivo mio.
446 Egli, tra l’altro, nel 1965 avrebbe poi commissionato a Rauti e Giannettini, celati sotto lo pseudonimo di “Flavio Messalla” la redazione di un libello, Le mani rosse sulle Forze armate, poi fatto distribuire agli ufficiali attraverso i canali di Ordine Nuovo. Franco Ferraresi, Minacce alla democrazia. La destra radicale e la strategia della tensione in Italia nel dopoguerra, Milano, Feltrinelli, 2005, p.124.
447 Guido Crainz, Il paese mancato: dal miracolo economico agli anni ottanta, Roma, Donzelli 2003, p.102.
448 Ivi, p.100.
Pier Paolo Alfei, La guerra rivoluzionaria nella Destra italiana (1950-1969), Tesi di Laurea, Università di Macerata, Anno Accademico 2015/2016

lunedì 12 settembre 2022

Il governo di Washington era a conoscenza del tentativo di golpe ben prima che del Piano Solo si avessero le prime notizie


Rispetto alla questione delle interferenze statunitensi nella lotta al comunismo in Italia, gli anni del mandato di Johnson comportarono grandi cambiamenti rispetto al passato, a partire dalla realizzazione del primo governo di centrosinistra <709. Sin dai primi giorni del suo mandato, Johnson proseguì il cammino intrapreso da Kennedy in favore dell’apertura a sinistra e seguì con interesse le trattative di Moro e Nenni per la costituzione del governo <710.
Il primo incontro ufficiale di Johnson avvenne proprio in relazione alla situazione italiana. Il 25 novembre 1963, Johnson incontrò alcuni esponenti del governo italiano: il presidente del Senato Cesare Merzagora, il Ministro degli Esteri Piccioni e l’ambasciatore italiano negli Stati Uniti Fenoaltea <711. Durante l’incontro, i rappresentanti del governo italiano rassicurarono gli americani che, nonostante la transizione in atto verso il centro-sinistra, i rapporti tra i due paesi avrebbero continuato ad ispirarsi ai principi della fedeltà atlantica e agli impegni derivanti. Tuttavia alcune questioni in particolare generavano perplessità a Washington. La prima era relativa agli scontri tra Dc e Psi nell’assegnazione degli incarichi ministeriali, che lasciavano presagire qualche difficoltà di collaborazione sulla strada delle riforme e dello sviluppo. Inoltre, a Washington preoccupavano le divisioni interne ai singoli partiti di governo, le cui ripercussioni avrebbero potuto produrre effetti negativi sulla stabilità del governo <712. Ciononostante, in questa fase gli Stati Uniti apparivano piuttosto fiduciosi sulle possibilità del centro-sinistra di isolare il Pci e promuovere una vasta attività di riforme, soprattutto nel Mezzogiorno <713. Per timore che la crisi economica e la necessità di adottare misure di austerità potessero compromettere la realizzazione delle riforme, a conferma della fiducia riposta nel gabinetto gli Stati Uniti erogarono un prestito di circa un miliardo di dollari <714. Questo intervento non va letto come il frutto di un assistenzialismo disinteressato, in quanto rientra nella logica anticomunista legata all’esigenza di evitare che l’Italia si avvicinasse al blocco comunista: un pericolo reso ancora più reale dall’accordo commerciale tra Italia e Cina per l’apertura di uffici commerciali nelle rispettive capitali e da alcune considerazioni allarmanti sul futuro della stabilità italiana provenienti dagli esponenti delle istituzioni italiane più allineati a destra. Uno dei questi, il Presidente della Repubblica italiana Antonio Segni, si diceva pronto a dare il suo contributo per porre fine all’esperimento il prima possibile <715. Anche il gen. De Lorenzo guardava con preoccupazione gli sviluppi italiani. L’imminente pericolo di disordini di piazza e di scioperi rendeva necessario adottare atteggiamento di grande fermezza da parte delle istituzioni e delle forze dell’ordine, che con determinazione (“backbone”) e una linea d’azione ben definita (“a definite line of action”), anche a costo di vittime avrebbero dovuto arrestare la deriva verso il comunismo <716. Il generale si dimostrava poi abbastanza fiducioso sul fatto che, attraverso i suoi contatti con le più alte sfere istituzionali, sarebbe riuscito a trovare un sostegno per delle “proposte eccezionali” da adottare contro le forze di opposizione.
I timori espressi nei documenti americani anticiparono i fatti che, nel giugno 1964, avrebbero segnato la fine del primo esperimento di centro-sinistra. Il 25 giugno infatti si aprì la crisi di governo a causa del mancato accordo dei partiti sui finanziamenti alle scuole religiose <717. Il governo venne così posto in minoranza e Moro fu costretto alle dimissioni. Nonostante la confusione generata dalla caduta del governo, tuttavia, nei documenti americani continuava ad emergere l’atteggiamento di fiducia nella figura di Aldo Moro, in cui gli Stati Uniti riponevano le speranze per un ruolo di guida della Dc e di mediazione con gli altri partiti, e un’avversione nei confronti della formazione di un governo di destra quale antidoto all’instabilità democratica italiana <718. La strada del centro-sinistra, per quanto ardua, continuava dunque ad essere l’unica alternativa percorribile per fronteggiare i cambiamenti sociali che l’Italia stava vivendo e che erano all’origine di un grande allarme comunista <719.
Se il centro-sinistra non sembrava governare i cambiamenti della società italiana in maniera efficace come alcuni esponenti delle forze dell’ordine e delle destre si sarebbero aspettati, questi stessi ambienti si convinsero che fosse giunto il momento di intervenire direttamente <720. La convinzione che l'esperienza del centro-sinistra determinasse una modificazione della collocazione atlantica della penisola e una deriva a sinistra della società, convinsero queste forze della necessità di un’eventuale azione di forza <721. In questo contesto, tra il 15 e il 19 giugno 1964 maturò l’ideazione di un progetto di golpe ad opera del Gen. De Lorenzo. Il nome del progetto, “Piano Solo”, derivava dal fatto che la sola Arma dei carabinieri (oltre 20.000 uomini) avrebbe preso parte alla sua attuazione, per ragioni di maggiore sicurezza e affidabilità. Concordato fra William Harvey, nominato direttore della stazione Cia di Roma nel giugno 1963, e il comandante generale dell’Arma Giovanni de Lorenzo, il piano fu studiato per fronteggiare una situazione emergenza determinata da un asserito complotto in preparazione da parte dei comunisti. Di tale complotto, peraltro inesistente, fu messo al corrente l’allora presidente della Repubblica Antonio Segni, per condizionarlo e ottenerne l’avallo. Il Piano era basato sull’adozione di misure eccezionali il cui scopo consisteva nel sovvertire l’ordine costituito attraverso l’esclusione dei socialisti dal governo o, quantomeno, un ridimensionamento dei progetti riformisti in atto (riforma regionale, legge urbanistica e patti agrari) e, in ultima istanza, nel mettere fuori legge il Pci e costituire un governo vicino alle forze di destra. Il progetto prevedeva l’occupazione di centri nevralgici del potere come prefetture, stazioni radio, sedi del partito e centrali telefoniche delle principali città italiane, nonché l’arresto e la deportazione nella base Gladio in Sardegna degli esponenti politici di primo piano <722. In caso di sommossa o avvenimenti gravissimi, i carabinieri sarebbero stati affiancati da militari in congedo, gruppi di civili ed ex militari arruolati e stipendiati dal Sifar in funzione anticomunista <723. Quest’azione di reclutamento clandestino era nota alla Cia sin dall’immediato dopoguerra e per certi versi incoraggiata dalla stessa agenzia statunitense con l’obiettivo di mettere a segno azioni illegali come piazzare bombe, compiere attentati o provocare incidenti da attribuire alle sinistre, in maniera tale da spingere il governo ad adottare misure eccezionali in difesa della sicurezza nazionale e bloccarne la deriva a sinistra <724 <725.
Il Piano Solo non fu mai attuato, forse perché non ricevette una accoglienza favorevole da parte delle istituzioni oppure, con maggiore probabilità, perché era stato pensato come una vera e propria “intentona”, con lo scopo di controllare il potere, non di conquistarlo <726. Un'involuzione autoritaria della politica italiana costituiva un esito estremo e non gradito dalle istituzioni. Il Piano Solo sarebbe stato quindi progettato con l’unico scopo di intimidire e avvertire le istituzioni delle possibili conseguenze di una deriva a sinistra del governo e di condizionare l’operato delle forze politiche italiane, quindi come uno strumento di pressione del “doppio stato” sulle istituzioni democratiche del paese per trovare una soluzione immediata alla crisi di governo <727.
In sostanza, il Piano si inserisce perfettamente nel quadro dei colpi di stato “regolarmente sventati al momento di divenire operativi e puntualmente occultati al momento di dover essere chiariti” grazie al costante appoggio e alla copertura delle istituzioni italiane e americane per esigenze politiche e istituzionali superiori. Allo stesso tempo, pur non riuscendo nelle loro finalità prettamente “militari”, connesse alla presa del potere, questi tentativi sono riusciti dal punto di vista politico, in quanto erano progettati per condizionare “verso il centro il sistema politico e ci si è riusciti anche quando l’intero continente era attraversato da un vento riformatore che ha fatto traballare strutture politiche e statali ben più salde della nostra” <728. Nel caso italiano, nello specifico, il tentato golpe serviva a bloccare il riformismo del governo Moro. Come è noto, infatti, la crisi fu subito risolta con la creazione di un nuovo governo (3 luglio 1964) sempre presieduto da Moro con la stessa base parlamentare del precedente, ovvero con la partecipazione del Psi, il cui programma riformatore risultava tuttavia notevolmente ridimensionato <729.
Quello che è importante rilevare è che il governo di Washington era a conoscenza del tentativo di golpe ben prima che del Piano Solo si avessero le prime notizie <730. Lo dimostrano tutta una serie di informative precedenti che forniscono dettagli sul pericolo imminente di un colpo di stato militare in Italia, da attuarsi in seguito ad una dimostrazione finanziata da industriali italiani e coordinata da Pacciardi. Si faceva anche riferimento al supporto dei Carabinieri nel caso di scontri o incidenti <731. Già si avvertiva, insomma, un gran “tintinnare di sciabole” come avrebbe scritto Nenni, ovvero un clima di grande tensione che era premonitore degli sviluppi cui la democrazia italiana sarebbe andata incontro nelle settimane successive. A questo proposito è interessante notare che dai documenti statunitensi sul Piano Solo non traspare un’ansia particolare per la gravità dei fatti eversivi in atto. Emerge invece un grande allarme rispetto al pericolo di infiltrazione comunista nelle istituzioni democratiche italiane, e l’identificazione nel gen. De Lorenzo dell’unica figura del panorama italiano in grado di gestire la complessità della situazione politica <732. Questa constatazione aiuta a definire meglio il quaadro di responsabilità degli Stati Uniti nel Piano Solo. Senz’altro, gli intenti dei golpisti corrispondevano pienamente agli interessi perseguiti da certi settori dell'amministrazione statunitense, contrari al centro-sinistra e in linea con ampi strati del ceto dirigente e imprenditoriale italiano. Pertanto è ipotizzabile gli Stati Uniti non solo sapessero, ma abbiano anche collaborato al progetto in quanto strumentale ai loro obiettivi in Italia. In quest’ottica, il Piano Solo si può collocare all'interno di un disegno strategico più ampio che, a livello nazionale, mirava a depotenziare la capacità riformista del governo di centro-sinistra e, a livello internazionale, puntava alla riduzione dell’influenza del comunismo nel mondo. <733 Il Piano Solo dimostra quindi l’annidarsi di forze sleali alla democrazia in settori molto delicati dell’apparato statale, nonché le simpatie da esse riscosse non solo nell’estrema destra, ma anche a livello internazionale. Il silenzio fatto calare sulla vicenda dell’estate 1964 è significativo del timore che venisse sollevato un velo su possibili e complicità di cui il generale De Lorenzo appariva sicuro al momento dell’ideazione del progetto.
[NOTE]
709 A. M. Schlesinger, I Mille giorni, cit., p. 873.
710 U. Gentiloni Silveri, L’Italia e la nuova frontiera, cit. p. 228.
711 Nara, Department of State, Central Files, Pol-It-US, Memorandum of conversation, Washington, 25 novembre 1963, Confidential.
712 Frus, 1961-63, vol. XII, Telegram From Secretary of State Rusk to the Department of State, Paris, 16 dicembre, 1963, pp. 893-94, disponibile al link: https://history.state.gov/historicaldocuments/Frus1961-63v13/pg_890; Cia Special Report, “The Moro Government’s program and prospects”, Office of Current Intelligence, 3 gennaio 1964; L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit. pp. 442-443; S. Romano, Lo scambio ineguale: Italia e Stati Uniti da Wilson a Clinton, Laterza, Roma-Bari, 1995, p. 44.
713 Frus, 1961-63, vol. XII, Memorandum of Conversation,The Italian Political Situation, 14 gennaio 1964, pp. 175 e ss, disponibile al link: https://history.state.gov/historicaldocuments/Frus1964-68v12/pg_175; Cia, Special Report, “Problems and Prospects in Southern Italy”, Office of Current Intelligence, 21febbraio 1964.
714 Frus, 1961-63, vol. XII, Memorandum From Secretary of the Treasury Dillon to President Johnson, Financial Assistance for Italy, Washington, 13 marzo, 1964, pp. 183-184 , disponibile al link: https://history.state.gov/historicaldocuments/Frus1964-68v12/pg_183.
715 Frus, 1961-63, vol. XII, Telegram From the Embassy in Italy to the Department of State, Rome, 10 gennaio, 1964, pp. 173-75, disponibile al link: https://history.state.gov/historicaldocuments/Frus1964-68v12/pg_173.
716 Frus, 1964-68, vol. XII, Intelligence Information Cable,Washington, 13 marzo, 1964, pp. 185-188, disponibile al link: https://history.state.gov/historicaldocuments/Frus1964-68v12/pg_185; Id., Airgram From the Embassy in Italy to the Department of State, Lt. Gen. De Lorenzo’s Comments on Security and Political Subjects, Rome, 26 maggio, 1964, pp. 189-192, disponibile al link: https://history.state.gov/historicaldocuments/Frus1964-68v12/pg_188; M. Franzinelli, Il Piano Solo, cit. p. 86.
717 G. Bedeschi, La prima Repubblica (1946-1993). Storia di una democrazia difficile, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2013.
718 Cia, Special Report, Italian Christian Democratic National Congress, Office of Current Intelligence, 26 giugno 1964.
719 U. Gentiloni Silveri, L’Italia e la nuova Frontiera, cit. p. 263.
720 Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Il terrorismo, le stragi ed il contesto storico-politico, Proposta di relazione, redatta dal Presidente della Commissione, senatore Giovanni Pellegrino, XII legislatura, 12 dicembre 1995, pp. 9-44, 74-76.
721 Frus, 1964-68, vol. XII, Telegram From the Embassy in Italy to the Department of State, 10 gennaio, 1964, cit. p. 173
722 Commissione parlamentare d’inchiesta sugli eventi del giugno luglio 1964, Relazione di minoranza, Roma, 1971, pp. 88 e ss.; G. De Lutiis, Storia dei servizi segreti, cit. p. 82; S. Flamigni, Dossier Pecorelli, Milano, Kaos, 2005, p. 8.
723 Commissione parlamentare d’inchiesta sugli eventi del giugno luglio 1964, cit. pp. 92-95, 267.
724 Negli archivi della stazione Cia di Roma sono state ritrovate le liste di queste formazioni paramilitari addestrate in funzione anticomunista. G. De Lutiis, Il lato oscuro del potere, cit. pp. 68-69.
725R. Faenza, Il Malaffare, cit. 367; Commissione parlamentare d’inchiesta sugli eventi del giugno luglio 1964, cit. p. 281; F. Parri, Al fondo della crisi, in “L’Astrolabio”, 4 febbraio 1964; N. Tranfaglia, La strategia della tensione e i due terrorismi, in “Studi Storici”, 39, 4 (1998): pp. 989-998; M. Franzinelli, Il Piano Solo, cit. p. 35, 42.
726 G. De Luna, Necessità storica, uno strano concetto, in “La Stampa”, 24 dicembre 1990, p. 3.
727 U. Gentiloni Silveri, L’Italia e la nuova frontiera, cit. p. 270; A. Lepre, Storia della prima repubblica, cit. p. 207; P. Scoppola, La repubblica dei partiti, cit. p. 350; G. De Lutiis, Il lato oscuro del potere, cit. pp. 63-68; 93-100.
728 A. Giannuli, P. Cucchiarelli, Lo stato parallelo, cit. pp. 227-228.
729 Commissione Moro, 125; CS, 381-383; numerazione tematica 1, Memoriale Moro, La crisi del 1964: il Presidente della Repubblica Segni e il piano del Gen. De Lorenzo; Commissione parlamentare d’inchiesta sugli eventi del giugno luglio 1964, cit. pp. 206 e ss.
730 L. Jannuzzi, Finalmente la verità sul SIFAR. 14 luglio 1964: complotto al Quirinale. Segni e De Lorenzo preparavano il colpo di stato, in “L’Espresso”, 14 maggio 1967; Id., Fatti del luglio 1964: ecco le prove, in “L’Espresso”, 21 maggio 1967.
731 Frus, 1964-68, vol. XII, Telegram From the Consulate in Frankfurt to the Department of State, Frankfurt, 25 giugno, 1964, pp. 192-194, disponibile al link: https://history.state.gov/historicaldocuments/Frus1964-68v12/pg_192; Frus, 1964-68, vol. XII, Telegram From the Commanding General, U.S. Army South European Task Force to the Commander in Chief, U.S. Army in Europe, Verona, 26 giugno, 1964, pp. 198-99, disponibile al link: https://history.state.gov/historicaldocuments/Frus1964-68v12/pg_198; Frus, 1964-68, Intelligence Information Cable, Washington, 26 giugno, 1964, pp. 194-97, disponibile al link: https://history.state.gov/historicaldocuments/Frus1964-68v12/pg_194; Incoming Telegram, spedito al Dipartimento di stato dal centro Setaf di Verona, al comando delle forze armate di heidelberg, 28 giugno 1964, in “L’Espresso”, 25 agosto 1995; U. Gentiloni Silveri, L’Italia e la nuova frontiera, cit. p. 309.
732 R. Faenza, Il Malaffare, cit. p. 364; S. Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana, cit. pp. 327-328.
733 Frus, 1964-68, vol. XII, Airgram from the Embassy in Italy to the Department of State, The July Rumors on an Italian Coup d’Etat, Rome, 14 agosto, 1964, pp. 208 e ss., disponibile al link: https://history.state.gov/historicaldocuments/Frus1964-68v12/pg_208.
Letizia Marini, Resistenza antisovietica e guerra al comunismo in Italia. Il ruolo degli Stati Uniti. 1949-1974, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Macerata, 2020