giovedì 18 aprile 2024

Durante tutti gli anni Ottanta la tensione tra politici e magistrati riguarda in particolar modo il partito socialista


Nel corso dell’ottava legislatura, come abbiamo visto attraverso qualche cenno, si definiscono gli equilibri politici, basati sostanzialmente sull’accordo tra socialisti e democristiani, che si mantengono per tutti gli anni Ottanta e fino al 1992-1993, biennio che segna il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica. Pur trattandosi di un equilibrio caratterizzato da un alto livello di conflittualità interna tra i partiti della coalizione, in primo luogo tra il Psi e la Dc <14, ma anche tra le varie correnti di quest’ultima, il “pentapartito” costituisce la formula che permetterà di sostenere i governi che si susseguono nel corso del decennio.
Parallelamente, nei primi anni Ottanta, si cristallizza anche una contrapposizione che vede da una parte alcune forze politiche, a cominciare dal Psi di Craxi e da alcune aree della Dc, e dall’altra la magistratura; essa deriva, in massima parte, dall’atteggiamento di dura critica nei confronti dell’ordine giudiziario e di quell’attività di giurisdizione che contribuisce a svelare all’opinione pubblica condotte illegali da parte di politici, cosa evidentemente non gradita dagli esponenti di partito. Si tratta di una contrapposizione che deriva dal fatto che la magistratura ha ormai assunto pienamente le sue caratteristiche di potere diffuso, nell’ambito del quale esiste una pluralità di opinioni e di atteggiamenti circa le modalità di applicazione delle leggi e circa l’esercizio della giurisdizione e non, come fino circa alla fine degli anni Sessanta, una sostanziale contiguità e unità d’indirizzi e d’intenti tra magistratura e classe politica di governo.
Durante tutti gli anni Ottanta la tensione tra politici e magistrati riguarda in particolar modo il partito socialista e si sviluppa alternando periodi di maggior tranquillità istituzionali con vere e proprie crisi. Molte di queste coinvolgono in prima persona il Presidente della Repubblica (e presidente del Csm), Francesco Cossiga, a cominciare da quella che si verifica dopo la condanna di alcuni esponenti socialisti per diffamazione. Ugo Intini, Salvo Andò e Paolo Pillitteri, secondo una sentenza del novembre 1985 emessa dal Tribunale di Milano <15, avevano diffamato il pubblico ministero del capoluogo lombardo Armando Spataro per la sua gestione dell’accusa ai terroristi responsabili dell’omicidio di Walter Tobagi, socialista e amico personale di Craxi, avvenuto nel 1980. Dopo tale condanna il segretario del Psi conferma pubblicamente la sua solidarietà ai dirigenti e fa sue le critiche ai magistrati <16 per le pene, considerate troppo lievi, irrogate agli omicidi; queste dichiarazioni spingono il Csm, su iniziativa di Magistratura indipendente, a discutere il caso al fine di tutelare i magistrati attaccati. Ma l’ordine del giorno predisposto trova la netta opposizione da parte di Cossiga, il quale afferma che è inammissibile un intervento del Consiglio su atti o dichiarazioni del capo del governo; tutti i magistrati membri del Csm rassegnano allora le dimissioni, atto che induce Cossiga ad ammorbidire i toni. Il Presidente della Repubblica interviene poco dopo affermando che il Csm ha assunto grandi meriti durante il terrorismo, ma che ora si rende necessario tornare alla normalità <17.
Romano Canosa attribuisce al Csm la responsabilità maggiore in un secondo episodio di conflitto con Cossiga, che ha luogo nel mese di gennaio 1986 e che ha come oggetto l’organizzazione di un dibattito, proposto da alcuni consiglieri di Magistratura democratica, circa le linee di politica giudiziaria che i candidati a vicepresidente dell’organo di autogoverno adotterebbero in caso risultassero eletti. A tale dibattito si oppone con decisione Cossiga, argomentando che il Csm non può fissare le linee di attività del consiglio alle spalle del presidente, il quale verrebbe ad assumere un ruolo solo formale; questa volta Cossiga ha la meglio ed i commissari tornano sui loro passi.
Gli anni successivi però sono caratterizzati da una notevole tensione latente tra il Csm ed il capo dello Stato, tra pause e varie «punture di spillo» <18, praticamente durante tutto il settennato. Si tratta di una contrapposizione che deriva, in qualche misura dalla particolare personalità del capo dello Stato, ma che ha soprattutto valenza politica nella misura in cui ha come oggetto l’attribuzione e l’esercizio di poteri reali.
Il contrasto tra magistrati ed alcune forze politiche si manifesta anche attraverso l’organizzazione del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, promosso all’inizio del 1986 da socialisti, radicali, liberali e socialdemocratici e definito di «carattere pretestuoso» da Pizzorusso <19. La proposta referendaria inizialmente include un quesito sulla legge elettorale del Csm, già presente nel programma del governo Craxi nel 1983 <20, ma questo viene bocciato dalla Corte costituzionale. Esso costituisce, secondo Canosa <21, la vera mira del Psi, anche perché questo partito non propone alcun sistema alternativo e quindi non è chiaro quale sia il suo fine (sul punto specifico) se non quello di delegittimare il Csm. Ma se le intenzioni dei socialisti sono «pretestuose» o oblique, la proposta politica, che consiste nel rendere i magistrati civilmente responsabili di fronte a casi dimostrati di danni ai cittadini causati da “colpa grave”, sembra condivisibile dalla gran maggioranza delle forze politiche, non escluso il partito comunista, il quale si pronuncia apertamente per il “sì”. L’intero ordine giudiziario però si schiera in senso contrario e anche Magistratura democratica afferma la necessità di salvaguardare i giudici. Non sono certo estranee a questo atteggiamento istanze tipicamente corporative, anche se unite, in particolare per quanto riguarda Md, ad esigenze reali che riguardano la realizzazione della libera espressione della giurisdizione, la quale potrebbe trovarsi condizionata dal timore di danni futuri a causa del maggior rischio di dover rispondere personalmente di eventuali errori. Eppure, al di là del merito, è difficile non vedere in questo appuntamento referendario un’espressione del conflitto ormai evidente tra il Psi e la magistratura e, contemporaneamente, è difficile negare un’estesa presenza di istanze corporative nell’ambito dell’ordine giudiziario in questa circostanza. L’atteggiamento da parte dell’Anm, ricorda  Liberati <22, in particolare in occasione del congresso di Genova nel 1987, poco dopo il referendum, riflette l’emergere di «chiusure corporative, tentazioni di ripiegamento e demagogiche posizioni di scontro frontale con l’intera classe politica» <23.
In quella circostanza i giudici sono comunque costretti ad una riflessione circa l’orientamento della pubblica opinione, che è alquanto chiaro visto che la vittoria dei “sì” risulta schiacciante (ottiene oltre l’ottanta percento dei votanti); ma tale atteggiamento viene interpretato come insoddisfazione per il servizio giustizia nella sua generalità, a cominciare dalla lentezza dei processi, problema ormai annoso in Italia e che aveva già visto il Paese sul banco degli accusati presso la Corte europea dei diritti dell’uomo.
Oltre al quesito circa la responsabilità dei giudici, la tornata referendaria include anche la commissione inquirente, la cui sopravvivenza per giudicare i reati dei ministri viene rigettata da più dell’84 percento dei votanti. Negli anni precedenti, come abbiamo visto in queste pagine, questo istituto aveva dato un importante contributo per rallentare o porre fine a procedimenti giudiziari dotati di notevole portata politica, con l’unica e parziale (visto il proscioglimento di Rumor) eccezione costituita dal caso Lockheed.
Vale dunque la pena di chiedersi per quali ragioni il Psi, che pure non risparmia occasione di proclamare l’esigenza di tutelare esponenti dell’esecutivo o del Parlamento rispetto alle iniziative dei giudici, si adoperi per la soppressione della commissione inquirente. A questo proposito conviene ricordare che l’aspetto maggiormente insidioso delle inchieste è quello che riguarda la divulgazione delle notizie circa la condotta, in molti casi altamente censurabile, posta in atto dai politici interessati, assai più che l’irrogazione della pena in seguito alle eventuali condanne. Mentre l’inquirente può costituire un valido strumento per impedire quest’ultima, in particolare in presenza di un accordo parlamentare tra Psi e Dc, il suo utilizzo è assai più dubbio quando si tratta di evitare la divulgazione delle notizie; anzi, in determinati casi può ottenere l’effetto opposto perché le sedute della commissione fano circolare dati ed informazioni anche presso i membri dell’opposizione, che le possono in varie maniere divulgare, rendendo così l’inquirente un megafono di atti censurabili commessi da esponenti di partito. Del resto i ministri sono quasi sempre parlamentari e le inchieste giudiziarie devono pur passare attraverso il severo vaglio delle giunte per le autorizzazioni a procedere di Camera e Senato, da sempre decisamente restie a permettere le inchieste a carico dei membri del Parlamento.
La tensione e le frequenti dichiarazioni circa la parzialità dei giudici, unite ad alcune storiche ed assai note disfunzioni del servizio giustizia, contribuiscono probabilmente, in questi anni, a incrinare, in qualche misura, l’immagine della magistratura presso la pubblica opinione e ad erodere parte di quel prestigio guadagnato dall’ordine giudiziario grazie al contrasto, costato tanti sacrifici, al terrorismo. Uno dei casi giudiziari che crea maggiore sconcerto nell’opinione pubblica è quello relativo al presentatore televisivo Enzo Tortora, accusato da un pregiudicato “pentito” di essere coinvolto in un traffico di stupefacenti e sottoposto a carcerazione preventiva nel 1983 per alcuni anni per poi essere completamente scagionato. Il caso è certamente meritevole di grande attenzione in quanto mette in risalto i rischi legati all’uso processuale dei collaboratori di giustizia; ma presso l’opinione pubblica contribuisce all’intensificarsi di una certa diffidenza nei confronti del sistema giudiziario nel suo complesso, a cui non sono estranee le prese di posizione di alcuni partiti. Il calo di fiducia e di prestigio dei giudici italiani sembra trovare riflessi anche nelle espressioni cinematografiche; se all’inizio degli anni Settanta il magistrato vi era rappresentato dal giudice istruttore Mariano Bonifazi, impegnato in difficili battaglie contro l’inquinamento e le frodi degli affaristi senza scrupoli e protetti dalla politica nella pellicola di Dino Risi “In nome del popolo italiano” (1971), nel decennio successivo questi cede il posto a Annibale Salvemini, giudice vanesio, molto sensibile alle attenzioni della stampa, e caratterizzato da un incomprensibile voluttà per gli arresti in gruppo, interpretato da Alberto Sordi in “Tutti dentro” (1984).
[NOTE]
14 Una cronaca dei conflitti tra i partiti negli anni Ottanta è fornita da L. Cecchini, Palazzo dei veleni. Cronaca litigiosa del pentapartito (1981-1987), Rubettino, Catanzaro, 1987.
15 Una narrazione dettagliata degli eventi è contenuta in L. Pepino, “Speciale: storia e analisi di una unanimità presunta (a proposito del conflitto Cossiga-Csm)”, Questione giustizia, 1986, Pag. 97
16 Il segretario del Psi dichiara «Noi confermiamo uno per uno i giudizi severi e critici che i nostri compagni condannati hanno espresso nei confronti dell’operato della magistratura», citato in R. Canosa, Storia della magistratura in Italia. Cit. Pag. 131
17 Ibid.
18 R. Canosa, Storia della magistratura in Italia. Cit.
19 A. Pizzorusso, L’organizzazione della giustizia in Italia. Cit. Pag. 60
20 E. Bruti Liberati, “La magistratura dall’attuazione della costituzione agli anni Novanta”, in F. Barbagallo (a cura di), Storia dell’Italia repubblicana. Cit. Pag. 211
21 R. Canosa, Storia della magistratura in Italia. Cit. Pag. 139
22 E. Bruti Liberati, “La magistratura dall’attuazione della costituzione agli anni Novanta”, in F. Barbagallo (a cura di), Storia dell’Italia repubblicana. Cit. Pag. 218
23 Ibid. Pag. 233 L’atteggiamento dell’Anm sul referendum viene condannato, oltre che da Bruti Liberati, anche da Canosa e Pizzorusso.
Edoardo M. Fracanzani, Le origini del conflitto. I partiti politici, la magistratura e il principio di legalità nella prima Repubblica (1974-1983), Tesi di dottorato, Sapienza - Università di Roma, 2013

martedì 9 aprile 2024

Nel 1960 il Centro Nazionale Prevenzione e Difesa Sociale di Milano organizzava un convegno sul progresso tecnico


La breccia aperta dai dibattiti del post 1955-56 nella spessa coltre dell’ortodossia marxista, non si impose beninteso immediatamente, ma subì attacchi da parte delle correnti interne più legate ad una impostazione classica della teoria sindacale, che subito dopo il 1957 riebbero il sopravvento e che solo la ripresa della conflittualità negli anni Sessanta riuscì a mettere in minoranza.
Nel 1957 così, Silvio Leonardi venne rimosso dal suo incarico alla guida dell’USE, dopo essere entrato in conflitto con la dirigenza del PCI milanese, come descritto da Petrillo: «era uno scossone all’impianto concettuale e alla prassi politica e sindacale, un invito al realismo e alla concretezza [...] che non a caso venne da Milano: non soltanto per il cima generale che vi vigeva, ma per il confronto ravvicinato che vi si stava istituendo fra la tradizione Cgil e la sfida proveniente da un laicato cattolico particolarmente effervescente» <279. La piazza milanese, in cui era in gioco l’egemonia teorica per il sindacato industriale, a contatto diretto con il laboratorio più avanzato del sindacato cattolico CISL costituito dalle ACLI e dalla scuola di Mario Romani, non permetteva eccessive prese di posizione autonome. Quella che Petrillo indica con la rivolta degli “innovatori togliattiani”, tra i quali vi era Leonardi, fallì e Mario Montagnana, segretario della CdL del capoluogo lombardo, si dimostrò solerte nell’attaccare Leonardi e la sua analisi innovatrice, opponendo all’apertura nei confronti della sociologia la più stretta visione dogmatica dello stagnazionismo e della teoria del crollo, inseriti in un capitalismo fatto di grande fabbrica meccanica. e
La breccia, tuttavia, era stata aperta e il movimento operaio intero venne coinvolto dal bisogno di conoscenza e dalla volontà di ricerca. Fu un’altra storica istituzione del movimento operai milanese a richiedere l’opera di Leonardi dopo l’allontanamento dall’USE, l’Istituto Feltrinelli, la cui attività, come ricorda Luciano Cafagna «era imperniata principalmente sulla storia [...] il passaggio a interessi in un campo operativo, come quello dei temi economici correnti, era un mutamento netto» <280. Il fatto di affidare a Leonardi lo studio dello «sviluppo e trasformazione industriale e tecnologica che si stava manifestando in Italia, almeno nel Nord del paese» <281 non era un evento da sottovalutare così come non sarebbe stato pensabile solo tre anni prima il fatto che gli venissero affiancati nel comitato scientifico personaggi come Franco Momigliano, Bruno Trentin, Siro Lombardini, Nino Andreatta, Paolo Sylos Labini, Pietro Gennaro e Piero Bontadini.
Lo stesso anno Leonardi pubblicò un libro che costituì una svolta per le riflessioni che metteva in campo. Il saggio riprendeva ed ampliava le riflessioni esposte al convegno di Roma e si ricollegava al dibattito che all’interno della sinistra vedeva coinvolte figure come Roberto Guiducci ed altri sempre meno disposti ad accettare il dogmatismo e l’ideologia a senso unico imposta dal PCI, ma messa in crisi dopo il 1955 e il 1956. Leonardi affermava come una visione dogmatica che non prendesse in considerazione un’analisi scientifica dei fenomeni sociali potesse portare alla rovina chi si proponeva di difendere i diritti dei lavoratori: «anche ideologie rivoluzionarie possono essere messe in difficoltà quando si sono trasformate in senso dogmatico, cristallizzando interpretazioni di passate situazioni, e quando non vengono utilizzate come metodo per esaminare ed interpretare la realtà nei suoi continui cambiamenti. Ma il nuovo è più forte del vecchio e prima o poi si impone» <282.
Nel momento in cui per Leonardi e la sinistra si apriva una fase di passaggio, il dirigente milanese smentiva ad un tempo Lenin ed i tecnocrati attaccando la pretesa apoliticità di chi al contrario non voleva cedere il controllo sugli strumenti di produzione ma anche le messianiche affermazioni di presa violenta del potere.
Affrontando l’analisi dello sviluppo e degli squilibri in Italia, Leonardi rimaneva dell’idea che dovesse essere lo Stato ad assumersi la responsabilità di pianificare l’industrializzazione: «gli investimenti di automazione perderebbero il carattere che oggi hanno di essere quasi esclusivamente intensivi e diventerebbero largamente estensivi con creazione di nuovi posti di lavoro sia nelle fabbriche automatizzate sia in quelle che producono strumenti ed impianti per le fabbriche stesse» <283. Lo stato soltanto avrebbe garantito il livello di investimenti necessari «a cambiamenti qualitativi e non solo quantitativi del nostro apparato produttivo» <284 al fine di superare il blocco del potere monopolistico e per rendere l’automazione un fenomeno positivo e non di vantaggio per pochi a spese della maggioranza dei lavoratori.
Scrivendo nel 1957 sulla rivista “Ulisse”, Leonardi assumeva il progresso tecnico e l’automazione come fattori positivi di sviluppo, che dovevano rientrare in una prospettiva globale per coglierne la portata: «l’automazione favorirà anche il decentramento della produzione con una maggiore e più organica utilizzazione delle risorse di ogni singolo Paese aiutando a risolvere, dal punto di vista tecnico, problemi oggi gravi e aperti per esempio nel processo di industrializzazione dei Paesi sottosviluppati. Decentramento della produzione e integrazione di maggiori spazi economici [...] tendono all’unico fine di una più omogenea distribuzione delle forze produttive» <285.
Un passaggio, quello aperto da Leonardi ed altri, che, nonostante i tentativi di restaurazione segnò in modo definitivo il dibattito a sinistra, e le cui intuizioni si rivelarono assolutamente pertinenti solo pochi anni dopo.
Nel 1960 il Centro Nazionale Prevenzione e Difesa Sociale di Milano organizzava un convegno sul progresso tecnico. I temi che i convegni organizzati dall’Istituto Gramsci avevano sollevato erano rimasti al centro del dibattito nonostante la chiusura dimostrata da settori non minoritari della sinistra. Il progresso tecnico nel 1960, nel pieno del boom era sotto gli occhi di tutti e iniziava ad essere preso in esame da soggetti diversi, interessati agli effetti sociali che poteva portare.
Silvio Leonardi espose l’analisi dell’industria delle macchine utensili, industria a suo avviso chiave per comprendere lo sviluppo di un’economia. In questa industria si concentravano i risultati dei progressi tecnici raggiunti in tutti i rami industriali e i macchinari prodotti erano al tempo stesso risultato e mezzi di diffusione del progresso tecnico.
La dimensione ridotta dell’industria delle macchine utensili ben si adattava inoltre a descrivere la struttura produttiva italiana, basata su imprese famigliari e piccole aziende che basavano la produzione sulla domanda oscillante e soprattutto sull’esportazione dei propri prodotti, meno richiesti in patria ed erano caratterizzate dallo scarso investimento sulla ricerca.
Leonardi individuava la funzione di questa industria come complementare a quella dei grandi monopoli, che sfruttavano le ridotte dimensioni e la loro capacità di adattarsi alle oscillazioni del mercato per imporre loro ritmi e scadenze, senza continuità di domanda, dal momento che la grande industria italiana si caratterizzava da un impiego diseguale di macchinari moderni.
L’impiego superiore rispetto agli altri paesi industrializzati di macchinari usati in Italia veniva visto come la chiave del capitalismo nostrano per l’estrazione del plusvalore dal lavoro, che si incastrava con l’analisi che abbiamo già visto dei tre livelli di compresenza dell’innovazione tecnologica: «la fase attuale italiana è caratterizzata da un forte contrasto tra un livello tecnico molto avanzato in alcune unità produttive e l’allargamento del parco macchine nazionale soprattutto attraverso un tasso di sostituzione molto basso» <286.
Data la scarsa influenza dei centri di ricerca scientifici, degli aiuti statali ed il conseguente ricorso alle conoscenze dirette, artigianali, al fine di pianificare uno sviluppo che portasse reali benefici ai lavoratori per Leonardi era interessante analizzare il livello potenziale di sviluppo dell’industria nel mercato italiano, «le reali possibilità per l’industria italiana delle macchine utensili di influire sul mercato interno, di favorire la meccanizzazione e un più rapido rinnovamento del parco macchine utensili attraverso una migliore organizzazione della sua prodzuione, una diminuzione dei costi e quindi dei prezzi modificando il rapporto prezzo macchine-prezzo lavoro» <287.
Inoltre Leonardi era consapevole dei limiti che la struttura produttiva italiana poneva ad uno sviluppo dell’industria del macchinario, e quindi ad un salto tecnologico generale: «da una parte la domanda delle aziende più avanzate pone innanzitutto problemi di qualità, dall’altra nelle aziende più arretrate il prezzo marginale della forza lavoro, condizionato dalla permanente alternativa della disoccupazione è ad un livello tale da renderlo economicamente componibile innanzitutto con macchine di bassissimo prezzo e quindi soprattutto usate» <288. Questo per Leonardi il fattore di maggior rischio per i lavoratori italiani che avrebbero dovuto riprendere in mano ed esigere uno sviluppo dell’automazione per conseguire una migliore qualità del lavoro.
In seguito i medesimi concetti furono ampliati nello Studio eseguito per il Centro di studi e ricerche sulla struttura economica italiana Le macchine utensili e la loro industria.
Estendendo l’analisi del macchinismo presentata al convegno del 1956, Leonardi proponeva la teoria che le macchine utensili fossero il prodotto di un’elaborazione sociale e che quindi fossero il frutto di rapporti sociali anche al di fuori della fabbrica: «le macchine utensili possono essere considerate come prodotti di montaggio collettivo, cioè con elementi eterogenei che derivano da settori diversi e che confluiscono in un prodotto estremamente complesso nel quale si sommano esperienze e progressi fatti nei più diversi campi dell’attività umana che l’industria delle macchine utensili fa propri adattandoli a scopi specifici, a loro volta promotori di ulteriori progressi» <289.
Questa industria rappresenta un momento di sintesi tra fabbrica e società e per questo la sua regolazione dovrebbe essere pianificata da organismi pubblici e non lasciata a se stessa. La produzione sociale dell’innovazione applicata alle macchine avrebbe posto il problema di un riequilibrio del costo della forza lavoro. Una società sempre più complessa avrebbe prodotto sempre più macchine ma avrebbe espresso sempre più bisogni, il cui costo sarebbe ricaduto sulla società intera: «si può certo constatare una stretta correlazione tra sviluppo del meccanizzazione e quindi aumento della produttività del lavoro umano e una diminuzione del rapporto tra prezzo del capitale e prezzo del lavoro [...] il prezzo delle macchine diminuisce per l’estensione del progresso tecnico nella produzione di macchine stesse e dei materiali che le compongono, provocando, quindi, una obiettiva diminuzione del loro costo in termini di lavoro, mentre non avviene altrettanto per il prezzo della forza lavoro che deve coprire crescenti bisogni socialmente necessari con componenti di beni materiali e di servizi assai meno soggetti all’influenza del progresso tecnico e quindi con costi relativamente crescenti» <290.
Leonardi, che probabilmente aveva in mente lo sviluppo della provincia di Milano negli anni Cinquanta, effettuava una nuova fuga in avanti rispetto al dibattito in corso. Attraverso l’analisi dell’industria delle macchine utensili affrontava il nodo dello sviluppo del terziario avanzato, e dello sviluppo generale della società, di cui l’industria delle macchine utensili era specchio e motore. Una società per essere competitiva nella produzione di macchine utensili, avrebbe dovuto essere progredita tecnicamente: «la possibilità di coprire con forniture esterne una parte più o meno ampia della macchina dipende dal grado di specializzazione del lavoro sociale, dallo sviluppo della standardizzazione e, quindi, dallo sviluppo dell’ambiente industriale in cui la singola azienda costruttrice opera e dal grado di specializzazione della macchina stessa e quindi dal peso dei pezzi speciali necessari alla sua costruzione» <291.
Se le macchine utensili occupavano «un posto centrale nel processo di meccanizzazione e nello sviluppo della produttività del lavoro umano, che sono, a loro volta, effetto della confluenza di varie e complesse forze economiche e sociali» allora «il processo di meccanizzazione può ritenersi connesso con lo sviluppo della scienza e della tecnica e lo sviluppo della produzione in termini quantitativi e qualitativi» <292. Questo per Leonardi poneva il problema della distribuzione sociale dei benefici derivanti da una produzione che risultava essere sociale.
Impiegando l’esempio della cassetta dei suggerimenti, si mettevano in discussione le modalità con cui si cercava di drenare il portato di conoscenze dirette, decisive nel progresso tecnico più di quanto fossero le ricerche scientifiche: «particolare contributo al progresso tecnico delle macchine utensili è derivato dall’esperienza e dall’osservazione empirica dei fenomeni a livello, per così dire, direttamente operativo o artigianale, quando il contributo stesso è derivato da singoli non direttamente impegnati in lavori di ricerca» <293.
Per Leonardi il nodo da affrontare con la massima urgenza era il superamento delle divisioni e delle differenze tra azienda e azienda, regione e regione, differenze che imponevano il ritmo al lavoro e rendevano le gerarchie elementi di sfruttamento: «il progresso tecnico non si svolge in modo uniforme su tutto il fronte, di volta in volta aperto alle conoscenze scientifiche di base, ma differentemente per i vari prodotti, esso non costituisce inoltre un obiettivo direttamente perseguito dagli imprenditori privati, ma è un effetto indotto dalla ricerca del profitto. Quest’ultima tende a mantenere le situazioni differenziali che sono proprie del progresso tecnico nel suo evolversi e a consolidare nelle singole aziende accentuando le differenze tra le aziende stesse e tra i vari settori dell’industria meccanica» <294.
[NOTE]
279 G. Petrillo, La capitale del miracolo. Sviluppo, lavoro e potere a Milano 1953-1962, Milano, Franco Angeli, 1992.
280 L. Cafagna, La questione settentrionale, cit., p. 4.
281 Ivi, p. 5.
282 S. Leonardi, Progresso tecnico e rapporti di lavoro, Torino, Einaudi, 1957, p. 14.
283 S. Leonardi, Per una politica economica che si prefigga la più larga utilizzazione delle forze produttive in “Critica economica”, n. 5, 1956, p. 35.
284 Ivi, p. 36.
285 S. Leonardi, Programmazione dell’automazione: a livello d’impresa, sul piano nazionale, o internazionale? In “Ulisse”, n. 26, 1957, p. 1201.
286 S. Leonardi, L’industria delle macchine utensili e lo sviluppo dell’economia italiana in CNPDS, Il progresso tecnologico e la società italiana. Effetti economici del progresso tecnologico sull’economia industriale italiana (1938-1958). Vol. II, Milano, Giuffrè, 1961, p. 164.
287 Ivi, p. 170.
288 Ivi, pp. 170-171.
289 S. Leonardi, Le macchine utensili e la loro industria. Alternative tecnologiche allo sviluppo economico, Milano, Feltrinelli, 1961, p. 38.
290 Ivi, p. 24
291 Ivi, p. 40.
292 Ivi, p. 89.
293 Ibidem.
294 Ivi, p. 94.
Daniele Franco, Dalla Francia all’Italia: impegno politico, inchiesta e transfers culturali alle origini della sociologia del lavoro in Italia, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, 2009

lunedì 1 aprile 2024

La Seconda guerra mondiale ha insomma pregiudicato irreparabilmente la Weltanschauung dell’Occidente


«[...] à partir de 1945, les ruines ne renvoient plus au passé, mais au présent - un présent qui voit le pouvoir de destruction changer d’échelle» <51: Michel Makarius ha individuato con precisione, integrandoli fra loro, due momenti decisivi dell’imponente riflessione sorta, nel secondo Novecento, a proposito degli effetti della Seconda guerra mondiale, quella che secondo Gerhard L. Weinberg si potrebbe definire come «the Greatest War» (in evidente opposizione alla Prima, «the Great») <52. Più di ogni altro conflitto <53, infatti, quello che si scatenò fra il 1939 e il 1945 insanguinando quattro continenti cambiò per sempre il modo di combattere e di percepire la guerra: si trattò anzi propriamente di un nuovo genere di guerra, l’evoluzione con mezzi più radicali della predente o, semmai, il vertice parossistico di un conflitto iniziato nel 1914 e durato per più di trent’anni, per via di quell’«estensione del tempo di guerra» che ha implicato «una sovrapposizione di situazioni e immagini» fra i due conflitti <54. «La memoria della prima guerra dell’era tecnologica assurge insomma a paradigma della sostanza traumatica del mondo: sebbene alla “grande” guerra ne sia seguita un’altra, infinitamente più distruttiva, che ha conosciuto gli orrori assoluti dei bombardamenti strategici e dello sterminio razziale. Come se nella memoria collettiva fosse da sempre sedimentata l’idea di un’unica lunga guerra, durata trent’anni, che occupi per intero la prima metà del “secolo breve”» <55.
Al centro dell’«età della catastrofe», nell’«epoca della guerra totale» <56, il conflitto del 1939-45 si caratterizzò peculiarmente. Fu mondiale: perché al pari di quello del 1914-18 conobbe un’estensione su  vastissima scala, ma ben maggiore (raggiungendo le Hawaii e il Giappone attraverso tutta l’Europa) <57, ed ebbe un numero di morti vertiginosamente più alto; pervasivo: perché penetrò entro i confini della maggior parte dei paesi che la combatterono avendo spesso come teatro dei conflitti più cruenti le città (facendo così conoscere direttamente gli orrori e la tragedia tanto ai militari quanto ai civili, che vennero colpiti in questo caso più delle forze armate) <58; e mediale: perché (certo ancora sulla scia del primo conflitto mondiale) quello che Hans Blumenberg ha chiamato «il pathos della conquista tecnica» offrì alla Seconda guerra mondiale strumenti inediti di distruzione di massa d’ineguagliata potenza, che contribuirono decisamente non solo alla ridefinizione del concetto di corpo - bersaglio e vittima da quel momento annientabile, in un solo istante, non nel numero di unità bensì di decine e centinaia di migliaia - ma che implicarono inoltre un ineluttabile ripensamento epistemologico che coinvolse la condizione identitaria e collettiva dell’intera umanità <59. Insomma si verificò quel cambiamento di scala indicato (fra gli altri) da Makarius, per cui l’ordine delle vittime di quei nuovi ordigni passava dalla classe ‘uomini’ a quella di ‘umanità’. «In both war and torture, there is a destruction of “civilization” in its most elemental form», ha spiegato Elaine Scarry, ma «when Berlin is bombed, when Dresden is burned, there is a deconstruction not only of a particular ideology but of the primary evidence of the capacity for self-extension itself: one does not in bombing Berlin destroy only objects, gestures, and thoughts that are human, not Dresden buildings or German architecture but human shelter» <60.
Oramai, osserva Daniel Dennett, «le innovazioni della scienza - non solo i microscopi, i telescopi o i computer, ma i suoi legami con la ragione e i dati - sono i nuovi organi di senso della nostra specie» <61: l’età contemporanea, insomma, non può più fare a meno di quella tecnologia sempre più progredita che si è infiltrata inestricabilmente nel tessuto di quest’ultimo secolo e mezzo di esistenza, fino ad arrivare a corrodere e penetrare nelle frontiere di quelle discipline che da secoli regolavano la vita della società, la giurisprudenza e la medicina. Di tale infiltrazione della tecnica nel mondo del diritto ne offre una testimonianza d’eccezione il libro delle Erinnerungen di Albert Speer, architetto del Führer e, dal 1942, ministro agli armamenti e alla produzione bellica: questi, l’ha finemente ricordato di recente Natalino Irti <62, racconta di quando fu tradotto dinanzi al tribunale di Norimberga Karl Dönitz, Großadmiral tedesco e comandante della flotta sottomarina nazista (Befehlshaber der U-Boote), imputato, fra l’altro, d’aver affondato senza preavviso navi nemiche contravvenendo così all’accordo di Londra disciplinante la guerra sottomarina; Dönitz «lottò [...] con accanimento per se stesso e per i suoi sommergibili, ed ebbe una notevole soddisfazione personale quando il suo avvocato poté esibire una dichiarazione dell’ammiraglio Nimitz, comandante della flotta americana del Pacifico, che riconosceva di aver seguito, nella guerra sottomarina, criteri identici a quelli tedeschi» <63. Come recita la sentenza riportata da Speer, «In considerazione [però] delle risposte al questionario da parte dell’ammiraglio Nimitz, secondo il quale dai primi giorni dell’entrata in guerra degli Stati Uniti questa nazione aveva condotto un’indiscriminata guerra sottomarina nell’oceano Pacifico, la condanna inflitta a Dönitz non è stata fondata sulle sue infrazioni delle disposizioni internazionali per la guerra sottomarina» <64.
La chiosa di Speer impressiona ancora per lucidità e lungimiranza: "In questo caso uno sviluppo tecnico (impiego di aerei, migliori metodi di localizzazione) sopraffece, sconvolse, annullò la norma giuridica. Fu il primo esempio della possibilità che la tecnica ha oggi di stabilire nuove valutazioni giuridiche che possono avere come per conseguenza l’uccisione legalizzata di innumerevoli uomini". <65
Ciò che interessa qui è generalmente quel «principio di alterazione» che fu la Greatest War e sul quale si è soffermato (a proposito di due romanzi della Seconda guerra mondiale: V. di Thomas Pynchon e Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo) Gabriele Frasca, mostrando come «la guerra, insomma, non ha soltanto straziato vite e paesaggi ma è penetrata radicalmente, e definitivamente, nelle strutture sociali, abbiano o meno esperito direttamente le sue devastazioni» <66. Principio di alterazione che si è tradotto in una rivoluzione assiologica, una violenta svolta cognitiva della visione del mondo dell’uomo medio europeo <67: la Seconda guerra mondiale ha insomma pregiudicato irreparabilmente la Weltanschauung dell’Occidente compromettendo due delle fondamentali categorie di riferimento umane (per l’identià e la relazione), vale a dire il corpo e la città.
Ha scritto Alberto Casadei che «la lotta nelle trincee è ripensata, da chi non l’ha vissuta, come lotta di singoli individui» e che se pure la Prima guerra mondiale «rappresentò una svolta profonda nella storia bellica, certificando fra l’altro la necessità di una supremazia tecnologica; tuttavia, essa rimase almeno in parte una lotta di uomini, cioè in qualche modo ancora una guerra antica, che produsse sconvolgimenti soprattutto per le sue conseguenze politiche e sociali»; inoltre, i «profondi sconvolgimenti della personalità, la nuova percezione tecnico-mitica della realtà, la concezione “macchinistica” della guerra stessa (con gli addentellati modernisti ormai ben noti), che si produssero nel periodo 1914-18 [...], nella narrativa romanzesca, questi elementi furono metabolizzati con una certa lentezza». E ancora: «In un certo senso, la grande letteratura accolse dapprima gli aspetti sociologici oppure quelli simbolici della PGM più che quelli antropologici: saranno soprattutto i romanzi sulla successiva guerra mondiale che sperimenteranno nuove forme di realismo in rapporto all’evento da rappresentare».
"La SGM portò anche nuove forme di combattimento, in cui la tecnologia guidava la lotta, anziché essere utilizzata dagli uomini in lotta, che d’altronde erano ormai predisposti a considerare la guerra moderna come un’organizzazione di tipo industriale (Steinbeck, nel 1943, la paragona ad una catena di montaggio automobilistica). E, se è vero che la SGM ha racchiuso in sé tante guerre diverse, le varie esperienze a posteriori sono cofluite in un quadro davvero mondiale, cosicché ogni singolo combattimento è diventato un tassello da interpretare in prospettiva: la condizione umana subì modifiche radicali nel suo insieme (basti pensare alla concezione della storia prima e dopo Auschwitz e
Hiroshima). Perciò il grande romanzo sulla SGM non è quello che appare più vicino alla cronaca, ma quello che fa comprendere, attraverso l’interpretazione della guerra, l’ormai collettiva consapevolezza del “male radicato” raggiunto»". <68
[NOTE]
51 M. MAKARIUS , Ruines [2004], Champs arts, Barcelone 2011, p. 245, che, prendendo le mosse dal saggio di E. PROUST, L’Histoire à contretemps. Le temps historique chez Walter Benjamin [1994], Le Livre de Poche, Paris 1999, ragiona sulle «ruptures consommées par la modernité et l’accumulation des désastres» che, «depuis le siècle dernier», «ont rendu la ruine indissociable de la perception générale de l’histoire»; al punto che queste «ne témoignent plus du passé mais du présent» (un «présent [qui] se donne comme ruine») e, in quest’ottica, «représenter les ruines, c’est mettre en scène la réalité elle-même» (M. MARKARIUS, Ruines cit., pp. 11-2). Importante per queste pagine è stata la lettura dello studio di E. PIRAZZOLI, A partire da ciò che resta. Forme memoriali dal 1945 alle macerie del Muro di Berlino, Diabasis, Bologna 2010.
52 G.L. WEINBERG , A World of Arms. Global History of World War II, Cambridge University Press, Cambridge 1994, p. 3.
53 Non si intende certo sminuire la porata della Prima guerra mondiale e dei suoi effetti: si pensi per esempio, sul versante culturale, alle riflessioni musiliane dei primi anni Venti: R. MUSIL, L’Europa inerme: ovvero viaggio di palo in frasca [1922], trad. it. F. Valagussa, con riflessioni di V. Vitiello, F. Valagussa e A. Brandalise, Moretti&Vitali, Bergamo 2015 e ID ., L’uomo tedesco come sintomo [1923], trad. it. F. Valagussa, Pendragon, Bologna 2014; come pure a quelle di E. JÜNGER, Foglie e pietre [1934], trad. it. F. Cuniberto, Adelphi, Milano 1997, pp. 113-38 (in part. il § 3), o, per altri versi, alle considerazioni di G. BATESON, Da Versailles alla cibernetica, conferenza tenuta il 21 aprile 1966 al «Two Worlds Symposium» presso lo Stage College di Sacramento, ora in ID., Verso un’ecologia della mente cit., pp. 511-20 (in part. le pp. 513-7).
54 G. ALFANO, Ciò che ritorna. Gli effetti della guerra nella letteratura italiana del Novecento, Franco Cesati, Firenze 2014, p. 76.
55 A. CORTELLESSA, Fra le parentesi della storia, in Le notti chiare erano tutte un’alba. Antologia dei poeti italiani nella Prima guerra mondiale, a cura di ID ., prefazione di M. Isnenghi, Bruno Mondadori, Milano 1998, pp. 960, pp. 15-6.
56 Colgo le definizioni da E.J. HOBSBAWM , Il secolo breve 1914-1991 [1994], trad. it. B. Lotti, Rizzoli, Milano 2014.
57 «La Grande Guerra era stata una guerra europea, ma era diventata “mondiale” perché l’Europa era il centro del mondo, quando il conflitto era iniziato. Quando la guerra finì, il mondo era cambiato e non aveva più un centro» (E. GENTILE, L’apocalisse della modernità. La Grande Guerra per l’uomo nuovo, Mondadori, Milano 2008, p. 20).
58 Cfr. E. PIRAZZOLI, A partire da ciò che resta cit. «Since the era of air raids, civilians have their own war tales too: as an old woman explained to me once, in World War I “they fought among themselves out there”, but in World War II “we all were involved”» (A. PORTELLI, The Battle of Valle Giulia: Oral History and the Art of Dialogue, University of Winsconsin Press, Madison 1997, p. 7).
59 H. BLUMENBERG, Perdita d’ordine e autoaffermazione. Comprensione e ordinamento nel divenire dell’epoca tecnica [1962], in ID., Storia dello spirito della tecnica, a cura di A. Schmitz e B. Stiegler, trad. it. R. Scolari e B. Simona, Mimesis, Milano 2014, pp. 63-87 (cit. p. 63): questo pathos «non ha più niente a che fare con le necessità e i bisogni, bensì [...] è tale per cui condetermina la produzione derivata dei bisogni in ragione del grado di tecnicizzazione raggiunto» (pp. 63-4); ecco perché «“la tecnica” è in questo senso un elemento costitutivo dell’epoca moderna» (p. 64). La definizione di armi di distruzione di massa (weapons of mass destruction) nacque con il bombardamento di Guernica (per cui cfr. P. PRESTON, La guerra civile spagnola 1936-1939 [1986], trad. it. C. Lazzari, Mondadori, Milano 1999, specie dalle pp. 203-sgg.) e fu brevettata dall’arcivescovo di Canterbury Cosmo Gordon Lang (Archibishop’s Appeal, in «Times», London, 28 December 1937, p. 9); per il concetto di «guerra mediale» cfr. G. FRASCA, La scimmia di Dio. L’emozione della guerra mediale, Costa & Nolan, Genova 1996, cap. III, La sostanza traumatica del mondo, pp. 69-160, specie pp. 100-sgg (la definizione è a p. 105); cfr. M. DAVIS , Città morte. Storie di inferno metropolitano [2002], trad. it. G. Carlotti, Feltrinelli, Milano 2004, pp. 71-89; si veda inoltre infra.
60 E. SCARRY, The Body in Pain. The Making and Unmaking of the World, Oxford University Press, New York-Oxford 1987, p. 61.
61 Così D.C. DENNET , L’evoluzione della libertà [2003], trad. it. M. Pagani, Cortina, Milano 2004, p. 7.
62 Si veda N. IRTI, Introduzione ai lavori in Il Diritto governa la Tecnica? Focus sulla dematerializzazione dei documenti: stato dell’arte e prospettive, Atti del seminario CNEL (Roma 16 dicembre 2008), a cura di E. B ROGI e M. POTENTE, Documenti CNEL n. 12, Roma 2009, pp. 10-4, qui a p. 10; si vedano inoltre ID., Il diritto nell’età della tecnica, Editoriale Scientifica, Napoli 2007 (in part. la prima parte, Tecno-diritto, pp. 9-20) e E. SEVERINO, Dialogo su diritto e tecnica, Laterza, Roma-Bari 2001.
63 A. SPEER, Memorie del Terzo Reich [1969], trad. it. E. e Q. Maffi, Mondadori, Milano 1997, p. 601.
64 Ibidem, n. 6 pp. 672-3.
65 Ibidem, p. 673.
66 G. FRASCA, La scimmia di Dio cit., pp. 127-sgg. (cit. a p. 127). Su Pynchon si veda anche C. L ÉVY, Territoires postmodernes. Géogritique de Calvino, Echenoz, Pynchon et Ransmayr, préface de B. Westphal, Presses Universitaires de Rennes, Rennes 2014, pp. 70-4 e 125-8, su D’Arrigo cfr. G. ALFANO, Gli effetti della guerra. Su Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, Sossella, Roma 2000.
67 Poiché si trattò, seppure non ancora di una guerra “in diretta” come quella del Vietnam (per cui si veda B. CUMINGS, Guerra e televisione. Il ruolo dell’informazione televisiva nelle nuove strategie di guerra [1992]. trad. it. P. Cairoli e F. Pece Venturi, Baskerville, Bologna 1993), di un conflitto che godé di una notevole esposizione mediatica, anzitutto fotografica (se certo «sin dal 1839, quando furono inventate le macchine fotografiche, la fotografia ha infatti “corteggiato” la morte e la guerra», è però vero che «nelle prime guerrre importanti di cui esistono resoconti fotografici, quella di Crimea e le Guerra civile americana, e in tutte quelle che precedettero la prima Guerra mondiale, il combattimento vero e proprio era al di là della portata della macchina fotografica»; G. DE LUNA, Il corpo del nemico ucciso. Violenza e morte nella guerra contemporanea, Einaudi, Torino 2006, pp. 19 e 20), rispetto al primo conflitto mondiale, le cui immagini furono spesso censurate - e che stanno però riemergendo negli ultimi anni (cfr. A fuoco l’obiettivo! Il cinema e la fotografia raccontano la Grande Guerra, a cura di A. FACCIOLI e A. S CANDOLA, Persiani, Bologna 2014, specie A. FACCIOLI, Il cinema italiano e la Grande Guerra: rovine, eroi, fantasmi, pp. 14-31). Ha scritto Susan Sontag che «il fotogiornalismo vide riconosciuto il proprio ruolo all’inizio degli anni Quaranta - in tempo di guerra»: proprio la Seconda guerra mondiale «offrì ai fotoreporter una nuova legittimità» (S. SONTAG, Davanti al dolore degli altri [2003], trad. it. P. Dilonardo, Mondadori, Milano 2006, p. 35). Se non altro, è certo che la Seconda guerra mondiale conobbe un’immediata fortuna mediatica alla sua conclusione, in specie dovuta ai suoi due emblemi tragicamente caratterizzanti: Auschwitz (e tutta l’esperienza concentrazionaria - che però emerse complessivamente solo a partire dalla metà degli anni Sessanta) e Hiroshima (e la paura della bomba che aleggiò per tutto il resto del secolo).
68 Questa e le precedenti citazioni non segnalate provengono da A. CASADEI, Romanzi di Finisterre. Narrazioni della guerra e problemi del realismo, Carocci, Roma 2000, pp. 27-8.
Tommaso Gennaro, «La traccia dell’addio delle cose». L’Europa postbellica e il caso Beckett, Tesi di dottorato, Sapienza Università di Roma, Anno accademico 2015-2016

domenica 24 marzo 2024

Il nemico rosso viene additato come responsabile dalla destra ancor prima che le indagini abbiano inizio


«Vorrei dirle… che gh’è, che la xè una… una machina che ga due
buchi, eh… sul parabressa, no? fra la strada… da Poggio Terza Armata a
Savogna… la xè una cinquecento da Poggio Terza Armata per venire giù
a Savogna… una cinquecento bianca e la ga due busi, due, due busi,
sembra de palotola…» <235
Sono le 22 e 35 della sera del 31 maggio 1972 quando giunge presso il pronto intervento dei carabinieri di Gorizia una chiamata, in forma anonima, che segnala la presenza, nei dintorni della località di Peteano di Sagrado, di una vettura, una Fiat 500 bianca, con due fori di proiettile sul parabrezza.
Tre pattuglie dei carabinieri accorrono sul posto, immaginando di dover ispezionare ciò che resta di un ipotetico conflitto a fuoco. Una volta individuato e identificato il veicolo in questione i carabinieri procedono con l’apertura del cofano anteriore, facendo però scattare il meccanismo a strappo di un ordigno collocato al posto della ruota di scorta. <236
L’esplosione dell’ordigno provoca la morte del brigadiere Antonio Ferraro, e dei due carabinieri Donato Poveromo e Franco Dongiovanni, tutti e tre situati vicino al portabagagli della vettura, ed il ferimento, per gravi ustioni, del tenente Tagliari e, per le schegge seguenti all’esplosione, del brigadiere Zazzaro. <237
Ad accorrere sul luogo dell’esplosione sono il comandante della legione di Udine Dino Mingarelli, il comandante del gruppo di Udine Vinicio Ferrari, il comandante del nucleo investigativo del gruppo di Udine Antonino Chirico, il prefetto di Gorizia Vincenzo Molinari ed il questore di Gorizia Domenico De Focatiis. <238
La vicenda investigativa e processuale che prende avvio dalle ore immediatamente successive alla strage risulta essere tra le più complesse e singolari all’interno del quadro stragista italiano, per una serie di ragioni:
- la strage ha come obiettivo quello di non coinvolgere civili, ma esclusivamente forze dello Stato;
- la strage, come si vedrà approfonditamente più avanti, seppur commessa da uomini appartenenti a gruppi eversivi dell’estrema destra, non rientra nel disegno della strategia della tensione, bensì è in rottura con essa, avendo come obiettivo quello di spezzare i legami tra neofascisti ed istituzioni dello Stato;
- gli autori della strage usufruiscono, talvolta anche inconsapevolmente, dei meccanismi difensivi di copertura relativi alla strategia della tensione, nonostante la loro azione non segua tale disegno eversivo;
- la condanna, in via definitiva, per uomini dello Stato, autori di depistaggio nel corso della prima fase processuale;
- la singolare figura di Vincenzo Vinciguerra, autore e reo-confesso della strage, unico caso per quanto riguarda lo stragismo nero del quinquennio 1969-1974, il quale, attraverso le proprie spontanee dichiarazioni in qualità di soldato politico, e non come pentito, dissociato o collaboratore di giustizia, risulta essere fondamentale per comprensione di alcuni meccanismi di funzionamento della strategia della tensione;
- il rinvio a giudizio del segretario del Movimento Sociale Italiano Giorgio Almirante con l’accusa di favoreggiamento aggravato nei confronti di Carlo Cicuttini, l’autore della telefonata anonima. Il leader missino, tuttavia, non siederà al banco degli imputati durante lo svolgimento del processo in quanto beneficiario di amnistia.
[...] Quello di Peteano è un attentato che desta forte scalpore all’interno del Paese, ma che sparisce dalle prime pagine dei principali organi di informazione in tempi assai rapidi. Ai funerali delle vittime, il 3 giugno, sono presenti il ministro dell’interno Rumor ed il capo della polizia Vicari. Per la destra italiana non ci sono dubbi, quello di Peteano è l’ennesimo vile atto del terrorismo rosso.
Su “Il Secolo d’Italia” sulla prima pagina del 2 giugno 1972 si titola: «Tre carabinieri uccisi in un’imboscata dei comunisti. Vergogna.» <239 Sono passate poco più di 24 ore dall’accaduto, ma nella sede del quotidiano missino già sono a conoscenza che «la canaglia rossa ha colpito ancora e con viltà, la fredda determinazione, il cinismo di sempre […] che testimonia il crescente attacco comunista alle istituzioni dello Stato e ai tutori dell’ordine. È un attentato nel quale una sola matrice è possibile individuare, quella comunista, perché solo i comunisti possono scagliarsi con ferocia belluina contro lo Stato e chi lo rappresenta e difende». <240 Il nemico rosso viene additato come responsabile dalla destra ancor prima che le indagini abbiano inizio. Il MSI esprime sin da subito la propria vicinanza alle forze dell’ordine, garanti della sicurezza e dell’ordine pubblico. Ne è testimonianza il telegramma inviato da Almirante al generale Corrado Sangiorgio:
«Nuovo segno di terrorismo contro l’autorità dello Stato et suoi difensori ravviva nelle menti et cuori il senso di una scelta di libertà insita nell’ordine civile et istituzioni che ne confortano la continuità.
Sacrificio Carabinieri di Gorizia commuove gli Italiani che costituiscono la falange del Movimento Sociale Italiano: sangue versato per la collettività nazionale est porpora non eguagliabile che conferisce perennità alla memoria dei Caduti nell’adempimento del dovere. Con sincero pensiero.» <241
“L’Unità”, invece, sin dalle prime battute segue una linea più prudente, sottolineando come gli inquirenti stiano seguendo tutte le ipotesi possibili. Gli accenni e gli interrogativi intorno alla possibile responsabilità neofascista però non mancano:
«Siamo di fronte a un nuovo, drammatico episodio della “trama nera”, di quella strategia della tensione e della provocazione con cui si tende ad avvelenare il clima politico italiano?» <242
Anche all’interno del comunicato delle segreterie e regionali del PCI, si può leggere:
«I comunisti sottolineano ancora l’esigenza della vigilanza di tutte le forze antifasciste, democratiche e popolari volta a stroncare ogni tentativo eversivo della forza reazionaria di destra». <243
Per l’avvio delle indagini, già dal giorno successivo alla strage, giungono a Gorizia Giovanbattista Palumbo, comandante della divisione CC Pastrengo di Milano, e Salvatore Pennisi, comandante della brigata di Padova.
La Corte d’Assise di Venezia, in occasione della sentenza del 25 luglio 1987, tiene a sottolineare che «la strage di Peteano per la gravità dell’evento, per le modalità d’attuazione, per la qualità delle vittime, richiamate sul luogo dove era stata parcheggiata la Fiat 500 da una telefonata, che unicamente indica come la strage fosse mirata a provocare la morte di appartenenti all’Arma dei carabinieri, è delitto che avrebbe dovuto evocare nell’immediatezza una matrice eversiva o comunque di delinquenza organizzata». <244 E ancora come «Non dovrebbe mai succedere che quella formula [indagare in tutte le direzioni] venga usata per legittimare indagini che già nella fase di avvio si rivolgano verso direzioni diverse da quelle indicate e che per ciò solo tolgano priorità e mordente a queste ultime e che vi si insista anche quando abbiano dimostrato a distanza di tempo tutta la loro sterilità. Non dovrebbe mai succedere: ma è successo proprio per la strage di Peteano, che vede dopo la sua consumazione condotte degli inquirenti assolutamente singolari, e che, se le si potesse ritenere da buona fede, dovrebbero essere additate, nei manuali di polizia giudiziaria, come di assoluta inefficienza». <245
[NOTE]
235 Dalla Sentenza-Ordinanza di rinvio a giudizio del giudice istruttore Felice Casson del 04-08-1986, p. 34.
236 Ibidem, p. 35.
237 Luca Pastore, La strage di Peteano nelle cronache del “Corriere della Sera, del “Secolo d’Italia e dell’”Unità”, in Mirco Dondi (a cura di), I neri e i rossi. Terrorismo, violenza e informazione negli anni Settanta, Nardò, Controluce, 2008, p. 205.
238 Dalla sentenza della Corte di Assise di Venezia per la strage di Peteano del 25 luglio 1987, p. 324.
239 “Il Secolo d’Italia”, 2 giugno 1972.
240 Ibidem.
241 Ibidem.
242 Mario Passi, La trappola che ha ucciso i carabinieri, in “L’Unità”, 2 giugno 1972.
243 Identificare gli esecutori e gli eventuali mandanti, in “L’Unità”, 2 giugno 1972.
244 Dalla sentenza della Corte di Assise di Venezia per la strage di Peteano del 25 luglio 1987, p. 325.
245 Ibidem, p. 328.
Mirko Cerrito, La strage di Peteano e l’amnistia di Almirante. Storia e analisi del rapporto tra destra missina e destra eversiva, Tesi di Laurea, Alma Mater Studiorum Università di Bologna, Anno accademico 2019-2020

sabato 16 marzo 2024

A detta della Luce, infatti, il Piano Vanoni non era efficace contro il comunismo


Arrivata a Roma, Clare Boothe Luce trovò un clima di grande attesa in vista delle elezioni politiche, che si sarebbero tenute nel mese di giugno e nei cui confronti a Washington c’era una grande fiducia. Si riteneva infatti che la Dc godesse di un buon seguito dopo i risultati deludenti del 1952. Inoltre, Washington confidava nella nuova legge elettorale, la cd. “legge truffa”, ritenuta capace di assicurare la continuità di governi centristi autorevoli e di azzerare tutti i vantaggi delle sinistre. La legge aveva modificato il sistema elettorale proporzionale, assegnando un premio (il 65% dei seggi) al partito o alla coalizione che avesse raggiunto il 50% + 1 dei voti. In base alle previsioni, i partiti della coalizione di governo avrebbero ottenuto la maggioranza assoluta di voti necessaria per far scattare il premio previsto dalla nuova legge elettora, riuscendo a svincolarsi dalle opposizioni <502. Queste valutazioni, unitamente alla necessità di evitare interferenze palesi nella politica interna italiana, spinsero gli Stati Uniti a influenzare l’esito delle elezioni soltanto in misura modesta, limitatamente all’impiego di Voice of America, al ricorso a gruppi privati, e ad azioni di propaganda in favore dei partiti di centro. Il Dipartimento di Stato invitò inoltre la Luce a non prendere posizioni aperte nei confronti della Dc per evitare accuse di ingerenza e colonialismo. L’ambasciatrice non rispettò questa indicazione e decise di intraprendere un tour nazionale allo scopo di enfatizzare l’importanza delle elezioni per la stabilità del paese. A Milano, in un discorso del 29 maggio, la Luce arrivò persino a minacciare la sospensione degli aiuti americani in caso di vittoria delle sinistre, generando un grande imbarazzo sia da parte del partito di governo che del Dipartimento di Stato <503. Anche la Chiesa partecipò alla campagna elettorale contro il Pci, minacciando la scomunica dei suoi elettori.
I risultati delle elezioni furono però lontani dalle aspettative di Washington <504. La Dc recuperò voti rispetto alle amministrative, ma non riuscì a raggiungere la soglia necessaria per ottenere il premio di maggioranza. Come avvenuto nel 1951-1952, inoltre, i voti persi dalla Dc andarono ad ingrossare le liste di estrema destra, ovvero di monarchici e missini, che riscossero un successo senza precedenti soprattutto nel Mezzogiorno <505. Le elezioni del 1953, inoltre, segnarono la fine politica di De Gasperi e l’inizio di una fase convulsa per la Dc, segnata da un lato dalla necessità di governare il paese con una maggioranza risicata e con pochi seggi di scarto, e dall’altro dall’urgenza di individuare una figura in grado di succedere al leader democristiano <506. Oltre che per la situazione politica italiana, il 1953 rappresentò un anno di riorganizzazione anche per gli equilibri internazionali. La morte di Stalin, la firma dell’armistizio tra le due Coree, e il nuovo corso avviato da Malenkov, segnarono l’inizio di una fase di distensione internazionale e dimostravano la necessità di rivalutare il problema del comunismo, sia nell’ambito della strategia americana che nel contesto politico italiano, dove l’impossibilità di formare maggioranze di governo solide imponeva l’urgenza di cooptare nuove forze politiche e allargare il consenso. Queste valutazioni rendevano quanto mai urgente una revisione dei programmi statunitensi per la lotta al comunismo in Italia. Alla Luce sembrava chiaro che, in assenza di azioni concrete contro il comunismo e senza i finanziamenti americani, nel giro di un paio d’anni l’Italia sarebbe diventata la prima nazione ad essere governata dal partito comunista attraverso vie legali <507. Le iniziative dell’amministrazione Eisenhower per combattere il comunismo in Italia si limitarono a riproporre linee guida già esposte nel Piano Demagnetize, introducendo alcune novità di fondo come una maggiore rigidità nell’applicare le attività di carattere psicologico e nel vincolare l’erogazione degli Osp a interventi concreti da parte delle aziende beneficiarie.
In ambito politico, uno degli strumenti cui l’ambasciatrice fece più ricorso fu l’incoraggiamento incondizionato della formazione di un governo di centrodestra, che escludesse i socialisti di Nenni e arrivasse in ultima istanza alla messa fuori legge del Pci. Nella realizzazione di questo progetto la Luce trovò un interlocutore, il Primo ministro Mario Scelba, “privo di emozioni o convinzioni” rispetto al comunismo e preoccupato unicamente di sopravvivere “in uno qualsiasi dei due campi” <508. La Luce esercitò pressioni perché il governo in carica si aprisse alla destra monarchica, con cui gli Stati Uniti avevano intensificato i rapporti proprio a partire dal 1954, e perchè portasse lo scontro con il Pci sulle piazze italiane, inasprendo le misure contro il partito comunista e la Cgil. Il Presidente del Consiglio fu tuttavia molto cauto nell’accogliere le richieste statunitensi. Da un lato, Scelba non riteneva così imminente la presa del potere da parte comunista, e quindi predilesse una linea più moderata nei confronti del Pci. Dall’altro, l’esigenza di accreditarsi a Washington come legittimo successore di De Gasperi e di continuare a beneficiare degli aiuti statunitensi comportarono alcune limitate azioni nei confronti di Cgil e Pci <509. La Luce intendeva invertire rotta anche rispetto al tema dei finanziamenti. Fino a quel momento il governo italiano aveva avuto tutto l’interesse nel mantenere viva la minaccia comunista, mancando di attuare misure concrete contro il Pci. Grazie ad un partito comunista forte e in continua crescita, le istituzioni riuscivano infatti ad assicurarsi un flusso costante di aiuti finanziari da parte degli Usa in funzione anticomunista <510. Per l’ambasciatrice era necessario cessare di accogliere indistintamente le richieste economiche provenienti dagli ambienti politici italiani, e iniziare a subordinare l’erogazione dei finanziamenti al raggiungimento di obiettivi concreti nella lotta al comunismo. In base a questo presupposto, l’ambasciatrice respinse l’ipotesi di sostenere il Piano Vanoni, un programma di sviluppo economico elaborato dal Ministro del Bilancio e fondato sul rafforzamento degli investimenti pubblici per conseguire una diminuzione della disoccupazione e del deficit di bilancio. A detta della Luce, infatti, il Piano Vanoni non era efficace contro il comunismo <511.
[NOTE]
502 La “legge truffa” fu accolta con grande disapprovazione da numerose componenti della politica italiana. Nell’ambito antifascista, ad esempio, la nuova legge ricordava molto la legge Acerbo e le conseguenze che questa aveva prodotto in termini di violazione delle libertà costituzionali. M. Del Pero, Stati Uniti e “legge truffa”, in “Contemporaea”, 6, 3 (2003): 503-518; G. Quagliariello, La legge elettorale del 1953, Bologna, Il Mulino, 2003; M. S. Piretti, La legge truffa: il fallimento dell'ingegneria politica, Bologna, Il Mulino, 2003.
503 Frus, 1952-1954, vol. VI, The Ambassador in Italy (Luce) to the Special Assistant to the President (Jackson), Rome, 18 giugno, 1953, pp. 1612-1613, disponibile al link: https://history.state.gov/historicaldocuments/Frus1952-54v06p2/pg_1612.
504 Frus, 1952-54, vol. VI, p. 2, The Ambassador in Italy (Luce) to the Secretary of State, Rome, 12 giugno, 1953, pp. 1609-1612, disponibile al link: https://history.state.gov/historicaldocuments/Frus1952-54v06p2/pg_1609; M. Del Pero, American Pressures and their Containment in Italy during the Ambassadorship of Clare Boothe Luce, 1953–1956, in “Diplomatic History”, 28, 3 (2004): pp. 407-439.
505 S. Colarizi, Storia politica della Repubblica, cit. p. 60.
506 L. Nuti, The United States, Italy, and the Opening to the Left, in “Journal of Cold War Studies”, 4, 3 (2002): pp. 36–55.
507 Frus, 1952-1954, vol. VI, Memorandum by the Ambassor in Italy (Luce). Estimate of the Italian Situation, Rome, 3 novembre, 1953, pp. 1631-34, disponibile al link: https://history.state.gov/historicaldocuments/Frus1952-54v06p2/pg_1631; Per l’importanza accordata dal governo italiano al proseguimento degli aiuti statunitensi, si veda il resoconto dell’incontro tra De Gasperi e la Luce: Frus, 1952-54, vol. VI, The Ambassador in Italy to the Department of State, Rome, 21 giugno, 1953, pp. 1614-1617, disponibile al link: https://history.state.gov/historicaldocuments/Frus1952-54v06p2/pg_1614.
508 Frus, 1952-1954, VI, p. 2, The Ambassador in Italy (Luce) to the Department of State, Rome, 20 novembre, 1953, pp. 1640-1642, disponibile al link: https://history.state.gov/historicaldocuments/Frus1952-54v06p2/pg_1640.
509 M. Del Pero, L’alleato scomodo, cit. p. 223.
510 M. Del Pero, The United States and "Psychological Warfare" in Italy, 1948-1955, cit. p. 1326; Id., American Pressures and Their Containment in Italy during the Ambassadorship of Clare Boothe Luce, 1953–1956, in “Diplomatic History”, 28, 3 (2004): pp. 407-439; Frus, 1952-1954, vol. VI, p. 2, The Ambassador in Italy to the Under Secretary of State (Smith), Rome, 8 aprile, 1954, pp. 1671-1675, disponibile al link: https://history.state.gov/historicaldocuments/Frus1952-54v06p2/pg_1671.
511 Frus, 1952-54, VI, p. 2, The Ambassador in Italy (Luce) to the Assistant Secretary of State for European Affairs (Merchant), Rome, 22 novembre, 1954, pp. 1709-1711, disponibile al link: https://history.state.gov/historicaldocuments/Frus1952-54v06p2/pg_1709.
Letizia Marini, Resistenza antisovietica e guerra al comunismo in Italia. Il ruolo degli Stati Uniti. 1949-1974, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Macerata, 2020

domenica 10 marzo 2024

Radio Trieste intraprese in quegli anni un vero e proprio indirizzo culturale

Trieste: la sede della RAI. Foto di Laky 1970 su Wikipedia

Radio Trieste durante il Governo Militare Alleato (1945-1955)
Fra il 1945 e il 1946 le messe in onda riguardarono alcune rubriche politico-informative, i notiziari in tre edizioni e alcuni programmi di musica.
L’impostazione generale dei programmi si modificò sull’onda di un rinnovato clima democratico che si respirava e per la pari dignità assicurata alle trasmissioni di lingua italiana e slovena, nonostante quest’ultima fosse orientata politicamente per la maggior parte in ottica filo-titina e non dimostrasse particolare interesse per un’emittente che non poteva essere usata come proprio mezzo di propaganda.
Fu ampliata la parte dedicata alla musica, particolarmente gradita agli ascoltatori, unendo musica sinfonica, lirica, da camera, operettistica e leggera, canzoni e musiche popolari e da ballo, cori e jazz. Si diede spazio, poi, alla riproduzione di opere già esistenti in possesso della RAI e alla creazione di musica prodotta nella sede di Trieste da parte della Compagnia di prosa di lingua italiana di Radio Trieste, guidata da Giulio Rolli.
Furono introdotti anche alcuni allestimenti in lingua slovena, la recita di poesie, una sempre più fiorente produzione drammatica e nuove conversazioni in lingua italiana, sotto la responsabilità di Aldo Giannini. Anche la parte slovena si sviluppò con un numero crescente di opere mandate in onda, in cui si cimentarono anche alcuni insegnanti delle scuole slovene di Trieste e diversi intellettuali sloveni triestini non comunisti.
Insomma, Radio Trieste intraprese in quegli anni un vero e proprio indirizzo culturale e divenne sempre più lo strumento preferenziale della conoscenza e dell’informazione locale.
La collaborazione e i collegamenti con la RAI crebbero moltissimo fino al 947, mentre fra il 1948 e il 1949, a causa delle difficoltà economiche in cui versava l’emittente triestina, i programmi artistici, culturali e ricreativi in lingua italiana prodotti dalla stessa dovettero subire una sensibile riduzione.
Con l’entrata in vigore del Trattato di Pace del 1947, per ragioni di contabilità pubblica, tutto il personale dipendente del GMA e quindi anche quello in servizio all’ERT fu liquidato e riassunto il giorno seguente: infatti non esisteva alcun rapporto ufficiale, fino all’ottobre 1948, fra l’ERT e la RAI, la quale considerava con preoccupazione l’eventualità di un ritorno di Radio Trieste, poiché questa si era trasformata in poco tempo da piccola emittente locale di riproduzione dei programmi radiofonici centrali a centro di produzione radiofonica di importanza europea, dotata di un rilevante organico di personale e di vari complessi artistici.
Roma mal sopportava questa possibile concorrenza sia per evidenti ragioni economiche, sia per la volontà di accentrare nella capitale e in poche altre sedi privilegiate la propria produzione radiofonica.
Nel 1954 la sigla del Memorandum d’intesa italo-jugoslava di Londra con cui si sancì il ritorno di Trieste all’Italia fece cessare il presidio alleato e i poteri su Radio Trieste passarono al generale Edmondo De Renzi e poi al prefetto Giovanni Palamara, nominato Commissario Generale del Governo per il Territorio di Trieste.
Ma il ricongiungimento di Trieste alla Madrepatria non portò al contemporaneo rientro della stazione radiofonica locale in seno all’organizzazione della radiodiffusione nazionale (la cui denominazione era stata mutata nell’aprile 1954 in RAI), sia per ragioni di politica aziendale della RAI, sia perché questa non aveva ancora giurisdizione sul Territorio di Trieste, sia perché era necessario chiarire alcune delicate ma importanti questioni prima di procedere alla soppressione dell’Ente Radio Trieste.
L’ERT continuò così la sua attività sotto una nuova gestione fino al 1957, presieduta dall’ing. Vittorio Malinverni, allora amministratore delegato dell’ERI, nominato dal Commissario Generale del Governo italiano. Furono chiamati a dirigere l’ERT il direttore Guido Candussi e il vicedirettore Luigi Fonda. L’ERT fu riorganizzata per un breve tempo introducendo la messa in onda di alcuni programmi della RAI, ampliando le trasmissioni di lingua slovena con le opportune traduzioni dall’italiano ed estendendo la ricezione dei servizi giornalistici a tutto l’Isontino e al Friuli.
Si avviò così un lungo e complesso iter che portò a una gestione commissariale dell’ERT e, contemporaneamente, alla stesura di una convezione fra ERT e RAI, con cui si sanciva l’abolizione dell’ERT e la nascita ufficiale di Radio Trieste.
Nell’agosto 1957, Radio Trieste, inserita nel circuito RAI ma con il riconoscimento di particolari esigenze data dalla sua funzione complessa e impegnativa nel territorio, rientrò così nella grande famiglia della RAI, ma questo “non significa disconoscimento delle particolari esigenze a cui le stazioni radiofoniche triestine devono continuare a rispondere per la difesa della italianità del territorio e per l’allacciamento di fecondi e pacifici rapporti con le popolazioni d’oltre confine” <81.
[NOTA]
81 “È sorta Radio Pola su AP”, anno I, n. 7 del 5 agosto 1945, in G. Candussi, Storia della radiodiffusione… cit., p. 595, nota n. 6.
Caterina Conti, Letteratura al microfono. I programmi letterari di RAI Radio Trieste fra il 1954 e il 1976, Università degli Studi di Trieste, Tesi di dottorato, Anno Accademico 2013-2014

sabato 2 marzo 2024

Solo se ciò che si vede sullo schermo appare credibile, e quindi evoca un mondo, le Langhe come metafora possono avere un senso e un’efficacia


L’idea di un’intervista a Guido Chiesa, regista e sceneggiatore della versione cinematografica del "Partigiano Johnny" di Beppe Fenoglio (nonché di molti documentari sulla Resistenza), è nata dalla riflessione sul fatto che è difficile collocare la figura dei partigiani della guerra civile italiana nell’immaginario collettivo. Un evento storico straordinario che ha determinato il corso della storia d’Italia, in cui il protagonista principale è lo stesso popolo italiano, sembra una condizione fertile per cui creare - nella storia del costume - un’idealizzazione del periodo e di chi lo condusse. Chiaro è che la mitizzazione di un periodo storico non è di per sé positiva, rischia, anzi, di veicolare il messaggio di una nuova retorica, impoverendo i numerosi e diversi significati che la Resistenza ha assunto; ma senza intendere che fosse auspicabile una vera e propria mitologia della Resistenza, è significativo sottolineare che nell’immaginario collettivo sia assente (o quasi) l’immagine dei partigiani, che hanno contribuito non solo alla Liberazione dell’Italia da un punto di vista politico, ma anche intellettuale, contribuendo alla nascita di una cultura nuova e libera, che ancora oggi ci appartiene.
È strano pensare che quella parte di popolo che si ribellò spontaneamente all’invasione dei tedeschi e dei fascisti di Salò, che portò avanti una guerriglia tra boschi e montagne, che riuscì a mantenere una rete di collegamenti con i gruppi clandestini delle città, che riuscì a resistere fino all’arrivo degli alleati, che contribuì decisivamente alla Liberazione di tutti non ha mai ottenuto una rappresentazione precisa.
Se poi si pensa al fatto che la guida partitica arrivò solo in un secondo momento e che fu una realtà eterogenea, composta da più fronti politici, uniti sotto la bandiera antifascista, sembra proprio che ci fossero tutti gli elementi, perché la figura del “partigiano” diventasse una figura nazionale riconosciuta evitando la strumentalizzazione di una sola parte politica o di una sola realtà sociale. Invece, il risultato è quasi il contrario.
Forse perché i partigiani non appartengono a quella categoria di personaggi “illustri”, facilmente identificabili, o forse perché dopo la Resistenza non trovano un posto particolare nella politica della neo-Repubblica; certo è plausibile pensare che l’esperienza italiana degli anni Settanta, i cosiddetti anni di piombo, in cui il principale gruppo terroristico, le BR, dichiarava esplicitamente di avere raccolto il testimone dai partigiani, potrebbe essere (ma occorrerebbe un’analisi più approfondita) una delle principali ragioni che spiegano l’oblio calato su questa figura storica, umana e civile.
[...] Non è toccato quindi alla narrativa il compito di offrire all’immaginario collettivo la figura del partigiano, che, oltretutto, è così preziosa per indagare sull’identità del nostro popolo.
Dopo la Liberazione ci fu un tentativo, fin troppo azzardato, da parte di alcuni partiti e movimenti politici, di strumentalizzare la guerra partigiana e di “appropriarsi” di una sorta di “eroe positivo” da trasformare in mito nazional-popolare, rischiando la nascita di una retorica nuova. Le pagine di letteratura si mostrarono però talmente sfaccettate e complesse, distanti dall’idea di creare “un eroe a tavolino”, che non emerse mai una figura standardizzata.
Il cinema, in questo senso, rappresenta un terreno di confronto estremamente interessante con la narrativa, essendo una forma d’arte per immagini più accessibile al grande pubblico. La figura del partigiano e il suo mondo possono così assumere contorni più definiti e riconoscibili. Ma la guerra civile italiana non sembra avere stimolato particolarmente (se non in alcuni casi) la produzione cinematografica.
Guido Chiesa è una delle eccezioni e la sua filmografia rivela, al contrario, un interesse specifico per l’argomento. Per il suo lungometraggio sceglie un modello letterario di partigiano, ma al tempo stesso fornisce una nuova interpretazione per restituire luoghi e protagonisti.
Il regista traduce in immagini il testo più complesso e in qualche modo rappresentativo di tutta la produzione letteraria della Resistenza. Mostra la regione collinare delle Langhe, i suoi elementi naturali, cerca le ambientazioni descritte nel testo e attribuisce loro un’immagine reale. Chiesa cerca, inoltre, di mantenersi estremamente fedele alla pagina scritta, considerando le Langhe non soltanto come luogo storico e geografico, ma soprattutto come paesaggio esistenziale, metafora dell’eterno conflitto dell’uomo con la Natura. In questo modo realizza la sua analisi per immagini del testo fenogliano, e fornisce un confronto tra la natura letteraria e quella cinematografica della realtà sensibile ma anche introspettiva del mondo partigiano di Johnny. Ai fini della mia analisi, l’incontro con Guido Chiesa è stato un utile confronto per comprendere meglio il processo rielaborativo di Fenoglio sull’esperienza resistenziale, per identificare la figura di Johnny in spazi specifici del territorio italiano, e per interpretare i significati esistenziali che questi spazi assumono.
Come mi spiega il regista: "Paradossalmente, per ottenere questo risultato era necessario un impianto scenico e antropologico di grande autenticità: solo se ciò che si vede sullo schermo appare credibile, e quindi evoca un mondo, le Langhe come metafora possono avere un senso e un’efficacia".
Incontro Guido Chiesa il 30 marzo 2007 a Roma
1) Il Partigiano Johnny è un romanzo incompiuto, edito in più versioni, come si è mosso rispetto al caos filologico del testo?
Mi sono basato essenzialmente sull’edizione a cura di M. Corti, che considero la più completa anche se non condivido la datazione delle opere proposta dalla Corti, ma forse questa è materia per fenogliani puri… L’edizione Isella pur importante, per me, è ancora densa di contraddizioni, per esempio al capitolo 21 quando Johnny entra ad Alba occupata, non và a trovare i suoi genitori. Come può improvvisamente ignorare la presenza della casa paterna? Nell’edizione a cura di M. Corti - come pure nel mio film - questa scena infatti è presente e significativa.
2) Ha avuto qualche problema nel tradurre il testo in immagini, nel rintracciare una narratività che per la verità è sfuggente nel romanzo?
Sotto certi aspetti il passaggio dal libro alla sceneggiatura è stato più facile del previsto. Quando per la prima volta si legge il romanzo si è travolti dal suo magma linguistico: intraducibile sullo schermo e assai poco cinematografico. Invece, ad una lettura più attenta, ci si rende conto che la struttura narrativa del romanzo è molto forte, precisa, quasi di genere nella sua iterazione di fatti ed eventi funzionali alla costruzione del personaggio e del senso dell’opera. È una struttura classica, archetipica, come quella dell’Odissea, a cui il testo fenogliano è stato da molti messo in relazione. Anche se credo che uno dei punti di riferimento-chiave fosse per Fenoglio "Il viaggio del pellegrino" di John Bunyan, un libro poco conosciuto in Italia, ma che rappresenta uno dei testi fondamentali del mondo protestante. È la storia di un pellegrino che, abbandonata la città e la famiglia, parte alla ricerca di Dio e si avvicina alla santità attraverso il superamento di prove sempre più dure. Fenoglio lo cita più volte e all’inizio del romanzo è lo stesso Johnny a leggerlo. Una volta individuata la struttura narrativa, si trattava di compattarla nei tempi e nei modi di una sceneggiatura cinematografica: se Johnny compie tre volte la stessa azione, ne abbiamo tagliate due; se ci sono tre personaggi che svolgono la stessa funzione narrativa, ne abbiamo lasciato solo uno. E via dicendo. Certo abbiamo dovuto sacrificare degli episodi a cui tenevamo molto, ma ci interessava soprattutto che la sceneggiatura funzionasse, più della mera fedeltà alla pagina scritta. In questo senso abbiamo tradito il romanzo, anche perché, senza false modestie, eravamo convinti che il libro di Fenoglio sarebbe stato sempre e comunque più bello, complesso e sfaccettato del film. Considerando il romanzo come un’avventura epica ho scelto le “prove” che Johnny doveva superare, le imboscate, le fughe, gli attacchi frontali, la pioggia, il fango, la neve e infine la solitudine: in cui emerge la vera essenza del partigiano: un uomo di fronte a se stesso. È stato invece difficile raccontare un personaggio che non subisce cambiamenti da un punto di vista psicologico; rendere l’idea di un antieroe eterno.
3) Come ha selezionato i luoghi in cui girare?
Il romanzo, da questo punto di vista, poneva problemi enormi. In prima battuta, vi sono narrati tantissimi luoghi (paesi, colline, cascine, ecc.) e, per forza di cose, abbiamo dovuto tagliare e ridurre il numero dei posti in cui girare. In seconda istanza, questi luoghi sono descritti con molta precisione e questa precisione non è puramente descrittiva, ma funzionale all’atmosfera e al significato della storia. Penso ad esempio ai bastioni di Mango da cui Johnny vive la drammatica attesa del rastrellamento tedesco: non sono dei semplici bastioni, sono un osservatorio morale sul mondo. Quattro location scout, Enrico Rivella, Nicola Rondolino, Gianpiero Vico e Lia Furxhi hanno per mesi battuto le Langhe paese per paese, collina per collina, alla ricerca dei luoghi richiesti dalla sceneggiatura. In alcuni casi, la ricerca di luoghi autentici e non intaccati dall’edilizia moderna li ha portati a sconfinare fuori dai tradizionali confini geografici delle Langhe, per trovare, ad esempio, Montechiaro d’Acqui, uno dei paesi meglio conservati del Basso Piemonte (in cui è ambientata la parte di Mombarcaro con i rossi). Altre volte, la scoperta di location come la cascina di Bossolaschetto, che ha funto da Cascina della Langa (nell’impossibilità di trovare una replica adeguata alla vera Cascina della Langa situata nei pressi di Manera) ci ha spinto a modificare la sceneggiatura in funzione del luogo reale. Lo scenografo Davide Bassan ha quindi operato su questi ambienti naturali secondo tre coordinate: evitare ogni intervento che riveli l’artificio tecnologico (ruspe, seghe elettriche, pitture a spray), prediligendo lavorazioni manuali; scegliendo materiali d’epoca o comunque di fabbricazione artigianale; arredamenti e suppellettili scelti dopo un accurato lavoro di ricerca su fonti iconografiche dell’epoca e su fonti orali. Sono rari, in tutte le Langhe, centri storici che non siano stati rovinati dall’edilizia e dalla cementificazione. Ad esempio, era impossibile usare Mango stesso. Della Mango descritta nel romanzo non vi è quasi più traccia. Ci eravamo quasi rassegnati ad utilizzare Monforte o Serralunga, paesi molto belli e abbastanza ben tenuti, ma molto distanti dalla topografia dei paesi descritti nel romanzo (ad esempio, privi dei bastioni all’ingresso del paese). Un po’ per disperazione, un po’ per testardaggine, siamo andati a vedere Neive, un paese che avevamo sempre scartato, essendo troppo vicino ad Alba e alla zona turisticamente più nota. Ma qui, con nostro grande stupore, abbiamo scoperto che Neive alta è ancora intatta: non un piccolo angolo, ma strade intere. Per noi rappresentava un risparmio di fatica e di lavoro enormi. Neive ci ha risolto tantissimi problemi, mentre per il resto ci siamo arrabattati in lungo e in largo. Durante le riprese ci siamo spostati in oltre 80 set, un numero altissimo per 54 giorni di ripresa. In totale abbiamo girato in oltre 30 comuni.
4) Ha preferito attenersi ai luoghi reali o ha cercato di raccontare i luoghi letterari?
Naturalmente i luoghi che racconta l’autore, quelli che ci restituisce attraverso i suoi occhi, quindi i luoghi letterari e cercando - quando era possibile - di identificarli con quelli reali. La lettura dei libri di Fenoglio mi ha spinto a vedere nelle Langhe di allora (cioè quelle antecedenti o contemporanee alla scrittura, e comunque anteriori al boom economico), non tanto un luogo geografico determinato, bensì una sorta di paesaggio esistenziale, un teatro ideale per la raffigurazione della tragedia umana (rapporto uomo/natura, conflitti tra le classi sociali). Così, quando ho iniziato realisticamente a pensare alla realizzazione del film sapevo che dovevo andare a cercare quelle Langhe, rinunciando a priori ad ogni tentativo ad ogni affresco globalizzante, a vantaggio dell’unità espressiva e dei significati. Vale a dire, la mia intenzione non era quella di fornire una visione realistica della zona e della sua storia, quanto di mettere in scena un mondo che fosse il più possibile adatto al dipanarsi del dramma umano e morale del protagonista. In questo senso, il film non parla delle Langhe, ma sceglie le Langhe perché offrono un terreno ideale a un certo tipo di discorso sull’uomo. Paradossalmente, per ottenere questo risultato era necessario un impianto scenico e antropologico di grande autenticità: solo se ciò che si vede sullo schermo appare credibile (e quindi evoca un mondo) le Langhe come metafora possono avere un senso e un’efficacia. Il direttore della fotografia Gherardo Gossi, oltre alla visione di molti documentari cinematografici dell’epoca, è stato da me indirizzato alla costruzione di un’immagine complessiva del film che fosse adeguata alla rappresentazione di un’Italia povera, buia, in guerra. In questo senso ci ha aiutato la scelta di girare in autunno, privilegiando così colori che vanno dal verde scuro al marrone fino al grigio. Negli interni, dove ha potuto, Gossi ha messo in scena fonti di luce reali (candele, lampade alogene, lumi a petrolio, ecc,), scegliendo di non illuminare le pareti, di creare forti contrasti di chiaroscuro, su una strada a noi indicata da pittori come Caravaggio. Non tanto in nome del realismo, ma per creare attorno a Johnny un mondo funzionale alla creazione di un determinato significato.
5) È stato difficile “filmare” un paesaggio trasfigurato dallo sguardo di uno scrittore?
Fenoglio è uno scrittore per così dire “fenomenologico”: le vicende dei suoi libri progrediscono per fatti, non per motivazioni psicologiche. La psicologia dei suoi personaggi è quasi inesistente, eppure fortissima perché deriva dalle loro azioni, dal paesaggio e dalle azioni di cui sono testimoni. Tutti elementi squisitamente cinematografici proprio perché visibili, evidenti, filmabili. Inoltre, Fenoglio ha sempre l’accuratezza di scegliere un punto di vista (si pensi alle immagini finali di "Un giorno di fuoco" o "Una questione privata") che altro non è che quel che si chiama inquadrare, filmare. Come un regista, Fenoglio sceglie di guardare la realtà che intende raccontare da un certo punto di vista e solo da quello.
6) Nel film si inquadra spesso lo sguardo del protagonista, questo indica che lo spettatore vede il paesaggio attraverso gli occhi di Johnny? Ha voluto mostrarci il rapporto tra il personaggio e il suo ambiente?
Sì, la bussola è lo sguardo di Johnny, e la grammatica interna del film non può che nascere da lì. La macchina da presa sta con lui, vede quel che lui vede, si muove quando lui si muove (o qualcosa si muove in lui), corre fugge scappa quando è Johnny a farlo. Ma anche quando aderisce al personaggio, lo rispetta e lo ama, mai rinuncia alla possibilità di uno sguardo critico su di esso. Se ciò accade è perché l’ideologia del film non è quella di Johnny, non si appiattisce su di lui, ne è consapevolmente distante benché appassionatamente vicina.
7) È stato importante nel film restituire la presenza di una natura ostile e dei suoi elementi?
Molto. Il romanzo specifica i titoli delle stagioni perché è la Natura che governa il mondo in collina, e l’inverno è la più importante delle stagioni perché genera il conflitto maggiore, e soltanto nel conflitto l’uomo può esprimere se stesso. Lo stesso discorso vale per gli elementi naturali, Johnny sente la sua vera natura umana a contatto con il fango che lo svilisce ma al tempo stesso lo accoglie, testimonia in qualche modo la ricerca di un rapporto viscerale, originario con la Natura. Rapporto che è mancato all’autore nella figura materna.
8) Secondo lei Fenoglio comunica, attraverso Johnny, un rapporto assente con la madre?
Quello che, probabilmente, ho capito solo dopo aver girato il film è l’importanza del rapporto di Fenoglio con la madre, un rapporto difficile che ha influenzato enormemente lo scrittore: spesso Johnny parla di “Madre Langa” e indica la collina con il termine “mammella”, questo - secondo me - è indice di un rapporto di dipendenza con la Natura che rimanda alla dipendenza del figlio con la madre. Il paesaggio lo accoglie nel suo seno e nonostante la Natura sia cieca e indifferente Johnny si affida a lei come fosse l’unica protezione possibile. Questa considerazione, oltretutto, è confermata dal rapporto problematico - che emerge nel romanzo - del personaggio con le donne (Cita due momenti del romanzo, rispettivamente descritti nei capitoli 14 e 19): "Come Johnny notò fin dal suo arrivo nei paraggi del quartier generale, le donne non erano piuttosto scarse nelle file azzurre […] Il latente anelito al puritanesimo militare, appunto, gli fece scuotere la testa a quella vista, ma in effetti, sul momento, appunto, le donne stavano lavorando sodo, facendo pulizia, bucato, una dattilografando… Il solo fatto che portassero un nome di battaglia, come gli uomini, poteva suggerire a un povero malizioso un’associazione con altre donne portanti uno pseudonimo <241. Sulla radura […] stavano donne, staffette, stavano facendo il bucato generale, con un’aria attiva e giocosa e l’allegra coscienza di star facendo il loro vero, naturale lavoro. In faccia a Johnny sbuffò l’odore della saponata, attraverso l’aria rarefatta portando il confortante senso di casalinghità all’aperto. Alcune guardie del corpo stavano vessando le lavandaie, con un’ironia sana e diretta" <242. La difficoltà di questo rapporto si osserva anche nella diffidenza che il personaggio mostra nei confronti di Elda. Infatti Johnny cerca di colmare la mancanza della figura materna, come figura protettiva, non nella donna - che ricorda ancora troppo la madre - ma nella Natura, che è l’unica vera forza generatrice. In questo senso è molto indicativo il momento in cui Johnny si fa il bagno nel fiume: "Notò ai margini della corrente principale una conchetta d’acqua, naturalmente azzeccata e felice. Johnny non ci resistè, si liberò del vestito e delle armi, e si immerse verticalmente, monoliticamente in quell’immobile vortice, fino alle spalle, con un lungo e filato fremito, equivalente perfetto, più perfetto di una carica sessuale" <243. Così Johnny/Fenoglio si ricongiunge alla sua esperienza prima nel ventre materno, ai nove mesi nel liquido amniotico. E nel fiume si sente accolto e consolato. Il rapporto tra Johnny e la Natura diventa simbiotico e il personaggio si affida a Lei nonostante le sue indifferenti ostilità: la neve, la pioggia, il fango, il freddo. Ho compreso tutto questo dopo avere girato il film, in cui si trovano solo alcune intuizioni a livello embrionale, perché durante la realizzazione la mia idea era più concentrata nel ritrarre il partigiano Johnny come “l’uomo autentico”, guidato da uno spirito razionale, pronto ad affrontare l’estrema solitudine invernale e tutta l’esperienza della Resistenza guidato dalla ragione. Lavorando al film ho cercato di comunicare quella che - secondo me - era l’intenzione dell’autore, cioè la ricerca di risposte esistenziali nella ragione, e una volta compreso che queste risposte non ci sono Johnny accetta che l’ultimo risultato della logica porta inevitabilmente al suicidio. Oggi invece, per leggere il personaggio, mi concentrerei di più sul rapporto madre-figlio dell’autore.
9) Legge la morte di Johnny come un suicidio?
Assolutamente sì. Sia di Johhny, che di Milton, dove ancora più chiaramente si vede il partigiano abbandonarsi in un ultimo abbraccio alla Natura - unica fonte di vita - e come in un’esperienza panica si lascia andare ad una Natura che lo riprende a sé. Johnny rappresenta un’umanità che cerca conforto, ma non potrà mai averlo. Per questo il "Partigiano Johnny" è un romanzo che comunica una forte riflessione esistenziale. Considero Leopardi, Fenoglio e Pasolini i maggiori scrittori-filosofi della letteratura italiana. Infatti per Johnny la vita può esistere solo nella natura, nonostante sia una natura cieca, che fa male. Esattamente come per Leopardi.
10) Quindi Johnny come emblema della condizione umana?
Esattamente. Johnny rappresenta l’uomo nella sua considerazione essenziale, e la dimensione unica nella quale può esprimersi pienamente è quella della guerra; perché la guerra è una condizione estrema dove l’uomo si trova di fronte a sé stesso, in una solitudine infinita che permette di affrontare le domande fondamentali sul significato dell’esistenza umana.
[NOTE]
241 B. Fenoglio, Il partigiano Johnny, cit., p. 159
242 Ivi, p. 211
243 Ivi, p. 220
Anna Voltaggio, Spazi partigiani: il paesaggio letterario nella narrativa della Resistenza italiana, Tesi di Laurea, Alma Mater Studiorum Università di Bologna, Anno accademico 2006-2007

giovedì 22 febbraio 2024

L'accusa ai comunisti di usare gli scioperi come arma politica contro il governo, se non addirittura come atti preparatori alla insurrezione armata


Solitamente la fiammata insurrezionale del luglio '48, seguita all'attentato a Togliatti, viene considerato l'episodio conclusivo del ciclo conflittuale iniziato con le agitazioni del marzo 1943. Secondo noi risulta invece più corretto, sia a livello nazionale che locale, comprendere anche i due anni successivi fino alle mobilitazioni del 1950: l'eccidio di Modena del 9 gennaio e il grande, ultimo, sciopero bracciantile della pianura padana dell'autunno rappresentano la definitiva chiusura di fase e l'inizio del decennio critico per il movimento dei lavoratori.
Vediamo brevemente i momenti più importanti della fase '47-'50 per quanto riguarda il contesto milanese: la vertenza estiva, luglio-agosto, sulle riunioni interne nelle fabbriche e sul radicale ridimensionamento delle Commissioni Interne; a fine agosto la CGIL nazionale lancia la 'crociata popolare' contro carovita e disoccupazione, che vede Milano in prima fila con un lungo sciopero di 48 ore dei metallurgici il 17 e 18 settembre; dal 7 al 20 settembre 1947 si verifica un grande sciopero bracciantile nelle campagne, di portata nazionale, che presto si estende ad altre categorie, quali anzitutto i mungitori che a dicembre incrociano le braccia; dalla fine di ottobre entrano in agitazione i principali stabilimenti industriali cittadini (Caproni, Lagomarsino, Isotta Fraschini), la cui avanguardia è rappresentata dalle Rubinetterie della Edison, contro i licenziamenti di massa che colpiscono l'industria meneghina e dove affiorano nuovamente le parole d'ordine dell'autogestione; le agitazioni (con proclamazione dello sciopero generale di 12 ore) e l'occupazione della prefettura del novembre '47 guidata dai dirigenti comunisti locali, per protestare contro la sostituzione del prefetto Ettore Troilo (azionista, molto amato dai lavoratori, l'ultimo di nomina CLN) con un funzionario di carriera, da parte di Scelba; gli scontri di piazza del 25 aprile 1948, culmine di un crescendo di violenza poliziesca nei confronti delle agitazioni sindacali e sociali; sciopero bracciantile del maggio-giugno '48, ben presto esteso anche ai mungitori, durante il quale osserviamo il ripresentarsi di antiche forme conflittuali radicali; le mobilitazioni operaie di giugno-luglio, che vedono oltre 250.000 lavoratori in piazza e, dal 2 luglio con la proclamazione dello sciopero generale, l'occupazione delle fabbriche (in particolare Falck, Bezzi, Motta) da parte dei lavoratori; il moto insurrezionale del 14-15 luglio (anche se a Milano assume caratteri decisamente meno radicali rispetto ad altre città, come ad esempio Genova), strettamente connesso con le agitazioni in corso, seguito all'attentato a Togliatti; nuovo sciopero bracciantile a novembre, contro la disdetta di massa che esclude i lavoratori legati alla Federterra; i lavoratori agricoli sono i principali protagonisti delle lotte sociali che dall'aprile '49 fino all'autunno del 1950 agitano la provincia e le campagne milanesi e lombarde; ad essi si affiancano, a Milano, le cosiddette 'lotte difensive' che in alcuni casi portano gli operai ad occupare le fabbriche in risposta alle serrate padronali.
È significativo che lo sciopero bracciantile dell'autunno '50 sia stato chiamato in seguito, dai protagonisti stessi, 'sciopero della sconfitta' <396; mentre gli ultimi episodi del conflitto operaio urbano, risoltisi anch'essi in un fallimento dal punto di vista vertenziale, preludono alla crisi di consenso che FIOM e CGIL conosceranno con le sconfitte storiche nelle elezioni delle commissioni interne, oltre che al completo ribaltamento dei rapporti di forza interni alle fabbriche, di cui i 'reparti confino' saranno la rappresentazione più odiosa. Dopo la fiammata dell'estate '48, l'andamento del conflitto sociale (numero degli episodi, lavoratori coinvolti, successo rispetto al piano rivendicativo) è discendente, fino poi a chiudersi.
È possibile individuare tratti comuni agli episodi di tutto il periodo, anche se dopo le mobilitazioni di luglio '48 il tratto essenziale dell'autonomia e del dualismo di poteri è ormai definitivamente tramontato. Se nel '45-'47 la politica del conflitto ruota attorno alla sopravvivenza e le condizioni di lavoro, i criteri della ricostruzione e l'epurazione antifascista, possiamo dire che nel periodo successivo la battaglia su questi piani è sostanzialmente persa, ma si continua a combattere: la politica economica centrale ha fissato sia la libertà padronale di licenziamento che il piano di sacrifici per i lavoratori, determinando in questo modo la gerarchia sociale del processo di ricostruzione.
Adesso le piattaforme e le modalità del conflitto assumono contenuto radicale e in alcuni casi rivoluzionario (sebbene in assenza di una situazione rivoluzionaria), si recuperano le istanze più estremiste e le aspirazioni classiste di rottura, nonostante il contesto sia nettamente più sfavorevole rispetto al '45.
Importante aprire una parentesi (che riprenderemo più avanti) sull'azione di Mario Scelba ministro degli Interni (dal febbraio '47), dopo la cacciata delle sinistre dal governo. Chi era Scelba? Uomo del circolo ristretto della Democrazia cristiana, esponente di quel filone democratico conservatore che rifiuta la cittadinanza politica alle 'classi pericolose', è sostenitore della necessità di stroncare preventivamente quei movimenti sociali e politici che dietro le bandiere del lavoro sono in realtà gli antichi portatori del germe della sovversione: "È insomma un esponente di primo piano del partito, una figura di rilievo dei governi De Gasperi e il cui impegno, prevalentemente indirizzato al rafforzamento dello Stato, alla riorganizzazione delle forze di pubblica sicurezza e alla protezione della democrazia, va perciò inquadrato nelle scelte e nell'azione della classe dirigente che guida il paese all'uscita dalla guerra e che affronta il problema dell'ordine pubblico 'anche eminentemente come problema politico'." <397
Da questo punto di vista, dunque, egli porta a compimento quel processo di assorbimento e rivalutazione democratico-conservatrice di elementi tipici della tradizionale cultura di governo italiana e di strumenti ereditati dal fascismo (a partire dalla sostanziale preservazione integrale del Testo unico sulle leggi di pubblica sicurezza - TULPS e il codice penale Rocco). Diciamo che lo porta a compimento perché, da quanto abbiamo anticipato nel paragrafo precedente, il processo è stato avviato nel primissimo dopoguerra; Scelba gli dà una dichiarata funzione pubblica, che recupera antiche credenze proprie delle classi dirigenti prefasciste e dandogli carattere di permanenza nei decenni successivi: "Fu soprattutto Scelba a dare alla polizia una chiara direzione politica contro i partiti politici e le organizzazioni collaterali del movimento operaio - condivisa da tutto il gabinetto e dal presidente del consiglio De Gasperi - con una crescente azione repressiva verso il sindacato e gli scioperi. Nel lavoro pratico della polizia ciò si traduceva in continui interventi nei conflitti sindacali per salvaguarda la 'libertà di lavoro'. Gli interventi sempre più duri erano giustificati con l'accusa ai comunisti di usare gli scioperi come arma politica contro il governo, se non addirittura come atti preparatori alla insurrezione armata". <398 Filosofia politica esplicitata inoltre dalla sua riserva nei confronti della Costituzione e dei diritti sociali in essa contenuti: "[…] per assecondare lo sforzo di ciascuno e della Nazione, avranno corso tutte le misure ritenute necessarie perché l'azione disgregatrice non abbia a prevalere, quale che sia il costo e il nostro impegno. Rispettosi della Costituzione, siamo peraltro convinti che essa non può diventare una trappola per la libertà del popolo italiano a cui garanzia è stata voluta". <399
L'epurazione (obiettivo mai realmente perseguito nemmeno sotto il governo Parri) è stata definitivamente bloccata e anzi il processo invertito, con l'allontanamento dagli apparati di sicurezza di uomini della sinistra antifascista e di nomina CLN, il reinserimento di quadri medi e alti del periodo fascista, l'annullamento del decreto di incorporamento di 15.000 partigiani nelle forze di polizia ed esercito. "Scelba, poi, procedette a un'accurata selezione del personale nelle posizioni di comando, allontanando per esempio gli ultimi prefetti di nomina politica. Emblematica delle scelte di Scelba fu la nomina nel 1948 di un militare, il generale Giovanni D'Antoni, già prefetto di Bologna, come nuovo capo della polizia. Degli 8.000 ex partigiani che aveva trovato ancora all'interno della polizia, Scelba fece, come dichiarò in un'intervista a 'il Resto del Carlino' (24/2/1971), 'piazza pulita', offrendo condizioni molto favorevoli a chi era disposto a lasciare volontariamente il corpo, ma facendo anche ricorso a un vero e proprio mobbing con trasferimenti punitivi nelle isole. Il punto più importante per caratterizzare la gestione di Scelba sembra però l'allineamento politico-ideologico della polizia e l'affermazione al suo interno di una mentalità che faticava a comprendere e ad accettare la portata dei diritti sanciti dalla costituzione. Più che di un'affermazione però sarebbe corretto di parlare di una riaffermazione che poteva contare su tendenze consolidate da più generazioni all'interno delle forze dell'ordine […]". <400 Aggiungiamo che Scelba si adopera anche per trasformare il reparto Celere da strumento di 'civilizzazione' della gestione dell'ordine pubblico di piazza, come voleva Romita, in mezzo di contenimento e repressione rapida di manifestazioni, scioperi, presìdi e di tutte le forme conflittuali  pubbliche di massa.
Le conseguenze di questa azione politico-organizzativa furono determinanti per la futura composizione delle forze di polizia in Italia: "le tensioni politiche e sociali portarono, o costrinsero, molti ausiliari a non fare domanda per un regolare arruolamento nella Ps, con il risultato finale che all'inizio dell'anno 1950 dei ventimila ausiliari, poco più di 4000 erano rimasti in servizio, a differenza di praticamente tutti gli ex agenti della Pai rientrati. Il ricambio fu anche regionale: gli ausiliari essenzialmente d'origine settentrionale vennero sostituiti da una nuova leva di agenti meridionali, alla ricerca di una collocazione lavorativa e del tutto privi dell'esperienza politica della lotta di Liberazione". <401
Come già anticipato, è precisamente su questo terreno che l'azione dei comunisti al governo ha trovato dei limiti (esterni e interni) invalicabili: nella continuità tra Stato fascista e post-fascista, esplicitando un fenomeno che Renzo Martinelli ha definito 'autocefalia dell'esecutivo' <402, ovvero di separazione netta della dirigenza dai quadri intermedi e dalla base.
Ma qual è stata la premessa di tutto ciò? La fine dell'emergenza e dell'unità antifascista, con il passaggio del dopoguerra alla sua fase definita di 'guerra civile fredda'. Mario Venanzi, partigiano in Val Sesia e Val d'Ossola, deputato comunista e assessore all'urbanistica nella giunta Greppi, ricorderà anni dopo quel momento di passaggio che non si può dire fosse arrivato come un fulmine a ciel sereno: "Come presidente del Cln lombardo, dopo Sereni, posso dire di aver vissuto da vicino il processo di rottura dell'unità antifascista. Prima sono i liberali che se ne vanno, poi sono i democristiani che tentennano. Già con Romita ministro degli interni si era cominciato ad assistere ai primi tentativi di ricucire il vecchio tessuto statuale. Intanto, si cambiano i questori, e a uno a uno si tolgono tutti quelli nominati dal Cln. A Milano spediscono il questore di Modena, lo stesso che, nell'agosto del '43, era venuto nel carcere di Castelfranco Emilia assieme al procuratore del re quando noi detenuti politici avevamo iniziato lo sciopero della fame perché non si decidevano a liberarci. Ancora più che un affronto poteva sembrare una beffa. […] Ci mandano un altro questore, Vincenzo Agnesina, un vecchio volpone della questura romana che era stato capo della polizia speciale di Mussolini ma che, nel '43, aveva preso ad assumere degli atteggiamenti da antifascista. […] Sono proprio le elezioni [quelle amministrative, nda] l'ultimo golino, come dicono i toscani, l'ultimo colpo sotto la gola. Il Cln viene liquidato e il vento del Sud, che cominciava a risalire la penisola, intacca e sbreccia quell'unità antifascista che, a Milano, era ancora molto forte e sentita. Ma noi, da questo osservatorio, stentiamo a capire che quelle forze che la Resistenza sembrava avesse spazzato via riprendono a sollevare la testa. Solo dopo il 2 giugno cominciamo a renderci conto di qual è la scacchiera sulla quale ci muoviamo […] Noi non avevamo, come potevamo averlo a Roma, il polso reale della situazione. Certo, le volte che andavamo a Roma ci si accorgeva che, scendendo verso il Sud, la realtà cambiava sotto gli occhi. Altro linguaggio, altri comportamenti, altra mentalità. Ma solo le elezioni del 18 aprile ci diedero la misura di quel che era il paese". <403
La direzione PCI si trova in realtà costretta da due cause principali a lanciare la controffensiva con il rilancio a fondo delle lotte, a tutti i livelli: lo spostamento a destra dell'asse politico nazionale, in previsione delle elezioni generali del 18 aprile '48, e le direttive del neonato Cominform ai partiti comunisti occidentali di interrompere le politiche di compromesso. C'è poi anche una ragione economica legata alla crisi nera che vive il paese e che in alcuni centri (come Milano) è particolarmente dura, portando le Camere del Lavoro locali a superare la svolta moderata decisa dalla CGIL nazionale. In alcuni casi viene accolta con sollievo la nuova linea di Mosca e la fine dell'unità antifascista, vista come un costante compromesso al ribasso; anche a livello locale i dirigenti comunisti la interpretano positivamente, come l'uscita da una situazione ambigua: questo è ad esempio il giudizio espresso da Pajetta sull'uscita della DC dalla giunta di Milano guidata dal socialista Antonio Greppi. Nel capoluogo lombardo è Longo che coordina l'applicazione delle nuove direttive, che hanno nelle fabbriche il luogo privilegiato, affermando che la Direzione "denuncia l'offensiva padronale che, mirando ad avere mano libera nei licenziamenti, vuol gettare sul lastrico centinaia di migliaia o addirittura milioni di lavoratori… la Direzione invita pertanto tutti i compagni che ricoprono cariche sindacali e tutte le organizzazioni del partito a dare la massima attenzione alla preparazione e all'organizzazione della resistenza e del contrattacco […] Il partito riprenda la lotta fino in fondo, chi non intende impegnarvisi può andarsene". <404
Non potrebbe essere altrimenti: secondo il rapporto di Pietro Secchia, responsabile dell'organizzazione, alla fine del 1947 "nella provincia di Milano abbiamo nel partito il 71% di operai, poco più del 4% di artigiani, neppure l'1% tra intellettuali, studenti e tecnici. L'1,65% di coloni, piccoli proprietari e piccoli affittuari. Poco più del 7% di giornalieri, obbligati e salariati agricoli". <405
La svolta a sinistra del PCI milanese è data però anche da altri due cambiamenti: il passaggio di Giuseppe Alberganti dalla segreteria della CdL a quella della Federazione comunista; la maggiore forza acquisita da Pietro Vergani, esponente dell'ala dura del partito, come segretario  d'organizzazione a Milano. Contemporaneamente, come già accennato, anche nel PSIUP si consolida a livello nazionale la svolta a sinistra data in particolare dal gruppo settentrionale e milanese (qui per un moto più spontaneo che imposto da direttive esterne, come nel caso del PCI), che culmina con l'uscita dei moderati e socialdemocratici interni guidati da Giuseppe Saragat, nella famosa scissione di Palazzo Barberini (11 gennaio 1947), che darà vita al Partito socialista dei lavoratori italiani - PSLI (successivamente Partito socialdemocratico italiano - PSDI) e porta i socialisti ad assumere la vecchia denominazione di Partito socialista italiano - PSI. A fine dicembre '47 PCI e PSI danno vita al Fronte democratico popolare in vista delle elezioni.
A settembre è lo sciopero di oltre 600.000 braccianti nel centro-nord a scuotere il paese: le tradizionali questioni dell'imponibile e del collocamento sono al centro delle agitazioni nelle diverse province padane, in particolare rivendicando la regolamentazione degli imponibili e la giusta causa nelle disdette dei lavoratori delle cascine, per cercare di limitare l'arbitrio degli agrari: "Agrari che sparano contro gli scioperanti sono segnalati nel Bresciano, nel Pavese, nel Padovano, mentre d'altro canto allarmi crescenti destano sia la tendenza a estendere lo sciopero ai mungitori sia gli 'scioperi alla rovescia' per imporre ai proprietari lavori di miglioria: proclamati in nome delle esigenze della produzione ma vissuti per la verità sia dagli agrari che dai braccianti come 'invasioni' od 'occupazioni' delle aziende (e una relazione sindacale segnala con preoccupazione 'qualche incidente, di cui qualcuno abbastanza grave come incendi di cascine, fucilate per le strade, atti di crumiraggio')". <406 Si richiede inoltre un contratto unificato che equipari la loro condizione a quella dei lavoratori industriali.
Nelle campagne il conflitto assume caratteri molto duri ed estremi: non solo per i braccianti che ripropongono antiche forme di lotte, quali il 'gallo rosso' e il sabotaggio, ma anche perché gli agrari rappresentano il principale sostegno del terrorismo neofascista che si sta riorganizzando in questi mesi e che colpisce, tra i diversi obiettivi, in particolare cooperative e case del popolo. Il 9 novembre, ad esempio, un gruppo di giovani comunisti sta rientrando a mezzanotte da una festa da ballo a San Giuliano Milanese e, mentre attraversa un ponte, vengono sparati alcuni colpi di rivoltella che ne feriscono tre. L'11, su invito del sindaco di Mediglia (un paesino nei pressi del capoluogo), alcune centinaia di operai della Breda e della Caproni raggiungono sui loro autocarri il paese dove si sarebbe tenuta una dimostrazione: viene presa d'assalto la casa dell'agrario Giorgio Magenes, ritenuto implicato sia nell'attentato del ponte sia nel lancio di alcune bombe contro un cooperativa sempre a San Giuliano e una trattoria popolare a Desio; Magenes spara contro i lavoratori, uccidendo l'operaio 21enne della Breda Luigi Gaiotti e ferendo Domenico Rivolta. Nonostante l'arrivo dei carabinieri che tentano di portarlo via, questi vengono soverchiati dalla folla che lincia a morte il proprietario terriero. Così un militante della Volante Rossa, presente a quella come ad altre dimostrazioni, ricorda l'episodio: "Abbiamo fatto l'assalto alla cascina. E quando sono arrivati i carabinieri con sei autoblindo è stato troppo tardi, l'avevamo già linciato. Due autoblindo dei carabinieri non ci hanno poi mollato fino a Milano, scortavano il nostro camion". <407
[NOTE]
396 G. Crainz, Padania. Il mondo dei braccianti dall'Ottocento alla fuga dalle campagne, p. 246, Donzelli 2007
397 L. Bertucelli, All'alba della repubblica. Modena, 9 gennaio 1950. L'eccidio delle Fonderie Riunite, p. 26, Edizioni Unicopli 2012
398 D. Della Porta, H. Reiter, op. cit., p. 73
399 M. Scelba, discorso alla Basilica di Massenzio, Roma, 15 agosto 1950, cit. in ibidem, p. 70
400 D. Della Porta, H. Reiter, op. cit., pp. 74-75
401 P. Dogliani, La polizia alla nascita della Repubblica, p. 25, in P. Dogliani, M.A. Matard-Bonucci, op. cit.
402 Cfr. R. Martinelli, op. cit., p. 233
403 G. Manzini, op. cit., pp. 89-91
404 L. Longo cit. in G. Galli, op. cit., p. 177
405 P. Secchia, Il partito della rinascita (Rapporto alla Conferenza Nazionale d'organizzazione del Partito comunista italiano), p. 33, cit. in R. Martinelli, op. cit., p. 165
406 G. Crainz, op. cit., p. 237
407 C. Bermani, op. cit., p. 84
Elio Catania, Il conflitto sociale: “motore della Storia” o “tabù” storico-politico. Il caso di Milano nel secondo dopoguerra, Tesi di laurea magistrale, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Anno Accademico 2016-2017