lunedì 17 giugno 2024

Tentai un esperimento nel mio dialetto ligure


... riprendiamo una dettagliata analisi dello studioso e giornalista Franco Onorati sull’interesse di Pasolini per i dialetti, tradotto in pionieristici studi nel campo della letteratura dialettale, tra cui anche gli interventi critici nelle iniziative di Mario dell’Arco, che fu  collaboratore del poeta di Casarsa per il volume del 1952 Poesia dialettale del Novecento (Guanda).
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Presenze pasoliniane su “il Belli”
Come accennato, nel nome di Belli prende il via nel dicembre 1952, cioè stesso mese ed anno della più volte citata antologia dell’Arco-Pasolini, l’ennesima iniziativa dellarchiana: una rivista intitolata appunto “il Belli”, che nel fondo di apertura (anno I, n. 1, dicembre 1952) Trompeo definisce sinteticamente  “una rivista figlia delle Muse, che raccoglie il meglio della poesia in dialetto e il meglio della relativa critica letteraria”. Fin troppo evidente che tale impostazione valorizza il grande lavoro di preparazione che Pasolini e dell’Arco avevano affrontato per la loro antologia: quel lavoro prosegue sulla nuova testata e spalanca al lettore panorami di inaspettata vitalità e vastità del fenomeno dialettale, affrontati con metodo critico e filologico.
La rivista durerà quattro anni (dicembre 1952-novembre 1955)
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Le risposte dei poeti
Premesso che le tre domande rivolte ai poeti erano
1.Perché scrivi in dialetto anziché nella lingua letteraria?
2.La tua poesia (secondo te) fa parte della letteratura italiana o di una letteratura regionale?
3.Supponi che ci siano delle speciali istanze di impegno sociale nell’uso del dialetto?
riproduco nell’ordine le risposte dei poeti
Il Belli Anno I, n.1 - dicembre 1952
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Le tre domande sono a mio [Cesare Vivaldi] parere e per quanto mi riguarda così strettamente collegate che non posso non coordinarle in una unica risposta. Proprio la terza domanda infatti è quella che, almeno per il sottoscritto, fornisce la chiave della altre due. Né d’altra parte è possibile considerare il questionario che mi viene sottoposto come qualcosa volto ad un semplice soddisfacimento di curiosità, o come una indagine statistica cui si possa rispondere anche soltanto con affermazioni o negazioni, bensì come un serio invito ad una autocritica, nei limiti di spazio concessi, la più approfondita e serena possibile. Debbo premettere che la mia opera di scrittore in versi si è prevalentemente esplicata in “lingua” e con obiettivi spiccatamente “sociali”, nel senso preciso che a questo aggettivo si dà parlando della poesia del nostro Risorgimento o, per fare un esempio più alto, di quella di un Petofi. Ma poiché i risultati raggiunti erano molto lontani - a motivo della loro “aulicità” e della loro lontananza dalla vita popolare, dal linguaggio e dalla realtà popolari - dal soddisfarmi, e poiché capivo che il problema di un nuovo realismo non poteva essere affrontato che partendo ab imis (e cioè da un punto diverso di visuale, più concreto, più umile, se vogliamo, di fronte alle contraddizioni della realtà, colte non tanto nei loro “gesti”, e quindi nella loro “retorica”, ma nella loro “quotidianità”), mi accorsi che questo non avrebbe potuto avvenire se non a prezzo di un mutamento radicale, mutamento nel quale anche la questione del linguaggio si poneva in termini nuovi.
Ciò avvenne nel 1951, ed appunto in quell’anno tentai un esperimento (lo chiamo così perché fallito nei suoi scopi principali) nel mio dialetto ligure. Furono otto poesie che pubblicai in volume nello stesso 1951 e che, prescindendo da ogni valutazione estetica, non portarono a grandi risultati. Anziché un approfondimento del linguaggio in senso popolare non ne sortì infatti che una serie di figure e paesaggi della nostalgia. In altri termini il poeta, anziché dominare il linguaggio dell’infanzia, ne era stato dominato. La cosa fu molto chiara quando, scrivendo nuovamente in “lingua”, mi avvidi di ricadere nei vecchi difetti. Ed oggi, sulle soglie del 1953 il problema è  sostanzialmente rimasto nei suoi vecchi termini. Come risolverlo non posso dire perché io stesso lo ignoro. Ma se può interessare dirò che dopo la già fatta esperienza, mi propongo di tornare, con diverso impegno, all’uso del dialetto.
Ma con ciò mi avvedo di aver risposto alle due domande principali, la prima e la terza, e non alla seconda. Dal tenore del mio scritto penso però che i lettori non dureranno fatica a trovare la risposta mancante; comunque, per risparmiare loro una fatica, dirò che considero anche quanto ho scritto in dialetto come facente parte non di una letteratura regionale ma della letteratura nazionale, dato che non può essere dissociato dal complesso della mia opera quanto occorre  al suo divenire.
Cesare Vivaldi
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Franco Onorati, Pasolini dialettologo, Centro Studi Pier Paolo Pasolini, 4 gennaio 2015


Se Delfini non trova posto tra gli umoristi, il suo nome è però incluso pochi anni dopo nell’antologia "Poesia satirica nell’Italia di oggi", a cura di Cesare Vivaldi, Guanda, Parma, 1964. Nella sua introduzione, Vivaldi non manca di esprimere le ben note perplessità sullo stile di Delfini, la cui pagina scritta «spesso, non è che immediato sfogo sentimentale, letterariamente sordo». Sottolinea tuttavia come «nonostante i loro limiti le "Poesie della fine del mondo" sono state però, a mio avviso, un caso letterario non abbastanza valutato dalla critica; e la rovente materia cara all’ultimo Delfini (l’insulto, la scatologia, perfino la coprofilia) in parecchi versi si trasfigura, si schiarisce in una sorta di stralunata, lucente fissità».
Sempre nella prefazione, Vivaldi ci tiene ringraziare Giambattista Vicari, sottolineando come «senza la consultazione assidua delle annate del suo ‘Caffè’ l’antologia non avrebbe potuto essere compilata» (p. XXVIII).
Anna Palumbo, «Quanto conta la memoria nella storia». Antonio Delfini 1951-1963, Tesi di perfezionamento, Scuola Normale Superiore di Pisa, Anno accademico 2021-2022

mercoledì 5 giugno 2024

Fucilati il giorno successivo a Velo d’Astico


La valle dell’Astico costituisce una delle vallate prealpine nella parte nord-occidentale della provincia di Vicenza; essa è attraversata dal fiume che le conferisce il nome, fiume che nasce in Trentino per poi proseguire il suo corso in territorio vicentino. La valle separa l’Altopiano dei Sette Comuni e quello di Tonezza del Cimone ed è accessibile dalla zona in cui incrocia la valle del Posina, tra Piovene Rocchette e Caltrano. Durante il secondo conflitto mondiale la Val d’Astico rappresentava uno dei passaggi preferenziali per l’eventuale ritirata tedesca dal territorio veneto. Essa era sorvegliata dal forte di Casa Ratti e da quello di Punta Corbin; la popolazione locale venne reclutata principalmente nelle formazioni alpine, seguendo l’idea che per una difesa in quota fossero necessarie persone abituate a vivere e a muoversi in territorio montuoso. Spesso, questa dottrina faceva si che gli individui reclutati prestassero servizio nella stessa zona d’origine <208.
Con l’arrivo del 1943 le conseguenze dell’armistizio e dell’istituzione della RSI cominciarono a pesare sulla popolazione locale che, probabilmente a causa della vicinanza con la zona di Schio, era attraversata da un forte sentimento antifascista. Come per l’Altopiano di Asiago e il Pasubio, anche nella Val d’Astico cominciarono a formarsi gruppi di resistenza armata, soprattutto garibaldini, che iniziarono ad effettuare azioni violente nella zona di Arsiero. Nei primi mesi del 1944 la “Garemi” costituì un distaccamento che cominciò ad operare tra il confine occidentale dell’Altopiano di Asiago e la Val d’Astico: il Battaglione “Pretto”, guidato da Giovanni Garbin detto “Marte”. Verso la metà dell’anno la zona venne considerata “infestata” dai partigiani e sia il 19 che il 21 maggio avvennero dei rastrellamenti <209. Il capo della provincia cominciò ad invitare le autorità periferiche a fare opera di dissuasione verso la popolazione civile rispetto al prestare aiuto alle formazioni partigiane:
«A seguito dell’attività svolta da gruppi di ribelli, perturbatori dell’ordine e della rinascita nazionale ritengo opportuno far presente che è dovere di tutti i cittadini di non cooperare a tale forma di attività e che tutti devono essere a conoscenza che concedere in qualsiasi forma aiuto ai ribelli è grave delitto severamente punito.» <210
Da quel che traspare le autorità locali non possedevano le risorse necessarie per contenere la guerriglia e questi documenti passavano agli atti nel giro di pochissimo tempo; essi rappresentano un’importante spia del morale della popolazione civile e delle difficoltà economiche che, spesso, sfociavano in manifestazioni vere e proprie <211.
L’attacco partigiano alla Scuola Allievi Ufficiali di Tonezza <212, come abbiamo già visto, segnò un inasprimento della lotta tra occupanti e partigiani ma vide la GNR abbandonare la Val d’Astico che, per un breve periodo, poté considerarsi quasi una “zona libera”. Nell’estate del 1944 l’avanzata degli alleati venne arrestata lungo la “Linea Gotica”, nel nord del paese venivano affrettate le opere di fortificazione della “Linea Blu” lungo il confine tedesco. Nella zona di Arsiero i cantieri apparvero già nel marzo del 1944 ma vennero ampliati a luglio; il piccolo paese divenne la sede della direzione dei lavori tra la Val d’Astico e l’Altopiano di Asiago <213. Lo stesso accadde anche nei comuni di Chiuppano e di Caltrano dove possiamo trovare le direttive per lo sfruttamento della popolazione, risalenti all’agosto del 1944:
«Per misure di carattere precauzione, inerenti allo stato di guerra, saranno eseguiti nella provincia di Vicenza alcuni lavori che richiederanno l’impiego di manodopera. Tale manodopera dovrà essere fornita anche dal Comune di Chiuppano con il reclutamento degli uomini compresi tra i quattordici e sessant’anni di età. Il periodo del reclutamento avrà la durata di tre o quattro settimane, durante le quali, gli interessati, nelle zone di impiego, saranno sistemati in appositi campi di lavoro, dove riceveranno ogni assistenza da parte delle autorità germaniche.» <214
Nel settembre del 1944 i notiziari della GNR riportarono che il giorno 6 un Maggiore della Polizia veniva colpito da raffiche di mitragliatori, mentre usciva di casa, rimanendo ucciso; a causa di questo avvenimento causò un’azione di rastrellamento immediata che portava all’arresto dei sicari, facenti parte di una banda che operava tra il Tretto e Thiene. Due renitenti trovati in possesso di armi vennero fucilati il giorno successivo a Velo d’Astico <215. Dove erano presenti i cantieri per i lavori di fortificazione vi erano dei presidi armati che comprendevano anche le truppe dell’Ost-Bataillon 263, specializzate nella lotta antipartigiana <216.
Durante il mese di agosto del 1944 la zona venne interessata dalle azioni preparatorie dell’Operazione “Belvedere”; a Pedescala una truppa di circa quaranta uomini irruppe nel paese dove percossero violentemente e minacciarono di morte un presunto partigiano. Dopo gli avvenimenti di Malga Zonta vennero fatti tre prigionieri che vennero giustiziati nel cimitero di Arsiero <217. L’inasprimento delle azioni antipartigiane non riuscì a cancellare la loro presenza dalla zona e, anzi, alla fine dell’estate la loro attività aumentò; nel mese di luglio il Capo della Provincia, Gen. Edgardo Preti, scrive al Capo della Polizia quanto segue:
«[…] si è accentuato lo stato di smarrimento della popolazione. L’argomento della diffusa preoccupazione è dato maggiormente dalle notizie di moti interni, insurrezioni di ribelli, rapine, prelevamenti di persone, anche donne e bambini, di cui spesso si ignora la sorte, incendi di abitazioni ed intere contrade, severità di rappresaglie di cui rimangono vittime spesso estranei e innocenti. […] Anche nel decorso mese le bande di ribelli si sono manifestate molto attive nelle zone montane e pedemontane della provincia […]. Numerosi atti di sabotaggio, crescente il numero degli atti di rapine e violenze contro le persone. […] Sono stati attaccati e sopraffatti dai ribelli in numero preponderante tre distaccamenti della GNR nella zona montana. […] Durante il mese in corso si sono avuti numerosi delitti contro le persone e numerosissimi contro la proprietà.» <218
La situazione continuò a peggiorare con l’aumento dei bandi di leva dell’esercito di Salò e della precettazione al lavoro; nell’ottobre del 1944 lo stesso comandante del presidio tedesco a Thiene riconosceva il fatto che la popolazione continuava ad appoggiare e tollerare le azioni dei partigiani e che non vi era alcun interesse rispetto alle uccisioni di tedeschi o fascisti; nonostante gli inviti alla collaborazione e le minacce di rappresaglia nessuno sembrava dare supporto agli occupanti per la caccia ai ribelli e, nelle poche occasioni in cui esso vi era, arrivava con ritardo tale da risultare inutile <219.
[NOTE]
208 Residori, L’ultima valle, p. 39.
209 Ivi, p. 85.
210 Kozlovic, Chiuppano e Caltrano nella repubblica di Salò 1943-1945, p. 47.
211 Ivi, pp. 44-45.
212 Citato in Franzina, La provincia più agitata, p. 103.
213 Residori, L’ultima valle, pp. 135-136.
214 Kozlovic, Chiuppano e Caltrano nella repubblica di Salò 1943-1945, pp. 58-59.
215 Citato in Franzina, La provincia più agitata, pp. 121-122.
216 Residori, L’ultima valle, p. 140.
217 Gardumi, Feuer! I grandi rastrellamenti antipartigiani dell’estate 1944 tra Veneto e Trentino, pp. 50-51.
218 Citato in Franzina, La provincia più agitata, pp. 213-214.
219 Kozlovic, Chiuppano e Caltrano nella repubblica di Salò 1943-1945, pp. 66-67.
Matteo Ridolfi, La guerra civile nel vicentino nord-occidentale. Stragi ed eccidi dalla Val Chiampo alla Val d’Astico (1943-1945), Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2022-2023

martedì 28 maggio 2024

Il paesaggio terrazzato delle Cinque Terre e il progetto Stonewallsforlife

Fig. 15: immagine fotografica dell’anfiteatro terrazzato che sovrasta il paese di Manarola. Fonte: questa. Immagine qui ripresa da Erica Lapperier, Op. cit. infra

Come affermato nel corso del capitolo precedente, il Parco Nazionale delle Cinque Terre rappresenta una realtà singolare plasmata dall’intervento antropico poiché non è solo la più piccola delle Aree Protette presenti sul territorio italiano ma anche la più densamente popolata. In particolare, il valore paesaggistico di questa zona risiede proprio nel gioco di equilibri che si è creato tra i fattori naturali e quelli artificiali, poiché è grazie al duro lavoro umano che questo territorio ha potuto ottenere nuova vita e vedere sorgere, laddove prima si trovavano solamente ripidi pendii coperti da una distesa boschiva, cinque magnifici borghi e un’intricata architettura di terrazzamenti volti a sorreggere le nuove terre coltivabili.
Nelle Cinque Terre, di fatto, la popolazione ha tramandato per secoli i saperi tradizionali relativi ai giusti metodi di coltura e manutenzione dei terreni e, facendo ciò, è stata in grado di conservare fino ai giorni nostri il paesaggio e gli ecosistemi ivi presenti. Tuttavia a partire dalla da fine anni ’80 la zona in esame ha conosciuto un incremento notevole delle presenze turistiche, e ciò ha avuto conseguenze considerevoli non solo a livello paesaggistico ma anche per quanto riguarda il cambiamento del tessuto sociale locale e il conseguente allontanamento dai valori tradizionali (Storti, 2012). Innanzitutto, per accogliere la crescente mole di turisti che ogni anno sceglievano questa piccola fascia costiera come meta per le loro vacanze, è stato necessario ampliare l’offerta turistica e ricettiva disponibile in loco.
L’aumento della presenza turistica nell’area ha comportato anche un cambiamento per quanto riguarda il tessuto socio-economico locale. In particolare, è importante mettere in luce che la popolazione autoctona un tempo era formata principalmente da contadini e pescatori; con l’avvento di nuove opportunità di lavoro prima nelle province limitrofe e poi direttamente in loco grazie alla creazione di nuove imprese turistiche, la maggior parte della comunità decise di dedicarsi a nuovi impieghi molto più redditizi. Questo fenomeno di allontanamento dalla vita agricola in favore delle attività di ricezione e accoglienza ha causato in poco tempo un impatto negativo sul fragile equilibrio locale. La popolazione vedendo infatti nuove opportunità di lavoro in settori più vantaggiosi sia dal punto di vista economico che da quello della forza fisica necessaria, iniziò lentamente ad abbandonare i terreni agricoli coltivati per dedicarsi a queste nuove occupazioni emergenti.
L’attività agricola svolta in questo luogo può essere definita come “multifunzionale” <90 o polifunzionale (Frappaz et al., 2008) poiché essa non veniva messa in pratica solamente per semplici finalità produttive ma, al contrario, svolgeva un importante ruolo in relazione al mantenimento della stabilità dei versanti e alla conservazione del paesaggio circostante.
L’allontanamento da questo stile di vita tradizionale fece sì che le lunghe fasce di terra sorrette dalle complesse strutture di muretti a secco venissero abbandonate e, di conseguenza, nuovamente occupate dalla vegetazione infestante che le popolazioni locali erano riusciti a domare con grande fatica. La rinaturalizzazione dei versanti, ovvero la crescita di vegetazione spontanea sui pendii interessati, è però un processo piuttosto lungo e complesso che è necessario monitorare e controllare con attenzione poiché, durante il periodo di assestamento che porta poi alla creazione di nuovi equilibri in sintonia con gli ecosistemi locali, si assiste di norma ad una fase caratterizzata da un alto livello di instabilità in cui il rischio di dissesto idrogeologico aumenta notevolmente (Gilardi, 2015).
Nelle Cinque Terre la quasi totale cessazione dell’attività agricola e il conseguente deterioramento del territorio hanno danneggiato non solo la stabilità del suolo, aumentando per l’appunto il rischio di dissesto idrogeologico, frane o smottamenti, ma anche il tipico paesaggio fortemente antropizzato che ha reso questo luogo una meta così amata a livello nazionale e internazionale. Inoltre, la trasformazione di questi luoghi da borghi fondati sull’economia agraria e abitati quasi esclusivamente da pescatori e agricoltori a mete turistiche famose in tutto il mondo e residenza temporanea di molti turisti facoltosi ha causato anche una progressiva perdita dei valori e del legame che univa le comunità locali con il territorio. «Tutto ciò ha dato il via a un processo, ancora in corso, di indebolimento dell’identità territoriale della comunità locale, dovuto principalmente allo snaturamento del rapporto comunità territorio e a una diffusa trasformazione della percezione del paesaggio» (ibid., pg.56).
Possiamo dunque comprendere che gli organi gestionali del Parco, negli ultimi anni, sono stati posti di fronte ad una complessa sfida, ovvero quella di identificare le tappe necessarie per l’avviamento di un percorso di ripristino della rete di terrazzamenti composta da circa 6.72991 km di muretti a secco, di rafforzamento dei valori tradizionali locali, di corretta condivisione di questi ultimi con il pubblico e di sviluppo di percorsi turistici sostenibili e rispettosi verso la fragile locale. È per questa ragione che a partire dal 2019 l’Ente Parco Nazionale delle Cinque Terre è divenuto il capofila dell’innovativo progetto Stonewallsforlife volto per l’appunto alla rinascita del territorio terrazzato dell’area con l’obiettivo di incentivare la produzione agricola locale migliorando allo stesso tempo la resilienza di questo territorio ad eventi meteorologici estremi e sempre più frequenti.
Dato il ruolo attivo e l’esperienza ventennale dell’Ente Parco nella tutela e salvaguardia di questo fragile territorio, esso ha assunto il ruolo di guida nella gestione delle attività tecniche e finanziarie del progetto stesso. Come è stato affermato nel corso di questo capitolo però, la buona riuscita delle azioni di ripristino e conservazione di questi territori è strettamente correlata al grado di cooperazione a diversi livelli della scala istituzionale nazionale ed internazionale e dei tessuti sociali locali ed esterni; per questa ragione, associazioni ed istituzioni competenti in diversi ambiti scientifici ed economici uniscono le loro forze per concorrere all’ottenimento degli obiettivi comuni del progetto.
L’Ente Parco funge per l’appunto da partner principale per la conduzione delle operazioni tecniche e degli aspetti legati alla sovvenzione del progetto; esperti del DISTAV, Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e della Vita dell’Università degli Studi di Genova hanno il compito di effettuare tutti i rilevamenti scientifici in ogni fase del progetto concernenti sia le caratteristiche proprie del terreno che le dinamiche che interessano specificatamente un determinato manufatto murario. L’Università di Genova è inoltre il partner incaricato di monitorare l’evolversi del progetto e di analizzare i risultati ottenuti. Un ruolo fondamentale per la riuscita di Stonewalls è rappresentato dalle azioni portate avanti dalla Fondazione Manarola, Onlus che sin dal 2014 si impegna nella raccolta dei fondi necessari alla ricostruzione del paesaggio terrazzato di Manarola e alla rimessa a coltura dei versanti <92. Ancora prima del lancio del progetto, la Fondazione si era impegnata nell’individuare attraverso le mappe catastali i proprietari dei terreni posti all’interno dell’“Anfiteatro dei Giganti” di Manarola (Fig. 15) (Raso E. et al., 2020) con l’obiettivo di proporgli contratti di acquisto, locazione o comodato che permettessero l’avvio di interventi di ripristino e manutenzione del sistema di muri a secco ormai in gran parte abbandonati e deteriorati.
L’obiettivo di Stonewalls è quello di ripristinare circa 6 ettari <93 di terreno e la Fondazione è stata in grado, prima con le sue forze e poi con l’aiuto della notorietà del progetto, di ottenere fino ad ora un totale di circa 3 ettari, la metà di quelli previsti <94. Dopo aver acquisito o affittato per prezzo irrisorio i terreni ormai in abbandono e aver riparato i terrazzamenti ivi presenti, il fine della Fondazione è quello di affittare i terreni a lungo termine e allo stesso prezzo ad aziende agricole o agricoltori locali che devono dimostrare di essere in grado di mantenerli uno stato di conservazione idoneo. La Fondazione svolge quindi un ruolo fondamentale nel fare da intermediario tra i proprietari dei lotti di terra, il partenariato del progetto e le aziende agricole che in futuro coltiveranno e manterranno questi terreni. È però importante sottolineare come l’adesione a questo progetto iniziato dalla Fondazione sia aumentata notevolmente a seguito della creazione di Stonewallsforlife; le attività di divulgazione e comunicazione legate al progetto europeo sono infatti state in grado di far comprendere ai cittadini l’importanza della buona riuscita del progetto per i benefici di tipo ambientale, economico e sociale che esso si prefigge di realizzare e hanno quindi facilitato alcuni processi di acquisizione dei terreni. Il partner incaricato della direzione delle attività di comunicazione rivolte a tutti i portatori di interesse è Legambiente che svolge inoltre un ruolo importante nel supporto della gestione amministrativa e finanziaria del progetto. L’onlus si occupa infatti di supervisionare e controllare le rendicontazioni contabili, di vigilare sul rispetto delle norme previste dal bando del programma LIFE e di redigere e condividere con tutti i membri del partenariato una panoramica delle spese che dovranno essere sostenute. Legambiente ricopre quindi il ruolo di tramite tra i membri del partenariato, il pubblico e i membri del Comitato consultivo <95.
Tra gli altri membri del progetto possiamo individuare il Gruppo ITRB, una società di ingegneria internazionale con esperienza su temi legati alla sostenibilità e alla gestione di programmi dell’Unione Europea. Stonewallsforlife è infatti un progetto cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma LIFE “Mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici <96” con un budget complessivo previsto di circa € 3.7 milioni, di cui circa 2 milioni provengono direttamente da finanziamenti dell’UE mentre il restante 45% del totale viene cofinanziato da parte dei partner <97. L’Ente Parco con il supporto e la supervisione di Legambiente si occupa della distribuzione delle quote di fondi spettanti ai diversi soggetti del partenariato.
Infine, un’istituzione internazionale e partner del progetto che svolge un ruolo fondamentale per gli obiettivi di replicazione del progetto è il DIBA (Diputació de Barcelona, Àrea d’Infraestructures i Espais Naturals), il Consiglio Provinciale di Barcellona. Uno degli obiettivi del progetto è infatti quello di individuare almeno tre siti con condizioni simili in cui sia possibile applicare le conoscenze acquisite per poterle adattare e trasferire in altri luoghi. È prevista infatti l’identificazione di due siti all’interno dell’area protetta delle Cinque Terre, uno dei quali è l’area di Tramonti nella parte orientale del Parco, e di un luogo di trasferibilità delle conoscenze acquisite in Catalogna, in particolare nell’area di Can Grau (Mandarino et al. 2021). Gli esiti dell’applicazione del progetto in queste differenti zone di intervento fungeranno da base per la stesura di un manuale volto all’analisi dell’utilizzo dei
terrazzamenti di muri a secco come strumenti contro la lotta ai cambiamenti climatici; si presenteranno infatti piani di adattamento del territorio terrazzato che dimostreranno come la riconversione dei versanti terrazzati e la loro manutenzione tramite tecniche tradizionali possano implementare la resistenza del territorio ad eventi meteorologici estremi. Il fine ultimo delle attività di divulgazione dei risultati sarà quello di poter utilizzare l’esperienza acquisita con l’ottica di riprodurre il progetto in altri territori dell’Unione Europea e di tutto il mondo che presentano condizioni e necessità differenti.
Il progetto Stonewalls è stato presentato per la prima volta nel novembre 2019 nel paese di Vernazza alla presenza non solo dei membri attivi del partenariato, ma anche di molti cittadini, imprenditori ed associazioni locali interessanti alle potenzialità e ai benefici che il progetto prometteva di apportare al territorio in oggetto. La pandemia ha causato alcuni rallentamenti nell’evolversi del progetto a causa dell’impossibilità di riunirsi in sedute collettive volte alla definizione dei piani di intervento e anche in conseguenza dell’interdizione nei mesi di lockdown di poter effettuare sopralluoghi e rilevamenti sul campo. Nonostante questi impedimenti però i partner hanno potuto riunirsi in sessioni telematiche per definire gli step necessari all’avvio del progetto e da giugno 2020 hanno preso il via le operazioni di studio sul campo riguardanti lo stato di conservazione dei manufatti murari e le migliori tecniche di intervento per procedere con la ricostruzione di essi. A dicembre 2021 sono state avviate nel primo lotto del sito pilota all’interno dell’anfiteatro di Manarola le operazioni volte alla rimozione della vegetazione infestante dai pendii, in modo tale da poter riscoprire i muri scomparsi da decenni e in parte gravemente compromessi; dai rilievi effettuati è emerso infatti che circa il 30% dei manufatti versava in una condizione di degrado tale da necessitare interventi di ricostruzione e in alcuni casi, specialmente nelle zone caratterizzate da una maggiore verticalità e pertanto abbandonate da più tempo, i danni strutturali causati dall’erosione rendevano i lavori di recupero molto costosi e difficoltosi e per questa ragione si è resa necessaria la demolizione totale del muro e la sua ricostruzione integrale <98. Uno dei compiti dei ricercatori e dei geologi incaricati di seguire lo sviluppo del progetto è anche quello di identificare i metodi costruttivi tradizionali più idonei per ricostruire le porzioni di manufatti crollate e comprendere in che modo queste ultime possano essere adattate ed innovate senza però perdere il loro originario legame con la cultura locale. Nelle azioni di costruzioni dei muri uno degli aspetti che sicuramente ha subito un cambiamento radicale rispetto alle pratiche originali di creazione dei terrazzamenti è quello riguardante all’approvvigionamento e al trasporto dei materiali in loco. Nell’antichità le pietre utilizzate per la costruzione dei muri venivano infatti reperite direttamente in loco ma oggigiorno molti dei massi disponibili versano in uno stato di conservazione che non li rende idonei all’utilizzo; per questa ragione, i nuovi materiali vengono acquistati in cave situate in Liguria ed Emilia-Romagna, a seguito di indagini che dimostrino la loro idoneità per il luogo <99. Per quanto riguarda le operazioni di trasporto, come affermato esse hanno subito un drastico cambiamento poiché mentre un tempo i materiali venivano trasferiti tra i versanti direttamente dagli agricoltori locali con un dispendio ingente di forza e fatica fisica, però nell’ambito delle azioni di ripristino odierne essi vengono al contrario portati in loco grazie all’ausilio di elicotteri che rendono le operazioni più sicure e repentine.
I ricercatori hanno inoltre il compito di individuare le tecniche agricole di coltura che potranno essere utilizzate sui versanti a seguito del loro affidamento alla cura delle aziende agricole che provvederanno con l’impianto di coltivazioni a vite; anche in questo caso le tecniche tradizionali di coltura a pergola verranno integrate o sostituite da approcci innovativi, più sostenibili dal punto di vista della fatica fisica e più adattivi rispetto alle problematiche legate ai cambiamenti climatici <100. Per monitorare la risposta dei versanti e dei manufatti murari agli eventi atmosferici che si verificano sul territorio, sono state installate quattro stazioni multiparametriche in aree che versano in circostanze differenti in modo tale da poter comprendere come terrazzamenti che presentano stati di conservazione e tecniche di costruzione diversi possano reagire agli stessi fenomeni climatici. In particolare, i ricercatori dell’Università di Genova avevano già raccolto dati necessari a stabilire che i versanti abbandonati da più tempo sono quelli a maggiore rischio di dissesto idrogeologico, ma questi nuovi rilevamenti sono volti a comprendere quali tecniche di costruzione e manutenzione possano essere più efficaci nel mitigare questo rischio e nel migliorare la resilienza dei versanti <101.

[NOTE]
90 Fonte: intervento di Vivaldi M. all’interno del podcast “Voci del Parco” Anteprima, disponibile online al seguente link: https://open.spotify.com/show/1fTppDC2uFPiTEG2uUjxuR
91 Fonte: www.parconazionale5terre.it/pagina.php?id=4#:~:text=Il%20Parco%20nazionale%20nasce%20come,dal%20duro%20lavoro%20dell'uomo.
92 Fonte: https://fondazionemanarola.org/la-fondazione/
93 LIFE Project, STONEWALLSFORLIFE, (2022) Mid-term, Covering the project activities from 01/07/201993 to 31/01/2022.
94 Fonte: Schiaroli L, Una caccia al tesoro tra i muri a secco di Manarola, 2022.
95 Membri del comitato connsultivo del progetto Stonewallsforlife: Associazione Agricoltori Monterosso, Associazione Per Tramonti, Salviamo Vernazza, ABPS Associazione Les Artisans Bâtisseurs en Pierres Sèches (Francia), ITLA Alleanza Internazionale per i Paesaggi Terrazzati, SPS Société scientifique internationale pour l'étude pluridisciplinaire de la Pierre Sèche (Francia), Unitat de Pedra en Sec i Senderisme - Palma de Mallorca, Illes Balears (Spagna), Institut d'Estudis Penedesencs (Spagna), APSAT Associaciò per la Pedra Seca i l'Arquitectura Tradicional (Catalunya - Spagna) (LIFE Project, STONEWALLSFORLIFE, 2022).
96 LIFE è un programma di finanziamento comunitario nato nel 1992 per sostenere le attività volte all’applicazione e all’implementazione delle politiche comunitarie in materia ambientale e aiutare pertanto le azioni di conservazione e salvaguardia degli habita. Il programma viene gestito dalla Commissione Europea che si occupa dell’emanazione di Bandi periodici, della valutazione e approvazione delle domande di candidatura, dell’erogazione dei fondi e del monitoraggio costante dei progetti. Fonte: https://www.mase.gov.it/pagina/il-nuovo-programma-l-ambiente-e-l-azione-il-clima-life-2021-2027
97 Fonte: intervento di Marchese F. all’interno del Podcast “Voci del Parco” Episodio 12/11/2022, disponibile online al seguente link: https://open.spotify.com/show/1fTppDC2uFPiTEG2uUjxuR.
98 Fonte: Schiaroli L., (2022), Alla scoperta degli antichi muri.
99 Fonte: ibid.
100 Fonte: LIFE Project, STONEWALLSFORLIFE, (2022) Mid-term, Covering the project activities from 01/07/2019100 to 31/01/2022.
101 Schiaroli L., (2022), Il futuro del paesaggio terrazzato si sperimenta alle Cinque Terre.

Erica Lapperier, L’importanza del lavoro umano sul territorio: analisi di progetti di valorizzazione del Parco Nazionale delle Cinque Terre, Tesi di laurea, Università degli Studi di Genova, Anno accademico 2021-2022

domenica 19 maggio 2024

Città colpite dalla guerra

Milano: Arco della Pace all'inizio di Corso Sempione

Alla tipologia della manmade atopia, ovvero all’invivibilità creata per opera dell’uomo, si può accostare la maggior parte delle ambientazioni della guerra: sono luoghi destituiti dal loro passato, dalla loro primaria funzionalità, spazi privati dalla loro essenza: l’asfalto delle strade è «qua e là sfondato, sdrucito dappertutto» (QP [Una questione privata di Beppe Fenoglio] 4), i portici dei posti di guardia sono «semidiroccati» (QP 55), le baracche «miserabili e sporche» (AVM [L’Agnese va a morire di Renata Viganò] 123), le case dei villaggi e delle città «bucate, frantumate, corrose dalle bombe e dai colpi d’artiglieria» (AVM 206), le abitazioni ridotte a «spettri di case» (UN [Uomini e no di Elio Vittorini] 23), con delle finestre «semiaccecate da assiti» (QP 84) oppure «slabbrate e quasi tutte mascherate da assiti fradici per le intemperie» (QP 64). In alcuni casi, i romanzi presuppongono un paesaggio presentato nella sua stiuation faite, a cui spetta il ruolo di mettere in evidenza la distruzione bellica sin dall’inizio della narrazione, altre volte, invece, l’instancabile traduzione dei luoghi in spazi sprovvisti della loro identità, in paesaggi rasi al suolo e riproposti solamente nella loro qualità materiale ormai inutile, viene illustrati in presa diretta. Per esempio, la Milano vittoriniana è già dall’apertura del romanzo interamente costruita sull’estetica della lacuna: "(...) il deserto era come non era mai stato in nessun luogo del mondo. Non era come in Africa, nemmeno come in Australia, non era né di sabbia, né di pietre, e tuttavia era com’è in tutto il mondo. Era com’è anche in mezzo a una camera. Un uomo entra. Ed entra nel deserto. Enne 2 vide ch’era il deserto, lo attraversò, e pensava a Berta che non abitava a Milano, andò fino in fondo al corso Sempione dov’era la sua casa". (UN 21)
Analogamente, il protagonista fenogliano, nel suo percorso per le Langhe, soffermandosi a studiare la zona per mettere in atto con successo il piano della sua azione, nell’osservazione dei paesi constata come tratto principale del nuovo paesaggio bellico il vuoto di quella “terra di nessuno” installatasi all’interno dei luoghi abitati: "Da un promontorio della collina Milton guardava giù a Santo Stefano. Il grosso paese giaceva deserto e muto, sebbene già interamente sveglio, come dichiaravano i comignoli che fumavano bianco e denso. Deserto era pure il lungo rettilineo che collegava il paese alla stazione ferroviaria, e vuota, dalla parte opposta, la diritta strada per Canelli, tutta visibile fin oltre il ponte metallico, fino allo spigolo della collina che copriva Canelli. (…) Non vedeva nessuno, non una vecchia né un bambino, alle finestre o sui ballatoi posteriori delle case sopraelevate che da quella parte chiudevano la piazza maggiore del paese". (QP 75-77)
La città vecchia [di Sanremo] lasciata alle spalle da parte di Pin, invece, anche se ugualmente soggetta a uno svuotamento, subisce una trasformazione graduale: "Pin sente la terra vibrare sotto il rombo e la minaccia delle tonnellate di bombe appese che trasmigrano sopra la sua testa. La Città Vecchia in quel momento si sta svuotando e la povera gente s’accalca nella fanghiglia della galleria. (…) Pin vede il Dritto che s’è messo su un’altura e guarda nella gola della valle con il binocolo. Lo raggiunge. (…) Mi fai vedere anche a me, poi, Dritto? - dice Pin. Te’, - fa il Dritto, e gli passa il binocolo. Nella confusione di colori delle lenti, a poco a poco appare la cresta delle ultime montagne prima del mare e un grande fumo biancastro che s’alza. Altri tonfi, laggiù: il bombardamento continua". (SNR [Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino]) Se all’inizio della vicenda, la città vecchia conserva una sua dinamicità nell’«eco di richiami e d’insulti» (SNR 3), nei raggi di sole che si incrociano con i «cespi di basilico e di origano piantati dentro pentole ai davanzali» (SNR 3), nella riapparizione finale si profila come un luogo assente, come una «città proibita». L’ultimo capitolo de "Il Sentiero" si apre con Pin «seduto sulla cresta della montagna, solo» (SNR 139), mentre contempla le «vallate, fin giù nel fondo dove scorrono neri fiumi» (SNR 139) e le «lunghe nuvole (che) cancellano i paesi spersi e gli alberi» (SNR 139). Ogni idea di ritorno al passato del carruggio gli viene negata proprio a causa dell’inesistenza dei luoghi del passato: l’osteria è svuotata a causa della retata durante la quale tutti sono stati deportati o uccisi, la casa è disabitata perché la sorella si è trasferita all’hotel occupato dai tedeschi, mentre il vicolo «è deserto, come quando lui è venuto», con delle impannate delle botteghe chiuse e «a ridosso dei muri, antischegge di tavole e sacchi di terra» (SNR 144): "Pin è triste. (…) Pin vorrebbe essere con Pietromagro e riaprire la bottega nel carruggio. Ma il carruggio è deserto ormai, tutti sono scappati o prigionieri, o morti, e sua sorella, quella scimmia, va coi capitani". (SNR 132)
Il decadimento di ogni forma umana dell’abitare viene spesso illustrato anche al momento stesso in cui accade, cancellando non solo il passato collettivo di un popolo, ma anche quello privato dei singoli personaggi, sprovvisti in un attimo dalla propria dimora. Con una funzione formativa, quasi di rito di passaggio, sembra proporsi la perdita della dimora di Agnese del tutto distrutta dal fuoco e ridotta a un «mucchio di macerie nere» (AVM 176), distruggendo ogni residuo della vita della protagonista prima della sua definitiva entrata nel mondo della Resistenza. Walter, invece, uno dei compagni che operano tra le valli di Comacchio, diviene testimone diretto della perdita del proprio “luogo”: "Un mucchio di macerie tra l’orto e il frutteto. Dove erano state le belle camere e la grande cucina, il forno e il portico, non c’era più niente: in pezzi anche le pietre. Una linea di meno nel paesaggio, un vuoto che lo rendeva strano, sconosciuto, un posto cambiato. E un’altra famiglia che due ore prima aveva tante cose, adesso se ne andava a cercare un ricovero per la notte, con le mani vuote e il vestito che portava addosso; e contentarsi se erano tutti salvi". (AVM 116)
Tra le ambientazioni più importanti di questa manmade atopia, però, si collocano i luoghi più “stratificati” sul piano diacronico, come i luoghi pubblici delle città colpite dalla guerra, e soprattutto le loro piazze, irriconoscibili nel nuovo aspetto e, di frequente, dotate di una precisa funzionalità dal punto di vista del messaggio ideologico alla base dei romanzi. Il panorama bellico esposto nella sua invivibilità diviene al contempo significativo nella sua visibilità, poiché il guardare diventa imperativo, «un metodo d’indagine, un modo nuovo di guardare attorno a sé, di vedere i fatti e gli uomini e le cose non come proiezione di una particolare ideologia, ma come stimolo, semmai a una revisione di valori, a un approfondimento di temi, a una ulteriore indagine conoscitiva» (Melanco, 2005, p. 64). In quest’ottica si propone lo spazio di Largo Augusto di "Uomini e no", in cui l’egemonia della modalità visiva sulle altre percezioni sensoriali si coglie già dall’univoca direzione in cui si muove la folla, «tutta in un senso, tutta verso la piazza dov’è il monumento delle Cinque Giornate» (UN 82) e, soprattutto dall’insistenza sullo sguardo di Berta, divenuta protagonista del romanzo a partire dal LXII capitolo: "Scese, e camminava; guardava da ogni parte, e anche si voltava per guardare. (...) vide davanti a sé degli uomini fermi, con dei berretti strani e lunghi bastoni neri tenuti sulle braccia, come ne aveva veduti il giorno ch’era stata con Enne 2 in bicicletta, sul corso Sempione. (...) Scese allora dal marciapiede, si mise con la folla, passò davanti a quegli uomini, e guardava che cosa avessero che luccicava al sole sui berretti. Vide che avevano delle teste di morto in metallo bianco, il teschio con le tibie incrociate; ma vide anche che sul marciapiede, tra quegli uomini e altri più in fondo, stavano allineati come dei mucchietti di cenci, qualche mucchietto bianco, e qualche mucchietto invece scuro, di pantaloni, giacche, capotti: panni usati. Che cos’era? (...) Avrebbe voluto saperlo da qualcuno della folla, non vederlo da sé, e invece vide da sé, e vide che erano morti, cinque uomini allineati morti sul marciapiede (…)". (UN 93-94)
Ana Stefanovska, Lo spazio narrativo del neorealismo italiano, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Padova, 2019

lunedì 13 maggio 2024

La morte del Duce lasciò i servizi segreti americani oltremodo insoddisfatti e delusi per essersi lasciati sfuggire l’ambita preda


E’ noto che i due partigiani a guardia della coppia [Benito Mussolono e Claretta Petacci] durante la notte tra il 27 e il 28 aprile 1945 in casa De Maria, furono Giuseppe Frangi, alias “Lino”, e Gugliemo Cantoni, nome in codice “Sandrino”. Tra le persone interrogate dal Mocarski non appare “Lino” che, d’altro canto, moriva agli inizi di maggio del 1945 e, dunque, assai difficilmente poteva essere stato interrogato. Pertanto, il referente per le indagini dei servizi segreti americani ben poteva essere “Sandrino Menefrego” <136, il quale effettivamente figura tra le persone interrogate il 12 giugno 1945, ancorché, come noto, quest’ultimo fornisse versioni differenti della morte del duce <137. “Sandrino” resta, in definitiva, un personaggio assai indecifrabile che s’ipotizza abbia lasciato in eredità un memoriale sulla morte del Duce che, però, non è stato mai rinvenuto e il cui contenuto, prima di morire, avrebbe svelato a una persona anch’essa restata nell’oblio … A meno di non ritenere che l’uno dei due carcerieri interrogato dal Mocarski fosse non il Guglielmo Cantoni ma altri <138.
Sappiamo, inoltre, che “Sandrino” non fu l’unico custode della coppia a casa De Maria nella notte tra il 27 e il 28 aprile ’45. E, infatti, non è trascurabile il ruolo assunto in tale torbida vicenda dal partigiano “Lino”, il quale, nel rapporto dell’OSS, dapprima, figura tra i presenti all’esecuzione del Duce, giacché riferirà di aver sentito la Petacci prima di morire rivolgere a Mussolini quella singolare domanda sopra citata, e, poi, nella seconda stesura, non è direttamente e specificamente nominato né tra i membri della scorta di Mussolini, né tra i suoi omicidi (identificati - si ricordi - nell’uomo da Milano in vesti civili, un partigiano e, infine, l’ignoto autore di due colpi di grazia indicato quale «ufficiale della locale unità partigiana»). Ivi è, però, riportata la medesima domanda rivolta dalla Petacci a Mussolini ma, questa volta, riferita dal capo partigiano proprio all’ufficiale partigiano autore dei due colpi di grazia. In altri termini, se la logica può essere invocata ad ausilio in tutta questa complessa vicenda: o l’elemento costante in entrambi i capitoli sull’esecuzione di Mussolini e della Petacci è irrilevante o, invece, il partigiano “Lino” e quell’«ufficiale partigiano» che esplose almeno due colpi contro il Duce furono la stessa persona che Mocarski, per qualche intuibile ragione, volle poi escludere dalla scena dell’esecuzione.
Va, comunque, rammentato che sul ruolo di “Lino” (al secolo Giuseppe Frangi) nei fatti di Dongo e in ciò che ne scaturì, molto si è scritto e anche insinuato <139. E’ un fatto che il Frangi morì in circostanze misteriose il 5 maggio 1945: fu rinvenuto cadavere sul greto del fiume Albano che sfocia nel centro di Dongo. Il partigiano “Bill” ha narrato che fu il “Neri” a trovare lì il suo cadavere intorno alle ore 2,00 del mattino. "La presenza di uno dei personaggi più misteriosi della vicenda di Dongo [il “Neri”] induce a supporre che la morte del “Lino” abbia qualcosa a che vedere con i fatti di Bonzanigo dove “Lino” insieme a “Menefrego” fece la guardia a Mussolini e Claretta Petacci in casa degli zii e assistette alla morte del dittatore e dell’amante. Indubbiamente “Lino” non è stato ucciso per essere stato di guardia a Mussolini. Bisogna quindi cercare nei fatti precedenti e successivi alle vicende di Bonzanigo la causa della morte o meglio dell’uccisione di Lino" <140. Secondo quanto riferito da “Bill”, “Lino” avrebbe voluto avvisare il “Neri” del pericolo su di lui incombente, non dovuto, però, alla vecchia condanna a morte inflittagli dal partito ma al fatto che aveva disobbedito all’ordine di uccidere Mussolini, avendo, invece, aderito al piano di Cadorna - Sardagna - Cademartori che ne prevedeva la consegna agli Alleati: questo, dunque, sarebbe stato il movente dell’assassinio del “Neri” e, di riflesso, anche dello stesso “Lino”che si accingeva a rivelare il disegno criminoso ordito ai suoi danni <141.
É, comunque, un fatto che le circostanze della morte del partigiano “Lino” non furono mai chiarite: si disse che Giuseppe Frangi, alias “Lino”, fosse stato dilaniato dallo scoppio fortuito del suo stesso fucile, ma c’è chi ha mormorato che fosse stato ucciso da mani fratricide. Effettivamente la sentenza della sezione istruttoria della Corte d’Appello di Milano n.772/49, resa nel processo contro Moretti e altri, citava il delitto di omicidio in danno di Giuseppe Frangi in Dongo il 5 maggio 1945. E’, altresì, noto che al partigiano “Lino” furono decretati dai dirigenti del PCI funerali grandiosi che, per molti, sarebbero stati giustificati da notevoli meriti storici <142. Su questa celebrazione post mortem, la fonte più importante è di certo costituita dagli archivi del Pci: una nota dattiloscritta in calce a una copia del manifesto funebre in onore di Siro Rosi <143, alias il comandante “Lino”, così recitava: «Il comandante “Lino”, contrariamente a quanto da questi riferito, cioè che al momento della cattura del Duce, si trovava da tutt’altra parte e abbastanza lontano, aveva, al contrario, partecipato alla cattura del Duce e ovviamente a tutto quanto ne seguì. La prova sul ruolo avuto dal comandante Lino negli ultimi giorni del fascismo, la “tessera” mancante dell’intricato mosaico sui fatti di Dongo doveva emergere solo dopo la morte del leggendario rivoluzionario dall’occhio di vetro» <144. Il ruolo del partigiano “Lino” nelle ultime convulse ore della vita del Duce non è, dunque seriamente, trascurabile, chiunque egli fosse stato. Piuttosto, la questione da porsi è la seguente: se si possa dedurre un tale decisivo ruolo dal mero fatto che “Lino”, come molti altri in quel periodo, fosse morto in circostanze misteriose o anche dalla sin troppo ovvia circostanza che altri protagonisti di quelle intricate vicende abbiano riportato le dichiarazioni da lui rese in quel concitato contesto. O se, forse, non sia più corretto, dal punto di vista storico, oltre che logico, limitarsi a registrare un “sintomo” dell’importanza del personaggio e, dunque, almeno un indizio del ruolo di prim’ordine da lui assunto nella fine del Duce, non, di certo, costretto entro i limiti del mero carceriere, nella peculiare circostanza secondo la quale il PCI, che non ne riconobbe in vita i meriti, poi gli tributò in morte grandiosi onori?
Conclusioni
La vicenda della condanna e messa a morte di Benito Mussolini è ancora avvolta nella nebbia e, probabilmente, cela molti segreti che non saranno mai disvelati … Come si è chiarito in premessa, si condivide l’impostazione metodologica di Renzo De Felice, secondo il quale "la morte non è stata la cosa più importante della vita di Mussolini!", ma ciò non esime lo storico (o chi ambisca a contribuire alla ricerca della verità) dalla ricostruzione dei fatti ovvero, avuto riguardo al lavoro che è stato svolto da coloro che lo hanno preceduto, che, nel caso di specie, non è stato certo di lieve entità, dall’approfondire, correggere, chiarire la loro ricostruzione dei fatti. E ciò è quanto sommessamente ci si è proposto di fare, al fine di lasciar emergere finalmente la verità storica dalla saga romanzesca, anche se forse si è deluso chi si aspettava di scoprire chi abbia premuto il fatidico grilletto …
In compenso, alcune verità ci sembrano ormai acquisite e imprescindibili per una seria ricerca storica sul tema:
- il viaggio di Mussolini lungo la sponda occidentale del lago di Como non aveva come destinazione la Svizzera, dove Mussolini più volte aveva dichiarato di non volere fuggire, ma la Valtellina, eletto a ridotto sicuro in un estremo atto di difesa o, più probabilmente, di resistenza in attesa dell’arrivo degli Alleati ormai prossimi, cui arrendersi dignitosamente nella consapevolezza che tutto era perduto e che i suoi connazionali non gli avrebbero permesso di difendersi innanzi al tribunale della storia;
- Benito Mussolini fu condannato a morte dal “Decreto sui poteri giurisdizionali” del CLNAI del 25 aprile;
- appresa la notizia dell’arresto del Duce, nella seduta notturna del 27 aprile, il Comitato Insurrezionale del CLNAI decise, in esecuzione del decreto sopra detto, la messa in morte del Duce e ne incaricò i comunisti Audisio e Lampredi, i quali, però, dovevano agire in tutta fretta, non escludendo la fucilazione sul posto, per evitare che il Duce cadesse nelle mani degli Alleati che lo avevano espressamente reclamato. Il CVL, organo militare del CLNAI, ratificava la decisione del Comitato Insurrezionale;
- la missione milanese non trovò tutti d’accordo. Innanzitutto il CLN di Como vantava la consegna del Duce (tanto che esiste delega firmata dai suoi membri al delegato alleato comandante Dessy a trattare la resa con i fascisti a Como a condizioni che includevano la consegna di Mussolini agli Alleati); il comandante della Brigata garibaldina a Dongo “Pedro” non fu favorevole all’esecuzione sommaria di Benito Mussolini e temporeggiò ma, alla fine, capitolò di fronte a "‹ordini superiori" e, infine, il “Capitano Neri”, condannato a morte dal Pci e reintegrato nella Resistenza grazie alla mediazione di “Pedro”, fu, di certo, contrario ai metodi stalinisti del partito …
- Mussolini, detenuto dal pomeriggio del 27 aprile, in un viaggio apparentemente cervellotico - da Dongo a Germasino e, dopo qualche ora, a Moltrasio nei pressi di Como e, poi, nuovamente verso Nord sino a Bonzanigo di Mezzegra - ma progettato con la collaborazione del “Neri”, che obbediva agli ordini di “Pedro” e non del partito, oramai vittima degli ordini e contrordini dei suoi carcerieri, fu fucilato a Giulino di Mezzegra nel pomeriggio del 28 aprile ’45 per opera di un’agguerrita spedizione giunta da Milano, i cui protagonisti furono i partigiani comunisti “Valerio”, “Guido”, “Pietro” e, molto probabilmente, “Lino”…
La morte del Duce lasciò i servizi segreti americani, che operarono, anche in tal caso, scoordinati e gli uni all’insaputa degli altri, oltremodo insoddisfatti e delusi per essersi lasciati sfuggire l’ambita preda, tanto che essi dovettero attivarsi a posteriori per scoprire le verità che ora sono emerse, mentre non si può dire parimenti di quelli inglesi che, bene irreggimentati e assai più disciplinati, non solo conferirono ampio mandato ai rappresentanti istituzionali della Resistenza ma li invitarono a “risolvere” la faccenda al più presto possibile. Pertanto, la fine del Duce condensa in sé e, nel contempo, rappresenta un caso eclatante della dicotomia interalleata che connotò la politica anglo-americana verso l’Italia, di cui nei capitoli precedenti si è ampiamente trattato.
[NOTE]
136 A proposito di “Sandrino Menefrego”, Mocarski ha affermato che costui era uno dei vecchi partigiani di “Pedro” a differenza di “Lino” che, invece, faceva parte di un distaccamento diverso.
137 Cantoni avrebbe confidato a “Bill”: «Beh, qualcosa di vero c’è» e ancora: «Di più non posso dirti, Bill; tu capisci, vero?». “Sandrino”, sentito come teste al processo di Padova, prima dichiarò di non avere assistito alla fucilazione dei due ma solo che «quando Mussolini e la Petacci uscirono dalla casa De Maria li accompagnava Moretti e un altro». Successivamente “Sandrino”, richiamato a deporre, affermò di essere rimasto di guardia ai cadaveri ma non anche di aver assistito alla loro fucilazione, poiché quando Mussolini fu prelevato da casa de Maria, egli era andato a fare un «pisolino». Per completezza, va ricordato che “Sandrino” nel 1956 riferì a Giorgio Pisanò: «non è andata come la raccontano. Ma io non posso dirti niente di più. Sono legato al segreto». Prima di morire costui avrebbe affidato il detto segreto a Giuseppe Giulini, sindaco di Gera Lario, il quale però morì nel 1992, prima che lo stesso deputato e giornalista potesse parlargli. Pisanò ha scritto di aver saputo aliunde che Giulini aveva detto che il memoriale di “Sandrino” sarebbe stato reso pubblico solo dopo cinquant’anni ma, in deroga a questo vincolo, aveva deciso che, se
fosse morto prima, il documento avrebbe dovuto essere pubblicato. Giulini aveva anche riferito che né Moretti né Lampredi avevano ucciso Mussolini. Pisanò intervistò anche Savina Cantoni, moglie di “Sandrino”, la quale, superando la paura di “quelli là”, accettò di parlare l’8 febbraio 1996 e, riportando quanto detto lei dal marito, affermò che Mussolini e la Petacci non erano stati uccisi nel pomeriggio del 28 aprile. La mattina di quel giorno, infatti, “Sandrino” avrebbe notato Moretti e altri due partigiani, da lui mai visti prima, salire le scale di casa De Maria. I tre gli avrebbero ordinato di restare sulla porta ma quello avrebbe udito: «vi portiamo a Dongo per fucilarvi» e ancora «anzi, vi uccidiamo qui». La stessa poi parlò di alcuni colpi di arma da fuoco e dichiarò che un’altra persona, di cui non svelò l’identità, aveva ricevuto le confidenze del marito. G. Pisanò, Gli ultimi cinque secondi di Mussolini cit., pp. 104 e ss.
138 A tal proposito, si rammenti che il commissario “Piero”, alias Orfeo Landini, riferì al giornalista Bernini: «di guardia a tutela da curiosi ponemmo all’imbocco dello stesso viottolo i due partigiani dell’Oltrepò che avevano scortato Mordini» e, dunque, pare che tali due partigiani sostituirono “Lino” e “Sandrino”.
139 Di recente, il pediatra Alberto Bertotto, autore dell’originale tesi del suicidio del Duce mediante ingestione di una capsula di cianuro inseritagli in un dente da un medico tedesco, ha, poi, affermato che il detto gesto sarebbe stato solo tentato giacché Mussolini in agonia sarebbe stato finito dal partigiano “Lino”. A tal proposito, l’autore giudica determinante il "curriculum", a dir poco sanguinario del personaggio, tanto da essere definito il “Diavolo Rosso” dai suoi conterranei; nonché le grandiose onoranze funebri riservategli dal Pci, circostanza sulla quale, come sopra detto, già il De Felice si era soffermato. Inoltre, richiama la testimonianza (de relato) di Carradori, attendente del Duce, il quale riporta la dichiarazione resagli dal farneticante partigiano nelle circostanze del suo arresto a Dongo: "Con questo mitra ho ucciso il boia e la sua amante cinque colpi a lui e tre a lei.". Carradori ne venne colpito a tal punto da osservare che 'l’esecutore materiale del duplice delitto doveva essere sicuramente lui il diavolo rosso', anche se non è escluso che si fosse lasciato condizionare dalle voci che correvano sul “Lino”. Infine, sono giudicate affidabili le osservazioni proposte da vari pubblicisti quali il Borzicchi e l'Uboldi e altre testimonianze quale quella del sindaco comunista di Dongo eletto dopo la liberazione, che al 28 aprile era ancora il Giuseppe Rubini, i quali, però, non fanno altro che ribadire l’argomento dell’importanza delle onoranze funebri dispensategli. Dulcis in fundo, a suffragio della tesi, l’autore allegava tre documenti inviatigli da un tale Giuseppe Turconi, un
ultraottantenne compaesano del partigiano “Lino”, i quali tuttavia riportavano dichiarazioni rese da altri: - il primo proveniente da tale Arrigoni Martino, partigiano della Formazione Gramsci della 52ª Brigata Garibaldi, datato 1 febbraio 1946, indicava nel "Lino" uno dei partigiani della Formazione Gramsci della 52ª Brigata Garibaldi che avrebbe partecipato alla cattura di Mussolini e dei gerarchi fascisti; il secondo era il certificato di morte dello stesso Giuseppe Frangi nome di battaglia "Lino", con dichiarazione di tale Tenente Arno Bosisio , che confermava l’incidente con esito mortale occorsogli e, nel contempo, ne celebrava il ruolo nella partecipazione alla "cattura del duce" e alla "esecuzione dei 16 ministri"; il terzo era il racconto fatto dallo stesso Turconi circa una dichiarazione resa pubblicamente da Oreste Gementi (“Riccardo”), durante le esequie del “Lino”, nella quale questi aveva celebrato il valore del partigiano caduto e, nell'occasione, aveva accusato lo stesso Movimento partigiano dell’uccisione. ('mani fratricide'). Last but non least, si riportava la dichiarazione del partigiano Urbano Lazzaro, che l'autore ha definito in altra occasione un "fanfarone poco credibile", ancora una volta de relato perché riporta l’affermazione che "Lino", ai primi di maggio '45 e all’indomani della pubblicazione su “L’Unità “ della prima versione ufficiale di “Valerio”, gli avrebbe confidato: "Ti dirò io quello che è successo veramente a Bonzanigo. Adesso non posso", chiamando a propria conferma il “Neri” e la “Gianna” che, come noto, sarebbero poi morti in circostanze misteriose nei giorni immediatamente successivi alla morte del primo, anch’essa avvolta dal mistero. A. Bertotto, E’ stato il pluriomicida Giuseppe Frangi (Lino) a uccidere Mussolini?, reperibile per via telematica su www.Ladestra.it
140 U. Lazzaro, Dongo Mezzo secolo di menzogne, Oscar Mondadori, Milano 1997, p. 161.
141 U. Lazzaro, Ivi, p. 169.
142 F. Borzicchi afferma: «c’è quasi da pensare che a stringere quel mitra furono altri che Valerio e Moretti, forse addirittura uno dei guardiani del duce, Giuseppe Frangi». F. Borzicchi, Dongo. L’ultima autoblinda, Ciarrapico, Milano 1984.
143 Eraldo Vannozzi ha affermato che il vero nome di “Lino” non era Giuseppe Frangi, ma Siro Rosi. Questi, grossetano, già noto in Spagna, dove aveva combattuto nel 1937 con il nome di battaglia “il cugino di Barontini”, dal 1944 partecipò alla lotta partigiana nell’Italia del nord e fu nominato ispettore regionale del Comando Generale delle Brigate Garibaldi; prese parte alla cattura di Mussolini e arrestò alcuni gerarchi; morì il 14 marzo 1987. Archivio Privato Famiglia Rosi reperibile su www.isgrec.it.
144 De Felice aveva annotato in calce a tale copia proprio il riferimento a “Lino”. ACS, Archivi di famiglie e di persone, Fondo De Felice Renzo, B. 10, F. 47. Inoltre, nelle sue Lettere a Tomat, Giorgio Amendola si diffondeva a parlare di Domenico Tomat, alias “Valerio” e Siro Rosi, nome in codice “Lino” , che durante la seconda guerra mondiale operarono nelle Brigate Garibaldi nella zona di Chiavenna, il primo come colonnello con la qualifica di ispettore e l’altro quale colonnello ispettore. G. Amendola, Lettere a Milano, di cui uno stralcio è reperibile in ACS, Archivi di famiglie e di persone, Fondo De Felice Renzo, B.10, F. 50.
Michaela Sapio, Servizi e segreti in Italia (1943-1945). Lo spionaggio americano dalla caduta di Mussolini alla liberazione, Tesi di Dottorato, Università degli Studi del Molise, 2012

“Quattro giorni dopo le truppe tedesche capitolarono e Mussolini fu catturato vicino a Dongo mentre tentava di fuggire in Svizzera e fucilato il 28 aprile a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como, per ordine del Cln”.
(Alberto De Bernardi, Scipione Guarracino, La conoscenza storica. Il Novecento, Paravia Bruno Mondadori Editori, Milano 2000, p.260).
“Mussolini, in fuga verso la Svizzera, fu arrestato da una colonna partigiana nei pressi di Dongo sul lago di Como e fucilato insieme ad altri gerarchi della Repubblica sociale”.
(Luigi Mascilli Migliorini, Le domande della storia. Corso diretto da Giuseppe Galasso, Profilo storico, vol. 3, Il Novecento, 3ª edizione, Bompiani, Milano 2001, p.212)
[...] “Il 25 aprile i partigiani erano insorti, riuscendo a liberare le grandi città del Nord prima che vi giungessero gli Alleati. Mussolini cercò di intavolare trattative con il CLNAI attraverso il cardinale di Milano, Ildefonso Schuster, che durante il ventennio aveva mostrato aperte simpatie per il fascismo ma, dopo 1'8 settembre, era entrato in contatto con il CLNAI. Le trattative non ebbero successo e Mussolini fuggì verso il confine svizzero, dove fu catturato dai partigiani e fucilato il 28 aprile”.
(Aurelio Lepre, La storia. Dalla fine dell'Ottocento a oggi. Volume terzo. Dalla fine dell'Ottocento a oggi , 2a edizione [1ª edizione: 1999], Zanichelli, Bologna 2004, p.321).
“Il Clnai proclamò per il 25 aprile l'insurrezione generale e i partigiani liberarono molte città e paesi prima dell'arrivo degli alleati. La guerra in Europa ebbe così fine: Mussolini, catturato dai partigiani, venne giustiziato il 28 aprile”.
(Luca Baldissara, Stefano Battilossi, La costruzione del presente. Vol. 3. Il Novecento, 1ª edizione, RCS Libri, Sansoni per la scuola, Milano 2005, p.217).
“Mussolini, Catturato dai partigiani a Dongo, sul lago di Como, mentre probabilmente tentava di fuggire in Svizzera, venne fucilato il 28 aprile insieme ad altri gerarchi”.
(Marco Fossati, Giorgio Luppi, Emilio Zanette, Passato presente. Vol. 3. Il Novecento e il mondo contemporaneo, Paravia Bruno Mondadori editori, Torino 2006, p.252).
“Mentre cercava di fuggire in Germania, Mussolini venne arrestato dai partigiani e fucilato”.
(Mario Trombino, Maurizio Villani, Storiamondo. Corso di storia per il triennio, 1ª edizione, Edizioni il capitello, Torino 2008, p.238)
“Il 28 aprile Mussolini fu catturato dai partigiani e fucilato. Il 4 maggio le forze tedesche presenti in Italia firmarono l'atto di resa”.
(Giovanni De Luna, Marco Meriggi, Giuseppe Albertoni, La storia al presente 3. Il mondo contemporaneo, Paravia, Torino 2008, p.371)
Alcuni manuali riportano un accenno a piazzale Loreto:
“Mussolini, dopo aver vagheggiato un'ultima resistenza in Valtellina, tenta di fuggire da soldato tedesco, verso la Svizzera, con una colonna germanica. Riconosciuto dai partigiani, è giustiziato il 28 aprile; trasportato ormai cadavere a Milano, è esposto per alcune ore, appeso per i piedi, a piazzale Loreto”.
(Carlo Cartiglia, Nella storia. Il Novecento. Loescher, Torino 1997, p.191).
Antonio Gioia, Guerra, Fascismo, Resistenza. Avvenimenti e dibattito storiografico nei manuali di storia, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Salerno, Anno Accademico 2010-2011

lunedì 6 maggio 2024

L’obiettivo dei magistrati milanesi era quello di saldare le loro inchieste con quelle di Palermo


Mannoia raccontava che Riina, Calò e altri uomini d’onore di spicco intrattenevano rapporti di intimità con Ciancimino, e che nelle mani della mafia vi era «quasi tutto l’ambiente politico di Palermo». Faceva luce anche su un incontro avvenuto nella primavera del 1980, in una villetta di proprietà del boss Inzerillo alla periferia di Palermo, dove, a un certo punto, era sopraggiunta un’Alfa Romeo blindata di colore scuro e con i vetri scuri con a bordo i cugini Salvo e Andreotti. Alla riunione aveva preso parte anche Lima, già sul posto. Giunto da Trapani, nel cui aeroporto si era recato a bordo di un aereo privato affittato dagli esattori, Andreotti avrebbe chiesto a Bontate chiarimenti sull’omicidio Mattarella. Il boss, diffidando l’onorevole dall’adottare interventi o leggi speciali, poiché altrimenti si sarebbero verificati altri fatti gravissimi, lo aveva minacciato così: "In Sicilia comandiamo noi, e se non volete cancellare completamente la DC dovete fare come diciamo noi. Altrimenti vi leviamo non solo i voti della Sicilia, ma anche quelli di Reggio Calabria e di tutta l’Italia meridionale. Potete contare soltanto sui voti del nord, dove votano tutti comunista, accattatevi questi".
Interrogato sull’omicidio, Mannoia aggiungeva quindi che Lima era stato ucciso perché «non era più persona affidabile». Per quel che sapeva e che avrebbe potuto rivelare, era «una specie di mina vagante» che «non poteva campare in eterno». <1028 Anche Di Maggio faceva nuove dichiarazioni spontanee, il 16 aprile. Riferiva che, in veste di autista, nel settembre 1987 aveva accompagnato Riina a un incontro nell’abitazione palermitana di Ignazio Salvo, cui avevano partecipato anche Andreotti e Lima. Nella circostanza avrebbe visto Riina salutarli con un bacio sulla guancia. <1029
La Procura presentava perciò una seconda integrazione all’autorizzazione a procedere contro il senatore a vita, anche se - come hanno rivelato Caselli e Lo Forte - a partire da questa circostanza le acque del processo si sarebbero intorbidite notevolmente. Il “bacio” scatenava infatti i complottisti, mentre il fatto che Di Maggio avesse contribuito all’arresto di Riina e al crollo della cosca di San Giuseppe Jato da quel momento non contava più nulla. Si parlava di una “baggianata” cui solo quei “gonzi” che ipotizzavano la mafiosità di Andreotti potevano credere, mentre una sapiente regia ne faceva la chiave di volta per screditare l’intero processo. <1030 Per i magistrati, invece, Riina aveva compreso che il democristiano era un maestro del doppio gioco e che qualcosa nel suo atteggiamento era mutato. Gli voleva dunque far capire che ormai non poteva più prendere le distanze, che doveva ricordare che erano e avrebbero continuato a essere «la stessa cosa». E il boss glielo ricordava a modo suo, nel più tipico dei linguaggi mafiosi, baciandolo, assieme a Lima e a Ignazio Salvo, davanti al suo autista. Il messaggio era destinato tanto ad Andreotti, cui Riina ricordava che non gli si sentiva affatto inferiore, che a Di Maggio, in quel momento rappresentante del “popolo” mafioso. <1031 Mai prima di allora - ha scritto Santino senza nascondere perplessità verso questa raffigurazione - la mafia si era proiettata così in alto, come una «struttura ordinamentale» strettamente collegata, da pari a pari o addirittura con ruolo di supremazia o di comando, a un uomo di Stato e di potere così longevo. <1032
La Procura - secondo Lupo - non solo ricostruiva il fatto sulla base delle testimonianze di un pentito dalla dubbia credibilità, ma faceva propria l’interpretazione dell’episodio proposta dalla leadership mafiosa, che se ne serviva per auto-accreditarsi agli occhi dei gregari. <1033 La Giunta delle autorizzazioni e delle immunità del Senato, ad ogni modo, il 6 maggio 1993 dava parere positivo alla richiesta di procedere contro Andreotti, escludendo la sussistenza di fumus persecutionis nei suoi confronti. Su richiesta dello stesso senatore a vita, il 13 maggio, il Senato concedeva l’autorizzazione. I PM Lo Forte, Natoli e Scarpinato formulavano quindi la richiesta di rinvio a giudizio il 21 maggio 1994, poi disposta dal GIP Agostino Gristina il 2 marzo 1995.
3. Il processo Andreotti
A partire dall’avviso di garanzia per concorso esterno in associazione mafiosa e dalla relativa autorizzazione a procedere, passando per l’inizio del processo, il 26 settembre 1995, fino all’assoluzione in primo grado, il 23 ottobre 1999, la vicenda giudiziaria di Andreotti si intrecciava alla situazione politica italiana. La sua evoluzione era strettamente legata alla fine di Mani pulite e all’ingresso in scena di Berlusconi, che con i suoi canali Fininvest scatenava una violenta campagna di delegittimazione della magistratura (in particolare di quella milanese e di quella palermitana, che indagavano entrambe sui suoi trascorsi) che, col tempo, avrebbe mutato l’orientamento di buona parte dell’opinione pubblica. Anche grazie agli errori e alle debolezze della sinistra, il berlusconismo strumentalizzava la parola d’ordine del garantismo per precipitare il Paese in una vera e propria guerra, senza esclusione di colpi, tra quella che si presentava come la nuova classe politica e un potere giudiziario che - era la sua tesi - minacciava gli interessi economici, personali e le stesse prerogative del presidente del Consiglio. <1034 Già alla fine del 1999, i magistrati di Tangentopoli e dell’antimafia non sarebbero più stati considerati benemeriti della Repubblica, ma “toghe rosse”. Le loro inchieste non avrebbero più rappresentato il doveroso esercizio dell’azione penale per il ripristino della legalità, ma “complotti politici”, mentre i politici della prima Repubblica non sarebbero più stati “ladri, corrotti e collusi con la mafia”, ma “vittime e perseguitati dalla giustizia”. <1035
Nel 1993, tuttavia, i giudici milanesi si erano convinti di aver disegnato la mappa della corruzione dell’intero Paese. La “Tangentopoli siciliana” si sarebbe sviluppata sotto la regia di due successivi protagonisti: prima Siino, forte dei suoi legami con Lima e con Cosa nostra; poi Filippo Salamone, un imprenditore agrigentino che, in seguito all’arresto del primo, era diventato il nuovo punto di riferimento del cosiddetto "tavulinu". <1036 Era emerso che la «mente» della Sirap, la società regionale attraverso la quale politici, mafiosi e imprenditori avevano divorato centinaia di miliardi, era proprio Salvo Lima, che attraverso la sua mediazione aveva suggellato il patto fra Riina e il “comitato di affari”. Che fosse il «manovratore occulto» di mafia e tangenti lo dimostravano due anni di intercettazioni telefoniche, piene delle sue conversazioni con altri esponenti politici, fino ad allora solo sfiorati dall’indagine, e gli stessi amministratori della Sirap. Costituita dopo una lunga serie di riunioni, nel 1983, proprio nella sua segreteria, da qui Lima decideva a chi e in che modo dovevano essere assegnati gli appalti. Ufficialmente l’azienda serviva a sollecitare investimenti ed insediamenti industriali, artigianali e commerciali nel territorio siciliano, ma ben presto, secondo i giudici, l’«artificiosa costruzione giuridica» si era trasformata in un luogo di sperpero e spartizione delle ingenti risorse finanziarie, a tutto vantaggio di politici, amministratori, professionisti ed esponenti della criminalità organizzata. Di interesse rilevante, al riguardo, erano le dichiarazioni di Vincenzo Lodigiani e Claudio De Eccher, uno imprenditore lombardo e l’altro friulano, che dopo esser stati arrestati descrivevano il sistema della gestione lottizzatoria degli appalti imperniato sulle tangenti. <1037 Nelle tasche di Lima erano finiti anche i miliardi della maxitangente Enimont. Una prima conferma veniva da Cirino Pomicino, che nel novembre del 1993 raccontava a Di Pietro tutta una serie di rivelazioni sulla spartizione dei 150 miliardi pagati dal finanziere Raoul Gardini per conto della famiglia Ferruzzi (azionista di maggioranza della Montedison, polo della chimica), perché si arrivasse alla conclusione di un accordo (che non andava in porto) per la fusione con l’ENI. Attraverso Sergio Cusani,  l’intermediario del gruppo, la tangente passava per buona parte, circa 90 miliardi, sotto forma di titoli di Stato. Rendendo ancor più cupa la vicenda, l’ex ministro del Bilancio sorprendeva quindi i magistrati, che gliene contestavano 3 miliardi e mezzo, confessandone più di cinque. In una deposizione in cui Tangentopoli si sposava praticamente con il “manuale Cencelli”, per sconfinare nei misteri di Palermo, Pomicino spiegava che, nel corso di un convegno DC a Milano, nel novembre 1991, aveva consegnato 1 miliardo e mezzo a Lima, come contributo per la campagna elettorale della corrente andreottiana. <1038 Se Gardini non si fosse ucciso, il 23 luglio 1993, e se Lima fosse stato ancora in vita - ha raccontato Di Pietro in una recente intervista pubblicata da L’Espresso - l’europarlamentare democristiano sarebbe quindi sicuramente stato arrestato con l’accusa di associazione mafiosa. Secondo l’ex PM, infatti, Gardini sapeva che, andando a deporre quella mattina al Palazzo di Giustizia di Milano, avrebbe dovuto fare il nome di Lima. Mani pulite è quindi «una storia che andrebbe riscritta», perché, in un binario parallelo al processo sulla trattativa Stato-mafia, nasceva in sostanza dall’inchieste di Falcone e dal rapporto del ROS che, una volta finito nelle mani di Giammanco, a Palermo, sarebbe poi rimasto chiuso in cassaforte. L’obiettivo dei magistrati milanesi, dunque, non era solamente quello di arrivare a Craxi, come tuttora, spesso, ci si limita a raccontare, bensì quello di saldare le loro inchieste con quelle di Palermo e avere gli elementi probatori sufficienti per chiedere al Parlamento l’arresto di Andreotti. Se Gardini non fosse morto, in definitiva, il processo Cusani sarebbe diventato «il processo Mafia-appalti, Andreotti compreso». <1039 I magistrati palermitani, contestualmente, nello stesso 1993 erano convinti di aver raccolto le prove che Andreotti avesse nascosto i suoi rapporti con Cosa nostra e che avesse perfino suggellato l’isolamento prima, l’esecuzione poi, di Dalla Chiesa e Falcone. La sostanza dell’accusa emergeva in numerosi riscontri e testimonianze, che, secondo la Procura, spazzavano via ogni dubbio sull’intreccio dei rapporti che il senatore si ostinava a negare. Che l’esponente democristiano mentisse era dimostrato dall’inverosimiglianza di alcune sue affermazioni. Sui rapporti con Lima, ad esempio, sosteneva di non aver mai avuto «un minimo indizio che vi fosse qualche collegamento da parte sua con persone che non dovessero essere frequentate». Teneva lo stesso atteggiamento davanti alle dichiarazioni di Evangelisti, che aveva raccontato che Lima gli aveva confidato che Buscetta era un suo vecchio amico: né Lima né il suo fidato braccio destro, dichiarava Andreotti, gli avevano mai detto una cosa simile. Evangelisti veniva scaricato pure per le sue dichiarazioni sull’omicidio Mattarella, quando aveva raccontato che Lima gli aveva detto che, «quando si fanno dei patti, vanno mantenuti». Andreotti sosteneva la propria totale innocenza non solo da qualsiasi complicità, ma anche da ogni, per quanto occasionale, frequentazione mafiosa. Metteva quindi in discussione la legittimità dell’accusa, attribuendogli finalità politiche miranti a dimostrare l’esistenza «di una sorta di reato collettivo, compiuto dalla Democrazia cristiana siciliana» e da quella nazionale. A suo sostegno interveniva Berlusconi, secondo il quale il processo al maggior esponente politico dell’ultimo ventennio rappresentava l’ennesimo misfatto da parte della magistratura nonché il segno dell’autolesionistica calunnia italiana utile solamente a danneggiare il Paese agli occhi del mondo. <1040
Per i giudici, però, il senatore mentiva su tutta la linea.
[NOTE]
1028 AP, Senato della Repubblica, Leg. XI, Documenti, Doc. IV n. 102, Domanda di autorizzazione a procedere contro il senatore Giulio Andreotti, 27 marzo 1993, pp. 15-25.
1029 Ivi, Seconda integrazione alla domanda di autorizzazione a procedere contro il senatore Giulio Andreotti, 20 aprile 1993, pp. 8-9.
1030 G. C. Caselli - G. Lo Forte, La verità sul processo Andreotti, cit., pp. 34-42.
1031 La vera storia d’Italia, cit., pp. 761-768.
1032 U. Santino, Guida al processo Andreotti, in «Città d’utopia», novembre 1995, p. 4.
1033 S. Lupo, Che cos’è la mafia, cit., p. 47. Durante il programma di protezione dei testimoni, tra il 1995 e 1997, Di Maggio tornò nella sua città natale e cominciò a farsi vendetta contro gli uomini del clan di Giovanni Brusca. Quando fu arrestato nuovamente, il 14 ottobre 1997, lo scandalo fu tale che avrebbe finito per danneggiare il programma di aiuto testimoni e il processo contro Andreotti.
1034 G. Crainz, Autobiografia di una Repubblica. Le radici dell’Italia attuale, Donzelli, Roma 2009, p. 205. Sul berlusconismo ci si limita a citare Giovanni Orsina, Il berlusconismo nella storia d’Italia, Marsilio, Venezia 2013.
1035 G. Galli, Il prezzo della democrazia. La carriera politica di Giulio Andreotti, Kaos, Milano 2003, pp. 251-253.
1036 Gianni Barbacetto - Peter Gomez - M. Travaglio, Mani pulite 25 anni dopo. Per chi non c’era, per chi ha dimenticato, per chi ha ancora le mani sporche, PaperFirst, Roma 2018, pp. 283-284.
1037 Francesco Viviano, Era Salvo Lima il re di “mafiopoli”, in «la Repubblica», 28 maggio 1993.
1038 Gianluca Di Feo, Pomicino: diedi a Lima titoli avuti da Sama, «Corriere della Sera», 26 novembre 1993. Sull’espressione giornalistica, che allude all’assegnazione dei ruoli politico-governativi agli esponenti dei vari partiti in base al loro peso, cfr. R. Venditti, Il manuale Cencelli. Il prontuario della lottizzazione democristiana: un documento sulla gestione del potere, Editori riuniti, Roma 1981.
1039 S. Turco (colloquio con A. Di Pietro), Vi racconto la vera storia di Mani Pulite, in «L’Espresso», 19 gennaio 2020.
1040 G. Andreotti, Cosa loro, cit., p. 5.
Vincenzo Cassarà, Salvo Lima. L’anello di congiunzione tra mafia e politica 1928-1992, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Firenze, 2019

domenica 28 aprile 2024

La prima forma di violenza sarebbe stata quella «insurrezionale»


Finita la guerra si apre il periodo dei conti con il passato. Il passaggio dalla guerra alla pace infatti necessita di chiudere col passato di guerra e con la dittatura, e di transitare verso un nuovo ordine di pace e un nuovo governo democratico.
Come in ogni transizione, anche nella vicenda italiana, si possono distinguere diverse fasi, quella della resa dei conti, quella dei processi e quella della riconciliazione. Ogni momento è animato da motivazioni e emozioni diverse: la vendetta, la volontà di giustizia, quella di dimenticare e di pacificare il paese. Se i primi due stadi guardano al passato, la pacificazione mira al futuro. La giustizia di transizione infatti è un fenomeno complesso, ed assolve un duplice ruolo, essendo pervasa da un misto di propositi retrospettivi e programmatici. Da una parte infatti nella fase di passaggio l’obbiettivo principale da perseguire è quello di punire i responsabili di crimini di guerra o di regimi politici autoritari, di vendicare e rendere giustizia alle vittime, segnando una rottura e una separazione con il passato.
Francesca Gori, Ausiliarie, spie, amanti. Donne tra guerra totale, guerra civile e giustizia di transizione in Italia. 1943-1953, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013

Se la delinquenza comune aveva destato preoccupazioni a ragione del mutamento qualitativo e quantitativo, un ulteriore fattore destabilizzante aveva riguardato la componente resistenziale. Infatti, le bande criminali avevano occasionalmente incluso individui riconoscibili come partigiani, sia per l’abbigliamento e la presenza di simboli politici apparentemente inequivocabili - come il fazzoletto rosso -, sia perché noti sul territorio. Non si trattava di un fenomeno eccezionale: le circostanze del dopoguerra avevano fatto sì che tutte le categorie di combattenti attive durante il conflitto, dagli alleati agli ex-fascisti, avessero poi alimentato le fila della delinquenza. Tuttavia, la deriva delinquenziale di una minoranza partigiana, ampiamente ribadita dalla stampa locale, aveva avuto un grande impatto sull’immaginario pubblico e aveva fatto leva sulla diffidenza e il sospetto ancora diffusi a livello popolare nei confronti dei patrioti; i dirigenti partigiani e i CLN locali erano quindi stati costretti ad affrontarlo pubblicamente, ribadendo la moralità del movimento e l’alterità rispetto alle sue derive degradanti derive. <51 In alcuni casi l’abbigliamento aveva costituito un escamotage utilizzato dai ladri o dai rapinatori per muoversi indisturbati e suscitare negli interlocutori qualsiasi sentimento permettesse loro la riuscita del colpo, fosse questo il rispetto, la fiducia o la paura; occasioni simili avevano permesso ai patrioti di prendere le distanze dagli episodi con facilità. <52 Tuttavia, talvolta si era trattato realmente di patrioti e partigiani combattenti e queste situazioni avevano ulteriormente complicato il processo di legittimazione della Resistenza, iniziato dai Comitati durante il conflitto. La sezione bolognese del «Giornale dell’Emilia», ad esempio, il 25 agosto 1945 aveva pubblicato un articolo dal titolo "Particolari sui 14 arresti avvenuti a Crevalcore", in merito all’azione condotta dalle forze dell’ordine per «stroncare la delittuosa attività di una banda bene organizzata», responsabile di continui furti, grassazioni e rapine. <53 Tra gli arrestati comparivano 9 ex partigiani. In questo caso specifico, un altro gruppo di resistenti locali aveva coadiuvato l’azione dei Carabinieri di San Giovanni in Persiceto, dando al giornale l’occasione per distinguere i «veri paladini di una nuova giustizia» dai criminali, arrestati a dispetto della vita condivisa in montagna. <54 Un secondo episodio esplicativo è quello di Savigno (BO), che l’11 dicembre 1945 era stato teatro di una serie di rapine che avevano simultaneamente coinvolto due banche, le poste e l’ANPI. Le vie di accesso al paese erano state tutte bloccate, i carabinieri erano stati disarmati e due di loro - un brigadiere e un appuntato - erano stati minacciati di morte. All’azione, che secondo i responsabili aveva lo scopo di raccogliere il denaro necessario per la sepoltura dei partigiani caduti in zona, avevano partecipato anche ex partigiani. L’esperienza aveva poi condizionato le scelte politiche del paese, che alle elezioni successive aveva espresso una massiccia preferenza per la DC. <55 La frequenza e la risonanza di questi episodi avevano condotto a prese di posizioni del movimento resistenziale. Era scattata una vera e propria caccia al “falso partigiano”, condotta a livello sociale e mediatico, ma anche tra le stesse istituzioni. La questione della moralità della Resistenza si era confermata in questo senso fondamentale e discriminante.
[...] Pur riconoscendo l’eterogeneità del fenomeno, che ha raccolto al proprio interno istanze differenti in conformità con i tempi e le specificità locali, l’analisi proposta da Mirco Dondi nell’ambito della sua ricerca sulla «lunga liberazione» ha offerto un quadro di riferimento funzionale alla sommaria comprensione della dinamica, basata sull’intensità delle violenze e sull’estensione cronologica. <62 In conformità con l’analisi proposta dall’autore, la prima forma di violenza sarebbe stata quella «insurrezionale», approssimativamente collocata tra il 20 aprile e il 10 maggio 1945 e caratterizzata dalle mobilitazioni popolari e partigiane proprie del contesto urbano a ridosso della Liberazione, così come dalle esecuzioni di fascisti e collaborazionisti coeve o immediatamente successive. <63 Corrispondeva dunque all’esplosione del livore accumulato durante il ventennio e nel biennio della guerra civile, che tendeva ad indirizzarsi verso figure note e riconosciute dall’opinione pubblica o dai partigiani come collaboratori degli occupanti o della RSI, per «ripulire» il Paese una volta per tutte. <64 Questa prima fase aveva coinvolto sia le forze partigiane che i civili fino ad allora estranei alla guerra di liberazione, che quindi non avevano compiuto la scelta radicale di combattere per la Resistenza e che non si erano adoperati per essa. Si trattava in questo senso di esplosioni di violenza causate dal ricordo e dalle conseguenze delle devastazioni e dei soprusi, ma anche di episodi connessi con la volontà di rivendicare la propria partecipazione all’insurrezione, prima che il conflitto volgesse al termine. I linciaggi e le umiliazioni pubbliche inflitte ai compatrioti e alle compatriote - talvolta compaesani e compaesane - avevano quindi dato sfogo alle tensioni e contemporaneamente rappresentato un rituale simbolico di riappropriazione della sovranità a fronte di uno Stato ancora assente e di purificazione e ricostituzione della comunità di appartenenza. <65
[NOTE]
51 Cfr. Mirco Dondi, op. cit., 2004, pp. 81-90.
52 Mirco Dondi, op. cit., 2004, p. 88. Sulla questione si vedano anche le analisi coeve al fenomeno in: Alessandro Trabucchi, I vinti hanno sempre torto, Torino, De Silva, 1947, p. 240. In merito ad alcuni episodi avvenuti nel reggiano: Vittorio Pellizzi, Trenta mesi: Appunti e documenti sulla lotta di liberazione e sulla prima ricostruzione nella provincia di Reggio Emilia, Reggio Emilia, Poligrafica Reggiana, 1954, pp. 14-16 e pp. 34-36.
53 [s.a.], Particolari sui 14 arresti avvenuti a Crevalcore, «Giornale dell’Emilia», 25.8.45.
54 Ibidem.
55 Archivio Istituto Parri, Bologna, Fondo Leonida Casali, b.35, f. 18.
62 Mirco Dondi, La lunga liberazione: Giustizia e violenza nel dopoguerra italiano, Editori Riuniti, Roma, 2004.
63 Ivi, p. 8 e p. 91.
64 Cfr. Simeone Del Prete, Il partito comunista italiano dinanzi al «Processo alla Resistenza»: Il Comitato di Solidarietà Democratica e la difesa degli ex-partigiani (1948-1953), tesi di Dottorato, A.A. 2018/2019, Tutor: Gianluca Fiocco, inedita, p. 36; Mirco Dondi, op. cit., 2004, p. 91.
65 Cfr. Toni Rovatti, Ansia di giustizia e desiderio di vendetta. Esperienze di punizione nell’Italia del Centro-nord, 1945-1946, in Enrico Acciai et al., op. cit., p. 79.

Lidia Celli, Giudicare, punire, normalizzare: collaborazioniste e partigiane tra Bologna, Forlì e Ravenna (1944-1955), Tesi di dottorato, Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”, Anno Accademico 2021-2022

“Se i fascisti avevano tanto spesso realizzato la “messa in scena della morte”, il desiderio di chiudere i conti con chi ha insanguinato la propria terra, dopo averla tenuta vent'anni sotto una dittatura, richiede una “messa in scena della vendetta” <968, attraverso linciaggi pubblici, bastonature di prigionieri costretti a passare tra due ali di folla inferocita o “rinchiusi significativamente in gabbie usate solitamente per il trasporto dei suini, e avviati a una tragica tournée nei paesi limitrofi, una “esposizione della colpa” che precede la eliminazione fisica dei condannati, eliminazione che però non avviene pubblicamente ma si traduce nella sparizione nel nulla anche dei cadaveri” <969.
Sono tanti coloro che, a ruoli invertiti, devono bere l'olio di ricino e pulire le latrine. E sono anche tanti i fascisti costretti a compiere la “marcia della vergogna”, tra insulti, urla, botte. Qualcuno riesce a salvarsi <970, qualcun altro viene ucciso a bastonate e poi bruciato. È quanto accade ad un sottufficiale della Guardia Nazionale Repubblicana, riconosciuto e inseguito da un gruppo di donne, negli stessi luoghi in cui, un anno prima, i nazisti hanno compiuto un massacro: “[…] Gli uomini, compreso il parroco e il medico, in tutto 80 individui, vennero condotti ed ammassati nella piazza del paese […] Uno dei disgraziati tentò di fuggire. Una scarica di mitraglia lo raggiunse e cadde esanime […] Compiuta la strage, gli agonizzanti e i feriti vennero finiti a colpi di pistola. Quell'ammasso di cadaveri venne ricoperto con delle lenzuola, sopra le quali vennero poste delle ramaglie secche e del legname. Tutto venne cosparso di benzina ed incendiato […] Alla popolazione, o meglio alle sole donne rimaste venne impedito per tre giorni di recuperare le salme dei loro cari. I tedeschi rispondevano che lo spettacolo doveva essere visto dagli inglesi […]” <971.
Le donne sono artefici della vendetta ma anche oggetto di punizioni simboliche. In un paese abruzzese, i carabinieri arrestano, per metterla in salvo da una folla di circa 3.000 persone, una ragazza di ventiquattro anni accusata di essere stata l'amante del comandante tedesco e di aver denunciato quattro persone, in seguito fucilate dai nazisti. La caserma, però, viene assaltata e la ragazza viene “afferrata, trascinata nella piazza antistante, massacrata a colpi di scure, di coltello e di altri corpi contundenti dopo essere stata denudata. Ancora viva fu legata con una fune al di sopra del ginocchio destro ed appesa ad un ramo dell'unico albero esistente sulla piazza, nuovamente colpita con bastoni e con sassi fino alla sua morte, avvenuta mezz'ora dopo” <972.
Molte donne sono sottoposte alla completa rasatura dei capelli, spesso in pubblico, così come avviene anche in altri paesi europei. Si tratta di una punizione simbolica che tende a “mettere a nudo” una colpa commessa ai danni della comunità di appartenenza, a volte attraverso la delazione, e a vantaggio degli occupanti con i quali sono intercorsi rapporti di “collaborazione” <973.
C'è, in questi comportamenti, una dimensione pubblica della pena, commisurata ai reati compiuti o dei quali si è accusati. Tutti devono e vogliono vedere e partecipare. La stessa violenza diventa anche rappresentazione e “spettacolo”, attraverso un percorso di espiazione dei colpevoli e di rigenerazione della comunità. Giuseppe Sidoli, responsabile del carcere dei Servi, luogo di prigionia e di torture compiute dai fascisti a Reggio Emilia, viene ucciso a seguito di un pestaggio e il suo corpo, seguito dalla folla, attraversa le strade del centro fino al cimitero <974.
Anche le esecuzioni devono essere pubbliche, in un clima di vendetta e di “festa”: “Chi disgrazieè lè [quei delinquenti] andavano fucilati in piazza, non al poligono. Al poligono? Lo stesso posto dei Cervi e di don Pasquino? Non gli andava fatto un onore così […] io li ho conosciuti […] andavano fucilati in piazza, a mezzogiorno, con la banda” <975.
La folla assiste alla celebrazione della “giustizia”, sia nella versione “popolare” sia nella versione ufficiale dei tribunali. È presente nelle aule in cui si svolgono i processi, fa sentire tutto il suo peso, quasi fisico, la sua rabbia a lungo repressa, ora libera di esplodere e di travolgere il debole diaframma che si frappone tra la Corte e il pubblico, tra il pubblico e gli imputati, tra la procedura formale e la “verità” sostanziale. Si ha difficoltà a contenere questa folla che reclama giustizia e grida vendetta. Nelle sue urla, quasi un prolungamento del dolore patito negli anni del fascismo e della guerra, c'è già la sentenza ritenuta giusta. È, quasi sempre, una sentenza di morte. In alcuni casi, precede quella emessa dal tribunale. A Brescia, “il più feroce rastrellatore fascista, Ferruccio Sorlini, viene ucciso durante il dibattimento da un carabiniere che gli spara una raffica di mitra; subiscono un linciaggio che li porta alla morte anche due imputati, rispettivamente a Padova e a La Spezia” <976. Proprio a La Spezia, “la stessa sentenza di morte non viene considerata sufficiente dal pubblico. Temendo infatti un annullamento della condanna, il pubblico […] uccide nella gabbia l'ex brigatista nero Mario Passalacqua” <977.
Spesso la sentenza di morte è emessa al di fuori delle aule di tribunale e viene eseguita con modalità diverse anche in relazione ai “colpevoli”. Nella notte tra il 6 e il 7 luglio 1945 un gruppo di partigiani compie un'irruzione nel carcere di Schio, preleva un gruppo di detenuti e li uccide a raffica di mitra. I morti sono oltre cinquanta e numerosi sono i feriti. Si tratta di una esecuzione pianificata e insensata che suscita sdegno e condanne anche all'interno del variegato fronte partigiano, tra le forze politiche nazionali e negli ambienti alleati. La comunità vicentina è però divisa e lo sarà anche in seguito. I figli di una delle vittime così ricorderanno quegli avvenimenti: “La massa a Schio odiava quelli che erano stati uccisi, questa è la verità. Fu una rivelazione. E diventò impossibile continuare a stare là […] Pensi che il giorno dopo, quando passarono le cinquantatrè bare, non fermarono neanche le giostre […] Mia madre in chiesa, in cimitero, davanti a quelle cinquantatrè bare ha avuto il coraggio di alzarsi in piedi e dire: “Di fronte a tutte queste vittime dobbiamo giurare che perdoniamo”. Io l'avrei uccisa. Ancora oggi quando c'è una massa di persone io non resisto, devo scappare via […] Le donne che gridavano, quell'atmosfera d'odio […]” <978.
[NOTE]
968 Massimo Storchi, Combattere si può vincere bisogna. La scelta della violenza fra Resistenza e dopoguerra (Reggio Emilia 1943-1946), Marsilio, Venezia, pp. 102-103.
969 Ivi, p.103.
970 “Ogni metro un insulto. Ogni metro una valanga di botte […] apparvero le prime case di Sondrio. La folla si infittì. Un urlo continuo, prolungato, ossessionante ci accompagnò in quell'ultimo tratto”, Giorgio Pisanò, Io fascista. La testimonianza di un superstite, Il Saggiatore, Milano 1997, p. 71.
971 ACS, Presidenza del Consiglio dei Ministri 1944-1947, f. 19-13/12545, Eccidio e atrocità tedesche a Castelnuovo dei Sabbioni (Arezzo). Testimonianze firmate, citato in Guido Crainz, Il dolore e la collera: quella lontana Italia del 1945, cit., pp. 258-259.
972 Rapporto dei Carabinieri, in ACS, MI PS AGR 1944-1946, b. 75, f. 1/55/2/28, citato in Guido Crainz, Il dolore e la collera: quella lontana Italia del 1945, cit., p. 256. “Qualche anno dopo un sindaco decise di sradicare quell'albero: unico albero della piazza ed elemento della sua identità, ma anche luogo in cui si era consumata la parte finale della tragedia. Qui è forte la tentazione di abbandonare la ricostruzione storica per la metafora: sembra quasi che la piazza debba mutilarsi di una parte di sé per mutilarsi di memoria. Ma deve mutilarsi di memoria per poter continuare ad essere piazza, luogo collettivo, sede di memoria. Luogo di storia che può convivere con la propria storia solo rimuovendola”, ivi, p. 257.
973 “Ne hanno poi tosata un'altra che l'avevano pescata che insegnava ai fascisti dove erano andati i partigiani. L'hanno tosata proprio vicino a casa mia. E poi buona grazia che le hanno solo tosato i capelli, perché se i fascisti prendevano i partigiani gli tagliavano la testa, mica i capelli”. Testimonianza riportata in Mirco Dondi, La lunga liberazione. Giustizia e violenza nel dopoguerra italiano, cit., p.127.
974 “Mi ricordo bene quella cosa lì, quando s'è sparsa la voce 'Han masè Sidoli …[hanno ucciso Sidoli]', la gente che correva al cimitero perché voleva vedere, chi gli sputava addosso, chi rideva, una donna, piccoletta, col fazzoletto in testa a dire 'L'è ancora poc [è ancora poco]'. Era la gente che non ne poteva più […] non è stato bello […] ma anch'io forse avrei fatto lo stesso […] ma ero in divisa e allora cercavo di tenerli indietro”. Testimonianza riportata in ivi, p.116.
975 Gabriele Ranzato, Un evento antico e un nuovo oggetto di riflessione, in Guerre fratricide. Le guerre civili in età contemporanea, a cura di Gabriele Ranzato, Bollati Boringhieri, Torino 1994, p. IV, citazione riportata in ivi, p.117.
976 Mirco Dondi, La lunga liberazione. Giustizia e violenza nel dopoguerra italiano, cit., p.50 e p.212, nota 90.
977 Ivi, p. 55
978 Silvano Villani, L'eccidio di Schio, Mursia, Milano 1994, p. 67. Citato da Guido Crainz, Il dolore e la collera: quella lontana Italia del 1945, cit., p.268. Su questi avvenimenti vedi: Sarah Morgan, Rappresaglie dopo la Resistenza. L'eccidio di Schio tra guerra civile e guerra fredda, Bruno Mondadori, Milano 2002; Ezio Maria Simini, … e Abele uccise Caino. Elementi per una rilettura critica del bimestre della “resa dei conti”. Schio 29 aprile-7 luglio 1945, B.M. Marcolin, Schio 2000; Sentenza pronunciata dalla corte di assise di Milano per l'eccidio di Schio: Milano, 13 novembre 1952, Tipografia F. Meneghini, Thiene 1987; Giuseppe Mugnone, Operazione Rossa. Analisi storica degli eccidi e dei delitti isolati compiuti in Italia dal 1945 al 1948, Tip. Gori di Tognana, Padova 1959. Sottotitolo in copertina: Il processo della Corte alleata per l'eccidio di Schio. Vedi anche: Archivio dell'Istituto Storico della Resistenza di Vicenza, Sezione “Il dopoguerra nel vicentino”, sottosezione “L'eccidio di Schio (luglio 1945)”. 1 busta contenente: Cartella 1. Documenti e cronache sull'eccidio di Schio. Cartella 2. Relazione medica sui feriti dell'eccidio. Cartella 3. Promemoria Legione Carabinieri sull'eccidio. Cartella 4. Interrogatori condotti da John Valentino [agente della V Armata americana che conduce l'inchiesta]. Cartella 5. Processo del 1945. Cartella 6. Articoli 1948-1949 sull'eccidio. Cartella 7. Articoli sull'eccidio di Schio 1950-2000. Cartella 8. Sulla morte di Germano Baron (“Turco”) [Comandante partigiano, Medaglia d'oro al Valor Militare]. Più in generale vedi: Elena Carano, Oltre la soglia. Uccisioni di civili nel Veneto 1943-1945, Cluep, Padova 2007.

Antonio Gioia, Guerra, Fascismo, Resistenza. Avvenimenti e dibattito storiografico nei manuali di storia, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Salerno, Anno Accademico 2010-2011