giovedì 14 maggio 2026

In febbraio venne fermato Paolo Bianchi, insieme a due personaggi della banda di Renato Vallanzasca


Un tentativo di accelerazione armata, in realtà, si era già verificato tra i “superstiti” ordinovisti nei primi mesi del 1975, con la costituzione del Fronte Unitario per la Lotta al Sistema (FULAS), sigla con cui furono rivendicati alcuni attentati dinamitardi a Roma, Palermo, Catania e Reggio Calabria tra il gennaio e l'aprile di quell'anno. A Roma gli attentati furono direzionati contro l'avvocato Eduardo Di Giovanni, membro della segreteria di coordinamento nazionale di Soccorso Rosso, il giornalista della RAI Willy De Luca ed il direttore de «Il Borghese» Mario Tedeschi rispettivamente il 16, il 18 ed il 30 gennaio <199. La ridondante sigla coniata per quegli attentati, nonché il tono delle rivendicazioni di essi iniziarono a riprendere le tematiche di alleanza tattica tra rivoluzionari di destra e sinistra. Nel volantino che rivendicava l'attentato all'avvocato Di Giovanni la nascita del FULAS era motivata dalla necessità di abbandonare “schematismi ideologici e rapporti politici” al fine di lottare “con tutti i mezzi, nessuno escluso, per portare il colpo mortale ai partiti e ai gruppi con cui s'identifica il sistema” <200. Analogamente, nella rivendicazione dell'attentato al direttore de «Il Borghese», in cui Tedeschi (senatore missino, ex militante dei FAR nel dopoguerra e del MPON) veniva indicato come “ex confidente dell'ufficio affari riservati e spia al soldo dei servizi segreti sovietici”, i tre obiettivi delle azioni dimostrative sono accusati di essere servi di un sistema di cui viene invocata la morte <201.
Tuttavia il tentativo di imprimere una prospettiva realmente “lottarmatista” lo fece Concutelli dopo essere tornato a Roma dalla Corsica nella primavera del 1976; l'obiettivo venne identificato nel sostituto procuratore Vittorio Occorsio, come detto titolare delle inchieste sulla destra romana ma anche, per lo stesso Concutelli, “uno degli ingranaggi di quel meccanismo che si era messo in moto per stritolarci, per tagliare fuori dalla vita politica italiana buona parte dei neofascisti. Secondo il nostro punto di vista, Vittorio Occorsio era il braccio armato della DC” <202. Il 10 luglio del '76, Concutelli e Gianfranco Ferro, un ordinovista tarantino, a bordo di una Fiat 124 attesero l'auto del magistrato in via del Giuba, al quartiere africano, all'angolo con via Mogadiscio dove Occorsio abitava. Al passaggio dell'auto, verso le otto e mezza della mattina, Concutelli si avvicinò di corsa e sparò due raffiche di mitra contro il magistrato <203. Il linguaggio usato nei volantini di rivendicazione lasciati nell'auto è a tratti molto somigliante a quello delle Brigate Rosse che, un mese prima, avevano ucciso a Genova il procuratore generale Francesco Coco ed i due agenti della sua scorta: "La giustizia borghese - recita il volantino di Concutelli - si ferma all'ergastolo, la giustizia rivoluzionaria va oltre. Il tribunale speciale del Mpon ha giudicato Vittorio Occorsio e lo ha ritenuto colpevole di avere, per opportunismo carrieristico, servito la dittatura democratica perseguitando i militanti di Ordine Nuovo e le idee di cui essi sono portatori […] L'atteggiamento inquisitorio tenuto dal servo del sistema Occorsio non è meritevole di alcuna attenuante […] La sentenza emessa dal tribunale del Mpon è di morte e sarà eseguita da uno speciale nucleo operativo. Avanti per l'Ordine Nuovo!" <204.
L'intento di Concutelli di indirizzare i gruppi residui del MPON verso una lotta armata sul modello delle Brigate rosse (da cui pure volle distinguersi, attendendo per l'attentato il giorno in cui non fosse presente la scorta di Occorsio <205), tuttavia, naufragò abbastanza in fretta. Il gruppetto si rese protagonista due settimane dopo l'omicidio di due rapine: nella villa di un collezionista di armi a Tivoli (durante la quale venne ucciso il genero del collezionista), ed all'ufficio cassa del ministero del Lavoro, in via Flavia (che fruttò un bottino di ben 460 milioni), rispettivamente il 23 ed il 26 luglio <206. Ma già in ottobre vennero arrestati Vincenzo Pugliese, un ex militante del MPON passato
al MSI dopo lo scioglimento, Pasquale Damis e Gianfranco Ferro, del gruppo di Concutelli. Questi sfuggì all'arresto, che tuttavia arrivò nel giro di quattro mesi. In febbraio venne fermato Paolo Bianchi, da poco entrato nel gruppo di Concutelli, insieme a due personaggi della banda di Renato Vallanzasca. Interrogato, finì per confessare ed indicò il nascondiglio di Concutelli dove l'indomani “l'intero Ufficio politico della Questura di Roma, e tutti gli operativi del servizio di sicurezza del Viminale” <207 lo arrestarono <208.
Della breve (e sanguinosa, con due uccisioni in due settimane) parabola delle velleità di un gruppo armato neofascista sul modello brigatista restò poco e niente. Anche gli equilibri interni del gruppo ordinovista romano, con l'esautoramento di Signorelli messo in atto da Concutelli nell'agosto 1976, sulla base di una leadership conquistata letteralmente sul campo, subirono una scossa molto forte, ma si assestarono. Rimasto nuovamente l'unico personaggio di spicco della classe dirigente ordinovista, infatti, Signorelli recuperò a sé gli uomini che nella prova di forza imposta da Concutelli si erano schierati con quest'ultimo. Ciò che ne uscirà rafforzata fu la linea della predicazione dell'alleanza contro il sistema, tematica che, come visto, pur tra molte contraddizioni era presente nell'ambiente neofascista romano da quasi un decennio e che Signorelli aveva portato avanti con l'esperienza di Lotta popolare. Lo stesso Concutelli nel 1989 dichiarerà in tribunale: “Tra me e la sinistra c'è un'unica differenza: io non mi riconosco nella terza internazionale, quindi il centralismo democratico, e di conseguenza il centralismo operaio per me sono cose non utili, utopie […] per il resto andava benissimo la rivoluzione sociale” <209. 
Al rafforzarsi dell'idea della convergenza aveva contribuito anche la diffusione in quegli anni del pamphlet del 1969 di Franco Freda, "La disintegrazione del sistema", in cui veniva esplicitamente teorizzata la costruzione di una sorta di Stato popolare di ispirazione platonica (che viene definito “il vero Stato”) da attuarsi a livello operativo attraverso l'abbattimento della democrazia borghese; l'appello era rivolto a tutte le forze antisistemiche radicali. "Noi" - scrive Freda - "vogliamo rivolgerci a coloro che rifiutano radicalmente il sistema, situandosi oltre la sinistra di questo, sicuri che anche con loro potrà essere realizzata una leale unità di azione nella lotta contro la società borghese. È vero che per costoro, che non accolgono affatto premesse metafisiche, che non perseguono affatto il mito del vero Stato, per costoro, il segnare direzioni super-umane, metapolitiche e metastoriche e l'evocare una «realtà» superiore ravvisando in questa tutti i caratteri di verità, indicherà la presenza di una sublimazione - se non, addirittura, di una affezione schizofrenica. Ma è anche - e soprattutto - vero che, prescindendo dalle fonti di derivazione dottrinale - superumane, metapolitiche, metastoriche, per noi; esclusivamente umane, storiche, sociali, per costoro - l'obiettivo che forma il compito politico e anima l'agire nell'ordine storico temporale risulta per entrambi il medesimo: distruggere il sistema borghese. Che identica rimane l'esigenza di organizzare la vita dello Stato al di fuori della dialettica economica borghese; che in eguali termini di necessità si pone l’aspirazione a schiantare le strutture classiste su cui la borghesia poggia il proprio pre-potere; che il medesimo desiderio di lotta spinge e mobilita entrambi a reintegrare l'uomo - reso libero dai vincoli alienanti che la dittatura borghese gli ha imposto - nelle libertà e dignità che gli competono" <210.
[NOTE]
199 Cfr. Attentato dinamitardo contro l'appartamento di un avvocato, in «l'Unità», 17/1/1975; Bomba esplode contro la casa del direttore del Telegiornale, ivi, 19/1/1975; Senatore del msi prende a calci bomba che scoppia, in «La Stampa», 30/1/1975.
200 Citato in N. Rao, Il piombo e la celtica, cit., p. 71. Per gli attentati romani del FULAS la Corte d'assise d'appello di Roma condannerà per cospirazione politica il solo Signorelli, seppure in concorso con ignoti. Cfr. ivi, pp. 70-72.
201 Cfr. ibidem e ACS, MI, PS, Cat. G, b. 326, fasc. “Fronte Unitario di Lotta al Sistema”, nota della Questura di Roma n. 050132/UP, Fronte Unitario di Lotta al Sistema, 31/1/1975, allegato.
202 P. Concutelli, Io l'uomo nero, cit., p. 109.
203 Cfr. tra gli altri ivi, pp. 111-115 e ACS, MI, GAB (1976-1980), b. 43, fasc. “Ordine e sicurezza pubblica Roma e provincia (2° fascicolo)” s. fasc. “Occorsio dr. Vittorio. Procuratore della Repubblica. Omicidio”, nota del Gabinetto
del ministro, 10/7/1976.
204 Citato tra gli altri ivi, p. 114.
205 Cfr. F. Ferraresi, La destra radicale, cit., pp. 73, 108-109.
206 Cfr. ibidem.
207 N. Rao, Il piombo e la celtica, cit., p. 96.
208 Concutelli resterà in carcere fino al marzo del 2009, quando gli sono stati concessi gli arresti domiciliari per gravi condizioni di salute. L'aggravarsi dello stato clinico ha portato nel marzo 2011 alla sospensione della pena.
209 Archivio Radio Radicale, Registrazione n. 29783, cit., 1:35:10-1:35:36.
210 F.G. Freda, La disintegrazione del sistema, Edizioni di AR, s.l., 1969, p. 67.
Carlo Costa, "Credere, disobbedire, combattere". Il Neofascismo a Roma dai FAR ai NAR (1944-1982), Tesi di dottorato, Università degli Studi della Tuscia - Viterbo, 2014

domenica 3 maggio 2026

Un'ispezione ai partigiani garibaldini delle Langhe


Anche il Comitato di Torino si preoccupa di informare le brigate del corretto comportamento da tenersi di fronte alla popolazione, perché «bisogna togliere […] la sensazione che il Partigiano organizzi orgie, bisogna impedire che i Partigiani fuggono il nemico perché amano la vita comoda». La comunicazione del CLN affronta anche il tema delle requisizioni, che vengono realizzate «senza rilasciare il relativo buono» e «con metodi tutt'altro che desiderabili che urtano la popolazione». È da leggere in relazione alla precedente la comunicazione che il Comando della VI divisione invia ai commissari politici della 16ª e della 48ª brigata il 18 dicembre [1944]. Il Comando infatti denuncia che in "quest'ultimo periodo non solo non si è fatto alcun progresso in questo senso [in materia di disciplina, NdA], ma si è verificato un rilassamento pressochè [!] generale". <549 Pur giustificando i partigiani della propria divisione, ritenendo che il generale «[rilassamento] è dovuto, in principal modo, a cause del tutto contingenti», il commissario di divisione invita quelli di brigata a «reagire e prendere tutte le misure che riterrete necessarie per superare questo stato di cose». Ma in una nuova comunicazione dello stesso comando, sempre diretta ai commissari, del gennaio successivo, i richiami alla disciplina delle brigate vertono, oltre che sui medesimi argomenti, anche sullo spreco di munizioni in «sparatorie senza motivo», sul «vestiario dei garibaldini» e sul «gioco d'azzardo». <550
Il controllo sulle brigate non avviene solo per mezzo di lettere e comunicazioni. Le Garibaldi infatti hanno una ramificata struttura di commissari e ispettori che provvedono a informare i comandi di divisione dei vari problemi che deve affrontare una determinata brigata. Non ci è stato possibile consultare la totalità delle relazioni prodotte di volta in volta dai commissari, né di trovarne in numero tale da poter delineare per ogni periodo lo stato delle diverse brigate. Per il periodo settembre-ottobre '44, che risulta essere molto importante nel contesto delle relazioni tra formazioni partigiane nelle Langhe, abbiamo a disposizione le relazioni prodotte da “Andreis”, in qualità di ispettore delle brigate 16ª, 48ª e 78ª. L'analisi che l'ispettore compie ci offre la possibilità di vedere più nello specifico i caratteri che determinano l'identità di quei gruppi e ci consentirà di far emergere quelle specificità che contraddistinguono ogni singola banda. “Andreis”, che visita le varie brigate durante il mese di settembre, trova una situazione alquanto deludente sul piano politico, meno problematica invece a livello militare. Come abbiamo detto sopra, nel paragrafo dedicato al ruolo dei commissari, alla divisione manca quasi totalmente un efficiente commissariato che - secondo l'ispettore - ha causato i problemi di indisciplina e «incomprensioni e deficienze politiche che creano ed alimentano diffidenze tra la popolazione e verso le altre formazioni». <551 “Andreis” si riferisce ai «fazzoletti rossi, stelle rosse, falci e martelli, canti, saluti col pugno, chiacchiere sulla rivoluzione e contro i preti, requisizioni non sempre ben fatte, cattivo trattamento verso la popolazione, ecc.» che, seppur opera di alcuni, gettano discredito tra la popolazione e tra le formazioni vicine. Questi fenomeni, diffusi - sembra di capire - in tutta la divisione, interessano in particolare la 78ª brigata. <552
“Andreis” stesso ci spiega il motivo di questa particolarità. Abbiamo già avuto modo di vedere la figura di “Primo”, la sua formazione, il suo carattere e come questi elementi avessero determinato lo spirito del gruppo. Sono soprattutto i segni esteriori che adottano i membri della brigata, «ognuno portano [sic] falce e martello, [...] scolpiti su ogni fucile», <553 a preoccupare “Andreis” e a fargli ritenere necessaria una “depurazione”, del gruppo, da questi simboli e, del comandante, da atteggiamenti devianti rispetto alla linea di unità e apertura delle Garibaldi; tanto più che agli inizi di settembre il CLNAI aveva invitato tutti i comandi a uniformare le proprie formazioni dal punto di vista dei comportamenti e del vestiario, e il CBG [Comando Generale Brigate Garibaldi] aveva stabilito «che il saluto per tutti i partigiani sia il saluto militare come nell'esercito regolare sia a capo coperto che scoperto. "Il saluto é [sic] segno di educazione e di rispetto nonché di disciplina. I comandi in oggetto dispongono che tali direttive siano rispettate; affinché al passaggio di Comandanti gli uomini salutino in modo dovuto. Il distintivo ufficiale dei 'Garibaldini' é [sic] la stella a cinque punte (punte color rosso, sfondo bianco e centro verde) come già in gran parte distribuite ai Distaccamenti. Tali stelle devono essere applicate sul lato sinistro della giubba sopra il taschino. Tutti gli altri distintivi ed emblemi (ad eccezione di quelli di grado) devono scomparire". <554 Ritornando alla visione complessiva della divisione, vediamo che “Andreis” denuncia tendenze autonomistiche dei vari distaccamenti "vi è ancora troppo la tendenza a considerarsi “bande” e non distaccamento, parte integrante di Brigate che compongono una Divisione". Tendenze che “Andreis” nota essere presenti anche nella 48ª, «forse più spiccate che nelle altre Brigate, determinate in parte anche dal buon armamento e da un certo arrivismo di qualche comandante di distaccamento». Questa brigata, che secondo la relazione presa in esame risulta essere la più forte, deve parte della sua solidità ed efficienza, sia sul piano politico che su quello militare, alla presenza di un comandante come «Kin, che è un ufficiale effettivo del vecchio esercito [che] non possiede soltanto qualità militari, ma possiede pure le qualità del buon commissario politico». <555 La brigata più travagliata è invece la 16ª. Qui, l'uccisione del suo comandante da parte di un altro partigiano e le vicende successive determinano uno stato di disordine, anche perché «il nostro povero compagno “Devic” [...] [lavorava] “personalmente”», aggravato dal fatto che il Commissario politico, «Doria, gran brav'uomo, è assolutamente inferiore alla sua funzione. E' un gran chiacchierone, animato dalla più grande buona volontà, ma a cui mancano capacità organizzative e politiche». I contrasti interni a questa brigata, che subisce un rapido avvicendamento nei comandi, sembrano essere determinati dalla mancanza di un collante comune, che possa legare i partigiani tra loro e questi al comandante. Al neocomandante Marco, <556 «completamente sconosciuto» agli uomini della 16ª, non basta aver «dimostrato di possedere calma, coraggio e capacità organizzative» per ottenere la fiducia degli uomini e il loro controllo; poco dopo la sua nomina infatti, un comandante di un suo distaccamento lo pone in arresto insieme al commissario di brigata, non riconoscendo l'autorità.
Possiamo dedurre, da queste sintetiche ma significative relazioni, almeno tre conclusioni. In primo luogo, emerge una varietà di comportamenti e di situazioni che ci convincono ancora di più a non poter appiattire su una categoria le caratteristiche specifiche di ogni singola brigata, partendo da semplici presupposti di appartenenza politica o ideologica. Meno evidente, ma di sicura importanza - bisognerebbe condurre uno studio specifico per trarne le dovute conclusioni -, è il valore che il rapporto tra uomini e comandanti assume per la coesione interna del gruppo. Lo dimostrano, da punti di vista diversi, i casi di “Primo”, di “Kin” e di Marco. Prendendo il caso di quest'ultimo si potrebbe dire che la conoscenza, la famigliarità, sia il fattore principale che permette un buon rapporto tra uomini e comandante, ma, considerando la 48ª, altri sembrano essere i fattori, ad esempio le capacità militari e politiche. In ultimo, “Primo” è il caso del comandante energico, “veterano” sia della guerra fascista, in cui però aiuta i partigiani titini, sia della guerra partigiana, capace di trasmettere la propria personalità su quella dell'intero gruppo. L'ultima conclusione che si può trarre da queste relazioni, la cui corretta interpretazione è basata sul riferimento costante ad altri documenti, garibaldini e non, è lo spiccato autonomismo che caratterizza, a gradi diversi, le tre brigate. Questo aspetto ci porta a considerare, da un diverso punto di vista, le decisioni che i comandi di brigata prendono in relazione al contesto in cui si trovano a operare. Come nel caso della disciplina, così anche per gli altri ambiti della vita partigiana, dal rapporto con il nemico fino a quello con la popolazione - e questi due elementi non sempre possono essere separati nelle scelte che impone la guerriglia -, i comandi di brigata prendono decisioni in maniera autonoma, a volte seguendo le linee degli organi centrali, a volte ignorandole per esigenze sia etiche che di carattere pratico.
[NOTE]
549 “Disciplina”, Comando VI divisione Garibaldi ai Commissari politici delle Brigate 16ª, 48ª, 99ª, Comm. Pol. di Divisione, 18.12.44, in AISRP, C 14 d
550 “Commissariato” Comando VI Divisione Garibaldi a tutti i commissari politici, Com. “Nanni”, Comm. Pol. “Remo”, 1.1.45, in AISRP, C 14 fasc. d
551 Per questa e le successive citazioni si veda “Relazione sulla VI^ Divisione”, “Andreis” alla delegazione delle brigata d'assalto Garibaldi per il Piemonte, 12.10.44 in AISRP, B 28 c
552 Già nel giugno, “Barbato” aveva denunciato queste manifestazioni in occasione di una sua prima visita nelle Langhe: «Ho tenuto rapporto alle squadre di Mario (molto appariscente, camicie rosse, pugno chiuso), ho fatto le necessarie raccomandazioni [...]» in G. Nisticò (a cura di), Le Brigate Garibaldi, Vol. II, doc. 165, “Il comandante della 1ª divisione Piemonte, “Barbato”, 'ai compagni responsabili' della Delegazione per il Piemonte”, 24.6.44, p. 67
553 “Relazione sulla 78^ Brigata”, “Andreis” alla delegazione delle brigata d'assalto Garibaldi per il Piemonte, 12.10.44 in AISRP, B 28 c
554 “Saluto - Distintivi”, CLNAI - CVL - VI divisione Garibaldi “Langhe” - 48ª brigata Garibaldi a tutti i distaccamenti dipendenti, [data di arrivo, segnata a matita] 12.9.44, in AISRP, C 14 a
555 “Relazione sulla 48^ Brigata”, “Andreis” alla delegazione delle brigata d'assalto Garibaldi per il Piemonte, 12.10.44 in AISRP, B 28 c
556 Vice comandante della 48ª e divenuto, dopo la morte di “Devic”, comandante della 16ª
Giampaolo De Luca, Partigiani delle Langhe. Culture di banda e rapporti tra formazioni nella VI zona operativa piemontese, Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2012-2013 

domenica 26 aprile 2026

Molto spesso il paradigma della crisi persistente e irrisolta diviene esplicativo delle vicende italiane dell’ultimo quarto del secolo scorso


«Come nel ’68? No, peggio, oggi c’è la crisi». Tra i tanti slogan presenti sui muri dell’università romana nel 1977, uno dei più iconici prendeva di mira l’abusato e ambivalente confronto con l’anno della contestazione <1, sottolineando lo scarto più consistente: laddove la fine degli anni sessanta si misurava con le contraddizioni del miracolo economico italiano, nei settanta la cifra dominante è quella della crisi. Crisi economica, degli equilibri internazionali, del sistema politico, dei rapporti sociali. Duro stabilire a posteriori quanta consapevolezza vi fosse nella “generazione dell’anno nove” <2 del carattere periodizzante, di cesura storica, oggi largamente riconosciuto al decennio settanta del secolo scorso; sicuramente l’impressione forte e ineliminabile era quella di muoversi in un orizzonte più cupo e disperato rispetto a quello dei propri padri e, persino, fratelli maggiori <3, senza peraltro che ciò comportasse necessariamente la rinuncia a un approccio vitalistico all’esistente.
Prima di conferire sostanza a tale impressione, delineando le linee di sviluppo del paese e del contesto internazionale nel periodo considerato, conviene confrontarsi con la categoria di crisi, onde evitare un uso acritico e sondarne la validità interpretativa per il decennio in oggetto. Luca Baldissara mette in guardia da un utilizzo ambiguo del termine, che ne faccia un escamotage con cui rievocare periodi storici dei quali non si riesca a trovare il bandolo della matassa, la chiave interpretativa. Aggiunge però, in un passo successivo: "D’altro canto, la categoria di crisi può viceversa contribuire efficacemente all’interpretazione dei processi di mutamento in corso nella società quando sia ricondotta alla dialettica continuità/rottura propria della dinamica storica, al concetto di “transizione” da un sistema ad un altro. Quando cioè crisi diviene una lente d’ingrandimento che consente di osservare il dipanarsi dei meccanismi e degli elementi di rottura di un equilibrio tra i diversi settori - economico-sociale, politico-istituzionale, civico-culturale, normativo-giudiziario - che garantiscono la vita associata, la tenuta di un sistema, il funzionamento dei processi di integrazione individuale e collettiva" <4. Nei suoi studi di storia concettuale, Koselleck <5 individua tre modelli semantici ai quali può essere ricondotto l’uso moderno della parola crisi, che nel linguaggio della filosofia della storia si sostengono a vicenda e si mescolano. Il termine, nel significato che qui interessa, oscilla sul crinale della sua declinazione come concetto periodale iterativo e come decisione ultima. Nel primo caso l’accento batte sul processo (e spesso sul progresso) storico, scandito da crisi che costituiscono altrettante spinte al cambiamento; nel secondo l’accezione è più marcatamente teleologica, con riferimento alla crisi come «ultima grande e definita decisione, dopo la quale la storia del futuro si presenterà in modo del tutto diverso» <6.
Guardando a coloro che vissero negli anni settanta, il timore o la speranza che la crisi (economica, politica, internazionale) fosse quella definitiva si intreccia con la considerazione dell’andamento ciclico della storia, scandito - con termini mutuati dal linguaggio economico - da progresso, crisi e riprese. Se il timore apparteneva a quanti credevano nella funzionalità del sistema e auspicavano la sua conservazione al netto dei necessari correttivi, la speranza viceversa era cullata da quei soggetti e organizzazioni che si rifacevano al Marx teorico del collasso ineluttabile del capitalismo, nel quale convivono a ben vedere entrambe le accezioni del concetto qui considerate.
Spostando lo sguardo sul tempo presente, è diffusa fra gli storici l’interpretazione del decennio in esame come periodo di crisi <7, con riferimento alla declinazione del concetto in senso periodale iterativo. In alcuni casi <8 l’affezione è considerata salutare, benefica, o quantomeno foriera di possibili soluzioni a vecchi mali. Molto spesso <9 il paradigma della crisi persistente e irrisolta diviene esplicativo delle vicende italiane dell’ultimo quarto del secolo scorso, e oltre; se il frangente di crisi è spostato in avanti e fatto coincidere con gli anni ottanta, il decennio precedente ne costituisce perlomeno l’incubatore <10. In ogni caso gli anni settanta rappresentano uno stress test per i fragili equilibri del paese, sottoposto alle fibrillazioni derivanti dalla stagnazione economica accompagnata a un’inflazione galoppante, dalla contrastata ristrutturazione industriale, dall’impasse politica esemplificata nella formula del governo delle astensioni varata nel 1976, dalle tensioni internazionali, dalle problematiche sociali, dal sempre più insistito ricorso alla violenza politica e alla lotta armata da parte degli agenti della contestazione.
Né tuttavia questa segmentazione del tempo storico è l’unica possibile; evidenziare la dimensione della crisi come ermeneutica per il periodo considerato equivale ad adottare un punto di vista strettamente occidentalocentrico, della qual cosa occorre avere consapevolezza. Inoltre, la stessa storiografia offre spunti differenti, anche qualora incentri il proprio sguardo sul quadrante nord-ovest del mondo: ne è un esempio un testo che ha goduto di recente, notevole fortuna: "Dopoguerra" di Tony Judt <11. L’autore fornisce un’interpretazione della storia del continente europeo a partire dal secondo conflitto mondiale, in cui la cesura dei settanta risulta sfumata, letta nell’ottica della transizione verso gli equilibri della contemporaneità; ne sono eloquente testimonianza la scansione dei capitoli e la periodizzazione ad essa sottesa, che fa seguire all’età della «prosperità e malcontento: 1953-1971» l’«intervallo: 1971-1989».
Ancora una volta torna utile Koselleck, e il rapporto che istituisce fra struttura, evento, punto di vista e temporalizzazione nella disciplina storica <12. La sua riflessione, che si configura come una semantica dei tempi storici, permette di tematizzare il periodo in esame in modo meno aleatorio: l’interpretazione degli anni settanta come frangente di crisi costituisce non solo un punto di vista determinato sul passato, ma uno strato temporale che si sovrappone e si intreccia ai molti altri possibili. Così, l’enfasi posta sul decennio, e al suo interno sulle forme della contestazione politica, rappresenta una delle possibili configurazioni di quel tempo storico, e contribuisce per mezzo della variazione di scala ad arricchirne la conoscenza. Tenendo presente che la capacità esplicativa della prospettiva adottata varia al variare della scala, e al collocarsi ai differenti livelli di gradazione delle dimensioni storiche del mutamento e della durata.
[NOTE]
1 Tema più volte affrontato nelle analisi degli studenti in lotta nel corso del 1977, così come nelle intemerate a colpi di cori durante i cortei e di pennellate murali: si veda, ad esempio, Collettivo “La nostra assemblea” (a cura di), Le radici di una rivolta. Il movimento studentesco a Roma: interpretazioni, fatti e documenti. Febbraio-aprile 1977, Feltrinelli, Milano 1977, pp. 11-66, 161-74.
2 Ancora un’espressione, coniata da Umberto Eco, in cui forte emerge il rapporto con i “fratelli maggiori” del 1968: Umberto Eco, La comunicazione “sovversiva” nove anni dopo il sessantotto, «Corriere della Sera», 25 febbraio 1977, ora Anno nove, in Id., Sette anni di desiderio. Cronache 1977-83, Bompiani, Milano 1983, pp. 59-63.
3 Cfr. Alberto De Bernardi, I movimenti di protesta e la lunga depressione dell’economia italiana, in Id., Valerio Romitelli e Chiara Cretella (a cura di), Gli anni Settanta. Tra crisi mondiale e movimenti collettivi, Archetipolibri, Bologna 2009, pp. 119-35.
4 Luca Baldissara, Le radici della crisi. Un’introduzione, in Id. (a cura di), Le radici della crisi. L’Italia tra gli anni Sessanta e Settanta, Carocci, Roma 2001, pp. 9-30, in particolare pp. 15-16.
5 Reinhart Koselleck, Il vocabolario della modernità. Progresso, crisi, utopia e altre storie di concetti, il Mulino, Bologna 2009, pp. 95-109. Sul rapporto fra modernità, progresso e crisi si veda anche R. Koselleck, Sulla disponibilità della storia, in Id., Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici, Marietti, Genova 19962, pp. 223-38.
6 Id., Il vocabolario della modernità, cit., p. 104.
7 Forse il testo più significativo del paradigma della crisi a partire dagli anni settanta è Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve. 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi, Rizzoli, Milano 1995, qualora si consideri in particolare la terza parte, intitolata emblematicamente «La frana»: pp. 469-675. Cfr. anche, per un esempio più recente del valore periodizzante del decennio, Niall Ferguson et al., The Shock of the Global. The 1970s in Perspective, Belknap Press of Harvard University Press, London-Cambridge 2010.
8 Cfr., per fare due esempi, Vittorio Frosini, La democrazia nel XXI secolo, Ideazione, Roma 1997 e, parzialmente, Silvio Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana. L’economia, la politica, la cultura, la società dal dopoguerra agli anni ’90, Marsilio, Venezia 2005.
9 Si pensi ad Aurelio Lepre, Storia della prima Repubblica. L’Italia dal 1943 al 2003, il Mulino, Bologna 20053, opera nella quale l’avvertenza prima alla lettura è così formulata: «Questa terza edizione della Storia della prima Repubblica l’aggiorna fino al 2003. Si dovrebbe ripetere in essa ciò che fu scritto a proposito della seconda edizione, che portava l’aggiornamento al 1998: gli anni trascorrono, ma la storia della seconda Repubblica non sembra ancora iniziata e l’Italia sta vivendo una faticosa e difficile transizione di cui si continua a non intravedere il possibile sbocco. Ancora una volta, perciò, la Storia della prima Repubblica non può avere una vera e propria conclusione». Cfr.
inoltre quello che è diventato ormai un vero e proprio canone storiografico, riassunto efficacemente nel titolo: Guido Crainz, Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni ottanta, Donzelli, Roma 2003; nonché altri lavori di sintesi quali Piero Craveri, La Repubblica dal 1958 al 1992, Utet, Torino 1995 ed Enzo Santarelli, Storia critica della Repubblica. L’Italia dal 1945 al 1994, Feltrinelli, Milano 1996. Lo stesso Craveri in un’opera recente riprende l’ottica declinista e ne fa strumento di interpretazione delle vicende d’Italia; in particolare, in riferimento ai decenni settanta e ottanta vengono adoperate rispettivamente le categorie di «crisi» e di «occasioni mancate»: cfr. P. Craveri, L’arte del non governo. L’inesorabile declino della Repubblica italiana, Marsilio, Venezia 2016.
10 Cfr. Agostino Giovagnoli, La Repubblica degli italiani. 1946-2016, Laterza, Roma-Bari 2016; in quest’opera di sintesi gli anni ottanta divengono il tornante storico a partire da quale entra in crisi il vecchio mondo e si consuma il “cambiamento” sul piano dei rapporti internazionali, dell’economia, della società, della cristianità. Cfr. anche Paolo Soddu, La via italiana alla democrazia. Storia della Repubblica 1946-2013, Laterza, Roma-Bari 2017, per il quale le trasformazioni politico-sociali verificatesi nel periodo compreso tra il sequestro e l’omicidio Moro e l’inchiesta Mani pulite rappresentano la «crisi, agonia e morte della democrazia dissociativa e dei soggetti costituenti».
11 Tony Judt, Dopoguerra. Come è cambiata l’Europa dal 1945 a oggi, Mondadori, Milano 2007.
12 R. Koselleck, Futuro passato, cit.
Salvatore Corasaniti, Quando parla Onda Rossa. I Comitati autonomi operai e l'emittente romana alla fine degli anni settanta (1977-1980), Tesi di dottorato, La Sapienza - Università degli Studi di Roma, Anno accademico 2017-2018

lunedì 20 aprile 2026

Esponenti di Costruiamo l’azione si incontrarono comunque con uomini della Magliana


Predicante il superamento della separazione ideologica in linea con la teologia nazi maoista frediana <688, il fronte della c.d. “autonomia nera” <689 fluttuò attorno alla testata giornalista “Costruiamo l’azione” e al movimento politico “Terza Posizione”. Durante la fase centrifuga conseguente all’arresto del comandante nero Pierluigi Concutelli (13 febbraio 1977), “Costruiamo l’azione” divenne emblema della strategia ad arcipelago contrappostasi al vecchio fascismo gerarchizzato e monolitico. Aggregando nelle sue membra sensibilità disparate, dall’ordinovismo tradizionalista fino alla dogmatica del rigetto del fascismo mussoliniano, il giornale - costituitosi poi vero movimento politico - forgiò la visione di un pluralismo operativo autonomo, aggregato solo nei fatti per contrastare l’egemonia numerica delle esperienze dell’autonomia comunista. L’ampia gamma di risorse umane convogliate nel progetto, specchio di un manifesto politico fortemente improntato sull’antimperialismo statunitense e sul superamento del concetto di nazione in favore di quello di popolo/comunità, affiancò ad un nucleo dirigente infarcito di storici dogmatici della retorica neofascista (Signorelli, De Felice, Semerari, Fachini) un nutrito numero di giovani studenti (Calore, Aleandri) la cui celebrità passerà anche dalle cronache della Roma criminale <690. Non è segreto che l’area grigia di "Costruiamo l’azione", rappresentata dal duo Semerari-De Felice, nell’estate 1978 <691 abbia vagliato l’ipotesi di avvicinare la neonata Banda della Magliana <692 al fine di costituire un fronte operativo unico: “Altro ruolo invece aveva il Prof. Aldo Semerari; questi, oltre a partecipare al vertice organizzativo ed operativo... dei vari movimenti quali le comunità organiche di popolo, il Movimento Rivoluzionario Popolare e Costruiamo l'azione, era la figura di spicco come ideologo e per le conoscenze che aveva nel mondo giudiziario e politico. Inoltre, egli profittando del suo lavoro di perito psichiatra, assicurò i contatti dei movimenti eversivi di destra con i grossi personaggi della mafia, della camorra e della delinquenza comune in genere, tra gli altri Cutolo, Vallanzasca (dal quale fu invitato al matrimonio), Bergamelli (che mi confidò contatti con il Semerari), Jacques Berenguer ed il suo clan di marsigliesi, Giuseppucci Franco detto il Negro (uno dei capi dell'organizzazione romana per la importazione dalla Turchia di morfina base e per i sequestri di persona). Per tale attività Semerari ricevette un messaggio scritto col quale lo si avvertiva del grave pericolo che gli incombeva. […] In particolare, sul conto del Semerari posso citare come episodi della sua attività eversiva diverse riunioni politiche e organizzative anche sotto il profilo militare tenute nella sua villa di Poggio Mirteto con l'intervento del Signorelli, del Calore, di De Felice Alfredo, di Neri Maurizio talvolta di Scorza Pancrazio ed altri” <693. Come raccontato a più riprese dai pentiti Fulvio Lucioli <694 e Maurizio Abbatino, le proposte avanzate restarono in parte incompiute a fronte di elementi e situazioni che verranno contestualizzati in viste delle conclusioni del presente paragrafo.
La labilità della metodica eversiva fu, parimenti, cagione del riversamento di molte risorse umane nel contenitore armato noto con l’acronimo di Movimento Rivoluzionario Popolare. Vi furono però, altre sigle in grado di sopperire a simili rischi con la creazione di impalcature associative articolate. Ne è esempio Terza Posizione, creatura fondata ab origine sotto la sigla “lotta studentesca” dalla gioventù movimentista di Adinolfi, Fiore, Dimitri, e trasformatasi nel gennaio 1978 in un movimento politico benedetto in prima linea dall’ordinovista veneto Franco Freda. Radicatissimo nella capitale grazie ad una piramide gerarchizzata suddivisa tra nuclei territoriali <695, piccoli aggregati di poche persone denominati “cuib”, e un suo vertice elitario definito “legione”, TP fu una forza anomala nel panorama in virtù della costante dialettica interna tra spontaneismo (linea Zani) e organizzazione (linea Fiore-Adinolfi) <696. Il dibattito, per larghi tratti fittizio, fu screditato dalla rivelazione di un livello occulto dell’organizzazione (nucleo operativo) dedito al reperimento di risorse economiche ed armamenti tramite furti e rapine <697. In questa dimensione andrà collocandosi l’azione promossa dal gruppo della zona Eur, coordinato dall’ex avanguardista e rapinatore Peppe Dimitri, e congiuntosi, nel furto ai danni dell’armeria Omnia Sport, con un altro protagonista dell’ultima stagione del terrorismo nero: i Nuclei Armati Rivoluzionari.
Ideologicamente grezzi e popolati da un materiale umano più improntato allo scontro fisico che all’elaborazione teorico rivoluzionaria, i NAR nacquero da una costola del Fronte Universitario d’Azione Nazionale di via Siena: “Il gruppo che si riunisce in via Siena è sicuramente eterogeneo e non strutturato secondo moduli organizzativi: la sede del FUAN è solo un centro di raccolta di esperienze, soprattutto delittuose e terroristiche, portate avanti da giovani uniti dall'impazienza rivoluzionaria, privi di un progetto politico globale, ma uniti dal desiderio di praticare 'azioni militari' di contenuto e di rilievo ben superiore […] Non è un caso che in questo ambiente emergano le personalità di Alessandro Alibrandi, Dario Pedretti e Valerio Fioravanti, coinvolti in molteplici gravissime attività criminali di stampo terroristico-eversivo. Nell'ambiente si progettano e si pongono poi in esecuzione azioni che culminano in fatti di sangue, attentati terroristici e rapine (tra le quali alcune molto gravi ad armerie)” <698.
[NOTE]
688 F. FREDA, La disintegrazione del sistema, Padova, Edizioni di AR, Padova 2000.
689 N. RAO, La fiamma e la celtica. Sessant’anni di neofascismo da Salò ai centri sociali, Sperling & Kupfer editore, Milano 2006, pag.263.
690 Nell’agosto 1979, a seguito dello smarrimento di un borsone di armi proveniente dall’arsenale della Banda della Magliana, Paolo Aleandri sarà sequestrato da un gruppo di malviventi romani e segregato per diversi giorni in un covo ad Acilia. Verrà liberato solo grazie all’intervento mediatorio di Massimo Carminati, giovane dei NAR vicino a Franco Giuseppucci e Danilo Abbruciati.
691 I contributi testimoniali di Maurizio Abbatino, Paolo Aleandri, e Paolo Bianchi raccontano all’unisono lo svolgimento di una riunione in località Poggio Mirteto (RI), svolta nella villa del prof. Semerari tra uomini della Magliana e esponenti di Costruiamo l’azione.
692 La proposta giunse per bocca del sodale Alessandro D’Ortenzi, detto “Zanzarone”, soggetto al quale proprio Semerari avrebbe rilasciato perizie psichiatriche e consulenze compiacenti.
693 Dichiarazioni di Paolo Bianchi, 11 e 14 novembre 1981. Contenute in Tribunale di Roma, sentenza-ordinanza contro Abbatino Maurizio + altri, n. 1164/87A G.I., n. 8800/86A P.M, giudice istruttore dott. Otello Lupacchini, giugno 1993, pp. 282-283.
694 Dichiarazioni di Fulvio Lucioli al giudice istruttore Otello Lupacchini, 22 marzo 1985. Contenute in Tribunale di Roma, sentenza-ordinanza contro Abbatino Maurizio + altri, n. 1164/87A G.I., n. 8800/86A P.M, giudice istruttore dott. Otello Lupacchini, giugno 1993, pp. 282-283.
695 Solo su Roma saranno 7 con circa 300 militanti
696 F. FERRARESI, La destra eversiva, Feltrinelli, Milano, 1984, pag. 84.
697 Le inchieste giudiziarie hanno comprovato l’assoluta estraneità di gran parte della base associativa rispetto alle dinamiche della componente riservata.
698 Corte d’Assise di Bologna, sez. II penale, proc. penale contro Ballan M. + 20, n. 1329/A/84 R.G.G.I, 11 luglio 1988, pp 907-909.
Giuliano Benincasa, Criminalità Organizzata. Sviluppo, metamorfosi e contaminazione dei rapporti fra criminalità organizzata ed eversione neofascista: ibridazione del metodo del metodo mafioso o semplice convergenza oggettiva?, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2020-2021

venerdì 10 aprile 2026

Quando i comunisti cinesi raccomandavano a quelli italiani la doppia tattica


Come però si vedrà, il realismo pragmatico di Togliatti non era riuscito a raggiungere l’obiettivo indispensabile: anche se il Partito comunista si sarebbe mosso all’interno dell’ambito costituzionale, le argomentazioni addotte, pur sottili ed articolate, non si dimostrarono sufficientemente convincenti da far desistere una parte di militanti ed intellettuali dal coltivare il desiderio di un’altra forma di rivoluzione. Qualcosa a sinistra del Pci iniziava a muoversi tanto che la conseguenza più incisiva del 1956 fu quella di una cristallizzazione inconciliabile tra due posizioni, un doppio irrigidimento, del togliattismo da una parte, dell’utopia rivoluzionaria dall’altra <25. Un problema cogente che si sarebbe riproposto in forme non più solo intellettuali ma anche visibilmente prepotenti e difficilmente gestibili. Gli effetti che il 1956 provocò sulla fede dei militanti furono significativi. L’operazione con cui il togliattismo aveva provato a giustificare la scelta della linea politica democratica inserendola all’interno di un’ideale continuità con la storia dell’Unione Sovietica e con l’ideologia leninista non avevano impedito la diffusione di un certo disagio. Togliatti era riuscito a limitare i danni di una temuta emorragia ma non si può negare che a partire dal 1956 sarebbe iniziata un parabola discendente nelle iscrizioni arrestatasi solo agli inizi degli anni Settanta. Se l’effetto che proprio il 1956 ebbe sul tesseramento fu complessivamente contenuto - con una flessione del numero degli iscritti tra 1956 e 1957 di 210.011 unità <26 -, ad essere espulsi o ad uscire volontariamente dalle file del partito, oltre che noti dirigenti, furono uomini di spicco della cultura italiana come Calvino, Cantimori e Sapegno. Ma il pericolo scampato e la sostanziale tenuta non esaurirono l’annosa questione circa le modalità della rivoluzione.
La critica più graffiante giunse sei anni dopo quell’«indimenticabile» anno e, assumendo la veste di fuoco amico, toccò il cuore stesso del togliattismo, quello della strategia rivoluzionaria. Il 31 dicembre 1962 il «Rénmín Rìbào», organo ufficiale del Partito comunista cinese, pubblicò un famoso articolo intitolato "Le divergenze tra il compagno Togliatti e noi" nel quale si evidenziava, inter alia, l’assoluta inadeguatezza della «via pacifica e democratica al socialismo» proposta dal Pci. Per il Comitato centrale del Pcc, promuovere le riforme di struttura - un’espressione che, significativamente, trovava una difficile traduzione nella lingua cinese - equivaleva a non comprendere una delle caratteristiche fondamentali del capitalismo, quella della sua adattabilità come strategia di sopravvivenza, quella che usava ciò che potremmo qui definire «inclusione repressiva» come per continuare, indisturbato, nel suo sfruttamento: "Come la democrazia praticata in tutti gli altri paesi capitalisti, la democrazia praticata in Italia è una democrazia borghese, cioè una dittatura borghese. [...] Allo scopo di mantenere il suo sfruttamento e il suo dominio, la classe capitalista monopolista può talvolta adottare certe misure di riforma" <27. La consapevolezza di tale forma di potere avrebbe permesso al Pci di condurre con maggior coscienza la lotta per le riforme. Per il Pcc, infatti, non si trattava tanto di rinunciare a combattere per le riforme quanto piuttosto di inserire quelle lotte in una giusta prospettiva; in sostanza, non scambiare la tattica per la strategia: "È del tutto necessario per la classe operaia nei paesi capitalisti condurre quotidianamente lotte economiche e lotte per la democrazia. Ma lo scopo di queste lotte è di conseguire miglioramenti parziali nelle condizioni di vita della classe operaia e del popolo lavoratore e, ciò che è più importante, di educare le masse e organizzarle, elevare la loro coscienza e accumulare la forza rivoluzionaria per la conquista del potere dello Stato quando i tempi sono maturi" <28. In conseguenza di queste considerazioni, l’editoriale cercava così di ricondurre il profilo posticcio della strategia del Pci alla sua naturalità, quella della «doppia tattica»: "Ciò vale a dire che i comunisti devono essere preparati a impiegare la doppia tattica: cioè mentre si preparano al pacifico sviluppo della rivoluzione, essi devono essere pienamente preparati per il suo sviluppo non pacifico. Solo in questo modo essi possono evitare di essere presi alla sprovvista quando emerga una situazione favorevole alla rivoluzione e quando la borghesia ricorre alla violenza per reprimere la rivoluzione" <29. Come si può osservare, le accuse mosse dal Partito comunista cinese toccavano il cuore del togliattismo. Il ragionamento geometrico muoveva dall’incapacità dei comunisti italiani di identificare nell’inclusione repressiva lo strumento del capitalismo contemporaneo e da tale incompresione veniva fatta discendere l’illusione che la tattica potesse assurgere a strategia, e cioè credere nella possibilità che la via italiana al socialismo potesse realizzarsi nella legalità democratica e per mezzo di riforme di struttura. E proprio questa incapacità aveva - e avrebbe - spinto lo stesso partito a trovarsi impreparato in quei momenti in cui una situazione favorevole avrebbe potuto avere un esito realmente rivoluzionario. In quell’editoriale c’era infatti una frase la cui pungente finezza non poteva sfuggire nemmeno ad un lettore distratto: «essere presi alla sprovvista quando emerga una situazione favorevole alla rivoluzione». Scritte alla fine del 1962, parole come queste non apparivano certo peregrine agli occhi di un militante comunista; anzi, esse non solo assumevano come la forza di una verità rivelata, ma inchiodavano la riflessione comunista al coraggio di quella verità. 
Tre significativi eventi della storia italiana, tre «occasioni perdute», potevano infatti inverare la fondatezza di quella affermazione. Il primo di questi aveva avuto luogo il 14 luglio 1948, quando un fanatico, Antonio Pallante, aveva sparato e ferito gravemente Togliatti mentre questi usciva dalla Camera. Le ricostruzioni storiche di quell’episodio mostrano chiaramente come la reazione dei militanti fosse sul punto di spingere l’Italia sull’orlo della rivoluzione. La diffusione della notizia condusse ad una sospensione di tutte le attività lavorative e a manifestazioni di piazza in tutto il paese accompagnate dai gesti più tipici di un’insurrezione. Mentre a Torino gli operai della Fiat occuparono gli stabilimenti sequestrando l’amministratore delegato Valletta, a Venezia Mestre furono eretti blocchi stradali; se a Genova il movimento di protesta assunse chiaramente il potere, in Italia centrale, ad Abbadia San Salvatore sul Monte Amiata, alcuni minatori si impossessarono della centrale telefonica che controllava le comunicazioni tra il Centro e il Nord Italia <30. Indiscutibilmente intensi, i disordini furono circoscritti alle zone centro-settentrionali. Non si può tuttavia negare che dietro la reazione emotiva di chi era sceso in piazza pronto a fare la rivoluzione vi fosse qualcosa di più profondo che una comprensibile voglia di vendetta. Se l’esito del movimento partigiano, la mancata approvazione di alcune riforme, la frustrazione dalla sconfitta del Fronte popolare alle elezioni di aprile erano state trattenute dalla fede politica nel partito e soprattutto dal carisma dello stesso Togliatti, il transfert che nell’immediatezza quell’attentato poteva provocare sui militanti comunisti era potenzialmente esplosivo: la rivoluzione condotta per via democratica e in modo progressivo cadeva sotto i colpi di pistola di un fanatico e, più simbolicamente, veniva annientata nel corpo ferito e sanguinante del leader del Pci, steso a terra proprio davanti alla Camera, tempio di quella democrazia. Violato il compromesso, si apriva la strada ad una spontaneità rivoluzionaria che aveva tutto il sapore di una rivincita. La reazione di Togliatti e di tutta la classe dirigente comunista fu allora quella di frenare gli istinti rivoluzionari in parte per motivi logistici: anche i più intransingenti come Secchia riconobbero infatti che le agitazioni si erano prevalentemente verificate al Nord - Venezia, Torino, Genova - e che l’esito di una forzatura in senso rivoluzionario sarebbe stato troppo rischioso; in parte, e soprattutto, perché l’elevato livello di incertezza di un’azione che appariva azzardata avrebbe irrimediabilmente provocato conseguenze esiziali, compromettendo la sincerità democratica del Partito comunista stesso <31. Questo episodio permetteva così di comprendere come la forma di lotta proposta da Togliatti si fosse assestata come un mezzo successo: se l’operazione era apparsa accettabile alle istituzioni - che tuttavia avevano già dimostrato di essere prontamente disposte ad escludere dalla compagine governativa il Pci per motivi di convenienza -, in modo tutt’altro che convincente essa era stata percepita dalla base del partito. In sostanza, Togliatti non era riuscito a cancellare dalle menti di un corpo sostanzialmente omogeneo - composto da ex partigiani, militanti ed operai - la predisposizione all’altra forma di rivoluzione. Allora, nel luglio 1948, dopo che il desiderio della Resistenza era stato tradito, dopo che i comunisti erano stati esclusi dal governo nel 1947, dopo che il Fronte popolare aveva perso le elezioni ad aprile dell’anno successivo, e dopo che il leader del Pci veniva addirittura ferito a morte, allora, il progetto della democrazia progressiva sembrava realisticamente impraticabile, allora, si diffondeva un incontrollabile diritto di rivincita, allora, si giungeva insomma alla resa dei conti. La seconda «situazione favorevole» per la sinistra italiana si sarebbe verificata dodici anni più tardi, nel luglio 1960. Nella seconda metà degli anni Cinquanta all’interno della Democrazia cristiana si era aperto un dibattito sull’opportunità di una «apertura a sinistra». Nel gennaio del 1959 la caduta del governo Fanfani, allora segretario della Dc e sostenitore convinto di quella proposta, era stata accompagnata dalla nascita all’interno del partito di una nuova corrente, quella dei dorotei, che di lì a poco sarebbe divenuta dominante ed avrebbe eletto Aldo Moro nuovo segretario. Non ostili all’«apertura a sinistra», i dorotei nobilitavano piuttosto l’aspetto della tempistica, proponendo un cauto e prolungato rinvio dell’attuazione di quella soluzione. Mentre si consumava questo dibattito all’interno del partito, si poneva al tempo stesso il problema di trovare un’affidabile maggioranza che sostenesse un nuovo governo. Nella primavera del 1960 il presidente della Repubblica Gronchi affidò l’incarico a Fernando Tambroni, un esponente di secondo piano della Dc, un’opportunista che si mostrava come paladino dell’ordine ma che teneva ad avere buoni rapporti anche col Psi. Il passaggio obbligato del voto di fiducia dell’8 aprile delineò in modo chiaro uno scenario insolito: la fiducia fu ottenuta col sostegno indispensabile dei parlamentari del Movimento sociale. La posizione in cui il partito neofascista venne a trovarsi fu il frutto di una spinta proveniente dalla destra democristiana e da alcuni ambienti vaticani, settori questi che, intimamente ostili all’apertura a sinistra, temevano che l’ingresso del Psi nel governo fosse solo un cavallo di Troia per una soluzione più larga, quella che avrebbe potuto includere anche il Pci. Diveniva così necessario soffocare quel piano sul nascere, intraprendendo l’esperimento politico del sostegno neofascista al governo Tambroni come prova dell’esistenza di un’alternativa. Il potere di ricatto che questa posizione offriva però al Movimento sociale non tardò a manifestarsi in una richiesta assai inopportuna ma che Tambroni approvò: la convocazione del VI Congresso del Msi nella città di Genova. Oltre all’inopportunità del luogo - Genova era infatti città medaglia d’oro per la Resistenza -, il partito guidato da Michelini annunciò che a quella occasione avrebbe preso parte anche Carlo Emanuele Basile, ultimo prefetto di Genova durante la Repubblica di Salò e responsabile della messa a morte e della deportazione di molti operai ed antifascisti. La reazione dei genovesi non si fece attendere [...]
[NOTE]
25 Breschi, Sognando la rivoluzione, cit., pp. 29-30.
26 Dati riportati in Vittoria, Storia del Pci, cit., p. 86.
27 Le divergenze tra il compagno Togliatti e noi, in «Rénmín Rìbào», 31 dicembre 1962.
28 Ibid.
29 Ibid.
30 Una ricostruzione dell’evento si trova in Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., pp. 157-159. È opportuno ricordare che l’episodio fu emotivamente così significativo da spingere il cantastorie Marino Piazza a comporre, a ridosso degli eventi, una ballata, L’attentato a Togliatti, con l’intento di ricostruire la cronaca di quelle ore, esorcizzarne la paura e consegnarne il ricordo alla memoria collettiva.
31 «Certo, l’attacco insurrezionale - e la certa sconfitta - nel 1946 e nel 1948 avrebbero fatto piacere a molti. Niente burocratizzazione, in quel caso! Tutti i “quadri rivoluzionari” a scuola di strategia e di tattica nelle carceri o in esilio!», questo il commento di Togliatti nel 1960; cfr. Roderigo di Castiglia, A ciascuno il suo, in «Rinascita», 1960, 5, citato in ivi, p. 159.
Andrea Bertini, Una sola moltitudine. Rivoluzione e modernizzazione alle origini del Sessantotto, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2013-2014

sabato 28 marzo 2026

In provincia di Savona i primi a muoversi verso la montagna erano stati gli azionisti


Furono quattro i nuclei partigiani a totale o prevalente orientamento comunista che si formarono in settembre [1943] nel Savonese <53.  A Santa Giulia, sulla “langa” che divide la Bormida di Spigno dal torrente Uzzone, si riunirono Angelo Bevilacqua, Pietro Toscano, Mario Sambolino, G. Recagno, Nino Bori, Aldo Tambuscio e pochi altri <54 cui, entro il 25 settembre, si unirono dei soldati sbandati del Regio Esercito. Il gruppo difettava gravemente di armi e munizioni e vi erano molte discussioni circa la linea d’azione da seguire. Alla cascina Smoglie dell’Amore, non lontano dal paese di Montenotte, salirono Giovanni Carai, A. Sibaldi, Giovanni Aglietto, Francesco Bazzino, Libero Bianchi, Angelo Tambuscio e Augusto Bazzino.  Alla cascina Bergamotti, sopra l’abitato di Bormida, si ritrovarono Angelo Carai, Ugo Piero, Renzo Guazzotti, Piero Molinari, Valentino Moresco, Giuseppe Regonelli e Attilio Folco appena liberato dal confino di polizia di Ventotene. Sopra i paesini di Montagna e Roviasca, al Teccio del Tersè, si stabilirono Gino De Marco, Pietro Morachioli, Guido Caruzzo, Francesco Calcagno, Giuseppe Lagorio. Con il passare dei giorni altri uomini, tra cui Miniati, Tamagnone e Rebella, raggiunsero l’uno o l’altro gruppo <55. Sempre nelle sue “Cronache militari della Resistenza in Liguria”, Gimelli riferisce infine che sul finire del mese di settembre una ventina di giovani vadesi salirono alle Tagliate, sopra Mallare, per poi disperdersi parte verso Bormida, parte verso il Monregalese <56. Non mancavano altri nuclei dispersi, non inquadrati politicamente.
Non furono tuttavia queste le prime bande partigiane nate in provincia di Savona. I primi a muoversi erano stati gli azionisti. Il 9 settembre i fratelli Emilio e Leandro Botta, insieme a Giovanni Mantero, Giuseppe Francia, Carlo e Giuseppe Trombetta, si impadronirono delle armi della Milizia di Dego lasciate incustodite al Bricco Ridotta. Il nucleo era comandato dall’avv. Emilio Botta, classe 1885, che prese il nome cospirativo di “Bormida”. Pochi giorni dopo raggiunse i ribelli azionisti il notaio Calogero Costa “Accursio”, che ne divenne il commissario politico. La zona dove si aggirava la banda era quella di Dego - Santa Giulia - Brovida <57.
La terza componente della Resistenza savonese, quella “autonoma”, nacque anch’essa verso la metà di settembre, quando attorno a Giuseppe Dotta “Bacchetta” e al dottor Angelo Salomone “Katia” si formò a Ravagni, presso Rocchetta di Cairo, un nucleo partigiano <58. 
La Resistenza savonese esordì dunque subito divisa in tre anime politiche: quella comunista, poi garibaldina, destinata ad attrarre anche molti socialisti e cattolici, quella azionista, capeggiata da noti professionisti, e quella autonoma, sempre più un’enclave “maurina” in terra ligure. Va detto che autonomi ed azionisti operarono spesso in tale completa sinergia da risultare quasi indistinguibili, posto che l’azionismo ligure aveva connotazioni meno progressiste rispetto ad altre regioni. Inizialmente i gruppi di resistenti badarono essenzialmente a non attirare l’attenzione. Mancando di armi, munizioni, viveri, denaro ma soprattutto di esperienza militare specificamente orientata alla guerriglia, i “ribelli” si limitarono per parecchie settimane a rinsaldare le basi e i collegamenti con il capoluogo, dove si andavano lentamente formando gli organismi direttivi della guerra partigiana. Un flusso sottile ma continuo di piccole quantità di armi e denaro affluiva ai nuclei imboscati sempre in attesa di raggiungere una consistenza numerica e una capacità di fuoco tali da poter entrare in azione. In tali condizioni, le uniche attività possibili erano l’addestramento alla conoscenza del territorio e piccoli sabotaggi di poco conto (taglio di fili telefonici ecc.). Il recupero di armi era un’attività rischiosa e poco praticata. Per il momento, nell’autunno del ’43 ci si limitava a riprendersi quelle opportunamente imboscate nella confusione dei primi giorni dell’occupazione tedesca. Si tessevano lentamente le reti dell’organizzazione partigiana, ogni gruppo per i suoi tramiti. La “rete” comunista era composta di operai e contadini che mantenevano precari contatti tra Savona e gli altri centri della costa e i ribelli isolati in montagna; la stessa funzione era svolta per gli azionisti da medici, avvocati, notai, magistrati e militari in congedo.
Frattanto il capoluogo si calava pian piano nell’atmosfera della cospirazione. Non che la gioventù locale aspirasse in massa a raggiungere i primi partigiani del Savonese. I due fattori principali che mantennero la provincia savonese insurrezionalmente “fredda” per mesi furono l’attendismo e la “concorrenza partigiana”. L’attendismo, croce di tutte le Resistenze d’Italia e d’Europa, era nella Savona del settembre-ottobre 1943 uno stato d’animo particolarmente vivo. Si era infatti diffusa con le modalità tipiche della “leggenda metropolitana” la notizia che gli Alleati fossero pronti a sbarcare sulla costa ligure da un momento all’altro <59. Tale credenza, condivisa dagli stessi comandi tedeschi che si affannavano a minare opere pubbliche e impianti e a costruire appostamenti difensivi <60, non invogliava certo i giovani della zona a rischiare la vita quando si poteva più o meno comodamente aspettare di essere liberati dagli anglosassoni. La “concorrenza partigiana” era invece determinata dalle voci, veridiche ma gonfiatesi a dismisura passando di bocca in bocca, dell’esistenza di un solido nucleo di resistenza militare attestato in Val Casotto, non lontano da Mondovì. Non furono pochi i savonesi che, fino al marzo del ’44, accorsero lassù lasciando i pochi ribelli della provincia ligure, tanto più che si vociferava di migliaia di militari italiani del Regio Esercito con armi pesanti e regolari rifornimenti aerei, comandati da ufficiali alleati. La realtà era meno rosea, e più d’uno ne fece le spese, come i vadesi fratelli Valvassura, Domenico, fucilato a Mellea di Fossano il 29 dicembre 1943, ed Enrico, ucciso a Ceva il 27 marzo 1944 <61. 
Nel frattempo nel capoluogo, parallelamente all’insediamento delle autorità saloine, procedeva la formazione degli organismi dell’opposizione clandestina. Tali erano le Squadre di Difesa operaia, precursori delle SAP. Il loro compito consisteva, nei limiti del possibile, nel sabotare la produzione bellica, proteggere eventuali scioperanti e salvaguardare gli impianti industriali dall’evacuazione in Germania ad opera dei tedeschi <62. A metà ottobre era nato a Genova il Comitato Militare Ligure, che aveva suddiviso in zone la regione; l’intero Ponente (zona I) era stato affidato alle cure dei rappresentanti socialisti, ma l’incarico veniva di fatto svolto un po’ da tutti, anche per interessi di partito. In particolare furono gli azionisti a prodigarsi con i pochi uomini a loro disposizione per organizzare una rete cospirativa e spionistica efficiente <63. Si inaugurò così una lunga stagione di viaggi, incontri, riunioni clandestine da parte di esponenti di tutti i partiti antifascisti. Tra questi viaggiatori e cospiratori instancabili, che correvano rischi enormi in prima persona per legare le bande disperse ai partiti e ai comitati di liberazione, vanno ricordati su tutti alcuni nomi. Per gli azionisti, i giudici del Tribunale di Savona Panevino e Drago, Emilio Botta “Bormida”, Cristoforo Astengo; per i socialisti, Renato Martorelli, destinato a morire sotto tortura in Piemonte nell’estate del ’44 <64. Molti di questi uomini persero la vita. Il primo ad essere arrestato fu l’Astengo che, notissimo a Savona, era stato invitato da Ferruccio Parri in persona a cambiare aria per evitare guai ed essere comunque utile altrove. Ma il coraggioso avvocato antifascista non volle lasciare la sua città e anzi, avuta notizia dell’esistenza di militari italiani ancora in armi in Val Casotto, si diede a viaggiare tra Savona e la località piemontese per mantenere i collegamenti. Sua unica precauzione era quella di salire e scendere dal treno per Ceva alla stazione periferica di Santuario, dove i controlli erano minimi. Ma la notte del 25 ottobre 1943, tornando dal Piemonte, si addormentò vinto dalla stanchezza del viaggio e si ritrovò alla stazione di Savona dove fu immediatamente arrestato <65. Astengo, dopo una settimana nel carcere savonese di S. Agostino, durante la quale lo portavano agli interrogatori in catene, fu trasferito a Genova, alla famigerata “Casa dello Studente” e poi a Marassi, in stretto isolamento. Ricondotto davanti agli aguzzini della “Casa dello Studente”, gli diedero un blocco di carta per scrivere la confessione. Ammise tutte le proprie responsabilità, ma senza coinvolgere nessun altro. Non lo torturarono e lo rimandarono in cella, dove, grazie ad un carceriere insolitamente generoso, poteva incontrarsi con i suoi compagni di sventura <66.
[NOTE]
53. Per i gruppi e la loro dislocazione vedi Badarello - De Vincenzi, Savona insorge, Savona, Ars Graphica, 1973, p. 64; cfr. G. Gimelli, Cronache militari della Resistenza in Liguria, p. 84.
54. Perlopiù studenti dell’Istituto tecnico industriale “Boselli”.
55. R. Badarello - E. De Vincenzi, Savona insorge, Savona, Ars Graphica, 1973, p. 64. La presenza di Attilio Folco (classe 1911, tuttora vivente) tra i primi ribelli comunisti di Bormida mi è attestata con certezza dal nipote, Mario Savoini “Benzolo”.
56. Non escluderei che questi giovani facessero in realtà parte del nucleo di Montagna - Roviasca; le Tagliate sono a poche ore di cammino dai due villaggi.
57. M. Zino, G. L. fra Val Bormida e Langhe, in Id., Più duri del carcere, Genova, E. Degli Orfini, 1946, pp. 306 segg.
58. Badarello - De Vincenzi, op. cit., p. 294.
59. G. Gimelli, op. cit., vol. I, p. 93.
60. Ibidem, vol. I, pp. 99 - 100.
61. Ibidem, vol. I, p. 84. Vedi ad esempio la testimonianza di Mario Savoini “Benzolo” in id., Cosa è rimasto. Memorie di un ribelle, Savona, Editrice Liguria, 1997, pp. 39 - 66.
62. G. Gimelli, op. cit., vol. I, p. 89.
63. Ibidem, vol. I, p. 89.
64. Le relazioni intessute da questi uomini sono illustrate in M. Zino, op. cit.
65. Su quello stesso treno, in un altro vagone, viaggiava Emilio Botta “Bormida” il quale, data l’età, non poteva restare sempre alla macchia ed in quei giorni si nascondeva a Savona: vedi M. Zino, G. L. fra Val Bormida e Langhe, in Id., op. cit.
66. M. Zino, Cristoforo Astengo, in id., op.cit.
Stefano d'Adamo, Savona Bandengebiet. La rivolta di una provincia ligure ('43-'45), Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1999-2000 

martedì 17 marzo 2026

Non solo balneazione a Finale Ligure


Tutto il comparto turistico del savonese è caratterizzato dal fatto di non aver mai voluto puntare su una clientela elitaria, bensì sugli esponenti del ceto medio. Questo ha portato alla necessità di pensare ad un’offerta turistica variegata, in modo da proporre soluzioni ed attività in grado di seguire le esigenze di visitatori con diverse possibilità di spesa. Nella località ligure di cui trattasi [Finale Ligure], il progressivo aumento del movimento turistico avviene nel periodo tra le due guerre. Per esempio, nel 1928, Finale Ligure è il luogo del savonese con il maggior numero di arrivi (14.200 circa) <85, mentre nel 1932, è il Comune con maggiore capacità ricettiva (1407 posti letto registrati) <86. Questo consolidamento è stato possibile anche grazie alla crescente collaborazione tra le istituzioni comunali e le aziende locali autonome, nonché alla consapevolezza che Finale possiede le condizioni climatiche, ambientali e infrastrutturali per poter sviluppare la doppia stagionalità: per tanto il comparto turistico iniziò ad incidere in maniera sostanziale sull’economia della città nel periodo tra le due guerre. E proprio in quel periodo, precisamente nel 1917, arrivò a Finale l’imprenditore genovese Rinaldo Piaggio, che rilevando lo stabilimento delle ex Officine di Finalmarina, diede inizio al cantiere aeronautico “Piaggio & Comp.”. Senza aver mai interrotto l’attività produttiva durante la Seconda Guerra mondiale, le industrie Piaggio diventano un conosciuto e affermato polo di produzione motoristico a livello internazionale. Nonostante diversi momenti di crisi che l’azienda ha dovuto affrontare, fino alla sua totale cessazione nel 2014, essa è sempre stata una fondamentale fonte di reddito per la zona del Finalese <87. La vocazione industriale e quella turistica di Finale sono sempre riuscite a convivere senza conflitti, hanno anzi potenziato in modo autonomo il settore finanziario e sociale del Comune. Per molto tempo, i due settori non hanno avuto particolari connessioni, e nessuno dei due ha prevalso sull’altro, al contrario di come è avvenuto in altre località della Riviera delle Palme (ad esempio Alassio e Sanremo), dove il settore turistico ha nettamente predominato su quello industriale, compromettendone lo sviluppo <88. La chiusura dello stabilimento Piaggio, oltre ad aver causato un danno economico alla città, come detto in precedenza, ha determinato anche una perdita a livello sociale, dato che molte generazioni di finalesi hanno lavorato per la ditta, che ormai era entrata a far parte della storia e della collettività locale. Inoltre, preoccupa l’argomento riconversione della ex area. Tutta la zona sta man mano finendo in via di degrado, col passare del tempo, ed è diventata oggetto di incuria: i muri sono stati graffitati, i vetri degli edifici sono stati rotti, gli ambienti occupati, le aree scoperte sono state riempite di rifiuti. Come citato di seguito nell’elaborato, si spera che il Comune riesca a trovare i fondi per partecipare ad una delle prossime aste di acquisizione dell’area, e che lo spazio venga investito per la creazione di nuovi servizi per la comunità ed i turisti.
A partire dagli anni ’60-’70, l’offerta turistica di Finale Ligure è protagonista di una novità. Vista l’imponenza del patrimonio naturalistico che la zona ha da offrire e la presenza di numerosissime falesie e pareti di roccia, il Comune inizia ad attirare un gran numero di appassionati di arrampicata. Come testimoniano le interviste raccolte nel docu-film "Finale ‘68’89", sportivi provenienti non solo dalla Liguria, ma anche da regioni limitrofe, iniziarono ad organizzare gruppi di arrampicata nel Finalese, affascinati dalle meraviglie paesaggistiche e dal clima favorevole della zona. Considerando che le amministrazioni locali si sono sempre interessate alla creazione di un’offerta che attirasse flussi turistici tutto l’anno, si decise di sviluppare un piano strategico basato sulla possibilità di svolgere determinate attività sportive. Dopo l’affermazione dell’immagine di Finale come meta per gli appassionati di climbing, intorno al 1996, alcuni imprenditori locali decisero che non bastava più puntare solamente sul mare e sulla balneazione. Il focus viene spostato dal litorale, all’entroterra. Si decise di puntare su ulteriori sport outdoor, soprattutto nel settore del bike, vista l’ormai stabile attività di arrampicata. Attraverso piani di promozioni di Finale Ligure in varie fiere internazionali, la meta inizia a conquistare l’attenzione degli appassionati ed inoltre, sempre col fine di promuovere il territorio, vengono organizzati i primi eventi sportivi all’interno dei confini comunali. Per esempio, nel 1997, nella suggestiva cornice di Finalborgo venne programmata la finale di mountain bike della Valtellina Cup, che ospitava atleti di fama internazionale, tra i quali l’olimpionica Paola Pezzo. Con lo scopo di garantire servizi appropriati, vengono aperte anche le prime strutture ricettive destinate ai visitatori appassionati di bicicletta, i cosiddetti "Bike Hotel". Proprio i proprietari privati di queste strutture si sono dedicati personalmente alla promozione delle loro attività e del territorio di Finale, con l’aiuto di altre associazioni locali (Comunità Montana in particolar modo) e dell’Assessorato al turismo del Comune, benché i finanziamenti pubblici fossero modesti. La rete di albergatori ha creato un Club di prodotto <90 ad hoc, sulla scia dei progetti messi in atto da Riccione <91. Nel 2019 viene creato il primo consorzio privato, condiviso altresì dalle amministrazioni locali, denominato Finale Outdoor Region (FOR). Il progetto è stato avviato per dare vita ad un comprensorio dedicato all’outdoor, non incentrato solamente su Finale Ligure, ma anche sulle zone limitrofe. Gli obiettivi principali sono quelli di valorizzare il territorio, anche attraverso la creazione di strutture dedicate, servizi e sentieri, e quello di promo-commercializzazione del prodotto. Fanno parte del consorzio circa 170 aziende tra associazioni e attività locali, non per forza collegati al comparto sportivo o turistico. I locals hanno sviluppato un’ottica per cui assicurare determinati servizi per i visitatori contribuisce a diffondere un’immagine positiva della destinazione, ampliando il numero degli arrivi e, di conseguenza, dei guadagni economici.
Un aspetto fondamentale per il FOR è la sostenibilità. Per esempio, si può citare il programma For You Card (da notare anche l’interessante espediente comunicativo dato dal gioco di parole tra ‘FOR’ che si riferisce al consorzio e ‘For’ la traduzione inglese di ‘per’), acquistabile anche online, uno strumento ideato per ottenere ricavi da destinare alla manutenzione dei sentieri e del territorio. I fondi vengono raccolti tramite cashback: utilizzando la carta nelle varie attività convenzionate; una piccola parte della spesa effettuata viene devoluta al consorzio ed al contempo il proprietario della carta guadagna punti e coupons per ottenere sconti sui servizi convenzionati. Tramite questa iniziativa sono stati raccolti, secondo i dati del 2023, ben 100.000 euro <92. Nei prossimi anni, il FOR si concentrerà a creare una rete sempre più ampia di zone incluse nel comprensorio, nonché a finanziare “nuovi” settori dell’outdoor, in particolare arrampicata e trekking, i quali attirano molti appassionati provenienti da tutto il mondo. Continueranno i progetti di promozione della destinazione e del patrimonio naturalistico, grazie all’organizzazione di importanti eventi sportivi, come due gare della UCI Mountain Bike Series, realizzabili vista la presenza di strutture ricettive e servizi di qualità. Ancora, gli esponenti del consorzio sperano di ampliare ancora di più l’offerta riguardante l’outdoor, con l’acquisizione di nuovi spazi adattabili, come ad esempio quelli della ex Piaggio. Tra i goals di Finale Outdoor Region, si individua la volontà di mettere a disposizione dei visitatori tutte le eccellenze del territorio finalese, non soltanto quelle paesaggistiche e naturalistiche, ma anche quelle artistiche e culturali. La valorizzazione del patrimonio culturale è alla base dell’idea che ha portato allo sviluppo del MAF e del MUDIF.
Il Museo Archeologico del Finale (MAF) è stato costituito nel 1931, con la denominazione di "Museo Civico di Finalmarina" e sede presso Palazzo Ghiglieri. Nel corso degli anni ’70 venne riservata al Museo una nuova dimora più ampia e di maggior prestigio situata presso il Complesso Monumentale di Santa Caterina in Finalborgo, dove ancora oggi è localizzato. La gestione è affidata al Comune di Finale Ligure ed alla Sezione Finalese dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri. Come è possibile leggere nella carta dei servizi, lo scopo dell’istituzione museale è quello di: «offrire un punto di riferimento culturale permanente per la comunità locale e facilitare la formazione di una conoscenza del passato per meglio comprendere la società attuale.» <93 Inoltre, il museo è custode di moltissimi beni patrimoniali storici e culturali, in particolar modo di carattere archeologico. Nel corso del suo operato, il MAF ha svolto vari studi e ricerche al fine di implementare la conoscenza sulla storia del Finalese, nonché attività di recupero, restauro e classificazione dei reperti. In continuo sviluppo, troviamo il progetto del Museo Diffuso del Finale (MUDIF), nato dalla sinergia di una rete di diversi enti pubblici e privati, tra i quali il Comune di Finale, l’Istituto Internazionale di Studi Liguri e le Parrocchie di San Biagio in Finalborgo e Sant’Eusebio a Perti (Diocesi di Savona e Noli). Lo scopo del Museo Diffuso è quello di rendere accessibile, sia di persona che virtualmente, il patrimonio culturale materiale ed immateriale di Finale Ligure, andando a creare una tipologia di offerta turistica sostenibile, volta a sensibilizzare i fruitori sull’importanza del mantenere intatto ciò che il paesaggio ha da offrire nel suo insieme. <94
[NOTE]
85 Bccs, Relazione sull’attività svolta dal Consiglio Provinciale dell’Economia di Savona durante l’annata 1929, pp 333-346.
86 Touring Club Italiano 1932, pp 27-60.
87 Caffarena F., Spazio aereo Piaggio, un secolo di cultura industriale nella città del volo, il Mulino, Bologna, 2020.
88 Zanini A., Un secolo di turismo in Liguria, Dinamiche, percorsi, attori, Franco Angeli Editore, Milano, 2012.
89 https://www.planetmountain.com/it/notizie/alpinismo/finale-68-online-film-sui-pionieri-arrampicata-finale-ligure.html
90 Il Club di Prodotto è una forma di aggregazione tra imprese finalizzata alla creazione di un prodotto turistico specifico destinato ad un mercato specifico. Gli attori locali sottoscrivono un medesimo sistema di valori, uno standard di servizi offerti per garantire la stessa qualità e requisiti omogenei. - Bauleo L., Club di prodotto e altre forme aggregative nel comparto turistico, 2006.
91 https://www.youtube.com/watch?v=Y8wwpRmXnfo&t=25s
92 https://www.finaleoutdoor.com/it/experience/sentieri-e-falesie-al-top-acquista-la-for-you-card#/esperienze
93 http://www.museoarcheologicodelfinale.it/pdf/carta_servizi_maf_2022.pdf
94 https://www.mudifinale.com/chi-siamo/
Alessia Botta, Finale Ligure: storia e valorizzazione del territorio, Tesi di laurea, Università degli Studi di Genova, Anno accademico 2022-2023