lunedì 26 gennaio 2026

Dal Convegno di Loreto si configurò un nuovo tipo di collateralismo cattolico


A metà degli anni Ottanta, il pontificato di Giovanni Paolo II aveva già inserito elementi di novità, spingendo verso un nuovo posizionamento dei cattolici nella società italiana, di cui la Dc non costituiva più il cardine. La ricerca di una nuova presenza cattolica più diretta ed esplicita non fu più controbilanciata da un senso diffuso della necessità di sostenere la Dc. Con la scelta craxiana di portare a compimento, subito dopo le elezioni del 1983, la revisione del Concordato con la Santa Sede, che i democristiani non erano riusciti a realizzare malgrado diciassette anni di trattative, i socialisti avevano evidenziato che la Dc non costituiva più, per la Chiesa, l’unico interlocutore possibile. La nuova linea della Chiesa italiana emerse già nel 1985, al Convegno di Loreto. Fu allora molto enfatizzato lo scontro tra la «linea della presenza» e «la linea della mediazione», riferite rispettivamente a Comunione e Liberazione e all’Azione cattolica. Ma più importante del conflitto tra queste due linee fu la prospettiva tracciata da Giovanni Paolo II per la Chiesa italiana quale «forza sociale» cui spettava mantenere un ruolo trainante nei confronti dell’intera società italiana, spostando l’impegno prioritario dei cattolici dal terreno civile e politico a quello dell’evangelizzazione <99. Si trattava di una prospettiva che penalizzava, implicitamente, la Dc. A Loreto, un ruolo di rilievo fu svolto da monsignor Camillo Ruini, il quale, divenuto più tardi presidente della Conferenza episcopale, ha scritto che con quell’evento si apriva «una fase nuova, più propositiva e in un certo senso più ambiziosa della Chiesa italiana, pur mantenendosi ben dentro il solco del primato della evangelizzazione tracciato dalla Cei già col piano pastorale degli anni Settanta e con il convegno Evangelizzazione e Promozione umana del 1976, sulla scorta della Evangelii nuntiandi di Paolo VI». Il cardinale Ruini ha sostenuto e difeso l’unità politica dei cattolici fino alla dissoluzione della Dc nel 1994, ma, come ha ricordato egli stesso, nell’ultima fase di questa la Cei «ha insistito con forza sull’unità politica dei cattolici, motivandola […] più che con la necessità di difendere il sistema democratico, con il dovere di salvaguardare e promuovere alcuni fondamentali contenuti etici ed antropologici». Sono parole che segnalano una discontinuità. Nel secondo dopoguerra, appoggiando la Dc, la Chiesa si era fatta carico, seppure indirettamente, delle sorti dello Stato italiano, a differenza del primo dopoguerra, quando il disinteresse dell’istituzione ecclesiastica per la fragile democrazia post-bellica aveva favorito l’avvento del fascismo. Il coinvolgimento della Santa Sede e della Chiesa italiana nel sistema politico-istituzionale, se da un lato è stato all’origine di interferenze clericali nella vita pubblica, dall’altro ha - paradossalmente - costituito anche un freno a tali interferenze e, comunque, ha contribuito alla stabilità complessiva del sistema. Si tratta di un elemento tra i più rilevanti della storia della Repubblica dei partiti, il cui rapporto con la Chiesa cattolica è stato diverso da tutte le altre fasi della storia dell’Italia unita <100. Intorno alla metà degli anni Ottanta, cominciò a emergere una diminuzione dell’interesse ecclesiastico per le sorti dello Stato italiano, sullo sfondo di cambiamenti in corso a livello internazionale, tra cui gli effetti sempre più evidenti della globalizzazione e i mutamenti della leadership sovietica che segnalavano una crisi di quel sistema. Dal Convegno di Loreto non scaturì un distacco radicale e immediato dei cattolici italiani da questo partito, ma piuttosto il tentativo di “cattolicizzarlo” a opera di alcuni. Si configurò, in particolare, con la vicinanza di gruppi come il Movimento popolare, legato a Comunione e Liberazione, un nuovo tipo di collateralismo, diverso da quello degli anni Cinquanta, quando le organizzazioni cattoliche si mobilitarono compattamente a sostegno del progetto democristiano senza contropartite immediate. Il Movimento popolare si inserì all’interno del partito, seguendo un proprio specifico progetto e senza fondersi in un soggetto più ampio <101. Tali rapporti ebbero un effetto positivo sul piano elettorale, ma non frenarono il progressivo smarrimento, da parte della Dc, di una prospettiva politica nazionale, senza peraltro che il tentativo di “cattolicizzare” il partito ottenesse risultati significativi. Si intensificò piuttosto un processo di progressiva meridionalizzazione sia dell’elettorato sia della classe dirigente, sempre meno legata agli impegni verso la Chiesa e verso lo Stato connessi alla sua precedente centralità e sempre più esposta a logiche clientelari e a dinamiche corruttive.
Fine della centralità e ricerca del centro
Nel corso del 1993 gli sviluppi politici furono scanditi dalla cronaca giudiziaria: durante l’anno i democristiani indagati furono circa cinquecento. La Dc aveva perso un’ulteriore battaglia: realizzare la riforma elettorale attraverso la Commissione bicamerale. In quella sede De Mita aveva proposto di introdurre un premio di maggioranza per la coalizione vincente o, in subordine, di accogliere l’uninominale conservando però un elevato correttivo proporzionale. Ai primi di dicembre del ’92 si era delineata una convergenza anche con il Pds su un sistema misto di maggioritario e di proporzionale. Eppure, nei primi giorni del 1993 la Corte Costituzionale dichiarò l’ammissibilità del referendum elettorale. Miglio e Fini abbandonarono la Bicamerale, seguiti da Segni. Poco dopo vennero le dimissioni di De Mita da presidente della Commissione a causa di vicende giudiziarie. Naufragava così il disegno della sinistra democristiana di realizzare, attraverso una vasta alleanza istituzionale, una riforma del sistema politico. Ormai l’opinione pubblica tendeva a identificare sempre più nella Bicamerale un tentativo di salvataggio del vecchio sistema. Sulla discussione dei contenuti della riforma prevalse la spinta a realizzarla non attraverso il Parlamento, ma per via referendaria. E il referendum fu percepito sempre più come uno strumento per imporre un profondo cambiamento della classe dirigente e un radicale smantellamento del sistema dei partiti. La compagna referendaria si aprì con la Dc ufficialmente schierata per il Sì all’introduzione di un sistema uninominale nell’elezione dei senatori. Nel contempo, quando nel marzo del ‘93 fu richiesta l’autorizzazione a procedere contro Andreotti per concorso in associazione di stampo mafioso, Segni abbandonò immediatamente la Dc. Nella loro personale battaglia contro la Dc, Segni e Orlando si incontrarono con un rilevante problema: la questione dell’unità dei cattolici. La dirigenza della Cei guardava da tempo con preoccupazione i tentativi di Segni, considerati scissionistici. Allo stesso leader referendario i vescovi fecero presente che si correva il rischio di ripetere l’esperienza del Mpr, il partito cattolico scomparso dalla scena politica francese praticamente senza lasciare traccia. Segni tuttavia non desistette dal suo progetto, forte del successo che la sua iniziativa stava incontrando. Viceversa, coloro che nel mondo cattolico cercavano di contrastare la disgregazione del’unità politica dei cattolici, si trovavano in una situazione particolarmente difficile. La difesa di questa unità rischiava oggettivamente di intrecciarsi con la difesa di una classe dirigente sempre più screditata sul piano morale, argomento che non poteva lasciare insensibili i cattolici. Malgrado le ripetute insistenze sull’unità dei cattolici da parte dei vescovi - e talvolta anche del papa -, non si ricostituì una piena solidarietà del mondo cattolico intorno alla Dc. La partecipazione alla consultazione referendaria del 18 aprile 1993 fu particolarmente elevata e tutte le abrogazioni proposte furono approvate dall’elettorato. Il referendum elettorale passò al Senato con 29 milioni di consensi pari all’83% dei votanti. Quel risultato dette la sensazione che la politica italiana fosse definitivamente passata a un nuovo sistema maggioritario e bipolare che lasciava poco spazio alla Dc <102. Amato dette le dimissioni da presidente del Consiglio, suggerendo che il suo governo doveva essere considerato all’avanguardia di una fuoriuscita della politica italiana da un sistema di partiti i cui fondamenti potevano addirittura essere individuati nel primo dopoguerra. Poneva la sua esperienza alla conclusione di un ciclo storico durato un settantennio. Il governo fu affidato al governatore della Banca d’Italia, Ciampi. Anche nelle elezioni comunali la Lega si ingrandiva sensibilmente e cominciava a scontrarsi con i limiti di un Movimento sociale sempre più in crescita dopo la «discesa in campo» di Silvio Berlusconi e la successiva creazione di Forza Italia. L’esito del referendum e l’impatto delle nuove norme elettorali comunali alimentarono il convincimento che non ci fosse più spazio per una forza politica legata a una collocazione centrista <103. Nella storia della Dc, invero, le parole centrismo, centralità, centro hanno avuto un ruolo importante. Si è parlato di centro per parlare della vocazione politica della Dc: De Gasperi aveva ben presente il Zentrum tedesco e coniò la definizione di «partito di centro che guarda verso sinistra». Difatti l’esperienza del quadripartito centrista guidato da De Gasperi era legata a filo doppio alla realtà in cui si svolgeva caratterizzata dalla tensione internazionale ideologica e militare della guerra fredda, che si ripercuoteva anche sul dibattito politico interno, insistendo sulla contrapposizione comunismo-anticomunismo e garantendo alla coalizione di centro il consenso massiccio dell’elettorato piccolo e medio borghese. Altro elemento distintivo era la grande abilità politica di De Gasperi di mediare tra forze diverse e portatrici di interessi e aspirazioni anche contrapposte che coabitavano nel grande contenitore che era il partito della Democrazia Cristiana <104. Le differenze erano lampanti anche tra i partiti della coalizione: basti pensare che la Dc era un partito cattolico, mentre i partiti minori suoi alleati erano profondamente laici. La grande eterogeneità interna del partito di maggioranza, nonché della coalizione che sosteneva il governo, costituivano un elemento di profonda debolezza che, sommandosi al radicale mutamento della situazione interna e internazionale (il cambiamento di rotta politica da parte del Psi; l’equilibrio raggiunto tra le superpotenze, l’allentarsi, a tratti, della tensione internazionale e, in seguito, la morte dello stesso De Gasperi), provocarono la prima crisi del centrismo. Il centrismo, pertanto, non si era realizzato tanto per la grande forza aggregatrice della Dc, quanto piuttosto grazie alle difficoltà, dovute a fratture interne, degli schieramenti antagonisti di sinistra e di destra di coalizzarsi, oltre alla naturale vocazione dell’elettorato italiano a esprimere posizioni centripete piuttosto che estreme <105.
[NOTE]
99 A. Riccardi, Il potere del papa da Pio XII a Giovanni Paolo II, Laterza, Roma, 1993.
100 A. Giovagnoli, La cultura democristiana. Tra Chiesa cattolica e identità italiana, Laterza, Roma-Bari, 1991.
101 A. Giovagnoli, Le premesse della ricostruzione. Tradizione e modernità della classe dirigente cattolica, Nuovo Istituto Editoriale Italiano, Milano, 1982.
102 G. Nardocci, Il vuoto nell’urna. Cronaca di un’astensione di massa annunciata, “Famiglia Cristiana”, 21 Giugno 2009, n.25.
103 G. Tassani, Cattolici e destre. Dalle destre marginali o inespresse di ieri al centro-destra di governo di oggi, in M. Impagliazzo, La nazione cattolica. Chiesa e società in Italia dal 1958 ad oggi. Guerini e associati, 2008, (pp. 405-426).
104 G. Rossini, De Gasperi e l’età del centrismo, 1947-1953, Cinque lune, Roma, 1984.
105 P. Scoppola, Il centrismo, “Storia XXI secolo”, n. 2, Febbraio, 1993.
Livia Facciolo, La politica dei cattolici in Italia: dal popolarismo alla crisi della Democrazia Cristiana, Tesi di laurea, Università Luiss "Guido Carli", Anno Accademico 2014-2015

sabato 17 gennaio 2026

Le zone che videro svilupparsi nuovi nuclei SAP furono quelle ad occidente di Savona

 

Una vista dal Colle del Melogno - Fonte: Luca Magini su Mapio.net

Ai primi di settembre del 1944 sembrò per qualche tempo che la liberazione potesse essere vicina. Gli Alleati erano sbarcati in Provenza il 15 agosto, provocando un rapido crollo delle posizioni tedesche in tutta la Francia meridionale. Sembrava ora ragionevole attendersi un’offensiva generale degli americani attraverso i passi alpini, approfittando della stagione ancora clemente e dell’appoggio delle forti formazioni partigiane piemontesi e liguri, che certo non sarebbe mancato. Ma gli strateghi angloamericani avevano altri progetti: ritenendo prioritario l’attacco allo schieramento nemico tra i Vosgi e i Paesi Bassi, fermarono le loro truppe su una linea che lasciava il confine franco-italiano e l’intera valle del Roia saldamente in mani tedesche. Siffatta scelta, forse opportuna dal punto di vista militare, condannò tutto il Nord Italia ad un nuovo inverno di occupazione, ma, probabilmente, gli evitò le immani distruzioni causate dai combattimenti nel resto del Paese.
Nel clima di fibrillazione di quei giorni, alimentato ad arte dalla trionfalistica propaganda di Radio Londra, i partigiani imperiesi della Prima Zona ligure, credendo fosse giunta l’”ora x”, abbozzarono una calata insurrezionale sui centri della costa che venne stroncata sul nascere da un vasto rastrellamento tedesco talmente tempista da risultare sospetto <1.
I savonesi, meno numerosi ed organizzati oltre che più distanti dal fronte, continuarono la loro attività di guerriglia con il consueto vigore, ma senza esporsi in arrischiate azioni su grande scala. Dopotutto, lo stesso Comando Generale delle Brigate Garibaldi avrebbe rammentato pochi giorni dopo che “L’ora x è già suonata” <2 e che pertanto l’obiettivo principale dei partigiani non doveva consistere solo nel prepararsi ad una futura insurrezione, bensì nell’attaccare giorno per giorno il nemico senza mai concedergli tregua <3.
A Savona come altrove, questa direttiva giunse a conforto di una linea d’azione ormai perseguita da mesi.
La tarda estate vide un contemporaneo fenomeno di rafforzamento quantitativo e qualitativo delle unità partigiane di montagna e di città e un serio indebolimento dei corpi armati della RSI: in particolare la divisione “San Marco” continuava ad essere falcidiata dalle diserzioni, come rilevavano le scarne note informative della GNR <4. Molti “marò” erano spinti a “tagliare la corda” dalle insistenti voci di un prossimo ritorno in Germania della divisione, tanto che il 14 settembre il generale Farina dovette intervenire di persona con un ordine del giorno rivolto ai suoi uomini che recitava testualmente: ”Le voci messe in giro sono false ed hanno l’unico scopo di far perdere la fiducia a quelli fra noi che sono più deboli. Io so che qualcuno ha perso la testa e, lasciandosi ingannare dalla propaganda avversaria, si è messo in condizioni di pagare con la propria vita il disonore e la stupidaggine di aver creduto ai traditori. La propaganda nemica e i traditori interni hanno ora di nuovo fatto subdolamente circolare la voce che i reparti italiani ritornerebbero oltr’Alpe, in Germania. Io sono uomo di parola e sono gran signore del mio onore e di quello della divisione “San Marco”. Malgrado tutte le debolezze già dimostrate, io do fiducia a tutti e assicuro che noi abbiamo il diritto e il dovere di rimanere tutti al nostro posto di combattimento. Nessuno dubiti. Nel territorio di guerra italiano noi continueremo fino all’ultimo a combattere” <5.
Le rassicurazioni di Farina trovarono tuttavia orecchie sorde a qualsiasi richiamo, mentre le paure e le lamentele dei “sammarchini” erano oggetto della più sentita (ed interessata) comprensione da parte degli uomini e delle donne della Resistenza savonese. Un quadro realistico ed impressionante dello sbandamento attraversato dalla grande unità comandata da Farina è dato dal furibondo rapporto stilato dal generale tedesco Ott, ispettore dei gruppi di addestramento della Wehrmacht presso le divisioni dell’esercito della RSI, che il 16 settembre aveva fatto visita alla “San Marco”, riportandone un’impressione terribile. A detta di Ott, entro la metà del mese i disertori della “San Marco” erano già qualcosa come 1400 (il 10% dell’intera divisione!). Più in dettaglio, Ott notava come le diserzioni raggiungessero punte impressionanti (20%!) nelle truppe addette ai rifornimenti e nelle piccole pattuglie, mentre i reparti regolari parevano tenere in misura accettabile. Per ovviare a tale disastro, Ott avanzava una serie di proposte quali la sorveglianza di militari tedeschi su tutte le operazioni di rifornimento, fucilazioni, presa di ostaggi e invio di civili in lager per stroncare l’istigazione a disertare, un controllo meticoloso degli uomini che portasse all’eliminazione degli ”elementi cattivi” in particolare tra gli ufficiali e i nuovi arrivati, l’impiego del controspionaggio divisionale (sezione Ic) per la sorveglianza degli ufficiali e dei rapporti della truppa con i civili, un deciso attivismo nella lotta antiribelli per incoraggiare gli uomini, che dovevano comunque essere tenuti sempre impegnati, il ristabilimento di una disciplina ferrea e un attento esame del comportamento degli ex Carabinieri impiegati come polizia militare <6.
Tanta attenzione era pienamente giustificata dalle abnormi dimensioni del fenomeno e dalla crescente aggressività delle formazioni partigiane, che si erano ormai scrollate di dosso qualsiasi atteggiamento di tipo attendista. E se tra le aspre montagne liguri il pericolo era sempre in agguato, nel capoluogo e negli altri centri della costa la sicurezza era un fattore di giorno in giorno più aleatorio a causa dell’inarrestabile crescita organizzativa delle SAP, che aveva consentito il sorgere di nuovi distaccamenti e il rafforzamento di quelli esistenti, nonché l’estensione dell’area di attività dei gruppi sapisti.
Le zone che videro svilupparsi nuovi nuclei SAP furono quelle ad occidente di Savona. A Quiliano, sede sorvegliatissima di ben due comandi reggimentali della “San Marco”, e nella frazione di Valleggia, sorsero a fine agosto i distaccamenti “Rocca” e “Baldo”, forti di un pugno di uomini ciascuno, ma validamente appoggiati dai civili. La zona di Quiliano era nevralgica per i garibaldini, perché da essa e dalla Valle di Vado passava la gran parte dei rifornimenti di armi e volontari destinati alla Seconda Brigata <7. Pullulante di spie, doppiogiochisti, disertori, staffette e delatori, il Quilianese divenne rapidamente un fulcro della guerra civile, e il clima di violenza che vi si instaurò a partire dall’estate permase ancora a lungo dopo la Liberazione. Nella confinante area di Vado i sapisti, non ancora organizzati in brigata, ottennero in agosto e settembre notevoli successi nell’opera di reclutamento di “sammarchini” da inviare in montagna con armi e munizioni. A Porto Vado, a Sant’Ermete e nella Valle di Vado interi presidi, forti di decine di uomini, si squagliarono per le diserzioni e i continui attacchi dei sapisti finalizzati al recupero degli uomini <8. Come avveniva regolarmente in questi casi, una buona metà dei “marò” che disertavano si unì ai partigiani della Seconda Brigata; i restanti, dopo breve tempo, venivano lasciati andare sulla parola, e prendevano la strada di casa. In seguito al controllo sempre più stretto esercitato sulla zona a dispetto dei rabbiosi rastrellamenti, i sapisti furono poi in grado di creare addirittura un ospedaletto da campo per i garibaldini feriti, alloggiato in una stalla del paese di Segno <9. Se a Spotorno, sede del Comando generale tedesco per la Riviera di Ponente, l’attività dei piccoli nuclei ancora non formalizzati si espletava nell’accompagnamento dei disertori della “San Marco” al distaccamento “Calcagno”, a Finale e a Pietra Ligure operavano i distaccamenti SAP “Simini” e “Volpe” (poi “Fofi”), che il 28 agosto formarono la brigata “Perotti”. Questa unità nacque per coordinare i gruppi fondati da “Basilio” (Orso Pino), precedentemente organizzati come GAP, e poté subito fare affidamento sul personale dell’ospedale Santa Corona di Pietra Ligure, attivo centro nevralgico della resistenza al fascismo repubblicano <10.
Per la Seconda Brigata il mese di settembre significò una lieve diminuzione dell’attività <11 accompagnata da una rapida espansione degli organici. Infatti, stando ai documenti, non meno di 553 uomini risultano essere entrati a far parte dei vari distaccamenti garibaldini durante il mese in questione (e si trattò del dato mensile più elevato in assoluto) <12, anche se bisogna tener conto dei passaggi di volontari da un’unità all’altra. Almeno la metà erano disertori della “San Marco” <13, che andarono a formare il grosso dell’organico di tre distaccamenti, il “Minetto”, poi trasferito nelle Langhe alle dipendenze della 16a Brigata Garibaldi a metà ottobre <14, il “Bruzzone” ed il “Maccari”. Significativa è la quasi totale assenza di disertori della “San Marco” nei ranghi del distaccamento “Calcagno” in questo periodo: da un lato il “distaccamento modello” era già sufficientemente fornito di uomini atti al combattimento, dall’altro il suo accampamento fungeva sovente da centro di smistamento delle nuove reclute verso le altre unità garibaldine. In tal modo la “purezza” ideologica ed etnica (i volontari erano pressoché tutti di Savona, Vado e Quiliano) della “punta di diamante” del partigianato garibaldino savonese si manteneva intatta.
Nel complicato e a tratti oscuro quadro della formazione dei nuovi distaccamenti riveste un certo interesse il caso del “Moroni”, che viene citato a partire dall’8 settembre 1944. Questo distaccamento si trasformò ben presto in un’autentica succursale ligure dell’Armata Rossa perché tra il 15 ed il 20 del mese vi furono incorporati ben 22 cittadini sovietici <15, soldati non più giovanissimi che con tutta probabilità servivano controvoglia nella Wehrmacht come Hiwis (Hilfswillige, ossia “volontari” reclutati nei lager in cui a milioni morivano di fame i prigionieri di guerra sovietici). Non si trattava dell’unico distaccamento “internazionalista”: anche il “Revetria” era ben fornito di russi, polacchi e perfino tedeschi ed austriaci antinazisti o più semplicemente stanchi di battersi per qualcosa in cui non credevano <16.
L’attività armata dei garibaldini, pur meno intensa che nel mese precedente a causa dei problemi organizzativi accennati sopra, si mantenne su livelli tali da perpetuare lo stato d’emergenza in tutta la provincia. In più, come vedremo in dettaglio, il raggio d’azione della Seconda Brigata si allargò a raggiera fin verso l’Albenganese, l’Alta Val Tanaro e le Langhe. I primi ad attaccare furono i volontari del neonato distaccamento “Minetto”, che il giorno 2 prelevarono il presidio “San Marco” di Pietra Ligure (19 uomini) con tutte le armi in dotazione <17, e i veterani del “Calcagno”, che ai primi del mese <18 piombarono di sorpresa con quattro squadre sul Semaforo di Capo Noli, ottenendo la resa di sedici “marò” e recuperando un ingente quantitativo di materiale.
Tre giorni dopo il Comando Brigata corse un rischio gravissimo in seguito ad un’improvvisa puntata nemica. In piena notte un forte contingente misto (forse 200 uomini, probabilmente di meno) composto da SS e Feldgrau (polizia militare tedesca) con cani poliziotto scese furtivamente dalla cima del Settepani nel tentativo di sorprendere il Comando acquartierato presso la base del distaccamento “Maccari”, nelle vicinanze del paese di Osiglia, ma non riuscì ad eliminare le due sentinelle senza far uso delle armi da fuoco, e ciò consentì ai garibaldini di battere rapidamente in ritirata senza ulteriori perdite, ripiegando sul campo del “Nino Bori” dopo una lunga marcia di trasferimento <19.
Anche il “Revetria” sfuggì ad un rastrellamento compiuto dagli “Arditi” della “San Marco”, che ne incendiarono l’accampamento; poco dopo, rinforzato dalla squadra GAP del Comando Brigata, il distaccamento passò al contrattacco infliggendo serie perdite al nemico in ritirata <20.
Entrambe le puntate nazifasciste erano ispirate ad una nuova dottrina della controguerriglia che prevedeva attacchi limitati ma improvvisi e frequenti in luogo di grandi rastrellamenti condotti con forze preponderanti ma poco mobili <21. In realtà la lotta antipartigiana fu poi condotta applicando di volta in volta il sistema più adatto in relazione all’importanza dell’obiettivo e alle forze a disposizione dei rastrellatori. Il 10 agosto un importante successo fu riportato dal “Giacosa”, che si impadronì di una polveriera tra Millesimo e Cengio catturando ben 43 “marò” e rastrellando armi e munizioni in quantità <22. Il giorno successivo vide all’attacco il distaccamento “Bruzzone”, che guidato da “Ernesto” (Gino De Marco) e “Gelo” (Angelo Miniati) assaltò una postazione tedesca a Nucetto, in Val Tanaro, uccidendo due soldati <23. Il 14 fallì un attacco portato dal distaccamento “Rebagliati” contro il presidio di Calice Ligure <24: rimase sul terreno il partigiano “Falco” (Franco Leonardi, romano, classe 1925 <25).
Proprio a Calice era acquartierata la Controbanda della “San Marco”, un reparto specializzato nella repressione antipartigiana alle dipendenze del III° Battaglione del VI° Reggimento. Si trattava inizialmente di un centinaio di “marò”, scelti tra i più decisi e fanatici e comandati dal tenente Costanzo Lunardini coadiuvato dal sottotenente Fracassi <26. Armati ed addestrati in modo eccellente, gli uomini della Controbanda di Calice iniziarono subito un serrato duello con i garibaldini locali e in particolar modo con il distaccamento “Rebagliati”, che a più riprese pagò a caro prezzo la ferocia e l’astuzia di questi commandos, usi ad ogni atrocità e più volte travestiti da partigiani per ingannare i civili.
Il triangolo Finale - Melogno - Monte Alto divenne così uno dei punti focali della guerra civile nel Savonese.
[NOTE]
1.    G. Gimelli, Cronache militari della Resistenza in Liguria, Farigliano (CN), Milanostampa, 1965-69, vol. I, p. 161.
2.    Ibidem.
3.    R. Badarello - E. De Vincenzi, Savona insorge, Savona, Ars Graphica, 1973,  p. 77.
4.    Cfr. ibidem, pp. 77 - 78 e G. Gimelli, op.cit., vol. I, p. 162.
5.    R. Badarello - E. De Vincenzi, op. cit, p. 78.
6.    Ibidem, p. 74.
7.    G. Gimelli, op. cit., vol. I, p. 165.
8.    Ibidem, vol. I, pp. 74 - 75.
9.    N. De Marco - R. Aiolfi, op. cit., p. 106.
10.    R. Badarello - E. De Vincenzi, op. cit., p. 75.
11.    G. Gimelli, op. cit., vol. I, p. 165.
12.    R. Badarello - E. De Vincenzi, op. cit., p. 76.
13.    E. Caviglia, op. cit., p. 490.
14.    N. De Marco - R. Aiolfi, op. cit., p. 107.
15.    R. Badarello - E. De Vincenzi, op. cit., p. 80.
16.    Le Brigate Garibaldi nella Resistenza, INSMLI - Istituto Gramsci - Feltrinelli, Milano, 1979, vol. I, p. 281.
17.    Ibidem, vol. I, pp. 293 - 295.
18.    R. Badarello - E. De Vincenzi, op. cit., p. 80.
19.    G. Gimelli, op. cit., vol. I, pp. 165 - 166.
20.    G. Bocca, Storia dell’Italia partigiana, Mondatori, Milano, 1995, p. 261.
21.    R. Badarello - E. De Vincenzi, op. cit., p. 80.
22.    Ibidem, p. 81.
23.    Per lo sciopero del 1° marzo 1944 vedi in ibidem, pp. 84 - 90; cfr. G. Gimelli, op. cit., vol. I, pp. 188 - 191.
24.    Addirittura, pochi giorni prima, tutti i questori delle province interessate dallo sciopero si erano riuniti a Valdagno.
25.    N. De Marco - R. Aiolfi, op. cit., p. 108.
26.    Per la strage di Valloria, vedi R. Badarello - E. De Vincenzi, op. cit., pp. 90 - 92.

Stefano d’Adamo, "Savona Bandengebiet - La rivolta di una provincia ligure ('43-'45)", Tesi di Laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1999-2000
 
La Controbanda! Storia e operazioni del III Gruppo Esplorante Arditi e della Controbanda di Calice Ligure ‐ Divisione F.M. San Marco - Edito da ITALIA Storica, Genova 2014 - Formato 17x24, 300 pagine, più di 150 illustrazioni b/n e colori e riproduzioni di documenti e due mappe...
Sadici torturatori di partigiani e rastrellatori di civili inermi, o una delle migliori unità per la controguerriglia delle forze italo-tedesche in Italia nel 1943-1945? Il III Gruppo Esplorante della Divisione Fanteria di Marina “San Marco” dell’Esercito Nazionale Repubblicano, derivante dal 10° Reggimento Arditi e comandato dal Tenente Colonnello Vito Marcianò, contese con successo l’entroterra ligure e le Langhe ai partigiani dal 1944 al 1945, non subendo le tattiche partigiane, con il loro stillicidio di imboscate e colpi di mano, ma rivoltando verso le bande queste stesse tattiche, affinate e messe in pratica con la spietata efficienza militare tipica dei reparti Arditi. Il Gruppo operò prima in Liguria alle dipendenze della 34. Infanterie-Division del Generale Theobald Lieb, che seppe per primo sfruttarne appieno le capacità offensive, e poi rientrò alla Divisione “San Marco”, mantenendo però sempre, dato l’altissimo spirito di corpo e rendimento degli Arditi e il carisma del loro comandante, una netta indipendenza d’azione dalla Grande Unità. Gli Arditi del Comandante Marcianò divennero presto un vero incubo per le formazioni partigiane, costantemente individuate e braccate dalle pattuglie a lungo raggio del Gruppo Esplorante, capaci di penetrare sin nei rifugi ritenuti più sicuri dalle bande. Le operazioni del Reparto sono qui ricostruite in dettaglio attraverso un bilanciato confronto di spesso contrastanti fonti edite e d'archivio, tra le quali il verbale del processo al Comandante Marcianò e a diversi membri dell'Esplorante tenuto ad Asti nel 1947, qui riprodotto per la prima volta, integrate dalle voci relative al Gruppo del Diario di guerra della Divisione e da un resoconto sulle sue azioni scritto nel dopoguerra dal Generale Comandante della “San Marco” Amilcare Farina. Un capitolo tratta poi il secondo reparto specializzato nella controguerriglia della Divisione “San Marco”, ossia la “Controbanda” del Tenente Costanzo Lunardini del III Battaglione del 6° Reggimento Fanteria di Marina, accasermata a Calice Ligure nel 1944-1945. Altre sezioni del libro includono le uniformi, i distintivi e l'equipaggiamento dei reparti in oggetto, le decorazioni al Valor Militare concesse, le tenute da controinterdizione nei conflitti contemporanei e una vasta iconografia, spesso inedita.
a cura di Andrea Lombardi, Zimmerit Forum

domenica 11 gennaio 2026

Churchill inviò a Brindisi uno sciame di servizi segreti


Peter Tompkins (che dell’OSS fu uno dei membri più importanti ed attivi) afferma che la politica britannica era favorevole alla ristabilizzazione di una monarchia liberale in Italia e voleva impedire che in Italia vi fosse un vero e proprio cambiamento dovuto al fatto che la Resistenza al Nord era sempre più politicamente orientata a sinistra; temendo una ripetizione della situazione greca, le autorità britanniche decisero di sostenere esclusivamente la Resistenza militare e monarchica (le formazioni autonome del generale Cadorna) e pertanto il SOE prese contatti con i servizi del Regno del Sud: il SIM con i suoi residuati fascisti. Churchill inviò a Brindisi uno “sciame di servizi segreti” che però non essendo ancora disposti a recarsi oltre le linee si appoggiarono al SIM, su disposizione di Alexander.
A Brindisi Badoglio cercò di convincere gli inglesi che la resistenza nell’Italia occupata dai tedeschi era organizzata in gran parte da personale del disciolto esercito regolare con il quale i monarchici affermavano di essere in contatto grazie a un canale radio segreto del SIM. Badoglio e il re con l’arma del SIM intendevano impedire la formazione di un movimento armato antifascista nell’Italia occupata dai tedeschi, per mantenere solo quello che richiedevano gli inglesi, cioè “piccoli gruppi di agenti adibiti unicamente ad operazioni di sabotaggio e di ricerca di informazioni militari”: in pratica la Special force creata dall’Intelligence service.
Claudia Cernigoi, Alla ricerca di Nemo. Una spy- story non solo italiana, La Nuova Alabarda e la Coda del Diavolo, supplemento al n. 303, Trieste, 2013 

Nel suo complesso, dunque, gli Alleati, e soprattutto gli inglesi, considerarono sempre come controparte legittima e affidabile la Monarchia e il Governo Badoglio, mentre si rifiutarono di vedere, almeno sino agli accordi del dicembre 1944, quali interlocutori politici il CLN e il suo rappresentante nell’Italia settentrionale, il Comitato di Liberazione Nazionale per l’Alta Italia, a maggior ragione, ove si consideri che alcuni suoi membri quali, ad esempio, il socialista Sandro Pertini ritenevano che il CLNAI non dovesse assumersi la responsabilità dell’armistizio perché non aveva quella della guerra. Tale contrapposizione ideologica fu ben chiarita da Edgardo Sogno, figura eccentrica della Resistenza italiana, il quale collaborò con il SOE, consapevole del fatto che: "Gli Inglesi non ci rimproverano il fascismo, ci rimproverano di aver fatto la guerra. E in questo fatto della guerra sentono che la colpa è tutta nostra. Gli antifascisti considerano invece la guerra come una conseguenza del fascismo, rimproverano agli Inglesi di avere appoggiato il fascismo, quando loro l’hanno combattuto, e si sentono quindi in credito anche verso gli Inglesi".
A tal proposito, sintomatica di tale contraddizione appare una lettera del 13 settembre 1943 che il luogotenente colonnello Cecil Roseberry, capo della Sezione italiana (J Section) del SOE, inviava all’agente, maggiore Max Salvadori, appena sbarcato a Salerno, nella quale gli si comunicavano gli ordini dello Stato Maggiore Militare britannico con riguardo ai rapporti da osservare con gli antifascisti e, in particolare, con i suoi "vecchi amici" di Giustizia e Libertà (GL). In sintesi, l’ordine era di non incoraggiare ‹‹gli agitatori politici›› ovvero alcuna ‹‹strategia rivoluzionaria›› o ‹‹movimento politico››: l’organizzazione doveva, da un lato, assistere il Movimento della Resistenza nel compimento di operazioni speciali oltre le linee nemiche e, dall’altro, mantenere la collaborazione ufficiale con il Governo e l’esercito italiano per il compimento di azioni militari contro la Germania, da svolgersi avvalendosi di ‹‹fidato personale militare (e non di certo operante come militare)››, ed era  ‹‹d’obbligo usare una buona dose di tatto e discrezione››, affinché l’agenzia segreta inglese non rischiasse di compromettersi agli occhi dello Stato Maggiore italiano, così concludendo: "C’è un solo nemico ora; Il Fascismo è morto e noi e gli Italiani dobbiamo essere uniti per liberarci dei Tedeschi. Non può esserci pace in Italia sino a quando non vi sarà pace in Europa".
Michaela Sapio, Servizi e segreti in Italia (1943-1945). Lo spionaggio americano dalla caduta di Mussolini alla liberazione, Tesi di dottorato, Università degli Studi del Molise, 2012 

L’O.S.S. ottenne anche di poter impiegare un sommergibile italiano per le missioni di sbarco in Adriatico. Inoltre, per diretto intervento del generale Donovan, capo dell’O.S.S., fu deciso l’invio a Roma del giornalista Peter Tompkins, facente parte dell’ala moderata dell’O.S.S. In imminenza dello sbarco ad Anzio, Tompkins, con un agente emiliano di sua fiducia, fu trasportato da un velivolo B-26 fino a Campo Borgo, in Corsica, vicino a Bastia, ove armato di Beretta calibro 9, con 300 sovrane d’oro, i codici segreti e i quarzi per la radio e una macchina fotografica Minox, imbarcò sulla sezione dei due MAS 541 e 543 italiani assegnati alla missione. Costeggiata l’Isola d’Elba, i due MAS sbarcarono, all’alba del 20 gennaio, il gruppo circa 30 km a nord di Tarquinia (probabilmente alla foce del Fosso Tafone). Lo sbarco avvenne con battellino di gomma giallo, che veniva destinato allo scopo, sul quale prendevano posto tre persone, di cui una destinata a riportare indietro il battellino. Con un’automobile guidata da italiani percorsero l’Aurelia, per giungere a Tarquinia e deviare per la Cassia, in direzione di Viterbo, riuscendo a raggiungere Roma, ove presero contatto con il gruppo inviato in precedenza e con Franco Malfatti, già assegnato alla commissione italiana di armistizio con la Francia e poi funzionario del S.I.M., nel periodo del governo Badoglio. Tompkins incontrò anche elementi del C.L.N.
Giuliano Manzari, La partecipazione della Marina alla guerra di liberazione (1943-1945) in Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare, Periodico trimestrale, Anno XXIX, 2015, Editore Ministero della Difesa

La carriera di James Angleton era iniziata un anno prima, quando era stato nominato nel novembre del '44 dirigente della sezione romana del controspionaggio americano - chiamata Special Counter Intelligence/Unit Z (SCI/Z) -, mentre il 25 aprile del 1945 venne promosso capo di tutto il settore del controspionaggio, denominato X-2, nella penisola <326.
Nell’autunno del ’44 la nomina di Angleton a capo della sezione romana comportò un netto cambiamento nella politica e nel tipo di operazioni condotte dal servizio segreto americano in Italia. Voluta tanto dal generale Donovan quanto dai vertici dei servizi segreti inglesi, con cui l’Oss collaborava, la nomina di Angleton era una mossa decisa da entrambi in direzione di un orientamento in senso anticomunista dell’azione dell’Oss: l’ufficiale della sezione X-2 dell’intelligence statunitense era noto per le sue posizioni fortemente anticomuniste e per le sue amicizie e simpatie negli ambienti fascisti. Egli infatti era cresciuto a Milano, e prima di frequentare l’università di Yale aveva mantenuto stretti rapporti con l’entourage fascista della città <327. Grande ammiratore di Ezra Pound, era convinto che il male assoluto fosse rappresentato dall’Unione Sovietica, e che l’avanzata di questa verso l’Europa centrale fosse il preludio per una diffusione del comunismo in tutto il continente, da cui poi si sarebbe propagato nel mondo <328.
La sua propensione a ragionare in termini antisovietici aveva favorito la preferenza nei suoi confronti da parte dei vertici dell’intelligence inglese, all’epoca della sua formazione tra i ranghi della dirigenza Oss a Londra, al punto che venne ammesso nella “ristrettissima cerchia di coloro che avevano accesso alle informazioni di Ultra [il codice di decriptazione dei messaggi segreti del Reich, n.d.a.], unico non britannico” <329.
Da poche settimane alla guida della sezione di controspionaggio a Roma, alla fine di dicembre del ‘44 il giovane Angleton aveva cominciato ad occuparsi delle trattative con il comandante della Decima Mas. Il principe Junio Valerio Borghese, che al comando del suo corpo d'assalto della Marina dopo l'8 settembre aveva aderito alla Rsi <330, si stava organizzando per sopravvivere dopo la sconfitta con una parte della sua organizzazione.
[NOTE]
326 Cfr. T. Mangold, Cold Warrior. James Jesus Angleton: the CIA's Master Spy Hunter, New York, Simon & Schuster, 1991, p. 43. Alcuni anni più tardi, nel 1953, Angleton divenne direttore dell’intero controspionaggio statunitense, raggiungendo i massimi livelli del potere politico-militare. Filoisraeliano, ebbe poi modo di curare la fondazione del Mossad (Cfr. M. Del Pero, Gli Stati Uniti e la "guerra psicologica" in Italia. 1948-1956, in "Studi Storici", 1998, n. 4, p. 959).
327 Cfr. T. J. Naftali, “ARTIFICE: James Angleton and X-2 Operations in Italy”, in G. C. Chalou (a cura di), The Secrets War. The Office of Strategic Services in World War II, Washington DC, National Archives and Records Administration, 1992, pp. 218-219.
328 Cfr. T. Mangold, Cold Warrior, cit., pp. 35-36.
329 P. Tompkins, L’altra Resistenza. Servizi segreti, partigiani e guerra di Liberazione nel racconto di un protagonista, Milano, Il Saggiatore, 2005, p. 407; cfr. a questo proposito anche l’articolo di T. J. Naftali, “ARTIFICE: James Angleton and X-2 Operations in Italy”, in G. C. Chalou (a cura di), The Secrets War, cit., pp. 222-223.
330 Sul ruolo e la figura di Borghese durante il periodo della Repubblica sociale cfr. L. Ricciotti, La Decima Mas, Milano, Rizzoli, 1984, pp. 13-43; F. W. Deakin, La brutale amicizia: Mussolini, Hitler e la caduta del fascismo italiano, cit., pp. 804-805, 876; e L. Ganapini, La repubblica delle camicie nere, Milano, Giunti, 2002, pp. 60-62.

Siria Guerrieri, Obiettivo Mediterraneo. La politica americana in Europa Meridionale e le origini della guerra fredda. 1944-1946, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Roma "Tor Vergata", Anno accademico 2009-2010   

venerdì 2 gennaio 2026

Altre fabbriche di interesse militare vennero decentrate in Brianza da Milano


Dopo l’8 settembre 1943 il restaurato Governo Fascista si trovò a gestire una situazione economica già immiserita dalla guerra e aggravata da nuovi fattori, quali la siccità (che nel 1943 compromise irrimediabilmente i raccolti <1), la mancanza di materie prime, il peso dell’occupante tedesco (che pretendeva per sé quote di produzione obbligatoria agricola ed industriale) e per la Provincia di Como, l’inarrestabile numero degli sfollati. Nel Natale 1943, iniziative a scopo propagandistico, organizzate dal Capo della Provincia (quali il riscatto gratuito dei pegni dell’importo fino a 500 Lire e distribuzione di pacchi viveri alle famiglie), sono emblematiche della situazione di povertà <2.
Le ordinanze del Capo della Provincia, i Notiziari delle G.N.R. e gli organi della stampa locale, lasciano trasparire una realtà di miseria quotidiana, fatta di razionamenti, mercato nero, rialzo dei prezzi e furti. Il Notiziario della G.N.R. del 5 marzo 1944, annotava: “[…] il problema alimentare non tende a migliorare e i prezzi salgono vertiginosamente, in modo particolare nei piccoli centri, ove i più abbienti il più delle volte accaparrano le poche provviste che vi sono” <3.
Il 21 ottobre ’43, una delle prime direttive del neo eletto Capo della Provincia Scassellati, mirò a “[…] stroncare la continua corsa al rialzo dei prezzi e riportare le menti e l’attività di tutti all’onesto e al giusto […]”. <4
Sul quotidiano “La Provincia di Como” dell’11 novembre 1943, comparve il decreto del Capo della Provincia per la repressione delle macellazioni clandestine: “[…] Tutti i trasferimenti fuori del territorio del Comune, di bestiame vivo sia
da allevamento che da macello, sono oggi vietati […]. Tutto il bestiame che verrà trovato transitare senza la prescritta autorizzazione, verrà requisito […]. Il consumo della carne bovina, nei pubblici esercizi, a eccezione del sabato nella misura fissata per la popolazione sarà senz’altro ritenuto conseguenza di macellazione clandestina: anche i consumatori saranno deferiti all’autorità giudiziaria […]” <5.
Il 29 novembre 1943, una relazione sulla situazione a Canzo del Commissario Prefettizio Mario Noseda, al Federale Paolo Porta e al Comandante della 16ª Legione CC. NN. Ferdinando Vanini, pose in evidenza: “[…] il problema più urgente da risolvere è quello dei contadini, i quali stanno vendendo il bestiame per mancanza di mangime. In realtà il mangime si può acquistare al mercato nero a prezzi iperbolici, ed il fieno arriva dal bresciano a 600 Lire al quintale. I contadini chiedono perciò un permesso, che dovrebbe essere concesso dalle Autorità Militari Germaniche, per poter acquistare a Rovato (Brescia) almeno una parte del fieno che occorre per le loro vaccine” <6.
Il Notiziario della G.N.R. del 22 aprile 1944, registrava il continuo rialzo del prezzo dei grassi e l’irregolare distribuzione: “[…] rimane sempre insoluto il grave problema dei grassi. Il burro al mercato nero ha raggiunto il prezzo di Lire 400 il Kg. E l’olio, quando si trova, si paga sino a Lire 1.000 il fiasco. Anche il prezzo degli altri generi tende ad aumentare, con grave malcontento specialmente delle classi impiegatizie, operaie e delle categorie a reddito fisso” <7.
Al fine di aumentare le assegnazioni di prodotti alimentari, venne richiesta e ottenuta la qualifica di località tipicamente industriali oltre che per i centri maggiori Como e Lecco, anche per alcuni paesi della Brianza: Erba, Merone,
Cantù e Mariano Comense <8. La federazione dei fasci repubblicani, si adoperò per assicurare l’approvvigionamento alle mense aziendali che servivano 76.000 operai <9. Dall’1 gennaio 1943, furono istituite le mense aziendali obbligatorie per nutrire i lavoratori, essendo gli alimenti ottenuti con la tessera insufficienti. La mensa forniva un pasto per ogni operaio, costituito da un primo piatto fornito dalla Sepral (Sezione provinciale dell’Alimentazione), al secondo piatto doveva provvedere l’azienda. Tuttavia, spesso, mancavano i generi alimentari e le aziende dovevano provvedere in proprio, ricorrendo anche al mercato nero. In Alta Brianza e Vallassina alcune fabbriche furono classificate “ausiliarie” o “protette”, cioè di interesse bellico quali: la “Metallurgica Meroni” di Erba; la “Lamberti Camillo” tessuti di Erba; la “Fugini Gaetano Coltelli Bulloni” di Erba-Arcellasco; gli “Stabilimenti di Pontelambro”; le “Coltellerie Riunite” di Caslino d’Erba. Altre fabbriche di interesse militare vennero decentrate in Brianza da Milano: ad Albese la “Apparecchi Strumenti Aereonautici”; a Montorfano la “Società Telemeccanica. Apparecchi e Strumenti per la Marina da Guerra”; a Rogeno la ditta “Aeroplani Caproni”. Il personale di queste aziende era sottoposto alla disciplina militare di guerra. Erano previsti i reati di diserzione, sabotaggio, violenza ai superiori, rifiuto di obbedienza. La giurisdizione spettava ai Tribunali Militari <10. Le fabbriche, per mancanza di combustibile e di materie prime, che in Alta Brianza erano seta, rayon, cotone e metalli, riducevano orari e salari e, a volte, sospendevano la produzione. Ad aggravare tutto questo, si devono aggiungere le disposizioni come “il blocco dei tessuti” per il mercato interno e l’accorpamento dell’industria metallurgica in grandi conglomerati. I Notiziari della G.N.R. posero in evidenza tale situazione. Nel Notiziario del 5 marzo 1944 fu annotato: “[...] La mancanza di materie prime, soprattutto di materiali ferrosi e di filati, sia di seta che di rayon, ha, in questi ultimi giorni, acuito la già sensibile contrazione del lavoro in molti stabilimenti” <11. Il Notiziario dell’11 marzo 1944, informava: “Per disposizione degli organi competenti, quasi tutte le cartiere hanno sospeso o ridotto il lavoro a tempo indeterminato per mancanza di materia prima. […] le fonderie registrano una contrazione dell’attività per mancanza di ghisa e di carbone. Alcune torciture e tessiture seriche, difettando di filati, riducono proporzionalmente il numero delle operaie. Il disagio è particolarmente sentito da quelle aziende che, avendo sempre lavorato per conto di terzi, non beneficiano della assegnazione dei filati direttamente dall’Ente preposto alla distribuzione, ma attraverso commissionari, i quali molto spesso trovano conveniente cedere la loro assegnazione al mercato nero” <12.
Per quanto riguardava l’industria metallurgica, il Notiziario della G.N.R. del 19 maggio 1944, così annotava: “[…] Il decreto che ordina la denuncia e il blocco di metalli non ferrosi ha prodotto negli industriali i più svariati commenti. Si ha l’impressione che la denuncia sia stata imposta dall’autorità germanica e venga da essa autorità seguita e controllata a suo esclusivo vantaggio: si prevede la requisizione totale dei metalli con irrimediabile impoverimento del Paese. Il blocco arresterebbe inoltre larghe zone di attività industriale e provocherebbe la ricerca e l’occultamento dei metalli, per evitare di paralizzare o interrompere le attività produttive” <13.
Il 14 giugno 1943, la “Metallurgica Meroni” di Erba inviò al Prefetto di Como, un esposto per l’evidente impraticabilità dei provvedimenti del Governo sull’accorpamento dell’industria metallurgica: “[…] La sottoscritta si permette però di richiamare l’attenzione della Ecc.za. Vostra sui gravi danni che la proposta concentrazione porterebbe, specie alla nostra azienda, in rapporto anche all’ambiente dove essa svolge il suo lavoro […]. […] Ora nel nostro caso, un simile provvedimento priverebbe del lavoro un ingente numero di operai (450 operai), senza consentire il loro reimpiego in altre aziende, non essendovi industrie similari in zona. […] Circa poi, la pretesa economia nei trasporti e nei consumi, giova osservare che la nostra azienda (stabilimento ausiliario categoria A), partendo dal rottame raccolto nella zona, attraverso lavorazioni interne, moderne ed autarchiche, giunge ad un prodotto finito in gran parte assorbito e da commesse belliche dirette e da stabilimenti ausiliari della zona, per modo che qualsiasi modificazione dell’attuale struttura, aggraverebbe, e non migliorerebbe il già gravoso problema dei trasporti e dei consumi” <14.
[NOTE]
1 Per fronteggiare il deficit alimentare, aggravato dalla carestia, le autorità fasciste esortavano la popolazione a coltivare orti. Cfr. “La Provincia di Como”, 6 ottobre 1943, foglio s.n.;
2 Cfr. “La Provincia di Como”, 20 dicembre 1943, foglio s.n.;
3 Cfr. Perretta Giusto, Notiziari della Guardia Nazionale Repubblicana della Provincia di Como 1943-1945, Ed. Istituto Comasco per la storia del movimento di Liberazione, Graficop Como 1990, p.15;
4 Cfr. “La Provincia di Como”, 21 ottobre 1943, foglio s.n.;
5 Cfr. “La Provincia di Como”, 11 novembre 1943, foglio s.n.;
6 Cfr. ASC, Fondo Prefettura, Carte di Gabinetto, II versamento, Carte riservate Scassellati cart.4, relazione del Commissario prefettizio al Federale Paolo Porta e per conoscenza a Ferdinando Vanini Comandante della 16ª Legione CC. NN., del 29.11.1943, foglio s.n.;
7 Cfr. Perretta Giusto, op. cit., p.22;
8 Cfr. Roncacci Vittorio, La calma apparente del lago. Como e il Comasco tra guerra e guerra civile, Macchione Editore Varese 2003, p.163;
9 Cfr. “La Provincia di Como”, 18 ottobre 1943, foglio s.n.;
10 Cfr. ASC, Fondo Prefettura, Carte di Gabinetto, II versamento, industrie ausiliarie, cart. b. 92, fasc. 6, da gennaio 1943 al 1945, fogli s.n.;
11 Cfr. Perretta Giusto, op. cit., p.15;
12 Cfr. Perretta Giusto, op. cit., p.16;
13 Cfr. Perretta Giusto, op. cit., p.32;
14 Cfr. ASC, Fondo Prefettura, Carte di Gabinetto, II versamento, concentramento dell’industria siderurgica nazionale, cart. b. 105, fasc. 4, da gennaio 1943 al 1945, fogli s.n.
Laura Bosisio, Guerra e Resistenza in Alta Brianza e Vallassina, Tesi di Laurea, Università Cattolica del Sacro Cuore - Milano, Anno Accademico 2008-2009

venerdì 26 dicembre 2025

Il mio primo rapporto con Bruno Fonzi risale al dicembre del 1974

 


Il romanzo di Fonzi si ambienta sulla riviera ligure, dove un gruppo di ricchi sfaccendati recita - fra partite di tennis, cene e mondanità - una commedia imprevedibile che si rovescia in dramma.
Redazione, Bruno Fonzi, Tennis, Einaudi, 1973, Antro di Ulisse   

[...] Ricordo che quando veniva a trovarmi a Bordighera dimostrava un attaccamento a quei luoghi e ad un comune amico in particolare, lo scrittore Guido Seborga, l’Hess della Resistenza e dell’impegno socialista all’Avanti che aveva poi abbandonato per dedicarsi  alla pittura e alla scrittura nell’immediato entroterra bordigotto. Attorno al mitico locale “Che Louis” in Corso Italia si trovavano intellettuali come lui, Betocchi, Navarro (affezionatissimo di Bordighera e di Venezia  per le sue vacanze) e Bruno Fonzi che a Bordighera dedicò il romanzo Tennis. Ero un giovane universitario ed ho potuto partecipare di quel clima solo attraverso i suoi epigoni, notandone le profonde inquietudini esistenziali che non bastavano più bevute a rasserenare. Hess, sicuramente il più affascinante e libero, era profondamente deluso e si poteva cogliere con immediatezza. Massimo Novelli ha scritto di lui in modo raffinato, cogliendone l’arte e il travaglio interiore profondo [...]
Pier Franco Quaglieni, Quelle vacanze nella Liguria torinese, Lo Spiffero, 3 agosto 2015 

Il mio primo rapporto con Bruno Fonzi risale al dicembre del 1974. Nell’aprile di quell’anno aveva pubblicato, nei “Nuovi Coralli” di Einaudi, I pianti della liberazione, quel racconto suo bellissimo che faceva parte della prima raccolta Un duello sotto il fascismo del ’61. Il due dicembre mi scrisse per ringraziare dell’articolo dedicatogli. S’avviò così un’amicizia durata poco meno di due anni, ma intensissima e profonda. “Come se ci conoscessimo da molto”, diceva. Ci vedemmo di lì a poco a Milano per un breve incontro tra due librerie, la casa Garzanti, un ristorante. Portava la sua eleganza come il colore degli occhi e l’andatura nobile che lo contrassegnava. Era nato a Macerata nel 1914. A Macerata era rimasto fino al ’26 quando la famiglia si era trasferita a Torino. Dopo la laurea in Scienze Economiche e Commerciali, negli anni Quaranta sarà a Roma dove intreccerà amicizie che si interromperanno con il suo spegnersi: Moravia, Elsa Morante, Giorgio Bassani, Giacomo Debenedetti, Ennio Flaiano, Niccolò Gallo, Mario Pannunzio, che lo chiamerà a collaborare, per circa un decennio, a “Il Mondo”. Nel ’49 fissa la residenza definitiva a Torino, dove sposerà Ada Fosco, e sarà chiamato, da Cesare Pavese, ad occuparsi della collana di narrativa inglese e nordamericana. Poco prima della morte, nel giugno del ’76, lascerà l’Einaudi per Garzanti. Le insidie dell’intelligenza si era intitolato il seminario di studi presso l’Università di Urbino, Istituto di Filologia Romanza, tenutosi il 10 e 11 maggio 1988, a cura di Gualtiero De Santi e al quale parteciparono Gina Lagorio, Mario Santagostini, Donatella Marchi, Massimo Raffaeli, Fabrizio Adanti, Maria Lenti e il sottoscritto.
A oltre dieci anni dalla sua perdita, tornava l’identità di scrittore e di traduttore superbo che era passato attraverso le regioni più intense e impervie della letteratura che gli premeva: il Sartre de La nausea (1947) e l’Hemingway di Un addio alle armi (’45), il Teatro di Arthur Miller (’59) e quello di O’Neill (1962), La fortezza di Singer (’72) e le Memorie di una maitresse americana della Kimball (’75), Ragtime di Doctorow (’76) e I libri della mia vita di Henry Miller (’76), per citarne alcuni. Scese ad Ancona, provenendo da Firenze, nel marzo del ’76, per presentare alla Biblioteca “Benincasa” la raccolta dei suoi racconti di una vita, Equivoci e malintesi, che Einaudi aveva pubblicato poco prima. Poggiata la valigia da certi suoi parenti di Via Villarey, risalimmo in auto per raggiungere Portonovo e rammentare le pagine di Musil ne “Il viaggio in paradiso”, appendice de L’uomo senza qualità, nel quale quella baia è toccata dalla grazia della scrittura e dei sensi. Ripercorremmo l’itinerario della sua infanzia per la città ferita ancora dal terremoto del ’72 e con le tracce aperte dell’ultima guerra europea: la via delle carceri, i palazzi del Guasco, di San Pietro, l’arcivescovado, il porto.
Camminava nell’impermeabile scuro tutto abbottonato e raccontava una storia di brevi capitoli lasciando che crescesse il ritratto del ragazzino che era stato, occhi vivi e veloci, in quei luoghi tra l’Anfiteatro e Piazza San Francesco. Salendo per la Cattedrale gli dicevo che lungo quel percorso - e più sotto - Visconti aveva girato, nel ’42, le scene anconetane di Ossessione, con Girotti, la Calamai, Juan De landa, Elio Marcuzzo. Anche le vie di quel film erano, in gran parte, scomparse con i disastri dei bombardamenti. Poi Villa Bosdari verso il Trave, dove cenammo, da soli, nel conforto di una conversazione che durava da ore e che avrebbe occupato gran parte della notte. Sulla spiaggia di Portonovo mi parlò di Pavese, degli anni einaudiani. Consegnava figure e fatti oltre il mito e la leggenda, nell’asciutta evidenza delle cose. Non condivideva la pubblicazione de Il mestiere di vivere, il diario d’esistenza che si chiuderà con il suicidio dello scrittore nell’agosto del 1950, a quarantadue anni.
Appoggiati a una barca rovesciata vicino alla Torre De Bosis affrontammo i suoi libri. Ironico, discreto, attento, sfogliava le sue pagine e le pagine dell’Italia con la stessa andatura esatta della scrittura. Le Marche, per lui, erano elegia e memoria. Un suo romanzo del ’64, Il maligno, era stato ambientato “in quella zona dell’Italia centrale imprecisa e ibrida quant’altre mai, dove confinano l’alto Lazio, l’Umbria e le Marche” (Giorgio Bassani). La presentazione del giorno dopo, affollatissima e che gli piacque proprio per il carattere di imprevedibile festa composta, si chiuse in un ristorante di Piazza del Plebiscito. Poi uscimmo a camminare fino al Porto che ancora consentiva la passeggiata sulle banchine libere, tra bitte e gomene e l’odore d’acqua morta. Il giorno dopo raggiungemmo Recanati e Macerata, senza malinconia. La coscienza vigile del reale l’avvisava ogni volta degli smottamenti e dei rischi dell’emozione. Seppi, la mattina del 5 giugno, da un pie' di pagina de “Il Giorno”, della sua improvvisa morte a Milano. La civiltà laica e l’educato anarchismo tacquero all’improvviso come la civile gentilezza, la pazienza dignitosa, la raffinata intelligenza. Nel suo lavoro di autore e nelle scelte del traduttore non c’è mai stata la volontà di piegare il reale, ma l’esigenza di approssimarsi alla verità delle immagini sensibili, delle situazioni, per “restituire ciò che abbiamo preso dal granaio della vita” secondo l’Henry Miller da lui stesso “doppiato” in italiano. L’abitava il bisogno di dire quel che aveva in testa mediante la forma più vicina a “come” lo sentiva. L’universo delle idee e degli sguardi: così si compone il giuoco di macchine linguistiche e di posizioni stilistiche del più controverso romanzo suo del ’73, Tennis. Dopo trentuno anni la voce morbida suggerisce: “Che lo scrittore sia interprete della società mi pare indubbio. Altrettanto indubbia mi pare la sua nessuna influenza sull’andamento delle cose: […] quasi sempre la sua testimonianza - e magari, quando c’è, il suo messaggio - vengono recepiti a posteriori. Troppo tardi”
Francesco Scarabicchi, Love in Translation: Bruno FonziLe parole e le cose 2 

sabato 20 dicembre 2025

I redattori di «Controspazio» saranno impegnati a sostenere una concezione autonoma della disciplina

Fonte: Elena Sofia Moretti, Op. cit. infra

Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio del decennio successivo, con le sollecitazioni provenienti dagli avvenimenti internazionali come la guerra in Vietnam e i movimenti di rivolta che divampano a Parigi tra il maggio e il giugno 1968, anche in Italia si assiste all’esplosione delle lotte studentesche e operaie. Non è questa la sede per trattare le complesse vicende del ‘68, ma è utile rilevare quanto la situazione di instabilità produca un generale clima di tensione in ambito politico-sociale, coinvolgendo le maggiori istituzioni culturali. Gli studenti, sull’esempio del Maggio Francese, occupano in massa le principali università italiane; la Facoltà di architettura di Roma a Valle Giulia è teatro di forti scontri tra studenti e polizia, mentre a Milano il Movimento prende d’assalto la sede del Corriere della Sera in via Solferino. Anche la XIV Triennale di Milano del 1968 - curata quell’anno da Giancarlo De Carlo e dedicata al “grande numero” <1 -, viene occupata dagli studenti in lotta nel suo primo giorno di apertura <2; mentre la XXXIV Biennale di Venezia vede la luce con estrema difficoltà per le accese proteste studentesche sostenute da numerosi artisti <3. Dal 1968 è possibile osservare come in ambito culturale emergano una pluralità di posizioni critiche e teoriche tali da caratterizzare questo periodo come uno dei più ricchi di ricerche rivolte soprattutto a tematiche che esulano dalla normale pratica professionale <4. L’inquieto clima sembra trovare eco anche nelle pagine delle riviste, che si schierano al fianco degli studenti e si fanno sovente portavoce delle istanze e dei temi legati alla contestazione, divenendo uno dei principali strumenti per la registrazione degli eventi in atto <5. Solo «Domus» e «Abitare» sembrano sottrarsi alla “cultura dell’impegno”, mantenendo una gestione più “diplomatica” e apolitica dei propri contenuti editoriali <6.
In ambito architettonico, proseguono le avventure editoriali nate nella seconda metà degli anni Sessanta come «Marcatré» e «Op. Cit.»; a queste nel 1966 si aggiunge, tra le altre, «Città e società» diretta da Vittorino Colombo, mentre «Lotus» cambia aspetto e dal terzo numero del 1967 Alfieri assume l’esclusiva direzione della rivista. In particolare, il periodico si dota del sottotitolo “rivista” e non più “annuario”, dove al catalogo standardizzato delle opere è sostituito uno spazio per la ricerca teorica e critica <7. Nel 1969 nasce anche la rivista di Marco Dezzi Bardeschi e Francesco Guerrieri dal titolo «Necropoli», e nel 1970, dal numero 349, «Casabella» passa sotto la supervisione di Alessandro Mendini, che le associa il nuovo sottotitolo “Rivista di architettura, urbanistica e disegno industriale”, rendendo così evidente il carattere interdisciplinare che il periodico intende assumere. Nello stesso anno, Giorgio Trebbi e Glauco Gresleri fondano a Bologna la rivista «Parametro», mentre a Venezia vengono pubblicate in forma periodica le ricerche svolte all’Istituto Universitario di Architettura nei corsi di Carlo Aymonino, Romeo Ballardini, Guido Canella, Costantino Dardi, Gianni Fabbri, Pierluigi Nicolin, Raffaele Panella e Gianugo Polesello intitolate "Per una ricerca di progettazione" <8.
È in questa geografia di iniziative editoriali che, nel giugno del 1969, Portoghesi e un nutrito gruppo di giovani critici e architetti, fondano a Milano la rivista mensile «Controspazio». Tra gli studi che si sono occupati la rivista si registrano due tesi di laurea di Alessandro Fiorio (2004/2005) e Antonietta Bonanno (2005/2006) che si sono rivelate utili per circoscrivere alcune aree di interesse tematico <9. Inoltre, tra gli scritti che hanno trattato la rivista, è possibile menzionare alcune pagine del libro di Francesco Tentori "L'architettura contemporanea in dieci lezioni" <10, Carlo Gandolfi, che ha scritto la voce “Controspazio” nel volume "Architettura del Novecento. Teoria, scuole, eventi" <11 e Paolo scrivano nel suo saggio dedicato ai primi anni di uscita del periodico <12. Di «Controspazio», descritta come «la migliore rivista italiana del secondo dopoguerra», Tentori, in particolare, individua due periodi redazionali che hanno attraversato la sua avventura editoriale: il primo, a prevalente direzione milanese, arriva sino al 1972; il secondo, guidato soprattutto da protagonisti della scena architettonica romana, si sviluppa nell’arco temporale 1973-81 <13. Claudio D’amato, in un articolo del 2018 dedicato alla rivista e apparso sul numero di «Festival dell’Architettura Magazine» dedicato a "Le piccole riviste di architettura del XX secolo", scrive che il periodo romano del periodico può essere suddiviso in due ulteriori “stagioni”, dal 1973 al 1976 e dal 1976 al 1981 <14. Ciò è vero se si considerano gli importanti cambiamenti che avvengono in «Controspazio» dal 1976, sia per l’azzeramento della redazione e la conseguente riorganizzazione interna, sia sotto la forma di una nuova veste grafica <15. Complessivamente, le pubblicazioni raggiungono la numerazione di 102 copie, anche se, in realtà, si contano in tutto circa 60 fascicoli effettivi per la presenza di doppie uscite che si accumulano soprattutto nei primi anni di attività. Dal 1969 «Controspazio» pubblica 7-8 fascicoli l’anno, nel periodo dal 1973 al 1976, nonostante la rivista continui ad essere mensile, le uscite sono circa quattro l’anno, mentre dal 1977 al 1981 il periodico diventa bimestrale ma le pubblicazioni continuano ad essere irregolari e si contano quattro numeri l’anno o, come nel caso del 1981, solo un fascicolo <16.
Un documento inedito, riportato da D’Amato nel 2014 nel volume "Studiare l’architettura" <17, sembra sottendere una genesi romana della proposta editoriale <18. Il documento si riferisce alla messa a punto del numero 0, come una sorta di “manifesto programmatico”. Tra i suoi estensori, D’Amato menziona un gruppo di giovani allievi di Portoghesi alla Facoltà di Architettura di Roma, molti dei quali appartenenti all’associazione studentesca di sinistra Goliardi Autonomi <19. L’estratto, scrive D’Amato, esalta il ruolo della politica come «vera finalità dell’architettura, tutta vista in funzione di un processo rivoluzionario in cui essa avrebbe dovuto catarticamente dissolversi» <20. Il dato sembra confermato da Portoghesi in un articolo apparso su «Casabella» nel 2001 <21. «L’ipotesi culturale della rivista», scrive Portoghesi, «era nata a Roma e doveva contenere, in pieno clima sessantottino, una forte implicazione con le istanze del movimento studentesco in campo architettonico» <22. Si tratta, in realtà, di una linea di pensiero assai distante da quella che effettivamente sarà perseguita dal periodico. Diversamente, dal 1969, «Controspazio» si sottrarrà dall’avanzare una visione prettamente politica dell’architettura e i suoi redattori saranno impegnati a sostenere una concezione autonoma della disciplina <23. Come è possibile leggere ancora su «Casabella», sarebbe stata la collaborazione con Ezio Bonfanti a porre le basi che aiutarono Portoghesi a orientare la rivista, impostando una proposta editoriale in modo da «coinvolgere l’ondata ideologica senza esserne travolti» <24. Il primo numero, infatti, sembra evidenziare molte di queste contraddizioni <25. Ne è un esempio la stridente vicinanza dell’articolo di Bonfanti sul tema dell’autonomia dell’architettura con quelli dedicati all’architetto Louis I. Kahn che, al contrario, affrontano il lavoro dell’architetto da un punto di vista ideologico. In tal senso, l’analisi della prima uscita di «Controspazio», per il suo valore seminale, offre la possibilità di avanzare alcune riflessioni relative ai temi e ai problemi intorno ai quali si svilupperà effettivamente il lavoro critico dei suoi protagonisti. Si tratta di una sorta di “numero-manifesto”, non privo di incongruenze, che costituisce un necessario punto di partenza per l’indagine.
[NOTE]
1 Quattordicesima Triennale di Milano, catalogo ufficiale XIV Triennale, Milano, 1968. Cfr. anche: C. Guenzi, XIV Triennale: una selezione difficile, in «Casabella», n. 325, 1968, pp. 4-21.
2 Sull’occupazione della XIV Triennale del 1968 cfr.: C. Guenzi, La Triennale occupata, in «Casabella», n. 325, 1968, pp. 82-85; C. Guenzi, La Triennale del re, in «Casabella», n. 333, 1969, pp. 34-38. La programmazione della Triennale, sino al 1968, era stata interrotta solo durante la Seconda Guerra Mondiale.
3 Alle proteste degli studenti in Piazza San Marco segue una violenta repressione da parte della polizia la sera prima dell’apertura. Diciotto artisti italiani ritirano le loro opere dalla Biennale come forma di protesta, altri rivoltano i dipinti verso le pareti; alcuni hanno scritto sul retro “la Biennale è fascista”. La mattina del 18 giugno i cancelli vengono aperti ma la manifestazione ufficiale è ridotta ai minimi termini mentre artisti e studenti si riuniscono in assemblea permanente all’Accademia occupata. Sulla Biennale cfr.: G. Celant, Una Biennale in grigioverde, in «Casabella», n. 327, 1968, pp. 52-53; P. Restany, La Biennale poids-plume a raté son suicide, in «Domus», n. 466, 1968, pp. 42-50.
4 U. La Pietra, Ricerca, in Cinquanta anni di architettura italiana 1928-1978, catalogo della mostra (Milano - Palazzo delle stelline, 28 marzo - 13 maggio 1979), Domus, Milano 1979, pp. 12-14. Si veda anche: A. Muntoni, Storia e Movimento Moderno, teorie e ricerche progettuali dopo il ’68, in Il dibattito architettonico in Italia 1945-1975, a cura di C. Conforto et al., Bulzoni, Roma, 1977, pp. 177-178.
5 Cfr.: S. Micheli, Le riviste italiane di architettura, in Italia 60/70. Una stagione dell’architettura, a cura di M. Biraghi et al., Il poligrafo, Padova, pp. 125-138.
6 Micheli, op. cit., p. 130.
7 M. Marzo, Lotus. I primi trent’anni di una rivista di architettura, in «FAM», n. 43, 2018, pp. 41-66.
8 Per una ricerca di progettazione I, a cura di C. Aymonino et al., Istituto universitario di architettura, Venezia 1969. Nascono anche altre esperienze che documentano le ricerche nelle facoltà come “politecnico architettura” e “rassegna dell’istituto di architettura e urbanistica” edito dalla facoltà di Roma. Cfr. anche: Micheli, op. cit., pp. 125-138. Un’indicazione parziale delle principali riviste italiane pubblicate tra il 1945 e il 1975 (corredate dagli indici) si trova anche in: Il dibattito architettonico in Italia…, cit., pp. 408-551. Cfr anche: M. Mulazzani, Le riviste di architettura. Costruire con le parole, in F. Dal Co (a cura di), Storia dell’architettura italiana - il secondo novecento, Electa, Milano, 1997, pp. 430-443.
9 A. Bonanno, Nel cantiere di una rivista: "controspazio" 1969-1981, tesi di laurea (prof. A. De Magistris), Politecnico di Milano, a.a. 2005/2006; A. Fiorio, "Controspazio"(1969-1981), tesi di laurea, (relatore C. Olmo), Politecnico di Torino, a.a 2004/2005.
10 F. Tentori, L'architettura contemporanea in dieci lezioni (dividendo per undici). Zibaldone e bibliografia sull'architettura, l'arte italiana e le riviste del Novecento, Gangemi, Roma 1999, p. 132.
11 C. Gandolfi, voce-saggio Controspazio, in Biraghi M., Ferlenga A. (a cura di), Architettura del Novecento. Teorie, scuole, eventi, vol. I, Einaudi, Torino, 2012, pp. 246-250.
12 P. Scrivano, Where praxis and theory clash with reality: ‘Controspazio’ and the Italian debate over design, history, and ideology, 1969-1973, in Sornin A., Janniere H., Vanlaethem F. (a cura di), Revues d’architecture dans les années 1960 et 1970, Institut de recherche en histoire de l'architecture, Montréal, pp. 245-269. Cfr. anche: 30 anni di architettura in Italia. Dalle pagine di Controspazio 1969-2000, a cura di D. Pastore, S. Tuzi, Gangemi, Roma 2003.
13 Tentori, L’architettura contemporanea…, cit., pp. 131-135.
14 C. D’Amato, Controspazio come piccola rivista, in «FAM», n. 43, 2018, pp. 33-40. D’Amato, che aveva collaborato con la rivista sin dai primi numeri, entrerà a far parte del direttivo di redazione nel 1977.
15 Ivi.
16 Tentori, L’architettura contemporanea…, cit. p. 131.
17 C. D’Amato, Studiare l’architettura, Gangemi, Bari, 2014, pp. 145-146.
18 D’Amato, Controspazio…, cit., pp. 35-36.
19 Ivi, p. 35.
20 Ibid. D’Amato specifica che i giovani studenti fanno parte della lista di sinistra “Goliardi Autonomi” che, dal 1963, prendono parte alle prime occupazioni dell’università romana. Cfr. anche: P. Ostilio Rossi, Le proposte di riforma del Biennio. 1964-1965, in Bruno Zevi e la didattica di architettura, a cura di P. Ostilio Rossi, atti del convegno, Quodlibet, Macerata, 2018, pp. 189-207.
21 P. Portoghesi, Le possibilità del passato, in «Casabella», n. 694, 2001, pp. 90-92. L’articolo è dedicato alla pubblicazione di una raccolta di scritti di Ezio Bonfanti. Questa occasione offre a Portoghesi l’opportunità di rimeditare sull’esperienza di «Controspazio».
22 Ibid.
23 Al proposito si veda soprattutto: P. Portoghesi, Autopsia o vivisezione dell’architettura, in «Controspazio», n. 6, 1969, pp. 5-7.
24 Portoghesi, Le possibilità…, cit., p. 90.
25 Ivi, p. 91.
Elena Sofia Moretti, Generazione «Controspazio». Il ruolo di un progetto culturale nel dibattito architettonico italiano (1969-1981), Tesi di dottorato, Università Iuav di Venezia, Anno accademico 2022-2023

domenica 14 dicembre 2025

La forza della Marcia dei 40.000 fu nel suo valore simbolico molto più che nei numeri


Fu "La Repubblica" a dare il nome all'evento, il giorno successivo titolò in prima pagina “Torino, 40mila in corteo: «Fateci tornare a lavoro»”, era una delle cifre più alte fornite dalla stampa. Nell'articolo di Salvatore Tropea si leggeva: «qualcuno stamane osservava che il corteo silenzioso era l'immagine di Torino e dell'Italia dei prossimi dieci anni; altri parlavano addirittura di una Waterloo del sindacato. [...] [Dai passanti] isolati commenti di chi esplode in un “finalmente”, “era ora”» <733. Secondo Bonazzi la stessa importanza della marcia «venne enfatizzata [dal PCI, soprattutto torinese, che portò a termine la trattativa quasi sostituendosi ai sindacati] per legittimare l'accordo sulla Cig senza rotazione per 23.000 dipendenti come scelta obbligata, ma anche per coprire le polemiche interne al partito ed al sindacato tra pragmatici ed intransigenti.» <734. Questa l'opinione di Luca Ponzi: "La marcia dei quarantamila ebbe l'effetto immediato e dirompente di dare voce alla maggioranza silenziosa […] Fino al 1980 la maggioranza silenziosa era ai margini del dibattito politico, occupato da altri, da quella classe operaia che nel paese era egemone e riusciva a farsi sentire, con istanze che andavano ben al di fuori dei cancelli delle fabbriche e venivano fatte proprie dagli studenti, dagli intellettuali, dai principali giornalisti". <735
Nella relazione del prefetto di Torino sullo stato della provincia nei mesi post-marcia si denunciavano i danni prodotti nell'indotto e il clima da resa dei conti fra i sindacati: «la conclusione della vertenza FIAT ha fatto emergere i gravi contrasti, da tempo latenti, tra le tre organizzazioni sindacali torinesi nella vana ricerca di assumersi la minor parte di responsabilità nel fallimento della vertenza stessa». La CGIL messa sotto accusa tacciava la UIL di immobilismo e la CISL di un'azione autoreferenziale e barricadiera che scavalcava «a sinistra anche i più facinorosi esponenti dei movimenti extraparlamentari». Poi tutte e tre prendevano di mira l'intransigenza della FLM <736.
La forza della Marcia dei 40.000 fu nel suo valore simbolico molto più che nei numeri. La manifestazione dei capi FIAT fu effettivamente una manifestazione della maggioranza silenziosa a quasi dieci anni da quando questa formula politica venne evocata per la prima volta. I quadri intermedi dell'azienda aggregarono un’area più vasta della loro categoria basandosi sui valori di certo ceto medio. I loro nemici erano gli stessi dell'inizio del decennio, il PCI, i sindacati e la sinistra extraparlamentare, che nella vertenza FIAT si ritrovarono uno a fianco all'altro. Il loro anticomunismo, anche se non sbandierato come quello del CCA di Milano, c'era e si era radicato in anni di contrapposizione in fabbrica. La loro organizzazione si sviluppò come associazione di categoria ma sempre al di fuori dei partiti politici. Non solo perché rifiutavano istintivamente di impegnarsi e perché si identificavano più che altro con l'azienda, ma anche perché si sentivano abbandonati e traditi, sopratutto dall'esperimento della solidarietà nazionale, con i comunisti in area governativa. Eppure dimostrarono di saper interpretare i sentimenti di molti altri, stanchi di un decennio di tensioni e immersi negli anni più duri del terrorismo, o almeno si videro attribuire questo merito. La loro era una manifestazione che vedeva sul tavolo le stesse questioni del 1971: la fine delle violenze da cui si sentivano minacciati, il ritorno ad una vita tranquilla e laboriosa, la denuncia degli effetti di una nefasta e pericolosa egemonia dei comunisti e dei sindacati sulla società italiana; la difesa del proprio ruolo sociale, della propria posizione di potere; la paura del declassamento.
Il fatto che i capi FIAT si sentissero molto più che semplici lavoratori, interpreti della maggioranza silenziosa dei lavoratori dell'azienda e di tutti gli italiani, ultimo baluardo dell'ordine democratico, emerge con forza in alcuni passaggi del discorso che Luigi Arisio lesse al Teatro Nuovo in quel 14 Ottobre 1980: "Ancora una volta, da Torino, capitale dell'operosità e della libera iniziativa parte questo segnale di allarme, [...] è sintomatico ed eccezionalmente significativo, che a mandare questo messaggio sia una categoria di solito restia ad esprimersi, allergica alla piazza, ai suoi clamori, ai roboanti slogan. I Quadri Intermedi, i capi Fiat, hanno oggi finalmente riconfermato la loro funzione trainante, raccogliendo e coagulando intorno a loro i qualificati e responsabili consensi dei dirigenti, degli impiegati e dei loro operai. Non siamo, come dice Lotta Continua, il partito dei capi Fiat, siamo il ben più grande partito della voglia di lavorare, di produrre, di competere con la concorrenza, siamo il partito del rispetto e non della sopraffazione, siamo il grande, universale partito che vuole costruire, per noi ed anche per loro un avvenire migliore". <737 Si ritenevano portatori di valori universali da contrapporre alle divisioni false e nocive della politica che avevano insanguinato le strade e rovinato l'economia. Si dicevano profondamente convinti che "l'auspicato risanamento sociale ed industriale, non possa prescindere dal rafforzamento e dalla diffusione dei valori intrinseci nella cultura industriale, in quanto obiettivi comuni e vitali per tutte le forze sociali. [...] I valori che i quadri intermedi hanno da sempre sostenuto vengono oggi riscoperti, ed il campo viene così sgombrato dagli ideologismi, dai falsi problemi e bisogni e dagli artificiosi schieramenti". <738
Chi erano precisamente i capi? Si trattava di lavoratori dipendenti con un titolo di studio, che però raramente eccedeva il diploma. Una buona parte era di estrazione operaia questo valeva soprattutto per i capisquadra e i capi reparto, che controllavano il processo produttivo e i collegamenti con le altre parti della struttura della loro area di competenza. Più in alto stavano i capiofficina che solitamente non seguivano una mobilità ascendente ma venivano collocati dall'esterno dall'azienda. Esistevano poi i capi intermedi d'ufficio con funzioni tecnico-organizzative o di coordinamento della progettazione, quindi capiufficio e funzionari d'ufficio e di officina, più alti nel grado aziendale <739. Amavano definirsi gli «ammortizzatori del sistema di fabbrica» <740, sottolineando il ruolo di cerniera (e quindi la loro indipendenza) fra operai e dirigenza aziendale. Tuttavia, essi si identificavano molto con l'azienda, la loro etica del lavoro «ruotava intorno a un concetto forte in quegli anni, che in fondo alla FIAT si dovesse riconoscenza. Riconoscenza per lo stipendio a fine mese, ma non solo, anche per tutto ciò che significava lavorare in FIAT, dalla cassa mutua, alle colonie per i figli, al pacco dono a Natale, alle gite domenicali e, in definitiva, a un certo prestigio sociale» <741. Ma ribadivano che «la fonte principale di legittimazione di gruppo e di identità sociale dei quadri[...] [va] ricercata nella specificità del loro ruolo professionale ed aziendale» <742.
Una delle rivendicazioni delle organizzazioni dei quadri era quindi il cambiamento del quadro legislativo, che nei contratti costringeva ad essere inquadrati come impiegati. L'articolo 2095 del Codice Civile infatti riconosceva all'epoca solo tre categorie: operai, impiegati, dirigenti <743. Il periodo ricordato con maggior nostalgia fu quello della gestione Valletta, quando tra l'altro non mancavano di “consigliare” il voto per le commissioni a sindacati aziendali e limitavano la propaganda della FIOM, per non perdere gli aiuti del Piano Marshall alle aziende <744. Il loro nemico principale era il sindacato, ma non solo. Arisio commentava sugli anni Settanta: «Ciò che il Partito Comunista Italiano non riusciva ad ottenere in Parlamento era rimesso in discussione dal suo potente sindacato e rigiocato sulla piazza: in questo ballottaggio non previsto dalla costituzione repubblicana, anomalo e fuorviante, era quindi puntualmente e definitivamente riconquistato!» <745 
Il sindacato ebbe sicuramente problemi di rappresentatività che non esaminò con la dovuta attenzione. Nei primi anni Ottanta Ida Regalia puntualizzava: «Dieci anni fa i criteri di giudizio del grado di “rappresentatività”[...] erano diversi da quelli prevalenti oggi. Allora ci si chiedeva se fossero adeguatamente rappresentati i giovani, le donne, i lavoratori con scarsa o nulla socializzazione politica; oggi ci si chiede se siano sufficientemente rappresentati i quadri e i tecnici,le minoranze sindacali» <746. I capi contestavano la linea economica del sindacato, l'inquadramento unico, l'egualitarismo rivendicativo, la scala mobile, perché tutti questi minavano la loro posizione portando all'appiattimento salariale con le altre categorie, e si ritenevano ulteriormente penalizzati dal sistema fiscale <747. Anche in conseguenza di queste due questioni si faceva largo fra le critiche ai sindacati quella di aver scavato un fossato fra i “garantiti” delle categorie più compatte e numerose, e i “non garantiti” <748. Arisio ne dava un esempio parlando delle assunzioni di «elementi sempre più scadenti ma ormai intoccabili perché tutelati da un movimento sindacale sempre più forte, sempre più aggressivo, che riempiva le linee di montaggio e le officine di finti invalidi, che subito dopo la conferma ottenevano un “posticino” da seduti» <749. A questi si aggiungevano gli assenteisti che aumentavano di giorno in giorno.
[NOTE]
733 La Repubblica, 15 Ottobre 1980, p.2
734 G. Bonazzi, La lotta dei 35 giorni alla Fiat, cit., p.39
735 L. Ponzi, Il giorno dei colletti bianchi, cit., pp.99-100
736 Relazione prefettura Torino 20 Gennaio 1981, in f. 15800 111/10, ACS, Min. Int., Gab., Arch. Gen., fasc. corr., anni 1981-1985
737 L. Arisio, Vita da capi, cit., pp.282-283
738 G. Fardin, Coordinamento quadri e capi intermedi FIAT, I quadri negli anni '80, Torino, Fondazione Giovanni Agnelli, 1983, p.4
739 L. Ponzi, Il giorno dei colletti bianchi, cit., pp.96-98
740 G. Fardin, Coordinamento quadri e capi intermedi FIAT, I quadri negli anni '80, cit., p.3
741 L. Ponzi, Il giorno dei colletti bianchi, cit., p.103
742 G. Fardin, Coordinamento quadri e capi intermedi FIAT, I quadri negli anni '80, cit., p.167
743 Ivi, p.168; T. Giglio, La classe operaia va all'inferno, cit., p.47
744 L. Arisio, Vita da capi, cit., p.78
745 Ivi, p.135
746 I. Regalia, Eletti e abbandonati. Modelli e stili di rappresentanza in fabbrica, Bologna, Il Mulino, 1984, p.88
747 A titolo esemplificativo T. Giglio, La classe operaia va all'inferno, cit., p.90
748 Ivi, p.59
749 L. Arisio, Vita da capi, cit., p.130
Alberto Libero Pirro, La “maggioranza silenziosa” nel decennio '70 fra anticomunismo e antipolitica, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Roma "La Sapienza", Anno Accademico 2013-2014