venerdì 21 gennaio 2022

Gli organi di polizia sospettavano che anche l’Uisp svolgesse, per conto del Pci, un ruolo di copertura rispetto alla preparazione di attività di carattere sovversivo

Momento di una partita di calcio UISP (inizio anni Cinquanta) - Fonte: Aa.Vv, ... Sessant’anni di sport sociale in Italia attraverso la storia dell’UISP, la meridana, 2008

Il materiale preso in esame per questo contributo proviene dalla serie «G Associazioni» del fondo del Ministero dell’Interno conservato presso l’Archivio Centrale dello Stato <1 . La serie è costituita da carte di polizia: telespressi riservati, corrispondenza tra organi dello Stato, relazioni informative, rapporti su singoli e gruppi, note trasmesse da “fonti fiduciarie”.
La rappresentazione dell’attore politico “vigilato” risulta ovviamente filtrata dalla chiave di lettura delle autorità politiche e di pubblica sicurezza, con «un forte elemento di soggettività, una serie di interessate esagerazioni e anche di falsità» <2 . Occorre quindi una particolare attenzione nell’utilizzare queste fonti che «devono essere tenute a distanza, interpretate, padroneggiate, ma mai accettate acriticamente» <3 .
Se si escludono i materiali prodotti dai soggetti indagati, raccolti dagli organi dello Stato e allegati alle note informative, le carte di polizia sono infatti, «anche se non esclusivamente, principalmente una fonte sui sorveglianti». Tuttavia, proprio perché «nessun punto di osservazione [può] essere considerato, di per sé, del tutto attendibile e scientificamente “neutro”», ecco allora che «anche una visione palesemente “nemica” può diventare elemento indispensabile della conoscenza». Inoltre, come osservato da Mimmo Franzinelli, utilizzando i documenti polizieschi con la dovuta attenzione, è possibile far emergere vicende personali e collettive altrimenti destinate all’oblio <4 .
I documenti sull’Unione Italiana Sport Popolare (Uisp) sono raccolti in due buste <5  contenenti diversi fascicoli che coprono l’arco temporale compreso tra il 1948, anno di nascita dell’associazione, e il 1984.
Anche nel caso dell’Uisp, la documentazione di polizia - oltre a fornire informazioni che possono arricchire la conoscenza della storia nazionale e locale dell’associazione <6 - risulta utile per verificare in che misura l’Unione fosse considerata “pericolosa” per lo Stato ed esplorare alcuni aspetti dell’azione di controllo e di repressione del dissenso svolta dagli organi di polizia in ambito sportivo, nel quadro della generale azione di sorveglianza nei confronti della sinistra, e particolarmente del Partito comunista.  
Dal punto di vista cronologico, l’analisi dei documenti è circoscritta al periodo che vede l’Uisp impegnata nella costruzione della sua struttura organizzativa e nella definizione del proprio profilo politico-sportivo, in un contesto molto difficile.
Nel clima della guerra fredda l’associazione, al pari delle altre organizzazioni delle sinistre, deve misurarsi con il duro attacco portato al movimento operaio dal blocco politico-economico conservatore che fa perno sulla Democrazia cristiana. La Dc tende ad egemonizzare tutti i settori della vita sociale e culturale, compreso lo sport, a partire dal Coni, di fatto sotto tutela governativa in quanto dipendente in termini amministrativi dalla presidenza del Consiglio. Sul piano dei finanziamenti i vertici politico-sportivi discriminano le associazioni di sinistra rispetto a quelle “clericali”, l’associazionismo popolare viene marginalizzato ostacolando o impedendo la promozione di manifestazioni e il possesso di licenze, figure legate alla sinistra sono escluse dalle cariche direttive dello sport nazionale.
Costretto sulla difensiva e con pochi mezzi a disposizione, l’Uisp risente delle rigidità e della radicalizzazione che caratterizzano lo scontro ideologico, politico e sociale nei “duri” anni Cinquanta e tende ad utilizzare lo sport in chiave propagandistica, agendo in funzione di collateralismo rispetto ai partiti di sinistra, soprattutto al Pci, egemone al suo interno.
L’associazione riesce comunque a ritagliarsi un ruolo peculiare in campo sportivo, articola la sua presenza sul territorio attraverso comitati provinciali radicati principalmente nelle regioni “rosse” e contribuisce a rappresentare i valori della sinistra nello spazio dello sport italiano: tra questi, anzitutto il diritto allo sport e una concezione del fenomeno sportivo come pratica popolare di massa, aperta a tutti, non limitata allo svago o alla ricerca della prestazione, volta a realizzare momenti di partecipazione democratica e a fornire strumenti di emancipazione e di crescita sul piano individuale e sociale.
Uno sguardo d’insieme
Una parte cospicua della documentazione si riferisce alla struttura nazionale dell’Uisp e alla partecipazione a competizioni sportive in Europa orientale. Altre carte riguardano l’attività dell’associazione in diverse province, in primo luogo dell’Emilia-Romagna e della Toscana, punti di forza dell’Unione.
Questori e prefetti forniscono anzitutto informazioni sul quadro dirigente nazionale che consentono di individuare in modo sufficientemente preciso la sua composizione. Si tratta in genere di persone definite come «note», ovvero precedentemente schedate per la loro attività politica, di cui in alcuni casi si sottolinea la particolare “pericolosità” («ex partigiano, fazioso violento, per cui è ritenuto elemento pericoloso per l’ordinamento democratico dello Stato»; «comunista fanatico ed attivissimo») <7 .
Diversi dirigenti hanno alle spalle un’esperienza politica iniziata in età liberale o sotto il fascismo. Le relazioni di polizia ripercorrono la loro storia fornendo una serie di dati che possono integrare le importanti biografie contenute nel volume sull’Uisp di Di Monte, Giuntini e Maiorella, dalle quali emergono alcuni tratti comuni della classe dirigente uipsina: «diverse esperienze assorbono la lezione appresa con l’emigrazione e l’esilio politico in Francia, la quasi totalità dei “padri fondatori” passa per l’opposizione antifascista, la lotta partigiana, la stagione del FdG [Fronte della Gioventù] e l’attiva militanza nei due partiti di sinistra» <8 .
Attraverso le carte si delineano i principali filoni di impegno dell’Uisp, dal sostegno agli sport minori all’attenzione per l’attività sportiva femminile, dalla formazione di leve sportive agonisticamente competitive alla cura per l’aspetto ricreativo dello sport.
L’attività di controllo si intensifica in occasione delle manifestazioni e dei congressi nazionali, seguiti dagli organi di polizia attraverso specifiche relazioni e la raccolta di documenti prodotti dall’associazione. “Confidenti” assistono alle riunioni del Consiglio nazionale riferendo sull’evoluzione della linea politico-sportiva uispina. Anche organismi collegati all’Uisp come l’Uges (Unione ginnico escursionistico sportiva) - indicata come «similare all’Associazione Esploratori Cattolici e capace di contrastarne l’attività tra i giovani» <9 - e il Cet (Campeggi escursioni turismo) sono oggetto di attenzione da parte degli organi di sicurezza.
I documenti restituiscono alcuni aspetti dei primi anni di vita dell’Uisp lungo la penisola, visti attraverso lo sguardo dei sorveglianti che insistono sul carattere “pretestuoso” dell’attività sportiva promossa dall’associazione, letta come un’insidiosa e subdola trappola per avvicinare i giovani alla causa comunista e «inculcare in essi l’ideologia estremista» <10 .
Sebbene […] non sia specificamente menzionato lo scopo politico e le finalità a cui mirano i dirigenti, che sono mascherate sotto il pretesto della cultura fisica e morale, gli scopi si ritengono quelli di avere sempre maggiori aderenti, nelle masse, al PCI <11 .
In realtà, fine principale di detta Unione è quello di riunire in sé il maggior numero di giovani di ambo i sessi, venendo loro incontro nel miglior modo possibile, nel campo dello sport per poi, a conquistata fiducia degli stessi, deviarli sul campo politico e convogliarli sotto la Direzione del P.C. <12
Gerarchi della gioventù comunista, sono all’opera […] per promuovere manifestazioni sportive tra i vari gruppi UGES, nel quadro dell’Unione Italiana Sport Popolari. […] Tali iniziative hanno lo scopo di allettare i giovani e i giovanissimi perché, con il pretesto dello sport, si affianchino alle organizzazioni comuniste, abbandonando i Patronati cattolici <13 .
Gli organi di polizia locale trasmettono a Roma informative anche sui dirigenti dei Comitati provinciali, corredate da note sull’età, sulla professione, sugli orientamenti ideologici, sulla condotta politica e “morale” e su eventuali precedenti penali <14 . I militanti più attivi sono in maggioranza giovani, molti sono operai, alcuni hanno incarichi nel partito o nelle Camere del lavoro o provengono dalla Fgci e dalla precedente esperienza nel Fronte della Gioventù, altri sono “indipendenti” o sportivi che non risultano impegnati in campo politico. Come a livello nazionale, anche nelle sedi periferiche dell’Uisp la componente comunista è nettamente prevalente rispetto a quella di area socialista.
Nel complesso si delinea un universo di militanti che suppliscono con il volontariato alle carenze finanziarie e strutturali dell’associazione. Al pari di altre attività culturali e politiche, lo sport svolge una preziosa funzione di scuola di formazione per i giovani della sinistra <15 .
Le informazioni che giungono dai prefetti e dai questori sono talvolta approssimative e inducono perciò a sovradimensionare o sottovalutare la forza dell’Uisp. Alla fine del 1948 ad esempio vengono segnalati 15.000 iscritti 16 , quando i tesserati a quella data sono in realtà circa 9.000 <17 . I Comitati provinciali individuati nel 1950 risultano 12 <18 , mentre a quell’altezza l’Uisp ha ormai articolato la sua presenza in molte province italiane. Gli atleti organizzati dall’associazione nel 1951 vengono valutati intorno ai 50.000 19 , mentre sono oltre 70.000 <20 .
I documenti della serie consultata sono legati da precisi vincoli archivistici, ma il flusso di informazioni tra la periferia e il centro risulta evidentemente lacunoso. Mancano materiali relativi alle Marche, all’Umbria, all’Abruzzo, al Molise, alla Calabria e alla Sicilia. Colpisce l’assenza della Lombardia e soprattutto di Milano (sono conservate solo due note della questura milanese), una città centrale per lo sport italiano e di radicate tradizioni nello sport popolare. D’altra parte, non tutta la documentazione sulle associazioni e i movimenti sorvegliati confluiva in questa serie che presenta il vantaggio dell’omogeneità tematica ma dovrebbe essere integrata dalla consultazione di altre carte di polizia conservate nell’Archivio Centrale dello Stato <21 .
Sport e “addestramento militare”
L’esistenza di una struttura militare occulta predisposta dal Pci nel secondo dopoguerra - non in funzione difensiva, come “apparato di vigilanza”, ma con l’obiettivo di rovesciare lo Stato democratico - è un tema che ricorre frequentemente nella pubblicistica anticomunista, con evidenti intenti politici.
In ambito storiografico questa tesi è al centro di alcune ricerche realizzate allo scopo di riequilibrare la storiografia prevalente che sostiene l’estraneità dell’opzione militare al corpo e alla cultura dei comunisti italiani, impegnati durante la ricostruzione a dare forma ad un partito di massa secondo l’impostazione togliattiana.
Si tratta di studi che tendono a considerare le carte di polizia e dei servizi segreti come fonti “neutre” e dunque attendibili e veritiere, perché non destinate a scopi propagandistici esterni ma ad una corrispondenza interna prodotto da soggetti che non avrebbero alcun interesse ad ingannare se stessi.
Un esempio significativo è la relazione approntata da Gianni Donno per la Commissione stragi, confluita nel volume La Gladio rossa del PCI (1945-1967) <22 .  Nella sua indagine Donno si affida esclusivamente a documenti prodotti dai servizi - «che lasciano, in molti casi, francamente perplessi sulla loro autenticità e sul loro valore ai fini della ricerca» <23  - e descrive l’inventario di un “archivio segreto” del Pci della cui esistenza non viene data alcuna prova, «se non testimonianze de relato » <24 . Come nota Aldo Giannulli, «il prestigioso storico salentino» «assume le informazioni contenute nei documenti dell’Ufficio Affari Riservati e del SIFAR senza alcuna riserva sulla loro veridicità»: "Tanta fiducia è rafforzata anche dal rinvenimento di un documento che un confidente avrebbe trafugato al PCI, nel quale sono contenute asserzioni abbastanza esplicite sull’esistenza dell’esercito parallelo. La lettera - vero “pezzo forte” dell’intera ricerca - reca l’intestazione a stampa Partito Comunista Italiano-Direzione Militare del Mediterraneo-Comando Emilia Romagna : colpisce che l’autore non sia assalito dal dubbio sull’autenticità del documento, al punto di non svolgere alcuna verifica in merito; in fondo, non appare molto probabile che il Pci stampasse la carta intestata di un organismo segreto, la cui stessa esistenza doveva essere tenacemente negata!" <25
Gli organi di polizia sospettavano che anche l’Uisp svolgesse, per conto del Pci, un ruolo di copertura rispetto alla preparazione di attività di carattere sovversivo.
Le prime informazioni sulle strutture paramilitari in seno all’Unione risalgono all’autunno del 1948. A partire dall’estate, il Partito comunista e le sue organizzazioni collaterali sono oggetto di una «durissima repressione poliziesca ad opera del ministro dell’Interno Scelba, fondata sul principio che il Pci fosse solo una sezione italiana del partito bolscevico con precisi piani insurrezionali (“piano K”)» <26 . Per Scelba il Partito comunista «era responsabile del clima di guerra che si era venuto a creare e nel quale era maturato l’attentato a Togliatti» <27 .
L’8 ottobre 1948 il prefetto di Firenze comunica alla Direzione generale della Pubblica sicurezza che l’Uisp è nata «pare per disposizioni date dal Cominform» che avrebbe stanziato «dieci milioni di lire» per sostenere l’organizzazione. Scopo dell’associazione, afferma perentoriamente il prefetto fiorentino, è «istruire militarmente i giovani di ambo i sessi, mediante l’apertura di palestre ginnastiche e campi sportivi» <28 .
Poco dopo, una relazione più circostanziata proviene dal questore di Foggia. «Persona degna di fede» riferisce agli organi di polizia che «di recente è ripreso il lavoro di organizzazione e di inquadramento della gioventù comunista in reparti organici di tipo militare» e a tale fine è stata costituita l’Uisp sui cui membri il questore assicura di «aver disposto le più oculate misure di vigilanza». Per non incorrere «nei divieti e nelle sanzioni previste dalla legge per le formazioni paramilitari e per l’uso delle uniformi», il Pci avrebbe scelto di «mascherare i suoi veri scopi» dando «a tutta l’attività» illegale «una veste sportiva» <29 .
Richiamandosi alla nota del collega foggiano, il 18 gennaio 1949 il questore di Bari rincara la dose. Fallito «almeno in parte» il tentativo di «costituire veri e propri reparti paramilitari camuffati in seno al noto “Movimento avanguardie garibaldine”» <30 , il Partito comunista si orienta verso lo sport, «strumento efficacissimo di propaganda», per realizzare una «graduale e pervicace infiltrazione» nelle masse giovanili. L’Uisp, sorta «per disposizioni del Cominform» che ha stanziato a questo scopo «ingenti somme» <31 , si propone, «in apparenza, di risollevare lo sport nazionale e di difendere “gli interessi degli sportivi più poveri”», in realtà secondo «notizie confidenziali molto attendibili» ha il compito di «catechizzare, sotto la copertura sportiva, i giovani d’ambo i sessi ed educarli all’ideologia marxista, istruendoli, nel contempo, militarmente, per costituire una massa di manovra da impiegare eventualmente al momento opportuno» <32 .
Il questore si adopera inoltre per impedire che possa andare a buon fine la richiesta dell’Uisp di affittare una palestra della ex Gil «chiusa, vastissima, ove, lontano da sguardi…indiscreti e senza la possibilità di controllo alcuno, è facile riunire - per qualsiasi scopo - centinaia di persone ed occultare materiale vario se non armi addirittura.» <33 .
Il 21 gennaio 1949 è la Direzione generale della Pubblica sicurezza, per conto del ministro degli Interni, a diramare una circolare «riservata personale» nella quale si invitano i prefetti ad intensificare la sorveglianza sull’attività dell’Uisp, descritta con parole che ricalcano quasi letteralmente la nota del prefetto barese <34 .
In risposta alla circolare ministeriale, il più solerte ad aderire alla tesi del “complotto militar-sportivo” è ancora una volta il prefetto di una città pugliese - Brindisi - che conferma la natura nascostamente paramilitare dell’Uisp 35 , seguito dal collega di Cagliari che avvia i dovuti accertamenti <36 .
Fino a questo punto, si può supporre che alcuni funzionari e organi di polizia abbiano ricavato dalla teoria sul “Piano K” la lente di lettura sulle iniziative e le finalità dell’Uisp, attentamente monitorata perché le attività fisiche, apparentemente “innocue”, si presterebbero in realtà a forme di addestramento militare.
Vittime dei loro schemi interpretativi, i sorveglianti procedono però lungo una pista che si rivela un vicolo cieco. Tra il 1949 e il 1956 indagini e rapporti “confidenziali” attestano la natura esclusivamente politico-sportiva dell’associazione e in alcuni casi escludono esplicitamente l’ipotesi complottista <37 .
Anche le cosiddette “operazioni sulla linea gotica”, attribuite al Pci, non trovano sostanziali riscontri. Si veda ad esempio il caso delle gare nazionali di sci organizzate dall’Uisp il 16-17 febbraio 1952 a Maresca, una frazione di San Marcello Pistoiese, sull’Appennino tosco-emiliano.
In vista della manifestazione il Comitato di zona del Pci promuove un incontro al quale partecipano alcuni dirigenti nazionali dell’Unione e dirama un comunicato nel quale invita tutti gli iscritti a mobilitarsi, data «la massima importanza politica» dell’iniziativa <38 .
Il prefetto di Pistoia invia una relazione al Gabinetto del Ministero degli Interni nella quale riporta puntuali informazioni sull’organizzazione della manifestazione <39 .
L’Uisp sta costituendo un «centro turistico di sport invernale» presso Maresca, in località “Casetta”, raggiungibile «a mezzo di strada rotabile forestale», in una zona «fitta di vegetazione, per cui poco adatta allo sport sciistico». Per realizzare il centro l’associazione «ha ottenuto, mascherando evidentemente l’iniziativa con l’intenzione di valorizzare la zona, l’adesione degli esercenti di Maresca, i quali hanno versato ciascuno un’offerta di L. 10.000». Il comitato organizzatore è costituito da quattro operai e artigiani comunisti e da due albergatori, uno «indipendente», l’altro «elemento opportunista»; del Comitato faceva parte inizialmente anche il parroco di Maresca, «il quale soltanto in questi giorni si è ritirato, avendo constatato lo scopo politico dell’iniziativa». Il 20 gennaio viene inaugurato il centro; sul posto confluiscono 200 persone, in prevalenza operai.
A queste osservazioni seguono le notizie raccolte per “via confidenziale”: "Secondo taluni confidenti, il nascente centro turistico sportivo a Maresca, avrebbe lo scopo occulto di istruire militarmente, attraverso l’U.I.S.P., i giovani di ambo i sessi alla vita della montagna, in relazione anche alla nota attività del P.C.I. lungo la linea gotica. Infatti tenuto conto che
a) la località prescelta non può essere definita ideale per praticare lo sport sciistico;
b) la strada che conduce alla “Casetta” è solo in parte carrozzabile;
c) la frazione Maresca è situata in località fuori mano isolata, rispetto alla strada statale 66;
d) la foresta del “Teso” è completamente appartata e ben si presta ad essere frequentata, senza sorveglianza diretta da parte della polizia (la stazione dell’Arma di Campotizzoro dista circa 10 km dalla “Casetta”);
e) valicando i crinali, oltre località “Casetta”, si arriva dopo circa 10-15 km per sentieri diversi al confine modenese-bolognese;
si desume che gli organizzatori dell’U.I.S.P., prevalentemente operai, avrebbero tutta la possibilità di istruirsi, indisturbati, all’uso degli sci, di conoscere tutte le piste che da Maresca e dalla località “Casetta” conducono ai versanti modenese e bolognese e di impratichirsi della zona appenninica Tosco-Emiliana" <40 .
Le allarmistiche note dello zelante prefetto pistoiese non hanno però seguito. La manifestazione dell’Uisp risulta essere, come annunciato, una tranquilla competizione sciistica e il pericoloso “centro” di Maresca altro non è che un modesto luogo di ritrovo uispino per gli sport invernali.
Anche i campeggi in montagna sono ritenuti potenzialmente “pericolosi”. Nell’estate del 1952 il capo della polizia di Modena chiede alla questura di Trento di accertare «l’effettiva attività» svolta in un campeggio organizzato sulle Alpi dall’Uisp modenese <41 . Effettuati gli «accertamenti», la questura comunica che «non si sono tenuti corsi di mistica comunista o di addestramento militare, in quanto i partecipanti curavano soltanto l’attività ricreativa e turistica, compiendo brevi escursioni nelle vicinanze del campeggio o recandosi a Molveno a prendere bagni in quella piscina» <42 .
Sportivi comunisti per la pace
A cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta, mentre nei paesi dell’Europa orientale i colpi di Stato appoggiati dall’Urss impongono i partiti comunisti al potere e la guerra di Corea definisce drammaticamente i tratti della guerra fredda, il Pci elabora una politica sempre più incentrata sulle questioni internazionali e sul rischio di un nuovo conflitto. Iniziano le campagne per la pace e si serrano le file intorno all’Unione sovietica.
Alla fine del 1948 si costituisce a Roma il Movimento dei partigiani della pace, guidato per il Pci da Ambrogio Donini. Collegato ad un comitato mondiale, il movimento promuove numerose iniziative, a partire dalla campagna contro il Patto atlantico e dalla raccolta di firme per l’interdizione delle armi atomiche, lanciata a Stoccolma nel 1950, che raccoglie oltre 16 milioni di adesioni. <43
Il Pci utilizza il movimento per sviluppare un’incessante azione propagandistica basata su «una mitologia manichea che si nutre della connotazione positiva dell’Urss (adesso identificata con la causa della pace, oltre che con il progresso e la giustizia sociale) e della assimilazione degli Stati Uniti a “male radicale”»: «nell’immaginario collettivo e nella cultura politica dei militanti comunisti, “imperialismo”, “Casa Bianca”, “NATO” diventano sinonimi che identificano stabilmente il nemico principale, assoluto e irriducibile: una “realtà” aliena, da combattere senza quartiere e senza incertezze» <44 .
Le attività del settore culturale e ricreativo del Pci, comprese quelle sportive, vengono ricondotte al tema onnipresente della pace:
"Parola che sembrava dotata della capacità di rivestire e dare significato a qualunque momento di aggregazione e socialità: «serate della pace», gare di marcia «Trofeo della pace», gite «per la pace», tornei calcistici «Coppa per la pace», gare di cucito «per la più bella bandiera per la pace», concorsi per «la più bella poesia sulla pace», estrazioni a premi con in palio «colombe della pace», sino all’elezione delle «stelline» e degli «angioletti». Ovviamente «della pace»" <45 .
La pace è al centro anche dei Festival mondiali della gioventù nei quali lo sport assume un notevole rilievo. Il Pci organizza la partecipazione dei giovani comunisti alle assise internazionali che si svolgono nei paesi dell’Est europeo. Queste trasferte politico-sportive preoccupano i governi democristiani. In occasione della seconda edizione del Festival, che si tiene a Budapest nell’agosto 1949, la delegazione sportiva italiana, «largamente composta da atleti “uispini”», viene bloccata ai confini con l’Austria <46 .
Due anni dopo il Festival viene organizzato a Berlino Est. Il 5 agosto 1951 è Enrico Berlinguer a tenere il discorso di apertura <47 . Al rientro in Italia, il segretario dei giovani comunisti viene fermato alla frontiera di Chiasso dove gli vengono sequestrati i documenti d’identità. Sull’episodio i deputati Ottavio Pastore (comunista) e Emilio Lussu (socialista) presentano un’interpellanza parlamentare, alla quale risponde seccamente Scelba: «Il ritiro del passaporto al signor Berlinguer è stato disposto perché l’attività da questi svolta all’estero risulta pregiudizievole ai fini della sicurezza interna e internazionale dello Stato» <48 .
In occasione del IV Festival che si tiene a Bucarest nel 1953 l’Uisp denuncia le manovre ostruzionistiche del Coni «che non ha dato il suo appoggio affinché il Ministero dell’Interno concedesse sollecitamente i passaporti agli atleti» <49  costringendo alcuni di loro a rinunciare alla manifestazione.
Il Ministero e gli organismi dirigenti dello sport italiano si adoperano inoltre per ostacolare la partecipazione di atleti uispini alle gare ciclistiche internazionali “per la pace” che si svolgono nell’Europa dell’Est.
Il 1 maggio 1949 prende il via la Varsavia-Praga «la più importante corsa ciclistica dell’Europa centrale […], alla quale partecipano le rappresentanze ciclistiche albanesi, cecoslovacche, francesi, svizzere e sovietiche» <50 . L’Uisp iscrive alla competizione una squadra di 12 atleti, ma l’Unione Velocipedistica Italiana, in accordo con il Coni, non concede il nullaosta. «Ci punge il sospetto - commenta “Pattuglia”, la rivista della Fgci - che in tutto questo ci sia lo zampino dell’On. Andreotti» <51 .
Nel maggio 1952 l’ambasciata italiana a Varsavia comunica al Ministero degli Interni i nominativi dei ciclisti uispini che stanno per recarsi nella capitale polacca dove è prevista la V Corsa internazionale per la pace. Il gruppo è guidato dal deputato comunista e dirigente nazionale dell’Uisp Leonildo Tarozzi. Anche alcuni corridori triestini «cominformisti» partecipano alla gara <52 . L’ambasciatore trasmette a Roma la traduzione degli articoli della stampa polacca che riportano le dichiarazioni rilasciate dai ciclisti italiani, giunti a Varsavia «dopo 36 ore di viaggio per treno»:
"Anche quest’anno abbiamo trovato difficoltà a venire fino a voi. Gli organizzatori ci avevano già comprato i biglietti per via aerea ma, ciononostante, il Governo italiano non ci ha permesso il sorvolo. Abbiamo, pertanto, dovuto comprare i biglietti [del treno] a nostre spese, vendendo la radio avuta per premio l’anno scorso. Siamo lavoratori e non abbiamo risparmi. Due di noi sono disoccupati. […] Noi operai sportivi, in nome della pace, protestiamo contro la rinascita del fascismo. Siamo uniti con tutti coloro che amano la pace e la libertà" <53 .
Per la successiva edizione della corsa, che si snoda in otto tappe tra Varsavia, Berlino e Praga, il Coni concede il nullaosta alla rappresentativa dell’Uisp. L’associazione chiede quindi al Ministero degli Interni di rendere validi i passaporti per l’Europa orientale <54 . Scelba nega l’autorizzazione, suscitando una dura reazione della stampa comunista:
"Per più di una settimana l’on. Tarozzi aspettò che il visto arrivasse. Il giorno 27 aprile alle ore 13 il vicepresidente dell’Uisp riceveva comunicazione che l’on. Scelba aveva categoricamente rifiutato i visti degli italiani. […] Tale diniego è semplicemente antisportivo. […] Giuridicamente e politicamente è un arbitrio. […] Il Coni e l’Uvi ne escono con la dignità scossa" <55 .
Il copione si ripete nel 1954. Il Coni invia al Ministero le richieste di concessione del passaporto per i ciclisti che parteciperanno alla Varsavia-Berlino-Praga <56 . Su indicazione del capo gabinetto della presidenza del Consiglio, l’autorizzazione viene bloccata <57 . Come l’anno precedente, mentre la sinistra protesta <58 , il Coni tace.
Lo stillicidio di divieti degli organi di polizia si estende anche alle attività minori dell’Uisp: quando una squadra di calcio di una fabbrica di Lipsia propone all’associazione di incontrare un’omologa formazione italiana nel territorio della Germania orientale, il Dipartimento di Pubblica sicurezza del Ministero interviene prontamente impartendo disposizioni affinché «non sia dato corso ad eventuali richieste di passaporto da parte di aderenti all’Unione» <59
L’Uisp e il Coni
Il primo Statuto dell’Uisp, varato nel 1950, si propone tra l’altro di definire «accordi con il CONI e le Federazioni Sportive Nazionali allo scopo di garantire il successo delle manifestazioni organizzate e nell’interesse dei singoli sportivi» <60 .
Il Coni si muove però su una asse politico che discrimina palesemente l’Uisp e favorisce il Centro sportivo italiano, l’ente di propaganda sportiva cattolico guidato da Luigi Gedda: «prendendo a campione il 1952», il Csi «ebbe da Onesti un contributo di 30 milioni», l’Uisp «di 7» <61 .
Gli organi di polizia inizialmente faticano ad inquadrare il rapporto tra Uisp e Coni. Nel 1949 il questore di Roma attribuisce all’Unione nientemeno che l’intento di esautorare il Coni <62
Più realisticamente, negli anni successivi si segnalano le difficoltà dell’Uisp che rivendica «la concessione di tutte le sovvenzioni e agevolazioni» di cui godono le altre strutture sportive: «Sembra, però, che i dirigenti del partito comunista non nutrano molte speranze sul successo di questa iniziativa, ben sapendo come l’UISP sia guardata con molta diffidenza negli ambienti sportivi ufficiali […] per il suo malcelato carattere di organizzazione pseudosportiva controllata da un partito politico» <63 .
Nel 1955 il Ministero degli Interni chiede al Coni «dettagliate notizie sull’attività dell’Uisp». Il Comitato olimpico risponde con una lettera riservata inviata alla presidenza del Consiglio dei ministri nella quale enfatizza la capacità dell’organismo di mantenere lo sport al riparo da contaminazioni politiche - secondo la formula “lo sport agli sportivi” -, conferma la prevalenza delle tendenze politiche conservatrici nel mondo sportivo e minimizza il peso dell’Uisp:
"Il C.O.N.I vigila attentamente affinché non vi siano deviazioni politiche nel campo sportivo […?]. Aggiungiamo, per maggiore conoscenza di codesta Presidenza, che la quasi totalità delle forze sportive italiane diffuse in tutta la periferia della Nazione è, per certa conoscenza, diretta da elementi che se pure si professano apolitici sono tendenzialmente orientati verso i partiti di centro. Si tratta nella grande maggioranza di industriali, di commercianti, di professionisti, di funzionari che naturalmente si incanalano nelle correnti di centro oppure vanno con prudenza e moderazione verso destra. Tale situazione non è possibile rilevarla da documentazioni ma per logica sensazione che chiunque può trarre entrando in contatto con i Circoli sportivi. Le cosiddette forze dell’U.I.S.P., in conseguenza di tale situazione, sono pertanto del tutto marginali" <64 .
La questione del rapporto Uisp-Coni si ripresenta l’anno successivo quando, con l’approssimarsi delle Olimpiadi di Roma, l’Unione costituisce le “Leve delle giovani speranze di Olimpia”. Il significato dell’iniziativa è tratteggiato da Antonio Ghirelli sulle pagine della rivista dell’Uisp, con accenti che richiamano lo spirito dell’”olimpismo”:
"La scelta di un tema apparentemente così remoto come “la preparazione dello sport italiano alle Olimpiadi del ‘60”, non ha nulla di arbitrario. […] È appena il caso di notare, del resto, come altre organizzazioni e gruppi politico-confessionali di consumata esperienza, abbiano addirittura anticipato le iniziative della nostra UISP, lanciando grandi parole d’ordine e attuando espedienti propagandistici […]. L’Unione Popolare […] si è proposta di affrontare la questione sotto un profilo ben diverso. In luogo di aspirare ad una qualificazione politica o settaria delle Olimpiadi, l’Unione al contrario ha chiaramente affermato di volerne esaltare il significato universale, la nobile funzione mediatrice tra politiche ed ideologie diverse che possono odiarsi solo a patto di non conoscersi. […] Basterebbero le “leve delle giovani speranze di olimpia” a dar ragione della fattiva nobiltà dei nostri propositi. Vogliamo essere presenti alla grande festa della gioventù italiana, vogliamo che essa si risolva in una affermazione di civiltà e di progresso del popolo italiano" <65 .
Il questore di Roma informa il ministro degli Interni che l’Unione ha predisposto una «campagna», incentrata sulle Leve olimpiche, attraverso la quale "intende procedere ad una vasta azione di reclutamento, specie tra i giovanissimi, col proposito di dare nuova linfa alla sua organizzazione e di preparare, nelle varie specialità, il più gran numero di giovani possibile in vista delle Olimpiadi di Roma, col proposito anche di far partecipare a tale grande manifestazione sportiva internazionale dei propri atleti" <66 .
Ma, al contrario dei “nobili” propositi enunciati da Ghirelli, secondo i funzionari di pubblica sicurezza «lo scopo effettivo», "è convogliare la gioventù, attraverso gli allettamenti delle manifestazioni sportive, presso i partiti di sinistra. La relativa azione viene svolta, naturalmente, anche nei confronti dei giovani cattolici, ai quali, come, del resto, ai giovani di altre tendenze, si fa balenare la possibilità di successi sportivi e, più ancora, di viaggi e divertimenti come, ad esempio, la partecipazione, gratuita o quasi, al Festival di Mosca, in programma per l’estate del 1957" <67 .
Sul tema interviene con un’informativa riservata anche il Sifar <68 , riproponendo la tesi dell’assalto al “palazzo d’inverno” dello sport italiano da parte dell’Uisp. Il servizio segreto non ha dubbi sulle reali finalità dell’iniziativa. Le “leve” sono il “cavallo di Troia” che i comunisti intendono utilizzare per penetrare nella “cittadella dello sport”, “corrompere” «centinaia di migliaia» di giovani cattolici e «impadronirsi» del Coni:
"Il P.C.I., con la nuova iniziativa, in sostanza si ripromette, attraverso l’UISP, di:
a) sottrarre al controllo del Centro Cattolico Italiano <69  e della Gioventù Italiana di Azione Cattolica, col miraggio d’un brillante avvenire sportivo, centinaia di migliaia di giovani che, gradatamente, dovrebbero ingrossare le fila della FGCI;
b) impadronirsi delle principali Federazioni sportive italiane e quindi del CONI" <70 .
A dispetto di questa ennesima rappresentazione dell’associazione come soggetto politico “sovversivo”, l’Uisp sta avviando un percorso che la porterà ad attenuare la sua “opposizione sportiva”. In occasione delle Olimpiadi di Roma del 1960 l’Unione si spenderà per la buona riuscita dei Giochi e per garantire un clima di pace sociale, in nome dell’interesse dello sport nazionale e in funzione di una propria legittimazione come forza “responsabile” <71 .
[NOTE]
1  Si tratta di 7.435 fascicoli classificati dal Dipartimento di Pubblica sicurezza del Ministero, Ufficio ordine pubblico. Il versamento risale al 2002 e si compone di due parti (prima e dopo il 1966), corrispondenti a due successivi titolari. Prima della ristrutturazione degli apparati di polizia (1981), la serie era indicata come “G1 Associazioni” e faceva capo alla Sezione prima della Divisione Generale Affari Riservati della Pubblica sicurezza. Tra il 1948 e il 1956 la Divisione era guidata dall’ex dirigente dell’Ovra Gesualdo Barletta, affiancato da Domenico Rotondano, un altro ex funzionario della polizia politica fascista, cfr. G. De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia , Editori Riuniti, Roma, 1991, pp. 46-48.
2  M. Franzinelli, Sull’utilizzo (critico) delle fonti di polizia , in «Percorsi Storici», n. 0, 2011: [ http://www.percorsistorici.it/component/content/article/10-numeri-rivista/numero-0/20-franzinelli ] (salvo diversa indicazione tutti gli url sono stati controllati il 3 ottobre 2019).
3  Id., Sull’utilizzo (critico) delle fonti di polizia , in AA.VV., Voci di compagni schede di questura. Considerazioni sull’uso delle fonti orali e delle fonti di polizia per la storia dell’anarchismo , Milano, Quaderni del Centro studi libertari archivio Pinelli, 2002, p. 20.
4  E. Francescangeli, Sorvegliare con lentezza. I gruppi della sinistra extraparlamentare nelle carte di polizia , in Gli anni Settanta. Tra crisi mondiale e movimenti collettivi , a cura di A. De Bernardi, V. Romitelli, C. Cretella, Bologna, Archetipolibri, 2009, p. 324. Cfr. G. Sacchetti, Sovversivi agli atti. Gli anarchici nelle carte del ministero dell’Interno. Schedatura e controllo poliziesco nell’Italia del Novecento , Ragusa, La Fiaccola, 2002, p. 9; e M. Franzinelli, Sull’utilizzo (critico) delle fonti di polizia , Op. cit ., pp. 22-23.
5  Archivio centrale dello Stato (ACS), Ministero dell’Interno (MI)  Dipartimento generale pubblica sicurezza (DG) , Segreteria del dipartimento (Sdip), Ufficio ordine pubblico (OP), Categorie permanenti (CP), G.1 Associazioni (1944-1986), bb. 207 (1948-1966) e 388 (1969-1984). Poiché tutte le carte in seguito citate sono raccolte nella prima busta (erroneamente indicata nell’inventario come busta 208), in nota si farà riferimento solo ai fascicoli.
6  Cfr. L. Martini, Nascita di un movimento. I primi anni dell’UISP , Roma, Edizioni Seam, 1998; B. Di Monte, S. Giuntini, I. Maiorella, Di sport, raccontiamo un’altra storia. Sessant’anni di sport sociale in Italia attraverso la storia dell’UISP , Molfetta, La Meridiana, 2008. Sulla storia locale dell’Uisp cfr. S. Giuntini, UISP a Milano 1948-1990. Dall’Unione Italiana Sport Popolare all’Unione Italiana Sport Per tutti , Milano, Edi-ermes, 1991; L. Senatori, Dallo sport popolare allo sport per tutti: le radici storiche, l’esperienza dell’UISP di Firenze , Firenze, Polistampa, 2006. Sull’UISP tra il 1968 e la prima metà degli anni Settanta cfr. A. Molinari, G. Toni, Storie di sport e politica. Una stagione di conflitti (1968-1978) , Milano-Udine, Mimesis, pp. 125-138.
7  F. 1 (1948-settembre 1952), Questura di Roma, Unione Italiana Sport Popolare, 12 gennaio 1951; ivi, Questura di Roma, Unione Italiana Sport Popolare, 4 agosto 1952.
8  Di Monte, Giuntini, Maiorella, Op. cit ., p. 44.
9  F. 3 (giugno 1954-settembre 1954), Prefettura di Padova, Padova-Attività del P.C.I., 31 maggio 1954.
10   Ivi, Prefettura di Matera, Costituzione Comitato Unione italiana sport popolare, 9 agosto 1954.
11  F. 1 (1948-settembre 1952), Prefettura di Alessandria, Attività del P.C.I. attraverso l’U.i.s.p., 1 giugno 1949.
12   Ivi, Questura di Livorno, Unione Italiana Sport popolare-Federazione di Livorno, 10 febbraio 1950.
13  F. 3 (gennaio-giugno 1954), Questura di Padova, Padova-attività del P.C.I., 24 marzo 1954.
14  Talvolta gli organi di polizia forniscono indicazioni anche sull’ubicazione delle sedi, sul numero di iscritti, sulle iniziative per l’autofinanziamento.
15  Su questo tema cfr. il capitolo Lo sport popolare  della ricerca di A. Fanelli, A casa del popolo. Antropologia e storia dell’associazionismo ricreativo , Roma, Donzelli, 2014, pp. 89-94.
16  F. 1 (1948-settembre 1952), Questura di Roma, Unione Italiana Sport Popolare, 6 ottobre 1948.
17  Di Monte, Giuntini, Maiorella, Op. cit ., p. 32.
18  F. 1 (1948-settembre 1952), Ministero dell’Interno, Unione popolare sport popolare, s. d., ma databile alla fine del 1950.
19   Ivi, nota di una “fonte fiduciaria”, L’azione dell’Unione Italiana per lo Sport Popolare per penetrare nelle società sportive, 27 gennaio 1952.
20  Di Monte, Giuntini, Maiorella, Op. cit , p. 72.
21  Come le serie “Fascicoli permanenti. Partiti politici” e “Fascicoli correnti” del Gabinetto del ministro dell’Interno e il fondo “Affari vari” della Divisione Affari Riservati della Direzione generale di Pubblica Sicurezza.
22  Cfr. G. Donno, La Gladio rossa del PCI (1945-1967) , Soveria Mannelli, Rubbettino,  2001; cfr. anche R. Turi, Gladio Rossa , Venezia, Marsilio, 2004.
23  G. Scirocco, recensione a La Gladio rossa del PCI (1945-1967),  in SISSCO. Società italiana per lo studio della storia contemporanea: [ http://www.sissco.it/recensione-annale/gianni-donno-la-gladio-rossa-del-pci-1945-1967-2001/ ]. Perplessità espresse anche da uno storico non sospettabile di simpatie “negazioniste” come E. Galli della Loggia, cfr. il forum sul libro in «Nuova storia contemporanea», a. V, n. 6, novembre-dicembre 2001.
24  Scirocco, Op. cit .
25  A. Giannulli, Il trattamento delle fonti provenienti dai servizi di informazione e sicurezza , in AA.VV., Op. cit., p. 51.
26  A. Vittoria, Storia del PCI (1921-1991) , Roma, Carocci, 2006, p. 68.
27  Ibidem;  «Le voci sui presunti piani comunisti di rovesciamento delle istituzioni democratiche», «messe in circolazione ad arte dagli ambienti moderato-conservatori italiani e statunitensi», sono funzionali ad una strategia politica che alimenta nell’opinione pubblica il timore per il pericolo rosso, cfr. M. Dondi, La lunga liberazione. Giustizia e violenza nel dopoguerra italiano , Roma, Editori Riuniti, 2004, pp. 178-179, 183. Anni dopo, lo stesso Scelba affermerà di non avere mai creduto all’esistenza del “piano K”, cfr. F. Orlando, Ecco come difesi la libertà degli italiani. Intervista a Mario Scelba , in «Prospettive del mondo», n. 139-140 (1988), p. 9 e sgg.
28  F. 1 (1948-settembre 1952), Prefettura di Firenze, Unione Italiana Sport Popolare e Unione Turistica Italiana, 8 ottobre 1948.
29  Ivi, Questura di Foggia, Partito comunista-Pseudo attività sportiva, 14 dicembre 1948.
30  Il movimento giovanile promosso dalla sinistra in vista delle elezioni del 18 aprile 1948.
31  «Il finanziamento sarebbe effettuato attraverso la fabbrica di biciclette Taurus di Bologna»: f. 1 (1948-settembre 1952), Questura di Bari, Gioventù comunista-U.I.S.P.-Pseudo attività sportiva, 18 gennaio 1949.
32   Ibidem .
33   Ibidem .
34   Ivi, Direzione Generale della Pubblica Sicurezza-Divisione Affari Riservati, Riservata personale, 21 gennaio 1949.
35   Ivi, Prefettura di Brindisi, Attività del Partito Comunista Italiano, 25 gennaio 1949.
36   Ivi, Prefettura di Cagliari, Comitato Provinciale Unione Sport Popolare, 17 febbraio 1949.
37   Ivi, Prefettura di Napoli, P.C.I. Attività, 21 agosto 1950; ivi, Prefettura di Arezzo, Unione Italiana Sport Popolare, 18 aprile 1951.
38   Ivi, P.C.I. Comitato di zona Montagna Pistoiese, A tutti gli iscritti della sezione, s.d.
39   Ivi, Prefettura di Pistoia, Attività del partito comunista lungo la linea gotica, 26 gennaio 1952.
40   Ibidem .
41   Ivi, Questura di Modena, Gruppo campeggiatori modenesi, aderente all’Unione Italiana Sport Popolare, 8 agosto 1952.
42   Ivi, Questura di Trento, Gruppo campeggiatori modenesi, aderenti all’U.I.S.P,   18 agosto 1952.  
43  S. Cerrai, I partigiani della pace in Italia. Tra utopia e sogno egemonico , Padova, Libreria Universitaria, 2011, p. 209.
44  G. Gozzini, R. Martinelli, Storia del Partito comunista italiano. Dall’attentato a Togliatti all’VIII congresso , Torino, Einaudi, 1998, p. 178.
45  A. Guiso, La colomba e la spada. “Lotta per la pace” e antiamericanismo nella politica del Partito comunista italiano , Soveria Mannelli, Rubbettino, 2006, p. 483.
46  Di Monte, Giuntini, Maiorella, Op. cit ., p. 92.
47   Discorso di apertura di Enrico Berlinguer. Conquisteremo la pace al mondo intero , in «Pattuglia», n. 32, 26 agosto 1951.
48  Atti parlamentari (d’ora in avanti AP), Senato della Repubblica, Discussioni, Seduta n. 708 del 31 ottobre 1951, p. 28.087.
49  Dichiarazione del dirigente Uisp Giorgio Mingardi rilasciata il 1° agosto 1953, cit. da Di Monte, Giuntini, Maiorella,  Op. cit ., pp. 95-96.
50   Strano rifiuto dell’UVI all’UISP , in «Pattuglia», n. 8, 1-15 maggio 1949.
51  Ivi .
52  F. 1 (1948-settembre 1952), Ministero degli Affari esteri, Comunicato dell’ambasciata d’Italia in Varsavia, Unione Italiana Sport Popolare-V Corsa Internazionale della pace,   26 aprile 1952; Ivi, Prefettura di Gorizia, Riservata raccomandata, 17 settembre 1952.
53   Ivi , Ministero degli Affari esteri, Comunicato dell’ambasciata d’Italia in Varsavia, Stampa polacca del 30 aprile 1952, 6 maggio 1952.
54  F. 2 (marzo-dicembre 1953), Lettera del Consiglio nazionale dell’Uisp all’On.le Mario Scelba, 22 aprile 1953.
55  Scelba ha negato i visti , in «Pattuglia», n. 19, 10 maggio 1953.
56  F. 3 (gennaio-giugno 1954), Lettere di Bruno Zauli, segretario generale del Coni al Ministero dell’Interno, 20 e 26 aprile 1954.
57   Ivi, Telespresso del capo gabinetto della presidenza del Consiglio, 29 aprile 1954.
58   Proibita ai nostri ciclisti la “corsa della pace , in «Il Paese», 30 aprile 1954.
59  F. 2 (marzo-dicembre 1953), Direzione Generale della Pubblica Sicurezza-Divisione Affari Riservati, Progettato scambio di squadre sportive tra un’associazione della Germania Orientale e l’U.I.S.P., 4 settembre 1953.
60  Di Monte, Giuntini, Maiorella, Op. cit ., p. 82.
61   Ivi , p. 74.
62  F. 1 (1948-settembre 1952), Questura di Roma, Sport popolare-Unione italiana, 24 gennaio 1949.
63  F. 2 (marzo-dicembre 1953), Questura di Torino, Iniziative comuniste nel campo sportivo, 5 dicembre 1953.
64  F. 4 (gennaio 1955-agosto 1956), Il testo della lettera si trova in Presidenza del Consiglio dei ministri (d’ora in avanti PCM), Unione italiana sport popolare, 18 maggio 1955.
65  A. Ghirelli, Tempestività  in «Il Discobolo», n. 2, febbraio 1956.
66  F. 4 (gennaio 1955-agosto 1956), Questura di Roma, Attività della U.I.S.P.-Campagna per la leva delle giovani speranze di Olimpia, 15 maggio 1956.
67  Ibidem.
68  Il Servizio informazioni forze armate - primo servizio segreto della Repubblica - nasce il 1° settembre 1948 «in forza di una circolare interna del Ministero degli Interni e non a seguito di dibattito parlamentare». Nel 1956 è guidato dal generale Giovanni De Lorenzo e la sua attività è ancora disciplinata da norme che risalgono all’epoca fascista. Cfr. De Lutiis, Op. cit ., pp. 38-39.
69  Si tratta probabilmente del Centro sportivo italiano.
70  La segnalazione del Sifar è riportata in f. 4 (gennaio 1955-agosto 1956), P.C.I.-Attività dell’Unione Italiana Sport Popolare, 5 giugno 1956,.
71  Cfr. Di Monte, Giuntini, Maiorella, Op. cit ., pp. 107-109.
Alberto Molinari (Istituto Storico di Modena), I sovversivi dello sport. L’Uisp nelle carte di polizia (1948-1956) in Storia Dello Sport. Rivista Di Studi Contemporanei, Vol 2 No 1 (2020), pp. 74-86, 6 febbraio 2021

mercoledì 19 gennaio 2022

La Sardegna è osservata come terra interessante, varia e ricca di curiosità culturali e naturalistiche


Fonte: Carlo Di Bella, Op. cit. infra

Immagine 84 - nota 443 - di Carlo Di Bella, Op. cit. infra

Immagine 87 - nota 445 - di Carlo Di Bella, Op. cit. infra

Le foto pubblicate nel volume monografico sulla Sardegna della collana "Attraverso l’Italia" [n.d.r.: si tratta di una specifica pubblicazione del Touring Club Italiano, espressamente citata nelle note di cui a questo articolo] presentano, rispetto all’analisi svolta per «Le Vie d’Italia», alcune differenze.
Prima di individuarle bisogna certamente fare una considerazione preliminare: il fatto che il volume fosse frutto di un lavoro organico finalizzato a una pubblicazione da realizzarsi nel 1954 cambia ovviamente i soggetti e la prospettiva di alcune immagini che, in questo volume, rispondono ad una logica illustrativa più svincolata dalla cronaca di quanto lo fossero quelle pubblicate nel mensile, influenzato, giocoforza, dai cambiamenti diacronici in atto lungo il ventennio preso in esame.
Nel rappresentare l’abito tradizionale di Teulada <443, ad esempio, non viene fatta alcuna considerazione su quanto e in quali occasioni il vestito tipico venisse utilizzato: la didascalia si limita a descrivere l’abito e a fare dei cenni storici su ciò che rappresenta e sui suoi tratti caratteristici (il cappello a falde ad esempio, poco comune fra i copricapi tradizionali della Sardegna).
Si ha la sensazione insomma che il libro, rispetto agli articoli pubblicati sulla rivista, abbia lo scopo di tratteggiare un affresco complessivo dell’isola, veicolando, tramite il testo, contenuti più generali di carattere fondamentalmente storico, artistico ed etnografico, arricchiti con alcune informazioni sull’artigianato, sulla natura e sulle attività economiche.
La differente intenzione comunicativa è facilmente comprensibile anche osservando il ruolo riservato alle fotografie nel testo e la loro posizione nella pagina: in «Le vie d’Italia» le immagini hanno un ruolo rilevante, ma sono corredate da brevi didascalie e gli articoli possono essere letti autonomamente rispetto alle foto, invece nel volume "Sardegna" esse costituiscono struttura portante e imprescindibile dello spazio comunicativo. Sovente pubblicate a tutta pagina, le fotografie sono la guida lungo la quale la Sardegna è descritta in un vero e proprio itinerario geografico e fotografico; le didascalie, discorsive ma brevi se si considera che occupano pochissimo spazio nella pagina rispetto alle immagini, accompagnano le foto ma non sono affiancate da un testo più esteso in forma saggistica o giornalistica. Il lettore ha in tale maniera l’impressione che sia l’immagine ad essere la primaria artefice del percorso geografico in cui è condotto e che il testo non fornisca spunti estesi di riflessione ma solo rapide indicazioni sul perché si sia scelto di focalizzare lo sguardo del lettore su un luogo (e, nei luoghi, sui vari soggetti) piuttosto che su un altro.
Da quest’ultimo punto di vista, meramente spaziale, occorre dire che l’isola non è rappresentata in maniera uniforme in tutte le sue zone: quasi scomparse, rispetto alla rivista, le immagini “archetipiche”, si sono raffigurati quasi tutti i territori dell’isola ma conservando una facilmente rilevabile gerarchia, dettata dalle quantità di immagini riservate ai singoli territori (anche nel grafico 11 qui proposto si è utilizzata come suddivisione quella delle ex-province) <444.
In questa ipotetica mappa per fotografie che non vuole fornire definizioni generali ma vere proprie indicazioni di luogo, la Sardegna settentrionale ancora una volta totalizza un numero di immagini maggiore, seguita dalle province di Cagliari e Nuoro. Pochissimo rilievo è dato alle province di Carbonia-Iglesias e Oristano. Questa divisione conferma come l’immagine del territorio non sia elaborata in maniera sistematica alla ricerca di una rappresentazione esaustiva ma segua gli interessi e le consuetudini fotografiche già impiegate nella redazione degli articoli per le riviste del club.
L’interesse per l’arte, in particolare, che si manifesta con l’ampio spazio dedicato alle fotografie di edifici religiosi del nord Sardegna e con la riproposizione di alcune immagini già pubblicate nelle riviste, denota altresì uno sguardo attento a opere artistiche e architettoniche di secondo piano non comune nella stampa di grande tiratura. Non si tratta di una semplice riedizione dell’attenzione artistica per le architetture di interesse paesaggistico già vista per le foto pubblicate in «Le Vie d’Italia», quanto di un approfondimento che induce il lettore a osservare spazi e oggetti di interesse culturale di nicchia, che possono essere collocati a buon titolo in una particolareggiata guida turistica ma non in un periodico di carattere generale. Così sono presenti nel volume immagini di monumenti sardi pittoreschi e poco noti al grande pubblico, come il ponte romano sul rio Gusana <445 o la diroccata chiesa campestre di San Sebastiano a Isili <446 e si riserva attenzione all’arte figurativa con alcune pagine dedicate alle opere esposte alla pinacoteca di Cagliari <447.
La volontà di approfondimento assume aspetti ancora più tangibili quando si concentra su aspetti apparentemente banali della vita quotidiana. Il litorale di Bosa Marina, ad esempio, viene rappresentato in un giorno di mare d’estate <448 in una fotografia documentaria dal taglio fotoamatoriale e la didascalia spiega che si tratta di una stazione balneare frequentata (non si sa se da sardi, turisti, ricchi, poveri, donne, uomini etc. e non pare importante approfondire sociologicamente l’analisi ambientale). L’immagine non spicca certamente per forte tensione estetica, ricerca del tratto caratteristico o del classico «istante decisivo» come nella notissima foto di Cartier-Bresson già citata con
l’anziana donna vestita di nero a Cala Gonone <449.
Un discorso simile può essere fatto per i cavatori di granito della Gallura <450 : essi non hanno la posa solenne già vista nel minatore di Lamberti Sorrentino <451, ma appaiono invece minuti e dimessi, paragonati ai grandi blocchi di pietra al cospetto dei quali lavorano.
Una foto scattata ai confini fra il paese di Olzai e le sue campagne mostra invece il paese in campo lungo e l’immagine è animata dalla presenza di un carretto a buoi condotto da due uomini a piedi affiancati da una donna a capo scoperto <452: il soggetto è quello «da cartolina» del paese visto in lontananza, ma si tratta di una cartolina animata che cerca di fornire uno scorcio paesistico di vita quotidiana.
Fotografare un’ordinarietà poco spettacolare al punto da essere quasi banale conferisce alla visione dei luoghi una forte dimensione antiretorica e documentale, con il rischio di eccedere in atteggiamenti superficialmente contemplativi, ma con l’apprezzabile esito di posare lo sguardo su aspetti che raramente nella fotografia dei giornali erano messi in evidenza, per difetto di impatto spettacolare ed emotivo o per mancanza di spazi da riservarsi ad aspetti percepiti come marginali o poco interessanti.
La sensazione che il lettore ricava dallo sfogliare il volume è pienamente in stile Touring: la Sardegna è osservata come terra interessante, varia e ricca di curiosità culturali e naturalistiche.
Manca completamente l’approccio all’analisi sociale e poco rilevanti sono le osservazioni sullo stile di vita e sulle condizioni dell’umanità che la popola.
È come se il lettore venisse immerso in una enorme copertina di «Le Vie d’Italia» che ha l’obiettivo primario di mostrare le opere degli uomini (o gli uomini all’opera) più che gli uomini stessi.
 

Immagine 88 - nota 446 - di Carlo Di Bella, Op. cit. infra

Immagine 83 - nota 447 - di Carlo Di Bella, Op. cit. infra

Immagine 85 - nota 448 - di Carlo Di Bella, Op. cit. infra

Immagine 59 - nota 449 - di Carlo Di Bella, Op. cit. infra

[NOTE]
443 Cfr. immagine 84 tratta da TOURING CLUB ITALIANO, Sardegna, Attraverso l’Italia, cit., Milano, 1954, p. 38.
444 Cfr. Grafico 11-Attraverso l’Italia- Sardegna 1954.
445 Cfr. immagine 87 tratta da TOURING CLUB ITALIANO, Sardegna, Attraverso l’Italia, cit., Milano, 1954, p. 110.
446 Cfr. immagine 88 tratta da ibidem, p. 119.
447 Cfr. immagine 83 tratta da ibidem, p. 27.
448 Cfr. immagine 85 tratta da ibidem, p. 102.
449 Pubblicata, fra gli altri, in AA.VV. La fotografia in Sardegna, lo sguardo esterno 1960-1980, Nuoro, Ilisso, 2010, p. 113 e qui come immagine 59.
450 Cfr. immagine 89 tratta da TOURING CLUB ITALIANO, Sardegna, Attraverso l’Italia, cit.,
Milano, 1954, p. 201.
451 Cfr. immagine 3 di questo testo tratta da «Tempo», n.1, cit.
452 Cfr. immagine 86 tratta da TOURING CLUB ITALIANO, Sardegna, Attraverso l’Italia, cit., Milano, 1954, p. 110.
 

Immagine 89 - nota 450 - di Carlo Di Bella, Op. cit. infra

Immagine 86 - nota 452 - di Carlo Di Bella, Op. cit. infra

 
Immagine 3 - nota 451 - di Carlo Di Bella, Op. cit. infra

Carlo Di Bella, Fotografare un mito. La rappresentazione fotografica della Sardegna negli anni Cinquanta e Sessanta, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Cagliari, Anno accademico 2017-2018

sabato 15 gennaio 2022

La riforma, nel maggio 1946, delle Corti di Assise ordinarie non incise al momento sull’attività delle Sezioni straordinarie


Temendo il prefigurarsi nel dopoguerra di Corti d’assise del popolo dirette dal CLN con intenti vendicativi <1, nell’aprile 1945 una Commissione formata dai ministri Umberto Tupini, Mario Cevelotto, Manlio Brosio e Mauro Scoccimarro approntò un decreto legislativo che prevedeva l’istituzione "nei territori italiani, attualmente sottoposti all’occupazione nemica ed in quegli altri che verranno indicati con decreti luogotenenziali” di “Corti straordinarie di Assise”. Questi Tribunali dovevano "giudicare coloro che, posteriormente all'8 settembre 1943, abbiano commesso i delitti contro la fedeltà e la difesa militare dello Stato (…) con qualunque forma di intelligenza o corrispondenza o collaborazione col tedesco invasore e di aiuto o di assistenza a esso prestata"; erano compresi anche i reati di competenza dei tribunali militari che non implicassero questioni di carattere tecnico militare di particolare complessità <2.
Erano considerati collaboratori da sottoporre al giudizio delle Corti i maggiori esponenti della Repubblica sociale italiana, giudici militari compresi e più precisamente "ministri o sottosegretari di stato del sedicente governo della Repubblica sociale italiana o cariche direttive di carattere nazionale nel Partito fascista repubblicano; presidenti o membri del Tribunale speciale per la difesa dello Stato o dei tribunali straordinari istituiti dal predetto governo ovvero vi abbiano sostenuto la pubblica accusa; capi di provincia o segretari o commissari federali od altre equivalenti; direttori di giornali politici; ufficiali superiori in formazioni di camicie nere con funzioni politico-militari".
Dopo la Liberazione, molti collaboratori furono denunciati: nella sola Lombardia nel mese di giugno erano già stati eseguiti oltre 21000 arresti, inoltre, tra giugno 1945 e aprile 1946, gli alleati segnalarono alle autorità italiane diverse centinaia di spie, traditori e fascisti da perseguire.
A differenza delle Corti di Assise ordinarie, formate da due magistrati e cinque giudici popolari estratti a sorte da elenchi di "cittadini di condotta, morale o politica, illibata", quelle straordinarie comprendevano un presidente, nominato dal presidente della Corte di Appello e quattro giudici popolari estratti a sorte in liste di nomi indicati dai Comitati di Liberazione Nazionale. Spettava a questi ultimi, infatti, il compito di redigere elenchi di almeno cento o, nei comuni più popolati, centocinquanta cittadini maggiorenni "di illibata condotta morale e politica" e di presentarli al presidente del tribunale del capoluogo che avrebbe dovuto individuare cinquanta giudici popolari - settantacinque per i comuni con popolazione superiore al milione di abitanti - fra i quali sarebbero stati estratti i quattro giudici previsti. L’ufficio del Pubblico ministero, designato dal Procuratore generale presso la Corte d'Appello, era formato da avvocati di "illibata condotta morale, di ineccepibili precedenti politici e di provata capacità", scelti ancora una volta tra quelli indicati dai Comitati di Liberazione Nazionale.
Le Corti procedettero per direttissima, dimezzando i termini stabiliti dal Codice di procedura penale per l’istruttoria e il giudizio. L’indagine era avviata dal Pubblico ministero in base a segnalazione e denunce di cittadini, dei Comitati di liberazione e altri organismi, e delle autorità inquirenti.
Nel caso fossero presenti gli elementi necessari all’inizio dell’azione penale e le accuse fossero fondate e sufficientemente provate, era istruito il processo; se al contrario gli elementi accusatori si rivelavano infondati, il PM trasmetteva gli atti all'archivio, informando l'autorità militare, in caso di militari, o l'autorità amministrativa, per gli eventuali provvedimenti.
Molti procedimenti non superarono la fase istruttoria, altri proseguirono con il rinvio a giudizio e con l’avvio della fase processuale vera e propria, fino alla condanna o all’assoluzione dell’accusato di collaborazionismo.
Per quanto riguarda le sanzioni, fu applicato il Codice penale militare che prevedeva, per questa tipologia di reati, punizioni severe, dalla pena di morte, alla reclusione per un periodo non inferiore a quindici anni, o tra i dieci e i vent’anni, secondo il reato. Le sentenze dovevano essere depositate entro cinque giorni. Non era previsto un secondo grado di giudizio in appello ma, entro soli tre giorni dal deposito, era possibile presentare ricorso, o in caso di pene capitali, chiedere la grazia alla Corte di Cassazione che, in caso di annullamento della sentenza, stabiliva a quale Corte straordinaria di Assise dovesse essere rinviato il giudizio.
Per le sentenze che infliggevano la pena capitale, la Cassazione era chiamata a esprimersi entro dieci giorni dal ricevimento degli atti.
Per far fronte alla grande quantità di ricorsi proveniente dalle regioni settentrionali, fu istituita una Sezione speciale della Corte di Cassazione a Milano, inaugurata il 13 giugno 1945, che operò fino a dicembre 1945.
Questi Tribunali avevano carattere eccezionale e provvisorio, infatti era previsto che, decorsi sei mesi dall'entrata in vigore del decreto istitutivo, le competenze delle Corti straordinarie di assise e della Sezione speciale della Corte di Cassazione cessassero, e i delitti fossero devoluti secondo le ordinarie norme di competenza.
Il 26 aprile 1945 le misure adottate in precedenza nei confronti di fascisti ritenuti pericolosi per la democrazia furono estese a tutto il territorio liberato. Erano previste la sospensione temporanea dei diritti elettorali attivi e passivi o l’interdizione temporanea dai pubblici uffici per un periodo massimo di dieci anni, nei confronti di chi "per motivi fascisti o avvalendosi della situazione politica creata dal fascismo, abbia compiuto fatti di particolare gravità che, pur non integrando gli estremi di reato, siano contrari a norme di rettitudine o di probità politica" e per chi aveva ricoperto cariche direttive nel partito fascista. L’applicazione delle sanzioni spettava a Commissioni provinciali che agivano d’ufficio o secondo le denunce dell'Alto Commissario per le sanzioni contro il fascismo, di organi di pubblica sicurezza o anche su segnalazione dei Comitati di Liberazione Nazionale. Inoltre, le persone che in passato avevano tenuto "una condotta inspirata ai metodi e al malcostume del fascismo" o che continuavano ad adottare tali comportamenti, pericolosi per l'esercizio delle libertà democratiche, potevano essere inviate in colonie agricole, in case di lavoro, al confino di polizia o in campi di internamento.
Un altro decreto dello stesso giorno, il 26 aprile 1945, intitolato Punizione dell’attività fascista nell’Italia liberata, vietava esplicitamente la ricostituzione del partito fascista e proibiva lo svolgimento di attività che potessero ostacolare "l'esercizio dei diritti civili o politici dei cittadini" e provocare o alimentare la guerra civile. Severe punizioni erano previste anche per scoraggiare forme di assistenza o rifugio ai fascisti, che avrebbero potuto ostacolare il corso della giustizia.
L'attività frenetica delle Corti di assise straordinarie, competenti da agosto 1945 a giudicare anche reati commessi da soldati, fino a quel momento spettanti ai tribunali militari, continuò in seguito alla proroga di sei mesi. Nell’ottobre 1945 le Corti di assise straordinarie furono sostituite da Sezioni speciali delle Corti d’Assise ordinarie e assunsero anche le competenze dell’Alta corte di giustizia, soppressa, delle Corti di assise ordinarie e dei Tribunali militari, ai quali, tuttavia, restava obbligatorio inviare i processi in caso ricorressero gli estremi. Le Sezioni speciali, formate ancora da un Presidente e quattro giudici popolari da scegliere tra duecento nomi per i comuni più popolati, restavano in ogni caso tribunali provvisori, destinati a rimanere in attività per un anno dall’entrata in vigore del decreto; trascorso tale termine le competenze sarebbero ritornate ai tribunali ordinari. La Sezione speciale della Cassazione avrebbe, invece, cessato l’attività dopo trenta giorni e i procedimenti sarebbero stati rimessi alle Sezioni ordinarie della Corte Suprema di Cassazione in Roma. Tra le principali modifiche introdotte, si segnala l’allungamento dei termini previsti per il deposito delle sentenze, che passò da cinque a dieci giorni e per il ricorso in Cassazione, da tre a dieci giorni, mentre per l’impugnazione di sentenze capitali la Corte di Cassazione avrebbe potuto pronunciarsi entro trenta giorni.
Il compito di dirigere, coordinare e vigilare sull'applicazione delle sanzioni a carico di fascisti ritenuti “politicamente pericolosi” (come gli appartenenti alle Brigate Nere), per i quali le Commissioni provinciali potevano disporre l'immediato arresto, d’ufficio o in base alle denunce del Pubblico ministero, del Procuratore del Regno o degli organi di polizia, fu assegnato agli Uffici dei pubblici ministeri.
Con il passare del tempo furono introdotte nuove modifiche. La composizione delle Corti fu equiparata a quella delle Corti di Assise ordinarie, con due giudici togati e cinque popolari; le liste di giudici popolari, ora formate da un numero di cittadini residenti nella circoscrizione provinciale compreso tra 150 e 250, erano redatte da una commissione formata dal Presidente del Tribunale, da un rappresentante del Comitato di Liberazione Nazionale e dal sindaco del capoluogo, chiamati a selezionare cittadini "di ineccepibile moralità, che non abbiano mai appartenuto al partito fascista e comunque non abbiano mai svolto attività fascista, e che siano di età maggiore dei venticinque anni". Inoltre la convocazione di Sezioni delle Corte di assise, la formazione dei ruoli delle cause, l'estrazione dei giudici popolari e le notificazioni ai giudici estratti a sorte non spettarono più al presidente della Corte di appello ma a quello delle stesse Sezioni. Quanto all’Ufficio di Pubblico Ministero, l'avvocato che dopo avere accettato la designazione si fosse rifiutato di assumere l'incarico, era ora soggetto alle sanzioni previste dalla legge professionale ma non più a quelle del codice penale.
La riforma, nel maggio 1946, delle Corti di Assise ordinarie non incise al momento sull’attività delle Sezioni straordinarie.
Diverso è il discorso legato alle conseguenze di un altro evento verificatosi in quell’anno che orientò invece significativamente l’operato delle Corti incaricate di giudicare i collaborazionisti: l’entrata in vigore, il 22 giugno, del decreto detto “amnistia Togliatti”, proposto dal ministro di grazia e giustizia del governo De Gasperi e segretario del Partito comunista, Palmiro Togliatti.
Il provvedimento, molto contestato, prevedeva un’amnistia generale per i reati puniti con una pena inferiore a cinque anni di reclusione o con una sanzione pecuniaria. L’amnistia si applicava anche ai reati politici che comportassero sanzioni superiori a cinque anni, qualora commessi "nelle singole parti del territorio nazionale dopo l'inizio in esse dell'amministrazione del Governo militare alleato", oppure nel "territorio rimasto sotto l'amministrazione del Governo legittimo italiano, per i delitti suddetti commessi dopo l'8 settembre 1943". Erano inoltre previsti sconti di pena per delitti fascisti (quali l’organizzazione di squadre fasciste, la partecipazione alla Marcia su Roma e il colpo di Stato del 1925) e per i reati di collaborazionismo.
Nella circolare emanata dallo stesso Togliatti per spiegare la natura del provvedimento, il ministro, quasi a giustificare la decisione di concedere l’amnistia, affermava: "La Repubblica celebra il suo avvento emanando fra i suoi primi atti un provvedimento generale di clemenza", specificando che tale pratica rientrava nella prassi costituzionale e politica italiana adottata in periodi particolari della nostra storia. In quel delicato momento in cui avveniva il passaggio dalla monarchia alla Repubblica, un atto di clemenza nei confronti di reati politici rispondeva alla "necessità di un rapido avviamento del Paese a condizioni di pace politica e sociale" e si configurava "in pari tempo atto di forza e di fiducia nei destini del Paese".
Togliatti non poteva ignorare che in passato molti avevano tradito la Patria mettendosi al servizio dei Tedeschi, abbandonandosi ad "atti abominevoli di persecuzione e di violenza", ma tali responsabilità personali potevano, a suo avviso, essere attenuate considerando le circostanze particolari in cui i fatti erano avvenuti. Durante gli anni della dittatura, il governo fascista aveva imposto, con la forza e con misure intimidatorie, rigore e disciplina, pertanto occorreva dimostrare clemenza verso gli autori di molti reati politici già prescritti o meno gravi, a patto che i responsabili non ricoprissero incarichi rilevanti. Togliatti era perfettamente consapevole della possibile reazione popolare, che in effetti ci fu, e precisava: "Vi è infatti una esigenza non solo giuridica e politica, ma morale, di giustizia, per cui coloro che hanno commesso delitti, la cui traccia è lungi dall'essere stata cancellata, contro il Paese tradito e portato alla rovina, contro le libertà democratiche, contro i loro concittadini, o contro i più elementari doveri della umanità, devono continuare a essere puniti con tutto il rigore della legge. Un disconoscimento di questa esigenza, anziché contribuire alla pacificazione, contribuirebbe a rinfocolare odii e rancori, con conseguenze certamente per tutti incresciose".
D’altro canto "l’amnistia si applica non solo ai fascisti, ma anche ai comunisti, che potrebbero essere chiamati a rispondere di certe esecuzioni sommarie effettuate all’indomani della fine della guerra, troppo sbrigativamente e talvolta per semplice vendetta privata o rancore personale". Infine ne avrebbero beneficiato anche i partigiani eventualmente responsabili di fatti illeciti dopo il passaggio dei territori all’amministrazione Alleata.
Concretamente il provvedimento teneva conto di alcune circostanze. Se i delitti erano stati compiuti da persone "rivestite di elevate funzioni di direzione civile o politica o di comando militare, ovvero siano stati commessi fatti di strage, sevizie particolarmente efferate, omicidio o saccheggio, ovvero i delitti siano stati compiuti a scopo di lucro" non potevano essere amnistiati, mentre si dimostrava clemenza nei confronti di chi, non aveva commesso atti gravi. Erano anche esclusi i reati militari, in danno delle Forze alleate o giudicati da tribunali alleati e i reati finanziari.
Già nei primi giorni di applicazione del decreto, al contrario di quanto aveva dichiarato Togliatti, si assistette a "un’ondata di scarcerazioni eccellenti".
Secondo lo storico Mimmo Franzinelli, i magistrati, in preda a dubbi interpretativi, in poco più di un mese amnistiarono 7106 imputati.
[NOTE]
1 Mentre i gerarchi e i membri del governo fascista furono sottoposti al giudizio dell’Alta corte di giustizia e gli atti di violenza fascista compiuti dal 1922 all’armistizio erano giudicati da Corti di assise, Tribunali e Preture, i "delitti contro la fedeltà e la difesa militare dello Stato, con qualunque forma d’intelligenza o corrispondenza o collaborazione col tedesco invasore, di aiuto o di assistenza a esso prestata", attuati dopo l’8 settembre 1943, erano giudicati dai tribunali militari (se eseguiti da militari), o da quelli ordinari, in base al Codice penale militare di guerra. In attesa di “speciali tribunali” - le Corti distrettuali - previsti dall’abolito decreto del 26 maggio 1944 per punire i collaborazionisti, "improvvisati tribunali partigiani, istituiti dai CNL provinciali, condannarono alla fucilazione gerarchi e gregari senza curarsi di individuare le fattispecie di reato”.
2 Da Salerno il governo Badoglio aveva già deciso l’istituzione di particolari Tribunali "per la punizione dei delitti del fascismo", chiamati Corti distrettuali, con sede nei capoluoghi, formati da un magistrato e sette giudici popolari. Il decreto istitutivo fu, però, abrogato e il governo presieduto da Ivanoe Bonomi, ristabilitosi a Roma dopo la Liberazione della città, predispose una serie di Sanzioni contro il fascismo, pubblicate sulla Gazzetta ufficiale il 29 luglio 1944, finalizzate ad epurare l’amministrazione (attraverso Commissioni di epurazione) e ad avocare allo Stato i profitti del regime e i beni del cessato Partito nazionale fascista. L’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, organo nominato dal Consiglio dei Ministri e assistito da alti Commissari, fu istituito per svolgere le indagini e avviare i procedimenti giudiziari. In primo luogo dovevano essere puniti severamente, con l'ergastolo o, nei casi di maggiore responsabilità, con la morte, i membri del governo fascista e i gerarchi del regime, colpevoli "di aver annullate le garanzie costituzionali, distinte le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesse e tradite le sorti del Paese condotto alla attuale catastrofe". Tale compito era assegnato all’Alta corte di giustizia (formata da un presidente e otto membri designati dal Consiglio dei Ministri), per la quale l’Alto commissariato svolgeva funzioni di pubblico ministero. I maggiori responsabili dell’operato del Regime fin dall’origine - gli organizzatori di squadre fasciste, autori di violenze e devastazioni, gli ideatori e partecipanti alla marcia su Roma, gli autori del “colpo di Stato” che portò Mussolini al governo il 3 gennaio 1925, e tutti quelli che contribuirono a mantenere in vigore il regime fascista - dovevano essere giudicati in base al vecchio Codice penale Zanardelli, entrato in vigore l’1º gennaio 1890, e non secondo il Codice Rocco, che lo aveva sostituito dal primo luglio 1931. Le sanzioni riguardavano anche chi, pur non avendo compiuto veri e propri reati, si era avvalso della situazione politica creata dal fascismo per adottare comportamenti contrari a "norme di rettitudine o di probità politica"; per questi casi era prevista l’interdizione temporanea dai pubblici uffici o la privazione dei diritti politici fino a dieci anni. Il decreto era clemente verso i condannati, anche alle pene più gravi (pena di morte ed ergastolo), che si fossero dimostrati ostili al fascismo prima dell'inizio della guerra, o avessero partecipato attivamente alla lotta contro i nazisti. In questi casi le pene potevano essere notevolmente ridotte ed era prevista la non punibilità di chi si fosse "particolarmente distinto con atti di valore nella lotta contro i tedeschi". L’applicazione delle sanzioni contro il fascismo, previste dal decreto del 27 luglio, spettava a Commissioni provinciali presiedute da un magistrato e composte da due altri membri scelti dal primo presidente della Corte di appello tra i giudici popolari. L’Alta corte di giustizia e le Commissioni provinciali potevano infliggere il confino nei casi in cui fosse accertata la volontà di sovvertire violentemente gli ordinamenti politici, economici e sociali dello Stato o di contrastare o ostacolare l’azione dei poteri dello Stato.
(a cura di) Carmela Santoro, Inventario. Corte di Assise Straordinaria di Milano poi Sezione Speciale della Corte di Assise di Milano, Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, Archivio di Stato di Milano, PU 25 (2021)

martedì 11 gennaio 2022

Poesia incarnata, fatta vita, forza vitale


Sono questi gli anni in cui Sibilla Aleramo pubblica "Una donna" (1906), libro con il quale tenta di dare una consistenza precisa ai fantasmi e alle ossessioni che l'avevano accompagnata sino allora <117, in cui stringe rapporti con importanti intellettuali ed artisti del tempo e fonda le scuole festive dedicate ai contadini dell'Agro romano insieme a Cena, Alessandro Marcucci e ai coniugi Angelo e Anna Celli.
Le attività educativo-filantropiche cui Aleramo si dedica, come le già citate scuole dell'Agro romano o la volontaria in un ambulatorio per bambini poveri, le consentono di osservare ed entrare in contatto con la realtà che la circonda. Così scriverà alcuni anni dopo, ricordando le spedizioni che dal 1904 vi compiva quotidianamente con Cena e con i Celli: "[...] a due passi da Roma. Capanne di paglia come cumuli di strame. Vivono in capanne, senza pavimento, sembrano anche loro di fango, guardano attoniti, bimbi e vecchi, al confronto quelli dell'ambulatorio sono dei principi, le capanne stanno fuori d'ogni strada, ci si va per un sentiero, quasi due ore a piedi, è una specie di villaggio, tre, quattrocento persone.[...] come possono vivere lì, come? Cena mi guardava tremando. Piangevo. Da quel pianto nacquero le scuole dell'Agro Romano. E il lungo, lungo apostolato, quasi frenetico, mio e di Cena, fiancheggiati dai due Celli. Le lunghe lunghe esplorazioni per la Campagna, giornate intere a piedi, inverno, estate, polvere rossa tufacea, fango nero, e qualche alberello di rose talora sperduto nel deserto, e rovi a macchia [...] Ad un tratto, dietro un rialzo di terreno, un gruppo di capanne si profilava: dieci, venti, cinquanta. Bimbi e donne si sporgevano dalla basse aperture, attoniti, con occhi cisposi, ci tastavano le vesti. Nessuno giungeva mai sin là". <118
Sempre insieme a Cena si reca in Calabria e Sicilia all'indomani del terremoto del dicembre 1908, al fine di promuovere l'istruzione nel Mezzogiorno e di portare aiuto e sostentamento ai bisognosi. A tal proposito risultano interessanti le riflessioni scritte molti anni dopo, in ricordo dell'esperienza, il 24 febbraio del 1943: "[...] V'ha dunque nella compagine terrestre un elemento d'ingiustizia, di disordine, di stridore, che ripugna quei concetti di armonia e di grazia coltivati dall'umanità non sappiamo da quali remoti tempi? Un elemento invincibile? Terremoto. Pazzia. Come impedirli? La mia giovanile ingenua fede in una fondamentale bontà della vita, crollata dinnanzi alle rovine di due province sotto il riso indifferente della natura, mare e cielo radiosi, venne lentamente sostituita da qualcosa che ancor oggi resiste in me, malgrado reiterati accessi di disperazione... Non so definirla. Istintiva, e di là dalla ragione. Non consolatrice, ma sostenitrice. Poi che la vita è tanto esposta alla tragedia, non rimane, all'umanità che ne sia conscia, altro se non soccorrer se medesima con tutta la bontà che alla vita fa difetto. [...] Un mondo dove l'umanità riuscisse a far scomparire ogni brutalità, dove non fossero più inganni né guerre, chisà se non sarebbe liberato anche da ogni specie di malattia e deformità, chisà perfino se non vedrebbe placati per sempre i moti tellurici, oh non per premio, ma per un segreto accordo del nostro sangue con le zolle e le pietre e le acque e le stelle..." <119
Nonostante gli innumerevoli impegni, Sibilla vive un periodo complesso dal punto di vista sentimentale, tanto da trascorrere quasi un intero anno in continui vagabondaggi presso parenti e amici, prendendo quindi le distanze da Cena, che lascerà nel 1910 per iniziare, nell'arco di pochi mesi, una relazione di breve durata con Vincenzo Cardarelli, il quale in una lettera la definisce una scrittrice singolare, ma sopra tutto "una di quelle donne che compaiono raramente nella vita" <120.
Finita la convivenza con Cena e terminato il rapporto con Cardarelli, comincia un pellegrinaggio solitario e quel che, vista da una vecchiaia serena, come la definisce la stessa scrittrice, apparirà come un insieme di tentativi amorosi con brevi istanti di gioia e lunghi periodi di dolore. La storia di questi molteplici amori si può considerare, in realtà, la storia di un unico amore ed il materiale che la costituisce sono le lettere, in parte raccolte e in parte trascritte nei diari. <121 Da questa documentazione si evince come Aleramo sia al contempo madre e amante, sempre pronta a dimenticare la propria sofferenza per quella dell'altro, a voler guarire un'umanità smarrita e triste, a far crescere un mondo che le appare ancorato a un'esistenza da caverna <122.
Ma in questo medesimo lasso di tempo entra in contatto con i principali movimenti culturali del Novecento italiano e collabora con Il Marzocco, La Ronda, La Donna, Il Resto del Carlino e con il gruppo de La Voce. Frequenta e corrisponde con le più importanti figure del tempo come Gabriele D'Annunzio, Umberto Boccioni, Clemente Rebora, Giovanni Papini, Vincenzo Cardarelli, Scipio Slataper, Emilio Cecchi, Benedetto Croce e Salvatore Quasimodo e nell'estate del 1912 va in Corsica dove inizia la stesura de "Il passaggio" (edito nel 1919).
Nel 1915 si ammala e trascorrere un periodo di convalescenza a San Remo, ospite del padre che si era da tempo trasferito in Riviera. Durante questo periodo nasce un brevissimo rapporto sentimentale con Giovanni Boine la cui storia d'amore verrà raccontata quindici anni dopo ne "Il frustino" (1932).
L'anno successivo incontra e inizia una lacerante relazione con Dino Campana, che terminerà nel 1918 quando quest'ultimo verrà internato in manicomio: "Povero Dino, come lo rivedo sempre qual era, in quei giorni del nostro primo incontro, immagine della felicità ebbra, e la follia ch'era in lui non si manifestò che un mese o due dipoi, e per un anno la tragedia avviluppò ambedue, in diverso aspetto e grado". <123
E ancora: "perché non ho mai scritto quest'altra, più tragica storia? Ritroverei, se la scrivessi finalmente, le lagrime di quel tempo? Con le lagrime ci si libera. Forse per questo, per non recidere da me la vitalità del ricordo, non ho mai raccontato quei miei mesi favolosi col poeta folle". <124
Tra il 1920 e il 1922 si trova a Napoli dove frequenta Matilde Serao e pubblica con Bemporad una raccolta di poesie, "Momenti" e un volume di prose, "Andando e stando" (ora ristampato), con appunti di viaggio, recensioni, saggi e brevi ritratti di intellettuali e artisti.
Nel 1926 tornata a Roma firma il manifesto degli intellettuali antifascisti senza però prendere una decisa posizione politica e pubblica il romanzo epistolare "Amo dunque sono".
Dopo un breve periodo trascorso a Parigi, in seguito alla morte del padre, torna in Italia e cerca invano di incontrare D'Annunzio.
Nel dicembre del 1928, pressata dalle ristrettezze economiche, scrive a Benito Mussolini chiedendo un'udienza e un sussidio: questi incontrandola il 18 gennaio 1929 le concederà una somma di denaro ma non il vitalizio da lei desiderato. In merito a quest'incontro privato, alla guerra, alla politica e alla personalità di Mussolini, Aleramo rifletterà nel suo diario nell'ottobre del 1942: "Dava la sensazione d'una individualità eccezionalmente forte, ma della forza più d'un toro che di un leone. Abilissimo, modulava la voce con sapiente dolcezza, e questo disarmava subito chi si presentava a lui conoscendone solo gli atteggiamenti di dittatore durissimo. Non emanava luce, e forse neppure calore.
Un'umanità molto terrestre, un'intelligenza realistica, tutta contingente, alimentata e sorretta quotidianamente dal favore della sorte. La coscienza di tal favore era, forse, il sottinteso maggiore in lui, e costante; e la maggior
ragione del suo innegabile fascino. Ch'io subii, quel giorno, senza s'intende rendermene ben conto, e che parimenti ha dovuto agire su innumerevoli persone e sulle masse, per tanti anni, sinché non s'è prodotta questa sciaguratissima guerra. Allora nel gennaio 1929, egli era all'apice della sua potenza. Non era ancor sorto l'astro antagonista, su nelle brume germaniche, destinato a rapirgli il primato della popolarità mondiale. Il suo sogno imperiale, se pur veramente egli lo carezzava, non aveva ancora preso forme cruente, si manteneva in un limbo vago, inoffensivo. O per lo meno, tale lo si riteneva e forse è stato l'errore, è stata la colpa generale, in quel tempo, credere ch'egli, Mussolini, si appagasse di dirigere e dominare l'Italia relativamente pacificata, bonificata, addomesticata; un'Italia ove il popolo potesse vivere sanamente, e i poeti cantare liberamente... I poeti. Egli mi disse, quel giorno, che li amava, che li aveva sempre amati sin dalla prima gioventù. Mi disse, per quel riguardava me, d'aver letto i miei libri e averli ammirati. [...] Mi trattenne tre quarti d'ora [...] con una cordialità che mi parve schietta, con una semplicità sorridente che, lo confesso, mi lusingò". <125
Tra 1929 e 1930 pubblica la raccolta di liriche "Poesie", per cui ottiene un premio dall'Accademia d'Italia e firma un contratto decennale di esclusiva con Mondadori con il quale si impegnava a consegnare tutta la sua produzione scritta. Nello stesso anno esce "Gioie d'occasione", una serie di note di costume, impressioni, ritratti ed episodi autobiografici, libro con cui partecipa al premio Viareggio con poca fortuna; inoltre collabora con Novelle novecentesche, Il Piccolo e Il Popolo di Roma.
Nel 1934 rivede, dopo più di trent'anni, il figlio Walter: "tristezza irreparabile del nostro rapporto, dappoi che ci siamo rivisti dopo i trent'anni d'intervallo e invano abbiamo provato a sentire come una realtà il fatto ch'io sono sua madre e che lui è mio figlio. (Un solo momento abbiamo avuto: la prima sera del ritrovamento; un singhiozzo profondo nel petto d'entrambi, abbracciandoci [. . . ] un sorriso in cui ci rispecchiammo a vicenda. [. . . ] Un solo momento. Poi, tutto della vita, ci ha fatti immediatamente apparire su due piani differenti)". <126
L'anno successivo, pubblica la raccolta di poesie "Sì alla terra" e intreccia una relazione sentimentale con Salvatore Quasimodo, che "chiamavo Virgilio, e dal quale due mesi di poi, a fine ottobre, fui lasciata brutalmente, dopo soli otto mesi d'amore straziato" <127.
Nell'ottobre del 1935 entra nella sua vita il giovane Franco Matacotta con il quale inizia una lunga e spesso travagliata relazione ampiamente documentata nei "Diari" che comincia a tenere proprio perché spinta da Matacotta: "da anni e anni m'è vicino, questo ragazzo, e talvolta mi sembra che sia sempre quello del primo giorno, che venne a bussare alla porta della mia soffitta, timido e ardito; e altre volte penso a quanto è mutato da allora, e non soltanto nell'aspetto" <128.
Nel frattempo sempre presso Mondadori esce "Orsa minore. Note di taccuino", una raccolta di scritti, bozzetti, impressioni.
[NOTE]
117 GUERRICCHIO, 1974, p. 79.
118 ALERAMO, 1979, pp. 337-338.
119 Ivi., pp. 242-243.
120 CARDARELLI, 1970, pp. 45-46.
121 MELANDRI, 1986, p. 44.
122 Ivi., p. 45.
123 ALERAMO, 1978, p.361.
124 Ivi., p. 264.
125 ALERAMO, 1979, pp. 213  214.
126 Ivi., p. 57.
127 Ivi., p. 169.
128 Ivi., p. 7.
Sabrina Bollettin, Raccontare il mondo partendo da sé. Scritture diaristiche a confronto: Sibilla Aleramo, Etty Hillesum, Elena Carandini Albertini, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2014-2015

Nella nota di diario del 21 settembre 1943, Sibilla Aleramo così definisce le proprie carte «inedite e edite, lettere, giornali» <1, continuamente rivisitate, ordinate, commentate, dalle pagine della prima fanciullezza fino a quelle degli anni ultimi, «migliaia e migliaia di foglietti», una «somma enorme di vita». «Ho sentito - commenta il 18 marzo 1945 - che, dopo la mia morte quest’eredità di parole assumerà un valore profondo, se troverà chi avrà devozione e forza sufficiente a ordinarla e pubblicarla» <2.
[...] Modulati sulla tipologia di una scrittura del privato, ma sostenuti dalla pretesa tutta letteraria di comporre il libro - in grado di fissare il ricordo di una vita («ho fatto della mia vita il capolavoro che avevo sognato di creare con la poesia», 2 aprile 1941, p. 68) - i "Diari" interessano le carte in quanto esse ne sono motivo e insieme materia. Scritti a fronte della crisi della parola poetica, «misteriosa inazione» degli ultimi anni contrapposta, nella nota di apertura, alla nascita, con "Una donna", alla scrittura («Oggi sono trentaquattro anni che il mio primo libro venne pubblicato», recita l’incipit di "Un amore insolito", 3 novembre 1940, p. 3), i "Diari" ricompongono, tra scrittura e riscrittura, l’esperienza del presente a quella del passato. Conservando annotati, accanto agli squarci memoriali evocati dalla rilettura delle carte, gli interventi dell’autrice sulle stesse (ordinamento, selezione, contestualizzazione) che, nel presente, ne consentono la riproposta editoriale e, proiettati nel futuro, ne predispongono conservazione e valorizzazione, i "Diari" raccontano dunque la storia delle carte: quella esterna, che documenta le vicende editoriali e la fortuna critica dell’edito nel quadro di una fitta rete di relazioni intellettuali; e quella interna: genesi, poetica, attese e prospettive ricondotte, in un quadro complesso di esperienze e relazioni, al farsi della coscienza inquieta e alla identità di una donna: «Un libro - scriveva Aleramo già nel suo primo romanzo - che mostrasse al mondo intero l’anima femminile moderna» <3.
Nei vent’anni in cui le carte sono materia e fonte per la nuova scrittura, il pensiero del loro destino - rinnovato a ogni riordino («Sfogliati altri pacchi [...]. Ma chi avrà la forza di sfogliare questa massa spaventosa di carte?», <22 marzo 1954, p. 341) - intreccia alla designazione dell’erede e degli esecutori testamentari, l’attesa di una “vera” lettura: «Saran più avveduti dopo la mia morte - si chiede l’8 gennaio 1955 - come ancora a tratti mi illudo malgrado tutto, malgrado tutto?». Lo conferma nella Nota biografica di questa Guida la descrizione dei testamenti, ora inventariati tra le Carte personali, mentre il valore simbolico di questo intreccio traspare dalla lettura delle note diaristiche: in esse, come del resto in "Una donna", o nelle lettere (tra gli epistolari editi, denso di suggestioni in questo senso è quello che raccoglie le "Lettere tra Campana e Aleramo"), la scrittura dà forma all’immaginario d’amore, è «trascrizione del pensiero parlato di una donna - scrive Lea Melandri - “flusso” [...] di tutte le parole (pensieri) che essa ha dovuto trattenere per paura di non essere “intesa”, che scrive per sé e perché altri, leggendole, possa farsi di lei un’immagine intera» <4. In questo immaginario, il desiderio di essere intesa si affida all’oggetto d’amore, destinatario primo della scrittura e insieme tramite, garante, nella continuità della lettura, di una vitalità, duratura nel tempo, della propria immagine e dei propri pensieri: figura d’amore fino a Franco Matacotta, «ultimo enorme errore» (28 dicembre 1959, p. 476), il giovane poeta che, con un pressante richiamo al «lavoro» (la parola poetica), presiede all’avvio della scrittura diaristica, destinatario, lettore e critico della stessa («“Enorme delusione” ha detto Franco dopo aver risfogliato intero questo Diario», annota Aleramo l’8 agosto 1944, p. 413), coautore nelle scelte per le prime edizioni dei diari («Mercurio», III, 1944; Tuminelli, 1945). Un sodalizio intellettuale e sentimentale al cui interno, pur nella crisi della relazione privata, Aleramo dispone l’attesa di una continuità oltre la morte.
Il 19 marzo 1945, finiti gli anni de «le nostre carte» (5 ottobre 1943, p. 84), ritrovata, nel silenzio della soffitta la solitudine «e quella mestissima cosa ch’è la libertà» (21 gennaio 1945, p. 27), Aleramo scrive ancora, per l’ultima volta, rivolta a Franco: «io lo prego qui, stasera, che s’egli non dovesse sentirsi in grado di compiere la missione che gli ho affidata, [...] lo prego di far sì che non si disperda assieme alle mie ceneri la sostanza spirituale adunata in tutte quelle pagine» (p. 33).
«Chiedo l’iscrizione al partito» recita l’incipit della lettera, scritta il 3 e trascritta il 10 gennaio 1946, con cui Aleramo aderisce al Partito comunista, «estrema affermazione di fede» (p. 75), «presente verità» (22 marzo 1954, p. 341). Mutano, con questo, le parti di un immaginario che, sia pur declinato in tono minore («d’amore e di gioia il mondo è privo come non mai», 8 aprile 1945, p. 37), tuttavia preserva la valenza del sogno originario: «Dopo essermi tutta la vita illusa nella creazione d’amore per singoli individui - annota il 17 febbraio 1948, p. 183 - ecco, la mia fede comunista è la sola cosa concreta, e le strette di mano dei compagni operai, il supremo conforto».
[...] L’ascrizione di un’opera a un genere letterario è sempre operazione complessa, più problematica se l’approccio al testo include l’identità sessuata del soggetto di scrittura.
Nel caso di Aleramo, tutta la sua produzione - e segnatamente la narrativa - ha un carattere fortemente “autobiografico” che, dopo "Una donna" e "Il passaggio", si accentua per l’esplicito utilizzo di scritture private (le lettere, in particolare, come ne "Il frustino" e in "Amo dunque sono") nella costruzione dell’intreccio e della struttura romanzesca.
Una scrittura, dunque, tutta autobiografica che, negli ultimi vent’anni, a fronte della crisi della parola poetica, si frantuma nell’annotazione diaristica? Direi di no: piuttosto una lunga esperienza di scrittura, esercizio letterario - ragionato nella produzione saggistica, nei testi di conferenze e interventi o nelle note affidate a fogli sparsi - che, ancorato all’esperienza di vita, documentandola la trasfigura.
«Poesia incarnata, fatta vita, forza vitale», scrive di sé Aleramo, rivolta a Franco, il 5 dicembre 1940: «Tutto ciò ch’io non ho se non in minima parte scritto, forse appunto perché sono andata via via creando me stessa liricamente» (p. 19). Tutto ciò che, nella reiterazione dell’illusione d’amore, non è stato visto e che, nella lettura delle carte, non è mai stato colto.
A fronte della crisi dell’ultima esperienza d’amore e insieme della parola poetica, Aleramo avvia la scrittura diaristica che riconnette, nell’intreccio di tipologie differenti, il passato al presente, il pubblico al privato, le parole al pensiero, il pensiero all’esperienza: una scrittura di sé e per sé, che predisposta per la lettura (di Franco, destinatario d’elezione, nei primi anni, di quello che in parte è un discorso d’amore; dei lettori dell’«avvenire», dopo il 1945, predominanti nel suo immaginario), ricompone l’interezza, complessa e contraddittoria della propria immagine, una figura per sempre.
Un’autobiografia, dunque? Aleramo se lo chiede il 7 luglio 1941, nella fase iniziale della nuova scrittura, rilette le parti a quella data scritte sotto «la suggestione» di due lettere (di Matacotta e di Mucchi) che «entrambe parlano di “autobiografia”». «Ma Franco - scrive - che conosce questo mio attuale diario, che cosa pensa veramente? Ch’io lo continui, e da esso “risalga al passato”, o lo tronchi e inizi da domani una narrazione nuova, [...] con un tono più unito, più fermo? E tutte queste pagine allora?» (p. 80).
A quest’altezza cronologica, dunque, Aleramo ha ben chiaro che le note del suo diario (frammentarie, discontinue) non sono, né intendono essere “autobiografia”; sono, scrive di seguito, «documento di questi mesi, un documento di più da aggiungere ai tanti che riempiono l’armadio e che Franco sarà molto imbarazzato un giorno a pubblicare».
Nella nota già citata del 1954 - quando Matacotta non è più, nel suo immaginario, lettore d’elezione o destinatario delle sue carte - Aleramo, mentre lamenta l’assenza di un «devoto» biografo, commenta: «E intanto i documenti invecchiano ogni giorno di più, io stessa rimango dinanzi a molti di essi come dinanzi a insolubili indovinelli ». Distanziati dall’esperienza, essi perdono senso. Lei stessa dunque provvede a «vagliare», a «interpretare» «per dopo», le proprie carte: ne racconta la storia, le dispone nel «flusso» di parole e pensieri non detti, e ora trascritti, ne suggerisce l’uso, e la lettura.
Considerate in questa chiave, le note diaristiche si configurano allora come memoria di un Archivio totale (carte conservate, perdute, scartate, vendute, donate) con Biblioteca d’autore (libri acquistati, letti, annotati, perduti, venduti, donati), ordinato, in parte riletto, dallo stesso soggetto produttore. E insieme rilettura dell’opera intera (edita e inedita) comprensiva della storia dei testi (edizioni, riedizioni, varianti), della loro fortuna, del vaglio interpretativo dello stesso soggetto di scrittura. L’unae l’altra frammentate dalla discontinuità dell’evocazione memoriale e del tessuto narrativo in cui si dispongono come parte e insieme fonte [...]
[NOTE]
1 Sibilla Aleramo, Un amore insolito. Diario 1940-44, scelta e cura di Alba Morino, Milano, Feltrinelli 1979, p. 283. Tutte le citazioni sono nel testo con l’indicazione di data e pagina.
2 Ead., Diario di una donna. Inediti 1945-1960, scelta e cura di Alba Morino, Milano, Feltrinelli 1978, p. 33. Tutte le citazioni sono nel testo con l’indicazione di data e pagina.
3 Ead., Una donna (1907), Milano, Feltrinelli 1994, pp. 123-24.
4 Lea Melandri, Lettura, in Sibilla Aleramo, Un amore insolito, cit., p. 460.
Marina Zancan, «Un cumulo polveroso che vorrebbe sfidare l’avvenire» in L'Archivio Sibilla Aleramo, Guida alla consultazione (a cura di) Marina Zancan e Cristiana Pipitone, Fondazione Istituto Gramsci onlus, Roma, 2006