domenica 3 luglio 2022

La prima forza armata della RSI fu la Guardia Nazionale Repubblicana


La volontà di difesa delle autorità repubblicane sembrò così andare nella direzione della mobilitazione di ogni risorsa disponibile, anche nella militarizzazione “totalitaria” del PFR, così come anticipato nei telegrammi di Prinzing e, parzialmente, negli esiti di Klessheim. Nella comunicazione di inizio giugno inviata da Pavolini a tutti i commissari federali, il segretario ordinò la mobilitazione del partito, nella prospettiva di reagire ad eventuali attacchi in parallelo con l’ipotetica insurrezione antifascista. Per evitare che “la caduta di Roma porti a tentativi avversari (incrudimento dell’attività ribellistica e terroristica, agitazioni o altro) metti subito e precauzionalmente in stato d’allarme i Fasci. Sorveglia attentamente la situazione” <25. La comunicazione come detto era stata anticipata da un giro di ispezione di Pavolini presso le federazioni delle province meridionali della RSI, così da riferire a voce sulle successive modalità di mobilitazione, nella prospettiva di evitare un crollo immediato dopo la prima “spallata” alleata sul fronte. Tra i timori più gravi per i fascisti repubblicani e per chi, come i commissari federali era stato compreso sin dall’autunno precedente tra gli obiettivi principali della Resistenza armata, vi era la possibilità di subire direttamente le conseguenze dell’insurrezione partigiana e le vendette proprie della conclusione della guerra civile. In tal senso, sebbene nella circolare del 4 giugno non si faccia un riferimento preciso alla mobilitazione militare degli iscritti, è decisamente probabile che alcune direttive fossero già ben presenti nelle menti dei commissari. Lo comprovano gli atteggiamenti del federale di Reggio Emilia, Wender e dei dirigenti del partito di Milano e Torino. Wender, in particolare, il 5 giugno ordina agli iscritti “disponibili” di tenersi pronti a confluire collettivamente nella federazione o nei locali del Fascio; qui il responsabile della sede cittadina del partito avrebbe diretto le operazioni successive, finalizzate a reprimere in collaborazione con la GNR “manifestazioni o dimostrazioni” antifasciste che potrebbero seguire al ripiegamento delle forze tedesche <26. Si anticipava qui uno schema che avrebbe successivamente influenzato le dipendenze interne alle Brigate Nere, suddivise in presidi che, almeno a livello formale, avrebbero avuto un comandante nella persona del segretario politico o commissario del fascio della città, sede dello stesso distaccamento. Naturalmente tale “automatismo” di comando andrà criticato, in quanto in molti casi, in relazione alla nomina dei comandanti delle Brigate il commissario federale o lo stato maggiore delle forze ausiliarie in camicia nera avrebbe deciso in autonomia quali personalità sarebbero state confermate. La comunicazione di Wender fu seguita, a distanza di pochi giorni da un annuncio simile, proveniente da Vincenzo Costa. L’otto giugno, il commissario milanese comunicava la costituzione di un “reggimento federale”, il “Carroccio”, composto dai fascisti milanesi abili, in armi, con la consegna di presidiare ogni fascio della provincia e circolo rionale <27. Il reggimento, secondo Costa comprendeva più di 1.800 uomini, armati però con poche centinaia di pistole e moschetti, e per i quali era ancora necessaria la distribuzione del “permesso di porto d’armi controfirmato dal comando tedesco” <28. Lo stesso attivismo è confermato dalla condotta di Solaro, in funzione di organizzazione dell’embrione di quella che diverrà nel luglio, la Brigata “Ather Capelli”, dal nome del giornalista della federazione torinese, ucciso dai partigiani garibaldini nella primavera del ’44 <29.
La rapida mobilitazione dei fascisti reggiani, dei 1.800 mobilitati milanesi e di alcune centinaia di fascisti torinesi deve naturalmente portarci a comprendere come ben prima delle circolari del 4 e dell’11 giugno, Pavolini abbia potuto comunicare parte dei “suoi piani” ai commissari federali, con modalità che naturalmente sfuggono alla conservazione ed all’analisi archivistica. Tuttavia, così come era stato per le squadre, lo spontaneismo fascista aveva reagito con rapidità, forse dettata tanto dalla minaccia diretta alle personalità più in vista del fascismo provinciale, quanto da una “cultura politica propria dello squadrismo”, tendente comunque all’adozione di modalità organizzative comuni o simili.
L’11 giugno, Pavolini inviò quindi a tutte le sedi federali la seguente circolare segreta, recante la tripartizione dei compiti dei fascisti di provincia, che avrebbero dovuto agire con modalità differenti nella prospettiva di reazione alle ipotesi di invasione alleata e di contemporanea insurrezione antifascista.
[...] In tal modo il segretario voleva evitare, da una parte, la cattura dei fascisti più noti a livello provinciale, dall’altra intendeva scongiurare la distruzione ed il saccheggio delle sedi, il cui impatto sull’opinione pubblica della Repubblica avrebbe segnata una crisi definitiva per le possibilità di legittimazione del fascismo repubblicano. In tal senso vennero rinfocolati gli appelli alla difesa della RSI, mentre i commissari dovevano preparare le sedi provinciali, per essere “occupate da sfollati, indigenti ecc.”, senza gagliardetti, ritratti o bandiere, così da evitare saccheggi ed assalti, nell’ipotesi di fronteggiare un “secondo 25 luglio” <31.
Come già attestato da Gagliani, la circolare dimostra un certo tipo di sudditanza, anche solo filologica, rispetto al movimento antifascista ed alle brigate partigiane <32, spesso definite come “clandestine, ribelli, banditistiche e terroriste”; veniva in tal modo evidenziata una distanza effettiva, antropologica prima ancora che politica, rispetto alla Resistenza. Tale diversità venne ribaltata nel contesto caotico del rischi di “sommersione” repubblicana, nel caos portato dalle prospettive di “insurrezione partigiana”, proclamata nel primo degli annunci pubblici del generale Harold Alexander il 6 giugno 1944, lo stesso giorno dell’infrazione del “Vallo Atlantico”: il “D-day”. Il generale britannico invitò i resistenti in armi, e non solo, a cooperare con gli sforzi delle armate alleate: “Patrioti italiani, in meno di un mese (dall’inizio dell’offensiva di Cassino) la forza armata tedesca è stata schiantata e la città di Roma è stata liberata. (…) D'ora innanzi le armate tedesche in Europa verranno attaccate da tutte le parti. Il giorno da voi tanto atteso è finalmente giunto. Faccio appello a tutti i patrioti d'Italia d’insorgere compatti contro il comune nemico (…) colpendolo con ogni mezzo”.
La crescita numerica dei partigiani si attestò tra giugno e luglio sui 60/70.000 combattenti in montagna, un aumento da considerare come parziale conseguenza degli accordi interni ai partiti del CLN e alla relativa caduta della pregiudiziale antimonarchica conseguente alla “svolta” togliattiana di Salerno; le organizzazioni ciellenistiche avrebbero in questa fase sviluppato una prima “struttura regolare” alla base della lotta ribellistica. L’organizzazione militare della Resistenza poté in questo contesto sfruttare sia un credito maggiore da parte degli Alleati - concretizzato in un ampiamento dei rifornimenti militari per le bande in montagna - sia una struttura complessa come quella dipendente dai comandi del Corpo Volontari della Libertà, finalizzata all’ipotetico coordinamento delle bande ribelli <33.
La virulenza degli attacchi delle bande era stata in realtà rafforzata ancor prima di giugno, con cause già accennate in considerazione degli esiti della leva di classe anziane; dopo la caduta di Roma, la prospettiva della sollevazione compatta delle bande partigiane, unita alle notizie dei successi alleati che raggiungevano le province poste a nord della linea di combattimento, gettò nel caos le autorità repubblicane, dando agio ad una particolare narrazione degli eventi, fornita da Pavolini a Mussolini, nelle conseguenze di un suo viaggio nelle province toscane, alla metà di giugno.
Dal 17 al 21, il segretario è infatti occupato nel “disciplinamento della rotta” fascista nella “propria” regione, con particolare attenzione alla situazione della sua città natale, Firenze; qui venne organizzata, in collaborazione con Manganiello, una particolare forma di resistenza contro la minaccia di “sommersione”. Nel resto delle province, in particolare per quelle meridionali di Grosseto, Siena <34 e, in parte Arezzo, le autorità del partito e quelle della prefettura avevano dato una prova “pessima” nella prospettiva di resistenza ad oltranza disposta da Pavolini; buono il morale e accettabile la resistenza delle province di Pisa e Livorno, mentre in una posizione intermedia vengono poste le condotte dei federali e dei capi della provincia di Firenze e Pistoia <35; nelle province abruzzesi e laziali, invece, la Guardia Nazionale si era “squagliata” senza sparare un colpo, manifestando con azioni considerate “vili” un’esplosione di panico diffuso e difficilmente controllabile. Un esempio viene dato dalla GNR di Frosinone che, già sul finire di maggio diede prova di “codardia”, concretizzatasi nell’atteggiamento di numerosi suoi ufficiali che si tolsero i fascetti dal bavero, sostituendoli con le stellette <36. Un atteggiamento che in realtà comprendeva anche molte province del nord, in cui era maggiormente pressante la presenza delle bande partigiane, come nel Cuneese ed a Torino, ma non solo.
A Brescia, nelle immediate vicinanze del centro governativo gardesano, Casalinuovo riportava una “affannosa corsa” dei legionari della Guardia per ottenere abiti borghesi, confermando che i timori di crollo superavano anche la Valle del Po <37. La prova fortemente negativa data dalla GNR è del resto confermata dagli stessi notiziari, raccolti da Pansa nella sua monografia sull’esercito della Repubblica <38. Lo sbandamento della GNR venne quindi preso a pretesto da Pavolini per affermare che, gli unici che avevano “retto la situazione sono stati i fascisti e solo i fascisti (,) quelli immessi nella Guardia e nella Polizia e quelli propriamente del Partito per quanto coi ranghi ridotti dall’arruolamento volontario di tutti i giovani (sic). Inoltre i fascisti non erano quasi per niente armati (dato che in molte province i depositi di armi erano stati affidati ai carabinieri immessi nella GNR...) Naturalmente in tutto ciò gioca anche la concezione germanica, giusta in astratto, per cui non si debbano armare i “civili” e solo i reparti militari. Ma, in concreto, il problema è solo di fedeltà degli uomini” <39.
Le parole di Pavolini suonano in maniera molto simile a quello che fu il successivo resoconto dell’incontro tra lo stesso segretario e Kesselring, avvenuto verosimilmente durante il “giro di ispezione” nelle province meridionali della RSI, mentre il feldmaresciallo stava guidando le fasi di sganciamento e ritirata del grosso delle forze della Wehrmacht.
[NOTE]
25 Comunicazione di Pavolini alle federazioni provinciali del Partito, del 4 giugno 1944, in Archivio dell’Istituto per la Storia dell’età contemporanea di Reggio Emilia (da ora ISTORECO), b. 14H, f. Carteggio fascista, sf. Circolari del PFR, citato anche in Gagliani, Brigate Nere, op. cit. p. 36.
26 Ivi, sf. GNR e Brigate Nere, e ibidem.
27 Costa, op. cit. p. 92.
28 Ibidem.
29 Adduci, Gli altri, op. cit. p. 167.
31 Gagliani, Brigate Nere, op. cit., pp. 34-36.
32 Ibidem.
33 Peli, Storia della Resistenza, op. cit. pp. 79 e seg. Sulle difficoltà di effettivo coordinamento tra organismi di direzione militari e politici con le bande in montagna, si rinvia a id. Vecchie bande e "nuovo esercito"; i contrasti tra partigiani nella "grande estate" del '44 in id. La Resistenza difficile, op. cit.
34 Il capo della provincia senese Chiurco, per l’eccessiva “arrendevolezza” dimostrata venne successivamente sottoposto ad una commissione d’inchiesta, cfr. Relazioni del Ministero dell’Interno del 15 e del 22 marzo 1945, in Nara, Rg. 226. e. 174, b. 22, f. 151
35 Lettera di Pavolini a Mussolini del 24 giugno 1944, in ACS, SPD, CR, RSI, b. 62, f. 631, sf. 2. Il rapporto di Pavolini si basava, come scritto in Gagliani, Brigate Nere, pp. 40, 41, sulla relazione dello stesso segretario sottoposta al duce, sulla situazione politica in Toscana, in ivi, b. 61, f. 630, sf. 6/c.
36 Relazione dell’ispettore generale delle forze ausiliarie Casalinuovo del 28 giugno 1944, in ACS, RSI, PFR, b 2, f. 4, sf. 5.
37 Ibidem.
38 Pansa, op. cit. pp. 131 e seg.
39 Lettera di Pavolini a Mussolini del 24 giugno 1944, doc. cit.

Jacopo Calussi, Fascismo Repubblicano e Violenza. Le federazioni provinciali del PFR e la strategia di repressione dell’antifascismo (1943-1945), Tesi di dottorato, Università degli Studi Roma Tre, 2018

Pavolini inoltre, scontrandosi con le ritrosie di Graziani, avanzò la richiesta a Mussolini di formare un corpo di difesa aggiuntivo alla frammentaria G.N.R. Il 26 giugno il Duce firmò un decreto per la costituzione del “Corpo ausiliario delle squadre d’azione delle Camicie Nere”, affidando il loro comando generale al segretario del Partito, che a sua volta affiderà il comando delle Brigate nelle varie provincie della Repubblica a fedelissimi Commissari Federali che prenderanno il nome di Comandante di Brigata (tutti comunque di comprovata ed antica fede fascista) <5. Pavolini, volle quindi creare o meglio tentare di riprodurre sul modello partigiano un movimento antipartigiano con le stesse caratteristiche <6. La loro nuova divisa di riconoscimento per la popolazione, sarebbe stata composta da un giubbetto a vita di panno ovviamente nero con sopra un maglione dello stesso colore, il berretto da sciatore e pantaloni alla zuava. Le federazioni fasciste assunsero il nome di “Brigate Nere del Corpo Ausiliario”, dandosi il nome di un caduto gloriosamente morto in servizio per la causa fascista della loro zona <7.
5 Cfr. Arienti Pietro, La Resistenza in Brianza 1943‐1945, Bellavite Missaglia Editore 2006, p.113;
6 Cfr. Roncacci Vittorio, op. cit., p.130;
7 Cfr. Arienti Pietro, op. cit., p.113;
Laura Bosisio, Guerra e Resistenza in Alta Brianza e Vallassina, Tesi di Laurea, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Anno Accademico 2008-2009

Come sostiene Aurelio Lepre, “la formazione dell’esercito della RSI fu determinante nel dare un carattere fortemente drammatico alla spaccatura fra gli italiani. Per questo, le responsabilità di Graziani nello scoppio della guerra civile furono quasi uguali a quelle di Mussolini. Mentre la Milizia di Ricci mobilitava solo i fascisti, la formazione dell’esercito di Graziani costrinse tutti i giovani attraverso la leva, a prendere le armi accanto ai tedeschi o a disertare” <296.
Effettivamente quasi tutti gli studi recenti e passati sono concordi nel mettere in luce come, al di là dell’immagine propagandistica di un esercito di Salò coeso e unito, la realtà fosse ben diversa <297. A minare le basi del giovane esercito repubblicano furono soprattutto la diffusa renitenza alla leva e l’altrettanto esteso fenomeno delle diserzioni che la propaganda tentava in tutti i modi di nascondere. Agirono, contemporaneamente, anche altri aspetti come i forti dissidi interni tra le autorità della RSI e l’atteggiamento critico e ostruzionista dei tedeschi, dopo l’8 settembre, poco inclini a fidarsi degli italiani e “sempre pronti ad attrarre nuovi uomini per le loro unità” <298.
La frammentazione delle forze armate repubblicane era, d’altra parte, una caratteristica congenita, presente sin dall’atto costitutivo dell’esercito e dovuta, in primo luogo, al confluire in esso di numerosi reparti, molti dei quali dipendenti solo nominalmente dal Ministero della Difesa Nazionale.
L’esercito repubblicano nacque ufficialmente con il Decreto del Duce del fascismo del 27 ottobre 1943. Il decreto stabiliva lo scioglimento delle regie forze armate e la costituzione delle forze armate repubblicane <299. Lo stesso giorno il governo emanò la legge fondamentale sull’esercito, inquadrato in reparti costituiti da volontari e da militari di leva. Ne entrarono a far parte i militari e gli ufficiali dell'ex esercito regio che decisero di aderire alla RSI <300 (ce ne furono alcune migliaia anche tra gli internati militari) <301 e le reclute del 1924 e 1925, sulle quali piombò il primo bando di arruolamento emanato il 4 novembre 1943. Già in quella prima chiamata alle armi, erano previste misure di rappresaglia, per evitare le evasioni al reclutamento, che andavano dall’arresto dei familiari del renitente al rastrellamento: in campo nazionale su 180.000 precettati, se ne presentarono circa 87.000.
I primi coscritti e una parte di militari internati in Germania finirono col formare le prime, e uniche, quattro divisioni del nuovo esercito (inizialmente nei progetti di Graziani ne dovevano essere create venticinque). Inviate in Germania, furono addestrate dai tedeschi e, una volta rientrate in Italia, furono impiegate principalmente in azioni contro i partigiani.
Le Grandi Unità addestrate in territorio tedesco furono la Divisione Fanteria di Marina San Marco, la Divisione Bersaglieri Italia, la Divisione Granatieri e Alpini Littorio e la Divisione Alpina Monterosa. <302
In basse alla Relazione sintetica sulla riorganizzazione dell’esercito, redatta dall’Ufficio Operazioni e Servizi dello Stato Maggiore del 29 marzo 1944, il gettito complessivo dell’esercito e dell’aeronautica fornito dalle regioni italiane non occupate dagli anglo-americani, toccava i 211.105 richiamati e volontari <303.
La costituzione del nuovo esercito si presentò sin dagli esordi problematica. I primi ad aderire furono i fascisti di antica e nuova fede. La prima forza armata della RSI fu la Guardia Nazionale Repubblicana (GNR), “nata tra il novembre e il dicembre 1943 attorno a quei reparti della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN), nominalmente formati da soli volontari che avevano rifiutato l’Armistizio” <304. La GNR raccolse i Carabinieri, la Guardia di Finanza, i reparti di Camicie Nere (CC.NN.), e le formazioni di polizia stradale, confinaria e carceraria, arrivando a inquadrare nei suoi ranghi anche la ormai superflua Polizia dell’Africa Orientale (PAI) <305.
La storia dell’esercito di Salò inizia nello stesso modo. In Italia settentrionale un primo nucleo del futuro esercito repubblicano si radunò attorno alle esigue formazioni rimaste immuni dal naufragio dell'otto settembre. Nello stesso modo si formeranno anche le poche unità dell'Aeronautica e della Marina che serviranno sotto l'emblema del gladio e dell'alloro <306.
Si aggiunsero poi i volontari italiani già arruolati dalla Wehrmacht, compresi una cinquantina di battaglioni di operai addetti alle fortificazioni che si avvicendarono lungo la mutevole linea del fronte italiano <307.
I battaglioni di lavoratori italiani furono integrati all’interno dell’Organizzazione Todt, nota anche con la sigla O.T. Dipendente dal Ministero della Difesa Nazionale e posta sotto il controllo di Fritz Sauckel (plenipotenziario del lavoro militarizzato del Reich) e della Wehrmacht <308. Fu addirittura creata un’Intendenza militare del lavoro con l’incarico di gestire questi reparti, che ben presto finirono paradossalmente coll’alimentare l’emorragia dei giovani dall’esercito repubblicano. Infatti, pur non essendo obbligatorio, il reclutamento nella Todt sostituiva altre forme di coscrizione e offriva migliori condizioni di vita rispetto all’esercito.
In alcuni casi in Italia l’O.T. reclutò forzatamente la manodopera soprattutto per costruire fortificazioni e, nelle due zone speciali (Litorale adriatico e Prealpi), per sorvegliare le vie di comunicazione, obiettivi sensibili della lotta partigiana.
Oltre alla Todt, come forza a essa sussidiaria, in Italia operò l’Organizzazione Paladino, fondata dal generale Francesco Paladino. Essa aveva funzioni simili alla struttura germanica ed era organizzata in Ispettorati, con sedi dislocate in alcune città dell’Italia centro settentrionale (Roma, Firenze, Milano e Verona). La Paladino reclutava manodopera per la costruzione delle fortificazioni nell’Italia centrale <309. Molti italiani erano stati arruolati nella FLAK (FlugabwehrKanone – cannone contraerei). L’acronimo indicava l'artiglieria contraerea tedesca durante la Seconda guerra mondiale. Tra il 1944 e il 1945, almeno 10.000 soldati (comprese 677 donne) finirono col militare nella Flak tedesca di stanza in Italia, posti agli ordini del generale Von Hippel <310. La promiscuità tra personale italiano e tedesco non dava sempre frutti positivi, considerato l’atteggiamento sospettoso dei tedeschi e l’insofferenza degli italiani di fronte agli scomodi alleati.
[NOTE]
296 A. Lepre, La storia della Repubblica di Mussolini. Salò: il tempo dell’odio e della violenza, Mondadori, Milano 1999, pp. 146-166.
297 Per un’esaustiva bibliografia sulla questione dell’esercito repubblicano si veda la n. 251 del cap.1.
298 L. Klinkhammer, L’occupazione tedesca in Italia, 1943-1945, Bollati Borighieri, Torino 1993, pp. 266-296.
299 Decreto del duce 27 ottobre 1943, Scioglimento delle Forze Armate Regie e costituzione delle Forze Armate Repubblicane, Gazzetta Ufficiale 10 novembre 1943, n. 262.
300 Ibidem, Art. 2: “Gli ufficiali e i sottoufficiali di carriera sono tutti volontari. La provenienza degli ufficiali è unica: tutti debbono cominciare il servizio come soldati in corpo di truppa e avanzare per meriti esclusivamente militari, secondo le norme che saranno in seguito emanate”.
301 Sulla questione degli Internati Militari Italiani in Germania (IMI) si vedano: N. Labanca, Internamento militare italiano, in Dizionario della Resistenza, a cura di E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi, vol I, Einaudi, Torino 2000, pp. 113-119; Associazione nazionale ex internati (Anei), Resistenza senz’armi. Un capitolo di storia italiana (1943-1945) dalle testimonianze di militari toscani internati nei lager nazisti, Le Monnier, Firenze 1984 (2^ edizione 1988); E. Collotti, L. Klinkhammer, Il fascismo e l’Italia in guerra. Una conversazione tra storia e storiografia, Ediesse, Roma 1996; N. Labanca (a cura di) Fra sterminio e sfruttamento. Militari internati e prigionieri di guerra nella Germania nazista(1939-1945), Le Lettere, Firenze 1992; A. Natta, L’altra Resistenza. I militari internati in Germania, Einaudi, Torino 1997.
302 C. Cucut, Le Forze Armate della R.S.I. 1943-1945. Forze di terra, Gruppo Modellistico Trentino di studio e ricerca storica, Trento 2005, p. 34 e sgg.
303 AUSSME, fondo I/1, busta 1, fascicolo 6, 1944 marzo 29, Relazione sintetica sulla riorganizzazione dell’esercito.
304 A. Rossi, Le guerre delle Camicie Nere. La milizia fascista dalla guerra mondiale alla guerra civile, Edizioni Biblioteca Franco Serantini, Pisa 2004.
305 Decreto legislativo del duce, 8 dic 1943, n. 913, Istituzione della Guardia Nazionale Repubblicana, in V. Caputo e G. Avanzi, Le leggi per le forze armate…, cit., pp. 98 – 99. N. Arena, RSI: Forze armate della Repubblica sociale italiana: la guerra in Italia 1943, Albertelli editore, Parma 1999.
306 E. Mastrangelo, Presenti arbitrari. Le diserzioni nelle Forze Armate della Repubblica Sociale Italiana, Italia Storica, Genova 2012, pp. 26-29.
307 Ibidem.
308 Il nome Organizzazione Todt deriva dal plenipotenziario per le costruzioni edili Fritz Todt, che fu individuato come responsabile dei progetti civili e militari nell’ambito del Piano quadriennale e della preparazione economica per la guerra in Germania. Per realizzare tali progetti, Todt utilizzò la manodopera messa a disposizione dall’introduzione del servizio del lavoro obbligatorio in Germania. Durante la guerra, l’ingegnere Todt progettò monumentali fortificazioni militari come il Vallo atlantico a cui si aggiunsero altri lavori per la riparazione dei danni provocati dalla guerra. A tal fine l’Organizzazione Todt, autonoma dall’autorità militare, si avvalse di manodopera coatta, tra cui molti prigionieri provenienti dai campi di concentramento, installandosi in tutti i Paesi occupati. E. Collotti, L’occupazione tedesca in Italia, in Dizionario della Resistenza, a cura di E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi, vol. 1, Einaudi, Torino 2000, p. 63.
309 L. Klinkhammer, L’occupazione tedesca in Italia, 1943-1945, cit., pp. 266 e sgg.; C.A. Clerici, L’Organizzazione Todt e le sue attività in Italia durante la Seconda guerra mondiale, “Uniformi & Armi”, ottobre 1995, pp. 56 - 63.

Samuele Tieghi, Le Corti Marziali di Salò. Il Tribunale Regionale di Guerra di Milano (1943-1945), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2012-2013

sabato 2 luglio 2022

Il PCI e le elezioni amministrative alla svolta degli anni '50: alcuni cenni

Manifesto per le elezioni amministrative del 1951 a Bologna, qui ripreso da Rosario Forlenza, op. cit. infra

La politicità dell’organo comunale richiede una adeguata preparazione di sindaci, assessori, consiglieri di maggioranza o di opposizione. I corsi per quadri amministrativi - opportunamente approntati dal partito [il PCI] - avrebbero dovuto «orientare» sulla funzione «politica» dei Comuni inseriti nel quadro della Costituzione, informare sulla legislazione, sulle «possibilità connesse alla conquista delle autonomie» e su come operare «nel campo delle concrete questioni amministrative». L’obiettivo «politico» è «rendere più agguerriti e coscienti» i quadri affinché possano resistere e rispondere «alle rappresaglie degli organi dello apparato governativo» e alle «manovre» dell’avversario <434. L’attività si infittisce nei periodi elettorali quando - sostiene la Commissione elettorale il 26 gennaio 1951 - «è assolutamente necessario» migliorare il «livello ideologico-politico» e le «specifiche conoscenze» dei quadri amministrativi e dei consiglieri di opposizione <435. I corsi, comunque, vengono svolti con una certa continuità anche perché, ancora alla fine del 1953 - come rilevato da un appunto di polizia - gli organi direttivi del Pci «avrebbero rivelato […] una deficiente preparazione in campo amministrativo» e una «non adeguata valutazione dell’importanza politica del Comune ai fini dell’affermazione nel campo nazionale dei principi socialcomunisti» <436.
Tuttavia, l’organizzazione e lo svolgimento dei corsi non è sempre agevole: a Imperia, nel 1950, un corso si interrompe dopo poche lezioni a causa dello «scarso interesse» suscitato tra i pochi partecipanti, una decina in tutto <437.
Le lezioni mettono a disposizione di amministratori e consiglieri un insieme di competenze e di conoscenze abilmente sintetizzate in un agile volumetto. I punti di riferimento sono le annate delle riviste destinate al lavoro negli enti locali, le risoluzioni e le decisioni degli organi centrali ma anche il Lenin di "Stato e rivoluzione" oppure Engels e persino il Marx della "Guerra civile in Francia e della Comune" come «contrappeso al potere dello stato», una concezione di «particolare valore» nella situazione italiana «contraddistinta dal monopolio politico della D.C in combutta con le forze più reazionarie» e che «mostra come i principi ideologici si legano con le direttive di azione politica» <438. La scelta di valorizzare le autonomie locali - e dunque di impostare una battaglia per rafforzare l’ordinamento in tal senso - è legata al radicamento elettorale del partito, alla cultura istituzionale del socialismo ma anche ad una certa lettura della storia dello stato nazionale. «La classe che detiene il potere politico dello stato influisce sull’ordinamento comunale in modo conforme ai suoi interessi» <439 si insegna ai quadri comunisti e dunque il comune è pienamente immerso nel liquido amniotico del motore della storia, cioè la lotta fra le classi.
La «politicità» dei comuni non è solo una dichiarazioni di intenti o un programma fumoso. Le amministrazioni guidate dai partiti della sinistra sono impegnati, tra l’altro, in un compito che la dottrina e la legislazione considera un tipico attributo dello Stato nazionale: la politica estera. Il Pci - come i socialisti - ricercano e costruiscono le relazioni internazionali non da posizioni ministeriali ma attraverso il legame con gli altri partiti della Internazionale comunista oppure con l’attività di sindaci, assessori, consiglieri nell’ambito del Movimento per la Pace <440.
[...] Bologna, Modena e l’intera Emilia sono il modello da seguire per la capacità di costruire alleanze e di esprimere alterità politica a partire dalle concrete esperienze di vita <494. Quando nel 1951 si torna a votare, il programma dei comunisti bolognesi per la futura amministrazione è «un libero comune, una città più bella e più grande» <495. È la traccia che sintetizza e unifica le questioni della politica municipale elaborata negli anni precedenti, oltre che le posizioni del settimo congresso della federazione bolognese chiamata a discutere - dal 15 al 17 dicembre 1950 nel salone del Podestà - Per la Pace, il benessere popolare e la libertà <496. La campagna elettorale bolognese si impernia sul
confronto e la contrapposizione tra due schieramenti irriducibili e su una vasta azione di propaganda e di convincimento azionata dalle parti - anche se solo il Pci presenta un programma amministrativo nel quale le posizioni politiche generali si fondono alle esigenze cittadine e locali <497. Bologna, in quei giorni, assume un aspetto «festoso»; è attraversata da un «incessante movimento di gente», intenta a commentare «fra il bonario e il faceto» le «trovate propagandistiche» mentre, soggiunge il prefetto con evidente spirito partigiano ma cogliendo qualche aspetto di verità, "ben rari e del tutto irrilevanti - specialmente dove si faccia il confronto con quanto ebbe a verificarsi negli anni 1946 e 1948 - sono stati gli episodi di violenza e di intolleranza; segno questo che ad un certo grado di civismo democratico sono giunte anche queste notoriamente insofferenti popolazioni" <498.
Chi vota per i comunisti bolognesi vota per affidare il comune «nelle forze del lavoro e della pace» e «per un libero comune una città più grande e più bella nel lavoro e nella pace». È il messaggio di un manifesto: lo sfondo dietro la grande scritta «Due Torri» e l’immagine stessa dei simboli di Bologna è di un rassicurante colore ocra. Di profilo, lo sguardo sereno e severo di Dozza stilizzato dal disegnatore Bruno Canova guarda lontano: una riproduzione del culto della personalità in sedicesimo. Il voto per il comune, però, è anche un voto per la «pace non guerra!» spiega un altro manifesto dove le due torri sono in nero perché è sera ma il cielo è illuminato da esplosioni - rosse, gialle, verdi - di fuochi d’artificio <499. Non c’è nessun corto circuito tra generale e particolare - o locale e nazionale - perché i dirigenti comunisti sono riusciti a elaborare una politica amministrativa generale a forte impronta ideologica ma profondamente radicate nelle esigenze dell’amministrazione. Bologna è la punta di diamante della «peculiare miscelazione» tra «concezione classista del governo municipale», strategia togliattiana delle alleanze e elementi di «buon governo» <500.
Il tono della campagna elettorale bolognese, in realtà, viene impostato da Dozza già al comitato regionale del 27 settembre 1949, con lo scopo precipuo di offrire un punto di riferimento per altre esperienze. La nuova tornata elettorale - la prima «battaglia grossa» dopo il 18 aprile 1948 - non avrebbe dovuto essere trasformata in consultazione politica, con il rischio che gli avversari «tenderanno a riprodurre lo schieramento del 18 aprile sulla base naturalmente dell’anticomunismo». È necessario "vedere tutta l’importanza politica delle elezioni ma non trasformarle in elezioni politiche come vorranno i nostri avversari. Nel passato i nostri avversari si presentavano alle elezioni come puri “amministratori” e i socialisti invece come uomini politici. Oggi questa posizione si è capovolta: noi dobbiamo valerci fortemente del problema amministrativo […] bisogna far apprezzare ciò che si è fatto, precisare le responsabilità governative per ciò che non si è fatto, fissare un programma conseguente per l’avvenire" <501.
Il piano per la preparazione della campagna elettorale - elaborato dagli organi centrali a Roma - sembra raccogliere quanto seminato a Bologna. Tra l’altro si prevede di documentare il «malcostume» delle amministrazioni Dc, di denunciare «arbitrii e sopraffazioni governative» con «fatti concreti», di diffondere le migliori esperienze comunali - i comitati dei genitori, degli scolari, dei contribuenti, l’assistenza - o esaltare le immagini dei sindaci più importanti («biografia - discorsi»). Si sarebbe dovuto spiegare il ruolo dell’amministrazione comunale, il rapporto tra sindaci e popolazione, le iniziative per la difesa della economia locale e in favore della «crociata per la solidarietà nazionale». Un manifesto nazionale «non votate più D.C», sarebbe stato accompagnato dalla raccolta del materiale per confrontare e contrapporre l’operato di due amministrazioni, una comunista e l’altra democristiana <502.
Non è però agevole esportare l’esperienza di Bologna e degli altri comuni dell’Italia centrale - i comuni «rossi» - in climi politici e sociali diversi. Più facile, forse, al nord o nelle zone più industrializzate <503; più arduo, invece, in Italia meridionale. La necessità di conquistare il consenso in una situazione difficile impone, innanzitutto, nuove tecniche di propaganda. L’apposita Commissione all’indomani del turno amministrativo settentrionale (14 giugno 1951) si preoccupa già di preparare materiale di propaganda «più semplice, più popolare» per le province meridionali. Nelle poche zone del sud dove si vota nel 1951 - come a Taranto - gli opuscoli sono «troppo prolissi». E, peraltro, se per gli impiegati o per il ceto medio «va bene un opuscolo» per i contadini sarebbero preferibili «un manifesto o un comizio di più» <504. Il partito, inoltre, sconta al sud serie difficoltà organizzative e la mancanza di quadri dirigenti. In Abruzzo mancano personalità in grado di «intendere esattamente una situazione e di dirigere autonomamente le masse» e di «individuare il nemico e seguirne l’azione, per batterlo o, quanto meno, neutralizzarlo» <505. Simile è la posizione di Giorgio Amendola che - al comitato federale campano e lucano del 30 giugno 1952 - si preoccupa del problema dei rapporti fra direzione federale e dirigenti di base. L’unica via è la «promozione» e l’«educazione» dei quadri sezionali e, soprattutto, di «nuovi» quadri operai, braccianti e contadini, con «un lavoro collettivo di educazione e di formazione» <506.
[NOTE]
434 Si tratta di un documento della Commissione elettorale centrale dal titolo «Istruzioni per gli ispettori (elezioni amministrative)» inviati nelle province, non datato ma dei primi mesi del 1951; IG, APC, mf. 332, ff. 687-698, qui 694-695
435 Cfr. Progetto di piano di lavoro della Commissione Enti locali per le elezioni amministrative in IG, APC, mf. 332, ff. 1289-1295, qui 1290-1291. La Commissione scuole del 5 e 6 dicembre 1952 (Roma) si conclude con un documento firmato da Edoardo D’Onofrio dal titolo «Per un grande sviluppo politico e ideologico dei quadri e dei militanti del partito» che afferma l’importanza della «preparazione politica e ideologica» e dello «studio individuale […] la chiave di tutto, come più volte indicato dal compagno Togliatti»; IG, APC, mf. 342, ff. 1817-1825 (sottolineato non mio). Alla fine del 1952 un partecipante al primo corso regionale del Lazio scrive in romanesco: «So quattroora de studio e de ricerca/ ’ndove tra libri e pezzi dè cartacce/se sprememmo er cervello ne la cerca/ de li principi boni pè guidacce/; C’è chi li trova, chi ce se ’nteressa/ chi ce se sperde e nun riesce tanto./ Subbito allora ’na persona lesta/ je dà n’aiuto, je se mette accanto/; La vedi tu la forza de ’sta scola?/ Ce sta ’na differenza da quell’antre/ ’ndove chi sa ’na cosa se consola/; de tenessela drento, de fregasse/ de chi più corta tene la statola/ pè fa bona figura e poi avantasse/»; IG, APC, mf. 342, f. 1429.
436 Il documento dà notizia di un «corso rapido» per amministratori organizzato a Milano nel novembre del 1953 e della durata di tre lezioni (il pomeriggio di un sabato e le domeniche successive) con l’obiettivo di «volgarizzare le norme che regolano l’amministrazione comunale, i poteri dei Sindaci e degli organi amministrativi provinciali»; ACS, MI, Gab., Partiti politici, 1944-1966, b. 49, f. 161/P/38; per un’altra scuola per amministratori organizzata a Modena alla fine del 1955 dalla Lega dei comuni, cfr. ibid.
437 Cfr. ACS, MI, Gab., Partiti Politici, 1944-1966, b. 47, f. 161/P/32.
438 Cfr. Corso pratico sugli enti locali per la leva dei quadri amministrativi, supplemento al n. 2 de «Il Comune democratico», la Stampa moderna, Roma 1951, p. 3. I capitoli, dopo l’introduzione dedicata a Il recente processo storico dei comuni, sono L’autonomia comunale; Gli organi del comune; Gli organi di controllo I tributi comunali Che cosa fa e che cosa può fare il Comune; I compiti dell’opposizione consiliare socialcomunista; Esperienze regionali; La Lega dei Comuni Democratici - Le consulte popolari; La municipalizzazione; La provincia.
439 Ibid.
440 Per le iniziative dei partiti della sinistra o dei partigiani della pace nelle diverse province italiane nel periodo precedente le elezioni amministrative - raccolta di firme contro l’uso della bomba atomica, manifestazioni, propaganda, stampa, petizioni, comizi, preparazione ai congressi internazionali - cfr. ACS, MI, Gab., Atti, 1950-1952, le buste dalla 27 alla 31; per un inquadramento generale, cfr. R. Giacomini, I partigiani della pace. Il movimento pacifista in Italia e nel mondo negli anni della prima guerra fredda, Vangelista, Milano 1984.
494 Ma anche i socialisti quando sono al governo - come accade a Genova dal 1946 - «superando i limiti di una concezione strettamente amministrativi» si sono impegnati «in ogni vicenda che minacci l’economia e la vita stessa della città» e nei problemi di interesse nazionale «essenziali all’avvenire del nostro Paese»; Programma per le elezioni amministrative del Comune di Genova, Partito Socialista Italiano, 27 maggio 1951, pp. 3-4. Altrove, gli orientamenti di politica generale sono espressi con «tutta franchezza» per evitare «che si sospettasse una nostra particolare furbizia quasi che con questo programma amministrativo noi volessimo evitare di dire chi siamo e come la pensiamo riguardo ai grandi problemi che poco hanno a che fare con l’amministrazione comunale, ma che tuttavia appassionano ed angustiano tutti gli italiani»; Programma del Partito Socialista Italiano per l’amministrazione del comune di Siena. Elezioni amministrative 10 giugno 1951, Tip. Combattenti, Siena maggio 1951, p. 4.
495 Cfr. Un libero comune, una città più bella e più grande: programma per il Comune di Bologna della lista Due Torri, S.T.E.B., Bologna 1951.
496 Per il verbale, le conclusioni (affidate a Luigi Longo), le risoluzioni e le mozioni del congresso, cfr. IG, APC, mf. 325, ff. 1986-2241; I problemi e le esigenze di tutta la popolazione base del settimo Congresso dei comunisti bolognesi, in «La Lotta», 14 dicembre 1950; Tracciata la via per la salvezza della Patria a fianco di ogni cittadino amante della pace, in ivi, numero speciale, 18 dicembre 1950. In generale, per la campagna elettorale nelle regioni settentrionali, cfr. Appunti per il piano di Propaganda per le elezioni amministrative, 13 gennaio 1951 (IG, APC, m. 332, ff. 873-878).
497 Per la campagna elettorale e i risultati cfr. Baldissara, Per una città più bella e più grande cit., pp. 132-146.
498 ACS, MI, Gab., Relazioni dei prefetti e dei carabinieri 1944-46/1950-52 [d’ora in avanti: Relazioni], b. 205, f. 13010. Si tratta della relazione del primo giugno 1951. Ad Arezzo, invece, l’8 maggio del 1951 il prefetto chiede il rinforzo di 100 uomini perché «attesa la particolare situazione politica di questa provincia, in cui quasi tutte le amministrazioni comunali sono rette da socialcomunisti, si prevede una lotta particolarmente accesa» e si vogliono «prevenire eventuali incidenti»; ACS, MI, PS, AA.GG.RR., 1951, b. 103.
499 Per i manifesti, entrambi delle dimensioni 100per70, cfr. www.manifestipolitici.it. Anche il secondo è disegnato da Bruno Canova.
500 Baldissara, Per una città più bella e più grande cit., p. 169
501 IG, APC, mf. 301, ff. 1811-1834, qui ff. 1811-1812.
502 IG, APC, 323, 517A-B; il documento è del 30 dicembre 1950.
503 Per un esempio, cfr. Per un Comune che chieda con più equità e distribuisca con più giustizia, 25 ottobre 1953 Elezioni amministrative a Vercelli. Programma e lista dei comunisti, Sateb, Biella 1953. Nel 1951, il Pci a Venezia utilizza un mezzo «economico e facile», le scritte sui muri, non «vaghe, inutili o sgrammaticate» ma «brevi, esteticamente ben formate, di facile e pronta intellegibilità, piazzate in punti strategici e ben frequentati. Mai offendere, mai volgarità (“Scelba assassino” non è la verità)». A Cremona bisogna «contrastare il passo ai democristiani nelle visite familiari. Il parroco si sa accede facilmente in tutte le case. Occorre trovare un compagno adatto che faccia lo stesso con qualsiasi motivo (perché esattore, controllore della luce o dell'acqua, perché richiamato a riparare un mobile ecc.)»; ACS, MI, Gab., Partiti politici, 1944-1966, b. 42, f. 161 P/11/1.
504 IG, APC, mf. 332, ff. 879- 902.
505 Come incominciare per realizzare la “svolta” in Abruzzo (destinato agli attivisti di federazione), (firmato: allievo G. Alessandrini), 13 novembre 1952; IG, APC, mf. 347, ff. 1569-1603. La segreteria regionale, il 12 giugno 1952, ha già sostenuto come la «debolezza» dei quadri rende l’azione del partito «discontinua […] limitata e convulsa» e per cui propone di seguire il corso regionale quadri organizzato a Bologna e di creare scuole nelle federazione abruzzese; IG, APC, mf. 347, ff. 1556-1557. Il 10 gennaio 1952, il comitato dell’Aquila afferma l’importanza di creare nel sud un partito a immagine e somiglianza del settentrione, «un partito d’avanguardia formato da uomini coscienti, consapevoli della loro funzione […] smetterla con le sezioni che aprono solo per le elezioni»; IG, APC, mf. 347, ff. 1627-1648, qui 1635.
506 IG, APC, mf. 347, ff. 2343-2386; è una riunione sull’esito elettorale.
Rosario Forlenza, L'Italia dei comuni. Politica e propaganda nelle elezioni amministrative del secondo dopoguerra (1946-1956), Tesi di dottorato, Università degli Studi della Tuscia di Viterbo, 2008

domenica 26 giugno 2022

I militi delle Brigate nere furono i principali perpetratori di uccisioni punitive


Nuove sensibilità storiografiche orientate a definire i caratteri e le peculiarità della Repubblica di Salò e della sua violenza, superando le originarie reticenze, si impongono in Italia solo dalla metà degli anni Ottanta <7. A partire da questa data emerge negli studi un’immagine della Rsi rinnovata, frutto di una nuova attenzione alla complessità dell’articolazione delle sue componenti interne e della sua collocazione nel contesto di guerra internazionale, ma soprattutto del riconoscimento della centralità quale protagonista insieme al movimento partigiano del conflitto interno fra italiani. La categoria di guerra civile, proposta in questa congiuntura quale elemento interpretativo sostanziale a fianco di una nuova lettura del collaborazionismo, incentrata su una più accurata analisi dei rapporti fra apparati tedeschi, apparati della Rsi e popolazione civile <8, viene consacrata nel 1991 dalla pubblicazione dello studio di Claudio Pavone <9.
E tuttavia, anche le ricerche sulle stragi ai danni dei civili in Italia, la cui stagione storiografica si apre nella seconda metà degli anni Novanta e ha un ricco sviluppo nel decennio successivo <10, risultano permeate dai residui dell’originaria ritrosia a riconoscere il ruolo ricoperto nel conflitto dalla Rsi <11. Lasciando sullo sfondo figure di collaborazionisti ancora opache e apparentemente poco rilevanti, l’attenzione degli studi si è concentrata infatti nella prima fase di ricerca sul sistema di ordini della controguerriglia nazista, sulle pratiche di «guerra ai civili» e sui conseguenti rapporti instauratisi fra occupanti e popolazione a prescindere dall’intermediazione dell’amministrazione fascista, dedicando piuttosto attenzione alle logiche della rappresaglia e al conseguente sedimentarsi di memorie antipartigiane all’interno delle comunità martiri <12.
Una nuova cesura negli studi sulla Repubblica di Salò si evidenzia a cavallo degli anni Duemila con la simultanea uscita delle ricerche di Luigi Ganapini e Dianella Gagliani, nelle quali comincia a prendere corpo la società del fascismo repubblicano <13: il diffuso policentrismo, la complessa articolazione delle sue componenti interne - tra cui si staglia il ruolo del partito - nonché l’emersione delle diverse forze sociali, economiche, militari e culturali che lo attraversano. Entrambi gli autori prendono le mosse da un assunto comune: l’acquisita consapevolezza del rapporto esistente fra estrema crisi attraversata dalla società italiana dopo l’8 settembre 1943 e possibilità di rinascita di un nuovo fascismo. Seppur limitata fin dalle origini nella propria sovranità, la Rsi non può infatti presentarsi agli italiani senza tentare di delineare, almeno negli interstizi di autonomia che le sono concessi dagli occupanti <14, un proprio incisivo progetto politico in grado di richiamare a sé i fedelissimi e di recuperare consenso, cercando di ricomporre - per quanto possibile - il distacco fra paese e regime, progressivamente affermatosi a partire dai primi anni di guerra <15.
Sulla scorta di tale prospettiva di ricerca negli ultimi quindici anni sono apparse nuove ricerche sulle pratiche e politiche di violenza messe in atto dal fascismo repubblicano: studi che perlopiù si concentrano sulla ricostruzione di specifici contesti territoriali o particolari reparti, sfruttando la ricchezza descrittiva della documentazione giudiziaria <16. Veri e propri affreschi sui comportamenti e la composizione dei gruppi combattenti della Rsi, che attraverso la ricostruzione di biografie personali cominciano a delinea re un primo abbozzo di analisi prosopografica dei carnefici italiani, declinata anche in prospettiva di genere <17.
[...] A favorire tale forma ufficiale di violenza, oltre all’appoggio dei comandi della Sipo-SD che perseguono parallelamente nelle città le stesse pratiche, Mussolini offre tra il novembre e il dicembre 1943 un’esplicita copertura legale alla volontà di rivalsa fascista istituendo speciali o rinnovati organismi giudiziari <36: fra cui i tribunali provinciali straordinari, affidati alle federazioni del Pfr e responsabili del giudizio verso coloro che si sono resi colpevoli di denigrazioni, atti di oltraggio e violenza contro personalità o simboli fascisti dopo il 25 luglio 1943 <37; il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, ora competente anche per reati di disfattismo politico ed economico <38; ma anche organismi giurisdizionali militari straordinari, la cui speciale amplificazione di competenze ai civili in funzione repressiva viene giustificata attraverso il richiamo allo stato di guerra, come già accaduto nei territori occupati dalle forze armate italiane tra il 1940 e il 1943 <39.
[...] In concomitanza con il peggioramento delle condizioni della guerra al fronte, Mussolini ha inoltre predisposto la militarizzazione del Pfr istituendo il 30 giugno 1944 il Corpo ausiliario delle squadre d’azione delle camicie nere, organizzato per federazioni attraverso la costituzione delle Brigate nere. Formazioni politiche espressione della volontà di rivalsa contro il nemico interno dei membri del partito, che esplicitamente rivendicano uno smarcamento dai principi di legalità formale veicolati dal ministro dell’Interno quali linee guida per il controllo dell’ordine pubblico nelle fasi precedenti <60.
Se le esecuzioni precedute da condanna a morte, almeno in apparenza legittime, subiscono di conseguenza in questi mesi una netta contrazione - nonostante siano costituiti nuovi tribunali speciali afferenti ai corpi armati responsabili della lotta antipartigiana <61, sono i militi delle Brigate nere in competizione con i reparti della Gnr e le formazioni fasciste direttamente inquadrate nei gruppi di combattimento nazisti a divenire protagonisti di una violenza punitiva efferata, che si articola sia in città che fuori dai centri urbani in sanguinose rappresaglie contro partigiani ed elementi della comunità, ritenuti colpevoli di offrirgli appoggio.
[...] Risultano però i militi delle Brigate nere i principali perpetratori di questa tipologia di uccisioni punitive: fucilazioni e impiccagioni accompagnate da atti di degradazione fisica e morale del nemico, furti e saccheggi, che prevedono l’esposizione pubblica dei cadaveri e che sono quasi sempre precedute da arresti pianificati su indicazione di infiltrati o delatori, nonché da brutali interrogatori gestiti dagli Uffici politici investigativi (sia del Pfr, sia della Gnr) <65.
[...] Parallelamente - rinsaldati i legami di collaborazione con i comandi della polizia di sicurezza tedesca, che optano in questa fase per una strategia di distensione repressiva occultando le violenze più efferate <97 - i reparti fascisti attuano, all’interno dei centri urbani, esemplari esecuzioni di condanna a morte. Dal gennaio 1945 torna ad essere numericamente significativa la prassi di far precedere le fucilazioni di prigionieri politici, disposte dalle autorità della Rsi e dai Comandi Sipo-SD, da sommarie sentenze capitali emesse dai tribunali straordinari militari <98. Rimane infatti percepibile fino agli ultimi mesi di guerra - in particolare nelle grandi città <99 - la tensione interna all’universo politico fascista fra promotori di una dimensione punitiva apparentemente legalitaria e fautori di una violenza scomposta e senza regole, di cui i principali interpreti sono le Brigate nere, ma anche altri reparti che gareggiano con queste per espressione di ferocia e sadismo <100. Una compresenza tra forme di violenza ufficialmente regolate dal diritto e forme di esasperata brutalità contro gli inermi, che richiama la parallela espressione di modalità repressive già sperimentata dal fascismo di regime in un altro contesto di guerra caratterizzato da legami di contiguità fra partigiani e civili apparentemente intangibili, quello dell’occupazione italiana in Slovenia. Dove la repressione italiana antipartigiana, esacerbata da un costante conflitto d’egemonia fra autorità civili e autorità militare, gradualmente espande tra l’aprile del 1941 e l’agosto 1943 l’area di punibilità della popolazione slovena, affiancando l’opera di punizione giudiziaria del tribunale militare della 2a armata a efferate campagne di controguerriglia e internamento preventivo di chiunque sia sospettato di complicità con il nemico <101.
[NOTE]
7 A segnare questa svolta storiografica sono tre convegni che si svolgono in Italia tra il 1985 e il 1991. Cfr. P.P. Poggio (a cura di), La Repubblica sociale italiana, 1943-45, Atti del Convegno di Brescia, 4-5 ottobre 1985, in «Annali Fondazione Luigi Micheletti», 1986, n. 2; M. Legnani e F. Vendramini (a cura di), Guerra, guerra di liberazione, guerra civile, Milano, Angeli, 1990; L. Cajani e B. Mantelli (a cura di), Una certa Europa. Il collaborazionismo con le potenze dell’Asse, 1939- 1945: le fonti, Atti del seminario internazionale di Brescia, 24- 25 ottobre 1991, in «Annali Fondazione Luigi Micheletti», 1994, n. 6.
8 M. Palla, Guerra civile o collaborazionismo?, in Legnani e Vendramini (a cura di), Guerra, guerra di liberazione, guerra civile, cit., pp. 83- 98; L. Klinkhammer, Le strategie tedesche di occupazione e la popolazione civile, ibidem, pp. 99- 115.
9 C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1991.
10 Per un quadro dei principali studi, si veda: F. Andrae, Auch gegen Frauen und Kinder. Der Krieg der deutschen Wehrmacht gegen die Zivilbevölkerung in Italien 1943- 1945, München- Zürich, Piper, 1995 (trad. it. La Wehrmacht in Italia. La guerra delle forze armate tedesche contro la popolazione civile 1943-1945, Roma, Editori Riuniti, 1997); G. Schreiber, Deutsche Kriegsverbrechen in Italien. Täter, Opfer, Strafverfolgung, München, Beck, 1996 (trad. it. La vendetta tedesca. Le rappresaglie naziste in Italia 1943- 45, Milano, Mondadori, 2000); M. Battini e P. Pezzino, Guerra ai civili. Occupazione tedesca e politica del massacro (Toscana, 1944), Venezia, Marsilio, 1997; L. Klinkhammer, Stragi naziste in Italia. La guerra contro i civili (1943-44), Roma, Donzelli, 1997; G. Gribaudi (a cura di), Terra bruciata. Le stragi naziste sul fronte meridionale. Per un atlante delle stragi naziste, Napoli, l’ancora del mediterraneo, 2003; P. Pezzino e L. Baldissara (a cura di), Crimini e memorie di guerra: violenza contro le popolazioni e politiche del ricordo, Napoli, l’ancora del mediterraneo, 2004; G. Fulvetti e F. Pelini (a cura di), La politica del massacro. Per un atlante delle stragi naziste in Toscana, Napoli, l’ancora del mediterraneo, 2006; L. Casali e D. Gagliani (a cura di), La politica del terrore. Stragi e violenze naziste e fasciste in Emilia Romagna, Napoli, l’ancora del mediterraneo, 2008; L. Baldissara e P. Pezzino, Il massacro. Guerra ai civili a Monte Sole, Bologna, Il Mulino, 2009; C. Gentile, Wehrmacht und Waffen-SS im Partisanenkrieg in Italien 1943-1945, Paderborn, Schöningh, 2012 (trad. it. I crimini di guerra tedeschi in Italia 1943-1945, Torino, Einaudi, 2015).
11 Un’eccezione di rilievo è rappresentata dagli studi di Dianella Gagliani. Cfr. D. Gagliani, Violenze di guerra e violenze politiche. Forme e culture della violenza nella Repubblica sociale italiana, in Baldissara e Pezzino (a cura di), Crimini e memorie di guerra, cit., pp. 292-314; Id., La guerra civile in Italia, 1943-45. Violenza comune, violenza politica, violenza di guerra, in G. Gribaudi (a cura di), Le guerre del Novecento, Napoli, l’ancora del mediterraneo, 2007, pp. 195-212; Id., Guerra terroristica, in Casali e Gagliani (a cura di), La politica del terrore, cit., pp. 9-53.
12 G. Contini, La memoria divisa, Milano, Rizzoli, 1997.
13 L. Ganapini, La repubblica delle camicie nere. I combattenti, i politici, gli amministratori, i socializzatori, Milano, Garzanti, 1999; D. Gagliani, Brigate Nere: Mussolini e la militarizzazione del Partito fascista repubblicano, Torino, Bollati Boringhieri, 1999.
14 Sul complesso equilibrio di dipendenze e autonomie che caratterizza il rapporto fra Rsi e autorità naziste, si veda: L. Klinkhammer, L’occupazione tedesca in Italia, Torino, Bollati Boringhieri, 1993, pp. 266- 317 (ed. or. Zwischen Bündnis und Besatzung: das nationalsozialistische Deutschland und die Republik von Salò 1943-1945, Tübingen, Niemeyer, 1993).
15 L. Baldissara, I «resistenti» prima della Resistenza, in L. Alessandrini e M. Pasetti (a cura di), 1943. Guerra e società, Roma, Viella, 2015, pp. 17-33.
16 Per un quadro dei principali studi, si veda: R. Caporale, La «Banda Carità». Storia del Reparto Servizi Speciali 1943-1945, Lucca, Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea in provincia di Lucca, 2005; E. Collotti (a cura di), Ebrei in Toscana tra occupazione tedesca e RSI: persecuzione, depredazione, deportazione (1943-1945), 2 voll., Roma, Carocci, 2007; L. Allegra, Gli aguzzini di Mimo: storie di ordinario collaborazionismo (1943-45), Torino, Zamorani, 2010; T. Rovatti, Leoni vegetariani. La violenza fascista durante la Rsi (1943-45), Bologna, Clueb, 2011; I. Bolzon, Repressione antipartigiana in Friuli. La Caserma «Piave» di Palmanova e i processi del dopoguerra, Udine, Kappa Vu, 2012; S. Residori, Una legione in armi. La Tagliamento fra onore, fedeltà e sangue, Sommacampagna (VR), Cierre, 2013; N. Adduci, Gli altri. Fascismo repubblicano e comunità nel Torinese (1943-1945), Milano, Angeli, 2014; N. Fasano e M. Renosio, Un’altra storia. La Rsi nell’Astigiano tra guerra civile e mancata epurazione, Novi Ligure (AL), Istrat, 2015.
17 Si veda F. Gori, I processi per collaborazionismo in Italia. Un’analisi di genere, in «Contemporanea», 2012, n. 4, pp. 651-672; R. Cairoli, Dalla parte del nemico. Ausiliarie, delatrici e spie nella Repubblica sociale italiana (1943- 1945), Udine, Mimesis, 2013; C. Nubola, Fasciste di Salò, Roma- Bari, Laterza, 2016.
36 T. Rovatti, I tribunali speciali della Repubblica sociale italiana, in L. Lacché (a cura di), Il diritto del Duce. Giustizia e repressione nell’Italia fascista, Roma, Donzelli, 2015, pp. 279-296.
37 DL del Duce 11 novembre 1943, in «Gazzetta Ufficiale d’Italia», 18 novembre 1943, n. 269.
38 DL del Duce 3 dicembre 1943, n. 794, in «Gazzetta Ufficiale d’Italia», 20 dicembre 1943, n. 295.
39 DL ministeriale 9 ottobre 1943, in «Gazzetta Ufficiale d’Italia», 23 ottobre 1943, n. 248. Sull’uso dei tribunali militari nei contesti d’occupazione, si veda: G. Rochat, La giustizia militare dal 10 giugno 1940 all’8 settembre 1943, in N. Labanca e P.P. Rivello (a cura di), Fonti e problemi per la storia della giustizia militare, Torino, Giappichelli, 2004, pp. 227- 244.
60 DL del Duce 30 giugno 1944, n. 446, in «Gazzetta Ufficiale d’Italia», 3 agosto 1944, n. 180. Per un’esauriente disamina su genesi, fisionomia e azione di tale soggetto in armi rinvio a: Gagliani, Brigate Nere, cit.
61 Come il Tribunale contro guerriglia (Cogu) operativo a Torino a partire dal settembre 1944. A titolo di esempio, si veda: AS, B. Berruti, Poligono di tiro del Martinetto, Torino, 22.09.1944. Sulla peculiare dialettica tra rispetto delle procedure formali e aperta illegalità, che contraddistingue la violenza fascista nel caso torinese, rinvio al saggio di Berruti, Colombini e D’Arrigo in questo volume.
65 In alcuni casi le azioni interrompono la propria ritualità a causa della morte per tortura dei prigionieri durante gli interrogatori. A titolo di esempio, si veda: AS, S. Lavarda, Bocchetta Granezza, Lugo di Vicenza, 7.09.1944.
97 La prassi di occultare i cadaveri delle vittime e di ostacolarne l’identificazione, eliminando possibili segni di riconoscimento e seppellendoli in fosse comuni, viene utilizzata anche dalla XI. Brigata Nera «Cesare Rodini» nella strage di Barzio. Si veda: AS, R. Cairoli, Barzio e Maggio, 30-31.12.1944.
98 AS, G. Scirocco e L. Borgomaneri, Via Botticelli, Milano, 6.01.1945; B. Berruti e P. Carrega, Cittadella, Casale Monferrato, 14-15.01.1945; B. Berruti, Poligono di tiro del Martinetto, Torino, 23.01.1945; F. Maistrello, Pieve di Soligo, 26.01.1945; R. Moriani, Cimitero di Oneglia, Imperia, 31.01-15.02.1945; F. Caorsi e A. Parisi, Calvari, Davagna, 2.03.1945; T. Rovatti, Via Riva Reno 52, Bologna, 17.04.45.
99 N. Adduci, La Repubblica sociale italiana come problema storiografico: il caso torinese, in «Passato e Presente», 2009, n. 78, pp. 101-124. Per lo specifico sviluppo della violenza fascista nelle tre principali città industriali rinvio ai saggi di Berruti, Colombini e D’Arrigo, Borgomaneri e Dogliotti nel presente volume.
100 A titolo di esempio, si veda: AS, R. Cairoli, Montagnetta di Fiumelatte, Varenna, 8.01.1945.
101 T. Ferenc, «Si ammazza troppo poco». Condannati a morte - ostaggi - passati per le armi nella provincia di Lubiana 1941-1943. Documenti, Ljubljana, Istituto di Storia moderna, 1999; M. Cuzzi, L’occupazione italiana della Slovenia (1941-1943), Roma, Ussme, 1998.
Toni Rovatti, La violenza dei fascisti repubblicani. Fra collaborazionismo e guerra civile in Zone di guerra, geografie di sangue. L’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia (1943-1945), (a cura di) Gianluca Fulvetti e Paolo Pezzino, Società editrice il Mulino, Bologna, 2017

sabato 25 giugno 2022

I servizi segreti stranieri visti da un generale franchista nel 1941

Il tenente generale Manuel Chamorro, Capitán General de la II Región Militar, con sede in Siviglia in visita a Ceuta nel 1968 (tratto da https://elfarodeceuta.es/1968-cuandoceuta-dejo-de-ser-capitania-general/) - Fonte: Flavio Carbone, art. cit. infra

[...] Il testo costituisce la traduzione dallo spagnolo di uno studio del tenente colonnello Manuel Chamorro. Gli interventi stilistici apportati alla traduzione presenti nel testo allegato costituiscono la revisione, a sua volta sottoposta a modifiche, nella stesura finale. Il fascicolo presente in Documentoteca da cui è stata tratta la trascrizione contiene unicamente la traduzione della relazione di Chamorro con gli allegati (in spagnolo) e non ha altre carte in grado di chiarire le ragioni del versamento di tale documento, né il contesto di produzione che ha poi consentito agli archivi dell’Arma dei Carabinieri Reali di custodire la relazione in questione <3.
Dunque, secondo quanto contenuto nella introduzione del testo <4 e nella presenza del medesimo nell’archivio storico dei Carabinieri che questo sia stato redatto almeno per una possibile pubblicazione su una rivista dell’Arma.
In particolare, sulla Rivista dei Carabinieri Reali del 1941 <5, nella rassegna di studi militari, fu pubblicato l’articolo “Il servizio d’informazione militare” all’interno della rubrica «rassegna di studi militari» <6 con la sigla d.t. senza tuttavia escludere possibili ulteriori impieghi del documento.
In linea generale, va ricordato che la Rivista dei Carabinieri Reali, apparsa tra il 1934 e il 1943, aveva iniziato ad accogliere contributi dedicati alla Spagna o redatti da autori spagnoli sin dal 1938, con un primo studio riservato alla Guardia Civil <7.
Dunque, vi sono due aspetti da chiarire: il rapporto tra la Rivista dei Carabinieri Reali e il contesto europeo dell’epoca e l’attenzione alle questioni di Intelligence come in questo caso. Sin dai suoi esordi, si può apprezzare una certa attenzione del periodico edito dal Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri Reali e sotto la responsabilità del suo capo di stato maggiore di inserirsi come una rivista di livello e qualità nel panorama delle riviste militari del periodo.
In questo senso, la rivista accolse contributi scritti da personaggi stranieri o reperiti in altre testate e tradotti per la successiva pubblicazione in quelle pagine.
A solo titolo di esempio, si possono ricordare lo studio citato poc’anzi a proposito della Guardia Civil o l’articolo siglato da Moreau in merito alla Gendarmerie Nationale francese <8. Insieme a contributi di primo piano, si inseriscono altri estratti da periodici stranieri del periodo in versione ridotta e sintetizzata come nel caso in questione.
[...] Innanzitutto, va precisato che il testo risulta firmato «d.t.» che potrebbe essere ritenuto il traduttore o, quantomeno, l’ufficiale che ha proceduto alla semplificazione dell’articolo originario. Allo stato, le iniziali potrebbero essere del tenente colonnello Dino Tabellini, un ufficiale dell’Arma che diede alle stampe numerosi contributi sulla rivista in questione.
Il titolo dell’articolo è il medesimo di quello di Chamorro, ma l’autore di questo contributo, d.t., personalizza e semplifica quanto riportato dallo spagnolo nella rivista Ejército del settembre 1941 <10.
[...] Il rinvenimento presso l’archivio storico dell’Ufficio Storico del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri della traduzione dell’articolo di Manuel Chamorro apre in definitiva nuove opportunità per la definizione di aspetti meno noti delle attività di carattere informativo tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta. Lo scambio di esperienze e la presenza dei servizi italiani e tedeschi a fianco di Franco rappresentano sicuramente modelli a cui fare riferimento, anche se emerge chiaramente che alla fine il servizio tedesco fosse quello che aveva maggiore appeal almeno in ambito europeo. Tuttavia la visita dello spagnolo nell’ambito della delegazione presente in Italia nel 1940 lascia pensare che ci sia stato comunque l’interesse di comprendere meglio il funzionamento della struttura dei servizi informativi militari (e solo di quelli) da parte spagnola.
L’articolo apparso in Spagna sottolinea comunque un interesse verso un settore che, per la sua stessa natura, si era dimostrato poco disponibile alla divulgazione. In questo senso, sembra interessante che il testo di Chamorro sia giunto a Roma attraverso una traduzione che poi è stata comunque sottoposta a interventi piuttosto importanti prima della stampa sulla Rivista dei Carabinieri Reali. Ecco che l’autore non è più ufficialmente il colonnello spagnolo ma si sostituisce un altro militare, forse Dino Tabellini che ebbe tanta parte nella stesura di contributi apparsi nel corso degli anni sulla rivista.
Resta significativo il lavoro, sia pure di taglio divulgativo, che Chamorro realizza e presenta a favore della collettività dei lettori di Ejército. Non si conosce la sua eventuale disponibilità a pubblicare o a far pubblicare il suo intervento in Italia, ma l’articolo giunge nella Penisola per essere stampato nel 1941 oramai con le operazioni militari in pieno svolgimento e con i primi scricchiolii della fedeltà assoluta agli ideali fascisti.
[NOTE]
3 Archivio Storico dell’Ufficio Storico del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri (ASACC), Documentoteca, f. 241.9 “SERVIZIO INFORMAZIONE MILITARE - Funzioni, attività e scopii prefissi (relazione) 1940”.
4 Nella introduzione si fa esplicito riferimento a «la pubblicazione di un lavoro sul Servizio d’informazioni militari potrebbe sembrare, a prima vista, inopportuna e indiscreta».
5 Chi scrive ha avviato da tempo alcune attività dedicate allo studio della pubblicistica dell’Arma dei Carabinieri o per l’Arma dei Carabinieri delle quali la prossima in fase di stesura è dedicata proprio alla Rivista dei Carabinieri Reali. Un primo contributo è apparso col titolo «La stampa per l’Arma in età umbertina. Il Carabiniere. Giornale settimanale illustrato», in Nicola Labanca (cur.), Fogli in uniforme. La stampa per i militari nell’Italia liberale, Milano, Unicopli, 2016, pp. 105-151. 6 d. t., «Il servizio d’informazione militare», Rivista dei Carabinieri Reali - Rassegna di studi militari e professionali, a. VIII, n. 5, pp. 364-368.
7 Emilio Fernandez Perez, «Brevi considerazioni sulla Guardia Civile Spagnola», Rivista dei Carabinieri Reali, a. V (1938), n. 4, pp. 117-124 (traduzione a cura del colonnello Alfredo Ferrari). Fernandez Perez (8 luglio 1871 - 19 dicembre 1941), tenente generale, fu ispettore generale della Guardia Civile spagnola nella zona franchista. Con il successo della dittatura, negli anni successivi comparvero sulla rivista alcuni contributi dedicati alla situazione in Spagna.
8 F. Moreau (della gendarmeria francese), «In margine al servizio speciale», Rivista dei Carabinieri Reali, a. IV (1937), n. 2, pp. 61-66.
10 E’ possibile che l’interesse di Tabellini per il SIM spagnolo sia collegato a qualche sua esperienza nell’ambito della c. d. Operazione Militare Spagna (O. M. S.), per quanto la sua scheda biografica presso l’Ufficio Storico dell’Arma non menzioni alcun suo impiego ad esso correlato (ASACC, Documentoteca, ad nomen). Sull’impiego del SIM in Spagna, M. G. Pasqualini, Carte segrete dell’intelligence italiana. 1919-1949 cit., pp. 95-104.
Flavio Carbone, Dalla Spagna all’Italia: Il Servizio d’Informazione Militare in Europa nelle pagine della Rivista dei Carabinieri Reali in (a cura di) Gérald Arboit, Intelligence militare, guerra clandestina e Operazioni Speciali, Fascicolo Speciale 2021, Nuova Antologia Militare 
 

Copertina della Rivista dei Carabinieri Reali (bimestre gennaio - febbraio 1941) - Fonte: Flavio Carbone, art. cit. infra

[n.d.r.: qui segue - messa in corsivo - una selezione di parti dell'articolo del generale spagnolo, tradotto in italiano per la menzionata rivista dei carabinieri italiani]
[...] Il servizio segreto inglese costituisce un organo o, per meglio dire, un’organizzazione inter-imperiale con vaste ed estese ramificazioni in tutto il mondo.
La centrale si trova a Londra, in seno al governo britannico, spettando la suprema direzione del S.S. (Servizio segreto) al Ministero per la coordinazione della difesa <17, verso il quale gli altri ministeri hanno un[‘]effettiva dipendenza informativa.

(17 Con l’ultima riorganizzazione ministeriale, questo ministero è stato soppresso e sostituito da un Comitato dei ministri della difesa, la cui presidenza è stata assunta da Churchil [l]. Questo Comitato è attualmente l’organo supremo del S.S. britannico.)
A dire il vero nessuno conosce esattamente la macchina complicata del servizio d’informazione britannico. Qui possiamo solo affermare che la sua organizzazione rimonta a Cromwell e che durante molti secoli esso ha costituito il principale strumento dell’espansione inglese e il severo tutore dell’Impero britannico.
In effetti, in ogni porto, in ogni nodo ferroviario importante, in ogni punto di obbligato passaggio, in ogni centro commerciale o industriale del mondo esiste una cellula britannica e la sua presenza è perfettamente giustificata da interessi legittimi.
In quanto alla sua struttura organica, l’intelligence service ha, oltre al capo del servizio, un secondo capo, tre delegati (uno al ministero degli affari esteri, l’altro al ministero dei domini e il terzo a quello degli interni), cinque grandi sezione d’informazione (esercito, marina, [10] aeronautica, diplomatica ed economica) e due Special Intelligence Departments: il Colonial Service e l’Indian Department.
Riferendoci particolarmente a quello del Ministero della guerra che più ci interessa, il S.S. prende il nome di Military Intelligence, con funzioni analoghe a quelle del servizio d’informazione militare degli eserciti delle altre nazioni.
Il Military Intelligence si divide in cinque grandi uffici con i compiti qui appresso indicati:
- M.I - 1: raccolta d’informazioni;
- M.I - 2: studio e interpretazione vaglio delle informazioni e della situazione riferentesi all’Europa;
- M.I - 3: idem, idem, idem riferentisi agli altri paesi;
- M.I - 4: controspionaggio;
- M.I - 5: istituto geografico militare.
Come si vede, il primo ufficio (M.I - 1) svolge tratta la parte offensiva del servizio; il secondo, terzo e quinto (M.I - 2, M.I - 3, M.I - 5), la parte statistica, e il quarto ufficio (M.I - 4) la parte difensiva del servizio.
Negli altri ministeri militari (marina e aria) e in quello delle colonie esistono organizzazioni analoghe a quelle indicate per l’esercito. Il ministero dei dominii, in ispecie, assicura il coordinamento [ill.] con cogli uffici distaccati in altri Stati membri del Comm[on] we[a]lth britannico.
I mezzi finanziari del S.S. sono ingenti per non dire illimitati. A parte l’assegnazione normale di 250 milioni di lire sterline all’anno e a parte l’amministrazione dei fondi segreti governativi, il S.S. dispone di fondi e risorse notevoli, dal momento che, valendosi della priorità nella conoscenza delle notizie, può, sotto il punto di vista finanziario conseguire lauti guadagni nei giuochi di borsa sui differenti mercati borsistici del mondo.
Il servizio d’informazione degli Stati Uniti è organizzato e si orienta sulle linee generali del servizio d’informazione britannico, poiché, sino [11] ad un certo punto, deve risolvere problemi analoghi e far fronte alle medesime necessità.
2° - Sistema sovietico.
Il sistema sovietico si basa su principi completamente diversi da quelli indicati per il sistema inglese.
I Soviets trovano più utile ed economico, per raccogliere informazioni di carattere militare, impiegare la medesima rete che utilizzano per diffondere nel mondo l’idea comunista; per conseguenza, l’azione informativa si svolge parallelamente a quella della propaganda bolscevica.
le centrali e le cellule comuniste dei vari paesi vengono ad essere altrettante centrali e cellule di spionaggio, le quali utilizzano individui appartenenti ai ceti sociali inferiori, che s’infiltrano dappertutto e che, se non vengono energicamente controllati dalle autorità, possono costituire un serio pericolo ed arrecare danni gravissimi.
Possiamo dire che il sistema sovietico è un sistema centrale.
In effetti, le ambasciate sovietiche [inizialmente al singolare], nei paesi in cui l’U.R.S.S. gode di questa rappresentanza, o le delegazioni, in quelle ove non hanno questo esiste tale organo diplomatico (generalmente queste delegazioni hanno carattere commerciale) dirigono e tengono nelle loro mani le fila delle reti di spionaggio. Parallelamente alle ambasciate lavora il partito comunista locale, fedele esecutore delle direttive del Comintern che, con le sue cellule e con i suoi uomini, penetra nelle organizzazioni del paese e ne scava profondamente le fondamenta basi.
È costituito, in generale da individui umili e privi di volontà personalità, come quelli che meglio possono servire a tale attività; gente che si accontenta di poco e che, senza considerare le conseguire dei suoi atti, esegue quasi macchinalmente gli ordini ricevuti dagli organi superiori.
Il Comintern, per parte sua, ha studiato a fondo (in base all’esperienza fornita dai movimenti e dalle rivoluzioni scatenate in diversi Stati) il modo migliore di utilizzare codesta gente ed è arrivato ad organizzare corsi per i dirigenti comunisti del[l]l diverse nazioni, allo scopo di conseguire [12] unità di dottrina e di direzione indirizzo.
Se riesaminiamo qualcuno dei molti documenti caduti in nostro potere durante la nostra guerra di liberazione, potremo meglio comprendere ricordare sino a quel punto giungono la minuziosità e le precauzioni nella preparazione di queste rivoluzioni.
3 - Sistema germanico.
In generale, possiamo affermare che il servizio d’informazione tedesco, come del resto [quello] delle altre nazioni di Europa (Francia, Italia, Peasi Balcanici, ecc.) ha un carattere prevalentemente militare che lo distingue dalle altre attività informative e che è in contatto coi sistemi di tipo britannico o sovietico. Ciò deriva dal fatto che tutti i paesi europei confinano con un determinato numero di Stati grandi o piccoli, da parte dei quali si può temere sempre, o quasi sempre, qualche sorpresa e tra i quali esiste, generalmente, reciprocità di aspirazioni e di rivendicazioni. Questo fatto, in uno alle continue fluttuazioni della politica internazionale, soprattutto in questi ultimi anni, rende necessario d’altra parte intensificare la vigilanza sugli organismi militari dei paesi vicini e star sempre in attitudine di allerta rispetto a questi ultimi.
[...] 4. - Sistema francese.
A dire il vero, in Francia non esisteva prima della guerra del 1939 un servizio informativo unico. Al contrario funzionavano vari servizi d’informazione, quanti erano i ministeri militari, cui si dovevano aggiungere quello del il Quai Dorsay, quello del il ministero della colonie e il Servizio speciale di sicurezza nazionale.
Esistevano per conseguenza:
1) il Deuxième Bureau del ministero della guerra;
2) il Deuxième Bureau del ministero della marina;
3) il Deuxième Bureau del ministero dell’aeronautica;
4) il Servizio speciale del ministero delle colonie;
5) il Servizio speciale del ministero degli affari esteri;
6) Il Servizio speciale della sicurezza nazionale. [15]
Nella prima sezione del Deuxième Bureau del Ministero della guerra veniva registrato e catalogato quanto si pubblicava nel mondo su questioni militari; diari, riviste, carte, piani, cataloghi delle fabbriche di armi e munizioni, ecc.; in una parola: tutto quanto poteva interessare degli eserciti degli altri paesi. Tutto era esaminato, confrontato e interpretato vagliato da parte di questa sezione che giungeva a studiare, inventare escogitare e provare gli artifici destinati a scoprire segreti del nemico o a difendere i propri.
Era questa la sezione che poteva dirsi la palese, la visibile del Deuxième Bureau, la quale si occupava del ramo statistico. La dirigeva un colonnello. Separata da questa e installata in un luogo occulto del quadrilatero degli Invalidi, funzionava la seconda sezione, quella del servizio segreto, nella quale si davano appuntamento per ricevere ordini e recare informazioni gli agenti segreti del servizio. Questa sezione che era quella che si occupa del ramo offensivo del servizio ed entrambe erano costituite da non più di trenta ufficiali.
Il Deuxième Bureau del Ministero della marina e quello dell’Aeronautica erano organizzati e funzionavano in forma analoga a quella indicata per quello della guerra.
[...] Il servizio speciale di sicurezza nazionale era incaricato del controspionaggio: perseguire e arrestare le spie del nemico nel territorio francese ed impedire la divulgazione di piani o progetti relativi alla difesa nazionale costituiva il compito principale di questo servizio.
Il controspionaggio francese faceva capo al Ministero degli interni.
Si trattava di un organismo burocratico e scheletrico ove scriveva, più che investigare, un certo numero di commissari e di ispettori di polizia.
Privo di risorse, con un personale vecchio e scarso e con mancanza continua d’informazioni straniere, questo organismo essenziale conduceva vita difficile e pesante e la sua attività era molto limitata.
A dire di certa stampa francese, tutti i servizi d’informazione che abbiamo indicati, fatta eccezione per quello del Quai d’Orsay, disponevano di risorse insignificanti. Così, nel preventivo del Ministero della guerra corrispondente all’anno 1936, nel capitolo 61 “Spese riservate”, erano stanziati 10 milioni di franchi; in quello della marina “capitolo 44”, 2.135.000 franchi e in quello dell’Aria (capitolo 7), 1.904.000 franchi. É possibile che negli anni successivi queste cifre abbiano subito un aumento. Nel 1938 e 1939 tali bilanci preventivi avevano un carattere segreto.
[...] Il sistema italiano ha qualcosa in comune con quello tedesco e col francese, senza però giungere ad eguagliare il primo.
In effetti, l’azione informativa militare italiana si svolge a messo di tre organi indipendenti; il servizio d’informazione militare (S.I.M.) per l’esercito; il servizio d’informazione speciale (S.I.E.) per la marina e il servizio di informazione aeronautica (S.I.A.) per il ministero [18] dell’aeronautica.
Senonché anche quando l’azione informativa militare si esplica in maniera autonoma e indipendente nei tre ministeri militari, in ciascuno di questi la parte offensiva, la difensiva e la statistica fanno parte dello stesso organo e sono azionate e dirette da un sol capo.
Della eccellenza dell’organizzazione tedesca sono persino convinti i dirigenti del S.I.M. italiano; unicamente ragioni tradizionali e interessi già creati nei tre rami militari (esercito, marina e aria) son le cause che spiegano meglio perché non si è giunti ancora a centralizzare tutto il servizio d’informazione militare in un solo organo che imprima indirizzo al complesso [...]

giovedì 23 giugno 2022

Sogno chiese esplicitamente l’aiuto di Mrs. Luce


Una figura utile per capire il clima di allora, non incluso nell’Operation Enterprise perché viaggiatore abituale sulla rotta Italia-Usa, è Vittorio Valletta. In generale, va detto che era uno degli imprenditori più ricettivi - non senza esitazioni - nell’implementare la strategia discriminatoria proposta da Washington e dall’ambasciata romana. Negli ultimi mesi del ’54, l’amministratore delegato della Fiat si era più volte recato in America allo scopo di ottenere nuovi contratti nel settore aeronautico.
L’occasione per assestare un colpo decisivo alla Cgil avrebbe dovuto essere l’elezione per le commissioni interne della Fiat, previste a fine marzo ’55. Come ha ricordato Maria Eleonora Guasconi, si verificò una sostanziale inversione di tendenza: la Fiom-Cgil passò dal 63.2% al 36.69%, la Cisl raggiunse il 40.49% e la Uil il 22.52%. L’autrice tende a non enfatizzare troppo il ruolo positivo della “guerra psicologica” e pone l’accento sugli errori della Cgil. Altro elemento da considerare è il mancato riavvicinamento tra i due “vincitori” Cisl e Uil. Cosa che, secondo gli osservatori americani, allontanava la prospettiva della sospirata unità dei sindacati occidentali e democratici <62. In ogni caso, la Fiat poté trarre beneficio dalle elezioni tramite l’assegnazione del progetto F-86K. Con la sconfitta della Cgil riprese quota «l’approccio “pressioni-ricompense”» che tanti sospetti aveva attirato all’inizio. Il caso della Fiat ne era la riprova <63.
Un ruolo di primo piano nella clamorosa sconfitta della Fiom-Cgil, è stato svolto da “Pace e Libertà”, pur non versando in condizioni particolarmente felici. Il movimento di Sogno, infatti, aveva subito una scissione che ne avrebbe potuto pregiudicare il futuro. All’origine dei dissidi c’erano fattori interni ed esterni. In primo luogo, erano aumentate le frizioni tra i due principali leader, Sogno e Cavallo. Secondo un rapporto della Prefettura, Cavallo e gli esponenti del neonato movimento “Pace e Lavoro” (poi rinominata “Fronte del Lavoro”), giudicavano l’anticomunismo di “Pace e Libertà” «troppo borghese e quasi fine a sé stesso». L’intento, invece, doveva essere «agire direttamente sulla massa di militanti comunisti». In secondo luogo - ed è la ragione esterna - lo scandalo Ingic e le pressioni esercitate da Scelba sono state decisive nell’accelerare il divorzio tra Sogno e Cavallo <64.
Con la scissione, “Pace e Libertà” perse parte dei finanziamenti. Ma fu soprattutto a causa della fine del legame privilegiato con Valletta che Sogno si vide costretto a chiedere aiuto altrove. Dopo il suo decisivo impegno nella fabbrica torinese - spesso assai criticato dalla storiografia <65 - Cisl e Uil trionfarono nelle elezioni per le commissioni interne. Raggiunto lo scopo, il Professore decise di tagliare le sovvenzioni. Come racconta il fondatore di “Pace e Libertà” all’ambasciatrice nell’aprile ’55, aveva bisogno tra i 5 e i 10 milioni al mese per continuare le sue attività. A questo proposito, aveva programmato un viaggio negli Usa per la metà di maggio. Chiese esplicitamente l’aiuto di Mrs. Luce, sia affinché «mettesse una buona parola con Valletta» e sia per avere indicazioni su persone interessate oltreoceano. Sogno, notava Clare Luce, era «pubblicamente conosciuto come uomo di destra», ma stava facendo di tutto per identificare «il suo anticomunismo con un movimento di centro democratico e non di destra». Ora che “Pace e Libertà” aveva raggiunto una certa visibilità, era in una posizione che consentiva di «attaccare i fascisti». Che non meritavano alcun tipo di attenzione <66.
Prima del viaggio negli Stati Uniti, gli alti funzionari destinati a incontrare Sogno avevano fatto il punto della situazione. Ecco quanto scrisse C.D. Jackson a Henry Luce, qualche giorno prima dell’incontro tra il marito dell’ambasciatrice e l’ex partigiano monarchico <67:
"Una breve ricapitolazione su Sogno, in previsione del tuo appuntamento con lui. È qui per raccogliere denaro perché la Fiat, cioè la sua principale fonte, sta per esaurirsi. Sogno vuole ottenere circa 30.000 dollari al mese per continuare la sua operazione su vasta scala. Ha paura che dovrà cessare le attività se non riuscirà a trovare i soldi tramite risorse americane. In maniera educata gli avevo detto che trovavo questo molto desolante perché, se il suo lavoro anticomunista era efficace, come mi era sembrato, lo era più nell’interesse italiano che americano. Perciò non capivo perché i capitalisti italiani non potevano metterci dei soldi, dopotutto Valletta non era l’unico industriale italiano ricco. La sua risposta è stata “loro davvero non capiscono”. E La mia replica: “Bene, tu [sottolineato] dovresti farglielo capire”. Non ti consiglierei certo di aiutarlo, né personalmente né prendendo impegni per coinvolgere altri industriali americani. Quando torni in Italia potresti fare un discorso a qualche imprenditore italiano sul sostegno a “Pace e Libertà”, e potresti, eventualmente, dire a Sogno che hai intenzione di farlo. Penso che questo sia il massimo a cui tu debba arrivare."
Se ne deduce un fondo di scetticismo per certi versi sorprendente: la presentazione, dunque, fu tutt’altro che favorevole. Sempre in quei giorni, Sogno illustrò le sue richieste a C.D. Jackson, sperando che lui e Luce potessero fare qualcosa. In particolare, confidava «in un qualche aiuto di cui così disperatamente aveva bisogno». L’aiuto più grande, però, sarebbe stata l’opera di convincimento presso la classe imprenditoriale italiana <68.
Tra le tappe del viaggio non mancò l’Office of Western European Affairs del Dipartimento di Stato. In tale sede, a colloquio con Jones, Tyler e Engle, ribadì la sua appartenenza al centro democratico. Appartenenza che, però, era in bilico a causa della precaria condizione finanziaria. E poteva essere inficiata da aiuti provenienti da una certa parte politica. In altri termini, Sogno affermava che “Pace e Libertà”, rispetto ad altri gruppi che combattevano il comunismo, aveva il vantaggio di non avere una connotazione partitica e, soprattutto, di non essere legato ai neofascisti. Questo gli dava, implicitamente, una legittimazione trasversale nello spettro politico. Ad ogni modo, senza il denaro della Fiat, aveva bisogno di almeno 50.000 dollari, cioè quasi il doppio di quelli prospettati da C.D. Jakson. Poteva certo avere - continuava - «un aiuto dai fascisti come Cini, ma un’assistenza del genere avrebbe rovinato “Pace e Libertà”, perché un’organizzazione su base fascista o finanziata dai fascisti non poteva essere efficace nella lotta al comunismo». Da qui l’importanza di ottenere fondi dal governo Usa o dall’ambasciata. Per continuare a combattere da una posizione di centro democratico. E anche perché, se fosse tornato a mani vuote dall’America, «tutti avrebbero riso di lui, specialmente i comunisti». Evasivo fu il commento dei funzionari, che non poterono garantire alcunché <69.
Stando alle testimonianze rilasciate da Sogno, il giugno ’55 avrebbe costituito una svolta. Si sarebbe recato, con l’obiettivo di chiedere un sostegno economico, da Allen Dulles, il quale rispose «né sì, né no».
Poi, tornando in Italia, Sogno ricevette una busta tramite Pizzoni, presidente del Credito italiano, di «cinque o sei milioni, che poi divennero dieci al mese» <70. Sulla vicenda, però, rimangono alcuni punti oscuri. Non è chiaro se e quando i finanziamenti effettivamente arrivarono. Va detto, intanto, che difficilmente possono trovarsi tracce scritte di un flusso di denaro del genere. A maggior ragione quando i personaggi coinvolti sono esperti della diplomazia e di covert operations come Dulles, Pizzoni e Sogno. È naturale, quindi, affidarsi a ricordi personali, il più delle volte - purtroppo - imprecisi e approssimativi.
La corrispondenza scritta del tempo può aiutare a comprendere meglio gli eventi. Allen Dulles, in una lettera del 25 giugno a Henry Luce, affermò di aver seguito con interesse l’azione di “Pace e Libertà”. Tuttavia, dopo essersi consultato con Gerry Miller - capo della Cia a Roma - ritenne che la situazione finanziaria del movimento «non fosse così cupa» come Sogno aveva lasciato intendere <71. Perfino il direttore della Cia, amico personale del Conte piemontese da una decina d’anni, nutriva dubbi sulla genuinità delle richieste. Almeno fino a luglio ’55, quando l’editore di «Time» informò Sogno di un qualche spiraglio <72, non c’era ancora chiarezza sulla questione.
Se Dulles si era dimostrato tutt’altro che entusiasta in giugno, non è detto che successivamente abbia cambiato idea. Resta il fatto che Sogno, incontrando Pizzoni, rimase colpito dal «viso tumefatto» e dai «segni del male che di lì a poco lo avrebbe stroncato» <73. Visto che erano già evidenti i segni della malattia, la data poteva essere solo dopo l’ottobre 1957. Pizzoni morì nei primi giorni del ’58, quindi avrebbe fatto da tramite solo per novembre e dicembre <74. L’ipotesi del finanziamento della Cia tramite il presidente del Credito italiano, quindi, sarebbe ipotizzabile solo per gli ultimi mesi del ’57, peraltro non particolarmente intensi per “Pace e Libertà”.
Insomma, a differenza di quanto ricorda Sogno e di quanto si legge nella dettagliata biografia di Luciano Garibaldi, l’atteggiamento statunitense - e di Allen Dulles in particolare - non risulta molto ben disposto verso le sue attività. Tanto che, dal settembre ’55 non fu il denaro americano a permettere a Sogno di ripartire. Grazie a De Micheli, presidente di Confindustria, e alla ripresa dei finanziamenti della Fiat, il movimento riuscì a sopravvivere e a riprendersi. Queste notizie provengono dal resoconto, ampiamente noto <75, di un colloquio tra Dell’Amico e Stabler tenutosi all’ambasciata americana. Con l’accordo, si legge, Sogno aveva ottenuto 25 milioni al mese da De Micheli, a condizione di abbandonare gli apprezzamenti al centro-sinistra e i favoritismi per la Uil. E di aprire i ranghi a tutto il fronte anticomunista, dal Msi al Psdi. Sogno, sempre secondo Dell’Amico, lo aveva fatto «malvolentieri», ma si rendeva conto che rimaneva l’unica possibilità per non chiudere. Dopo due-tre mesi di inattività, fu costretto a cedere, annunciando il ritorno per ottobre. Il coinvolgimento dei neofascisti, comunque, oltre ad essere mal digerito dal Conte, risultò poco gradito anche agli americani <76.
A questo punto è logico domandarsi l’incidenza dei finanziamenti - veri o presunti - ottenuti da Dulles e Pizzoni. Se, infatti, Sogno fu comunque obbligato ad aprire le porte ai neofascisti, probabilmente la quantità di denaro presente nelle famose buste non era molto alta. E poi, visto che gli americani erano tanto antifascisti quanto anticomunisti, pare difficile pensare che concorressero a finanziare un movimento con una folta presenza missina. Nel settembre ’55 all’ambasciata erano a conoscenza dei nuovi sviluppi inerenti le casse di “Pace e Libertà”. A fine ottobre - ecco un altro tassello che fa propendere per un finanziamento americano tardivo o, in ogni caso, non essenziale - Edgardo Sogno scriveva preoccupato a C.D. Jackson <77:
"In seguito alle conclusioni negative a cui eravamo arrivati nell’incontro con lei e Mr. Luce, ho ricevuto una comunicazione, sempre da parte di Mr. Luce, in cui si alludeva ad un cambiamento della situazione. Ancora oggi non so a cosa si stesse riferendo, ma il punto è che non è arrivata la benché minima conferma di queste speranze legate alla sopraccitata comunicazione. Il debito della nostra organizzazione è stato saldato, ma i pochi mezzi a nostra disposizione per continuare l’attività sono assolutamente sproporzionati rispetto al compito. In ogni caso, non abbiamo rinunciato alla nostra battaglia e, nonostante tutto, non posso fare a meno di pensare che lei e i vostri amici troverete una maniera concreta di dimostrare la vostra solidarietà. Apprezzerei molto, in ogni caso, i vostri commenti sul tema e, se dovesse essere necessario, sono sempre pronto a partire e a farvi visita di nuovo."
Proprio in ottobre, nota Garibaldi, l’organizzazione di Sogno riprese a lavorare sotto il nome di “Comitato di Difesa Nazionale”, con metodi assai più discreti, lontani da quelli di “Pace e Libertà”. Con il nuovo anno sarebbero cambiate le priorità e gli strumenti utilizzati: meno poster e «giornali murari»; più attenzione alla distribuzione capillare di volantini in luoghi molto frequentati, come cinema, fabbriche e stazioni. Diminuiva, in altri termini, «l’utilità della propaganda d’urto con affissioni massicce di manifesti “esplosivi”». E aumentava il peso della propaganda anticomunista «a favore o in appoggio di persone, organizzazioni, enti, agenti sul piano economico, sindacale, culturale […] all’interno del Pci del Psi e della Cgil, dei loro organismi di massa, dei loro alleati per approfondire l’attuale crisi comunista e sindacale e frapporre ostacoli ai tentativi di colloquio coi cattolici, apertura a sinistra e riunificazione socialista». Il testo del rapporto Khruschev, ha ricordato Guasconi, «fu inviato a migliaia di operai delle maggiori industrie e ad altrettanti attivisti del Pci, con una diffusione pari a 160.000 copie» <78.
A differenza di ciò che aveva dichiarato Dell’Amico, Sogno affermò di non aver ricevuto finanziamenti da Confindustria, a causa delle pesanti condizioni politiche imposte. Rimase vago sulla sua attuale fonte di finanziamento. Accennò a una stretta collaborazione con il ministro della Difesa Taviani, che gli aveva garantito qualche entrata, e con il ministro dell’Interno Tambroni, che lo stava aiutando nel reperire informazioni.
Certo è che Sogno stava attuando una sorta di evoluzione “governativa” piuttosto distante dalle prese di posizione di qualche anno prima. Dopo le incomprensioni con Scelba, i rapporti con l’esecutivo Segni erano nettamente migliori. E questo, con ogni probabilità, ebbe effetti anche sulle entrate dell’organizzazione. Il fondatore di “Pace e Libertà”, comunque, continuò a chiedere che l’ambasciata intercedesse per lui con alcuni imprenditori, per esempio con Faina della Montecatini <79.
[NOTE]
62 M.E. Guasconi, L’altra faccia della medaglia. Guerra psicologica e diplomazia sindacale nelle relazioni Italia-Stati Uniti durante la prima fase della guerra fredda (1947-1955), Rubbettino, Soveria Mannelli, 1999, pp. 126-135; E. Ortona, Anni d’America, cit., p. 74. Per un giudizio molto duro sull’esito delle pressioni americane si veda L. Sebesta, L’Europa indifesa. Sistema di sicurezza atlantico e caso italiano, 1948-1955, Ponte alle Grazie, Firenze, 1991, pp. 227-228.
63 M. Del Pero, L’alleato scomodo, cit., p. 260.
64 Lo scandalo Ingic (Istituto Nazionale Gestione Imposte di Consumo) esplose nel 1954 e coinvolse funzionari e dirigenti dei tre maggiori partiti (Dc, Pci, Psi). Ci furono tangenti versate dagli imprenditori alle amministrazioni in cambio di appalti per la riscossione delle imposte. L’inchiesta partì per un attacco di “Pace e Libertà” al sindaco comunista di Perugia. Su questo e sul dissidio Sogno-Cavallo si vedano: M.E. Guasconi, L’altra faccia della medaglia, cit., p. 149 (da cui è tratta la citazione della Prefettura); E. Sogno, A. Cazzullo, Testamento di un anticomunista. Dalla resistenza al «golpe bianco», Mondadori, Milano, 2000, p. 91; L. Garibaldi, L’altro italiano, cit., p. 198.
65 Soprattutto da L. Sebesta, L’Europa indifesa, cit., p. 228. Altri, invece, hanno posto l’accento sul maggior impegno di “Pace e Lavoro” di Cavallo. Tale constatazione consigliava, comunque, di diminuire i finanziamenti a Sogno, M.E. Guasconi, L’altra faccia della medaglia, cit., p. 150 e n. Oltre a Valletta, i soldi arrivavano da un «gruppo ristretto di Confindustria: Costa, Valerio, Faina e Cini», E. Sogno, A. Cazzullo, Testamento di un anticomunista, cit., p. 97.
66 Memorandum of conversation, E. Sogno, C.B. Luce, E. Freers (First Secretary of Embassy), April 19, 1955, NARA, RG 59, CDF, Box 3603. Sulla non collaborazione di Sogno coi neofascisti anche E. Sogno, A. Cazzullo, Testamento di un anticomunista, cit., p. 82.
67 Citazione tratta dalla seguente lettera, con alcune parti ancora coperte da segreto: C.D. Jackson to H. Luce, June 3, 1955, DDEL, CDJ, Box 70, f. Luce, Henry R. & Clare, 1955 (4).
68 E. Sogno to C.D. Jackson, June 6, 1955, DDEL, CDJ, Box 93, f. Sn-So Misc.
69 Memorandum of conversation, E. Sogno, J.W. Jones, W.R. Tyler, J.B. Engle, June 15, 1955, NARA, RG 59, CDF, Box 3603. Scorrendo il libro intervista di Sogno pare che Cini, in realtà, finanziasse già il movimento. Si tratterebbe, quindi, o della possibilità di non dipendere più da lui o di un ricordo impreciso - più che comprensibile - relativo a vicende di qualche decennio prima, E. Sogno, A. Cazzullo, Testamento di un anticomunista, cit., p. 97.
70 E. Sogno, A. Cazzullo, Testamento di un anticomunista, cit., pp. 98-99; L. Garibaldi, , L’altro italiano, cit., pp. 202-203. Il medesimo contenuto emerge dalla testimonianza presente in M.E. Guasconi, L’altra faccia della medaglia, cit., p. 151.
71 A. Dulles to H. Luce, June 25, 1955, DDEL, CDJ, Box 93, f. Sn-So Misc.
72 H. Luce to E. Sogno, July 5, 1955, DDEL, CDJ, cit.
73 E. Sogno, Le memorie di Alfredo Pizzoni: spunti e considerazioni, «Storia contemporanea», a. XXV, n. 3, giugno 1994, pp. 450-451.
74 T. Piffer, Il banchiere della Resistenza. Alfredo Pizzoni, il protagonista cancellato della guerra di liberazione, Mondadori, Milano, 2005, p. 235 e pp. 296-297.
75 Memorandum of conversation, L. Dell’Amico (“Pace e Libertà”), W. Stabler (Second Secretary of Embassy), L. Schineau (Rumanian refugee, close to PSDI), September 23, 1955, NARA, RG 59, CDF, Box 3604. Citato in C. Gatti, Rimanga tra noi. L’America, l’Italia, la “questione comunista”: i segreti di cinquant’anni di storia, Leonardo, Milano, 1990, pp. 37-38; M.E. Guasconi, L’altra faccia della medaglia, cit., pp. 150-151. Su Dell’Amico, collaboratore di “Pace e Libertà” ed ex missino, si veda G. De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, Editori Riuniti, Roma, 1991, p. 156.
76 C. Gatti, Rimanga tra noi, cit., p. 38.
77 E. Sogno to C.D. Jackson, October 25, 1955, DDEL, CDJ, Box 93, f. Sn-So Misc.
78 L. Garibaldi, L’altro italiano, cit., p. 203. Citazioni dall’Archivio privato di Edgardo Sogno tratte da M.E. Guasconi, L’altra faccia della medaglia, cit., pp. 152-153. Conferme dell’avvenuto cambio di strategia anche in E. Sogno to C. D. Jackson, July, 1956, DDEL, CDJ Papers, 1931-1967, Box 93, f. Sn-So Misc.
79 Memorandum of conversation, E. Sogno, W. Stabler, May 2, 1956, NARA, RG 59, CDF, Box 3605, 765.00/5-756.
Federico Robbe, Gli Stati Uniti e la Destra italiana negli anni Cinquanta, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 2009/2010

[...] Nel 1940, dopo un secondo tentativo vano di entrare in diplomazia, Sogno si laureò in Lettere e in Scienze politiche, rafforzando la propria adesione alla cultura angloamericana. Cominciò anche a collaborare col “Telegrafo”, il giornale del mussoliniano Galeazzo Ciano. Assunto dal ministero degli Esteri, nell’estate del 1942 presentò domanda di arruolamento nel Savoia Cavalleria in partenza per il fronte russo, deciso a combattere, ancora al fianco dei nazifascisti, contro l’Armata rossa degli odiati bolscevichi; ma in seguito a pressioni di suoi familiari, venne dirottato a Nizza, tenente del Nizza Cavalleria in funzione antisbarco, dove nel maggio 1943, espressosi in pubblico in favore della vittoria alleata, venne posto agli arresti domiciliari fino al 25 luglio (caduta del Duce e del fascismo).
Quello che Sogno enfatizzerà poi come un proprio fervido antifascismo, in realtà era l’ambiguo afascismo di un aristocratico monarchico destrorso e ossessionato dal comunismo. Ne era una conferma il fatto che, sebbene si dicesse molto amante degli ebrei («Per la sensibilità, l’intelligenza, la cultura, la profondità che avvertivo [in loro]... Il saperli esposti alle persecuzioni sollecitava il mio animo da donchisciotte [sic! nda]. E poi ero innamorato di una ragazza ebrea»), al varo delle leggi razziali mussoliniane, nel settembre 1938, controfirmate da re Vittorio Emanuele III, Sogno aveva reagito con un episodico happening: «Quel giorno passeggiai per tutto il pomeriggio, con tre amici, sotto i portici di via Po, davanti all’università, con una stella gialla appuntata sul petto. Anni dopo scoprii che il fatto era stato segnalato alle autorità, ma non furono presi provvedimenti» <2. Solo nelle sue memorie postbelliche, Sogno scriverà: «Nel 1941 ho letto il primo rapporto sui massacri degli ebrei in Polonia. Era un rapporto della Segreteria di Stato [vaticana]. Da quel momento il problema non era più politico, diventava un problema morale [sic! nda]. Sapendo, non si poteva in nessun modo rimanere solidali con la Germania [sic! nda]. Sono arrivato all’armistizio come un cane attaccato alla catena» <3.
Al momento assai poco turbato dall’antisemitismo e dallo stesso nazifascismo, il giovane conte Sogno aveva la fissazione della monarchia: «Noi giovani monarchici cercavamo un aggancio a corte, e lo trovammo in Maria José [moglie di re Umberto II di Savoia, nda]. La frequentai abitualmente tra l’autunno del ’42 e l’estate del ’43... Conoscevo bene i gentiluomini di corte» <4. E soprattutto condivideva col nazifascismo un anticomunismo viscerale e irriducibile.
Nome di battaglia “Franco Franchi”
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, il tenente Sogno lasciò Torino e raggiunse l’esercito monarchico e il governo italiano a Brindisi, dove erano riparati il re Vittorio Emanuele III, il governo Badoglio e i vertici militari.
Coinvolto nella riorganizzazione del Sim (il Servizio informazioni militari partecipe dei crimini fascisti culminati nell’uccisione dei fratelli Carlo e Nello Rosselli), Sogno venne inserito nella rete spionistica Nemo, collegata alla Number one Special force della britannica Soe-Special operations executive. L’operato della rete spionistica del “nuovo Sim” preposta allo spionaggio nel Nord Italia aveva lo scopo strategico di contribuire alla stabilizzazione politico-sociale del primo dopoguerra.
Gli Alleati volevano per l’Italia postbellica un assetto istituzionale moderato e liberaldemocratico, mentre le componenti maggioritarie del movimento partigiano - comunisti, socialisti e azionisti - si proponevano una radicale trasformazione (per i comunisti “rivoluzionaria”) dell’assetto istituzionale del Paese. Così gli angloamericani intendevano circoscrivere la portata della Resistenza partigiana, limitando la forza socio-politica delle componenti di sinistra, attraverso l’azione dei Servizi alleati: l’Oss-Office of strategic services statunitense, e soprattutto il Sis-Secret intelligence service britannico.
Gli inglesi, che dirigevano la politica alleata nel Mediterraneo, appoggiavano la monarchia sabauda, mentre diffidavano del movimento partigiano perché in prevalenza non solo di sinistra, ma soprattutto comunista.
[...] L’agente speciale Franchi, insubordinato, ardimentoso e spericolato, attivo all’interno della lotta armata di Liberazione, era mosso dal patriottismo monarchico e dall’anticomunismo: combatteva i nazifascisti «per il riscatto della patria e la liberazione del territorio nazionale», ma al tempo stesso osteggiava e contrastava i partigiani comunisti «che si battevano per instaurare anche in Italia un regime bolscevico di marca sovietica» <14. Per Sogno, la guerra in corso ai nazifascisti era il preludio a quella contro i comunisti, e si trattava di un doppio binario che presupponeva una particolare sofisticatezza. Del resto, Franco Franchi all’apparenza aveva ben tre committenti, ma in realtà agiva in proprio: «Lavoro per il Cln, per gli inglesi e per il Comando italiano, ma dipendo soltanto da me» <15.
Alla fine di marzo 1944 Sogno, col suo carico di informazioni politico-militari da trasmettere agli Alleati, si recò a Genova con documenti falsi per incontrare i rappresentanti dell’organizzazione Otto con la quale collaborava. Rete informativa costituita nel capoluogo ligure, nel settembre 1943, dal neurologo filocomunista Ottorino Balduzzi, la “Otto”, autonoma dal Comitato di liberazione di Genova e anche dal Comando militare del Clnai, era in rapporti diretti con i Servizi alleati che la finanziavano, ed era attiva, attraverso una rete di 12 stazioni radio (e collegamenti col quartier generale alleato di Algeri), in Liguria, Piemonte, Lombardia e Veneto. Formatasi in maniera tumultuosa nel volgere di poche settimane, l’organizzazione Otto era «un nucleo d’intelligence» nel quale c’erano le provenienze più disparate, compresi alcuni militari già mussoliniani e ufficiali monarchici, e anche «molti agenti doppiogiochisti e di dubbia fama, reclutati nei vecchi apparati fascisti e in quelli della Rsi» <16. Entro pochi mesi «la Otto aveva pompato dalla sua rete di spie ottimo materiale informativo, che era stato regolarmente trasmesso al Comando alleato [il quale] non poteva non apprezzare enormemente il lavoro dell’organizzazione fondata dal neurologo di Genova» <17. L’incontro di Franchi con la rete spionistica genovese fu compromesso da una o più delazioni, per cui quel giorno la Gestapo arrestò, a Genova, i vertici della “Otto” e lo stesso Sogno (che però evase subito con facilità), mentre a Torino la polizia nazista arrestava il Comitato militare del Clnai fucilandone quasi tutti i componenti.
«Partii per Genova, per tentare di prendere contatto con l’organizzazione Otto. Era il primo gruppo clandestino a essersi collegato via radio con gli Alleati e a fare da tramite con le bande partigiane, come più tardi e in larga scala facemmo noi dell’organizzazione Franchi. La “Otto” si chiamava così dal nome del fondatore, Ottorino Balduzzi, chirurgo al San Martino di Genova, comunista. Il contatto con gli Alleati era stato stabilito grazie ad Alberto Li Gobbi, che era con me a Brindisi ed era poi stato paracadutato al Nord. E proprio con Li Gobbi avevo appuntamento a Genova, in via San Luca, il mattino del 30 [marzo]. Poi sarei tornato a Torino... Ma quel giorno Li Gobbi non venne. In base ai nostri accordi, l’appuntamento si intendeva rinviato al giorno dopo, stesso posto, stessa ora. Il 31 marzo, mentre i miei amici torinesi venivano arrestati, la Gestapo ci sorprese a Genova. Il fratello di Alberto, Aldo Li Gobbi, fugge, viene colpito alla schiena, cade. Alberto e io finiamo in cella [nella Casa dello studente, nda]. Riusciamo a forzare le sbarre della finestra. Potremmo fuggire insieme, ma Alberto teme che i tedeschi si vendichino sul fratello, non sa che Aldo è già morto, e decide di restare. Lo riducono in fin di vita per farlo parlare di me. Invano. E io prendo con me stesso l’impegno di liberarlo. Magari con uno scambio di ostaggi» <18.
Il doppio arresto Genova-Torino fu «un’operazione coordinata sui maggiori obiettivi di cui le polizie erano a conoscenza. Infatti, mentre ci stavano trasferendo nella sede del comando alla Casa dello studente, da un dialogo fra i poliziotti appresi che una parte degli italiani e dei tedeschi impiegati nell’operazione era arrivata la sera prima da Torino» <19. I sospetti di tradimento si appuntarono soprattutto sul sottotenente Italo Cavallino, reclutato dal Sim e dai Servizi inglesi, il primo della “Otto” a essere arrestato dai tedeschi. Ma l’organizzazione spionistica genovese venne scardinata anche a causa di «tutti gli errori cospirativi commessi, per inesperienza, per la leggerezza degli Alleati nell’addestrare gli agenti segreti, per l’imprudenza di Balduzzi nel reclutare collaboratori, per l’incoscienza di molti di questi e per la debolezza di alcuni».
Tuttavia era la fine di un’araba fenice: «Dalle ceneri del gruppo fondato da Balduzzi risorgeva però quasi subito un’altra organizzazione destinata a restare celebre negli annali della Resistenza: la “Franchi” fondata da Edgardo Sogno dopo la sua fuga avventurosa» <20.
Infatti il 10 aprile 1944 Sogno si recò a Berna (Svizzera) per una serie di incontri con John McCaffery, capo della Number one Special force britannica per l’Europa, dopo i quali nacque l’organizzazione Franchi. Per facilitare il passaggio del confine con tappa a Lugano, e preservare la missione elvetica, Franco Franchi fornì ai Servizi svizzeri materiale informativo e notizie militari opportunamente selezionate. Il monarchico McCaffery, allarmato dal fatto che il Clnai fosse «pieno di comunisti e di sovversivi», disse a Sogno: «So che sei stato mandato al Nord con compiti informativi; però le notizie, invece di mandarle, è meglio farle» <21.
McCaffery concordò con Sogno il varo della organizzazione Franchi, una rete collegata all’Intelligence service britannico con speciali compiti informativi, di spionaggio e controspionaggio, di sabotaggio e infiltrazione. Finanziata dagli Alleati e sostenuta da Radio Londra (con quotidiani messaggi cifrati), la “Franchi” doveva inoltre coordinare gli aviolanci di armi e rifornimenti destinati alle varie brigate partigiane del Nord Italia, previa infiltrazione: «Sogno avrebbe dovuto individuare i campi di lancio, inserire uomini suoi nelle formazioni in Piemonte, fornire notizie sulle bande e sui loro comandanti. Quello che si voleva da lui era una specie di “nulla osta” per poter mandare gli aiuti» <22. Altri compiti della “Franchi”: «Disarmo e neutralizzazione di sentinelle e militari isolati, cattura di ostaggi, liberazione di prigionieri, eliminazione di spie e di elementi pericolosi, distruzione o sottrazione di armi» <23.
La nascente organizzazione Franchi, definita dallo stesso capo-fondatore Sogno «un’organizzazione militare autonoma, in collegamento diretto con gli Alleati e con il Comando italiano del Sud» <24, era formata all’inizio da «ufficiali in servizio permanente o di complemento, o membri di missioni alleate paracadutati al Nord» <25 disposti a «obbedire agli ordini senza discutere» <26. E aveva un preciso presupposto politico, esplicitato da Sogno con queste parole: «Fra noi ci possono essere appartenenti a qualunque partito antifascista o anche militari apolitici, purché sentano il dovere di battersi contro i tedeschi. Questa era la posizione che aveva inizialmente il vecchio Comitato militare, prima che i partiti cominciassero a dare un colore politico alle bande. È la posizione che permette di conservare il movimento di Resistenza su di un piano nazionale. Oggi i partiti tendono invece a trasformare le bande in strumenti di azione politica. Noi dobbiamo, per quanto possibile, combattere questa tendenza» <27.
Tra i fondatori della “Franchi” c’era il torinese Adolfo Beria di Argentine, classe 1920, rampollo dell’alta borghesia piemontese e monarchica (madre di nobili ascendenze, padre magistrato), laureato in giurisprudenza. «Mobilitato all’inizio del 1942 come allievo ufficiale [e] assegnato al XV Reggimento autieri dell’Autocentro di Savona», Beria di Argentine nel febbraio 1943 era stato «chiamato a Roma, come addetto all’ufficio centrale corrispondenti di guerra: riceveva i dispacci e i telegrammi inviati dai giornalisti al fronte, e li trascriveva in un linguaggio idoneo alla pubblicazione sulla stampa»; dopo l’armistizio del settembre 1943 «col dissolvimento delle forze armate italiane», il monarchico Beria aveva cominciato a collaborare col movimento resistenziale, nome di battaglia “Nuccio” <28. All’inizio della organizzazione Franchi, nell’aprile 1944, Beria «si occupò del settore informativo», e in un secondo tempo «dell’organizzazione dei campi di lancio allestiti per ricevere materiali dagli Alleati» <29.
Lo strumento in funzione anticomunista
Con l’avanzata delle truppe alleate e l’approssimarsi della sconfitta nazifascista, Londra e Washington cominciarono a preoccuparsi e occuparsi della forza sociopolitica, organizzativa e militare del Pci. Un memorandum dell’aprile 1944 della Commissione di controllo alleata segnalava che «il potere del Partito comunista cresce ogni giorno». Gli angloamericani temevano che in Italia alla imminente Liberazione potesse seguire una presa del potere da parte dei comunisti, e proprio allo scopo di contrastare questa prospettiva progettarono il recupero di strutture e personaggi compromessi col nazifascismo. La stessa “Franchi” costituiva uno strumento in funzione anticomunista: attraverso l’organizzazione di Sogno, e a partire da una mappatura completa di tutte le bande e formazioni partigiane con i relativi organigrammi e parole d’ordine, gli Alleati intendevano assumere il pieno controllo della Resistenza partigiana.
Dalla Svizzera il Soe britannico informò il Foreign office che «Sogno sta costituendo un corpo speciale composto da 200 uomini [i quali] dovrebbero agire da polizia, da organizzazione di sicurezza e per compiere azioni sul campo, agli ordini del Clnai. Si tratta di elementi non appartenenti a partiti politici, scelti tra le migliori formazioni partigiane. Saranno utilizzati al momento dello scoppio della crisi [cioè quando, sconfitti i nazifascisti, si sarebbero dovuti neutralizzare i partigiani comunisti, nda]. Vi chiediamo quindi di paracadutare armi per questo corpo speciale (località 106). Per telegrammi di questo tipo usate il prefisso “Franchi”» <30.
La “Franchi” incorporò la organizzazione Otto, senza guida dopo l’arresto del suo capo-fondatore Balduzzi. «Sgominata la “Otto” dalla Gestapo», ricorderà Sogno, «creiamo un’altra organizzazione di collegamento, la “Franchi”» <31. Lo stesso Balduzzi, alla fine della guerra, ricorderà: «Edgardo Sogno, del Cln torinese e nostro collaboratore, arrestato con il gruppo della “Otto”, potette evadere dalla Casa dello studente di Genova con il nostro aiuto, e potette, qualche mese dopo, riprendere contatti con gli Alleati e dare luogo all’organizzazione Franchi, che sostituì la scomparsa “Otto”» <32.
La fusione tra la “Otto” e la “Franchi” non fu priva di ombre e sospetti: «In seguito, molti uomini della “Otto”, circostanza davvero curiosa, fuggiranno dai campi di prigionia (Li Gobbi da quello di Carpi) oppure saranno liberati dai tedeschi e confluiranno nella rete “Franchi”» <33.
La struttura e l’articolazione della organizzazione capeggiata da Sogno era particolare, assai simile a quella che molti anni dopo caratterizzerà le Brigate rosse, a partire dalla più rigida compartimentazione: «Da un punto di vista operativo, la Franchi era una struttura nuova e tutt’altro che ortodossa rispetto ai canoni del Soe britannico, secondo i quali nessuno dei membri avrebbe dovuto conoscersi, se non attraverso parole d’ordine e nomi di battaglia... Rispecchiava quella dei Gap mutuata invece dai canoni della Gpu sovietica e alla quale si rifaranno, quasi trent’anni dopo, le Brigate rosse, con la loro suddivisione in “regolari”, “irregolari” e “fiancheggiatori”. Al vertice della Franchi stavano infatti i membri organizzatori, che arrivarono a essere una cinquantina: si conoscevano tutti tra loro [e il cemento che li unificava], la garanzia di sicurezza, era l’amicizia comune con Sogno. Ogni organizzatore poteva contare su una rete di collaboratori affiliati alla “Franchi” secondo il modello dei réseaux francesi, specializzati in determinati servizi (lanci, trasporti, collegamenti radio, fabbricazione di documenti falsi, operazioni attivistiche, controspionaggio). Questi collaboratori, che nel periodo di massima espansione arrivarono a essere oltre 200, erano in genere conosciuti solo dall’organizzatore cui facevano capo. Infine venivano gli organizzati (i “fiancheggiatori”), che fornivano prestazioni occasionali: lavori gratuiti, ospitalità, collegamenti saltuari. Gli organizzati arrivarono a essere alcune migliaia [...]. [Quanto alle basi della “Franchi”] erano appartamenti presi in affitto da tranquilli studenti iscritti all’università, o di cui gli organizzatori s’erano procurate le chiavi dai legittimi proprietari, di solito elementi “organizzati” o “simpatizzanti”...
A novembre del 1944 la “Franchi” era articolata su cinque gruppi cittadini: Torino (capogruppo Ferdinando Prat “Gigi”, 14 organizzatori, 10 squadre); Milano (capogruppo Pierluigi Tumiati “Tum”, 9 organizzatori, 9 squadre); Genova (capogruppo Giacomo Medici “Gigetto”, 4 organizzatori, 4 squadre); Biella (capogruppo Lorenzo Levis “Gianni”, 4 organizzatori, 4 squadre); Venezia (capogruppo Alessandro Cicogna “Sandro”, 4 organizzatori, 5 squadre)» <34.
[NOTE]
2 Edgardo Sogno con Aldo Cazzullo, op. cit., pagg. 26-27.
3 Edgardo Sogno, Guerra senza bandiera, Mursia 1970, pag. 256. In pratica, a detta dell’antifascista donchisciottesco Sogno, senza l’antisemitismo il nazismo sarebbe stato un semplice «problema politico», e solo la persecuzione antiebraica impediva di «rimanere solidali» con il Reich hitleriano.
4 Edgardo Sogno con Aldo Cazzullo, op. cit., pagg. 32-33.
15 Edgardo Sogno, Guerra senza bandiera, cit., pag. 159.
16 M.J. Cereghino e Giovanni Fasanella, Il golpe inglese, Chiarelettere 2014, pag. 120.
17 Franco Fucci, op. cit., pag. 135.
18 Edgardo Sogno con Aldo Cazzullo, op. cit., pagg. 54-55. Enigmatico il destino di Ottorino Balduzzi: non venne fucilato, ma deportato nel lager di Mauthausen; e dopo qualche tempo ottenne dalle autorità naziste lo straordinario privilegio di lavorare come medico in un ospedale militare specialistico nella zona di Linz. «La generosità dei nazisti verso Balduzzi stupisce... Tutti sappiamo che i nazisti fucilavano una persona per molto meno» (Franco Fucci, op. cit., pag. 135).
19 Edgardo Sogno, La Franchi. Storia di un’organizzazione partigiana, Il Mulino 1996, pag. 69.
20 Franco Fucci, op. cit., pag. 134.
21 Ibidem, pag. 147.
22 Luciano Garibaldi, op. cit., pagg. 68-69.
23 Edgardo Sogno, La Franchi, cit., pag. 114.
24 Ibidem, pag. 190.
25 Luciano Garibaldi, op. cit., pag. 111.
26 Edgardo Sogno, La Franchi, cit., pag. 192.
27 Ibidem.
28 Mimmo Franzinelli con Pier Paolo Poggio, Storia di un giudice italiano. Vita di Adolfo Beria di Argentine, Rizzoli 2004, pagg. 13-14.
29 Ibidem, pag. 15.
30 Cit. in Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella, op. cit., pag. 106.
31 Edgardo Sogno e Aldo Cazzullo, op. cit., pag. 57.
32 Cit. in Franco Fucci, Spie per la libertà, cit., pag. 145.
33 Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella, op. cit., pag. 101.
34 Luciano Garibaldi, op. cit., pagg. 113-15.

Aa.Vv., Esecuzione capitale. Edgardo Sogno e il delitto Moro, Kaos, 2021