giovedì 2 febbraio 2023

Il passaggio dal movimento ai gruppi è uno dei due aspetti della fase conclusiva del Sessantotto


Nei dodici mesi che seguono il settembre '68 si consuma - in forma sostanziale - la diaspora dei movimenti studenteschi nati nel precedente anno accademico, che vanno ricomponendosi in alcuni fra i principali gruppi politici nazionali di quella che sarà la nuova sinistra degli anni settanta.
"Nell’ottobre 1968 nasce l’Unione dei comunisti italiani (marxisti-leninisti), con il suo giornale «Servire il popolo»; nel dicembre dello stesso anno esce a Milano il primo numero di «Avanguardia Operaia»; il 1° maggio 1969 è la volta di «La Classe» che si trasformerà in «Potere Operaio» nel settembre dello stesso anno; nel giugno 1969 inizia le pubblicazioni «Il manifesto», mentre nell’autunno il movimento studentesco che fa capo all’università statale di Milano comincia a delinearsi come gruppo autonomo, pur conservando la denominazione generica di “movimento”. Anche la formazione di Lotta Continua avviene nello stesso periodo: tra il maggio giugno 1969 al momento della grande esplosione operaia alla Fiat Mirafiori, dove l’espressione «Lotta Continua» compare come intestazione dei volantini dell’assemblea operai-studenti e il 1° novembre 1969, data dell’uscita del giornale che configura […] il progetto di  un’organizzazione nazionale". <710
Il passaggio dal movimento ai gruppi è uno dei due aspetti della fase conclusiva del Sessantotto: raccontare le agitazioni studentesche del 1968/'69 significa considerare il problema del rapporto tra queste sigle politiche esterne e il movimento.
Si possono ad esempio citare un paio di episodi di minore entità, che hanno per teatro le vicende del movimento romano del 1968/'69.
Si tratta di due momenti che hanno per oggetto dei dissidi tra la combattiva sezione dell'Uci (m-l) e il resto del movimento studentesco romano. Un primo caso di dissenso trova posto nel corso del corteo del 5 dicembre 1968 <711, indetto dalle sigle sindacali in segno di protesta per i fatti di Avola. Una seconda frattura, ancor più evidente, è rappresentata dagli esiti dell'assemblea di Lettere del 29 maggio 1969, quando i militanti dell'Uci (m-l) arrivano a scontrarsi fisicamente con l'altra parte dell'assemblea.
"Alle ore 10.30 di oggi, un centinaio di aderenti alla Unione dei Comunisti Italiani (marxisti-leninisti) si è riunito in assemblea generale nell'aula I della locale facoltà di Lettere, pavesata con striscioni di color rosso e ritratti di Mao. Un folto gruppo di essi si è schierato in cordone davanti all'ingresso dell'aula, impedendo ai colleghi del Movimento studentesco di entrarvi. Questi ultimi, che frattanto erano aumentati a circa 200, di forza hanno superato il cordone, insediandosi nell'aula. Al tavolo della presidenza si sono, quindi, alternati elementi del Movimento studentesco e dell'Unione. Ha preso, per primo, la parola lo studente Domenico De Feo, dell'Unione, il quale ha affermato che il Movimento studentesco è superato dal tempo e, pertanto, deve rinunciare al ruolo, finora assunto, della "leadership" della classe studentesca. [...] Al termine, uno studente ha avanzato la proposta di procedere all'occupazione della facoltà. La proposta, appoggiata dagli aderenti all'Unione, è stata decisamente respinta da quelli del "Movimento". Questi ultimi, compatti, sono usciti dall'aula e, dispostisi ad ala lungo il corridoio, hanno invitato, con un megafono portatile, i lì militanti dell'Unione ad abbandonare la sede della facoltà. Costoro, brandendo le aste di bandiere rosse che avevano portato all'interno dell'aula, sono usciti nell'atrio della facoltà e con fare minaccioso hanno fronteggiato il gruppo, più numeroso, degli aderenti al Movimento. Sono nate discussioni piuttosto accese, con scambio di invettive e lancio di pezzi di legno, ricavati anche da sedie e banchi della facoltà, alcuni dei quali hanno colpito qualche studente provocandogli leggere contusioni". <712
Anche a Milano l'anno 1968/'69 fu gravido di trasformazioni: come sottolineato dalla citazione di Bobbio il movimento studentesco milanese fu l'ultimo a istituzionalizzarsi come gruppo politico indipendente, nell'autunno-inverno del 1969, pur mantenendo formalmente il nome di "Movimento Studentesco di Milano" <713.
Eppure la storia puntuale delle agitazioni milanesi del Sessantotto va intrecciata con quello che fu senza dubbio il più significativo impegno di lotta nel corso del 1968/'69, l'occupazione dello stabile dell'ex Hotel Commercio in piazza Fontana <714. Anche in questo caso la discontinuità sembra abbastanza evidente.
Si è visto come nel corso del Sessantotto la Cattolica e la Statale fossero andate scambiandosi il ruolo di egemonia - se non di semplice centro ideale - delle agitazioni studentesche milanesi.
Un primo coordinamento a livello cittadino, tentato fin dalla tarda primavera, era stato presto egemonizzato dalla componente politicizzata proveniente dall'università Statale. Proprio questo gruppo facente riferimento al "movimento studentesco cittadino" è animatore della lunga occupazione del centralissimo stabile in disuso, occupazione che attraversa l'intero anno accademico 1968/'69.
E' l'hotel Commercio di piazza Fontana il centro principale dell'attività studentesca milanese in quei mesi, ed è proprio l'esperienza dell'hotel Commercio che segna il confine tra i movimenti studenteschi del Sessantotto milanese e il Movimento Studentesco di Milano - come gruppo politico indipendente facente capo al noto leader Mario Capanna.
La seconda discontinuità oggettiva tra il Sessantotto universitario e il periodo che lo segue immediatamente è rappresentata dalla comparsa di un'agitazione operaia nelle principali fabbriche del triangolo industriale, tra la fine del 1968 e l'estate seguente, a riddosso dei rinnovi contrattuali previsti per l'autunno del 1969. Tra le indiscutibili premesse dell'autunno caldo ci sono infatti le esperienze dei CUB della Pirelli di Milano <715, e le lotte organizzate dall'assemblea operai-studenti che prese a intervenire ai cancelli torinesi della Fiat, a partire dal maggio '69.
"Già prima dell'arrivo dei militanti del Movimento Studentesco torinese riunioni informali si svolgevano tra gruppi di operai e appartenenti alle formazioni operaiste (Potere operaio e Lega studenti-operai) in un bar di Corso Tazzoli, situato a due passi da Mirafiori. L'Assemblea operai e studenti si forma invece nel mese di maggio del 1969, quando finalmente gli studenti decidono di passare dalle riunioni all'Università all'intervento davanti alle porte di Mirafiori. Si tratta questa volta di una scelta radicale e di un impegno totale a fianco della lotta degli operai, che chiude ogni possibile via di ripiegamento verso l'università e il movimento studentesco, con questa scelta esso infatti cessa ufficialmente di esistere. Questa volta, a differenza degli interventi precedenti, gli studenti ci tengono a segnalare che non vengono davanti alle porte per “scambiare quattro chiacchiere” con i lavoratori, vengono per favorire la costruzione di un collegamento tra operai delle diverse squadre e officine, per riunirsi insieme a loro e “decidere insieme le azioni di lotta”. L'unità d'azione tra loro e i gruppi operaisti che già intervengono alla Fiat si consolida su una piattaforma che rivendica: aumenti salariali uguali per tutti, rifiuto dei tempi di produzione, diminuzione dell'orario di lavoro. Più in generale esprimono un giudizio critico verso le forme storiche di organizzazione operaia, partiti di sinistra e sindacati, e sono propensi a non accettare, in qualunque modo e forma, la figura del delegato operaio. <716
Le agitazioni di una parte degli operai Fiat, tra la tarda primavera e l'estate del 1969, culminano nel corteo del 3 luglio, quando una giornata di protesta contro il caro-affitti sfugge di mano alle organizzazioni sindacali e un corteo non autorizzato viene caricato dalle forze dell'ordine, proprio davanti ai cancelli di Mirafiori. Il corteo si ricompone immediatamente e raggiunge il vicino corso Traiano, dove gli scontri diventano cruenti e dilagano a macchia d'olio, coinvolgendo per alcune ore la popolazione della periferia operaia, da Nichelino a Borgo San Pietro, fino a Moncalieri" <717.
A mio avviso gli scontri di corso Traiano segnano una delle discontinuità più evidenti tra il Sessantotto universitario e il Sessantanove operaio, che dopo l'estate avrebbe preso pieno possesso della ribalta pubblica.
Un rapporto prefettizio della fine di giugno, a pochi giorni dal corteo, riassume sinteticamente il quadro che aveva contraddistinto le agitazioni alla Fiat. Vi si possono leggere in controluce molti dei particolari ricorrenti nelle varie ricostruzioni offerte dalla storiografia e dalla memorialistica in materia: in questo senso il prefetto sorprende per la sua puntualità di giudizio e per la precisione sintetica con cui dipinge le posizioni dei vari attori coinvolti.
"I risultati ottenuti alla Fiat, dove gruppi di operai, manovrati dalle forze extrasindacali con fermate interne di reparto che si susseguono da circa un mese, hanno praticamente bloccato la produzione, hanno ridato slancio e vigore ai movimenti contestatori, i cui attivisti, spesso in polemica con i sindacati, svolgono un'intensa, continua azione di propaganda e di agitazione, promuovendo riunioni ed incontri che si svolgono nei bar, nelle sedi universitarie, all'ospedale Molinette, sovente con la presenza di dirigenti estremisti "calati" da tutta Italia, che hanno visto aprirsi, con l'inattesa breccia della lotta rivoluzionaria nel paese". <718
Da un lato a cavallo dell'estate '69 si completa in via quasi definitiva il processo di istituzionalizzazione dei vari gruppi studenteschi nei nuovi partiti minoritari della sinistra extraparlamentare, con la diaspora dei gruppi che intervenivano alla Fiat di Torino e la nascita di Potere Operaio e di Lotta Continua.
Dall'altro la stagione dei rinnovi contrattuali nazionali apertasi nell'autunno 1969 vede l'emersione di uno strato operaio dequalificato e particolarmente combattivo, prevalentemente non inquadrato nei sindacati tradizionali e capace di mettere in crisi il modello fordista di produzione a partire da uno dei centri più prestigiosi della grande industria nazionale, il complesso Fiat degli Agnelli.
La ricomposizione politica nei gruppi extraparlamentari e l'innesco di una crisi di medio periodo nei rapporti industriali aprono oggettivamente nuovi capitoli della storia recente del nostro paese, mentre la breve stagione dei movimenti studenteschi del Sessantotto universitario può dichiararsi conclusa, o almeno superata da nuovi problemi e da nuovi protagonismi.
[NOTE]
710 Da L. Bobbio. Storia di Lotta Continua cit., p. 3.
711 Per i dettagli sullo spezzone studentesco al corteo del 5 dicembre 1968 vedi la comunicazione riservata del questore del 6/12/1968 in ACS [Archivio Centrale dello Stato], Ministero Interno, Gabinetto, 1967-1970, b. 354, fasc. 15.584/69, Roma Università, sottofasc. 2.
712 Dalla comunicazione riservata del questore del 29/5/1969 in ACS, Ministero Interno, Gabinetto, 1967-1970, b. 354, fasc. 15.584/69, Roma Università, sottofasc. 2.
713 La trasformazione del movimento studentesco milanese in 'partito' d'ispirazione esplicitamente marxista-leninista viene fatto coincidere con l'approvazione del documento La situazione attuale e i compiti politici del Movimento Studentesco da parte di un'assemblea generale il 18 dicembre 1968. Il documento venne subito dato alle stampe, per un'edizione ufficiale vedi quindi (a cura del) Movimento studentesco della Statale di Milano, La situazione attuale e i compiti politici del Movimento Studentesco, Milano, Sapere dicembre 1969. Naturalmente le fonti di polizia avevano seguito attentamente il dibattito interno al gruppo milanese (e per esempio sulle differenze tra i due leader Mario Capanna e Salvatore Toscano vedi la comunicazione riservata del prefetto del 8/11/1969 in ACS, Ministero Interno, Gabinetto, 1967-1970, b. 352, fasc. 15.584/48, Milano Università, sottofasc. 6), tanto che la genesi e l'impatto di questo documento trovano ampio riscontro tra le mie fonti d'archivio. Una primissima versione del documento fondativo del 'nuovo' Movimento Studentesco di Milano viene tra l'altro allegata ad una comunicazione prefettizia del 9 dicembre 1969 (ora raccolta in ACS, Ministero Interno, Gabinetto, 1967-1970, b. 352, fasc. 15.584/48, Milano Università, sottofasc. 2), che avvisava il Ministero come nel documento, presentato all'assemblea ma ancora in fase di discussione, fossero state tracciate "le linee dell'azione e dei compiti futuri del Movimento Studentesco".
714 In realtà già la prima assemblea studentesca del nuovo anno accademico era stata organizzata negli spazi dell'albergo di piazza Fontana (vedi la comunicazione riservata del prefetto del 9/9/1968 in ACS, Ministero Interno, Gabinetto, 1967-1970, b. 352, fasc. 15.584/48, Milano Università, sottofasc. 2). I locali dell'Hotel Commercio vengono comunque ufficialmente occupati solo il 28 novembre 1968, in seguito ad un corteo studentesco (sull'occupazione e sulle reazioni delle autorità comunali vedi ad esempio L'ex albergo Commercio adibito a casa provvisoria dello studente, «Corriere della Sera», 30/11/1968, p. 8). Le forze di polizia intervengono con lo sgombero solo nella mattinata del 19 agosto 1969, in piena estate (sullo sgombero vedi il telegramma prefettizio del 19/8/1969 in ACS, Ministero Interno, Gabinetto, 1967-1970, b. 352, fasc. 15.584/48, Milano Università, sottofasc. 2). Per una ricostruzione soggettiva dell'esperienza dell'occupazione dell'Hotel Commercio vedi il celebre phamplet 'Un pugnale nel cuore della città capitalistica', «Aut Aut», n. 108, Milano 1968, Lampugnani Nigri Editore, pp. 115-120.
715 La partecipazione studentesca all'esperienza dei Comitati Unitari di Base fu notata anche dalle forze dell'ordine: "Di seguito a precedenti segnalazioni, si comunica che l'attività del Movimento Studentesco milanese segue attualmente il passo sia per le divisioni politiche verificatesi nel suo interno in questi ultimi tempi, sia per le sessioni autunnali di esami, tuttora in corso. Vari tentativi diretti ad allargare la base del Movimento ed ad estendere il seme della contestazione a livello di istituti medi e a livello cittadino, attraverso la cosidetta "politica di quartiere" non hanno dato finora i risultati sperati, come è stato anche rilevato nel corso di una recente assemblea del Movimento studentesco cittadino. Il collegamento con il movimento operaio è invece, attualmente, l'unico campo in cui si nota un certo successo. I picchettaggi alle varie fabbriche in occasione di agitazioni sindacali, la distribuzione di volantini furante gli scioperi, la partecipazione attiva ai cosiddetti "comitati unitari di base" sono le espressioni più appariscenti. L'atteggiamento degli studenti in seno ai "comitati unitari di base" è diretta, tra l'altro, ad ottenere l'istituzione dell'assemblea di fabbrica allo scopo di contrapporsi all'azione dei sindacati, sull'esempio delle ultime esperienze degli studenti e degli operai francesi."; dalla comunicazione riservata del prefetto del 25/10/'68 in ACS, Ministero Interno, Gabinetto, 1967-1970, b. 352, fasc. 15.584/48, Milano Università, sottofasc. 2. Per una descrizione 'tipica' dei volantinaggi degli studenti milanesi davanti gli stabilimenti vedi ad esempio il telegramma prefettizio del 28/3/1969 in ACS, Ministero Interno, Gabinetto, 1967-1970, b. 352, fasc. 15.584/48, Milano Università, sottofasc. 6
716 Da D. Giachetti, Il giorno più lungo. La rivolta di Corso Traiano. Torino 3 luglio 1969, Pisa, Biblioteca Franco Serantini 1997, pp. 56-57.
717 Per una ricostruzione puntuale sul corteo del 3 luglio e sulle agitazioni che lo precedettero vedi in primo luogo D. Giachetti, Il giorno più lungo. La rivolta di Corso Traiano cit. Per la cronaca giornalistica vedi ad esempio 'Gravi incidenti a Torino. I dimostranti erigono barricate', «Corriere della Sera», 4/7/1969, p. 1.
718 Dalla comunicazione riservata del prefetto del 27/6/1969, in ACS, Ministero Interno, Gabinetto, 1967-1970, b. 355, fasc. 15.584/81, Torino Università, sottofasc. 1.
Fabio Papalia, Il Sessantotto italiano nella dinamica delle occupazioni e dei cortei. Un confronto tra i movimenti studenteschi di Torino, Milano e Roma, Tesi di dottorato, Università degli Studi Roma Tre, Anno accademico 2010/2011

lunedì 30 gennaio 2023

Di fatto il documento sanciva l’instaurazione del regime di occupazione nazista di Roma


[...] nel pomeriggio del 10 settembre 1943, più precisamente alle 16.30 a Frascati (dove vi era il comando militare germanico in Italia) il generale Giaccone e il generale Sigfried Wespahl - capo di Stato Maggiore tedesco al servizio di Kesselring - avevano proceduto alla firma del documento di resa della Capitale. Guardando con attenzione le condizioni poste dal Comando Tedesco si rimane sorpresi da quanto queste fossero stranamente morbide per essere delle condizioni di resa a una potenza occupante <82, specie se famosa per la violenza e l’efferatezza delle sue azioni repressive come quella nazista; in base agli accordi le truppe tedesche si impegnavano a rimanere ai margini della città, all’interno della quale il controllo dell’ordine pubblico sarebbe stato affidato a un “Comando della Città Aperta” con a capo il generale Calvi di Bergolo, a cui venne anche promessa un’intera divisione di fanteria. L’accordo prevedeva inoltre il disarmo di tutti gli altri corpi dell’esercito italiano ma i tedeschi acconsentirono a che le armi sequestrate venissero poste sotto una “comune amministrazione italo-tedesca” <83.
Se però ufficiosamente il documento lasciava intendere un rapporto di collaborazione tra forze militari italiane, rappresentanti della tradizione monarchica sabauda, e quelle tedesche, di fatto il documento sanciva l’instaurazione del regime di occupazione nazista nella città; sin da subito infatti i tedeschi non rispettarono affatto gli accordi presi; la comune amministrazione italo-tedesca dell’arsenale sequestrato non venne mai istituita e le armi requisite alle divisioni militari italiane restarono esclusivamente in possesso tedesco. A disposizione di Calvi vennero messi, anziché un’intera divisione come promesso, solo 3 reggimenti della Piave, dotati soltanto di armi leggere, ed egli fu immediatamente affiancato dal generale Stahel nel comando della città <84, il cui libero esercizio era come detto una delle prerogative dell’accordo.
A concorrere alla realizzazione del piano tedesco di “tradire i traditori” e di instaurare il pieno dominio germanico sulla Capitale per 9 mesi fu sicuramente la liberazione il 12 settembre di Mussolini a Campo Imperatore, sulle montagne del Gran Sasso in Abruzzo, dove era stato segretamente nascosto da Badoglio, e il conseguente annuncio via radio da Monaco di Baviera della nascita della RSI (18 settembre); per i tedeschi da quel giorno era venuta meno la necessità, anche solo formale, di mantenere a Roma un comandante militare italiano, per di più legato da vincoli parentali al re traditore. Per mettere in atto il loro piano i tedeschi utilizzarono un furbo espediente: sfruttando come pretesto l’uccisione di 6 militari tedeschi da parte di militari italiani, il 23 settembre disposero come rappresaglia il disarmo e la deportazione in Germania di 1000 soldati della Piave per ciascuno dei loro uccisi. <85
Sebbene poi ne abbiano effettivamente deportati “solo” 1600, ciò causò comunque l’indignazione di Calvi la cui inevitabile protesta portò alla sua destituzione, all’arresto e alla sua deportazione in Germania assieme al generale Riccardo Maraffa, comandante nel Lazio della PAI, Carmine Senise, capo della polizia, il generale Ugo Tabellini e altri esponenti di primo piano delle forze armate italiane. <86
A questo punto, fatti fuori i vertici del Comando della Città Aperta, i nazisti poterono liberamente esercitare un dominio incontrastato sulla città. Dal 23 settembre ’43 essi procedettero a un rimpasto/cambio dei vertici delle istituzioni cittadine; il generale Menotti Chieli, vicino ai tedeschi, e il generale Domenico Chirieleison furono nominati capi del “Comando della Città Aperta”, il generale Presti assunse la carica di capo della polizia della “Città Aperta”, alla cui dipendenze furono poste la Guardia di finanza e la PAI. Venne stabilito che questi due corpi di polizia avessero il compito di fornire i plotoni destinati a eseguire le sentenze di condanna a morte per fucilazione emesse dai tribunali tedeschi e fascisti <87. Per imprimere un capillare controllo sulla città i tedeschi dovevano insediarsi all’interno di essa; a tal proposito il tenente colonnello delle SS Herbert Kappler decise di adibire uno stabile in via Tasso, già sede dell’ufficio culturale dell’ambasciata tedesca, a sede romana della Gestapo e delle SS <88. Questo stabile - che nell’immaginario collettivo verrà da lì in poi sempre associato dai romani a luogo di torture e morte - era composto di due ali; l’ala sinistra, al civico 155, costituì la caserma della polizia nazista, mentre l’ala destra, al civico 145, la prigione dove oltre 2000 antifascisti romani vennero interrogati, torturati e imprigionati in attesa che il tribunale emettesse la condanna a morte. Tribunale che invece venne insediato in via Lucullo 689. Le condanne a morte venivano invece materialmente eseguite nel Forte Bravetta, uno dei 15 forti siti nella città di Roma, che già durante il fascismo era stato utilizzato come luogo di esecuzione delle condanne a morte degli oppositori politici più accaniti.
Per quanto i nazisti a Roma abbiano instaurato un regime di occupazione duro a tal punto da far sviluppare nella popolazione un sentimento di diffusa ostilità nei confronti dell’occupante e si siano resi protagonisti di diversi crimini contro l’umanità, imprigionando, torturando e fucilando partigiani, ebrei, antifascisti o supposti tali, essi non riuscirono a dispiegare appieno il loro apparato repressivo; riscontrarono grandi difficoltà nelle ricerche degli oppositori politici e dei partigiani, che per un buon numero vivevano in clandestinità, e nello scovare i nascondigli degli ebrei che erano sfuggiti al rastrellamento del 16 ottobre. Ciò era dovuto alle sterminate dimensioni di una città come Roma, per controllare la quale erano necessarie forze di polizia che conoscessero bene il territorio, cosa ovviamente impossibile per gli agenti della Gestapo, i quali però non vollero servirsi degli agenti della polizia italiana nei confronti della quale i tedeschi nutrivano una profonda sfiducia.
[NOTE]
82 G.RANZATO, La liberazione, cit., p.89
83 Ibidem
84 Ibidem
85 Ivi, pp.89-90
86 ALDO PAVIA, Resistenza a Roma; una cronologia, p.18
87 Ivi, p.19
88 Ivi, p.15
89 Ivi, p.17
Guglielmo Salimei, Roma negli anni della liberazione: occupazione nazista e lotta partigiana, Tesi di laurea, Università Luiss "Guido Carli", Anno accademico 2020-2021

mercoledì 25 gennaio 2023

Il partito nuovo togliattiano, dunque, si presentava come un partito di massa con una vocazione specificamente nazionale


Il primo decennio che affronteremo è quello più critico e forse il più importante per il Partito comunista. Gli anni di questo periodo furono densi di eventi fondamentali, tanto che in effetti si potrebbe pensare a un'ulteriore segmentazione in due parti: prima e dopo il 1948, come suggeriscono ad esempio Martinelli e Gozzini, i due storici che hanno ripreso la monumentale opera di Spriano sulla storia del Pci (Martinelli 1995; Gozzini & Martinelli 1998). Il contesto nazionale è quello della ricostruzione del paese dopo il ventennio fascista e la guerra, e in tale ambito anche il partito si sottopose ad una epocale opera di rifondazione il cui principale artefice fu, indubbiamente, Palmiro Togliatti. Sono gli anni dello stalinismo e del mito dell'Urss, ma anche del radicamento sociale e culturale del Pci, che nel giro di pochi anni - guidato dalla strategia della “via italiana al socialismo” - si affermò come il più grande partito comunista del mondo occidentale.
La data del 25 aprile 1945 si impone quasi naturalmente come spartiacque ed inizio dell'arco storico che vogliamo prendere in considerazione, anche se - per quanto riguarda la storia del Pci nello specifico - il momento decisivo per la definizione della nuova identità del partito risaliva in effetti ad un anno prima, in corrispondenza della cosiddetta “svolta di Salerno”. Fino ad allora, infatti, il Pci era rimasto un partito di quadri con poche migliaia di aderenti, collegato fin dall'origine all'Unione Sovietica tramite la partecipazione al Comintern e operante in clandestinità dalla promulgazione delle leggi eccezionali del 1926. Dopo il crollo del fascismo, esso assunse un ruolo di crescente importanza all'interno della Resistenza, affermandosi come forza trainante sul piano politico-militare e cominciando quindi ad espandersi a livello organizzativo, fino a raggiungere, alla fine del '44, il mezzo milione di iscritti - di cui 90.000 nelle regioni ancora occupate (Ghini 1982). In questo quadro, le nuove direttive per il partito che Togliatti espose dopo il suo rientro a Napoli il 27 marzo 1944 preannunciavano, appunto, una svolta epocale: il Pci si preparava a diventare un partito “nuovo”, pronto ad abbandonare qualsiasi obiettivo di conquista violenta del potere e a collaborare con le altre formazioni politiche alla guerra di liberazione per edificare infine un'«Italia democratica e progressiva» (Togliatti in Spriano 1975, pag. 389).
Il partito nuovo togliattiano, dunque, si presentava come un partito di massa con una vocazione specificamente nazionale, il cui fine di lungo periodo era quello di creare una società socialista per vie democratiche, tramite alleanze ed accordi politici con gli altri partiti, in particolare il Partito socialista e la Democrazia cristiana. L'adesione dei militanti, come poi fu sancito dallo statuto approvato al V congresso, cominciò ad essere approvata sulla base della semplice accettazione del programma politico, «indipendentemente dalla razza, fede religiosa e dalle convinzioni filosofiche» (Martinelli 1982, pag.68): fu un passaggio fondamentale, testimone del processo di laicizzazione intrapreso dal Pci e che avrebbe favorito il grande afflusso di nuovi iscritti arrivati dopo la Liberazione. Infatti, dal '44 al '46 il numero di tesserati quadruplicò, arrivando a superare i due milioni. Si trattò di un incremento enorme che pose evidentemente una serie di problemi urgenti ai dirigenti comunisti, primo fra tutti la trasformazione di questa “folla” - come venne definita in quel periodo da Longo (in Martinelli 1995, pag. 19) - in un'organizzazione articolata, efficiente e politicamente preparata.
Inoltre, il Pci doveva essere inserito a pieno titolo nella vita democratica del paese, eliminando qualsiasi residuo delle tendenze insurrezionalistiche ancora presenti in alcune frange. Accanto alla creazione di strutture in grado di orientare e raccogliere gli iscritti fu dunque necessaria un'azione ad un livello più astratto che riuscisse a rendere omogeneo il partito anche dal punto di vista culturale. Questo processo fu condotto, come rileva Guido Liguori, a partire dalla costruzione di un passato comune, che definisse l'identità dei comunisti italiani:
«[Vi era] la necessità di dare un passato al Pci, a un partito in pochi mesi giunto da cinque o seimila militanti del luglio 1943 al milione e settecentomila iscritti del dicembre 1945, con tutti i problemi insiti nel passaggio da partito di quadri a partito di massa, senza una tradizione storica e teorica unificante. Accanto a ciò, la necessità di ribadire la peculiarità del comunismo italiano» (Liguori 1996, pag.30).
Venne quindi intrapresa una grande operazione di educazione e “nazionalizzazione” delle masse comuniste - condizione indispensabile per la realizzazione della cosiddetta via italiana al socialismo - che passava attraverso l'elaborazione di una storia condivisa ed originale rispetto a quella del movimento internazionale a cui il partito rimaneva legato. Da questo momento in poi, dunque, azione culturale e azione politica proseguirono affiancate come parti egualmente importanti di uno stesso progetto, come potremo osservare analizzando le tappe principali di questo percorso (cfr. Gundle 1995).
In effetti inizialmente, subito dopo la Liberazione, il cosiddetto “lavoro culturale” era concepito essenzialmente in termini di propaganda (Martinelli 1995) e dedicato alla diffusione delle posizioni politiche del partito e dei testi fondamentali su cui era basata la sua ideologia. Il Pci si fece quindi “partito editore” (Betti 1989) e cominciò un'intensa attività di pubblicazione per supplire alle esigenze di formazione della base: vennero inaugurate collane come 'La piccola biblioteca marxista', poi sostituita da 'I classici del marxismo' - destinate a rendere “popolare” la dottrina di riferimento - e soprattutto fu potenziato il sistema della stampa comunista che si ampliò a comprendere, oltre alle quattro edizioni locali de L'Unità, una vasta scelta di periodici e riviste differenziati nei contenuti e nella forma a seconda dei destinatari (Gundle 1995; Martinelli 1995). Furono proprio queste riviste, in particolare quelle dirette agli strati popolari del partito - come Il Calendario del Popolo, Vie Nuove o Noi Donne - a costituire il veicolo principale per la divulgazione dei principi del marxismo e della storia d'Italia tra la base secondo l'impostazione pedagogica che in questo momento era predominante nell'approccio del Pci alla dimensione culturale (Bellassai 2000).
Lo stesso spirito, unito alla necessità di formare in breve tempo una fascia di quadri di livello basso ed intermedio, guidò l'apertura delle scuole di partito (Boarelli 2007) e dei corsi nelle sezioni: dal 1945 al 1950 il numero di corsi complessivamente tenuti fu di 2.010, per un totale di 58.634 allievi (Ghini 1982, pag.248).
L'opera di diffusione del marxismo fu quindi perseguita in questi primi anni come una priorità politico-istituzionale e rappresentò uno degli elementi di raccordo più forti tra il Pci e il movimento comunista internazionale. Tuttavia, a fianco di questo lato sicuramente essenziale della politica culturale del partito, si trovava anche, come abbiamo detto, la volontà di costruire un'identità specificamente nazionale per le masse di nuovi militanti, oltre ad un'attenzione particolare al rapporto con gli intellettuali che portò il Pci ad allontanarsi dal settarismo più rigido ed ortodosso:
«In questo senso, la cultura del “partito nuovo” è nello stesso tempo il sensibilissimo termometro che registra su un terreno determinato gli effetti delle scelte politiche concrete e dei vincoli organizzativi e ideologici, così come, inversamente, il fattore che ci permette di comprendere - per la molteplicità di livelli e la possibilità di unificare correnti e tradizioni diverse - la capacità del Pci di contemperare le istanze ideologiche di fondo con l'adesione alla realtà culturale del paese, e la sua resistenza a forme eccessive di chiusura e monolitismo» (Martinelli 1995, pag.296).
Questa doppia valenza della dimensione culturale si rivelava, ad esempio, nella forma che presero le feste di partito (Ridolfi 1997). Già dal 1945 il Pci cominciò ad organizzare un calendario rituale che prevedeva una serie di occasioni di aggregazione, all'interno delle quali le attività di svago e socialità si affiancavano alla propaganda politica e all'autoaffermazione simbolica del partito. Queste feste vennero però spesso sovrapposte ai preesistenti riti festivi popolari e folclorici (Bertolotti 1991) considerati uno strumento eccezionale di penetrazione del consenso, in modo molto simile a quanto aveva fatto il regime fascista prima della guerra. Tuttavia, mentre il fascismo aveva posto l'accento sulle differenze regionali, la festa comunista ambiva invece «a ricondurre la pluralità delle storie territoriali ad un comune spirito di italianità e patriottismo» (Ridolfi 1997, pag. 101). Infatti, soprattutto nei primi anni dopo la guerra, le feste furono associate ad alcune date fondamentali, che, se da un lato erano tese a rafforzare l'identità “di parte” comunista tramite la costruzione di una memoria collettiva - ad esempio con la celebrazione della fondazione del Pci il 21 gennaio e della Rivoluzione sovietica il 7 novembre - dall'altro si trovavano invece in diretta competizione con il calendario “sacro” della nazione, che proprio in quegli anni si cercava di affermare.
È il caso del 25 aprile, la data che più di ogni altra avrebbe dovuto rappresentare l'idea di unità nazionale, fornendo un correlativo simbolico e commemorativo a quel “paradigma antifascista” (Baldassarre 1986) che costituiva la base della legittimazione del nuovo Stato costituzionale. Di fronte al tentativo debole e fallimentare da parte della classe politica dirigente di costruire intorno a questo fulcro rituale una vera pedagogia patriottica ed unitaria, si consolidarono invece le «ritualità “di parte”, che aspiravano ormai ad uno spazio sovralocale, con la prefigurazione di un'identità nazionale polarizzata e l'emergere dei richiami simbolico-rituali delle diverse “Italie” politiche» (Ridolfi 1997, pag. 82).
Queste divisioni sarebbero diventate ancora più profonde, poi, dopo la fine dell'alleanza antifascista: nel 1955, in occasione del decimo anniversario della Liberazione, il Consiglio dei ministri deliberò che che i comunisti fossero esclusi dalle celebrazioni (Crainz 1996, pag. 158), sancendo così il passaggio, avvenuto nel frattempo, dal paradigma antifascista a quello anticomunista come collante ideologico della classe al governo (Flores 1986).
Il Pci, quindi - così come accade anche per la Dc, seppure in forme diverse - si sostituì alle istituzioni con la propria “politica della festa”, che riuscì ad oltrepassare i confini ideologici e ad assumere carattere nazionale.
Claudia Capelli, Memoria comunista e memoria del comunismo in Italia dopo il 1989: il caso dei militanti bolognesi, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2009-2010

lunedì 16 gennaio 2023

La lista venne pubblicata su Op nel celebre numero del 12 settembre 1978


Nel 1975 il Cardinale Giovanni Benelli assegnò al comandante dell’arma dei Carabinieri, Generale Enrico Mino, l’incarico d’accertare un’eventuale penetrazione massonica tra i prelati della Curia romana. Due mesi dopo il Generale Mino consegnò il dossier dei presunti massoni vaticani, tra cui spiccarono nomi di un certo rilievo.
Nell’estate del 1977 il cardinale ultraconservatore Giuseppe Siri incaricò nuovamente il generale Mino per una seconda inchiesta sui prelati della Curia affiliati o vicini alla massoneria. Il comandante dell’Arma non riuscì a concludere la sua inchiesta poiché, a fine ottobre, precipitò con l’elicottero sulla quale viaggiava. Le dinamiche dell’incidente e dell’esplosione del velivolo non vennero mai chiarite, mentre il dossier del 1975 venne fatto sparire tra le carte dell’archivio Vaticano.
Con due articoli pubblicati rispettivamente il 17 ed il 25 agosto 1977, l’agenzia informativa «Euro-Italia» fornì i nomi in codice, i numeri di matricola e la data d’iniziazione alla massoneria di quattro cardinali appartenenti all’ala più avanzata dello schieramento clericale <120. Pecorelli ottenne una copia di tale lista, apprendendo l’intrigo finanziario che legava il presidente dello IOR <121, monsignor Paul Marcinkus, con i piduisti Sindona, Ortolani, Calvi e Gelli.
La lista venne pubblicata su Op nel celebre numero del 12 settembre 1978, raffigurante un cardinale con un cappuccio nero sul capo, dal titolo "La gran Loggia Vaticana". Centoventuno nominativi di cardinali, vescovi ed alti prelati indicati per numero di matricola impressi su tre pagine del giornale.
Scriveva Pecorelli: "Lanciate le reti un po’ su tutte le piste della capitale non siamo andati delusi. Lunedì ventotto agosto siamo entrati in possesso di una lista di centoventuno tre cardinali, vescovi e alti prelati indicati per numero di matricola e nome codificati come appartenenti alla massoneria. Certo la lista può essere apocrifa, certo persino la firma di un cardinale oggi può essere falsificata. Per un laico l’appartenenza alla massoneria può essere motivo di distinzione perseguendo le logge fini umanitari di libertà, giustizia, ordine e progresso civile. Per un ecclesiastico il discorso è un tantino diverso, l’ufficio sacerdotale di per sé comprende tutti gli obblighi della massoneria e l’appartenenza alla setta segreta è vietata dal Diritto canonico. Chi viola un principio può violarne altri, ci ha detto un alto prelato che ha escluso che un così gran numero di preti possa essere iscritto alla massoneria" <122.
Molto probabilmente la lista, veritiera, venne diluita tramite aggiunta di nominativi erronei o di personale non realmente aderente. Pecorelli lo sospettava: "Papa Luciani ha davanti a sé un difficile compito e una grande missione. Tra le tante quella di mettere ordine ai vertici del Vaticano. Pubblicando questa lista di ecclesiastici forse affiliati alla massoneria, riteniamo di offrire un piccolo contributo. Ci aspettiamo una pioggia di smentite o, nel silenzio, l’epurazione" <123.
In Vaticano circolarono voci riguardanti la preoccupazione di alcuni elementi non soddisfatti dell’elezione di Luciani al soglio pontificio tra i quali il monsignor Paul Marcinkus. Egli intuì immediatamente i pericoli dell’elezione di questo pontefice che, sin dai suoi primi discorsi, lasciò chiaramente intendere di voler far tornare la chiesa cattolica a quegli ideali di carità cristiana propri del cristianesimo antico, rinunciando alle ricchezze superflue che troppo avevano distolto gli uomini di chiesa dai propri sacri compiti.
Lo stesso Marcinkus espresse serie perplessità riguardo il Papa: «Questo Papa non è come quello di prima, vedrete che le cose cambieranno <124».
Su due punti il Papa fu irremovibile: l’iscrizione degli ecclesiastici alle logge deviate della massoneria e l’uso del denaro della Chiesa nei confronti di talune banche che gravitavano intorno a nomi quali Calvi e Sindona. La prematura ed inspiegabile morte di Papa Luciani, dopo soli trentatrè giorni di pontificato, lasciò aperta l’ipotesi della «longa manus» del circuito massonico.
Ipotesi che Carmine Pecorelli non fece in tempo a vagliare approfonditamente.
[NOTE]
120 Sebastiano Baggio, Seba matricola 85/2640 iniziato alla massoneria il 14 agosto 1957; Salvatore Pappalardo, Salpa matricola 243/07 15 aprile 1968; Ugo Poletti, Upo matricola 32/1425 e Jean Villot, leanvi matricola 041/3 6 agosto 1966, DI GIOVACCHINO, Scoop mortale, Mino Pecorelli, p. 76.
121 Istituto per le Opere di Religione
122 La gran Loggia Vaticana , «Osservatore politico», 12 settembre 1978.
123 Ibidem.
Giacomo Fiorini, Penne di piombo: il giornalismo d’assalto di Carmine Pecorelli, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno accademico 2012/2013

martedì 10 gennaio 2023

L’8 settembre lo colse a Oleggio


[...] Il 26 luglio 1943 Pertini, Jacometti e Spinelli sono nella terrazza prossima a piazza Castello che domina sul mare;  «Devono essere le 7 e un quarto o le 7 e 20 quando vediamo il repubblicano Buleghin venire verso di noi tutto affannato e gesticolante. Buleghin è un po’ il gazzettino di Ventotene, il gazzettino serio e controllato […] Il suo viso è rosso. Prima ancora di esserci vicino, alza le due mani all’altezza della fronte e dice: Mussolini è caduto, c’è un governo Badoglio, … Incapace di star fermo, se ne va a portare altrove la notizia formidabile». In paese, tutti a trastullarsi a fare ciò che sino al giorno avanti era proibito. «Entrano nei caffè e vi si siedono, domandano un mazzo e giocano a carte». Una mattinata di gioia infantile. «Nelle mense, cuochi e sotto cuochi si affaccendano intorno a piramidali paste asciutte»…I confinati di Ventotene andranno via a scaglioni.
Nella Resistenza (1943-1945)
Con Pertini Alberto Jacometti sbarca sul continente, ma mentre quest’ultimo si dirige a Roma per partecipare alla riunione di ricostituzione del PSI [95] la sua scelta di rientrare a Novara per riabbracciare dopo diciassette anni (tranne una breve visita a Bruxelles prima della guerra) la madre e la moglie che con la piccola Mirella che si era ricongiunte alla sua famiglia [96], rinunziando in quell’occasione al ruolo di primo piano a livello nazionale cui poteva aspirare, indica che per lui la dimensione politica era essenziale ma non al punto da  anteporla agli affetti familiari, e probabilmente anche per il suo carattere schivo e più propenso ad operare in ambito locale.
“Ero arrivato a Milano per il ferragosto… da Ventotene, il treno si era fermato a Lambrate. La città non aveva più né tranvai né tassì. Mi avevano detto che dalla stazione Centrale non partiva più alcun treno…[che] avrei forse potuto trovare alle Ferrovie Nord, dall’altra parte di Milano….fu così che dopo alcune ore, sudato, grondante, slegato in ogni articolazione, raggiunsi le Ferrovie Nord …. Tolti i tre mesi di carcere, eran quasi diciassette anni che vi mancavo” [97].
Incominciò con i vecchi compagni ritrovati, Porzio, Ranza, Camillo Pasquali, con i nuovi venuti, a ricostruire il Partito: si trattava di legare le prime maglie, di trovare cioè un punto d’appoggio in ogni paese, qualcuno che si assumesse l’incarico d’avvicinare i simpatizzanti  e di radunarli per un primo incontro con l’incaricato della città. L’ostacolo più grosso era proprio il trovare la cerniera, il perno. “Porzio Giovanola faceva appello alla sua memoria: ci doveva essere ancora il vecchio… Ma che cosa aveva fatto durante il ventennio il vecchio? come si era comportato? aveva resistito? aveva piegato? domande che restavano troppo spesso senza risposta. Il meglio era d’andare a vedere. Ci andavo: in poco più di venti giorni riuscimmo a mettere insieme il nocciolo di quaranta sezioni. A Romagnano m’incontrai, per la prima volta, con Giancarlo Pajetta. Non lo conoscevo e sapevo ben poco di lui. Fu del resto il frutto di un errore. Avevo avvertito Mosconi, un vecchio fabbro ferraio, di promuo­vere la riunione e l’uomo s’era dato da fare. Il giorno convenuto una decina di persone erano riunite in una sua camera sopra la bottega e fra queste un giovane magro, dall’aria sofferente e dagli occhi vividi. Mosconi non m’aveva avvertito di nulla. Tenni la riunione, dissi le cose che dicevo un po’ dappertutto e attesi. Fu allora che mi si avvertì che per errore o mala interpretazione della mia richiesta, erano stati invitati oltre che i socialisti anche i comunisti. Niente di male. Pajetta si scusò. Non c’era di che.” [98]
L’8 settembre lo colse a Oleggio, dove la moglie era sfollata con la bambina: “L’indomani di primo mattino ero a Novara nello studio dell’avvocato Porzio. Nei quarantacinque giorni si erano costituiti i comitati dei cinque partiti e quella mattina nel suo studio  convennero i delegati. La situazione si era andata schiarendo: ai tedeschi occorreva resistere. Come e con chi? Con l’esercito in primo luogo, c’era da sperarlo e poi con gli operai. Eravamo, noi socialisti, i meglio rappresentati, ma c’erano anche i democristiani, i liberali, gli azionisti. I comunisti avevano inviato due giovanetti ventenni. C’era nell’aria un’atmosfera di dramma e nei convenuti una buona dose di apprensione……Si prospettava la necessità di prendere contatto con il generale Sorrentino, comandante della divisione di Novara….Fu deciso di procedere immediatamente all’arruolamento di tutti coloro che non si sarebbero accontentati di stare con le mani in mano e di aprire, all’uopo, tre centri di reclutamento….(…)… Fu inoltre deciso di mandare, senza perder tempo, una diecina di noi all’uscita degli operai del mezzogiorno, a parlare davanti alle fabbriche…..Ci dirigemmo verso le officine che si trovano tutte alla periferia della città. Le strade erano percorse da un’agitazione occulta: gruppetti di persone si fermavano sui marciapiedi, davanti ai negozi, confabulavano un istante e si scioglievano per raggrupparsi di nuovo qualche diecina di metri più in là. La stessa agitazione di un alveare minacciato. Buon segno, buon segno. Sarebbe bastato dare un orientamento e la com­mozione si sarebbe incanalata e avrebbe fatto nodo e ariete. M’era toccato il settore di S. Agabio, il più fortemente industriale di Novara. M’era compagno il più giovane dei due comunisti, un ragazzo di diciottenni appena, biondo, esile, dalla dolce espressione femminea. Si chiamava Gaspare Pajetta. Era parente di Giancarlo? Sì, era fratello. Morì pochi mesi più tardi, a Megolo, a lato e insieme con Filippo Beltrami … e Antonio Di Dio. Non so come, ci procurammo un tavolino e ci mettemmo davanti alla Montecatini; la giornata era buona, soleggiata; piccole nubi bianche vagavano neghittosamente nel ciclo. Quando gli operai, chi in bicicletta, chi a piedi, incominciarono a uscire come la prima acqua di una chiusa che stia per cedere, salimmo in piedi sul tavolino. Gli operai ci guardavano: qualcuno si fermava, un po’ più lontano. I quarantacinque giorni badogliani erano stati, in certa guisa, un periodo di transizione, una specie di convalescenza dopo una lunga malattia. Non ci conoscevano, gli operai, a quel tempo, Pajetta perché troppo giovane, io, dopo diciassette anni di assenza. Facemmo cenni d’invito e un cerchio si fermò, sottile dapprima, via via più folto e compatto. Seguivano le nostre parole con la testa un poco protesa e le palpebre calate a mezzo. Dovevano essere parole nuove, fabbricate di fresco, che appunto perché nuove e fabbricate di fresco, penetravano con difficoltà, di difficile assi­milazione. Alla fine, tuttavia, si sollevò, un po’ timido, un applauso. Ma nel pomeriggio non entrarono in fabbrica e incominciarono ad affluire, a diecine, a quei centri di arruolamento: la sera, se n’erano iscritti alcune centinaia. Verso sera arrivò una notizia disastrosa: Sorrentino che aveva nicchiato tutta la giornata fra il sì e il no, rifiutava le armi. A questa se ne aggiunse subito un’altra; l’arrivo dei tedeschi era previsto per l’indomani 10 settembre. Fu deciso di ordinare a tutti coloro che già s’erano arruolati o che intendevano farlo, di raggiungere Arona in bicicletta. Partimmo verso le otto del mattino a gruppetti di otto o di dieci.. Verso le tre eravamo ad Arona, una cinquantina [ma] per quanto ci dessimo d’attorno, non fu possibile trovare un albergo che ricoverasse tutta quella gente; andammo quindi a Meina, a tre chilometri più in su, sulla riva del lago… Quanto poi all’andare in montagna facevamo i conti senza l’oste: le notizie di quella mattina, erano catastrofiche: a Milano il generale Ruggiero aveva, anche lui, rifiutato di consegnare le armi, preferendo consegnarle ai tedeschi, piuttosto che al popolo italiano…..Così finiva la nostra avventura, appena incominciata o almeno finiva provvisoriamente. Non avevamo, a quel momento, alcuna base, alcuna idea concreta, alcun modo di provvedere al sostentamento e all’armamento di quaranta o cinquanta uomini. Li chiamammo e li avvertimmo che da quel momento ognuno di noi riprendeva la propria libertà d’azione. Io, insieme con Rognoni e con Porzio, mi recai a Macugnaga, sul fondo della Vallanzasca, ai piedi del Rosa, ad attendere gli avvenimenti….Ma la sorpresa maggiore fu l’altra, fu quella che ci toccò l’indomani 13 verso il mezzodì. S’udì una voce: «Arrivano i tedeschi! arrivano i tedeschi!» e, di dietro la chiesa, vedemmo, sullo stradale, due macchinoni mimetizzati sovraccarichi di soldataglia nazista….anche a Macugnaga arrivavano i tedeschi e quarantott’ore appena dopo essersi messi in moto: salute e complimenti! Fu così che il giorno dopo 14, ritornai al piano. E fu così che l’indomani, 15, la Resistenza pubblicava, a Novara, il suo primo foglietto alla macchia; era firmato: Matteotti.”[99]
Assunto il nome di battaglia di «Andrea», il 20 settembre con Carlo Torelli per i democristiani e Carlo Leonardi [100] per il PCI fondò il Comitato di Liberazione nazionale della provincia di Novara, in cui fu delegato socialista fino alla Liberazione [101]. Tra la fine  del ’43 e gli inizi del ’44 vennero costituiti i primi gruppi armati guidati da Moscatelli e Beltrami. In questo periodo si occupò anche di pubblicare il foglio clandestino 'Bandiera rossa'.
La lotta armata lo vide partecipe attivo sin dal primo momento, nonostante i rischi[102]: "Il giorno dopo di Natale [1943]…eravamo da Moscatelli, il 2 gennaio da Filippo Beltrami. In gennaio arrestarono Alfredo Di Dio e parve che dovesse essere fucilato da un momento all’altro; scapparono Porzio Giovanola e l’avvocato Torelli".
Il 26 gennaio 1944, con gli altri due membri del CLN provinciale, Torelli e Leonardi, l’avvocato Ugo Porzio e due ufficiali del comando garibaldino, partecipa alla riunione a Campello Monti, presso la formazione autonoma “Brigata patrioti Valstrona”  comandata da Filippo Berltrami [103] in previsione di un attacco; la riunione, che vede pareri discordi, si scioglie all’annuncio di un concentramento di forze nazifasciste all’imbocco della valle e i partecipanti riescono a filtrare a stnto attraverso i posti di blocco; il 13 febbraio si svolse la battaglia di Megolo con la morte di Beltrami e di Antonio Di Dio [104].
In marzo il Comitato di Liberazione si frantumava per la terza volta. "Il 6 aprile, mentre c’era ancora nell’aria l’eco delle scariche del Martinetto, arrestarono Carletto Leonardi. Ci eravamo incontrati il mattino in un boschetto nei pressi di Cavaglio; lo portarono a Mauthausen di dove non fece ritorno. A Roasio ne impiccarono una dozzina, con l’uncino, come maiali. A Borgoticino ne fucilarono tredici, in piazza, con tutta la popolazione presente, tredici indicati nel mucchio, poi appiccarono il fuoco alle case. A Fondotoce ne fucilarono quarantadue, il quarantatreesimo essendo rimasto incòlume sotto i cadaveri. A Vignale, ai sette, fra cui due fratelli, fecero prima scavare la fossa… A Ghemme…Erano litanie che non finivano mai".
In settembre il Comitato di Liberazione fu rifatto per la quarta volta. Il 7 settembre 1944 con Fornara partecipa ad Alzo all’inconto con i comandanti e commissari garibadini Gastone “Ciro”, Moscatelli “Cino” e Coppo “Pippo”, e con De Marchi “Justus” della Valdossola ed Enrico Massara della Valtoce, e dalla riunione esce un accordo per la costituzione  di un comando unico e una spinta alla liberazione dell’Ossola. “[A novembre] arrestarono Piero Fornara. Per mesi, ogni giorno che capitavo a Novara, mi recavo da lui, prima nel suo studio, poi in un gabinetto della Casa di Cura o all’Ambulatorio di Pediatria e li incontravo gli amici e raccoglievo le informazioni. L’arresto di Piero Fornara mi
lasciava cieco e privo di mani. Che fare? ….Fu un inverno terribile. La neve veniva giù senza sosta e assediava i partigiani sui monti. Per recarmi da Oleggio a Novara in bicicletta (17 chilometri) impiegavo più di due ore, arando la neve come il vomere dell’aratro la terra. La fortuna m’aveva preso per mano e non mi abbandonava ancora, una fortuna sfacciata. La cospirazione s’impara e s’intesse come una rete, ma per prudente, cauto, circospetto che sia, c’è sempre una maglia che sfugge e si rompe; la fortuna soltanto può riprenderla e fare il rammendo. Fu lei a tirarmi fuori il 26 gennaio dalla Valstrona, sotto il muso dei tedeschi, fu lei a frastornare l’attenzione delle guardie repubblichine di Borgoticino nel punto in cui passavo carico di stampa clandestina, fu lei a suggerirmi la via per uscire dalla stazione di Novara bloccata. Poi venne la primavera. Il comizio del 26 aprile riconsacrava la città e apriva le vie dell’avvenire. C’era la folla occhiuta e dalla bocca enorme, dalla quale passavano i tuoni; la folla del formicaio, indistinta, quella ch’era stata l’anima del sottosuolo, tremebonda e intrepida, vigliacca ed eroica; la folla che aveva tremato e sperato, che aveva arretrato  come un’acqua davanti alla frana e poi, come un’acqua con i suoi mille tentacoli, con i suoi allacciamenti mortali, s’era infiltrata dappertutto, anonima, cieca, incosciente, scacciando i topi e gli scarafaggi. I suoi evviva eran boati. Era una folla che si assolveva e si acclamava, una folla che fugava con quel suo rombare, le paure pesanti, le esitazioni, che staccava l’ombra da sé per non essere che crosta e spigoli e roccia. La vittoria era sua.”[105] [...]
[NOTE]
[95]  Alla riunione (23-25 agosto in casa di Oreste Lizzadri) erano presenti Nenni, Romita, Vassalli, Basso, Buozzi, Pertini, Lizzadri, Basso,  Luzzatto,  Vecchietti, Zagari, ecc. (con Bonfatini, Acciartini, Andreoni e Ogliaro  provenienti dal Piemonte)
[96]  A. Jacometti. Mia madre, cit.
[97]  Ibid.
[98] L’episodio è ricordato anche da Pajetta in “Ragazzo rosso”, Milano, 1983.
[99] A.Jacometti, Il filo d’Arianna, cit. . Mentre PCI e Pd’A fecero della resistenza armata l’obiettivo prioritario, i socialisti fino alla primavera del ’44  sottovalutarono l’importanza dell’organizzazione militare di partito. La formazione delle “Matteotti”  fu possibile per l’impegno di  dirigenti che si erano attivati nei comitati militari del CLN specie in Piemonte: Corrado e Mario Bonfantini, R. Martorelli, L. Passoni. L. Cavalli, C. Strada “Nel nome di Matteotti: materiali per una storia delle Brigate Matteotti in Lombardia, 1943-45”,  Milano, 1982
[100] Nato nel 1893, nel 1921 aderisce al PCdI, da cui è espulso nell’emigrazione per bordighismo; ripresi i contatti col partito nella Resistenza, è catturato e richiuso nel lager di Gusen dove muore nel gennaio 1945.
[101] P. Secchia-C.Moscatelli, Il Monte Rosa è sceso a Milano, Tori­no, 1958; E.Massara, Antologia dell’antifascismo e della Resistenza novarese, Novara, 1984.
[102] La vis polemica giunse al punto da far scrivere a Corrado Bonfantini: “…coloro che mascherando…la fifa nè combattevano nè intendevano avere alcun “contatto” e se ne  stavano quindi prudentemente nascosti, come l’on. Alberto Jacometti direttore del “Sempre Avanti” (C.B, Risposta a un mascalzone, “Mondo nuovo”, 13.7.1947). Nel gennaio 1948  fu nominato un giurì d’onore che diede del tutto soddisfazione a Jacometti. Inizia allora a delinearsi  il rapporto conflittuale con il conterraneo Corrado Bonfantini, che li vide contrapposti nelle scelte politiche con quest’ultimo che partecipò alla fondazione del partito di Saragat.
[103] Giuliana Gadola Beltrami “Il Comandante“, Milano, 1964, toccante testimonianza della moglie.
[104] “Il 26 a Campello Monti, ci comunicarono che la Valstrona era stata bloccata dalle truppe tedesche. La stessa notte Beltrami intraprese quella terribile e tragica scalata che lo portò, con la sua brigata, in Valgrande dove, il 13 febbraio cadeva a Megolo, circondato da tutte le parti, con Antonio Di Dio, Citteri, Gaspare Pajetta. Aveva diciott’anni, Pajetta, e il 9 settembre aveva parlato con me, davanti alla Montecatini, per incitare gli operai a prendere parte alla guerra contro i tedeschi”.
[105] Ibidem
Tratto da un’opera di Giovanni Artero: APOSTOLI DEL SOCIALISMO
Redazione, Alberto Jacometti, vita di un socialista "scomodo", SocialismoItaliano1892, 28 giugno 2018
 

venerdì 30 dicembre 2022

A volte l’organizzazione tentò pure di liberare i prigionieri ebrei nel trasporto da San Vittore ai treni convoglio diretti in Germania


La caccia all’uomo si era del resto subito palesata già all’indomani dell’occupazione tedesca del territorio italiano. Il 15 settembre, a Merano, furono arrestati e deportati 25 ebrei; il 16 prese il via il rastrellamento sul lago Maggiore che si concluse con l’assassinio di 49 israeliti; il 18 il comandante Muller emanò, a Borgo San Dalmazzo, il proclama contro gli stranieri chiaramente finalizzato all’arresto degli ebrei non italiani. Il 9 ottobre successivo, a Trieste, vi fu la prima massiccia retata contro gli ebrei cui seguì quella del giorno 16 nel ghetto di Roma, dove furono catturate e deportate 1007 persone, accompagnata da un’azione simultanea a Milano conclusasi con altri 200 arresti. Di fronte a tale furia agli ebrei rimanevano poche soluzioni: darsi alla lotta clandestina aggregandosi alle formazioni partigiane, tentare la fuga verso la Svizzera, oppure ricorrere alla clandestinità cercando ogni sorta di rifugio. Quanti presero la strada della lotta clandestina trovarono un ambiente pronto ad accogliere e valorizzare il loro apporto senza alcuna discriminazione di sorta tanto che, a differenza di ciò che avvenne negli altri paesi europei, in Italia non sorse alcuna formazione partigiana connotata in senso esclusivamente ebraico. Il popolo italiano, in pratica, “permise agli ebrei, italiani o meno, di sentirsi parte integrante della Resistenza nella sua lotta contro le forze del male” [3]. In tal modo, nella Resistenza, trovò la sua ricomposizione quella frattura del corpo nazionale provocata con il varo delle leggi razziali. Gli ebrei tornarono a sentirsi membri della nazione italiana e, in quanto tali, legarono nuovamente la propria sorte e le proprie speranze, com’era sempre avvenuto nel passato, ai destini del paese e dell’intera comunità nazionale. La Resistenza, oltre che affermare con vigore il principio dell’eguaglianza degli ebrei, invitò contemporaneamente la popolazione ad intervenire in loro favore e in loro aiuto. Di fronte ai terribili avvenimenti del ghetto di Roma, “L’Italia Libera”, giornale del Partito d’azione, si espresse nei seguenti termini:
“I tedeschi vorrebbero convincerci che costoro ci sono estranei, che sono d’un’altra razza; ma noi le sentiamo come carne nostra e sangue nostro: con noi hanno sempre vissuto, lottato e sofferto. Non solo gli uomini validi, ma vecchi, bimbi, donne, lattanti, tutti sono stati stipati in carrettoni coperti ed avviati così al loro destino. Non c’è cuore che non frema al pensiero di quel destino”.
Al giornale azionista fece eco l’appello lanciato dall’“Unità”:
“Non si deve tollerare che si ripeta in Roma l’orrendo misfatto di intere famiglie innocenti smembrate e deportate a morire di freddo e fame chi sa dove. C’è un senso di solidarietà umana che non si può offendere impunemente. Queste vittime infelici della bestiale rabbia nazifascista debbono essere non solo soccorse perché si sottraggano alle ricerche e alla cattura, ma anche attivamente e coraggiosamente difese” [4].
Tenendo fede a queste prese di posizione, durante tutto il periodo dell’occupazione tedesca, la Resistenza fu per gli ebrei d’Italia “un sostegno unico e insostituibile” [5]. Questo giudizio ha valore sia per ciò che riguarda il ruolo che essa assolse in forma indiretta, sia nel caso venga valutata la sua azione direttamente finalizzata all’aiuto e al soccorso della popolazione d’origine ebraica. Per ciò che riguarda il primo aspetto è facile intuire a quale scopo sarebbero state destinate quelle forze che invece furono impiegate nel contrastare la lotta partigiana.
[...] Un certo peso ebbero anche i Garal (Gruppi d’azione Repubblicani Antifascisti Lombardi), primo nucleo delle future Brigate “Mameli” e “Mazzini”, che costituitisi a Milano fin dal settembre 1943 inizialmente si erano posti come primo loro obiettivo l’aiuto agli ebrei e agli ex prigionieri di guerra in fuga [8]. L’attività maggiore in tale senso fu però svolta dall’Oscar (Organizzazione Soccorsi Cattolici agli Antifascisti Ricercati) additata dalle forze di Salò, assieme all’Azione cattolica, fra i peggiori nemici del regime.
Nata il 12 settembre sul nucleo dell’organizzazione scoutista delle cosiddette “Aquile Randagie”, raggruppava una quarantina di componenti, sacerdoti e laici, ed era composta da tre distaccamenti: Milano Crescenzago, Varese città e Varese zona. Gli animatori principali furono don Andrea Ghetti, definito dai fascisti “traditore da capestro” [9], don Enrico Bigatti, don Aurelio Giussani e don Natale Motta.
I principali centri di raccolta erano la parrocchia di Crescenzago e il Collegio San Carlo dove venivano preparati tutti i documenti falsi necessari alla sopravvivenza dei ricercati. In genere i perseguitati erano condotti alla stazione Nord e a quella di Porta Nuova per essere poi accompagnati da incaricati sicuri a Varese; con mezzi pubblici, infine, erano raggiunte le zone di confine dove si poteva espatriare. Saltrio, Clivio, Ligurno, Rodero, il fiume Tresa, le Alpi Retiche, il lago d’Emet e la Val di Lei erano i luoghi solitamente usati per i passaggi in Svizzera. Oltre a questa attività, che doveva contare su una rete nei pressi del confine di persone fidate disposte ad ospitare i fuggiaschi in transito, l’Oscar possedeva anche un’efficiente servizio informazioni all’interno della polizia che consentiva di prevenire gli arresti e di sviare le ricerche. A volte l’organizzazione tentò pure di liberare i prigionieri nel trasporto da San Vittore ai treni convoglio diretti in Germania, tentativi che però furono sempre destinati dall’insuccesso.
Più efficaci si rivelarono invece i “rapimenti” di ebrei ricoverati negli ospedali aggredendo la custodia o cercando di aggirarla con astuzia. Emblematico a riguardo fu il salvataggio di un bambino di quattro anni, Gabriele Balcone, che, ricoverato presso la casa S. Giuseppe di Varese, avrebbe dovuto seguire la madre deportata in Germania. L’Oscar riuscì prima a farlo ricoverare presso l’Ospedale di Varese con la scusa di un intervento operatorio e poi, dopo tre tentativi andati a vuoto, ad introdursi nella struttura e ad impossessarsi del bambino per portarlo in salvo e affidarlo a una famiglia della provincia. L’impegno dell’Oscar permise ben due mila espatri mentre tre mila furono i documenti falsi rilasciati; un lavoro arduo che costrinse le persone più in vista dell’organizzazione come don Ghetti e don Motta a darsi alla latitanza o, nel caso di don Giussani, a prendere la strada della montagna per unirsi ai partigiani in Romagna.
L’assistenza operata da questi uomini spesso si scontrava contro la paura e la prudenza degli stessi vertici ecclesiastici tanto da portare don Enrico Bigatti, anch’egli arrestato per la sua attività, a scrivere nel suo diario: “Ne ho piene le tasche della prudenza! Chi non ha paura?! Datemi aiuto e carità” [10].
L’impegno assunto dalla Resistenza in favore degli ebrei trova conferma anche in una serie di azioni militari condotte contro alcuni campi di internamento provinciali. Il 3 maggio del 1944, dietro sollecitazione della Resistenza marchigiana, gli Alleati bombardarono il campo di Servigliano permettendo così la fuga di numerosi prigionieri fra cui una cinquantina di ebrei. L’8 giugno successivo il campo fu nuovamente attaccato dai nuclei partigiani della zona che riuscirono a liberare tutti gli internati. In questo secondo attacco furono sottratti alla deportazione 44 ebrei. Un’altra decina furono liberati in conseguenza delle azioni condotte contro i campi di Scipione, Salsomaggiore e Pollenza [11].
Sul finire del mese di novembre dello stesso anno il Clnai, su iniziativa del Partito d’azione della Svizzera, comunicava inoltre a tutti i Cln provinciali l’istituzione di un fondo per l’assistenza agli ebrei invitando ogni struttura a nominare un proprio fiduciario con il compito di raccogliere informazioni sullo stato degli ebrei bisognosi e di trasmettere al Comitato centrale le richieste di assistenza. [12]
[NOTE]
[3] M. Michaelis, La Resistenza israelitica in Italia, in ‘Nuova Antologia’, ottobre dicembre 1980, p. 244. Per il ruolo degli ebrei nella Resistenza si vedano anche G. Formiggini, Stella d’Italia Stella di David. Gli ebrei dal Risorgimento alla Resistenza, Milano, Mursia, 1970 nonché Cdec ( a cura di), Ebrei in Italia: deportazione Resistenza, Firenze, La Giuntina, 1975.
[4] I due testi sono tratti da M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione,Torino, Einaudi ,2000, p.280, n.152.
[5] M. Sarfatti, Dopo l’8 settembre: gli ebrei e la rete confinaria italo-svizzera, in ‘La rassegna mensile di Israel’, Roma Vol XLVII, n.1-2-3-, gennaio giugno 1981.
[8] Cfr. G. Bianchi, Dalla Resistenza. Uomini, eventi, idee della lotta di Liberazione in provincia di Milano, Provincia di Milano, 1975, p. 108.
[9] G. Barbareschi ( a cura di), Memorie di sacerdoti ribelli per amore, Milano, Centro di Documentazione e Studi Religiosi, 1986, 202.
[10] E.Bigatti , …Che il sale non diventi zucchero, Milano, Stefanoni, 1971, pp.175-176.
[11] Cfr. M.Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, cit., p. 269.
Massimiliano Tenconi, La guerra silenziosa per salvare gli ebrei, Storia in network, 1 maggio 2014 

mercoledì 21 dicembre 2022

Antifascisti toscani, partigiani in Francia

Targa installata all’ingresso del MUME, Museo della memoria dell’esilio di La Jonquera. La targa ricorda il passaggio dei volontari toscani in Francia durante la Retirada, nei primi mesi del 1939. Fonte: Francesco Cecchetti e Luciana Rocchi, op. cit. infra


Nell’introduzione al diario, scritto nel 1955 da Giuliano Pajetta, comunista torinese, di una famiglia che conta politici eminenti nella storia della Repubblica italiana, c’è un passo che può ben fare da cornice e premessa alle poche note, con cui qui si introduce il tema della partecipazione dei volontari toscani alla Resistenza francese.
"Può causare una certa sorpresa il fatto che, avendo io avuto la sorte di vivere una vita estremamente movimentata e di trovarmi frammischiato in avvenimenti grandiosi e spesso eccezionali, abbia scelto come soggetto per queste note un periodo così relativamente grigio come questo del ’41-’42, con la sua illegalità meschina, famelica, provinciale, caratterizzato da un lavoro minuto, penoso, poco appariscente. L’ho fatto perché credo che molti italiani, soprattutto fra i giovani, abbiano interesse, soprattutto in tempi come questi, a sapere meglio come e dove noi, antifascisti comunisti, ci siamo fatti le ossa. E’ più facile ricordare e persino imitare il gesto eroico clamoroso che il lavoro duro, pesante, con prospettive lontane e con sacrifici vicini.
Mi ha spinto a parlare proprio di questo periodo di tempo un altro sentimento, quello della riconoscenza che tutti noi dobbiamo avere per i nostri umili e modesti compagni emigrati che tanto hanno dato al nostro partito…" <1
Contiene l’anticipazione di un racconto, composto di fatti e giudizi sui caratteri dell’epoca che seguì la guerra di Spagna, sul clima in cui visse chi, per scelta o per complicate vicissitudini biografiche, private e politiche, era rimasto nella Francia occupata o, più spesso, nel territorio della repubblica di Vichy. Fa intravedere quello che alcune fonti rivelano sul “lavoro minuto, penoso, poco appariscente”, su frammenti delle vite di “umili e modesti compagni emigrati”, nel numero dei quali sono compresi alcuni dei volontari toscani che abbiamo potuto conoscere attraverso le tracce, lasciate in archivi, memorie, analizzate nelle pagine di studiosi.
Se le singole biografie sono dense di lacune, allo stato attuale difficili da colmare, ha dei contorni abbastanza netti l’affresco generale sugli italiani in Francia prima della nascita delle Brigate internazionali e dopo il 1939. Si tratta quasi sempre di emigrati, per lo più di idee antifasciste: fuorusciti eccellenti perseguitati dal fascismo, antifascisti ignoti fuori dal loro ambiente, disoccupati spinti all’emigrazione dalla povertà. Molti vi rimasero, dopo, più o meno a lungo, talvolta all’inizio costretti nei campi d’internamento - come altrove si racconta -, talvolta clandestini in fuga individuale, talvolta nei maquis, accanto ai francesi, ma anche a spagnoli e altri internazionali, in ogni caso non coi caratteri di una comunità nazionale, ma in forme differenti, com’era naturale in un periodo tanto caotico e pericoloso, ma carico di speranze, che stimolarono solidarietà europee.
Non può essere trattato in modo compiuto, ma solo accennato, in questa sede, il tema della presenza in Francia prima del ’36 dei toscani. Si rinvia per questo alle sintetiche note biografiche del database, aggiornate alla luce delle nuove fonti di cui ci si è giovati nella seconda fase della ricerca <2. Nel contempo si stanno predisponendo gli strumenti per un ulteriore aggiornamento/arricchimento, che confluirà in una pubblicazione cartacea <3 .
I limiti di spazio concessi qui impongono di prescindere da citazioni di studi sul contesto in cui si collocano avvenimenti e vicende personali, oggetto particolare della nostra ricerca: l’anteguerra, la Francia della “drôle de guerre” e della “strana disfatta”, cui seguono l’occupazione tedesca e la nascita della repubblica di Vichy, nell’arco di tempo compreso tra 1940 e 1944, se non per le implicazioni che la specificità della situazione francese ha sulla natura della Resistenza d’Oltralpe. Certo saltano all’occhio alcune singolarità della Francia democratica, prima dell’esplosione della seconda guerra mondiale, come l’introduzione delle norme necessarie a trasformare in questione di ordine pubblico l’ingresso dei reduci dalla Spagna, ad adottare repressioni durissime, a mettere in piedi un sistema concentrazionario, che avrebbe reso più facile l’inaugurazione, anche in Francia, di persecuzioni e deportazioni razziali. Così come singolare appare la rapida conversione al collaborazionismo più prono nei confronti del momentaneo vincitore della guerra, che produsse l’organismo statale, guidato dal Maresciallo Pétain.
Sono queste alcune delle condizioni al contorno, che incidono sulle forme di uscita dai campi, per gli internati, e determinano il clima in cui si trovano a vivere gli ex volontari che non vogliono o possono rientrare in patria. Negli appelli, che Pétain rivolse ripetutamente ai francesi, a partire dal giugno 1940, sono contenuti i concetti e le linee di un’azione politica, che ispirarono l’inizio della Resistenza e annunciarono uno scontro con il fronte antifascista, che sarebbe durato ben quattro anni. Si leggono argomenti analoghi a quelli usati in Italia dal fascismo, che evocano il “complotto internazionale” tra socialismo e capitalismo, una “tenebrosa alleanza” a cui il governo di Vichy prepara una reazione durissima (“Nous supprimerons les dissensions dans la cité. Nous ne les admettrons pas à l’interieur des usines et des fermes”) <4. Ne scaturì una Resistenza, che si sviluppò e diffuse capillarmente, nel corso del lungo tempo di guerra, creando una rete di formazioni militari di montagna e fuori dalle città, organizzazione sistematica di sabotaggi e azioni di contrasto nei centri urbani. La composizione dei maquis era, in tutta evidenza, francese, ma fuorusciti italiani, internazionali reduci dalla Spagna, spagnoli, questi ultimi divisi tra sconforto e speranze, che la guerra e l’ipotesi di un esito di sconfitta del fronte nazifascista alimentava. Un antifranchista, quasi sconosciuto all’epoca, scriveva nel 1946, con lo pseudonimo di Juan Hermanos un piccolo libro, pubblicato quattro anni dopo in Francia. Così raccontava gli stati d’animo dell’ultimo anno di guerra in Francia:
"Malgrado il sangue freddo che volevamo conservare, eravamo accasciati […]. I falangisti rialzavano la testa e si buttavano sui loro giornali scorrendoli con grida di trionfo. Finalmente i tedeschi furono di nuovo fermati e il paese respirò. La liberazione era più vicina che mai. Il maquis repubblicano era concentrato alla frontiera. Sarebbe bastato solo un segnale degli Alleati. Come credere che essi non l’avrebbero fatto? In quel momento, per cacciare Franco senza rivoluzione, facendogli avere il fatto suo, bastava riconoscere il governo in esilio […]. Ma gli Alleati fecero i sordi. Eppure a Dunquerque e Arras i repubblicani spagnoli, arruolati nell’esercito francese, si sono fatti massacrare nella retroguardia per salvare il salvabile e per non sopravvivere a una seconda disfatta. Repubblicani spagnoli hanno costituito centri della Resistenza in Francia. Proprio loro hanno insegnato a battersi a molti partigiani. La tattica delle bande mobili, consistente nel raggruppare i fucili mitragliatori in testa e al centro, con l’appoggio di esploratori mobili ai fianchi, è stata ideata dai nostri miliziani e dai nostri guerrilleros e trasmessa dai nostri volontari al maquis francese. Chi poteva pensare che poi ci avrebbero abbandonati? Dovevano aiutarci, anche soltanto per semplice solidarietà democratica". <5
Leggiamo qui non solo lo stato d’animo di un giovane intellettuale, antifranchista a Madrid, dopo la vittoria dei falangisti, ma quanto basta per comprendere la posta in gioco in Europa, le solidarietà internazionali, che fecero della Resistenza in Francia un momento di sintesi di aspirazioni e impegno militare e civile di antifascisti di diversa provenienza, nazionale e politica, la condivisione di esperienze e insegnamenti tattici e strategici. Contribuì a renderlo inutile per gli spagnoli il calcolo politico che impedì agli Alleati quella “solidarietà democratica” di cui il nostro autore parla, aggiungendosi a un fattore che aveva avuto e continuava, anche se in minor misura, ad avere un peso: la diffidenza reciproca tra i raggruppamenti politici, idealmente estranea agli intellettuali, ma presente nelle leadership politiche, soprattutto tra le componenti comuniste, che facevano riferimento alla Terza Internazionale, e le altre.
Il più importante contributo di conoscenza, relativo agli italiani nella Resistenza francese viene da una ricchissima serie di saggi, frutto del lavoro di un’équipe internazionale, sotto la direzione scientifica di Denis Pechanski e Pierre Milza. <6 L’interesse per noi di questo corposo blocco di studi e ricerche sta nell’edificio complessivo, che, andando oltre la periodizzazione dichiarata, getta luce anche sulla prima emigrazione italiana, base su cui cresce quel sistema di relazioni, che avrà uno sbocco anche nell’impegno resistenziale. Sia la componente comunista, che quelle repubblicane e socialista, sia Giustizia e Libertà, accanto a queste organizzazioni non propriamente partitiche, come la LIDU (Lega internazionale dei Diritti dell’Uomo), nel 1939 avevano già alle spalle un reticolo di attività clandestine, di relazioni capaci di essere parte dell’opposizione a Vichy. Tra i saggi, tutti di speciale interesse per una ricerca sui nostri temi, anche per lo studio congiunto di esilio e migrazione italiana e spagnola, basti citare la quantità di dati sull’emigrazione italiana in Francia, su permanenze e spostamenti di Temine e Rapone, la minuziosa indagine su repubblicani e giellisti di Elisa Signori, che trae dalle carte di polizia italiane e dal Fondo della Commissione italiana d’Armistizio con la Francia verbali e dossier, prove delle manovre italiane per far rientrare i “sovversivi pericolosi” <7, tra cui il massimo di pericolo era rappresentato dai Brigatisti, come dimostrano arresti e internamenti, non appena passato il confine dei Pirenei.
Specificamente dedicato alla Resistenza è l’ampio saggio di Gianni Perona, che mette a fuoco l’enorme difficoltà di un tema complesso, che non può essere trattato senza una relazione tra l’impegno politico-militare precoce in Francia e il passaggio alla Resistenza italiana. Citando studi importanti, da Paolo Spriano a Pietro Secchia a altri, lamenta quanto sia stato troppo spesso ridotto lo studio della “preistoria transalpina della Resistenza […] a una serie di itinerari biografici individuali” <8. Un capitolo è dedicato a “ricerche da fare”. <9 Sulla relazione tra Guerra di Spagna e Resistenza in Francia, e poi proiezione verso il futuro dell’impegno degli antifascisti italiani, lo storico italiano scrive che «è possibile che la partecipazione alla Resistenza abbia accelerato l’integrazione, ma l’inverso è assai probabile, vale a dire che gli emigrati provenienti dalla Spagna hanno potuto prendere parte alla Resistenza francese perché già largamente integrati». <10 La ricchezza dei riferimenti bibliografici, contenuti in questo saggio, è una prova di un vasto panorama di ricerche, prevalentemente francesi e piemontesi, su casi singoli, gruppi, realtà regionali, che coprono il vasto arco cronologico che va dalla prima emigrazione, alla guerra di Spagna, alla Resistenza. Un esempio: il lavoro, sempre di Perona, sugli antifascisti valdostani e piemontesi nella guerra di Spagna che documenta come, su duecentosettanta combattenti in terra iberica provenienti da queste due regioni, ottanta erano residenti in Francia prima del 1936. <11 Non è la sede questa per citazioni analitiche, ma solo per riflettere sulla opportunità di continuare a sommare ricerche regionali, singoli segmenti. Nell’insieme, dunque, quello che può essere un obiettivo di una ricerca regionale, come quella sui toscani, è aggiungere dati e elementi, che vadano oltre l’episodicità, per contribuire a una lettura sistematica, all’integrazione tra diversi ambiti di ricerca.
Il punto di arrivo, oggi, di questo lavoro, non può che testimoniare ancora l’estrema complessità degli argomenti, la difficoltà di arrivare a comporre un’interpretazione di queste vicende. Per quanto ampio, il numero delle fonti che sono state esaminate è insufficiente, molte altre sarà necessario consultare, in Italia, in Francia e non solo. Dove, come in questo caso, non sia consentito mettere rigidi confini spazio-temporali, non può bastare un tempo tanto breve, come quello che si è avuto a disposizione. Ragion per cui, quello che proponiamo qui non va oltre i limiti, per dirla con Perona, di “percorsi biografici individuali”, per di più assai scarni, non essendo i nostri, per lo più, personaggi di primo piano. Il lavoro su questo sottotema è, dunque, appena agli inizi.
Secondo le fonti in nostro possesso, i toscani volontari nella guerra di Spagna che militarono poi nelle file della Resistenza francese furono trentotto. Su altri due, il comunista Arturo Lelli e l’anarchico Gusmano Mariani , le notizie appaiono contraddittorie.
Di diciotto di loro abbiamo come unica informazione la partecipazione alla Resistenza in Francia senza ulteriori specificazioni geografiche. Sono i comunisti Ermindo Andreoli, Duilio Baldini, Alfredo Monsignori, Giuseppe Cavazzoni (agente di collegamento nelle FFI), Lelio Giannini , Urbano Lorenzini, Mario Mariani, Alfredo Mordini , Giovanni Papini, Toscano Pazzagli , Egidio Seghi e Alfredo Boschi , gli anarchici Aldo Demi, Mario Mantechi, Enzo Luigi Ferruccio Fantozzi, Umberto Marzocchi (Vicecomandante di un’unità) e Alfredo Mecatti, gli antifascisti Anilo Corsi e Guglielmo Ferrari. Sappiamo che si impegnarono, rispettivamente nel nord e nel sud della Francia, il repubblicano Etrusco Benci e il comunista Giovanni Frati Battista.
Furono attivi, invece, a Parigi il comunista Ideale Guelfi, l’anarchico Settimio Guerrieri e il popolare Ottorino Orlandini.
Ilio Barontini svolse un ruolo particolarmente importante nella Resistenza a Marsiglia dove fu tra gli organizzatori, col nome di battaglia di Giobbe, dei primi gruppi di FTP come istruttore tecnico-militare. Nello studio citato in precedenza sulla Resistenza in Italia, Perona così descrive il ruolo svolto da Barontini, assieme ad Alighiero Bonciani, nel capoluogo della regione Alpi Provenza Costa Azzurra: «Ilio Barontini “Job” e Alighiero Bonciani “André Nano” dirigono gli elementi che formarono il distaccamento “Marat”, li preparano all’azione durante l’estate e iniziano azioni spettacolari in piena città all’inizio dell’occupazione, in novembre. A Tolone, Marsiglia e forse Grenoble ci sono soprattutto degli italiani che attuano il modello marsigliese. E’ significativo che Barontini, il principale organizzatore FTP-MOI marsigliese, sia promosso responsabile politico. La storiografia del Pci e della Resistenza italiana considera questa azione come la matrice da cui sarà realizzata [la lotta] in Italia, sotto la direzione peraltro degli stessi uomini divenuti responsabili dei Gruppi di azione patriottica o di unità garibaldine». <12 A Marsiglia militò nelle fila partigiane anche l’anarchico Stefano Romiti.
Un ruolo importante svolse anche il comunista Nello Boscagli, responsabile del settore militare delle Alpi Marittime, dove fu attivo anche il suo compagno di partito Angelo Grassi.
Il socialista Francesco Fausto Nitti operò nei Ftp della rete Bertaux di Tolosa, dove era presente anche l’anarchico Giuseppe Bixio Tosi Muzio. Qui fu attivo anche il comunista Siro Rosi prima di spostarsi a Lione e di divenire Capitano a Nizza e Saint-Etienne (dove tra l’altro perse un occhio durante un’azione) col nome di battaglia di Juan Medinas. A Saint-Etienne militò anche l’anarchico Egisto Serni detto Gino.
Ancora un anarchico, Socrate Franchi, operò nel Dipartimento Bouche du Rhone, mentre il comunista Mario Azzimi in Corsica, il socialista Renato Balestri ad Agen (rete Kléber), Giovanni Dupuy a Grenoble, Gino Giannoni e l’anarchico Elio Panichi ad Arles.
L’unico, secondo i dati in nostro possesso, a perdere la vita in Francia, nel corso di un’azione militare nella lotta al nazifascismo, fu Ugo Natali, ucciso nella liberazione di Brives (Haute Loire). Diverse le circostanze della morte di Angelo Grassi. Vale la pena di soffermarsi un po’ più a lungo sulla sua vicenda personale, un ologramma del passaggio, che esperì un certo numero di toscani, all’interno di in un grande numero di italiani, dall’emigrazione, alla guerra di Spagna, ai campi, al tragico esito.
Angelo Grassi uscì dall’Italia, emigrato “regolare”, insieme ad altri membri della sua famiglia, nel luglio 1926. Dal 1932 assume ufficialmente la qualifica di antifascista, così come risulta dalla sua iscrizione nella rubrica di frontiera. I suoi spostamenti, in zone diverse della stessa regione, le Alpi Marittime, debbono essere interpretati in relazione alla sua attività politica, alla luce dell’impegno che gli è attribuito dalle fonti, nell’UPI e nella CGT. Nel 1937 è garibaldino in Spagna, segnalato nelle azioni importanti, anche sull’Ebro, secondo alcune fonti, che riteniamo attendibili, ma questo non compare nella sua scheda di internato nel campo del Vernet, dove arriva dopo aver peregrinato tra vari altri campi. E’ nell’ilôt dei comunisti; il governo di Vichy lo priva rapidamente della cittadinanza francese, ottenuta nel 1940. Dal 1942, riacquistata la libertà, inizia la sua attività nel maquis, con il ruolo di animatore delle prime formazioni. La fine della sua vita avviene nel luglio 1944, quando ormai la sconfitta nazifascista in Francia è un dato acquisito, a un mese dall’avvenuto sbarco in Normandia. Non è ucciso in un combattimento, ma in seguito a torture, inflittegli dai nazisti dopo un arresto. Viene impiccato a un lampione stradale a Nizza, dove una targa ricorda questo episodio. Una osservazione marginale, rispetto ai nostri temi: un segno di memoria per una vittima come Grassi, a Nizza, in un paese che non è il suo, è fatto normale, in Francia, dove ogni centro urbano, anche se piccolo, esibisce rispetto per la memoria di uccisioni, stragi, deportazioni, come accade in un paese, che ha fatto i conti con il proprio passato, anche per quelle “zone d’ombra”, che rimandano a responsabilità. La barbarie di quest’uccisione è assolutamente analoga, nella forma, a quello che manifestano i tanti episodi italiani di azioni dimostrative, di speciale crudeltà, compiute magari da soldati comuni, ma coerenti con disegni strategici analoghi. Le forme della violenza estrema, nell’Europa che visse le premesse del progetto nazifascista di “nuovo ordine europeo”, anche se in circostanze diverse, sono analoghe. Figure come quella di Angelo Grassi, uomini comuni, mostrano un percorso di maturazione della coscienza, etica e politica, importante, un inizio del processo che dà inizio alle democrazie dei paesi occidentali, nell’Europa postbellica, e prefigura un orizzonte - tale rimane, purtroppo, ancora oggi - di condivisione europea.

Nizza: Bd. Medecin
[NOTE]
1 G. Pajetta, Douce France, Editori Riuniti, Roma, 1971, pp. 6-7.
2 Cfr: in questo sito la sezione Note di metodo e fonti, relative al secondo progetto, dove si dà conto delle nuove esplorazioni, bibliografiche e archivistiche. In questa sede, naturalmente, gli archivi francesi hanno avuto una funzione determinante.
3 Com’è anticipato nella sezione Dai progetti alle ricerche, è in corso una terza fase di ricerche, conseguente all’approvazione del nuovo progetto, che consisterà anche in una pubblicazione cartacea, comprensiva degli esisti dell’intero lavoro. Tema: La guerra civil española: escuela de antifascismo y de ciudadanía europea. Comunicar y difundir algunas memorias y historias ejemplares de brigadistas (Orden PRE/786/2010, de 24 de marzo, Ministerio de la Presidencia).
4 (Le Maréchal Pétain, Appel et messages aux francais, juin 1940, mars 1941, opuscolo, Toulouse, s.d., p. 9).
5 J. Hermanos, Spagna clandestina, Fetrinelli editore, Milano 1955, pp. 92-3.
6 Cfr. Exils et migration. Italiens et Espagnols en France. 1938-1946, a cura di Pierre Milza e Denis Peschanski, Editions l’Harmattan, Parigi, 1994.
7 E. Signori, Républicains et giellistes en France, Ivi, p 559.
8 G. Perona, Les italiens dans la Résistence francaise, Ivi, p. 635.
9 Idem, p. 645.
10 Idem, p. 637.
11 Ibidem.
12 Exils et migration…, cit., p.656.
Francesco Cecchetti e Luciana Rocchi, Note sulla Resistenza in Francia, Volontari antifascisti toscani tra guerra di Spagna, Francia dei campi, Resistenze, ISGREC, Istituto Storico Grossetano della Resistenza e della Storia Contemporanea