sabato 23 ottobre 2021

Circa i partigiani sovietici in Italia


San Francesco: questo paese costituì il bastione settentrionale della difesa partigiana della Val d'Arzino, bastione in cui si svolsero violenti combattimenti. Quasi ogni famiglia di San Francesco ha avuto un congiunto partigiano, ma il paese ha portato fortuna: nessun partigiano locale è caduto. Nel cimitero sono ricordati con una lapide solo il comandante Daniel ed un suo gregario del battaglione «Stalin» operante qui nella Destra Tagliamento.
Qual è la storia di questo battaglione?
Nel mese di maggio 1944 si era formato all'interno del battaglione garibaldino «Matteotti», un distaccamento di soldati sovietici fuggiti dai campi di prigionia tedeschi e qui giunti attraverso la Francia, la Svizzera, l'Austria.
Alla trentina di uomini iniziali si aggiunsero altri durante l'estate, tanto che nella seconda metà di agosto 1944 fu costituito a Pozzis con circa 120 elementi, un battaglione autonomo denominato «Stalin», alle dipendenze della neo-Brigata «Picelli» formata dai battaglioni «Matteotti», «Sozzi» e «Martiri di Belfiore», con il compito di difendere l'alta Val d' Arzino e l'ansa tra la Destra Tagliamento e il lago di Cavazzo.
Il battaglione si distinse sin dall'inizio per disciplina, per la decisione e il valore dei suoi uomini e in agosto-settembre 1944 assunse un ruolo importante nella lotta contro i cosacchi. Allorché il 2 ottobre i tedeschi scatenarono l'offensiva contro le zone libere partigiane, il battaglione «Stalin» si battè con accanimento alla Sella Chianzutan e a Pozzis. I tedeschi furono contenuti e indotti a ritirarsi alle basi di partenza anche perché gli attaccanti da sud trovarono analoga resistenza, affrontati nella zona di Travesio, Castelnuovo e Pinzano dalla Brigata «Garibaldi-Tagliamento» e dalla III Brigata «Osoppo-Friuli».
Tra il 5 e il 15 novembre '44 i tedeschi ripresero gli attacchi nella Sella Chianzutan e verso Pozzis con lo scopo di logorare le forze partigiane ed eliminare il battaglione «Stalin». L'11 novembre raggiunsero San Francesco. Il battaglione «Stalin» contrattaccò e il combattimento durò l'intera giornata. Il giorno dopo tedeschi e cosacchi ripiegarono su Verzegnis con forti perdite. Il battaglione «Stalin» si ridusse tra ottobre e novembre dai 120 uomini iniziali a 50 effettivi.
Anche il suo comandante Daniel, capitano dell'Armata Rossa, mancò all'appello. Il suo corpo fu ritrovato il 14 novembre, a circa 1 km a nord di San Francesco, presso un tombino dove, ferito, si era trascinato per mettersi al riparo, morendo dissanguato. Daniel fu seppellito a Clauzetto.
Il battaglione «Stalin» fu spostato dalla Val d'Arzino alla Val Tramontina nella frazione di Maleon sotto il Monte Rest dove fu riorganizzato e fu nominato un nuovo comandante, Alexej, anch'egli ufficiale russo. Commissario fu confermato «Silos» che parlava anche l'italiano.
Il 27 novembre 1944 il comando tedesco, dopo aver ammassato circa 10.000 uomini a sud, tra Spilimbergo e Meduno, e circa 3.000 cosacchi a nord sulla sinistra del Tagliamento per impedire un ripiegamento partigiano in Carnia, iniziò l'attacco alle ultime due vallate libere.
[...] Il rapporto di forze era di 6-7 a 1 in fatto di uomini a favore dei nazifascisti ed enormemente maggiore in fatto di armi pesanti. I partigiani possedevano pochi mortai e mitragliatrici e niente artiglieria. Malgrado la strenua resistenza furono disgregati dopo alcuni giorni di combattimento. I nazifascisti penetrarono nella Val Tramontina e nella Val d'Arzino. Inseguirono i partigiani in alta montagna, battagliando «casera» per «casera». Caddero nella impari lotta i comandanti della Brigata «Garibaldi-Tagliamento» Giannino Bosi («Battisti») ed Eugenio Candon («Sergio»), i comandanti di battaglione Carlo Schiavi («Chico») del «Sozzi» e Giovanni Braida («Boris II») del «Santarosa». Solamente il comandante della Brigata «Garibaldi-Picelli» Luigi Grion («Furore») con i battaglioni «Matteotti» e «Martiri di Belfiore» riuscirono a passare il Tagliamento senza perdite ed a spostarsi nel Tarcentino. Il battaglione «Sozzi» invece, disintegrato, si sciolse.
I 50 uomini del battaglione «Stalin» furono adibiti, nei primi giorni di lotta, a difesa del comando delle Brigate garibaldine. La sera del 30 novembre raggiunsero Malga Chiamp a nord del Monte Frascola.
Qui ebbero il compito di difendere la zona almeno per tre giorni, in modo da permettere lo sganciamento degli altri reparti. Il battaglione fu attaccato e quasi circondato. Contrattaccò disperatamente, subendo dolorose perdite. Nove partigiani russi si dispersero e, non trovando più collegamenti - in quei giorni nella zona imperversava una bufera di neve - decisero di dirigersi verso la Svizzera che raggiunsero nel febbraio 1945. Gli altri si divisero in due gruppi: uno con il comandante Alexej si diresse verso la zona assegnatagli di Forni di Sopra che raggiunse a metà dicembre '44; l'altro con alcuni ammalati e feriti, si diresse verso i monti sopra Preone. Il sindaco di Forni si preoccupò dell'arrivo degli uomini del battaglione poiché la zona, fino al Passo della Mauria, era strettamente sorvegliata dai cosacchi e la popolazione temeva eventuali scontri e rappresaglie.
Gli uomini dello «Stalin» rimasero inattivi sino a metà febbraio del '45. Poi il gruppo fu individuato ed attaccato. Dovette difendersi anche a causa dell'intervento, fra i cosacchi, di un traditore già appartenente al battaglione e che aveva disertato.
A fine febbraio del 1945 il comandante decise di unificare il battaglione e si recò nella Val Preone. Ai primi di marzo lo «Stalin» si riunì a Forni di Sopra ma era ormai ridotto a 27 uomini. Diventando difficile la permanenza a Forni, il 10 marzo il gruppo si divise nuovamente.
Il nucleo più valido si spostò in Val Pesarina al rifugio De Gasperi a 1770 metri. I rifornimenti dovevano prenderli a Sappada attraverso il Passo di Siera e proprio a causa di questo furono individuati.
Il 2 aprile, giorno di Pasqua, furono attaccati. Per tutta la giornata, 12 uomini tennero testa a 250 cosacchi. Durante le notte, i nove rimasti vivi riuscirono a lasciare il Rifugio ed a ritornare a Forni. Qui il battaglione si ricompose raggiungendo, con l'aggregazione di nuovi elementi, la forza di 50 uomini.
Con la primavera il battaglione divenne più attivo, passando dalla posizione di controllato a quella di controllore del movimento dei cosacchi non più tanto sicuri di se stessi per le notizie dell'andamento della guerra.
Il 29 aprile 1945, «Silos», ora comandante del battaglione, saputo che Tranquillo De Caneva («Ape») comandante della Brigata «Garibaldi-Carnia», era stato arrestato dai cosacchi e portato a Mediis, assaltò il comando cosacco liberando De Caneva. Nello stesso giorno lo «Stalin» bloccò una colonna tedesca che tentava di ritirarsi attraverso il Passo della Mauria. I tedeschi per non impegnarsi in combattimento, preferirono invertire la rotta e tornare a Tolmezzo per prendere la via di Monte Croce Carnico.
Ai primi di maggio anche molti soldati georgiani già in contatto con i garibaldini al cui fianco avevano combattuto a Villa Santina ed a Ovaro, si unirono al battaglione «Stalin» che raggiunse così nuovamente l'organico di 120 uomini. A metà maggio, a guerra finita, il battaglione fu radunato a Tolmezzo dove ricevette il saluto delle autorità e del comando delle Divisioni Garibaldi. Partì quindi per l'Austria per rientrare in Patria.
Bruno Steffè, Partigiani sovietici con la Resistenza in Friuli, Qualestoria. Rivista di storia contemporanea. Anno XXIII, N.ro 3, dicembre 1995

Domenica 12 Maggio alle 15 sul sagrato della chiesa di San Giacomo a Clauzetto, avrà luogo l’annuale cerimonia ricordo dei partigiani sovietici caduti in Friuli, con particolare riferimento alla figura di Danijl Avdeev Varfolomeevic, il Comandante Daniel, nato a Noviki Vologodskaia il 21 dicembre 1917, caduto in località San Francesco di Vito d’Asio l’11 novembre 1944, ufficiale sovietico, Medaglia d’oro della Repubblica italiana al valor militare. Fuggito dai lager tedeschi con altri compatrioti, arrivato in Friuli si aggregò al battaglione garibaldino “Matteotti”. Comandante del battaglione “Stalin”, composto da russi e polacchi, cadde in Val D’Arzino nel novembre del 1944 tentando di arginare l’offensiva nazifascista per permettere lo sganciamento delle formazioni partigiane verso la Val Tramontina. [...]
Redazione, Clauzetto ricorda i partigiani sovietici morti in Val D’Arzino, friulionline, 11 maggio 2019 

[...] Biografia del comandante Daniel
Danijl Avdeev Varfolomeevic, nato a Noviki Vologodskaia il 21 dicembre 1917, caduto in località San Francesco di Vito d'Asio (PN) l’11 novembre 1944, ufficiale sovietico, Medaglia d’oro della Repubblica italiana al valor militare.
Avdeev, ufficiale di cavalleria dell'Armata sovietica combatté sul fronte meridionale russo. Catturato prigioniero una prima volta, riuscì a rimpatriare. Assegnato ad un reparto di disciplina, dopo un internamento, venne nuovamente catturato dai  tedeschi e trasferito in alcuni lager tedeschi (sull'Elba prima e nel nord della Francia poi). Qui conobbe due delle persone che avrebbero condiviso la sua esperienza di lotta al nazismo: Alexandr Kopilkov e Anton Melniciuk. In momenti diversi, i tre riuscirono a fuggire dal lager e a ritrovarsi  in.Svizzera.. Con un avventuroso  viaggio a piedi, durato più di un mese, i tre arrivarono in Friuli e, il 24 maggio 1944, si aggregarono al battaglione garibaldino "Matteotti" che operava sulle montagne attorno al lago di Cavazzo.
In seguito, venne costituito in seno al Battaglione "Matteotti", il "Battaglione Stalin", composto in gran parte da russi e polacchi alla cui guida venne designato proprio Avdveev che prese il nome di battaglia di "Comandante Daniel".
Il Battaglione venne inizialmente impiegato soprattutto nella zona tra Cavazzo ed Amaro; nel mese di ottobre, con l'inizio dell’offensiva nazifascista che avrebbe portato allo smantellamento dell'organizzazione partigiana e all'occupazione cosacca, venne spostato in Val d'Arzino. Qui i partigiani dello "Stalin" tennero testa a varie puntate offensive naziste sino a che l'11 novembre 1944, il gruppo di Daniel venne  sorpreso e sopraffatto. Oltre a un partigiano russo ed uno polacco, lo stesso comandante rimase ucciso. Nel mese di luglio del 1996 l'allora Presidente della Repubblica Scalfaro ha conferito una medaglia d'oro al valor militare alla memoria dell'ufficiale sovietico Danijl Avdeev Varfolomeevic, il "Comandante Daniel". La medaglia è stata consegnata, nel 1987, dall'Ambasciatore italiano a Mosca a una pronipote del Comandante Daniel...
Redazione, Partigiani sovietici morti in Friuli, ricordo del 'Comandante Daniel', ilFriuli.it, 11 maggio 2019

Mehdi Huseynzade - Fonte: Wikipedia

[...] Da queste legioni sono molti a disertare e unirsi di nuovo all’Armata Rossa o a entrare in clandestinità, atteggiamento che fa ancor più perdere la fiducia dei tedeschi nei confronti dei sovietici, che vengono quindi ritirati dal fronte orientale e dirottati su quello occidentale, allontanandoli dalla madrepatria. Anche così, però, gli antifascisti non rinunciano ai loro propositi di fuga e, giunti con le legioni naziste in Francia e in Italia, nell’estate del 1943, fuggono mettendosi in contatto con le formazioni partigiane locali. Corpi di partigiani azeri e georgiani legati alla Brigata Garibaldi sono attivi in Emilia, nelle zone di Parma e Piacenza e nel bolognese, fino a tutto l’Appennino tosco-emiliano; altri sulle montagne nella zona di Bergamo e di Brescia, dove è attestata la presenza di disertori russi, cecoslovacchi, polacchi e altri non meglio identificati “slavi” di cui i testimoni ricordano le prove di coraggio. Come quella del georgiano Pore Mosulishvili - attivo nell’area del Lago Maggiore assieme ad altri caucasici - che, accerchiato dai tedeschi, si suicida a inizio dicembre 1944. Qualche tempo prima, il 24 ottobre, tra i trucidati nelle stragi compiute dalla polizia fascista nei dintorni di Novara - un’azione di vendetta nei confronti delle operazioni partigiane della zona - c’è anche il georgiano Sikor Tateladze, che viene impiccato assieme ai compagni italiani.
Il più noto, però, è il partigiano Mikhailo, nome di battaglia con cui passa alla storia Mehdi Huseynzade, un giovane artista poliglotta, destinato a morire a 25 anni e a essere ricordato come eroe. Tenente dell’Armata Rossa ferito gravemente e fatto prigioniero in battaglia nel 1942 nei pressi di Stalingrado, Huseynzade, di fronte all’opzione di andare in campo di concentramento, preferisce entrare nella Legione nazionale azerbaigiana, con l’idea di fuggirvi il prima possibile. Qui, grazie al suo talento per le lingue, diventa interprete e viene affidato alla 152esima divisione turkestana di fanteria, nel reparto di propaganda e controspionaggio. Questa, dopo l’8 settembre del 1943, viene inviata nella zona di operazioni Litorale Adriatico, la nuova provincia del Reich tedesco che comprende Trieste e la Venezia Giulia; qui Huseynzade progetta la fuga insieme ai suoi compagni Javad Hakimli e Asad Gurbanov.
I tre riescono a mettersi in contatto con dei partigiani comunisti e a entrare nel IX Korpus del Fronte di liberazione sloveno, composto di sloveni e italiani legati alla Brigata Garibaldi. È da loro che Huseynzade viene ribattezzato Mikhailo ed è con loro che progetta diversi attentati contro le postazioni tedesche nella zona, tra cui l’esplosione di una bomba in un cinema pieno di soldati tedeschi a Villa Opicina il 2 aprile 1944, che provocò 80 morti e 110 feriti; 20 giorni più tardi salterà poi in aria il circolo militare Deutsches Soldatenheim in via Ghega a Trieste durante uno spettacolo, facendo 450 tra morti e feriti. Il mese dopo esploderà il casinò militare di via del Fortino, sempre a Trieste, e verrà innescato un ordigno in una caserma.
A settembre dello stesso anno, Mikhailo, travestito da ufficiale nazista, fa saltare due aerei e 25 automezzi in un autodromo tedesco e il mese dopo, con i suoi uomini, fa un’incursione in carcere liberando 700 prigionieri di guerra. La taglia che pende sulla sua testa non gli impedisce di portare a termine un ultimo attentato in un cinema militare di Sezana; ma quando, a novembre, cerca di introdursi nei magazzini di uniformi tedesche a Gorizia, i tedeschi lo fermano. Secondo il dossier ufficiale – in cui probabilmente la realtà sfuma nel mito - gli inseguitori individuano la località in cui Mikhailo alloggia, e lui, accerchiato, uccide 25 soldati tedeschi, prima di suicidarsi con l’ultimo proiettile rimasto. Esiste un’altra versione secondo cui i nazisti trovarono per caso Mikhailo a pranzo in una trattoria nel villaggio di Vitovlje, in Slovenia, e lo trucidarono. Un suo compagno, il georgiano David Tatuashvili, gli costruì una tomba in una località che oggi si trova in Slovenia, su cui Javad Hakimli - che ne parlerà nel 1963 nel suo libro di memorie Intigam (“La vendetta”) - incide la stella rossa dell’Urss. [...]
Silvia Granziero, L'incredibile storia dimenticata dei 5000 partigiani sovietici che aiutarono la Resistenza Italiana, The Vision, 22  ottobre 2021


Migliaia di cittadini sovietici parteciparono alla resistenza in Italia. Tra di loro, molto numerosi furono gli azerbaigiani, che si distinsero per coraggio. FarodiRoma ha intervistato in proposito il prof. Ilham Abbasov, ricercatore dell’Istituto di filosofia e sociologia dell’Accademia nazionale delle scienze dell’Azerbaigian. Merita una menzione speciale il partigiano azero  Mikhailo, il nome di battaglia di Mehdi Hüseynzade, soldato dell’Armata Rossa con un passato di cultore e insegnante di letteratura che, durante la seconda guerra mondiale, venne catturato dai tedeschi ed arruolato nella Wehrmacht sul fronte italo-jugoslavo, dove decise di fuggire e unirsi ai partigiani jugoslavi, divenendo commissario della “Compagnia russa” (Руска чета), comandata da Cavad Hakimli, della 3ª Brigata di Liberazione Popolare slovena intitolata a Ivan Gradnik. In una lettera alla sorella scrisse: “Non so se sopravviverò o meno, ma vi do la mia parola che non dovrete abbassare la testa a causa mia, e un giorno sentirete parlare di me. Se muoio, morirò da eroe, con una morte coraggiosa”. Realizzò numerosi attentati contro i nazisti, con i suoi compagni fecero saltare un ponte vicino alla stazione ferroviaria di Postumia, che portò al deragliamento di un treno con 24 vagoni e poi il casinò di Trieste con 150 ufficiali tedeschi. Il 2 aprile 1944, con un altro guerrigliero azerbaigiano, Tagi Aliyev (nome di battaglia: Ivan Cherniy), fece esplodere una mina ad azione ritardata nel cinema di Opicina vicino a Trieste, causando l’uccisione immediata di 80 persone e ferendo 260 tedeschi, 40 dei quali morirono poi in ospedale. Il giorno successivo il comando tedesco ordinò una rappresaglia, che portò all’eccidio di Opicina in cui vennero fucilate 71 persone. Il 2 novembre 1944, di ritorno da una missione eseguita con successo per distruggere un deposito di munizioni tedesco, Mikhailo cadde in un agguato tedesco vicino alla città di Vittuglia, nell’odierna Slovenia. E’ sepolto presso il cimitero di Chiapovano, frazione del comune di Nova Gorica, oggi riunificato a Gorizia. Nel 1957 venne insignito postumo del titolo di Eroe dell’Unione Sovietica ed è tuttora considerato un eroe nazionale in Azerbaigian, celebrato con romanzi e poemi, film e monumenti. sull’argomento segnaliamo il libro di Mikhail Talalay, “Dal Caucaso agli Appennini. Gli azerbaigiani nella Resistenza italiana”, Sandro Teti editore.
Professore, quanti furono gli azerbaigiani nella resistenza italiana?
Purtroppo non abbiamo cifre precise. Sappiamo però che circa 5100 cittadini sovietici lottarono nelle brigate partigiane in Italia e tra di loro molti azerbaigiani. Ci furono persino dei reparti partigiani composti interamente da azerbaigiani. Nei ranghi della 31° Brigata Garibaldi operò un battaglione azerbaigiano di una quarantina uomini, comandato da Ibrahim Ibrahimov. Nella 59° Brigata “Caio”, invece, era attivo un reparto al comando di Magerram Mamedov. Di quest’ultimo faceva parte Ashur Amirhanov, meglio noto ai suoi compagni di battaglia italiani come “Amerkanoff”, che cadde eroicamente nei pressi di Piacenza. Da allora, il comando ribattezzò in suo onore il reparto “Distaccamento Amerkanoff”.
Perché gli azerbaigiani si trovavano in Italia? 


Si trattava di soldati dell’Armata Rossa catturati sul fronte orientale. Con i prigionieri di guerra i tedeschi crearono delle legioni su base etnica, i cosiddetti “battaglioni orientali”. Questi reparti vennero inviati in Italia settentrionale e in Jugoslavia, per proteggere le retrovie e combattere i partigiani. Però molti di loro finirono per unirsi ai partigiani. I primi azerbaigiani a cambiare fronte furono i fratelli Tashibjaio e Njashibjao Mikaj, che caddero in battaglia nell’autunno 1943 a Santa Maria Capua Vetere.
Nel settembre dello stesso anno raggiunse la lotta antifascista Tair Isaev, che combatteva nei pressi di Bergamo con le “Fiamme Verdi”. Con il soprannome di “Serafino” assunse il comando di una compagnia partigiana e nel 1974 gli è stato perfino dedicato un documentario. Sposò un’italiana, Adele Maurizio, e suo figlio divenne poi ammiraglio della flotta mercantile italiana. Ricevette diverse onorificenze, tra cui la medaglia “Garibaldi”. Questo prestigioso riconoscimento venne concesso in tutto a 9 azerbaigiani. Di loro, 8 erano partigiani, mentre un altro, Bülbül, era un tenore, oltre che presidente dell’associazione di amicizia Urss-Italia.
Vale la pena menzionare anche Mamed Bagirov, che fu l’unico partigiano sovietico a ricevere una pensione dallo stato italiano. Comandò un gruppo di partigiani sovietici all’interno del distaccamento “Ubaldo Fantacci” e prese parte alla liberazione di Pistoia, di cui divenne cittadino onorario. A Udine, inoltre, operò il distaccamento “Chapaev”, al comando dell’azerbaigiano Ali Babaev, detto “Piotto”. Questi partecipò insieme a un suo compatriota, noto come “Michele l’azerbaigiano” o anche come “Mosca”, a una delle azioni più ardite della resistenza: l’attacco alla prigione di Udine (7 febbraio 1945), che portò alla liberazione di oltre 70 detenuti. Su “Michele” mancano dati precisi, ma pare si chiamasse Orudzh Aliev e fosse originario del distretto di Shamkir.
Anche nella zona di Piacenza combatterono diversi azerbaigiani. Due di essi si distinsero per coraggio: Ismail Ibragimov e Vilajat Guseinov. Gli furono dedicate targhe commemorative e sul loro conto fiorirono varie leggende. Di Guseinov, ad esempio, si disse che aveva arrestato Mussolini, cosa che ovviamente non è vera, visto che morì nel dicembre del 1944.
Ci furono anche azerbaigiani che combatterono al fianco dei tedeschi?
Sì, ci furono anche dei collaborazionisti, ma in genere si trattava di reparti reclutati con mezzi coercitivi dai nazisti e che dunque non erano affatto leali. Basti pensare alla strage di Monti di Nese, in provincia di Bergamo, dove nell’aprile del 1945 i fascisti uccisero 120 azerbaigiani, che volevano disertare e raggiungere i partigiani.
Chi è Mikhailo?
Mikhailo è il nome di battaglia di Mehdi Hüseynzade. È probabilmente il più noto dei partigiani azerbaigiani. Era un uomo poliedrico, un artista e un poliglotta. Parlava correntemente tedesco, francese, spagnolo, italiano e sloveno, oltre ovviamente alla lingua materna e al russo. Prese parte alla guerra partigiana nella regione di Trieste e in Slovenia, distinguendosi per coraggio e dedizione. In tutto furono circa 40.000 i cittadini sovietici attivi nella resistenza in Europa e Mikhailo fu il primo a essere decorato con la massima onorificenza dell’Urss: il titolo di Eroe dell’Unione Sovietica, che ricevette post mortem nel 1957 [...]
Giordano Merlicco, 25 aprile. Non dimentichiamo il coraggio di Mikhailo, il partigiano azero Mehdi Hüseynzade, e dei suoi compagni (Intervista a Ilham Abbasov), Faro di Roma, 25 aprile 2021

lunedì 18 ottobre 2021

Per Dino la vita da borghese finisce i primi di marzo del 1940


Lettere dal fronte” è un progetto multimediale basato sulla corrispondenza di Bernardino “Dino” Ferrero artigliere dell’esercito italiano, dall’11 marzo 1940, tre mesi prima della dichiarazione di guerra alla Francia, fino alla fine della seconda guerra mondiale.
Il progetto è destinato prima di tutto ai giovani e più in generale a chiunque voglia aderirvi gratuitamente: famiglie degli ex internati militari, scuole di ogni ordine e grado, cultori di storia, Comuni e aziende citate nelle lettere, associazioni culturali, più in generale persone interessate o anche solo incuriosite dalla possibilità di ricevere in maniera continua corrispondenza dal passato.
La documentazione comprende circa 150 tra lettere e cartoline inviate dall’Italia, dalla Francia, dall’Albania, dalla Grecia e dalla Germania; un centinaio di fotografie; documenti militari (attestati, onorificenze, foglio matricolare, tessere, ecc.); alcuni quotidiani dell’epoca; tre lettere dai campi di prigionia in Germania, prima come IMI e poi come prigioniero di un campo KZ.
Tempistica: le lettere e le fotografie (oltre al collegamento ai giornali dell’epoca) verranno pubblicate sul sito internet “Lettere dal fronte”, oppure inviate per posta elettronica (vedi a fondo pagina) a chi ne farà richiesta, a partire dall’11 marzo 2020, a distanza di 80 anni esatti dall’entrata in guerra dell’Italia. L’invio potrà riguardare la scansione dell’originale e/o la trascrizione fedele e/o il file audio (qualora si riesca a realizzare quest’ultima forma di divulgazione).
Nelle lettere vengono citati molti luoghi, persone e avvenimenti dell’epoca: 98 persone (alcune famose come attori, politici o sportivi), 119 luoghi (città, paesi, vie, monumenti), 15 corpi militari, 5 giornali diversi, 17 film, 6 canzoni, 24 marchi commerciali. E’ stata avanzata richiesta di patrocinio ai tanti Comuni citati, italiani e stranieri.
Le lettere andranno man mano a costituire alla fine dell’opera un vero e proprio diario di guerra.
 
[Questo progetto a questa data è concluso, come, altresì, messo in evidenza dalla locandina qui riprodotta nella soprastante immagine]

[...] Per Dino la vita da “borghese”, così si diceva in contrapposizione alla vita da militare, finisce i primi di marzo del 1940 quando riceve la cartolina precetto: si deve presentare lunedì 11 marzo al distretto militare di Torino dove verrà sottoposto a visita medica e assegnato ad un reparto. Venerdì 8 marzo 1940 sarà il suo ultimo giorno di lavoro alla cava Gualdoni di Sant’Ambrogio, tre giorni dopo inizierà la sua avventura militare che durerà più di cinque anni. Lui e altri milioni di giovani sottratti alle famiglie e parcheggiati nelle caserme in attesa di una guerra sciagurata ma divenuta inevitabile.
Quindi l’11 marzo 1940, tre mesi esatti prima della dichiarazione di guerra, Dino entra al distretto militare di Torino e, a fine giornata, scrive la prima di una lunga serie di lettere alla sua famiglia.
Essendo un giovane sano e robusto viene dichiarato abile e viene arruolato nel corpo degli artiglieri da montagna. Il primo periodo di naia lo trascorre in varie località del Piemonte. Prima di tutto Venaria Reale dove avviene appunto la sua assegnazione all’arma dell’artiglieria da montagna. Quindi Condove, dove segue il  periodo di addestramento che si conclude con il giuramento di fedeltà al Re e alla Patria. Poi, come ci si attendeva da tempo, il 10 giugno 1940 il capo del governo italiano dichiara guerra agli Alleati. Va detto che cinque giorni prima i tedeschi avevano di fatto annientato la resistenza dell’esercito francese e si accingevano ad entrare a Parigi. Temendo che l’Italia potesse restare esclusa dal “tavolo della pace” Mussolini la fece entrare nel conflitto. Ma le forze armate italiane, indebolite dai precedenti impegni in Etiopia e in Spagna, non erano pronte a sostenere un conflitto di tale portata. Mussolini, convinto di un’imminente vittoria tedesca, non ritornò indietro dalla sua decisione e sferrò quella che rimase alla storia come la “pugnalata alle spalle” della Francia.
Dino viene inviato al fronte occidentale, nella zona d’operazioni del Colle del Moncenisio in Val di Susa. In questi mesi di spostamenti Dino passa più volte con il treno per Alpignano, il suo paese. Dal finestrino vedrà passare i suoi luoghi e la sua casa, vedrà persone conosciute, ma senza potersi fermare a salutarle.
L’attacco alla Francia sarà cruento ma breve. La cosiddetta “battaglia delle Alpi Occidentali” vede l’esercito italiano andare all’offensiva e quello francese resistere efficacemente. Tuttavia la disfatta di fronte all’avanzata dell’esercito tedesco induce i francesi a chiedere l’armistizio. Il Reich impone alla Francia di arrendersi anche all’alleato italiano, cosa che avviene il 25 giugno 1940.
La sciagurata aggressione alla Francia costa 651 morti (631 italiani e 20 francesi), 756 dispersi (616 italiani e 150 francesi, oltre a 2.715 feriti (2.631 italiani e 84 francesi), ma Mussolini raggiunge il suo scopo.
Dopo sole due settimane di guerra cessano quindi le ostilità ed inizia l’occupazione italiana della Francia sud-orientale. Eppure già in queste due settimane Dino rischia per la prima volta la vita sotto il tiro dei mortai francesi. Salva la pelle e alla fine del breve conflitto si ritrova a far parte dell’esercito d’occupazione, nel paese francese di Lanslebourg, da dove come sempre scriverà ai suoi cari per raccontare le vicende vissute.
Lunedì 30 settembre 1940 il pellegrinaggio di Dino ricomincia. Prima a Caselle torinese (TO) poi, due giorni dopo e sempre a piedi, ad Agliè (TO).
La tappa successiva è Vercelli dove arriva il 27 ottobre e lo comunica subito alla famiglia con una cartolina che ritrae la caserma Conte di Torino, sede del locale distretto militare.
Sul suo foglio matricolare tuttavia risulterà “trasferito alla forza matricolare del 17° Regg.to Art. per il Rep. Com. del 59° Regg. Art.” solo il 15 gennaio 1941. Ma di certo in quella data Dino era già da tempo a Vercelli, come del resto testimonia pure la tessera trimestrale rilasciatagli dal Comandante del Reggimento il 1° gennaio 1941.
Quest’ultimo documento è di particolare interesse perché ci rivela che Dino, il cui grado è artigliere scelto, in questa fase lavora otto ore al giorno al distretto come scritturale nell’ufficio amministrazione, e gode della libera uscita dalle 19 alle 22.
l fatto che lavori negli uffici amministrativi è ulteriormente dimostrato dal fatto che le sue lettere e cartoline sono ora scritte a macchina. In questo periodo riesce a passare qualche fine settimana in licenza ad Alpignano. Ma proprio in questo periodo, più esattamente il 28 ottobre 1940, l’Italia attacca la Grecia a partire dal territorio albanese già occupato nell’aprile 1939. La guerra alla Grecia, che nella presunzione del governo fascista e delle alte gerarchie militari avrebbe dovuto risolversi in poche settimane, in realtà si trasforma ancora una volta in una disfatta. L’esercito italiano viene ricacciato in territorio albanese. Vengono così mobilitate ulteriori divisioni che poco alla volta si raggruppano al di là dell’Adriatico per ritentare l’invasione.
La divisione Cagliari di cui fa parte Dino non verrà risparmiata, ed il 25 gennaio si ritrova a Bari in attesa di imbarcarsi per l’Albania. Dal fronte francese a quello greco-albanese in pochi mesi.
Da Bari partirà il 28 gennaio 1941 con il piroscafo Italia, per sbarcare a Durazzo il giorno dopo. Il piroscafo Italia fu utilizzato come trasporto truppe, in prevalenza sulle rotte per l’Albania e per la Libia,  effettuando numerosi viaggi senza subire alcun danno.
L’arrivo in Albania avviene quando è ancora pieno inverno e il clima ostacola non poco le azioni di guerra dell’esercito italiano. Dino scrive subito ai familiari per rassicurarli (sto benissimo, è un luogo bellissimo) quasi per far credere loro di essere andato in vacanza, ma sa bene che sta avvicinandosi al fronte con tutti i pericoli che ciò comporta.
Ancora a metà febbraio le piogge torrenziali sul terreno argilloso provocano uno strato di fango tale da arrivare alla pancia dei cavalli. Dino, dopo essere stato in trincea al fronte per alcuni giorni, si autodescrive come “uomo di argilla” anche perché i piedi sprofondano nel fango che arriva fin sopra le ginocchia.
A metà marzo Dino si trova nella città di Fier Sheganit, non lontano da Valona e dal confine greco-albanese.
L’esercito italiano è ripartito all’attacco il 9 marzo 1941 in quella che viene chiamata “offensiva di primavera“. Lo stesso Mussolini, giunto in Albania il 2 marzo, assiste all’inizio dell’attacco. Comprese le truppe d’appoggio sono 50000 i soldati italiani in campo. L’attacco, dopo un inizio apparentemente confortante, segna il passo a poche ore dall’avvio. Dopo pesanti combattimenti e perdite sanguinose, i reparti non riescono a conquistare che poche posizioni in alcuni casi subito perdute a seguito di contrattacchi greci. L’offensiva italiana rimane infruttuosa fino al 16 marzo, quando viene interrotta. In due sole settimane le perdite ammontano a circa 12000 uomini tra morti e feriti, a fronte di miseri guadagni territoriali.
Non solo, l’attacco italiano alla Grecia viene accolto con disappunto dai tedeschi. Innanzitutto Mussolini ha ignorato gli appelli di Hitler e poi la conduzione del piano era stata giudicata molto negativamente dagli esperti militari tedeschi, i quali si aspettavano una fulminea invasione sul modello di quella da loro attuata in Norvegia. Così l’esercito tedesco è quasi costretto ad intervenire e il 6 aprile 1941 attacca contemporaneamente da est la Jugoslavia e la Grecia. Dopo neanche una settimana, il 12 aprile, l’esercito greco richiama le sua divisioni dal fronte albanese. Le forze italiane possono così spingersi in avanti nel vuoto lasciato dai greci in ritirata. Il 14 aprile le truppe italiane rioccupano Coriza, seguita il 18 aprile da Argirocastro; quello stesso giorno i tedeschi sono in prossimità di Larissa. Il comando greco si arrende ai tedeschi il 20 aprile, ma l’armistizio è tutto in chiave anti-italiana: non è prevista la resa dei reparti greci all’Italia, le unità tedesche si dovrebbero interporre tra italiani e greci, i soldati ellenici non possono essere fatti prigionieri dagli italiani. A questo punto Mussolini protesta in prima persona e ottiene la resa incondizionata dei greci. La confusa situazione venutasi a creare tra greci in ritirata, truppe italiane che via via si imbattono nei tedeschi avanzanti viene risolta il 23 aprile a Giannina con la firma dell’armistizio conclusivo delle ostilità sul fronte greco-albanese.
Dopo la Francia quindi anche la Grecia. L’Italia e il suo alleato tedesco sembrano non avere ostacoli nell’occupare l’Europa. Ormai mancano solo più la Gran Bretagna e pochi altri Stati. Tra questi l’Unione Sovietica, che giocherà un ruolo fondamentale nella sconfitta dei nazisti pagando però un costo altissimo in termini di vite umane.
Nel frattempo gli Stati Uniti stanno a guardare, forse non percependo il pericolo di quanto succede nella lontana Europa. Il risveglio sarà brusco quando i giapponesi attaccheranno Pearl Harbour nel dicembre del 1941. Eppure già nel 1940 Charlie Chaplin con il suo film “Il grande dittatore” lanciò un grido di allarme attraverso l’uso della parodia satirica del nazifascismo. E’ rimasto celebre il discorso finale, una proclamazione d’amore, libertà, uguaglianza e solidarietà tra gli uomini nella speranza di tempi migliori.
Incomincia il lungo periodo dell’occupazione italiana delle isole greche e del Peloponneso, Dino viene destinato a sud. Attraversa città che descrive come bellissime: Giannina, Agrinio, Aitolico, Missolungi, Patrasso [...]
Redazione, La guerra di Dino lettera per lettera

sabato 16 ottobre 2021

Un fatto cui Revelli non ha partecipato in prima persona


La misteriosa identità di un nemico lontano nel tempo: la leggenda del "tedesco buono" catturato e ucciso dai partigiani italiani nella primavera del '44. Un racconto indagine fra i dubbi della storia e le inquietudini della coscienza.
[...] Questo racconto è la ricerca di una identità e la ricostruzione di una storia. Il cavaliere solitario, il "tedesco buono", era solito uscire ogni mattina, entrare nei casolari, passare tra la gente e poi rientrare nella sua guarnigione. Un giorno, nel suo andare si è spinto a ridosso del fiume, lì erano in sosta alcuni partigiani. La cattura, poi l'eliminazione. A questa sparizione segue da parte dei tedeschi una ricerca senza rastrellamenti. Il racconto è per Revelli una incessante ricerca, non solo anagrafica del giovane tedesco, ma della sua vita, dei suoi sentimenti. E così le vite di Revelli e di Rudolf Knaut si intrecciano. Entrambi hanno vissuto la campagna di Russia, la guerra e la presenza in territori altrui. Ma allora chi è il nemico?
Redazione, Nuto Revelli. Il disperso di Marburg, Einaudi

Cent’anni fa, il 21 luglio 1919, nasceva Nuto Revelli: alpino, partigiano, scrittore di etica civile.                  
Il disperso di Marburg, pubblicato da Einaudi nel 1994, segue le fila di un’inchiesta condotta da Nuto Revelli nell’arco di ben otto anni e, come altri suoi libri, ha la struttura di un diario.
Revelli aveva detestato per tanti anni i tedeschi, identificandoli con l’ideologia disumana che li aveva condotti in una guerra terribile. Tenente del battaglione Tirano, aveva conosciuto la durezza e la protervia dell’esercito germanico durante la ritirata di Russia, e poi durante la Resistenza, da comandante partigiano nelle fila di Giustizia e Libertà. Nell’ultima parte della sua vita era venuto a sapere di un tedesco forse gentile d’animo, forse comprensivo, che amava cavalcare da solo, ucciso dai partigiani senza un serio motivo. Questa morte lo colpì; cercò di saperne di più. Nella speranza di scoprire un alter ego, un altro uomo che ha sofferto e che ha poi capito, e che non ha seminato dolore.
“Quando la fantasia mi prendeva la mano, mi immedesimavo pericolosamente in quel «disperso», e lo vedevo giovane, ma già segnato dalla guerra, già stanco «dentro» come un vinto. Proprio com'ero io dopo l'esperienza del fronte russo. Ma non appena la pietà sembrava prendere il sopravvento, scattava l'allarme, e interrompevo i miei sogni a occhi aperti”.
Di dispersi Revelli ne aveva visti tanti durante la ritirata di Russia, uomini, o meglio ragazzi, che a un certo punto non ce la facevano più, si accostavano ai margini della pista, sfiniti e congelati, si accasciavano, chiedevano un’ultima volta aiuto e poi finivano di vivere. Nella sola provincia di Cuneo i dispersi furono 6.500, scomparsi nel nulla, e altrettante famiglie, per lo più contadine, si chiesero per anni che fine avesse fatto il loro congiunto, se un giorno fosse tornato. Il disperso è qualcuno che non è vivo e che non è morto, non si sa più nulla di lui. Anche il soldato tedesco è uno di loro, e per Revelli diventa un simbolo, e prova a scoprire chi era. “Non una ma cento volte, nei lunghi giorni e nelle lunghe notti della ritirata di Russia, ho rischiato di diventare un «disperso»”.
Alla fine dell’indagine non troverà un “tedesco buono” ma un uomo con poca voglia di fare il soldato, che ha combattuto come lui in Russia, perdendovi il fratello, dichiarato disperso, e che in Italia muore in modo imprevedibile e assurdo. Non un innocente, certo una vittima, una vita sprecata.
Non a caso Il disperso di Marburg otterrà un grande successo sia in Italia sia in Germania, tra i tedeschi è forte il desiderio di scoprire che non tutti i loro padri e i loro nonni si erano fatti annichilire dal pensiero unico nazista, che c’erano stati spazi di ragione e di umanità anche tra le fila dell’esercito.
Quando comincia la storia di questo libro? Revelli apprende le prime notizie del ‘tedesco buono’ durante il lavoro su Il mondo dei vinti, all’inizio degli anni Settanta. Mentre parla con Marco, un ex partigiano, dei rapporti tra gli uomini della Resistenza e il mondo contadino, quest’ultimo gli racconta di un evento singolare. “Nell’estate del ’44 avvenne un fatto che pochi ricordano e che forse neanche tu conosci. Un ufficiale tedesco tutte le mattine, alla stessa ora, usciva a cavallo dalla caserma di San Rocco, e seguendo sempre lo stesso itinerario raggiungeva la strada che unisce il santuario della Madonna degli Angeli alla cappella della Crocetta. Nei pressi di Tetto Graglia c'è una stradina che scende lungo la ripa e poi si perde nella striscia di terra compresa tra l'altopiano e il greto del Gesso. Il tedesco imboccava questa stradina, superava il sottopassaggio della ferrovia Cuneo-Borgo, poi si inoltrava nell'aperta campagna. Era un uomo tranquillo, sembrava una brava persona. A volte sostava sull'aia della nostra cascina, dove scambiava qualche parola con i bambini. La gente non lo temeva, si era abituata a vederlo comparire sempre alla stessa ora. Un mattino quel tedesco venne ucciso, non si è mai saputo da chi, poco lontano dalla nostra casa. Il suo cavallo ripercorse il solito itinerario e arrivò, solo, al cancello della caserma. Iniziò allora un rastrellamento che durò l'intera giornata, e meno male che non trovarono il morto, altrimenti sarebbe successo il finimondo. Avrebbero ucciso almeno dieci persone innocenti e bruciato tutte le case dei dintorni”.
Revelli è colpito da questa storia, vuole saperne di più, ma Marco è solo un testimone indiretto, non ha altri dettagli da raccontare. E così Revelli lo saluta, dicendogli che lo avrebbe cercato ancora per chiedergli aiuto nella ricerca di fonti e testimoni. Poi, il lavoro, le ricerche e la scrittura di altre storie, gli fanno dimenticare quella vicenda. Alla fine, in guerra erano morti milioni di uomini, ogni tedesco ucciso, buono o cattivo che fosse, era un nemico in meno, e a quell’immagine del soldato che salutava i bambini sull’aia si sovrapponevano quelle dei bambini ebrei ridotti alla fame visti a Stolbtzj, in Bielorussia, dove la sua tradotta aveva sostato nel luglio del ’42, durante il viaggio verso il fronte russo.
Però quel soldato che cavalcava solitario, quel modo poco ortodosso di fare l’ufficiale, lo intrigavano. Gli ampi spiazzi nei dintorni del torrente Gesso consentivano cavalcate a briglia sciolta, e l’arco delle montagne, ben visibile da quei campi spogli di alberi, aggiungeva bellezza e forse quiete a quel vagare. Tra l’altro, Revelli conosceva bene quella casermetta di San Rocco, vi aveva trascorso alcuni mesi nell’inverno 1941-42, prima della partenza per il fronte russo.
[...] Forse quell’ufficiale era un romantico individualista? Magari insofferente verso l’ideologia degli occupanti?
Revelli vede forse in lui un altro se stesso, che il destino ha portato a combattere con un’altra divisa, con dubbi e passioni individuali che lo rendono diverso dalla terribile macchina da guerra cui apparteneva.
La ricerca riprende tempo dopo: Revelli raccoglie dettagli dai testimoni di allora, uomini e donne che sanno, incerti anche a distanza di tanti anni tra il dire e il non dire, e da incontri fortunati, come quelli con alcuni storici tedeschi in occasione del Convegno Una storia di tutti - Prigionieri, internati, deportati italiani della seconda guerra mondiale (Torino, 2-3-4 novembre 1987). Lì riesce a parlare con Gerhard Schreiber, autore di accurati studi sugli internati militari italiani in Germania, con Karl Heinz Roth, esperto di archivi, e con Cristoph Schminck-Gustavus, particolarmente interessato al tema delle fonti orali, dei testimoni diretti degli eventi storici.
Nuto Revelli segue le tracce del soldato disperso con la cura, la passione e anche la testarda ostinazione di sempre. Cerca di far parlare i testimoni senza fare pressioni, lasciando che le parole escano fuori spinte dalla fiducia, sapendo che chi conosce la verità ha spesso il desiderio di rivelarla. Si tratta di un uomo ucciso, e chi sa, nonostante sia passato tanto tempo, ha ancora paura. A questa si affiancano la consueta diffidenza e la radicata prudenza dei contadini. In quel mondo,“Ficte nen” era un modo di dire diffuso, “non ficcarti”, “non immischiarti”. Le versioni sono diverse, anche su dettagli minimi come il mese, il colore del cavallo, il luogo dell’agguato, la nazionalità dell’ufficiale, probabilmente tedesco ma forse slavo. Non si sa neppure quali battaglioni tedeschi stazionassero nel 1944 in quella zona.  
Nella lunga indagine lo accompagnano tre studiosi: gli storici Carlo Gentile, Cristoph Schminck-Gustavus e Michele Calandri, ognuno dando un contributo diverso ma essenziale. Revelli scopre la disponibilità e la cura delle istituzioni tedesche verso la memoria e la documentazione storica, e trova invece difficoltà nel nostro Paese. Ma anche gli archivi germanici hanno grosse lacune, a causa del caos prodotto dagli eventi bellici. Molte le piste avviate e poi finite nel nulla, molti i momenti nei quali pensa di rinunciare: dopo tanto tempo dedicato a ricerche su una pluralità di soggetti - soldati, uomini e donne del mondo contadino - quella ricerca su un singolo, su una storia di breve respiro, gli pare un azzardo, un capriccio. [...]
Giuseppe Mendicino, Nuto Revelli e quel cavaliere di Marburg che non amava la guerra, DOPPIOZERO, 31 Gennaio 2019


Nella bibliografia di Revelli, Il disperso di Marburg (1994, ma con un periodo di gestazione che si snoda tra il 1986 e il 1993) si situa dopo quest’ultima fase, che ha visto l’autore impegnato in una ricerca di tipo più prettamente socio-antropologico. L’opera (che non mi sento di definire né una cronaca, né un romanzo, come spiegherò) è il racconto della ricerca condotta da Revelli per svelare l’identità di un soldato tedesco ucciso a San Rocco Castagnaretta, vicino a Cuneo, nel 1944, forse dai partigiani, forse da uno sbandato, o forse da una «lingera» cioè, in dialetto piemontese, un poco di buono. È questo un fatto cui Revelli non ha partecipato in prima persona, ma del quale ha sentito spesso parlare dai suoi amici partigiani. L’opera rappresenta dunque un ritorno a temi bellici dopo una lunga pausa, che, è un’ipotesi, potrebbe venire letta come il segno del temporaneo esaurimento, per Revelli, delle capacità espressive della memorialistica. Si tratterebbe di un esaurimento legato alla natura stessa di questo genere letterario, inteso come testimonianza di un evento collettivo e di un’esperienza personale - che presenta cioè quanto è straordinario per l’autore all’interno di eventi importanti per la collettività <1. Il ritorno a tematiche di guerra si farà dunque, se questa ipotesi risulta corretta, con modalità che non rispondono ai criteri espressivi della cronaca di guerra documentaria <2. Revelli incomincia la ricerca per Il disperso di Marburg nel 1986: oltre quarant’anni dopo i fatti, i tempi sono cambiati, il clima letterario e anche quello politico non sono più gli stessi del periodo immediatamente successivo alla guerra. La memorialistica sarà ancora in grado di parlare a un pubblico profondamente diverso da quello del dopoguerra, un pubblico che conta al suo interno sempre meno attori degli eventi storici al centro della narrazione? Come deve reagire il memorialista di fronte a questi cambiamenti: le sue armi espressive sono ancora valide, o si trova obbligato a esplorare altri percorsi?
[...] L’autore illustra passo dopo passo le varie tappe della sua indagine, il ruolo giocato da lui e dai vari testimoni incontrati lungo il percorso. Per i motivi esposti fino ad ora, Il disperso di Marburg può essere allora considerato una «meta-testimonianza». La precisione e l’accuratezza non riguardano più la presentazione degli eventi storici, che si riducono a inserti brevi, quanto piuttosto la descrizione del percorso seguito per definire i contorni storici dell’episodio al centro dell’opera.
[...] Si assiste, ne Il disperso di Marburg, a una moltiplicazione dei livelli della testimonianza. Questa non è più presentata come una vicenda distesa che si sviluppa assecondando e dettando i tempi dell’opera; a parte la trascrizione delle fonti orali riguardanti la vicenda di San Rocco, essa si limita piuttosto alla presentazione sintetica di episodi brevi, come quello della mamma di un disperso di Russia che racconta i presentimenti della morte del figlio (p. 32), o come quello dei partigiani che catturano due tedeschi per poi liberarli immediatamente e conservarne le cavalcature (p. 37). L’opera assume poco alla volta un carattere eterogeneo, il quale nasce da una commistione tematica che sembra voler conferire dignità al processo di raccolta di testimonianze orali e scritte. Quest’ultimo diventa di fatto parte integrante della narrazione, inserito in un progetto narrativo più ampio e complesso. Il moltiplicarsi delle testimonianze contribuisce alla composizione di un’opera corale che illustra una vicenda collettiva: la differenza con la memorialistica tradizionale, incentrata sulle vicende di una sola persona, appare allora in tutta la sua
evidenza.
[...] Tuttavia, l’immedesimazione risulta inevitabile. Revelli non si identifica tanto con il tedesco morto nell’imboscata, quanto soprattutto con un altro tedesco, lo storico Christoph Schminck-Gustavus, che si rivela un aiuto fondamentale per la ricostruzione della vicenda del tedesco ucciso in Italia nel 1944. Christoph, nato nel 1942, due anni prima dell’imboscata costata la vita al soldato tedesco sconosciuto, è più di un aiutante per Revelli. All’interno dell’opera, così come il tedesco ucciso a San Rocco, egli assume valore di simbolo. Tuttavia, al contrario del tedesco del 1944, che ributta violentemente Revelli verso un passato doloroso, Christoph rappresenta un’apertura verso il futuro, una presenza lenitiva per le ferite profonde e difficilmente rimarginabili che la guerra ha lasciato all’ex-comandante partigiano. In effetti, quando viene per la prima volta a conoscenza della storia del cavaliere solitario ucciso a Cuneo, un mitico «tedesco buono», Revelli pensa innanzitutto agli spietati soldati tedeschi conosciuti in Russia e vede «immagini infinitamente più tristi, più cupe. Altro che il “tedesco buono” !» (p. 7.)
Christoph rappresenta invece l’incarnazione di questo mito evanescente, il rovesciamento del nemico di un tempo: «In questo ambiente spettrale, la sua presenza amica mi fa riflettere. Non ho fatto passi avanti verso il cavaliere solitario, ma il mio “tedesco buono” l’ho trovato.» (p. 49.)
La ricerca storica al centro dell’opera viene temporaneamente accantonata, e l’autore sottolinea il raggiungimento di un risultato fondamentale nel suo percorso personale: «Christoph, in fatto di testardaggine, è proprio un “tedesco di Germania”. Io sono il suo fratello gemello.» (p. 63.) Si manifesta qui la forza morale e civica di questa memorialistica di un nuovo tipo, in quanto l’identificazione non riguarda solo la testardaggine del metodo di lavoro, ma indica un legame di fraternità profondo, un risultato straordinario possibile, in questo caso, quarant’anni dopo i fatti.
[...] Per finire, un accenno alla figura al centro dell’opera, il giovane disperso di Marburg, il sottotenente Rudolf Knaut, nato a Marburg nel 1920, a cui la ricerca al centro dell’opera riesce a restituire un’identità.
Nel tentativo operato da Revelli di dare una nuova forma alla memorialistica, e di illustrare le tappe dell’indagine storica, il lettore assiste alla ricostruzione di un destino umano, quello del soldato disperso in Italia nel 1944. La ricerca storica si apre in direzione della dimensione esistenziale. Chi è il personaggio che si costruisce davanti ai nostri occhi? Il soldato, la cui scheda biografica si trova presso gli archivi militari tedeschi, è solo il sottotenente morto in un’imboscata in un territorio dove agivano bande armate clandestine? Alla luce di quanto detto, si potrebbe concludere che ci si trova piuttosto di fronte a un uomo che oltrepassa il dato storico per ergersi a personaggio emblematico, a simbolo, come indica Revelli. Rudolf Knaut rappresenta ciò che ha reso possibile il contatto tra il passato della guerra e il presente della pace, il legame tra generazioni diverse.
Pongo allora un’ultima domanda, che esula dall’analisi dell’opera e che fa riflettere sull’insieme della produzione letteraria di Revelli.
Si potrebbe vedere la ricostruzione della figura di Rudolf Knaut come il lavoro preparatorio per un’opera che ripercorra la vicenda di questo «cavaliere solitario», un’opera che Revelli non ha scritto ma che, come egli stesso dice, potrebbe essere «né vera e né falsa», ambientata chissà dove? Potrebbe cioè Il disperso di Marburg essere considerato, nel percorso di Revelli, come il punto più vicino al romanzo, modalità espressiva che l’autore non ha mai sperimentato? In altre parole, si sarebbe raggiunto un punto in cui la separazione, come detto problematica, tra la cronaca e l’opera letteraria risulta ancora più fluida?
[NOTE]
1. È questa una caratteristica della memorialistica, sia della prima, sia della seconda guerra mondiale, come ricorda Giovanni Falaschi: «Va da sé che, all’interno della memoria collettiva di eventi traumatici, il memorialista ricorda quanto è stato straordinario per lui.» Il critico cita gli esempi di Emilio Lussu e di Pietro Chiodi, che rispettivamente in Un anno sull’altipiano e Banditi, affermano di voler raccontare solamente ciò che li riguarda in prima persona. Vedi G. Falaschi, “Autobiografie e memorie”, in F. Brioschi e C. di Girolamo (a cura di), Manuale di Letteratura Italiana. Storia per generi e problemi, IV. Dall’Unità d’Italia alla fine del Novecento, Torino, Bollati Boringhieri, 1996, p. 734.
2. Le caratteristiche di questa produzione sono state studiate in dettaglio da Giovanni Falaschi (La Resistenza armata nella narrativa italiana, Einaudi, Torino, 1976) e da Bruno Falcetto (Storia della narrativa neorealista, Mursia, Milano, 1992). Possiamo qui ricordarne le principali in modo sintetico. Nelle cronache di guerra, gli autori presentano unicamente i fatti vissuti in prima persona, per produrre quello che Falcetto chiama, citando V. Nabokov, un racconto «lineare»: l’esperienza personale è considerata la principale garanzia del valore dell’opera, un’opera destinata, si ricorda, a lettori che sono stati spesso attori degli stessi eventi vissuti e narrati dall’autore. Dal punto di vista stilistico, le cronache di guerra si caratterizzano per annotazioni fatte in uno stile breve e secco, dove i fatti, spesso ordinati sotto la data, restano centrali. Poco spazio viene accordato all’introspezione, mentre in primo piano si trovano le sensazioni fisiche del protagonista (fame, sete, freddo, paura, eccitazione, angoscia).
Alessandro Martini, “Con la guerra nel cervello”: la memorialistica alla prova degli anni Ottanta. Il disperso di Marburg di Nuto Revelli, Cahiers d’études italiennes, Novecento... e dintorni, n. 14, 2012
 

martedì 5 ottobre 2021

Nostalghia di Andrej Tarkovskij: l'approccio ad una lettura attenta del film


Nostalghia fu il primo film di Tarkovskij ad essere girato interamente fuori dall’Unione Sovietica, in Italia, ed essere prodotto in collaborazione con la RAI. Il 20 maggio del 1983 Nostalghia venne presentato al Festival di Cannes ottenendo tre premi: il Grand Prix della Giuria, il Premio Fipresci e quello ecumenico.
L’esigenza di dedicare una tesi di dottorato ad un film del grande regista russo nasce dal profondo convincimento che Nostalghia rivesta un ruolo molto importante in tutta la filmografia di Tarkovskij e, nonostante la letteratura critica sul film sia imponente, non si è mai confrontata direttamente con le fonti, e raramente ha sviluppato strumenti metodologici e scientifici aggiornati. Questa tesi intende fornire un contributo per la comprensione del film, con l’obiettivo di proporre una interpretazione sul coinvolgimento emotivo a partire dalla teoria cognitivista del film.
La complessità del testo filmico necessita di un lavoro preventivo di critica genetica, in grado di documentarne l’intero processo di costruzione, dall’ideazione narrativa alla redazione della sceneggiatura. Tanto più che il film nasconde una produzione tortuosa e articolata (1). Si pensi alle drammatiche condizioni di lavoro per mancanza di fondi e ai rapporti difficili con le autorità del regime sovietico.
L’attività di ricerca si è caratterizzata per lo studio della consistente letteratura critica sul film e per il lavoro negli archivi attraverso un confronto diretto con le fonti inedite. Una tappa fondamentale di tale attività è stata la ricerca all’Istituto Internazionale Tarkovskij di Firenze presso il quale è stato possibile consultare l’archivio personale del regista. Nell’archivio sono conservate le lettere personali di Tarkovskij e le moltissime lettere inviate al regista da amici e ammiratori; gli originali dei moltissimi premi conseguiti dal regista nel corso della sua carriera; i contratti e documentazione varia di carattere amministrativo; i manoscritti di racconti, poesie e scritti di Tarkovskij; le sceneggiature, con i materiali sui film ma anche i materiali di lavoro (le cc. dd. Idee per i film). Inoltre vi sono custoditi i quaderni giovanili contenenti note, idee, disegni a partire dalla seconda metà degli anni quaranta; i diari dal 1970 al 1986, i diari di lavoro e le agende; i testi delle dispense dei corsi di cinematografia tenuti da Tarkovskij, le interviste e i testi delle conferenze; le raccolte di materiale bibliografico, di giornali e riviste; le fotografie delle riprese e varie; i video di seminari, interviste e conferenze; e la biblioteca del regista costituita da oltre trecento volumi.
Successivamente si sono condotte ulteriori ricerche presso l’Archivio centrale dello Stato in Roma, dove è stato consultato il faldone CF 8517 della sezione «Cinema» del fondo del Ministero del Turismo e dello Spettacolo all’interno del quale è presente un fascicolo dedicato a Nostalghia, contenente la sceneggiatura del film e varia documentazione relativa per lo più alla produzione tra cui: il piano di lavorazione del film, la domanda di nazionalità presentata al Ministero del Turismo e dello Spettacolo dalla RAI Spa, la domanda di revisione, la denuncia di inizio della lavorazione del film, l’istanza per l’iscrizione nel pubblico registro cinematografico da parte del Ministero del Turismo e dello Spettacolo alla SIAE, il contratto tra la RAI e la Opera Film Produzione Srl di Roma (in qualità di organizzatore generale per la realizzazione di Nostalghia).
Si è ritenuto, inoltre, consultare la letteratura critica su Tarkovskij in lingua russa inedita in Italia. Negli ultimi anni in Russia è cresciuto molto l’interesse nei confronti del regista attraverso la pubblicazione di studi, l’organizzazione di retrospettive sui suoi film e l’allestimento di numerose mostre dedicate a Tarkovskij. La ricerca bibliografica si è svolta soprattutto presso la Biblioteca di Stato Russa in Mosca. I contributi dedicati al regista sono molto diversi, ma si possono raggruppare sostanzialmente in due grandi categorie: i contributi di carattere storico-biografico (ved. Filimonov, Gordon, Surkova, Turovskaja e Volkova) e i contributi di carattere ermeneutico-filosofico (ved. Evlampiev, Salynskij, Staševskaja, Nažmudinov, Zagrebin).
Il materiale d’archivio costituirà la fonte principale per la redazione della prima parte della tesi, quella cosiddetta di critica genetica e di natura descrittiva, che sarà suddivisa in tre capitoli: il primo sulla produzione (cioè il lavoro di preparazione del film, dalla programmazione delle riprese alla previsione delle spese di produzione, dal reperimento dei finanziamenti al reperimento dei principali collaboratori del regista e dei principali interpreti); il secondo sul soggetto (ossia sulle circostanze in cui nacque l’idea del film); e il terzo sulla sceneggiatura desunta (ossia la segmentazione in sequenze del film) e sulla struttura del film (cioè sulla suddivisione in inquadrature e sequenze del film).
Il lavoro filologico della prima parte si avvale della sceneggiatura desunta che consiste nella descrizione di un film intero o solo di una o più sequenze. La sceneggiatura desunta è uno strumento che consente una comprensione profonda delle strategie narrative di un testo filmico, senza trascurare il contatto diretto con l’oggetto fisico. La sceneggiatura desunta si pone, quindi, come premessa necessaria all’analisi testuale del film per una comprensione che va dalle particelle più piccole fino alla struttura architettonica. Infatti l’interpretazione di un film presuppone una conoscenza dettagliata del testo che non può avvenire a prescindere da una sua trascrizione sulla carta. La sceneggiatura desunta orienta il livello ermeneutico e a sua volta il livello ermeneutico orienta la sceneggiatura desunta, in quanto particolari che uno studioso ritiene trascurabili, per un altro sono invece importanti, a seconda della sensibilità di ogni analista.
Una conseguenza che deriva dallo studio analitico di un film è la possibilità di individuare delle sequenze, ossia dei segmenti autonomi dal punto di vista narrativo. La sequenza è, appunto, una porzione autonoma del racconto caratterizzata da unità d’azione e che al suo interno può contemplare anche microfratture spazio-temporali ed essere spezzata a sua volta in ulteriori sottosequenze che non sono autonome dal punto di vista narrativo. Non sempre gli estremi di una sequenza sono oggettivati e per questo la segmentazione in sequenze di un film può diventare un atto di interpretazione dello stesso studioso (2).
La seconda parte della tesi è dedicata alle emozioni come fondamento dell’esperienza spettatoriale: si concentra in particolare sulla partecipazione emozionale che un film è in grado di attivare. A questo tipo di esperienza ci riferiamo parlando di coinvolgimento: lo spettatore è implicato nella vicenda avendo stabilito un legame affettivo con i personaggi e gli eventi narrati.
Il coinvolgimento spettatoriale è innescato innanzitutto dall’intreccio tra dinamiche emozionali. Ogni elemento della forma filmica, narrativo o tecnico-stilistico, può contribuire a questo innesco, nell’intreccio tra materiali percettivi e dinamiche narrative; una volta innescato, il coinvolgimento può esaurirsi, rimanendo limitato a specifiche situazioni, oppure estendendosi a segmenti più ampi, a seconda delle opzioni narrative e stilistiche.
Una narrazione, infatti, forte o debole che sia, costituisce il principale vettore del nostro coinvolgimento. L’emozione è il principale mezzo di connessione tra spettatore e film. Se esiste una dimensione immersiva dell’esperienza cinematografica, infatti, essa ha luogo innanzitutto sul piano delle emozioni; e anzi il coinvolgimento si spiega esclusivamente prendendo in considerazione l’esperienza emotiva dello spettatore. In questa prospettiva, la narrazione costituisce il principio che stabilisce e gestisce le situazioni emotive, gli stati d’animo o le tonalità affettive.
Come abbiamo accennato, ci occuperemo del coinvolgimento al cinema, cioè delle dinamiche emozionali. Tenteremo di offrirne una visione aggiornata, facendo riferimento a ipotesi e modelli provenienti dalla filosofia della mente che include le riflessioni sulla spettatorialità emerse, nel corso dei decenni, nell’ambito degli studi sul cinema (3).
Ognuno dei capitoli che compongono la seconda parte di questa tesi si concentra su un aspetto del coinvolgimento emotivo. Nel primo capitolo si offre un breve excursus sul cinema lento, una tendenza stilistica all’interno del cinema d’arte. Le sue caratteristiche distintive riguardano la narrazione: film, dallo stile minimalista, il ritmo narrativo ritardato e l’eliminazione della causalità. In particolare, le sue caratteristiche estetiche includono un uso della ripresa lunga e una risoluta enfasi sui tempi morti; dispositivi che favoriscono una modalità di narrazione che inizialmente appare criptica, e offre soprattutto un’esperienza della durata sullo schermo. A questo proposito, cominciamo a delineare la funzione del piano-sequenza e la sua centralità nel realismo baziniano. Anche il tempo morto come tecnica di dedrammatizzazione riceve una lunga trattazione in questo capitolo. La combinazione della ripresa lunga e del tempo morto porta a una modalità unica di spettatore. Questa tesi, quindi, indaga gli aspetti formali del film e la loro funzione nel raggiungimento di una modalità contemplativa di spettatore.
Il secondo e il terzo capitolo sono di natura analitica e interpretativa: utilizzano diverse teorie dell’emozione spettatoriale per offrire una lettura particolare del film, un’interpretazione che emerge attraverso un’attenzione focalizzata sul tema della risposta emotiva. In questa tesi l’analisi del film è informata dall’approccio neoformalista di David Bordwell. Il secondo capitolo affronta il tema più studiato a proposito dell’esperienza spettatoriale, quello dell’empatia; poiché si tratta di un termine che possiede diversi significati, e poiché si tratta di un fenomeno che include un’ampia gamma di reazioni, dedicheremo uno spazio al confronto tra ipotesi diverse, ispirate dalla filosofia delle emozioni, con particolare riferimento alle componenti cognitive. Nell’ultima sezione, il capitolo affronta la questione cruciale del mood, che è tipicamente evocato dalle configurazioni audiovisive e dalla messa in scena, e che facilita il coinvolgimento secondo modalità che non dipendono direttamente dai personaggi e dalle loro azioni.
Attraverso una lettura attenta del film, l’obiettivo principale di questa tesi è di esaminare le diverse strategie estetiche, attraverso le quali vengono utilizzati i dispositivi cinematografici al fine di ottenere effetti emotivi, come la noia. Il film rispecchia questo stato d’animo al loro pubblico enfatizzando l’ozio e la noia come uno stato mentale produttivo e ricettivo. A tal proposito, questa tesi sostiene che il cinema lento trasforma la noia in un’esperienza produttiva. La principale strategia estetica di Tarkovskij è il trattamento della noia a vari livelli nel film. Nel terzo capitolo, infine, esploreremo la noia come un’esperienza che il film trasforma in un’esperienza esteticamente gratificante. Si sostiene che la noia è per molti versi una virtù estetica che consente la partecipazione attiva e la sua natura oziosa spesso porta ad una modalità contemplativa e meditativa del film.
[NOTE]
1 Cfr. Federico Vitella, Michelangelo Antonioni. L’avventura, Lindau, Torino 2010, p. 8.
2 David Bruni, Il cinema trascritto. Strumenti per l’analisi del film, Bulzoni, Roma 2006, pp. 15 e ss.
3 Enrico Carocci, Il sistema schermo-mente. Cinema narrativo e coinvolgimento emozionale, Bulzoni, Roma 2018, pp. 261 e ss.
Gabriele Lovecchio, La Nostalghia di Andrej Tarkovskij, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Messina, 2021
 
La realizzazione della sceneggiatura di Nostalghia ha richiesto sette anni di lavorazione. Dal 1976 al 1982, anno di inizio delle riprese, Tarkovskij e il poeta e sceneggiatore romagnolo Tonino Guerra hanno lavorato con numerosi impedimenti ma in maniera assidua all’idea, al soggetto e alla sceneggiatura del film.
Confrontando gli scritti del regista e le diverse stesure della sceneggiatura, è possibile tracciare l’origine e lo sviluppo della figura di Domenico, sul cui ruolo fondamentale all’interno della narrazione si esprime anche Tarkovskij in Scolpire il tempo: "Nella sceneggiatura di Nostalghia mi sono sforzato di far sì che non vi fosse nulla di superfluo o di non essenziale che riuscisse d’impaccio all’intento principale: rendere lo stato d’animo di una persona che vive un profondo dissidio col mondo e con sé stesso, incapace di trovare un equilibrio tra la realtà e una sospirata armonia, che si strugge di nostalgia provocata non soltanto dalla lontananza da casa, ma anche da una integrale e nostalgica  malinconia per una pienezza di vita. La sceneggiatura non mi aveva soddisfatto finché, finalmente, non si concentrò in una sorta di unità metafisica. [...] In relazione allo stato d’animo del protagonista è straordinariamente importante il personaggio, a prima vista insignificante, di Domenico". (Tarkovskij [1995] 2015, 72-73)
L’importanza che i due autori decidono di attribuire a Domenico evolve insieme alla sceneggiatura stessa. Dall’analisi dei diari del regista e delle sceneggiature conservate presso l’Archivio Tarkovskij a Firenze, si può appurare che il personaggio è solamente accennato nelle prime versioni - dove emergono, come vedremo, alcuni riferimenti o citazioni da opere di Dostoevskij -, mentre acquisisce sempre maggiore centralità nelle stesure successive <4.
Nelle ultime stesure della sceneggiatura, in cui i riferimenti espliciti a Dostoevskij scompaiono, il ruolo di Domenico si fa sempre più articolato e i suoi interventi, che spesso includono citazioni appartenenti a opere di Guerra, sono  sempre più numerosi. Nella stesura finale, il personaggio diventerà essenziale nel processo narrativo, tanto da rappresentare la soluzione alla crisi interiore del protagonista e la chiave per il finale del film.  [...]
Tarkovskij e Guerra iniziano a pensare a un progetto da realizzare insieme fin dalla primissima fase della loro conoscenza a Mosca, tra la fine del 1975 e l’inizio del 1976. Entrambi sono però in quel momento occupati con altri lavori, e da subito emergono numerose problematiche legate all’ottenimento dei permessi da parte dei dirigenti del Comitato Statale per la Cinematografia (Goskino) <5.
Il progetto, ancora incerto tanto in termini di realizzazione quanto di contenuti tematici, rimane in sospeso a lungo e si sblocca temporaneamente solo nell’aprile del 1979, quando Tarkovskij ottiene il permesso di trascorrere un primo breve soggiorno in Italia. Il 10 aprile leggiamo sul diario del regista il soggetto per un film, La fine del mondo, che i due hanno pensato nel corso dei giorni trascorsi insieme: "Un uomo, aspettando la fine del mondo, si barrica in casa con tutta la famiglia (padre, madre, una figlia e un figlio). La donna mette al mondo un altro figlio. Il padre è molto religioso. Passano in reclusione quasi quarant’anni. Però alla fine la polizia e il pronto soccorso, venuti a conoscenza in qualche modo della loro esistenza, li portano via. Tutti ridotti in condizioni terribili. Il figlio maggiore accusa il padre di essersi macchiato di un crimine, tenendolo all’oscuro per tanti anni del fatto che esisteva un’altra vita più vera. Mentre li portano via il più piccolo guardandosi intorno chiede al padre: “Papà, è questa la fine del mondo?”." ([2002] 2014, 212-13)
L’episodio, mantenendosi molto fedele a questa idea iniziale, entrerà a far parte di Nostalghia andando a costituire il controverso passato del personaggio di Domenico, che dunque inizia a manifestarsi prima ancora che il film abbia un titolo o un protagonista ben definiti <6.
Quando nell’estate di quello stesso anno Tarkovskij e Guerra visitano la cittadina di Bagno Vignoni - che sarà sfondo principale delle riprese -, iniziano a delineare l’ambientazione dove l’uomo de La fine del mondo fa, per così dire,  il suo ingresso sulla scena in Nostalghia. Il 24 luglio, Tarkovskij ha già in mente la piscina e l’albergo della località termale: "Un uomo che mette i piedi a mollo, ma con le scarpe ai piedi (è il cieco al quale raccontano il  film).  Una camera con una finestra che dà su un pozzo, dove il protagonista ha un attacco di cuore. Il protagonista è uno scrittore al quale qualcuno consiglia di andare a N. dove è ricoverato in ospedale il padre (o il figlio) de La fine del mondo. (229)"    
[NOTE]        
4 Tarkovskij e Guerra. Si tratta di dodici diverse versioni della sceneggiatura, per la maggior parte inedite. Sono dattiloscritti originali con correzioni a penna, numerati e ordinati cronologicamente dal più antico al più recente. Dalla stesura 001 fino alla 007 compresa i documenti sono in lingua russa, dalla stesura 008 fino alla 012 sono in lingua italiana.                 
5 Ente dedicato al controllo della produzione e distribuzione dei film in URSS.
6 Il titolo Nostalghia compare nei diari del regista solo a partire dal 17 luglio 1979, in una fase in cui il protagonista risulta ancora anonimo e la sua professione è incerta. Cfr. Tarkovskij (2002) 2014, 225-26
Cristina Matteucci, Lo jurodivyj in Nostalghia. Domenico in Tarkovskij e Guerra, Linguæ & - 2/2020

venerdì 1 ottobre 2021

Diversi sono i modi in cui l’immigrazione italiana incide nella zona della Pampa Gringa

Fonte: Samantha Nisi, Op. cit. infra

Oggi, grazie ad un risvegliato interesse nei confronti della letteratura d’emigrazione e delle nostre origini, possiamo renderci conto di quanto le conseguenze del movimento migratorio italiano siano ancora attive, soprattutto in un paese dove la matrice culturale italiana è profondamente significativa, come in Argentina. In particolare nei paesi americani siamo di fronte ad un processo che per dirla con termini dello storico francese, Fernand Braudel, è di lunga durata. <10 Infatti nonostante il flusso migratorio italiano si sia chiuso, continua a produrre avvenimenti di carattere sociale e culturale nel presente, proprio a partire dalla proprietà transitiva che abbiamo attribuito alla migrazione.
[...] La presenza dell’immigrato italiano è visibile sin dalle origini della narrativa, del teatro e del tango argentino, cioè di quelle manifestazioni culturali che inseriscono il paese nella modernità. Nel panorama letterario argentino il personaggio dell’immigrato italiano inizia a prendere forma in uno dei personaggi stereotipati del teatro di Buenos Aires, “il senso della nazionalità si costruisce, dunque, in opposizione allo straniero, mediante il racconto della vigliaccheria, della disonestà, della cattiveria che lo caratterizzano e, in seguito, mediante l’uso di una lingua castigliana deformata e storpiata” <13, che cambia di connotazione fino alla trasformazione dell’italiano nel personaggio che parla cocoliche (castigliano maccheronico parlato dagli italiani rozzi). Il teatro come diretta manifestazione delle dinamiche, dei disagi, e delle novità sociali ci mostra nelle sue trame come l’immagine negativa dell’italiano sia superata con la sua integrazione nella società e nella cultura argentina e con il superamento del tradizionale modello economico rurale. L’immigrante italiano rappresenta nella letteratura e nella saggistica approssimativamente fino al 1930, la novità umana e sociale che la nuova situazione ha generato; fino al momento in cui diviene parte integrante del tessuto sociale, individuato e assorbito nei tratti e nei comportamenti. L’Argentina si può quindi definire per gli italiani una seconda patria. Numerosissime erano le famiglie di umili origini che arrivavano nella zona della Pampa Gringa. Venivano loro concesse una o due quadre di terreno che sarebbero dovute essere sufficienti alla loro sussistenza e intanto avrebbero dovuto raccogliere velocemente l’esperienza necessaria e indispensabile per lavorare il terreno su ampia scala. Nel frattempo i nuovi arrivati avrebbero potuto familiarizzare con il paese, cercarsi un lavoro e quindi uno stipendio ed apprendere gli usi e costumi del luogo, abituarsi al clima e imparare la lingua. Non erano stati costruiti luoghi in cui i migranti potessero alloggiare, né pozzi né condotti per gli animali. Non erano state prese misure per garantire l’ordine pubblico e nemmeno per quanto riguardasse l’insegnamento del lavoro, non vi erano ospedali. Ci si comportò come se i coloni fossero uomini già ben accomodati, con esperienza sul campo e capaci di organizzarsi e dirigersi da sé. Per questo per numerosi anni gli immigrati sono stati costretti a lottare e convivere con la miseria. Se con gli anni la colonia di Esperanza, prima colonia della provincia di Santa Fe, ha saputo risollevarsi dalla povertà e crescere con equilibrio non fu certo merito delle autorità del luogo. <14 Diversi sono i modi in cui l’immigrazione italiana incide nella zona della Pampa Gringa, soprattutto per il carattere alluvionale della sua configurazione. Il nome identificativo di “gringo”, vocabolo che veniva utilizzato in America per designare lo straniero che parla un’altra lingua e che è allo stesso tempo in contatto con la popolazione locale <15, viene infatti attribuito all’immigrato europeo o all’abitante di origine italica in generale. Perciò è inevitabile che la presenza italiana abbia avuto una grande incidenza in diverse aree della cultura, architettura, letteratura, scienza e arte locale. Seppure ci fu una diffusione capillare in tutte le provincie del processo immigratorio in Argentina, la zona della Pampa Gringa sperimentò un fenomeno particolare di colonizzazione a partire dal 1856 con la fondazione della città di Esperanza. Gli italiani costituirono una forza alluvionale con una decisa determinazione identitaria che, in interazione con l’etnia creola e aborigena, diede vita ad un’esperienza inedita di fusione e di sincretismo culturale. L’italiano arrivò accompagnato da politiche provinciali di distribuzione della terra che propiziarono la fondazione di colonie agricole. La matrice italiana si indaga quindi in interazione con la matrice nativa per analizzare il ruolo giocato nella configurazione di un campo intellettuale di marcata valenza identitaria, accettando quindi la fatalità italica che già Borges riconosceva nell’essere argentino e nell’affermare che siamo “europei in esilio”. <16 Questo lavoro di ricerca, analizzando un autore discendente dei primi fondatori della colonia di Esperanza, quale è Gastón Gori, pretende quindi di mettere in rilievo il patrimonio letterario locale della Pampa Gringa, e soprattutto recuperare un aspetto dell’identità dei santafesini da un lato e degli italiani dall’altro, mai stato analizzato in profondità, che è quello che mette in relazione le produzioni nell’ambito intellettuale di Santa Fe con la matrice culturale italiana. È infatti anche nell’impronta della produzione letteraria attuale che possiamo leggere i processi che hanno portato alla formazione dell’identità culturale nella Pampa dei gruppi emigranti dall’Italia.
[...] “Siamo di fronte ad un nuovo interesse per non dire ad una rivalutazione della regione sia nella sua dimensione letteraria e sociale sia delle radici regionali dei nostri esodi migratori”, dice ancora Blengino sulla rivista Oltreoceano dell’Università di Udine.
Questo nuovo interesse viene da uno sguardo che finalmente riesce a scrutare alle sue spalle, verso il passato migratorio che ci appartiene e quindi verso i paesi di approdo della nostra migrazione. Essendo, come già detto, il processo migratorio un avvenimento di lunga durata, nei paesi che ricevettero la migrazione si continuano a costruire avvenimenti sociali, e di conseguenza anche a livello letterario si affrontano temi che trattano dei padri e dei nonni migranti, arrivando quindi a una rivalutazione del processo migratorio in tutte le accezioni che comporta. Tuttavia il fenomeno migratorio con gli anni è cresciuto di valore. Si apprezza il lavoro, si indaga la storia, si rispetta il contributo dei padri e dei nonni emigranti in quanto individui singoli e di conseguenza si valorizza l’immigrazione e la regione, la quale, per ciò che riguarda l’Italia, è la mediazione obbligata fra individuo e nazione. <19
La prima colonia agricola che si formò nella provincia di Santa Fe, e quindi nella zona della Pampa Gringa fu Esperanza, fondata nel 1856. <20 Gastón Gori parla di come si relazionavano in questa zona le popolazioni autoctone, il gringo e il creolo, nel saggio El indio, el criollo, el gringo en las colonias del Oeste Santafesino, con un punto di vista piuttosto oggettivo, seppur nella seconda metà del XX secolo sarebbe stato impossibile uscire dal canone (che ancor oggi contamina la letteratura e non solo), che contrappone il concetto di barbarie, associato all’erroneamente cosiddetto “indio”, a quello di civilizzazione, che è ovviamente portata dall’uomo occidentale. <21 Grazie ad un fascicolo del “Bollettino di Studi Etnografici e Coloniali di Santa Fe” scritto da Gori stesso, siamo oggi a conoscenza che era diffuso un comportamento estremamente violento e sanguinario nei confronti dell’etnia denominata, in modo sbagliato, ‘india’ rifacendosi alle errate credenze di Colombo, ossia l’etnia autoctona del luogo, perseguitata dal governo, per questo successivamente si utilizzeranno i termini “indigeni”, “aborigeni” o “popolazioni autoctone”.
[...] Nel 1862 infatti il governo santafesino iniziò ad affidare titoli di proprietà della terra alle famiglie che le lavoravano, senza preoccuparsi della loro nazionalità, affinché gli immigrati ne diventassero proprietari. Perciò lo spazio della Pampa finì per popolarsi interamente di “gringos”. <22 Il gringo fu il padrone della terra e anche colui che cambiò l’aspetto del paesaggio, l’etnografia e le relazioni sociali nelle campagne, fino a che influenzò la politica del paese assumendo ruoli importanti. <23 Alla fine del XIX secolo, il censo documenta che nel 1887 gli italiani costituivano il 70% degli immigrati presenti a Santa Fe, “El impacto generado por los inmigrantes no sólo trastocó las bases económicas de la provincia, sino que también modificó radicalmente las estructuras sociales, demográficas y culturales. Este marco de transformaciones dio origen... a la Pampa Gringa”. <24 Non si può infatti negare che l’Argentina attuale abbia trovato il suo sviluppo grazie al lavoro e alla fantasia di coloro che sono arrivati con le navi e con il desiderio di inventare il loro futuro. Essi sono riusciti a trasformare aride zone rurali in piccole oasi di fertilità, questa è la realtà che testimoniano le numerose colonie nella provincia di Santa Fe. La regione del Litorale infatti, che confina con il Paranà, il fiume Salado, e le provincie di Cordoba e Buenos Aires si converte nella zona più produttiva del paese, ossia la Pampa Gringa. Anche se una grande quantità di persone, non trovando l’opportunità della concessione di terre da coltivare, si diressero verso città più moderne, che offrivano maggiori opportunità di lavoro. La situazione dei migranti è stata dura e difficile, ma d’altra parte, soprattutto nelle loro lettere, fu possibile captare il senso del nuovo inizio nel formare parte dell’essenza più intima dei “nuovi argentini”. Gli italiani insieme agli spagnoli, i “gringos”, i “tanos” o i “papolitanos”, come vengono derisi nel Martin Fierro, costituiscono il gruppo più numeroso di migranti che affondarono le loro radici in Argentina. <25 Per questo l’italiano va ad incarnare il personaggio-simbolo nella produzione culturale della trasformazione del paese, nel teatro come nella letteratura: Vanni Blengino commenta “i suoi itinerari - dell’italiano - nell’immaginario argentino attraversano tutti i sentieri, da quelli più impervi del rifiuto a quelli più generosi dell’esaltazione del lavoro migratorio, fino a un atteggiamento cauto ed equilibrato nei suoi confronti”. <26 Un’integrazione che oscilla tra considerazioni favorevoli e denigratorie, a seconda della situazione socio-politica del momento, che vede popolazioni autoctone e nuovi arrivati uniti molte volte in un’esistenza di miseria e di alienazione a causa di drammatiche e inaspettate esperienze di vita. Questo fu il processo che si venne attuando anche nella zona della Pampa Gringa, dove si arrivò alla creazione di zone etniche nazionali e culturali ogni volta più coscienti di se stesse, affermandosi quindi nei loro caratteri distintivi e nella loro integrità rispetto alla loro cultura originaria e a quella del luogo, creandone una nuova che è anche frutto di queste due. I migranti di seconda e terza generazione sono coloro che interiorizzarono la coscienza e l’orgoglio d’appartenere a una nuova nazione, ormai padroni della lingua e delle dinamiche sociali del territorio. La nostalgia della vecchia terra non impedisce quindi la fiducia e la dedizione totale alla ‘nuova’ nazione, che si va radicando sempre più nel cuore degli immigrati desiderosi da una parte di mantener vive le loro tradizioni italiane e dall’altra disposti ad accettare altri usi e costumi che nascono e si consolidano nell’incontro con popolazioni differenti. <27
[NOTE]
10 Longue durée, in italiano "Lunga durata" è un termine utilizzato dalla scuola francese degli storici delle Annales per designare il loro approccio allo studio della storia, che dà la priorità alle strutture storiche di lunga durata più che agli eventi. Tale approccio introduce il metodo sociale scientifico nella storia. Pionieri di quest'approccio furono Marc Bloch e Lucien Febvre nella prima metà del XX secolo. L'approccio fu portato avanti da Fernand Braudel nella seconda parte del secolo.
13 Regazzoni, Susanna - ‘Riflessioni sulla presenza italiana nella letteratura argentina’, rivista Oltreoceano, Vol I 2007, p. 106
14 William Perkins - Las Colonias de Santa Fé. Su orígen, progreso y actual situacion, El Ferro-Carril, Rosario, 1864, p. 18
15 Adriana Crolla - Literatura, localidad, identidad: reconfiguraciones de las matrices italianas en la cultura y la literatura argentina. En Anais de Literatura e Territorialidade, Brasil, SINEL, URI, Frederico Wesphalen, 2011.
16 Jorge Luis Borges - El idioma de los Argentinos, Seix Barral Biblioteca Breve, 1928.
19 Vanni Blengino - Alle spalle della Nazione Italia, Rivista Oltreoceano, 2007.
20 Gastón Gori - El indio, el criollo, el gringo en las colonias del Oeste Santafesino, Tirada aparte del “Boletín del Departamento de Estudios Etnográicos y Coloniales de Santa FE (Rep. Argentina)”, Santa FE, 1947.
21 Cfr. Ana Copes e Guillermo A. Canteros - Variación y fuga: promesas de integración en América Latina en “La enseñanza europea por la integración latinoamericana”, Ediciones UNL, Santa Fe Capital, 2012, pp. 13-29.
22 Valeria Ansò - Tesina de Licenciatura , Recorridos migratorios: la Pampa Gringa, entre Italia y Santa Fe. La figura de Gastón Gori, Santa Fe, 2016.
23 Gaston Gori – El indio, el criollo, el gringo en las colonias del Oeste Santafesino, Tirada aparte del “Boletín del Departamento de Estudios Etnográicos y Coloniales de Santa FE (Rep. Argentina)”, Santa FE, 1947, p.12.
24 Adriana Crolla - Altrocché! Italia y Santa Fe en diálogo. Historia, ciencia, cultura y voeces poéticas de la Pampa Gringa. Santa Fe. Ediciones UNL, 2014, p. 55
25 Silvana Serafin - La literatura migrante en la formación de la conciencia nacional argentina, RiMe, n. 6, giugno 2011, p. 173
26 Vanni Blengino - “Rileggere l’emigrazione italiana nell’era delle immigrazioni”, in Mario Sartor (a cura di), Nazioni e identità plurime, Studi Latinoamericani/Estudios latinoamericanos, n. 02, 2006, p. 20.
27 Silvana Serafin - La literatura migrante en la formación de la conciencia nacional argentina, RiMe, n. 6, giugno 2011, p. 175.
Samantha Nisi, Letteratura d’immigrazione italiana in Argentina. La Pampa Gringa di Gastón Gori, Tesi di Laurea, Alma Mater Studiorum Università di Bologna, Anno Accademico 2015/16

Fonte: Samantha Nisi, Op. cit.

Avvocato e scrittore, Gastón Gori (pseudonimo di Pedro Marangoni) nasce a Esperanza (ex colonia di immigranti europei) nel 1915. È nipote di immigranti friulani che si stanziarono ad Esperanza negli anni ‘70 del XIX secolo. Gori, però, non è molto conosciuto al di fuori del contesto argentino. Eppure, è un elemento molto importante nello studio dell’immigrazione europea in Argentina. I suoi scritti spaziano da studi scientifici e storici a racconti fittizi, ma tutti a volti ad analizzare l’immigrazione in uno studio che tende alla ricerca della verità. Gori non ha vissuto direttamente il processo d’immigrazione, ma è legittimato a parlarne in quanto è cresciuto nella colonia di Esperanza, i nonni erano italiani ed è stato uno dei primi studiosi che ha deciso di documentarsi e studiare avanti poterne parlare. Inoltre, grazie agli studi da avvocato, per Gori è fattibile analizzare come la società oligarchica argentina abbia cercato di organizzare la colonizzazione europea nella pampa, l’immigrazione urbana (le due si dividono in immigrazione organizzata e spontanea) e la distribuzione della terra. L’oligarchia, per aiutare l’Argentina a crescere economicamente (come stabilito dalla Costituzione argentina firmata a Santa Fe nel 1853), offre le terre fertili agli europei che, spinti dalla necessità di sopravvivenza, prendono al volo l’occasione. L’immigrante è speranzoso di poter velocemente esercitare il ruolo di padrone del pezzo di terra assegnatoli, ma, molto spesso, inizia la sua avventura già indebitato: riceve animali, materiale, attrezzi, ma in cambio deve pagare con denaro o con un terzo della cosecha. Chi riesce a pagare il debito può diventare a sua volta proprietario del suo campo.  Un esempio di successo è la colonia di Esperanza, da Gori nominata come “madre de colonias” (Esperanza, madre de colonias, 1969), la prima ad aver ottenuto ottimi risultati; mentre un caso particolare che trionfa e di cui Gori racconta, è il personaggio fittizio di El desierto tiene dueño (1958), Ernesto Bourdin. [...]
Redazione, L’immigrazione in Argentina raccontata da Gastón Gori, scrittore di origini italiane, aletheia, 29 aprile 2019

venerdì 24 settembre 2021

Secondo Aristofane i Greci erano ghiottissimi dei giovani fusti di Ortica

Urtica urens - Fonte: Wikipedia

Nessuno si è mai sognato di smentire la frase di Andrea Mattioli, dichiarata prima che il mitico Jean de Cabannes Signore de La Palice inventasse il metodo delle affermazioni tanto ovvie da essere incontrovertibili: “ Le piante dei genere Urtica sono riconoscibili dall'uomo anche di notte perché basta toccarle per sincerarsene”.
Infatti, i loro peli quando vengono osservati al microscopio, si rivelano costruiti come un lungo ago dalla punta ispessita, la cui base appare ingrossata dalla presenza di un cerchio di cellule a tessuto epidermico.
Al più piccolo contatto, la sommità dei peli si spezza obliquamente cosicché la parte rimasta si trova ad avere una punta talmente affilata da essere in grado di perforare la cute, restandovi infissa ed inoculando le sostanze irritanti contenute: una sorta di veleno molto simile a quello dei serpenti.
La sua composizione chimica, infatti, è talmente potente che basta un milionesimo di grammo per procurare un vistoso e doloroso arrossamento sulla pelle.
Conclusa la descrizione dell'unico lato negativo imputabile alle Ortiche, è doveroso segnalarne gli innumerevoli servigi perennemente a disposizione dell'uomo: una serie di rilevanti apporti utilitari oggi ignorati dai più.
Nel passato succedeva invece il contrario, testimoniato dai numerosi testi antichi che documentano i molteplici, collaudati vantaggi ricavabili dalle Ortiche o da molte altre appartenenti alla Famiglia delle Urticacee; tutte piante dall'aspetto in genere dimesso, ma variamente sfruttabili in medicina, nell’alimentazione, nell'agricoltura e nell'allevamento dei bestiame.
Fusti e foglie delle Ortiche sono infatti da sempre al centro dell'attenzione di naturalisti e di medici, sfruttati per la cura delle affezioni allo stomaco, all'intestino, per ripulire i bronchi, i polmoni e guarire le ulcere.
Secondo gli erboristi del passato, l'introduzione di un batuffolo di cotone imbevuto di succo fresco d'Ortica nelle narici, arrestava immediatamente le emorragie nasali; i frequenti gargarismi del suo decotto risanavano velocemente molte affezioni dei cavo orale come afte, angine, tonsilliti; i massaggi praticati con unguenti o lozioni a base di Ortica ripulivano la pelle da eczemi arrestando, inoltre, la caduta dei capelli.
Duemila anni or sono Columella raccomandava agli allevatori romani, non appena si fossero accorti dell'insorgere dei primi sintomi della scabbia (una malattia considerata letale sui cavalli), di pestare in un mortaio alcuni semi di Ortica assieme ad olio e pece di Cedro, quindi di frizionare energicamente con questo medicamento la parte infetta.
Macerando per alcuni giorni foglie di Ortica in un recipiente pieno d'acqua, si preparava un insetticida particolarmente attivo contro i parassiti degli animali e dei vegetali: un prodotto ecologicamente prezioso, innocuo per l'uomo, che meriterebbe di essere riutilizzato, tanto più che era una ricetta abitualmente seguita da generazioni di contadini liguri.
Secondo Aristofane i Greci erano ghiottissimi dei giovani fusti di Ortica; li tagliavano all'inizio della primavera e li cucinavano eliminando con la cottura il forte potere urticante. Questa antica abitudine trova consenso anche presso tutti i moderni dietisti; infatti, degustate come verdura cotta nei contorni, nelle minestre e nelle frittate, esse uniscono infatti alla forte potenzialità nutritiva, la riconosciuta azione stimolatrice dei succhi  gastrici: due importanti ragioni che concorrono ad indicarle tuttora specificatamente adatte alla alimentazione degli anemici, dei debilitati e degli anziani.
Le Ortiche, anche se bollite, conservano uno smagliante colore verde, un fatto che ha indotto a presumere in esse un'overdose di clorofilla.
L'osservazione è confermata da recenti ricerche volte alla produzione industriale di questa preziosa sostanza vegetale, isolata in quantità veramente rilevanti nelle diverse specie del Genere.
Quando il cotone non era ancora conosciuto e coltivato, ci si serviva di una fibra tessile ricavata dalla Urtica dioica per la tessitura di stoffe particolarmente resistenti e preziose e di una mussola soffice e leggera.
Abiti ricavati con questo materiale così economico, sono conservati nel museo di Kew Gardens, il famosissimo giardino botanico londinese, nel quale sono esposte 30.000 specie viventi.
Ancora oggi, gli allevatori biologici di tacchini e di altri animali da cortile ricorrono alle Ortiche per l'ingrasso; tutti i pastori si assicurano della loro presenza nel foraggio perché aumenta la secrezione lattea ed in ogni caso preserva il bestiame da molte infezioni.
La moderna scienza ha confermato tutte le antiche intuizioni empiriche rilevando nelle Ortiche un valore nutritivo valutato in 48 unità contro le 31 di un normale fieno; inoltre posseggono una maggior ricchezza di proteine ed una minor presenza di cellulosa, due fattori utili per aumentare la digeribilità delle nostre tanto disprezzate, o per lo meno misconosciute piante.
Cosicché, la frase “gettare alle Ortiche”, andrebbe giustamente riconsiderata, ma in senso del tutto positivo.
D'altronde la storia dell’uomo e quella delle Ortiche si intersecano sino dai tempi delle primitive forme di vita sociale organizzata perché la risaputa avidità di sostanze azotate da parte delle Ortiche le ha sempre indotte ad insediarsi nei pressi delle abitazioni, fossero esse caverne, palafitte, tende; dovunque, insomma, si accumulassero rifiuti di materiale in decomposizione.   
Le popolazioni della Siberia occidentale, la lasciano ancora oggi crescere liberamente intorno alle loro abitazioni per ricavarne fibre tessili che forniscono una speciale tela verde, praticamente indistruttibile, una volta fabbricata anche in Cina e nell’Europa settentrionale, come testimoniano molte fiabe popolari. L’ultimo sfruttamento massiccio documentato è quello dei tedeschi per tessere le stoffe delle uniformi indossate nelle due recenti guerre mondiali.
Le diverse tradizioni popolari non hanno risparmiato le Ortiche creando proverbi e frasi nelle quali echeggiano in genere giudizi sprezzanti e poco edificanti, anche se ricorrevano alle sue fascine come amuleto e come parafulmine durante i temporali. Ancora oggi si fanno gli scongiuri, quando il tempo minaccia, gettando ortiche nel focolare con lo scopo di allontanare ogni pericolo, ma soprattutto il fulmine perché secondo una perdurante credenza dell’Europa centrale, la folgore non colpisce mai le Ortiche.   
Gli Inglesi da molti secoli, accusano gli invasori romani di aver introdotto nell'isola molte cosiddette erbacce e fra queste l'Ortica.
La notizia è vera, ma la motivazione con la quale gli esperti agronomi al seguito delle legioni compirono l'operazione sembra ampiamente giustificata; infatti, attorno ai campi di grano veniva seminata una barriera di piante d'Ortica allo scopo di preservare il frumento dalle muffe, provocate dall'atmosfera fortemente umida dei luoghi.
La conseguenza fu però l'ampia diffusione, anche per la sua risaputa propensione a nutrirsi dei fosfati che permangono a lungo nel sottosuolo: vicino a Salisbury, nelle zone degli antichi insediamenti romani di Grovely Ridge, sono ancora visibili rigogliosi cespi di Ortiche, considerate i diretti discendenti di quelle arrivate da Roma in Inghilterra, oltre 1600 anni fa.
Inoltre, la coltivazione e le attuali tecniche diserbanti costituiscono due elementi capaci di favorire la sua capacità di resistenza e la sua naturale propensione diffusiva sui suoli arricchiti delle terre coltivate e dei pascoli; dove era consuetudine spargere limo fluviale nel quale pullulavano i suoi semi.
Lo stesso è accaduto ed accade nei luoghi frequentati da uomo ed animali, dove abbondano l'azoto ed il fosforo, diretta conseguenza di immondizie, letamai, cimiteri, resti di fuoco. L'habitat naturale dell'Ortica è caratterizzato da suoli fertili e fangosi, meglio se frequentati da animali, ubicati soprattutto tra le erbe delle valli fluviali; palestra formidabile per la diffusione dei suoi semi e delle vigorose radici, capaci di percorrere sottoterra quasi un metro all'anno.
Anche ridotte in piccoli frammenti, le parti sotterranee non cessano la loro attività colonizzatrice, originando radici verticali tenaci e resistenti che in breve esplodono oltre la superficie con la nascita di vaste colonie.
Nel mondo classico correva voce che l’Ortica servisse per eccitare alla voluttà e facilitare i parti.
In realtà nelle pubblicazioni dell’epoca si trova scritto che il seme bevuto con la sapa apriva l'utero in caso di contrazioni isteriche, mentre le foglie sfregate sui genitali spingevano le femmine dei quadrupedi riluttanti ad accoppiarsi: forse perché li infuocavano.
Chi allora voleva riacquistare la virilità perduta doveva seguire i consigli forniti con una punta di sadismo da un viveur dell’epoca neroniana quale è Petronio:“Fatti frustare con un mazzo d’Ortiche sotto l’ombelico, sulle reni e sotto le natiche”.
Alla sua fama afrodisiaca molti rimasero comunque affezionati anche nelle epoche successive tant’è vero che fino al secolo scorso circolavano parecchie ricette eccitanti basate sull’utilizzo di semi e sommità fiorite. D'altronde, come testimonia alla metà del 1500 Castore Durante, anche nel Rinascimento si proclamava senza esitazione “Le fronde delle Ortiche, cotte in vino e bevute provocano l'orina, purgano i lombi e eccitano Venere”.
A queste piante l'emblematica floreale ha assegnato il valore simbolico della previsione di un successo giustificandola con la sferzata ed il pungolo che esse danno quando vengono sfiorate. Secondo i Maghi le Ortiche rendono coraggiosi, mentre la moderna astrologia le ritiene particolarmente attive nei confronti dei nati sotto il segno dello Scorpione, ai quali si raccomanda di mangiarne i germogli e le foglie a primavera.
Non è facilmente accettabile considerare le Ortiche come piante alimentari, ma le accertate azioni stimolanti nei confronti dello stomaco e dell'intestino, il valore nutritivo riscontrato, e soprattutto la perdita dei noiosi poteri urticanti con la cottura, dovrebbero far riconsiderare l'ostracismo di cui sono oggetto.
Nella minestra di Ortiche è consigliabile aggiungere patate, per dare corpo, ed aromi naturali come Aglio, Coriandolo e perché no, il pesto. E’ bene comunque non eccedere con le Ortiche perché a lungo andare, in soggetti sensibili, potrebbero provocare eccesso di diuresi.
Il decotto preparato con 50 g di foglie secche in un litro d'acqua, lasciato consumare sino alla metà, oppure la macerazione per una notte di 250 g di foglie fresche in un litro e mezzo d'acqua addolcito con miele (alla dose di un bicchiere al giorno), sono due pozioni rinfrescanti e disintossicanti di grande efficacia e di minimo costo.
La medicina omeopatica mette sul mercato una tintura madre da usare nei casi di emergenza per dissolvere i cristalli urinari che può essere anche usata per mantenere nella norma le funzioni a dosi più ridotte; legata con il cibo preserva dai più classici problemi ai denti.
Terminiamo ricordando l'utilizzo dei princìpi contenuti nelle nostre piante (acido formico, leicitina ed altre sostanze alcaloidi) nella disperata lotta intrapresa dall'uomo contro la caduta dei capelli: alle Ortiche viene infatti accreditata una efficace azione antiseborroica sul cuoio capelluto che impedisce il formarsi della forfora.
Le Urtica sono piante dal l'aspetto erbaceo a fusti angolosi e foglie alterne od opposte, intere o dentate, stipulate. I fiori, in genere giallastri, usualmente riuniti a formare infiorescenze a cime hanno da quattro a cinque segmenti liberi o saldati, formanti un perianzio generalmente sepaloide o polisimmetrico. Altrettanti sono gli stami, opposti ai sepali, a filamenti caratteristicamente incurvati prima dello sboccio, ma che bruscamente si raddrizzano, quando il polline ha completato la sua maturazione fisiologica, lanciandolo lontano.  Il calice dei fiori femminili è a tre- cinque sepali liberi o saldati in tubo ed il frutto è un achenio nel quale generalmente il seme contiene un endosperma oleoso. Le Parietaria hanno foglie alterne e fiori in glomeruli.
Urtica dioica L. (V- XI. Nasce sui ruderi, presso le abitazioni seguendo l'uomo nei suoi spostamenti sino ai 1800m). Ha rizoma strisciante di colore giallo, fusti ottusamente quadrangolari, alti sino a 120cm. Le foglie sono ovato lanceolate, seghettate, hanno stipole lanceolate e picciolo lungo sino alla metà dei lembo. I fiori giallo verdastri sono dioici in spighe ramose, coperte sino alla base di glomeruli e più lunghe dei picciolo. La pianta ha colore verde cupo.
Urtica urens (VII- VIII. Annuale o biennale. Nasce sui ruderi, presso le abitazioni sino ai 1800m). Ha fusti alti sino a 50cm.  Le foglie ovali, con picciolo lungo poco meno della lamina, a bordo seghettato e con  4 stipole distinte ad ogni nodo. I fiori sono in spighe bisessuali più corte dei piccioli. La pianta è di colore verde chiaro, mentre le foglie sono glabre, fornite solo di qualche pelo urticante.
Urtica membranacea Poiret (V- IX. Annuale. Nasce sui ruderi, presso le abitazioni sino ai 1000m). Ha fusti scanalati alti sino a 30cm.  Le foglie ovali a base cordiforme, hanno picciolo lungo come la lamina, bordo dentato e con 2 stipole distinte ad ogni nodo. I fiori sono in spighe femminili ascellanti  ed arcuato erette, le maschili ad asse appiattito. Simile è: Urtica pilulifera L. che differisce per le foglie il cui dente estremo è maggiore, per avere 4 stipole, per avere i fiori femminili in glomeruli picciolati.  
Come raccoglierle e coltivarle
La macerazione delle foglie dell'Ortica può inoltre essere sfruttata come antiparassitario contro afidi ed altri dannosi insetti delle piante. Si sparge utilizzando un normale spruzzatore a pompa, anche a più riprese, con il duplice prezioso risultato di liberarsi dai parassiti, senza avvelenare ulteriormente l'ambiente con i pericolosi insetticidi chimici.
Una soluzione ottenuta con il 5-10% di piante di Ortica in acqua, lasciata per qualche giorno al sole, costituisce un ottimo fertilizzante in grado di regolarizzare la crescita dei diversi ortaggi e dei fiori. Per la loro coltivazione è superfluo fornire indicazioni: sanno benissimo fare da sole. Basta assecondarle.   
Alfredo Moreschi