sabato 31 ottobre 2020

Paul Bowles, ai tempi del Lungosenna Voltaire

Parigi, Quai Voltaire

Se ricordo bene, l’appartamento al 17 del Lungosenna Voltaire era composto da uno studio con un soffitto molto alto e una loggia che correva lungo uno dei muri. Io dormivo lì. Harry Dunham, fresco fresco da Pricenton, aveva preso quell’alloggio e occupava la cameretta dabbasso. Eravamo nel mese di gennaio e al mattino faceva molto freddo. Dalla finestra della sala da bagno che dava sulla loggia contemplavo il disegno dei rami contro il cielo e i battelli che andavano e venivano sul fiume ai miei piedi. Era l’inverno dell’annata 1931-1932 ed erano poche le autovetture che passavano giù nella strada. Immagino che oggi esse siano più numerose. A Marrakech, Harry aveva pensato che sarebbe stata una buona cosa condurre con noi in Francia Abdelkader, un giovane marocchino di quindici anni impiegato nell’albergo presso cui lui s’era sistemato e che intendeva istruire alla funzione di cameriere-factotum. Tale iniziativa si rivelò un po’ meno felice del previsto. Nello studio doveva esserci un apparecchio per il riscaldamento, sarebbe stato altrimenti insostenibile, e mi ricordo gli andirivieni di Abdelkader lungo la stretta scalinata di servizio che conduceva in cantina, al fine di rifornirvisi di combustibile. Se si trattasse di legname o carbone, non ne ho la minima idea. Ma so che su quei gradini un giorno lui conobbe una persona della quale, entusiasta, tracciò un ritratto: «Come mia madre, te lo giuro». Mi presentò a lei successivamente, sempre lungo la stessa scalinata. Quella signora chiacchierona si chiamava Lucie Delarue-Mardrus. M’invitò a prendere una tazza di caffè a casa sua e mi presentò al dottor Mardrus. Costui era di gran lunga meno loquace di lei. Per quanto mi riguarda, io me ne rimasi tutto il tempo pressoché muto poiché non avevo letto la sua traduzione delle Mille e una Notte, e nemmeno ne ero a conoscenza. Dai Mardrus udii per la prima volta il nome di Isabelle Eberhardt, che la signora descrisse con vivo piacere. Le due donne s’erano incontrate in Algeria. Il mese precedente avevo soggiornato in una stazione sciistica italiana. Non ero in perfetta salute e l’avevo scritto a Gertrude Stein che mi raccomandò con insistenza di fare ritorno a Parigi. Nel frattempo, però, qualcuno le riferì (all’epoca i pettegolezzi correvano sulle ali del vento per la rive gauche) che laggiù nelle Alpi ero in compagnia di una giovane ragazza francese. La ragazza ed io eravamo semplicemente buoni amici ma Gertrude Stein ne trasse delle conclusioni personali. Lei disapprovava le relazioni tra i giovani che la interessavano e le persone del sesso opposto. Allorquando feci rientro a Parigi e pensai di recarmi in rue de Fleurus per fare visita alle signore Stein e Toklas, telefonai loro. Ci fu una certa freddezza all’altro capo della linea. «Dunque, siete tornato a Parigi, disse Gertrude Stein. - Sì. - Perché non ve ne andate in Messico? È proprio quello che vi ci vuole. Lì non durereste più di due giorni». La nostra conversazione ebbe termine qui. Gertrude Stein era californiana, e per lei il Messico rappresentava proprio il luogo dal quale non si ritorna vivi. Non la rividi più fino all’estate successiva.


Bizzarramente, non riesco a ricordarmi dov’è che pranzassi. Non mi preoccupavo affatto della buona cucina; volevo mantenermi con una piccola somma di denaro il più a lungo possibile, senza avere a soffrire d’indigestione. C’era, credo, in rue Bonaparte, un ristorante assai buono e non troppo caro dove andavo spesso. Durante la mia prima visita a Parigi, due anni prima, m’innamorai del métro. Permetteva di circolare per tutta la città senza la confusione e il pigia pigia della subway newyorchese, che sembra sempre lanciata in una corsa contro la morte. Nella subway non ci si può trattenere dal controllare l’ora ad ogni istante; nel métro si teneva d’occhio piuttosto il Dubo… Dubon… Dubonnet [Negli anni che Bowles sta rievocando campeggiava per le strade di Parigi un manifesto pubblicitario, su sfondo giallo, del “vin tonico alla china”, aperitivo di marca Dubonnet. Lo slogan, posto al di sotto di un grande, gustoso disegno, prepotentemente geometrico, dal tono in prevalenza amaranto in aggiunta al nero, fortemente stilizzato nelle sue geometrie semplici ed essenziali, recitava per l’appunto «Dubo… Dubon… Dubonnet» <N.d.T.>]. L’odore della subway di New York è quello del metallo surriscaldato, mischiato alle zaffate di fogna che provengono dalla baia; il metrò rendeva un odore particolare che si dileguava per le vie in superficie attraverso delle bocche. Quell’odore non l’avevo mai sentito da nessun’altra parte; per me era sinonimo di Parigi. Molti anni dopo, in una drogheria tangerina scoprii che vendevano un disinfettante in tre profumazioni differenti: Limone, Lavanda e Profumo del Metrò. Bernard Faÿ abitava in rue Saint-Guillame e occupava una cattedra di relazioni franco-americane. Non ho la minima nozione delle idee politiche ch’egli professava all’epoca ma deve averle espresse quel tanto che basta perché lo imprigionassero per diversi anni, alla fine della Seconda Guerra mondiale. Da lui ho incontrato Virgil Thomson: abitava anche lui al numero 17 del Lungosenna Voltaire. Così è stato grazie a lui che potemmo sistemarci, Harry ed io, nel nostro atelier. Inoltre Virgil s’incaricò di presentarmi a diverse persone che secondo lui era importante che io conoscessi, tali Marie-Louise Bousquet, Pavel Tchelitchev e Eugène Berman, che tutti chiamavano Génia. Un giorno, Virgil mi condusse ad incontrare Max Jacob, strano piccolo personaggio dalla testa a forma d’uovo. Si trovava da lui Henri Sauguet. Io, però, non avevo mai letto un rigo di Max Jacob, né avevo mai ascoltato una sola nota della musica di Sauguet, di conseguenza quelle presentazioni non servirono a granché. Due erano i posti che m’incantavano particolarmente: il Bal Nègre, in rue Blomet, e il Teatro del Grand-Guignol. Non avevo mai avuto occasione di veder danzare dei Neri, nonostante io fossi, com’è naturale che sia, fortemente impressionato dalla loro grazia e dalle loro doti di danzatori. Il repertorio del GrandGuignol era necessariamente limitato, occorreva, al fine di evitare una scelta composta esclusivamente da pezzi già visti, esaminare con cura il programma. Spesso lo spettacolo era disturbato dalla presenza in sala di infermieri in camice bianco che arrivavano per portare via gli spettatori che si sentivano male. Non credevo molto all’autenticità di quelle crisi cardiache o di quegli attacchi epilettici. I lavori presentati non mi sembravano tanto raccapriccianti da poter provocare simili reazioni. Si asseriva, però, che quegli incidenti non erano affatto dei trucchi: il teatro attirava un pubblico d’invalidi e nevrotici. Trovavo la cosa molto divertente, compresa l’atmosfera di dramma in cui era avvolta l’uscita degli spettatori ipersensibili. Ogni volta che uno dei miei conoscenti di passaggio a Parigi mi proponeva un pranzo sceglievo di andare al ristorante della Moschea, non tanto per l’eccellenza della sua cucina, ma più semplicemente perché le portate e l’ambiente mi ricordavano il Marocco. (L’avevo lasciata da appena qualche mese ma sognavo continuamente di fare ritorno a Fès). Oggi, ripensandoci, mi sembra di ricordare che il couscous della Moschea non fosse poi tanto male. Era di sicuro migliore del couscous servito oggigiorno nei ristoranti in Marocco. Mi dicono che adesso, trascorso più di mezzo secolo, la qualità dei piatti della Moschea è via via calata, ma ciò non sorprende affatto visto come vanno le cose dappertutto. Un giorno, presso alcuni amici a Montparnasse, venni presentato a Ezra Pound. Andammo, io e lui, a colazione nelle vicinanze. Era un uomo d’alta statura con una barba appena rossiccia. Mi ricordai di una sua poesia che avevo letto qualche anno prima in una piccola rivista; si trattava di una specie di diatriba contro gli anziani i quali, secondo Pound, per il bene della società avrebbero dovuto morire prima dell’età senile. Mostrai a mia madre quel passo così crudo, ella mi disse: «Mi sa che quest’uomo non conosce granché della vita». Più volte, nel corso di quella colazione, fui sul punto di domandare a Mr. Pound se avesse mantenuto la stessa opinione riguardo alla vecchiaia, ma mi astenni dal farlo all’idea che la domanda potesse imbarazzarlo. All’epoca dirigeva, assieme a Sam Putnam e Richard Thoma, una rivista letteraria dal titolo The New Review. Quello stesso pomeriggio aveva appuntamento con Putnam e mi propose di accompagnarlo. Nell’autobus, per tutto il tragitto fino a Fontenay-aux-Roses, rimanemmo in piedi sulla piattaforma. Ricordai che Gertrude Stein aveva stabilito che non avrebbe più ricevuto Pound. Era così poco attento e così maldestro, lei diceva, che se si avvicinava a un tavolo ne avrebbe rovesciato la lampada; se si sedeva, la sedia crollava sotto di lui. La sua presenza tra gli invitati le costava troppo e quindi lei gli impedì l’ingresso al 27 di rue de Fleurus. Le domandai se non pensava che lui soffrisse per questa esclusione. «Oh, no! Ha tanta altra gente a cui spiegare la vita». Lei lo aveva soprannominato il Grande Esplicatore, «se si ha bisogno di spiegazioni, aggiungeva, è perfetto». A Parigi, quell’inverno, le mie attività letterarie si limitavano alla ricerca dei numeri mancanti nelle mie collezioni di riviste, le più disparate o moribonde. La cosa richiedeva tempo ed energia più di quel che si possa credere. Le pubblicazioni che m’interessavano maggiormente erano Le Minotaure, Bifur e Documents, giornale dal destino effimero, pubblicato da Carl Einstein. Non le si trovava nei negozi di libri usati dei lungofiumi ma presso le piccole librerie a prezzi d’occasione sparpagliate per tutta la città; di conseguenza, per le mie ricerche ero costretto a fare delle lunghe camminate. Del resto trovavo la cosa conveniente, poiché a Parigi niente mi piaceva di più che passeggiare per le vie poco frequentate, il cui mistero permaneva inesauribile ai miei occhi. In particolar modo amavo esplorare i quartieri situati distanti dall’Opera, lontani da Place de la Concorde o dall’Arc du Triomphe, davvero troppo ufficiali per apparirmi interessanti. Nel grigiore di una giornata d’inverno, le modeste rue de Belleville o rue de Ménilmontant mi apparivano soffuse di una poesia infinitamente più grande. Misuravo ad ampi passi quelle strade, per delle ore e senza annoiarmi, scattando fotografie a quei punti in cui si accatastavano scale e botti (prestando attenzione a non includere persone nell’immagine), qualche volta smarrendomi, un po’ come in una medina marocchina. I piatti serviti nei ristoranti di quei quartieri non mi piacevano molto: ricordo la carne di cavallo, rossa e dolciastra, abitualmente accompagnata da spinaci che crocchiavano sotto i denti. Un edificio «ufficiale» che mi affascinava, però, c’era: il Trocadéro, con la sua ampia rampa di scale che digrada verso la Senna. Sbaglio ad associarci il ricordo di Lautréamont? Senza alcun dubbio la costruzione era sufficientemente brutta da suscitare la sua ammirazione, con i suoi indimenticabili rinoceronti a grandezza naturale. Apparentemente, questi sono stati soppressi in occasione del ringiovanimento chirurgico praticato al complesso. Non riesco a non domandarmi cosa ne è stato di quei due enormi animali. Esistono ancora da qualche parte o sono stati distrutti? Mi pare che i francesi abbiano potuto farne colare un altro paio, identici, e piazzare le quattro bestie ai quattro angoli della torre Eiffel, con cui avevano una certa aria di famiglia. Per evitare l’accusa di nutrire un gusto deviato in materia di architettura dovrei dire che ammiravo il castello di Versailles. La superficie del paesaggio che si distendeva in lontananza serviva da antidoto a quel leggero senso di claustrofobia che alle volte provavo a Parigi. Ero certo di avere un’ammirazione praticamente universale per quel posto, tanto che un pomeriggio fui scandalizzato nel vedere quattro turisti inglesi, in piedi davanti alla larga facciata principale, con aria canzonatoria, e udire una delle donne pronunciare con un forte accento cockney: «Proprio una roba brutta!». Una sera venni invitato da Tristan Tzara a cena. Era da qualche parte sopra Montmartre, forse rue Lepic. Aveva una moglie svedese molto bella, il suo salotto era pieno zeppo di sculture e maschere africane. Possedeva un magnifico gatto siamese. A dispetto delle loro reazioni, folli e imprevedibili (oppure potrebbe anche darsi che sia proprio per via di quelle) apprezzo particolarmente questi animali. Le pietanze mi parvero eccellenti, nonostante esse furono motivo di scuse da parte dei miei ospiti. Tzara mi spiegò che in cucina tenevano del personale provvisorio perché il loro cuoco abituale li aveva lasciati pochi giorni prima, molto agitato, dichiarando che non avrebbe più rimesso piede in casa Tzara. Tutta la faccenda era dovuta al gatto, che non era mai entrato in buoni rapporti con il cuoco. Forse questi aveva trascurato i suoi pasti. In ogni caso lui non lo voleva in cucina mentre lavorava e così lo scacciava col piede, insulto che l’animale, un maschio molto grande, considerava imperdonabile.

Il cuoco dormiva in una camera di servizio in fondo all’appartamento e chiudeva sempre la porta al momento di addormentarsi. Ma una sera non la trasse completamente e il gatto riuscì ad aprirla senza fare rumore. Dopo essersi assicurato che l’uomo dormisse, il gatto prese slancio, saltò, atterrò sulla gola del cuoco e prese a lacerarla con i possenti artigli delle sue zampe posteriori. Era evidente: l’animale era risoluto a sbarazzarsi del nemico. Dovettero portare il cuoco in ospedale, dal quale fece ritorno l’indomani mattina per rilasciare il suo ultimatum: se i suoi signori desideravano mantenerlo al loro servizio era necessario che si sbarazzassero seduta stante del gatto. Il cuoco non avrebbe rimesso piede nell’appartamento fin tanto che la cosa non venisse fatta. Gli Tzara si rifiutarono e il cuoco se ne andò, fulminante e minacciando di intentare causa ai coniugi. Chiesi come se la intendeva ora il gatto con il sostituto: «Ah, disse Tzara, ma è una donna! Le femmine non lo disturbano affatto». Il gatto era sistemato sopra una libreria, di fianco a una maschera africana. Da lì ci guardava mangiare. Ebbi un violento desiderio di avvicinarmi per accarezzargli la testa e grattargli la mascella, però mi tenni a buona distanza per tutta la serata. Le pareti del nostro atelier al 17, quai Voltaire erano decorate da grandi disegni monocromi di Foujitai. Probabilmente appartenevano alla nostra padrona di casa, la signora Ovise, o magari furono abbandonati lì da un precedente locatario. Malgrado la presenza in taluni di quei quadri di gatti siamesi restituiti con brio, trovavo che quella serie non fosse degna del nostro studio, il quale necessitava secondo me di opere un po’ più d’impatto. Harry condivideva la mia opinione. Vicino a noi, credo in rue de Seine, la Galleria Pierre presentava un’esposizione di «costruzioni» di Joan Miró. Erano realizzate con pezzi di legno, gesso, estremità di corde e ricordavano vagamente certe parti del Merzbau di Kurt Schwitters concepite, però, con lo scopo di piacere. Harry visitò la Gallerie Pierre e ne rivenne con tre di quei Miró. Rallegravano alquanto gli spazi e mi davano l’impressione di essere veramente nella Parigi del 1932. I Foujita suggerivano un’altra epoca: quella del decennio precedente. (Quando si ha vent’anni, un decennio sembra molto lungo). Riponemmo i Foujita dentro un armadio a muro. Appena quindici giorni dopo, un pomeriggio, rientrai e trovai lo studio eccezionalmente spento. Mi furono sufficienti alcuni secondi per comprendere: i Foujita avevano riguadagnato i loro posti sui muri e i Miró erano spariti. La cameriera non era capace di fare una cosa simile: non potevano essere stati che la portinaia o la stessa signora Ovise. Mi precipitai di sotto per parlare alla custode. Inizialmente lei non capì (o fece finta di non capire) il motivo della mia agitazione. Parlavo dei Miró spariti come di «quadri». In un secondo tempo comprese ed esclamò: «Volete dire, signore, quei vecchi pezzi di legno che qualcuno ha appeso al muro? Li ho gettati via. Pensavo che lei, signore, sarebbe stato felice di sbarazzarsene». Cominciammo un’ispezione minuziosa; le costruzioni, che io continuavo a qualificare delle opere d’arte, con grande perplessità della portinaia, furono rinvenute presso un angolo di strada, in mezzo a una catasta di fasciole. Erano ridotte piuttosto male e fu necessario riportarle alla Galleria Pierre per delle riparazioni. Alla fine, fu lo stesso Miró a riassemblarle.

Paul Bowles, 17, Quai Voltaire (a cura di Sandro Melissi * su Satisfiction)

* "17, Quai Voltaire" è un brevissimo memoriale (28 pagine) scritto da Paul Bowles su richiesta - probabilmente, visto che le notizie intorno a questa pubblicazione sono limitatissime - di Daniel Rondeau, all’epoca direttore della casa editrice Quai Voltaire. Il testo venne pubblicato fuori commercio nel 1993 a scopo promozionale, ed era riservato «aux amis de Quai Voltaire» (agli amici dell’editore parigino, come specifica una noterella in fondo al volumetto). “17, Quai Voltaire” è lontanissimo dalla violenza onirica e dalla granitica intonazione, dalla intensità di racconti come quelli che compongono “The Delicate Prey” (1950), ad esempio. Si avvicina, naturalmente per via del taglio narrativo, a quella impalpabile biografia che fu “Without Stopping” (1972). Nelle sue righe sono infatti rievocati (con una rapidità e un distacco raggelante ma in definitiva molto pertinenti allo stile di Bowles) i mesi tra il 1931 e il 1932 in cui il giovanissimo compositore americano (Bowles intraprese la carriera letteraria in un secondo momento e giunse in Europa anche per seguire studi di teoria musicale più approfonditi) visse a Parigi. Era il suo secondo soggiorno nella capitale francese. Alloggiò in un appartamentino al numero 17 del Quai Voltaire (Lungosenna Voltaire). Quell’indirizzo, per un caso davvero particolare, divenne mezzo secolo più tardi il nome di uno dei suoi editori in Francia. Dalla coincidenza è nata questa memoria scritta in inglese ma pubblicata direttamente ed esclusivamente in francese. Gli anni ai quali si fa riferimento furono incredibilmente intensi e proficui per i rappresentanti di quella comunità artistico-culturale americana trapiantata a Parigi e in genere in Europa (stabilmente o temporaneamente - si pensi ad esempio a Henry Miller, Gertrude Stein, Ezra Pound, questi ultimi due tratteggiati da Bowles in “17, Quai Voltaire”). Il breve racconto, che mette in scena sottovoce tutto il melting-pot intellettuale della Parigi alle soglie della Seconda Guerra Mondiale, in questo caso ne costituisce una ennesima testimonianza, piacevole da leggere, interessante dal punto di vista storico e filologico. (Paolo Luzi)

mercoledì 28 ottobre 2020

La Berardia subacaulis, una delle specie mitiche che vivono sulle Alpi Marittime

Berardia subacaulis

La Berardia subacaulis, una delle specie mitiche che vivono sulle Alpi Marittime, è dedicata al farmacista di Grenoble Berard vissuto nel XVIII° secolo, secondo Gaston Bonnier e Sandro Pignatti, oppure (salvo che non si tratti della stessa persona) al Professore di chimica di Montpellier Berard, secondo quanto scrive Fred Chittenden, estensore del The Royal Horticultural Society Dictionary of Gardening.

Berardia subacaulis

L'areale italiano di questo rarissimo ed originale fossile vegetale comincia nei pressi del passo di Flamalgal, punto in cui si incontrano la Provincia di Imperia, quella di Cuneo ed il Dipartimento francese delle Alpi Marittime; la presenza della Berardia subacaulis si estende poi sino alle cime sovrastanti Bardonecchia.

Berardia subacaulis

Nei cladogrammi curati dagli specialisti negli alberi genealogici delle piante la Berardia è tuttora considerato un Genere monospecifico con affinità incerte; è morfologicamente ritenuta  il possibile ipotetico capostipite comune  dei sottogruppi di Composite delle Carduinae e delle Centaureinae.

Secondo la sua carta d'identità  ha portamento nano per la mancanza del fusto, grandi foglie lanuginose e vive ad altitudini comprese fra i 1500 ed i 2500 metri. E’ considerata un residuo tropicale del periodo terziario, apparentemente poco preoccupato, sia del grande caldo secco che del freddo, anche di quello anche  eccessivo.

Berardia subacaulis

Sono ben poche le piante come la Berardia che siano riuscite a sopravvivere alle rigide glaciazioni preistoriche; tuttora conserva l'abitudine di crescere nelle zone di confine degli antichi di ghiacciai  alpini, disegnandone con le sua grandi foglie cotonose i contorni. E' considerata il risultato di una lunghissima, sorprendente evoluzione verificatasi proprio a causa del suo isolamento plurimillenario.

Endemica sui macereti calcarei non assomiglia, neppure vagamente, a nessun'altra specie europea.  In passato era stata considerata prossima all' Onopordum ma recenti studi sostengono che il suo parente più prossimo dovrebbe essere la Warionia saharae che, in ossequio alla sua definizione di specie, risiede nei deserti del Nord Africa condividendo un ambiente simile a quello alpino unicamente per le condizioni estreme: l'elevata temperatura diurna e la forte escursione termica.  

Anche questa specie vanta un'origine antichissima e vive un'esistenza  splendidamente solitaria. Ma non tutti gli specialisti sono d'accordo con la parentela ed alcuni attribuirebbero alla Berardia subacaulis il merito di essersi evoluta in modo assolutamente solitario ed autonomo; senza il suggerimento di nessuno.

La sua biologia è del tutto particolare perché il suo risveglio, comincia a manifestarsi quando è ancora in gran parte coperta dalla neve.

I raggi solari, filtranti  attraverso la coltre nevosa, riscaldano sufficientemente il terreno  staccandolo dal manto sovrastante e creano un modesto spazio vitale simile ad una miniserra; consentono perciò al sistema  vegetativo della pianta di mettersi in azione ed, a neve completamente sciolta, di fiorire e fruttificare frettolosamente per disporsi alla fase di riposo, come avviene ininterrottamente da milioni d'anni.

Berardia subacaulis Vill. (Sin. Berardia lanuginosa Lam. VI-VIII. Nasce sui macereti calcarei alpini dai 1800 sino ai 2700 m.) Forma un rizoma strisciante lungo poco meno di un metro dal diametro di circa 2  centimetri. Alta sino a 15 cm, apre una rosa di foglie picciolate, di forma largamente ovata, coperte da tomento rado sulla pagina superiore e cotonose al di sotto. Il fusto è pressoché inesistente ed il grosso capolino unico ha involucro emisferico, formato da squame intere, lanceolate e lanose. I fiori, tutti ermafroditi hanno la corolla gialla o biancastra  con la fauce laciniata. Il frutto ha forma prismatica a tre angoli e pappo con setole rossastre.


La Warionia saharae Benth. et Coss., 1872 - Wikipedia.

E' una pianta della famiglia delle Asteraceae, endemica dell'Africa nord occidentale. È l'unica specie del genere Warionia (nonché della sottotribù Warioniinae) appartenente alla tribù delle Cichorieae. L'habitus di questa specie è fruticoso (forma arbusti o piccoli alberi) con presenza di latice nelle radici. È una pianta aromatica. Le foglie somigliano a quelle di un cardo (ma senza spine) e sono carnose. I bordi sono grossolanamente dentato-lobati. Le infiorescenze sono composte da capolini terminali e solitari.

I fiori sono tetra-ciclici (ossia sono presenti 4 verticilli: calice - corolla - androceo - gineceo) e pentameri (ogni verticillo ha in genere 5 elementi). I fiori sono tutti ermafroditi e debolmente zigomorfi (la corolla tubolare è divisa nella metà superiore, quindi non è radialmente simmetrica).

Warionia saharae che vive nelle zone desertiche del Sahara algerino

Secondo gli ultimi studi filogenetici il genere Warionia (e quindi la specie di questa voce) è “gruppo fratello” di tutto il resto della tribù delle Cichorieae e forma un clade monofiletico ben supportato. In effetti questo Genere, da un punto di vista morfologico e molecolare è più vicino alla tribù delle Cichorieae che a qualsiasi altro gruppo delle Asteraceae. Inizialmente era stato collocato nel gruppo delle Cardueae; anche se le caratteristiche del polline lo avvicina a quest'ultimo gruppo, in realtà il latice nelle foglie e negli steli e altre caratteristiche come quelle del floema dimostrano l'appartenenza alle Cichorieae. In questo gruppo in un primo momento Warionia è stato inserito all'interno della tribù Gundelieae DC. ex Lecoq & Juillet, 1831 (insieme al genere Gundelia L.), ma in seguito è stato descritto separatamente. In base al conteggio dei cromosomi e altri dati si può ipotizzare che Warionia e quindi Warionia saharae sia a tutti gli effetti una specie relitta. I capolini, largamente discoidi e con molti fiori, sono formati da un involucro composto da brattee (o squame) all'interno delle quali un ricettacolo fa da base ai fiori tubulosi. Le squame sono disposte su più serie in modo embricato; hanno delle forme lanceolate con apici acuti e basi libere (non sono connate).

Alfredo Moreschi

 

martedì 27 ottobre 2020

Ora dovrei tornare a Roma per il mio servizio


Maurizio Giglio nacque a Parigi il 20 dicembre 1920. Suo padre Armando, capitano di fanteria, fu ferito sul fronte francese durante la Grande Guerra e decorato con Medaglia d’Argento al Valor Militare.
Al termine del corso per Ufficiale di complemento del Regio Esercito, frequentato ad Ancona, fu chiamato alle armi nel gennaio del 1940. Nominato sottotenente fu inviato sul fronte francese.
Una volta cessate le ostilità, chiese di essere assegnato come volontario sul fronte greco albanese, laddove si distinse per coraggio e spirito di sacrificio non comuni, rischiando più volte la vita per salvare quella dei suoi soldati esposti alle repentine sortire nemiche.
Ferito gravemente nella battaglia del Kurvalesch, a seguito della quale fu decorato con una Medaglia di Bronzo al Valor Militare, nel gennaio 1941 ritornò in Italia con la nave ospedale “Aquileia”.
Dopo alterni periodi trascorsi in luoghi di cura e in licenze di convalescenza, durante i quali si laureò in Giurisprudenza, iscrivendosi, poi, all’Albo dei Procuratori Legali di Roma, fu richiamato in servizio ed assegnato alla Commissione Italiana di Armistizio con la Francia con sede a Torino, ove rimase fino al gennaio 1943, conseguendovi la promozione a Tenente.
Chiese ed ottenne di tornare in forza ad un reggimento. Rimpatriato fu assegnato al deposito dell’81° Fanteria di Roma con sede in Via delle Milizie.
Unitamente ad altri militari collaborò attivamente alle operazioni di soccorso delle centinaia di Romani rimasti vittima dei tremendi bombardamenti del 19 luglio e 13 agosto del 1943.
Dopo l’8 settembre 1943, a Porta San Paolo prese parte alla “guerra di popolo” per la difesa di Roma dall’occupante nazista, combattendo strenuamente fianco a fianco a molti eroici cittadini e soldati, molti dei quali appartenenti al Reggimento di appartenenza.
Deciso a continuare ad oltranza la lotta ai nazifascisti a fianco delle truppe Alleate, che già risalivano la Penisola, non esitò a passare le linee nemiche e a mettersi a disposizione della Quinta Armata.
Facendo leva sull’ardimento e sulla capacità evidenziate nel viaggio pericolosissimo appena compiuto, i Servizi d’Informazione statunitensi lo convinsero a diventare un loro agente e a fare ritorno a Roma, divenuta “Città aperta”, per acquisire informazioni di vitale importanza militare ai fini dell’avanzata Alleata verso Nord.
 

Fonte: ANPI Roma

Il Ten. Giglio quindi, con altri suoi commilitoni, ritornò nella Capitale con una radiotrasmittente e i relativi cifrari, rischiando in più di un’occasione di essere scoperto e fucilato come spia.
Con l’aiuto del padre, che allora era Questore di Bologna e già Direttore della 2^ Zona della OVRA, riuscì ad arruolarsi nel Corpo degli Agenti di P.S., divenendo Tenente ausiliario del Corpo degli Agenti di P.S. presso la Divisione Speciale di Polizia di Roma, Assegnato allo Squadrone a Cavallo di stanza a Villa Borghese, seppe tessere una fitta rete di informatori, avvalendosi della collaborazione sia dei militari del Fronte Militare Clandestino del Col. Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo che dei socialisti delle “Brigate Matteotti”.
La sua opera si rivelò, altresì, preziosissima nel preparare alcune basi sulla costa tirrenica (grossetano) per facilitare, con l’aiuto delle motosiluranti alleate, il passaggio nell’Italia Liberata di molti antifascisti braccati dalle SS: Gen. Accame, il Comandante Calosi, l’Ing. Morris, gli Ufficiali Paolo Poletti e Clemente Menicanti, prigionieri alleati evasi dai campi di internamento, e due delegati dei partiti del fronte antifascista per il Congresso di Bari.
Con l’arrivo a Roma nell’imminenza dello sbarco alleato ad Anzio del Ten. Peter Tompkins , responsabile delle attività dell’OSS nella Capitale, l’attività del Ten. Giglio si fece più frenetica e rischiosa.
Non una ma tre radiotrasmittenti erano affidate alla sua responsabilità e da lui personalmente spostate frequentemente in varie parti della Capitale per evitarne l’individuazione da parte della Gestapo e dei reparti Speciali del Questore Caruso.
L’abilità negli spostamenti da lui messa in campo e la sua prudenza fecero si che per cinque lunghi mesi neanche i suoi più stretti collaboratori sospettassero minimamente l’importanza e complessità della sua missione.
Le informazioni sui movimenti e i concentramenti di truppe naziste nella Capitale e dintorni, da lui filtrate e fatte trasmettere in particolare da “Radio Vittoria”, risultarono così dettagliate da consentire agli Alleati di bombardare gli obiettivi segnalati con relativa facilità e precisione, disarticolando l’apparato bellico nemico e facendo risparmiare molte perdite umane ai contingenti impegnati duramente sui fronti di Anzio e di Cassino.
La sorte cominciò ad essergli avversa allorquando fu sorpreso dall’autista del Segretario federale del PFR Pizzirani mentre fotografava con un apparecchio miniaturizzato, marca Minox, le fasi di caricamento sui torpedoni di alcuni antifascisti da lungo tempo ricercati, catturati all’interno della Basilica di San Paolo fuori le mura, tra cui i generali Monti e Fortunato del Regio Esercito.
Per questo Maurizio Giglio venne sottoposto ad un provvedimento disciplinare che si concluse con la comminazione di un richiamo orale.
Decisivo anche in questo caso fu l’intervento del padre sul Questore Caruso.
Ciò non valse, però, a distogliere sul suo conto i sospetti della SS che presero a pedinarlo con assiduità per sospettata connivenza con gli antifascisti.
Si legò a sincera amicizia con Mons. Didier Nobels, parroco di San Giuseppe all’Arco di Travertino, anch’egli organizzatore di una rete di informatori denominata “banda dell’Arco di Travertino” .
La formazione partigiana era costituita da civili e militari, in prevalenza marinai, che dopo l’8 settembre operava in clandestinità nei pressi della Chiesa di campagna di San Giuseppe
Avendo appreso dell’arresto del suo collaboratore Enzo Buonocore, addetto all’apparato “Radio Vittoria”, che era stato avvicinato da Walter Di Franco, una spia di Koch e poi arrestato dai componenti della stessa banda, riuscì ad avvisare in tempo i compagni ma fu arrestato dagli uomini della Banda capeggiata da Pietro Koch, mentre tentava di recuperare una delle radiotrasmittenti a lui assegnate.
Nell’insospettabile Pensione “Oltremare” di Via Principe Amedeo, 2, adibita a luogo di tortura dagli scherani di Koch, Giglio per sei giorni subì torture inaudite, senza mai avere un istante di cedimento, accollandosi tutte le responsabilità pur di non rivelare i nomi e i nascondigli degli amici patrioti.
Intanto, il nome di Maurizio Giglio era stato aggiunto alla lista delle 330 persone che dovevano essere eliminate per rappresaglia dopo l’attentato di Via Rasella, ove perirono 33 soldati tedeschi appartenenti all’undicesima compagnia del 3° Battaglione del Reggimento di polizia SS Bozen (l’ultimo di essi perirà la mattina del 24).
Uno dei primi ad essere trucidato fu il giovanissimo Maurizio Giglio (aveva appena ventitrè anni)
Il 26 marzo 1944 fu il Capo del Corpo di Polizia della RSI Eugenio Cerruti a dare l’annunzio della morte di Maurizio Giglio al genitore Armando.  

ANPI Roma
 

Fonte: ANPI Roma

Tra i suoi [di Peter Tompkins] aiutanti più fidati vi sono Maurizio Giglio (“Cervo”) - giovane ufficiale di polizia della RSI che, in realtà, lavora per l’OSS, ovvero colui che, dopo aver partecipato agli scontri di Porta San Paolo contro i tedeschi, si era recato al Sud per mettersi a disposizione degli Alleati ed aveva portato a Roma, da Napoli, la radiotrasmittente clandestina dell’OSS (chiamata in codice “Vittoria”) e che si occupa di spostarla periodicamente per evitare che venga trovata dai nazifascisti - e Franco Malfatti, stretto collaboratore del socialista Giuliano Vassalli [...] Tompkins stabilisce relazioni con i capi militari della Resistenza e con rappresentanti delle forze badogliane. Viene così allestita un’estesa rete spionistica [...] A metà marzo 1944 radio Vittoria, per la cattura del suo radiotelegrafista e di Maurizio Giglio, è obbligata a cessare le trasmissioni. Giglio, il 17 marzo 1944, viene fermato dalla banda Koch mentre sta prelevando la radio, installata in una chiatta sul Tevere, per metterla al sicuro: il 23enne è torturato a lungo e poi ammazzato nell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Tompkins si impegna a riorganizzare il servizio di informazioni [...] Marco Scipolo su Sicurezza Nazionale
 
Maurizio Giglio. Di anni 23. Nato il 20 dicembre 1920 a Parigi, in Francia. Trasferitosi con la famiglia a Roma, consegue la maturità classica e si laurea in giurisprudenza. Partito volontario per la Grecia nel 1940, viene ferito in battaglia e decorato con la medaglia di bronzo al valor militare. Costretto ad un lungo periodo di riposo, viene successivamente assegnato al lavoro d’ufficio, finché non chiede e ottiene l’assegnazione ad un nuovo reggimento. Arruolato con il grado di tenente nell’81º fanteria dislocato a Roma, all’annuncio dell’armistizio prende parte alla difesa della capitale, contrastando l’avanzata delle truppe germaniche a Porta San Paolo. Dopo l’occupazione della città, si dà alla macchia e si sposta a sud, in territorio liberato. Entrato in contatto con la 5ª Armata americana, viene scelto dall’O.S.S (Office of Strategic Service) per svolgere attività di spionaggio. Tornato a Roma il 28 ottobre, si infiltra nella polizia della R.S.I. (Repubblica sociale italiana) e, in costante contatto radio con il comando Alleato, compie diverse missioni. Tradito da una delazione, è arrestato dalla Banda Koch il 17 marzo 1944 e rinchiuso nella pensione Oltremare. Per una settimana subisce ripetuti interrogatori e torture, ma senza rivelare alcuna informazione compromettente. Consegnato ai tedeschi, il 24 marzo è scelto per essere fucilato con altri 334 detenuti nella rappresaglia delle Fosse Ardeatine (1). Alla sua memoria è stata conferita la medaglia d’oro al valor militare, con la seguente motivazione: "Si portava alla conclusione dell’armistizio in territorio liberato desideroso di combattere contro i tedeschi. Assunto dal servizio informazioni della 5ª Armata americana dopo un breve periodo di addestramento, ritornava in territorio occupato munito di apparato radiotrasmittente ed, arruolatosi nella polizia della pseudo repubblica sociale, svolgeva intelligente, preziosa opera informativa. Sorpreso mentre eseguiva delle fotografie, fermato e sottoposto ad indagini con sangue freddo ed astuzia riusciva a confondere i suoi avversari ed otteneva la liberazione. Arrestato dai fascisti in seguito ad indicazione strappata al suo radiotelegrafista fu sottoposto a feroci interrogatori e torture senza nulla rivelare sul suo servizio. Veniva poi barbaramente trucidato per rappresaglia, immolando la giovane vita generosamente offerta per la liberazione della Patria dalla oppressione nazifascista. Roma - Fosse Ardeatine, settembre 1943 - 24 marzo 1944."



 Napoli 12-10-43
Carissimi tutti, mamma papa, Anna Pupetta e tutti quanti mi state a cuore questa lettera vi perverrà nella sfortunata ipotesi che mi accadesse qualcosa. Cosa che spero che non accada poiché voglio al più presto riabbracciarvi e stringervi forte a me.
Vi narro in breve la mia storia: partito da Roma il 17, ero a Sulmona il giorno stesso e l'indomani a
Pescolanciano. Di lì, dati i forti controlli tedeschi, con Clinio e gli altri quattro abbiamo proseguito a piedi fin dinanzi Benevento ove giungemmo il 4.
Essendo in prossimità delle linee tedesche e quindi della zona di combattimento decidemmo di dividerci: cosicché io e Francavilla proseguimmo subito in una direzione e Clinio con Giorgio poco dopo in un'altra.
Da allora non ci siamo più rivisti ma sono certo che sono ora tra gli Americani e che stanno in ottima salute.
Per parte mia, dopo aver passato le linee e la zona di fuoco incontro gli Americani dinanzi Benevento:
dò ai reparti che proseguono le indicazioni delle posizioni nemiche e poi son condotto con la macchina al Cdo di un Rgt. Di lì a un Cdo di Divisione ove passo la notte proseguendo per il Cdo del Corpo d'Armata. Da lì all'Armata, la 5a, sempre più indietro verso Paestum finché il giorno 7 sono a Napoli ove mi presento per prestare il mio servizio pieno in corpo speciale. Tutto ciò vi sarà spiegato in caso mi accadesse qualcosa.
Ora dovrei tornare a Roma per il mio servizio e credo partirò oggi in modo da potervi riabbracciare presto.
Avrei voluto rivedere Roma altrimenti ma per ora non è possibile; la'ora ancora non è venuta ma scoccherà presto e se la mia vita dvesse servire a qualcosa, senza stolte o vane retoriche, sarei ben lieto d'averla utilizzata per un fine di codesta specie.
Il mio pensiero costante vi ha sempre accompagnato: papà tu a Bologna; Anna, mamma, Pupetta voi a Roma. Miei cari, carissimi sono sempre stato con voi.
Se non ho mantenuto la promessa fattavi di restare tranquillo a Pescasseroli è stato perché ciò non era
materialmente possibile in primo luogo e poi perché
sarebbe stato poco bello che io che sempre ho professato e predicato la religione della Patria mi tirassi
indietro al momento dell'azione. No, così non poteva essere e voi lo capite benissimo.
Qui non si tratta di spirito eroico, è lo spirito umano che è in piedi ed ogni uomo con esso.
Da lungo tempo io cercavo in me stesso la verità cercavo affannosamente dove e quale fosse il retto
cammino; sono frasi banali e luoghi comuni che esprimo, lo sento, ma è quanto al momento passa per questo mio cervello che ancora non ha avuto il modo di formarsi ad una disciplina costante, ma che, pur nel buio, è stato sempre guidato e sorretto da quelle idee e principi morali che sono stati sempre a base di qualsiasi tempo e costume.
E da voi tutti miei cari, da te mia amatissima Anna, mia dolce sostenitrice, io ho appreso tutto ciò, da voi sono stato sorretto.
Clinio e gli altri vi racconteranno il nostro viaggio piacevole e avventuroso. Tale esperimento era necessario ancora per la nostra formazione e per confermare le nostre idee e propositi.
Abbiamo in esso appreso più che in tanti anni di scuola, abbiamo in esso visto mille cose che in un tranquillo decennio non avremmo neppure notato. Ed ora vi lascio. E' tardi e debbo smettere: se non partissi, ancora continuerò questa mia più dettagliatamente. Abbiatemi sempre nel vostro cuore
Maurizio

Lettera [qui sopra la trascrizione diplomatica del testo] ai suoi cari, scritta in data 12-10-1943
Località di stesura: Napoli
Stato del documento: autografo
La lettera è conservata presso: Carte della famiglia Giglio, Roma
Collocazione bibliografica:
Angelo Antonio Fumarola, Essi non sono morti: le medaglie d’oro della guerra di liberazione, Roma, Magi-Spinetti, [1945?]
Note al documento:
La lettera fu scritta da Maurizio Giglio prima di partire in missione per conto degli Alleati e rappresenta il suo testamento spirituale. Fu recapitata alla famiglia da un ufficiale francese dell'O.S.S. (Office of Strategic Service), a cui lo stesso Maurizio Giglio l'aveva consegnata. 


Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana, presentazione di Igor Pizzirusso 

Fonte: ANPI Roma

(1) Il 23 marzo 1944 32 soldati tedeschi perdono la vita in Via Rasella, a causa di un attentato partigiano. La rappresaglia scatta inesorabile il giorno successivo. Dopo mezza giornata di ricerche frenetiche, le SS, sotto il coordinamento del Ten. Col. Herbert Kappler, radunano 320 detenuti, tra ebrei e prigionieri politici, ed individuano il luogo adatto all’esecuzione: le Fosse Ardeatine, antiche cave nei pressi della via Ardeatina, poco fuori Roma. Poco dopo l’ora di pranzo tuttavia, muore un altro dei feriti nell’attacco del giorno precedente. E’ la trentatreesima vittima, perciò si richiedono altri 10 detenuti da giustiziare. E’ lo stesso Kappler ad individuarli, tra gli ebrei arrestati in mattinata. Nel primo pomeriggio i condannati vengono caricati sui camion, senza che venga data loro alcuna spiegazione; il loro numero totale è di 335. Arrivati alle Fosse, vengono condotti, 5 per volta, nel profondo delle grotte, posti in ginocchio e fucilati alla nuca. La terribile processione di morte si chiude soltanto alle 7 di sera, quando anche l’ultimo nome viene cancellato dalla lista. Subito dopo le mine vengono fatte esplodere e la cava crolla sui cadaveri, allo scopo di nascondere l’orrore della strage.

venerdì 23 ottobre 2020

Le Paronychia sono erbacee cespitose

Paronychia capitata - Foto: Alfredo Moreschi

Paronychia è una denominazione certamente sconosciuta ai più e serve per contrassegnare piante altrettanto ignote, appartenenti ad un genere di minuscoli cespugli striscianti apparentemente insignificanti, ma fra i più curiosi ed originali esemplari della flora spontanea ligure. 

In Liguria, ne nascono quattro che salgono a sei nella flora nazionale, mentre altre 44 specie sono distribuite in un vasto territorio comprende Arabia, Eritrea, Angola, America del nord e quella Andina del sud.
Vivono comunemente in luoghi aridi, ghiaiosi, sabbiosi, poverissimi di sostanze nutritive ed in genere marini, mimetizzate fra le asperità delle rocce; unica loro esigenza è quella della ricerca di un clima mite durante i mesi invernali. 

Paronychia è vocabolo usato dai naturalisti greci, a partire da Dioscoride, il cui significato è letteralmente quello di "patereccio". Per giustificare la derivazione, l’unica plausibile spiegazione etimologica sarebbe quella di ritenerle idonee a guarire le noiose infezioni cutanee tipiche dei periodi in cui l’umanità è sottoalimentata.  Ma altri Autori non sono d’accordo e derivano il termine da "para" ("fresco") e da "onyx" ("unghia") riferendola all’originale aspetto delle brattee scariose.  Nessuno utilizzo antisettico è attualmente in voga, ma la Paronychia argentea, viene ancora talvolta utilizzata dagli erboristi e dalla medicina popolare come blando diuretico.
In Marocco, con le sue inflorescenze, si preparano infusioni dichiarate afrodisiache e comunemente conosciute sotto il nome di Tè degli Arabi o Tè algerino. 

L’altra specie ligure in grado di vantare proprietà ed identici utilizzi nasce nella Liguria occidentale e si chiama Paronychia capitata L. (Lam.). 

Questa Caryophyllacea, nota anche sotto il sinonimo di Paronychia nivea DC, è localizzata nel tratto compreso tra Albenga e Ventimiglia, dove sovrasta, con le sue stazioni, i resti del teatro romano dell'antica Albintimilium: lo conferma Biknell che alla fine del 1800 l'aveva individuata sul Capo di Bordighera e dalle parti di San Giacomo dove è stata scattata la fotografia che la descrive.  

Le Paronychia sono erbacee cespitose, erette o striscianti ed appressate al terreno, a foglie opposte, larghe o strette ed oblungo-lanceolate, oppure subulate, talvolta ricurvate sui margini ed intere; in genere con stipule grandi, scariose e lucide, argentee. I fiori piccoli sono bianchi con 5 sepali e normalmente senza petali, fascicolati o in inflorescenze, sormontate dalle grandi brattee scariose o erbacee. Gli stami fertili sono cinque, alterni a cinque staminoidi sterili e setolosi o ridotti ad un dente. I frutti sono contenuti in vescicole membranacei attorniate dal calice persistente. 

Alfredo Moreschi

mercoledì 21 ottobre 2020

Riflessioni di un eremita



“Perché è impossibile cambiare il mondo” me lo sono ritrovata tra le mani il 21 aprile, quando la mia vita da eremita, come quella di milioni di persone, a causa delle restrizioni per il corona virus, era già iniziata da due mesi. Le oltre ottocento pagine del libro, per me che viaggio spesso in treno e vanno bene i tascabili, in altri tempi mi avrebbero fatto desistere dal leggerlo; invece, forte dell’idea, letto il sottotitolo “Riflessioni di un eremita”, che calzasse a pennello con questi drammatici tempi, e della mia drasticità, che spesso mi fa mollare libri che la tirano troppo per le lunghe, mi sono messa comoda e ho cominciato a leggerlo subito. Dall’inizio fino alla fine si è rivelato essere ciò che deve essere un buon libro: un grande piacere. Lo stesso che provavo nell’ascoltare, ai tempi della scuola, le lezioni dei miei professori migliori: quelli che ti fanno sentire una fiaccola accesa e non un sacco pieno.

Approfittando del tempo vissuto da eremita per una settimana sul fiume Lys in Belgio, in una piccola barca costruita in Bangladesh, all’interno di un’iniziativa di solidarietà e cooperazione tra il nord e il sud del mondo, coordinato dal comune di Gent, Pietro Tartamella ha progettato questo libro, che, oltre il diario di quella settimana, contiene le sue riflessioni di eremita da un’intera vita. Perché questa è ed è sempre stata la sua condizione più profonda e, secondo lui, anche quella di ogni uomo. Forse è per questo motivo che ha titolato “E’ impossibile cambiare il mondo”, perché un mondo solo non esiste, essendo ogni uomo un mondo a sé. Sembra un titolo dettato dalla rassegnazione, invece, a mio avviso, è solo una provocazione, una sfida per smuovere ogni piccolo mondo a dei cambiamenti, per un utopico grande mondo governato non dagli uomini, ma dalle cose giuste, equilibrate, oneste, sensate, diligenti, ben fatte.  
 

In questo libro Pietro Tartamella  ha srotolato tutta la sua vita, dedicata in particolar  modo alla cultura e all’impegno civile, ed io, nel leggerlo, ho srotolato la mia, a mo’ di chiacchiera con un amico di cui ti fidi, ricordando persone e fatti importanti, che forse avrei dimenticato per sempre, e vedendo dentro di me cose che senza questo libro forse non avrei mai visto, tornando pari con la frase di Marcel Proust “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso…”, che l’autore ha messo a pag. 21, sicuramente come buon auspicio.
 

Ho finito di leggere “Perché è impossibile cambiare il mondo” nel mese di agosto. Sì, lo ammetto, tra appunti e sottolineature, sono andata a rilento, ma come diceva un mio professore:
“Meglio un solo libro letto bene che cento male”.
Collocarlo in libreria è stato l’unico problema, perché di difficile classificazione; infatti, Pietro Tartamella si è rivelato essere romanziere, poeta, filosofo, pedagogo, sociologo, matematico...
Alla fine ho deciso di sistemarlo dove c’era più spazio. Il caso ha voluto che lo affiancassi a “Mahatma Gandhi” di William L. Shirer. Che splendida accoppiata!
 

Prima però ho cercato di risistemare gli angoli delle pagine con le “orecchie”. Una è rimasta prepotente a pag. 560 “l’orcio e il mestolo”, dove l’autore racconta, con un gesto semplice e banale che compiva nella barca, il senso dell’acqua, per avventurarsi in quello misterioso della vita.
 

Trascrivo di seguito il bellissimo haiku che chiude il suddetto paragrafo e ringrazio Pietro Tartamella per la sua bella compagnia [...]


mestolo d’acqua
l’orcio di terracotta
parla sommesso
 

Mariagrazia Dessi, Dolianova (CA), 17 ottobre 2020, Cascina Macondo 

lunedì 19 ottobre 2020

I ragazzi erano i garofani e lei era una rosa


[...]  pensando ai giorni in cui non avresti potuto scegliere se uscire o restare in casa, quando affidare le tue parole a una lettera diventava un gioco di astuzia nello sfidare la censura (lettere censurate dalla Gestapo: Geöffnet vuol dire aperto) che avrebbe letto prima del vero destinatario le tue frasi d’amore o i tuoi pensieri più privati.

Queste buste con su scritto "aperto" erano inviate dal mittente a una signora e apparentemente parlavano di comuni questioni commerciali o di banale quotidianità; invece mio nonno Ugo, che aveva assunto l’identità fittizia di Francesco Rosselli, parlava con la moglie della sua vita in clandestinità e dei suoi sentimenti mascherati sotto banali ordinazioni di fiori.

Poco prima dell’entrata in guerra, per quasi quattro anni, la famiglia si polverizzò, come accadeva per tutti gli italiani, con l’aggravante di essere diventati in quanto giudei, o nemici della nazione o peggio fantasmi.


Il manifesto della razza del 18 settembre 1938 aveva indotto mio nonno a crearsi una identità alternativa proprio lì a Trieste e aveva potuto ottenere un passaporto e altri documenti a nome appunto di Francesco Rosselli. Appena ritornato a Sanremo aveva concertato con la nonna l’eventuale linguaggio segreto dove alcune parole attinenti al commercio dei fiori diventavano la chiave di lettura per lettere future.

Uno scorcio del Corso Fiorito di Sanremo del 1937

I ragazzi erano i garofani e lei era una rosa.


Dopo quel settembre del ‘38, nonostante le leggi razziali, Eugenio e, un anno dopo, Francesco [padre dell'autore] vennero arruolati nell’esercito, perché inizialmente il sangue "ariano" della madre non li esponeva direttamente alla discriminazione che avrebbero patito a partire dal 1942.

Finito il periodo di leva e ritornati alle rispettive Facoltà si avvicinarono per la prima volta alla futura Resistenza.

Il nonno, invece, dopo essere stato una prima volta arrestato e condotto a Marassi per i primi controlli che cominciavano a causa delle leggi antisemite, si sarebbe avviato velocemente alla clandestinità tra Genova, Torino e Trieste con la sua identità nuova di zecca.

Dalle lettere traspare una crescente preoccupazione per le sorti dell’attività e più tardi si percepisce l’ansietà per il futuro e la mancanza fisica dei propri cari.

Quell’aquila minacciosa e la croce uncinata lì sotto hanno turbato i sonni di mio padre per tutta la vita e dopo la guerra mio nonno, pur riappropriatosi della sua identità, ha continuato a galleggiare nella vita barricandosi dietro la sua sordità. 

Paolo Kahnemann


venerdì 16 ottobre 2020

Noi non avevamo consuetudini georgiche

Uno scorcio della Valle Vésubie - Fonte: Wikipedia

[...] Sul fondo della Valle Vésubie in Francia, sempre negli anni Trenta, intellettuali illuminati come Arthur Koestler avevano trovato la serenità d’animo necessaria per completare capolavori come Schiuma della terra; l’Etrange defaite è scritta da Marc Bloch nel 1940 prima di entrare nella Resistenza francese. Un tema molto interessante - sia detto di sfuggita - quello dei grandi capolavori di storia composti durante il periodo preso in esame in questa mostra. Le Alpi in guerra, sono state, oltre al resto, un monumentale luogo di scrittura, un laboratorio di idee incredibilmente fecondo per il dopoguerra. L’arco alpino è puntellato di luoghi dove sono stati concepiti, e talora in modo molto fortunoso redatti, salvandoli dalla tempesta in corso, grandi libri di storia. Si potrebbe immaginare una ulteriore cartina, da aggiungersi alle tante previste dalla mostra, che associ un luogo al titolo di un libro non necessariamente composto da storici ebrei: si pensi al manoscritto, davvero fondamentale, che Federico Chabod si porta in montagna in Valgrisenche: ancora nell’autunno del 1943 il grande storico valdostano aveva tenuto a Milano un corso che è alla base del suo libro forse più suggestivo, L’idea di nazione, che vedrà la luce nel 1947 e racchiude al suo interno il segno di una maturazione intellettuale avvenuta nei mesi della Resistenza; e si chiuda questa breve digressione con il libro di un poeta, non di uno storico: Eugenio Montale che, sul versante ticinese delle «Alpi in guerra», pubblica una raccolta di versi dal titolo molto evocativo visto il momento in cui esce dalla tipografia, Finisterre (Lugano, 1943).
Sul versante italiano, nello stesso periodo, sul fondo della Valle d’Aosta, intellettuali ebrei altrettanto preveggenti come Leo Levi avevano inventato un nuovo modo di stare insieme e di reagire ai soprusi, i campeggi della gioventù ebraica, scegliendo per palestra di vita la val Ferret (Plan Pincieux), così ponendo le basi ideologico-religiose sia per un’opposizione politica al regime sia per la rinascita di un movimento sionista e socialista.
Luogo di devianza politica, ma anche psicologica e linguistica: all’inizio del secolo sappiamo che Cesare Lombroso era solito fare i suoi esperimenti craniologici nei pressi delle baite dell’alta Valle di Susa e di Lanzo che poi ospiteranno i profughi del 1943; negli stessi luoghi amava salire Benvenuto Terracini per compiere i suoi esperimenti linguistico-dialettologici, base e fondamento dei più moderni atlanti linguistici franco-provenzali e italiani. Sempre al fine di ricostruire un atlante linguistico non diversi erano stati nell’Ottocento le escursioni di Graziadio I. Ascoli sul lato opposto dell’arco alpino. Le Alpi sotto il fascismo sono state anche il luogo dove è stato possibile mettere alla prova la libertà di sbagliare, secondo quanto ci ha insegnato Primo Levi, nelle descrizioni delle sue gite in montagna, dove si teorizza una specie di binomio fra ebraismo e alpinismo, isole di libertà sotto il giogo della dittatura (Il sistema periodico).
Un percorso sulla memoria ebraica delle Alpi non può prescindere da queste premesse, da questo incrocio di sguardi. Tenere distinti il «prima» e il «dopo» 8 settembre 1943 è essenziale se si vuole capire meglio quanto è successo durante la seconda guerra mondiale, così come andrà tenuto presente il tipo di trasformazione avvenuto nell’arco alpino occidentale nello stesso vissuto degli ebrei, della loro condizione borghese e cittadina, esatto contrario di quanto è invece il tipo di sussistenza e di sopravvivenza alpina: «Noi non avevamo consuetudini georgiche», dirà Alessandro Levi nel suo diario svizzero del 1944. Vi era però stata una lunga e consolidata tradizione di turismo di montagna, di escursionismo (si pensi al caso Adriano Olivetti), che stabiliva già negli anni Trenta una convivenza fra chi vi risiedeva stabilmente e chi veniva da fuori, era un corpo estraneo.
Israele delle Alpi (val Pellice e Chisone), Sentinella delle Alpi (Cuneo), Siberia delle Alpi (Aosta), Suisse niçoise (la Costa Azzurra enjuivée finita sotto l’occupazione «buona» degli italiani): anche la scelta delle metafore e dei simboli faciliterà la lettura e la divulgazione dei concetti.
Le Alpi occidentali viste attraverso la lente d’ingrandimento della persecuzione antiebraica si possono visivamente rappresentare come una rete che sempre più restringe l’area di libertà di movimento: le fasi da scandire sono quelle che immediatamente seguono il giugno 1940, ma la data-spartiacque viene dal novembre 1942, con il definirsi più preciso delle zone d’occupazione italiana.
In altri termini, a partire dalle emigrazioni clandestine avviate a Ventimiglia già sul finire del 1938, ha inizio, intorno all’arco alpino, un percorso a spirale, con tanti punti di ingresso o di accesso e un’infinita serie di passaggi in più direzioni di marcia. Una spirale che coinvolse individui provenienti dall’Europa centrale, dalla Polonia, dall’Austria, dalla Russia, che salgono e scendono, passano frontiere, poi ritornano sui loro passi. Una cifra, fra le tante, dà il peso di queste vicende: circa 20.000 profughi di mezza Europa da Nizza guardavano alle Alpi Marittime (oppure al mare) come a una possibile via di salvezza nell’inverno 1942-1943.
Una serie di percorsi da indagare per ricostruire la dimensione europea di una pagina dimenticata della storia del Novecento. Da indagare attraverso la ricorrenza dei nomi e delle storie di vita: registriamo infatti nei documenti la presenza degli stessi uomini, delle stesse donne, degli stessi bambini ora nei registri francesi, ora nei registri comunali italiani, infine, nei documenti svizzeri. Non è un esercizio impossibile quello di seguire caso per caso la storia di una persona che a Ventimiglia si registra in un modo, poi due mesi dopo a Mentone la ritroviamo registrata in modo leggermente diverso nei documenti per le cartes d’alimentation; ritroviamo la stessa persona, lo stesso nucleo famigliare nella testimonianza di un soldato della IV Armata, poi vediamo comparire quelle stesse persone o nelle liste di deportazione pubblicate da Serge Klarsfeld nel suo Mémorial oppure nelle formazioni partigiane italiane del Cuneese o in Valle d’Aosta.
Dentro le Alpi, dentro questa spirale di valichi, passaggi frontalieri di contrabbando e di pescatori, linee ferroviarie percorse con «l’ultimo treno», mulattiere, postazioni militari, alpeggi, gli ebrei penetrarono rincorrendo più di una linea vettoriale, come si diceva.
La prima è quella della Riviera di Ponente, studiata da Paolo Veziano, in funzione già nel 1939 e forse anche prima. Questa linea vede protagonisti ebrei per lo più di lingua tedesca finiti in Italia dopo il 1933, vittime della politica razziale mussoliniana e di un’azione persecutoria che non può essere confrontata con quella, assai più blanda, che il Duce aveva approntato per gli ebrei di cittadinanza italiana. La seconda, e più consistente linea di accesso alla spirale alpina è quella posteriore al 1940 - intensificatasi nel novembre 1942 - che calamita verso il sud della Francia, e in particolare lungo le pendici dell’arco alpino occidentale sul versante francese, i protagonisti della marche à l’étoile sfuggiti all’occupazione nazista di Parigi. In questo caso il vettore conduce i personaggi della nostra vicenda dentro le Alpi da nord verso sud e pone il problema storiografico, assai delicato a trattarsi, dell’occupazione italiana della Francia meridionale: il prodotto, è stato detto, di un’occupazione «dolce» sorta al termine di una «cattiva» guerra.
L’8 settembre è una tempesta che sconvolge la spirale, ne disarticola i movimenti fino ad allora lineari e concentrici, costringe a rimettersi in movimento chi si era illuso che la fuga avesse avuto termine. Il movimento a spirale assume ritmi e velocità esacerbate dall’incalzare degli eventi e dal simultaneo avanzare delle camionette tedesche dal versante francese come da quello italiano in una perfetta sincronia. Si cerca riparo in Italia, poi dall’Italia si ritorna in Francia, respinti di nuovo a Nizza e di lì la linearità riprende, per i più fortunati con l’ingresso nella resistenza francese, per i meno fortunati con il ritorno a Parigi, anzi a Drancy e con la deportazione ad Auschwitz. La spirale non esclude altre linee di accesso e di uscita dall’arco alpino, soprattutto dalla Valle d’Isère, attraverso il piccolo San Bernardo.
Come il filo di un tessuto appeso a un ago che non riesce più a cucire, la fiumana entra ed esce dalle frontiere, ora seguendo le truppe di un esercito in rotta ora facendo gruppo da sola, disegnando una trama per alcuni senza sosta fino all’arrivo, non per tutti, dalla fragile e rischiosa Suisse niçoise alla Svizzera vera e propria.
Per altri - a contare bene forse la maggioranza - la mobilità senza fine trova fine proprio dentro il vecchio e consolidato luogo della devianza, le Alpi, che nei venti mesi della guerra partigiana ritornano a essere luogo di asilo. La trama dei passaggi si fissa in una miriade di punti stabili costituiti dai casolari, dalle sagrestie delle chiese, dalle abitazioni di alpigiani dove si trovò riparo fino alla liberazione.

Bibliografia
Alberto Cavaglion, Nella notte straniera, Cuneo, L’Arciere, 2003, quarta ed. aggiornata; tr. francese Les Juifs de St Martin Vésubie, Editions Serre, Nice 1995.
Paolo Veziano, Ombre di confine. L’emigrazione clandestina degli ebrei stranieri dalla Riviera dei fiori verso la Costa Azzurra (1938-1940), Alzani, Pinerolo 2001.
Léon Poliakov-Jacques Sabille, La condizione degli ebrei sotto l’occupazione italiana, Edizioni di Comunità, Milano 1956.
François Maspero, Il tempo degli italiani, Einaudi, Torino 1998.
Jean Marie G. Le Clézio, Stella errante, Saggiatore, Milano 2000.
Karl Erlsberg, Come sfuggimmo alla Gestapo e alle SS. Racconto autobiografico, a cura di Klaus Voigt, Istituto storia della Resistenza e della società contemporanea, Edizioni Le Château, Aosta 1999.
Guido Fubini, L’ultimo treno per Cuneo, Albert Meynier, Torino 1991.
Klaus Voigt, Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933-1945, La Nuova Italia, Firenze 1993-1996, due volumi.
Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa (1940-1943), Bollati Boringhieri, Torino 2003.

Alberto Cavaglion, Persecuzioni e repressioni in Memoria delle Alpi

sabato 10 ottobre 2020

So di essere nato nel 1939


Guido Seborga a Bordighera (IM) - Fonte: Laura Hess

So di essere nato nel 1939, quando mi ribellai al fascismo, presi netta posizione, organizzai la lotta clandestina, mi lasciai prendere dalla collera in tutto il mio sangue, vinsi a volte anche l’umanissima paura che tutti ci sfiorò e ebbi la gioia di diventare giustiziere e guerrigliero. 
Guido Seborga, Il Punto, Cinque domande agli scrittori, 25 luglio 1958
 
Tutta la vita per amore di pace
e l’illusione appare e sparisce
tormentandomi d’ansia:
son nato ribelle da un male antico.
Sulla riva solatìa
il rosso destino che non s’infrange
Guido Seborga, Unità Socialista, Come un destino, marzo 1946

Son nato per un mondo
Che forse non potrà mai essere
Mi troverò disperato sull'orlo
di un fallimento mortale
In una notte 
fosforescente
di luna livida
Guido Seborga

a cura di Laura Hess 

mercoledì 7 ottobre 2020

Curiosando, circa cinquant'anni fa, nel ponente imperiese

 















p.g.c. di Alfredo Moreschi

I Tricaroli


Stè e Ninò (i Tricaroli) vivevano in Piazza Colla [a Pigna (IM), Alta Val Nervia], la porta a fianco alla nostra, due fratelli nati e cresciuti in La Cola, in quel ritaglio di spazio che andava dalla loro casa alla stalla, ubicata qualche decina di metri più avanti. Avevano le campagne che coltivavano, una fra tutte, forse con più assiduità, a Madonna di Campagna, dove tenevano gli orti ed i conigli.

Erano tutti e due alti di statura, quasi due metri, per quel tempo una anomalia nei nostri paesi. Io, avendo conosciuto anche la loro madre Marietta, una signora anziana come le tante che in quegli anni vivevano in paese, donne cresciute già anziane, nei vestiti nelle acconciature ed in quelle gesta quasi discrete e timorose, mi chiedevo da dove provenisse quell’altezza, da chi l’avevano ereditata. Una volta alla povera Marietta applicarono sulla schiena delle ventose, vasetti in cui veniva posto un pezzo di cotone intriso di alcool e fatto bruciare ed applicato subitaneamente sulla parte dolorante: allora usava molto come rimedio contro il mal di schiena, ma le lasciarono in opera tutta la notte ed al mattino la povera donna aveva la schiena nera come un tizzone...


I due erano quasi coetanei; li separavano pochi anni. Stè più vecchio, credo che si allontanò da Pigna per la prima ed unica volta quando partì soldato e fu spedito in Albania come artigliere nel secondo conflitto mondiale. Là prese anche la patente. Era alto due metri: un pezzo d’uomo. Ninò credo che abbia passato tutta la sua esistenza a Pigna, anche perché affetto da una scoliosi invalidante, che lo aveva ridotto a camminare quasi del tutto piegato in avanti.

Fino ai primi anni settanta li ho sempre visti con il bue. Poi lo vendettero ed acquistarono un’Ape Piaggio, con la quale si recavano a Campagna. Dal 1966 si era costruita la nuova strada interpoderale e lentamente ed inesorabilmente gli animali da soma e da lavoro vennero venduti:  finiva in quegli anni un mondo che non serviva più a nessuno. Loro arrivavano a casa in serata sempre dopo le nove nelle giornate estive, scaricavano davanti a casa nostra e poi rigovernavano il bue nella stalla, la quale era preceduta da un lungo corridoio stretto in discesa: mi divertiva vederli fare scendere la povera bestia in quel budello, dove l'animale passava a stento.

Un anno erano rimasti senza bue, e credo che come molti aspettassero la fiera di San Michele alla fine di settembre per riacquistarne uno. Bene, quell’anno verso la fine di giugno, nel periodo che va da San Giovanni a San Pietro e Paolo, lassù a Campagna era tempo di levare le patate e di seminare sul terreno che le aveva ospitate i fagioli bianchi. Essendo senza bue, la cosa non era semplice. Ninò ebbe un lampo di genio e propose al fratello: Visto che tu Stè sei più robusto ti leghi l’aratro (a versoio) ed io da dietro lo governo, tu tiri ed io mantengo il solco. E così fecero. Ma dopo pochi metri Ninò, che aveva in una mano la corda e nell’altra una venka (un sottile bastone), colpì ripetutamente il povero Stè, il quale d’impulso ed incredulo si girò ed esclamò: Ma dai i numeri? Mi colpisci anche? E Ninò candidamente gli rispose: Se non tiri, per forza. Con il bue si fa così!

Roberto Trutalli