giovedì 27 ottobre 2022

Occupammo Fanano, Sestola, Pavullo, Montecreto

Dintorni di Pavullo nel Frignano (MO). Fonte: mapio.net

Dopo la grande battaglia di Montefiorino, che terminò il 2 agosto 1944, visto anche l'atteggiamento equivoco della missione alleata nei nostri confronti, io [n.d.r.: Mario Armando Ricci] decisi di portare le mie forze nella zona di monte Penna - Rocchetta. Gli alleati non avevano mantenuto gli impegni né prima, né durante la battaglia: infatti non avevano paracadutato, come si era annunciato, il battaglione della «Nembo» per favorire l'arrivo del quale avevamo costruito persino un piccolo campo di aviazione nella «Repubblica». Si pensi che avevano già paracadutato il materiale, le armi e anche gli zaini e che avevano impedito persino la distribuzione delle armi e del materiale richiesto da centinaia di contadini che volevano combattere contro i tedeschi per difendere la zona libera di Montefiorino. Arrivarono addirittura a far distuggere le armi e il materiale destinato alla «Nembo» con cariche di tritolo, anche per impedire che cadesse in mano ai tedeschi che avanzavano velocemente.
Inoltre, durante la battaglia, non avevano fatto intervenire l'aviazione, nemmeno quando i tedeschi erano in campo scoperto, malgrado i miei appelli: si pensi che i campi di aviazione li avevano in Toscana e in un quarto d'ora gli aerei potevano essere sull'obiettivo.
Io non avevo più fiducia nel fatto che gli alleati volessero aiutarci; secondo me volevano impegnarci in un'azione di logoramento senza sbocco, resistendo ad oltranza a Montefiorino. Da tempo mi ero accorto che non gradivano vedere i fazzoletti rossi che molti portavano. In poche parole temevano la presenza di tanti partigiani classificati in blocco come comunisti e certo era loro sgradito anche che il comandante fosse un comunista e per di più un garibaldino di Spagna.
Della cosa parlai sia col comandante inglese sia con quello americano della Missione; mi opposi al loro piano e decisi di salvare le forze partigiane, naturalmente dopo aver combattuto (si pensi che i tedeschi ebbero in totale quasi duemila uomini messi fuori combattimento, fra morti e feriti) e di tornare all'origine della strategia partigiana, operando con gruppi mobili. La Missione alleata allora passò le linee aiutata da un gruppo di partigiani che conoscevano bene la zona e io ordinai lo spostamento.
Attorno a Rocchetta e a monte Penna cominciai a riunire le forze: all'inizio circa 600 partigiani che poi aumentarono fino a duemila. Altri uomini erano rimasti in zona o si erano sganciati verso il Reggiano. Iniziò un periodo di guerriglia lungo le strade (in conformità con un ordine del CUMER di metà agosto) che durò per tutto il mese. I primi di settembre, invece, non ritenni giusto di aderire alle richieste del CUMER di trasferire le mie forze nella città (io dovevo andare a Bologna con mille uomini) e altri dovevano scendere a Modena e in altri punti strategici della pianura. Io non credevo che gli alleati avessero continuato ad avanzare verso Nord e nei colloqui con la Missione aveva già capito che intendevano passare l'inverno nella «linea Gotica», secondo un loro preciso piano politico che forse era quello di indebolire la Resistenza nel Nord. D'altra parte, anche l'esperienza che avevo fatto a Madrid, alla Casa del Campo nella città universitaria, a Puerta del Sol (io, infatti, ero andato con la Repubblica nel 1936, partendo dalla Francia, dove ero esiliato dal 1931), mi aveva detto che le forze volontarie, in particolar modo i giovani e i contadini, che non conoscevano la città, si trovavano in questi tipi di battaglia in condizioni di inferiorità. È mia convinzione che se fossi andato nelle città indicate avremmo finito per essere annientati e avremmo perso così una grande forza che potevamo invece mantenere efficiente e che poi, in effetti, ha contribuito a liberare vaste zone appenniniche e partecipare all'offensiva finale.
Dopo un mese e mezzo di combattimenti alla partigiana, quasi sempre lungo le strade, nella zona fra l'Appennino modenese, reggiano e bolognese, mi spostai verso il porrettano. Quando gli alleati si attestarono sulla «linea Gotica», cioè verso la fine del settembre 1944, i tedeschi sgombrarono in gran parte le loro truppe e anche le artiglierie pesanti, creando così una vasta zona di «terra di nessuno».
Mi attestai così in quella zona, occupandola, per impedire che i tedeschi ritornassero e anche per stimolare gli alleati ad avanzare, tanto più che per loro non c'era alcun pericolo. Fu così che le forze della Divisione occuparono le zone di Porretta, Lizzano e Gaggio Montano e i tedeschi, una volta eliminati da parte nostra i residui delle retroguardie, non riuscirono più a ritornare, malgrado numerosi attacchi, nelle zone da noi controllate. Purtroppo, però, si diedero ai massacri delle popolazioni inermi, come a Cà Berna e a Ronchidos.
Io presi contatti con gli alleati nelle colline pistoiesi, a Signorino, e, dopo una quarantina di giorni, reparti alleati vennero nella zona da noi controllata, che comprendeva anche i centri di Porretta, Lizzano e Gaggio Montano. Si presentò di nuovo il problema dei nostri rapporti, problema reso complesso dal fatto che esisteva un accordo tra governo italiano e alleati sulla consegna delle armi. Cominciarono col dire che non volevano i commissari, e poi dissero che eravamo in troppi e che loro avrebbero rifornito di vitto e armamento solo circa 350 partigiani e gli altri li avrebbero mandati nelle retrovie. Era una proposta assolutamente insufficiente, ma formalmente molto importante perché, per la prima volta, le armi non solo non vennero ritirate, ma si prevedeva addirittura il riarmo e l'utilizzazione di una regolare formazione partigiana: infatti, io fui riconosciuto come comandante della Divisione. Il comando l'avevo sistemato in una casa di Lizzano.
Non accettai le proposte alleate sulla limitazione delle forze e dissi loro che nessun partigiano voleva andare via; infatti quelli che furono mandati a Pracchia erano tornati a piedi dal fronte. I rapporti divennero tesi.
Per discutere questioni militari e anche i rapporti fra partigiani e alleati io andai al comando dell'OSS, a Castelluccio. Loro dissero subito che, visto che i miei uomini combattevano ed erano forze sicure e davano un aiuto sostanziale, io dovevo assumere il comando di tutte le forze partigiane, comprese quelle di «Giustizia e Libertà» del capitano Pietro e quelle socialiste della «Matteotti». Io dissi che non volevo sottomettere alla mia direzione forze partigiane che avevano i loro comandanti e i loro orientamenti. Allora risposero che avrebbero messo me e i miei partigiani in campo di concentramento. Ricordo che risposi così: «Noi combattiamo da tanti mesi per dare un contributo alla lotta comune, e voi fate queste proposte! Se voi insistete io ripasso le linee, torno a combattere nelle zone occupate dai tedeschi e dirò ai partigiani e alla popolazione chi siete: cioè non dei liberatori ma degli oppressori!». Loro insistettero sul campo di concentramento. Urlavano come matti. Subito passarono alle minacce personali e io allora estrassi la rivoltella. La situazione era molto grave. Poteva succedere tutto. Io capivo che dal punto di vista militare avevano ragione, però non accettavo il loro modo di trattare i partigiani. Alla fine dissi che comandavo solo i miei e in più quelle forze che spontaneamente accettavano il mio comando. Così ci lasciammo e qualche settimana dopo i rapporti migliorarono poiché gli alleati poterono valutare i fatti: frattanto i partigiani delle brigate «GL» e «Matteotti» avevano accettato la mia direzione.
In novembre e dicembre la Divisione fu impegnata severamente, in coordinamento con gli alleati, in tre successive azioni su monte Belvedere e nell'ultima di queste, il 12 dicembre, trovò la morte il capitano Toni, comandante della «Matteotti». Un'altra brillante azione fu compiuta il giorno di Natale, dalla nostra brigata Costrignano, comandata da Filippo Papa, che, operando da sola, sfondò le linee tedesche a Piansinatico, presso l'Abetone.
Nel febbraio 1945 la lotta politica fra noi e gli alleati si inasprì ancora. Qualche progresso si era fatto sul piano militare, anche se le scarpe che ci mandavano erano vecchie e rotte e le razioni - elevate a 650 - per noi erano la metà del fabbisogno. Cominicai ad insistere per prender contatti col mio governo e in particolare col ministro Casati e il sottosegretario Palermo. Loro tergiversarono e in realtà non volevano questo contatto. Il governo, d'altra parte, aveva mandato a Lizzano degli ufficiali di Stato maggiore guidati dal colonnello Sampò, per fare, probabilmente, un rapporto al Ministro. Io avevo chiesto, tramite il generale Cerica, che rimase a lungo con noi, dei rinforzi di truppa e infatti arrivarono dei reparti alpini e someggiati e anche un tenente addetto agli alloggi: non un gran che, ma era un riconoscimento.
Tutto questo gli alleati non lo gradivano. D'accordo con gli ufficiali italiani io partii per Firenze, per poi raggiungere Roma. Non mi accorsi che si stava preparando un altro attentato contro di me (ad un primo attentato ero già sfuggito, in agosto, ad Acquaria, dopo lo sganciamento da Montefiorino). Infatti, quando giunsi, con la macchina messa a mia disposizione, sulle rampe del passo della Collina, fui intossicato dai gas del tubo di scappamento che era stato messo in modo che sfogasse dentro alla macchina, sotto il cuscino posteriore. Fortunatamente l'autista, anch'egli intossicato dal gas, ma un po' meno, riuscì a deviare la macchina contro il parapetto di destra, mentre a sinistra c'era uno strapiombo. Fummo soccorsi subito e inviati in un ospedale da campo alleato, a Pistoia. Io però non mi accorsi di niente perché rimasi a lungo senza conoscenza. Quando cominciai a capire qualcosa mi trovavo all'Ospedale di Firenze, dove mi avevano trasferito vista la gravità delle mie condizioni. Qui mi piantonarono perché nessuno mi vedesse. Qualche giorno dopo venne il Ministro Scoccimarro e poi venne anche Renato Giorgi, capo di stato maggiore della Divisione, e altri compagni di Lizzano. Io non ho mai saputo chi abbia organizzato quell'attentato che mi è sembrato di «stile americano», con metodo gangsteristico.
Appena in piedi, insistetti per ritornare al fronte. Gli americani volevano ritardare il mio rientro. Non avevano più bisogno - ritenevano - dei partigiani e così volevano impedire che le forze della Divisione partecipassero alla liberazione delle città. Ma io andai su egualmente, anche perché i partigiani, che già sapevano dell'attentato, erano in grande agitazione e si era diffuso un grave malcontento.
Prima di ripartire partecipai a Roma, insieme a Bulow, il 18 febbraio, alla solenne cerimonia di consegna della medaglia d'oro alla bandiera del Corpo Volontari della libertà.
Appena a Lizzano ci fu subito bisogno dei partigiani per una azione a Siila. I tedeschi, infatti, attestati sulle colline di Bombiana, avevano sferrato un attacco per tagliare il nodo stradale di Siila allo scopo di isolare Lizzano. Il generale americano comandante della zona mi chiamò e mi disse che mi dava il comando dell'intera zona per un contrattacco. Io accettai e il contrattacco riuscì. I tedeschi furono cacciati al di là delle posizioni di partenza ed ebbero molti morti, feriti e prigionieri.
Poi i rapporti con gli americani cominciarono a chiarirsi, anche se continuavano a tergiversare sul problema del riconoscimento formale della Divisione. Eravamo però sempre in linea e pian piano si resero conto dell'importanza del nostro contributo. Assai spesso io fui chiamato anche al comando americano per discutere dei piani offensivi e partecipai pure all'elaborazione del piano generale dell'offensiva finale di primavera, che cominciò il 19 aprile. La Divisione ebbe il compito più difficile, e cioè quello di sfondare le linee tedesche nel sistema del Cimone e ciò, credo, anche per impedire di essere fra i primi a giungere a Modena. La nostra Divisione sfondò le linee tedesche, si impossessò di fondamentali caposaldi e aprì agli alleati la strada verso la pianura. Occupammo Fanano, Sestola, Pavullo, Montecreto, giungendo fino ai margini della pianura e fummo egualmente fra i primi a giungere in città fra le popolazioni che ci attendevano.
Mario Armando Ricci. Nato a Pavullo nel 1908. Comandante della Divisione «Modena» (1943-1945). Medaglia d'oro al valore militare. (1971). Risiede a Pavullo.
(a cura di) Luigi Arbizzani e Nazario Sauro Onofri, Dizionario biografico. Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel Bolognese (1919-1945), Vol. V, Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea nella provincia di Bologna "Luciano Bergonzini", Istituto per la Storia di Bologna, Comune di Bologna, Regione Emilia Romagna, 1998
 
Mario Ricci, il leggendario comandante “Armando” della Repubblica di Montefiorino, nasce a Pavullo, in provincia di Modena, nel 1908. Giovanissimo, intraprende la dura via dell’emigrazione e si reca in Francia, dove lavora per cinque anni come cameriere e ha il primo incontro con gli esuli italiani antifascisti. Nel 1937 si arruola in Spagna, dove combatte in difesa della Repubblica nella XII Brigata Internazionale. Rientrato in Francia, viene incarcerato a Tolone e poi internato in un campo di prigionia. Rimpatriato nel 1941, il tribunale fascista lo condanna a cinque anni di confino a Ventotene, ma viene liberato nell’agosto 1943 per essere arruolato nell’esercito italiano.
L’8 settembre 1943 lo coglie a Maranello, in provincia di Modena, e lì si trova a sostenere il primo scontro armato con le truppe tedesche; da quel momento si dedica all’organizzazione della guerra partigiana sulle alture appenniniche a sud di Modena. L’afflusso continuo di uomini (nel giugno 1944 diventeranno addirittura 8.000) e il rafforzamento delle formazioni partigiane permette di concepire e di iniziare un’audace azione militare per liberare stabilmente un ampio territorio dove costituire una zona franca. Sarà la Repubblica di Montefiorino. Ispirata da lui e dal suo commissario politico Osvaldo Poppi, “Davide”, l’abile politica condotta nei confronti dei contadini – piccoli proprietari e mezzadri – della zona, cche si concreta nell’aiuto per i lavori agricoli e stradali, nell’organizzazione collettiva della trebbiatura, nell’assistenza sanitaria gratuita per tutti, guadagna alla Repubblica e al partigianato le simpatie della maggior parte della popolazione.
Una realtà che inoltre guardava già avanti, oltre la guerra, come afferma “Armando” in un’intervista rilasciata nei primi anni 60° Giancarlo Gatti: “Nella zona liberata era nell’aria, nella vita di tutti i giorni, uno slancio, un fervore densi di significato, in quanto espressione della volontà e della consapevolezza di operare per dare inizio alla costruzione di qualche cosa di nuovo, E il pensiero era rivolto al mondo di domani, al mondo per il quale si lottava.” Una realtà che colpisce anche gli Alleati, i quali riforniscono la zona libera con lanci di rifornimenti e di armi leggere, che peraltro saranno insufficienti per la difesa, di fronte al poderoso attacco nazifascista.
Dopo la caduta della repubblica di Montefiorino, Ricci continua a combattere sull’alto Appennino, dove poi si unisce alla V Armata statunitense e continua la lotta armata in qualità di “cobelligerante”, con una forza di 1.500 uomini.
Dopo la Liberazione viene eletto deputato al Parlamento italiano nella prima e nella seconda legislatura.
Muore nel 1994.
Redazione, Mario Ricci, 1944 - Le Repubbliche Partigiane

Il montanaro partigiano, disegno di Gino Covili *, cm. 35 x 25. Fonte: Luciano Bergonzini, op. cit. infra

[...] esperienze diverse di formazioni partigiane di varia estrazione (comunista, socialista, «azionista», cattolica), nonché di unità locali minori, operanti tutte in quella vasta area collinare e montana che, seguendo il percorso del fiume Reno tra Sasso Marconi e l'alto Porrettano e Lizzanese, si prolunga fino al tracciato della «linea Gotica» nel sistema del Belvedere e del Cimone. Nella parte alta le formazioni attive sono dapprima costituite da piccole unità d'impianto locale fino alla creazione, in giugno, delle Brigate «Giustizia e libertà» e «Matteotti», comandate entrambe da ufficiali dell'esercito e cioè dal capitano Pietro Pandiani (Pietro) e dal capitano Antonio Giuriolo (Toni). Ad iniziare dalla fine del settembre 1944 confluirono nella zona anche notevoli forze già facenti parte della «Divisione Modena», al comando di Armando (Mario Ricci). Nella parte collinare, attorno a Sasso Marconi, è invece attiva la Brigata «Santa Justa», comandata da Pino Nucci, anch'egli ufficiale dell'esercito. Dopo una serie d'azioni in parte coordinate, che consentirono alle forze partigiane di liberare numerosi centri di rilevante interesse strategico in una vasta area montana in precedenza controllata alternativamente dai tedeschi e dagli alleati, si potè giungere nell'alto Porrettano ad una riorganizzazione delle varie unità partigiane e all'insediamento di un comando operativo a Lizzano in Belvedere, il quale, pur tra prolungati contrasti, anche assai aspri, con l'OSS e il comando operativo della 5^ Armata americana, riuscì ad ottenere, con gradualità, una specie di riconoscimento alleato di fatto che consentì di svolgere durante l'inverno un'intensa attività coordinata di logoramento dello schieramento tedesco, fino alla partecipazione, per molti aspetti determinante, allo sfondamento del sistema difensivo tedesco e alla liberazione.
Luciano Bergonzini, La Resistenza a Bologna. Testimonianze e documenti. Volume V, Istituto per la Storia di Bologna, 1980 

* Gino Covili, nato a Pavullo nel 1918, fu partigiano nella Divisione Modena, comandata da Mario Ricci (Armando), e dopo il congiungimento con gli alleati continuò a combattere con la stessa formazione partigiana, aggregata alla V^ Armata americana, nella zona dell'alto Porrettano. L'esperienza partigiana fu determinante nella sua formazione di artista. Il suo mondo, infatti, è stato fin dall'inizio e rimane tuttora, quello dei contadini della montagna cui le sue opere costantemente si ispirano. Luciano Bergonzini, Op. cit.

martedì 25 ottobre 2022

Luciano Berio ravvisa la sua posizione «privilegiata» di musicista che non piace a Calvino

Illustrazione a cura di Noemi D’Atri. Fonte: Giulia Cechet, art. cit. infra

Il primo incontro tra Luciano Berio e Italo Calvino (1923-1985) risale al 1958: i due liguri si incontrano a San Remo quando stanno lavorando al «racconto mimico» 'Allez-hop'. La collaborazione si rinnova con 'La vera storia' e poi con 'Un re in ascolto'. Ricordandoci un po’ Wagner e Verdi, nell’arco di poco meno di trent’anni, anche Berio sforna una sua “trilogia” come prodotto del fortunato rapporto del musicista con lo scrittore, come corpus dove confluiscono due mentalità, due musicalità, due sensibilità, in definitiva due modi di intendere il lavoro intellettuale come lavoro eminentemente pratico. Una ricerca comune, seppure partita da premesse differenti, è ciò che lega Berio e Calvino.
Una testimonianza di questa transazione è l’articolo di Luciano Berio 'La musicalità di Calvino' (1988) [1] quale suo intervento al Convegno su Italo Calvino tenutosi a San Remo il 28 Novembre 1986.
All’inizio del brano Berio sottolinea proprio la diversità di partenza e di intendere il lavoro comune, una diversità che talvolta risiede «solo nella forma» (La vera storia) o «anche nella sostanza» (Un re in ascolto). Questa dissonanza, responsabile della «mancata convergenza finale» nel lavoro ultimato, consiste nell’intendere il “mestiere” del “librettista” Calvino secondo le due prospettive disciplinari della letteratura e della musica, due ambiti che, per quanto possano condividere ampi spazi immaginativi e non, mantengono le loro irriducibili differenze. Come dire che le parole non sono le note o i suoni in generale.
Una delle ragioni della «mancata convergenza» è il fatto che Calvino «tendeva ad ancorarsi a una storia e a svilupparne un percorso narrativo che entrava irrimediabilmente e spesso «drammaticamente» in conflitto con quello che invece sottintendevo io: cioè un percorso e uno sviluppo musicale che poco avevano a che fare con la narratività».
Una divergenza riguardante la natura della scrittura, ma anche la natura della musica per il fatto che entrambe, nel loro essere autonome, possiedono un grado di complessità e pari dignità. Diversamente stanno le cose quando esse entrano in un progetto musicale e la storia del loro rapporto è la storia della musica. Senza sconfinare in una digressione storica, qui si può dire che i problemi che dividono Berio e Calvino non sono altro che il modo di intendere la drammaturgia musicale e il senso dell’opera. Laddove, ad esempio, in un racconto il percorso narrativo risulta costitutivo per la sua riuscita, nella musica non si può dire la stessa cosa poiché questa non risponde alle leggi del linguaggio comune, alla causalità o alla consecutio temporum. Nel teatro musicale è la musica ad essere dominante, è la musica ad avere il sopravvento. In questo “potere” Berio ravvisa la sua posizione «privilegiata» di musicista che non piace a Calvino e che impediva a quest’ultimo «di riconoscersi completamente nel risultato finale», ma che fa concludere Berio dicendo «Il nostro, in fondo, era un rapporto dialettico e, come tutti sanno, la dialettica comporta sacrifici e rigore».
La parola chiave che rende possibile una mediazione è “dialettica”: interessante che Berio utilizzi proprio questo termine, poiché etimologicamente, esso ha a che fare con l’attraversamento di campi, in fin dei conti con il passaggio di una cosa ad un’altra cosa, un’idea molto cara al comporre di Luciano Berio.
1 L’articolo è apparso su «l’Unità», 12 Gennaio 1988 con il titolo 'Le note invisibili', ma anche in «Il Verri», Mar./Giu. 1988, con il titolo 'La musicalità di Calvino', pp. 9-12.
Tiziana Pangrazi, Un re in ascolto tra Berio e Calvino. Dimensioni musicologiche, letterarie, educative, Culturologia & educazione, 12 gennaio 2002 

La musica e la letteratura; l’arte e i suoi diversi approcci. Due geni che hanno saputo intendersi e superare se stessi in vista di una produzione teatrale al di là dei canoni tradizionali. L’opera lirica: musica che esprime parole, parole che esprimono musica. E ancora di più se a giocare con i diversi linguaggi sono dei maestri, capaci di portarli all’estremo. Questa è la storia - che forse non tutti conoscono - della collaborazione tra il compositore Luciano Berio e lo scrittore Italo Calvino, e di come arti e pratiche che li contraddistinguono si siano unite per creare 'La vera storia'.  A detta di Italo Calvino, il suo sembra essere un compito secondario in confronto a quello del musicista. In effetti, se si pensa a quella tipica produzione del Made in Italy che è l’opera lirica, non si può prescindere da un interesse che sia anzitutto musicale. Credo siano pochi quelli che, prima di addormentarsi o mentre aspettano l’autobus, leggono libretti d’opera. Su un tram di Bonn ne ho visto uno, una volta, quindi non me la sento di negare completamente la possibilità che ciò accada. Di certo si è trattato di un’eventualità curiosa, ecco.
Tornando a noi, resta che Berio ha voluto che fosse proprio Calvino a scrivere i libretti di 'La vera storia'. E lo scrittore non si perde in elucubrazioni profonde per cercare di definire il proprio ruolo nell’operazione: «Il fatto musicale, ad un certo punto, aveva bisogno della parola» (dall’intervista a Calvino di L. Arruga per «Musica Viva», VI, febbraio 1982, n.2). Infatti, per definizione, a fare il melodramma sono sì la musica, il canto, le scene e i costumi, ma anche «un testo poetico appositamente predisposto» - il libretto, appunto (dalla definizione dell’Enciclopedia Treccani) - e serve qualcuno che lo scriva.
[...] Oppure, dal contrappunto rinascimentale e barocco si può passare agilmente alle sonorità del jazz. Tutto questo e molto altro fa Luciano Berio nella sua opera lirica, definita in realtà come “azione musicale in due atti”. L’opera viene messa in scena per la prima volta al Teatro alla Scala di Milano nel 1982. Il compositore ha già le idee chiare quando chiede a Calvino di ritornare a essere il suo librettista. Ritornare, sì, perché i due collaborano già alla fine degli anni Cinquanta per il racconto mimico 'Allez-Hop' e rinnovano il sodalizio anche dopo 'La vera storia' per dare vita a un’altra azione musicale in due atti, 'Un re in ascolto' (1984).
Un rapporto dialettico: tesi, antitesi e sintesi
Perché, dunque, scegliere Calvino come autore dei testi? Anche in questo caso la risposta è piuttosto semplice. L’autore de Le città invisibili è in grado di fare con il linguaggio letterario quello che Berio fa con la musica. Sa combinare parole, simboli e significati tradizionali in modo del tutto nuovo e originale.
Avanti tutta, quindi. Ma c’è un problema. Per quanto Calvino sia abile nel creare strutture nascoste e giochi linguistici, non può prescindere innanzitutto dalla lingua italiana e, in seconda battuta, dalla narrazione e dal suo sviluppo. O meglio, potrebbe, ma il risultato si discosterebbe da quello che dovrebbe essere un’opera lirica. Essa ha bisogno di una vera storia per essere tale. Deve avere dei personaggi, un antefatto, uno svolgimento e, possibilmente, una conclusione.
Alla tesi proposta da Berio - sperimentiamo, sfruttiamo la tradizione ma superiamola, mettiamo in scena un’opera che vada oltre i suoi stessi canoni - si contrappone allora l’antitesi di Calvino, una sorta di limite insuperabile insito nell’arte della scrittura e della narrazione. Limite che le pratiche del compositore possono facilmente aggirare, dal momento che il linguaggio musicale non è costretto a seguire delle convenzioni per essere compreso. Berio, a differenza del suo collaboratore, ha quasi totale libertà. Come fare?
Il musicista mostra tutto il suo genio avvalendosi della posizione privilegiata che ha all’interno del processo creativo per attuare la sintesi dialettica. In questo modo, dà vita a un prodotto in grado di unificare e superare le due posizioni di partenza. [...] 'La vera storia' è la sintesi definitiva - un’«opera e no», per citare Berio - un prodotto artistico che sfugge ai canoni che contraddistinguono l’opera lirica, pur presentandoli tutti in maniera evidente.
Se non ci fosse stato Calvino, la musica non sarebbe stata capace, da sola, di far arrivare 'La vera storia' là dove il compositore voleva portarla. Senza le ancore del linguaggio e i paradigmi della letteratura il pubblico si sarebbe smarrito. Allo stesso tempo, se non ci fosse stato Berio, 'La vera storia' sarebbe rimasta una narrazione fine a se stessa. Una storia simile a tante altre in cui ci sono un buono, un cattivo, un duello e una morale. Senza il superamento delle convenzioni e lo stravolgimento possibile soltanto al linguaggio musicale, la storia di Ada, dell’ingiustizia e della speranza sarebbe rimasta soltanto la sua. Alla fine dell’opera, invece, essa si trasforma in una questione e in una speranza collettiva.
Ultimo fatto curioso: l’opera viene presentata ovunque come “La vera storia di Italo Calvino, con musiche di Luciano Berio”. Come accennato in apertura, da un’opera lirica ci si dovrebbe aspettare il contrario. Ma 'La vera storia' non è un’opera convenzionale, così come non lo è la pratica artistica dei suoi autori. Il compito di Calvino non è stato poi così “piccolo” come lui voleva far intendere. Ancora più grande è stata la maestria di Luciano Berio, che dall’alto della libertà della sua arte ha saputo riconoscere la necessità di filtrarla attraverso un’altra, più limitata forse, ma che ha reso unica la sua creazione.
Giulia Cechet, La vera storia di Berio e Calvino: l’opera lirica e il suo superamento, Millon Galleria, 8 giugno 2020

Il paradigma, il complesso e tumultuoso, autodecostruente intreccio iper-autoriale - su cui si fonda il testo verbale di 'Un re in ascolto' e la sua stessa costruzione, - così come l'arco cronologico, su cui esso si compie, è, qui ormai, materia ben nota. Ricapitoliamo, per ora assai sommariamente (omettendo passaggi intermedi). Dal '77, quando Italo Calvino, impressionato dalla lettura delle pagine di Roland Barthes sulla nozione di ascolto (firmate con Roland Havas, per l'Enciclopedia Einaudi) <1, ne propone la suggestione a Luciano Berio, da cui era stato intanto convocato per quel progetto di riscrittura/decostruzione del 'Trovatore' e degli statuti del melodramma, che vedrà la luce solo nell'82 come 'La vera storia' (per il progetto, il compositore si era già rivolto a Sanguineti, poi ritraendosi); poi all'agosto dello stesso anno, quando il compositore, recatosi a Salisburgo, riceve commissione per un’‘opera’ da rappresentare al Festspiele; al successivo autunno, con la stesura del soggetto; al '79 (la prima parte dell'anno, verosimilmente), quando lo scrittore proverà a sviluppare il soggetto in un primo libretto, in tre atti, cui già è assegnato il titolo che sarà definitivo; quindi, a partire dall'anno successivo, fino alla totale riformulazione del soggetto e, progressivamente, alla radicale decostruzione del progetto iniziale, col disegnarsi, nell'80, di un trattamento rutilante e multiplanare <2, destinato a seguire ormai non più la paranoia verosimile di un re usurpatore prigioniero del suo «palazzo-orecchio», imbrigliato nelle maglie di congiure che sono presupposto e conseguenza del suo medesimo esercizio del potere (o forse i fantasmi stessi dell'essere, nella prigionia d'un «mondo che non gli appartiene, che forse non esiste»), ma invece, i labirintici circuiti mentali di un «padrone della musica», un direttore di teatro d'opera «in preda a un'angosciosa crisi interiore», perduto nel suo proprio «labirinto» (tema questo topicamente calviniano, come è noto). In parallelo, il trattamento dell'80 vede lo sviluppo di altri due livelli (accolti in parte nel lavoro finale): quello in cui seguiamo un'opera (tradizionale) non dal punto di vista della platea ma dalla prospettiva del palcoscenico, e infine quello relativo al backstage, il lavoro materiale durante l'esecuzione dell'opera, tra le quinte e il retro del fondale.
Azzerato il primo soggetto e di conseguenza il primo libretto, la sola struttura del trattamento dell'80 resisterà nel risultato finale - il testo o canovaccio geniale, che serà ancora, nominalmente, a firma da Calvino, ma in realtà pastiche integralmente ascrivibile alla volontà di Berio (nel frattempo, come sappiamo, era caduta la testa di un altro candidato ‘librettista’, Wolfgang Fleischer): frutto di ulteriori riadattamenti e ‘caoticizzazioni’, rispetto all'idea di (ri)partenza (quella del trattamento dell'80 appunto), e arricchito per l'inserzione di riverberi shakespeariani (nel direttore di teatro andrà a cortocircuitarsi, crepuscolarizzato, il Prospero della 'Tempesta' o ancor meglio del finale della 'Tempesta', mediato da suoi riscrittori - Auden e Gotter segnatamente) così come di schegge che riportano, quasi in circolo, situazioni ed energie di lavori immediatamente passati (da 'Opera', o da 'La vera storia').
[NOTE]
1. Roland BARTHES - Roland HAVAS, Ascolto, poi incluso in R. BARTHES, L'ovvio e l'ottuso. Saggi critici III, trad. di Carmine Benincasa et al., Torino, Einaudi 2001, pp. 237-251.
2. Italo CALVINO, Per Un re in ascolto di Berio: Trattamento 1980, in Id., Romanzi e racconti, ed. diretta da C.MILANINI, vol.III, Racconti sparsi e altri scritti d’invenzione, a c. di M.BARENGHI - B.FALCETTO, intr. C.MILANINI, Milano, Mondadori 1994, pp.755-757. Dallo scritto sono tratte le brevi citazioni che seguono.

Tommaso Pomilio, Scrittura dell'ascolto: Calvino in Berio in Le théâtre musical de Luciano Berio, a cura di Giordano Ferrari, Parigi, L'Harmattan, 2016 

Affrontando il teatro musicale di Luciano Berio, non si può non prestare attenzione alle teorie che, in epoca e modalità differente, richiamano gli scritti teorici di Bertolt Brecht.
Nel teatro musicale di Berio, grande importanza acquista il concetto di ascolto attivo dell'opera teorizzato da Brecht.
Brecht, a riguardo, afferma l'importanza della partecipazione del pubblico al quale viene richiesta una presa di posizione rispetto agli avvenimenti esposti nella vicenda.
Sempre Brecht, nel proclama sulla forma epica del teatro, si riferisce allo spettatore come ad un osservatore dei fatti. <6
Berio come Brecht, in special modo in ALLEZ-HOP (1968), con la scelta provocatoria di infrangere il muro che divide l'azione scenica dal pubblico con la discesa degli attori tra le file di stupefatti spettatori per donare loro fiori di carta come simbolo di pace <7, si interroga su quale sia l'atteggiamento del pubblico ad uno spettacolo d'opera lirica e se possa esso mutare. <8
Altro nodo fondamentale, in tutta la ricerca del suo teatro musicale, è la presenza di diversi livelli di interpretazione e significato nella vicenda che si svolge in scena, presentata in modo da negare la narrazione storica o temporale a favore della ciclicità dello sviluppo e della decostruzione degli eventi.
In 'Un Re in ascolto', ad esempio, "Berio inserisce i testi scritti da Calvino entro un libretto composito, producendo un attrito tra le meditazioni solitarie di Prospero e la realtà frenetica di un teatro in piena attività". <9
La fusione dei livelli dell'azione drammatica, in questo caso, permette di ipotizzare un legame tra Prospero ed il suo teatro. Le prove dello spettacolo sembrano essere il mondo interiore del personaggio e la materializzazione dei suoi sogni, dei suoi ricordi, delle sue angosce.
Sempre riguardo ad 'Un Re in Ascolto', lo stesso Berio sostiene che il vero personaggio: «... c'est le théàtre lui meme, l'opéra. La forme, c'est toujours une sorte de métathéàtre. Mais dans 'Un Re in ascolto' il n'ya pas d'histoire, il y a le refus de l'histoire, il y a des situasions, il y a le procès, et au moment où il risque, si je puis dire, de devenir opéra, il s'arrete. L'opéra s'arrete au seuil de l'opera, disons...» <10 e che «'Un Re in ascolto' ha infatti la struttura di un sogno: potrebbe continuare su percorsi diversi e alcune delle sue parti potrebbero anche ripetersi in un continuo e ostinato presente». <11
[...] Avvicinandosi all’analisi del testo, il primo nodo da affrontare e sciogliere riguarda la stesura dei libretti <29. Varie ed articolate le vicende che si trovano alla base dei testi delle opere prese in esame <30. Allo stesso modo articolata ed a volte difficile la collaborazione tra Berio e Calvino. Curioso il fatto che Berio compositore si rivolga allo scrittore Calvino per sviluppare le vicende di ben tre delle sue azioni. Ma come a rispondere, lo stesso Berio afferma a riguardo che: «...Italo  era  intimidito  dalla  musica.  Non  era  molto  musicale,  andava  raramente  ai  concerti,  era  stonato  e  la  musica  suscitava  in  lui  un  po’  di  interesse solo quando c’erano parole da capire [...] Ma questa sua lontananza dalla musica (come da qualsiasi esperienza che non fosse traducibile in una forma razionale di discorso) mi affascinava: l’ ho addirittura usata [...] Ho una specie di avversione per i testi  “musicali”. Mi attraggono invece i testi che vengono da lontano, da regioni non musicali, e che diventano musica attraverso un lungo e complesso percorso: un po’ come quando un’esperienza empirica approda su una spiaggia scientifica». <31 e più in generale che: «Le texte il doit guardé en soi la même complexité et la même dignité que la  musique. C’est pourquoi je cherche des vrais auteurs et non des librettistes traditionelles». <32
[NOTE]
6 B. Brecht Scritti teatrali, Torino, Einaudi 1962, pag. 30.
7 Da notare la variante originale presentata a Bologna al Teatro Comunale 1968 ed in seguito cambiata all'Opera di Roma 1968 a causa dello sgomento del pubblico alle repliche ed alla presa di posizione del Sovrintendente, nella quale gli attori/mimi scendevano tra il pubblico armati di pennelli e colori per dipingere sui decoltè delle signore e sulle pelate ed in viso o sulle mani dei relativi accompagnatori in sala simboli di pace fiorita. Avendo assistito alla prova generale, il Sovrintendente del teatro tuonò: «Il pubblico è sacro e non si può dipingere!», e fece sostituire gli "irrispettosi" disegni con fiori di carta.
8 Concetto presente in B. Brecht, op. cit. pg 32
9 Laura Cosso, «Un re in ascolto»: Berio, Calvino e altri, in Nuova Rivista Musicale Italiana, n.°  4 , 1994, pg 560.
10 L. Berio in I. STOIANOVA, Luciano Berio, «La Révue Musicale» n. 375-376-377, Paris, Richard-Masse, 1985, pg, 341. (... è il teatro stesso, l'opera. La forma è quella di una sorta di metateatro. Ma in 'Un Re in ascolto' non c'è una storia, c'è il rifiuto della storia, ci sono delle situazioni, c'è il processo e nel momento che esso rischia, se si può dire, di diventare opera, si ferma. Si può dire che l'opera si ferma alle soglie dell'opera.. .). Qui ed altrove, se non diversamente specificato, le traduzioni sono mie.
11 A. Jacchia: Un re nella tempesta, «L'Espresso», 22 Luglio 1984, pag. 93.
29 I personaggi delle azioni mimiche delle opere di teatro musicale 'Allez-Hop', 'La Vera Storia', 'Un Re in Ascolto', non hanno una sola chiave di lettura, ma varie e differenti a seconda del contesto e degli allestimenti. I testi sono  presentati non con una continuità orizzontale e narrativa, ma in sequenza, in un’alternarsi di quadri ed immagini. Si pensi alla prima rappresentazione di 'Un Re in Ascolto' del 7 agosto 1984 a Salisburgo, regia di Gotz Friedrich, per  la quale Berio stesso decise di tradurre il libretto parzialmente in tedesco aggiungendo significato a significato: «Il testo è stato concepito e musicato in italiano, ma nello spettacolo alcune sezioni saranno cantate in tedesco. Ci ho  pensato durante le prove. Prospero diventa per l’occasione un direttore di teatro italiano che lavora in Germania. Il bilinguismo non disturba: è un elemento di significato in più», Luciano Berio nell’articolo di Paolo Petazzi 'E dopo Mozart venne Berio', «L’Unità», 7 agosto 1984, pag.11.
30 Ogni volta, dove non diversamente specificato, in questa dissertazione si incontrerà il termine 'opera' si vorrà intendere significante di opus, work, travail, obra....
31 Luciano Berio, La musicalità di Calvino, Il Verri, Marzo-Giugno 1988, pag. 10-11.
32 Luciano Berio in Sandro Cappelletto, Les refus de l’Histoire, «Le Monde de la Musique», Fevrier 1991, pag. 85, (Il testo deve conservare in sé la stessa complessità e la stessa dignità della musica. Ecco perché cerco dei veri autori  e non dei librettisti tradizionali...)

Cinzia Mela, Le collaborazioni fra Luciano Berio e Italo Calvino: i libretti d'opera, Tesi di Laurea Magistrale, Università degli Studi di Bologna, Anno Accademico 2004-2005

venerdì 14 ottobre 2022

Socialdemocratici in difficoltà in Europa


È evidente che la socialdemocrazia europea sta attraversando un periodo di crisi, particolarmente accentuato negli ultimi dieci anni. Come è stato già sottolineato in questo capitolo, l’indice rile, che mostra un orientamento più di sinistra dei partiti socialdemocratici analizzati, prende in considerazione esclusivamente i programmi elettorali dei partiti e vale la pena ribadire che quindi questo non coincide necessariamente con le politiche effettivamente realizzate, le quali incidono anche sulla percezione, sul giudizio che l’elettorato ha dei partiti stessi e, di conseguenza, sulla scelta di voto. Il primo capitolo di questa tesi si concludeva con l’ipotesi dell’adozione di un orientamento più moderato da parte della sinistra europea ed è stato anche menzionato che sarebbe stata proprio questa tendenza ad andare verso il centro, con il conseguente avvicinamento delle posizioni politiche del centro-sinistra a quelle del centro-destra, a facilitare l’emergere di nuovi partiti, responsabili di aver messo in difficoltà i socialdemocratici (e in alcuni casi anche i partiti tradizionali di centro-destra) in termini di conquista del consenso. Nonostante dall’analisi del rile emerga un posizionamento dei partiti più a sinistra, sono stati comunque già sottolineati i limiti dell’indice e sono inoltre molteplici gli autori, già citati in precedenza, che sulla base dei loro studi sostengono la svolta verso il centro dei partiti di sinistra. Dunque, oltre agli spostamenti, nel corso del tempo, dei partiti sull’asse sinistra-destra, sui quali metodi di misurazione e parametri diversi possono portare a risultati dissimili, un fenomeno che invece è oggettivo e che concretamente, in svariati contesti nazionali, ha contribuito al calo dei partiti di sinistra, è la nascita di partiti nuovi, principalmente antisistema, alternativi, radicali o populisti di destra o di sinistra.
Esempio più calzante, e anche più estremo, è quello del PASOK in Grecia, tanto che si parla di Pasokification, concetto che fa riferimento ad una situazione in cui il principale partito socialdemocratico nazionale diventa il più piccolo del parlamento a causa della crescita di un partito di sinistra più radicale <3. Con la crisi del 2008, il PASOK si è trovato costretto ad adottare una politica di austerity molto rigida che, ovviamente, già non era popolare all’interno dell’elettorato; inoltre, il partito era noto per essere clientelare e corrotto, dunque, in un certo senso, non era legittimato ad imporre politiche di tale austerità alla popolazione (Cuperus, 2017). Questo ha fatto sì che il PASOK fosse superato e sostituito dalla sinistra radicale di Syriza già nel 2012. Come è stato già precisato, il caso greco è estremo, ma il resto dei socialdemocratici europei è comunque sottoposto a rischi simili. Infatti, l’implementazione sostanzialmente obbligata delle politiche di austerity può avere come effetto collaterale la convergenza e la sovrapposizione dei partiti che si trovano vicino al centro del sistema, con la conseguenza che le differenze tra centro-destra e centro-sinistra rischiano di svanire (Cuperus, 2017). Pertanto, quando le differenze e i contrasti cruciali tra sinistra e destra iniziano a venire meno, si creano le circostanze favorevoli per la formazione di un altro asse di contrasto politico, quello populista che vede la contrapposizione tra popolo e élite (Mouffe, 2005). Questo è quello che è successo in Grecia tra Syriza e PASOK, ma si è verificato anche in altri paesi europei, anche se spesso con cali meno drastici e di portata inferiore rispetto a quello che ha colpito i socialdemocratici greci, oppure con l’emergere di partiti radicali di destra, o comunque anti-establishment. Altri due contesti in cui il partito socialdemocratico tradizionale si è ridotto a livelli simili a quelli del PASOK sono la Francia e l’Olanda. Alle elezioni del 2017 in Francia, per la prima volta non c’è stato nessun partito tradizionale al ballottaggio, al quale si sono qualificati infatti Marine Le Pen, con il partito populista radicale di destra Front National (FN), ed Emmanuel Macron, con La République en Marche (LaREM) un partito liberale e pigliatutto. È stato in occasione di queste elezioni che i socialisti francesi sono stati ridotti al 7,4%. Anche il Partito del Lavoro (PvdA) olandese, attualmente al 5,7%, si trova al suo minimo storico e la seconda forza politica è il Partito per la Libertà (PVV) sovranista, populista di destra ed euroscettico.
Ci sono, inoltre, altri contesti nazionali europei dove, sebbene il calo della sinistra non sia stato drammatico quanto quello dei casi appena citati, i partiti hanno comunque risentito della crescita delle forze populiste. Il Partito Democratico (PD) in Italia, alle ultime elezioni del 2018, ha perso consensi in concomitanza del rafforzamento del Movimento 5 Stelle e della Lega; in Germania, il partito populista ed euroscettico Alternativa per la Germania (AfD) è entrato in Parlamento alle elezioni del 2017 con il 12,6%, un risultato importante considerando che era stato fondato solo nel 2013, anno in cui per poco non superò la soglia di sbarramento (Kennedy & Manwaring, 2017). Il populismo, dunque, rappresenta oggi una grande sfida per la politica tradizionale e consolidata in generale e, in particolar modo, per la socialdemocrazia. I populisti tendono a demonizzare i partiti di sinistra facendoli apparire, agli occhi dell’elettorato, come una parte ormai debole o anonima del centro politico, dell’establishment; ritraendoli negativamente come antipatriottici o come i rappresentati delle élite e degli immigrati, come traditori della loro storia e del loro elettorato tradizionale (Cuperus, 2017).
3 "Reducing a country's main social democratic party to the smallest party in parliament as a result of the rise of a more radical left party" (Collins Dictionary, 2015)
Livia Milana, L’evoluzione dei partiti socialdemocratici europei: correlazione tra orientamento ideologico e performance elettorali, Tesi di laurea, Università Luiss, Anno Accademico 2019/2020

lunedì 10 ottobre 2022

Alla Badia si è stabilito un piccolo quartiere generale dell’ufficialità francese


Particolare menzione merita il tentativo portato avanti dal raggruppamento franco-marocchino, sempre durante la giornata del 29 maggio 1944, che si muove attraverso la contrada Maiura e a ridosso della pedemontana del monte Siserno. Sin dalle 6,10 della mattina, infatti, dopo una preparazione di fuoco di artiglieria, il plotone Malavoy si muove all’attacco dei soldati tedeschi dall’ovest. Ancora una volta tale tentativo fallisce. Le mine poste sul terreno fanno saltare per aria 12 jeep. Il maresciallo maggiore Fresse e il brigadiere Maitta, anche se feriti, riescono a ripiegare, mentre il brigadiere Ben Sekta resta sul terreno. Nelle vicinanze il cacciatore Duriex è ferito ma riesce a mettersi al riparo in un fossato. Intanto il cacciatore Baudet ripiega dopo aver localizzato esattamente la posizione del campo minato. Il cacciatore Vial viene ucciso da una palla in fronte mentre cerca di portare aiuto ai suoi compagni. Per gli alleati è un disastro. La situazione appare compromessa. I tedeschi, anche in questa parte di territorio, hanno efficienti tiratori scelti, ma il plotone francese, pur con tante perdite, mantiene il contatto stretto e riesce a istallare un posto di osservazione avanzato in una casa isolata. Il cacciatore Durieux, pur ferito e nascosto in un fosso, riesce ancora a muoversi fino a quando non arriva il maresciallo Lignon che lo porta al posto di osservazione.
Il cacciatore Abrham con la sua jeep passa attraverso il fuoco nemico per andare a cercarli. La condizione delle avanguardie sembra essere migliorata in quanto il maresciallo Lignon, dalla casa isolata dove è istallato il punto di osservazione, è nelle condizioni di definire con esattezza la forza tedesca che consiste in poche unità combattenti che hanno a disposizione quattro fucili mitragliatori, due mitragliatrici pesanti e un mortaio. Sta per svilupparsi la battaglia del Boschetto, a quota 235, località situata in prossimità di Colle Campanaro, dove oggi esistono impianti sportivi, presso via Aia del Tufo. I francesi dovranno impiegare più assalti e, come da testimonianze orali ricevute, potrebbero essere stati più di tre. Il tenente Malavoy, verso la fine della giornata, abbatte la resistenza, conquista la cresta e tiene la linea per tutta la notte. Il Diario dei cacciatori e il libro di Gautard “Dans la campagne d’Italie” non riportano le perdite avute dalle truppe francesi, mentre le perdite tedesche vengono valutate in maniera completamente diversa: il primo riporta sette prigionieri, mentre l’altro riporta la morte di quaranta tedeschi <303.
Nel frattempo, già alla fine della giornata: "alla Badia si è stabilito un piccolo quartiere generale dell’ufficialità francese e un piccolo posto di pronto soccorso. Questo costituisce la salvezza di fratel Andrea (Salvati) il cui braccio stroncato qualche giorno prima minacciava di incancrenire pel mancato intervento chirurgico. Medicato sommariamente nel pronto soccorso veniva subito inviato ad un ospedaletto da campo; ma per salvarlo bisognò amputargli il braccio quasi all’altezza della spalla. Intanto una teoria interminabile d’automezzi giungeva alla Badia per una strada improvvisata alle falde del Siserno dall’esercito avanzante. Giunge anche l’ospedale da campo che si alloga negli stessi locali occupati già dai tedeschi. Personale deferente, cordiale". <304
23.2 Gli alleati entrano nel centro di Ceccano.
Il giorno successivo, 30 maggio alle ore 9, il plotone Malavoy, parte insieme a un plotone del 3° RSM, dotato di carri armati Scherman, e attraverso via Badia entra in Ceccano, dove vengono fatti due prigionieri. <305
Sull’asse sud, invece tre uomini appartenenti al plotone Periquet: il brigadiere Zuber, l’aspirante Cordier e il cacciatore Poussier tornano indietro alla ricerca del corpo di un aspirante del genio ucciso, ma ancora una volta sono costretti a ripiegare.
Alle ore 10,00 il tenente Periquet si dirige verso l’ovest e lo squadrone Breuil appoggia l’8° RTM. L’avanzata, ancora una volta, è ritardata. Decisivo è ciò che sta per succedere a ridosso di Colle Morrone, in prossimità del Castellone. Il Castellone e il Morrone rappresentano i punti più elevati a ridosso del Siserno. La difesa di questa area, da parte dei tedeschi, è funzionale alla difesa del Passo della Palombara situato a qualche chilometro di distanza. Le due colline sono boscose e i Tedeschi resistono con accanimento, sostenuti da una forte artiglieria e dal fuoco dei carri. Dopo vari assalti e scontri violenti il battaglione Reniè, alle ore 19,30, conquista la quota 247.
Alla stessa ora il colonnello tedesco Wolf Ewert ordina alle retroguardie tedesche di ripiegare.
Il plotone Malavoy, dei Cacciatori d’Africa, dopo tre giorni impegnativi e stressanti, riesce a stabilire il collegamento con il raggruppamento Buron e a sostare, dopo le ore 20, presso il Casino Marella in località Celleta, fra i comuni di Ceccano, Patrica, Giuliano di Roma, a poca distanza dalla strada che porta al mare. E’ lo stesso tenente ad accendere il fuoco dove si cuoceranno dei polli, ovviamente rapinati, per festeggiare, appagati, l’esito della battaglia di Ceccano <306. Nelle campagne, per la terza notte consecutiva, si sentiranno grida di donne violentate ma nessun libro francese scriverà di queste scelleratezze.
23.3 La battaglia di Colle Morrone
Quella che i libri francesi chiamano la battaglia di Colle Morrone, quota 247 o del Castellone, quota 239, in verità è stata combattuta prevalentemente nelle vicinanze delle due colline. Per l’esattezza presso la Macchia dei Tocchi. Gli avvenimenti sono tratti dal racconto di tre testimonianze che, pur non coincidendo nei particolari, nella sostanza convergono.
Così li ricorda Luigi Giudici, classe 1926: “I marocchini quando passarono lì, a via Castellone, le resistenze tedesche le avevano già piegate. I tedeschi lasciavano nuclei di retroguardia che dovevano proteggere la loro ritirata.  Comunque sì, li vidi passare per via Castellone. Presero un prigioniero tedesco e lo legarono a una corda. Questa corda venne fatta passare sopra un albero e il corpo di questo tedesco fu più volte sollevato a una certa altezza e lasciato cadere a terra. Quando terminarono di fare questo lo sgozzarono. Scene di violenza sulle donne non le ho viste direttamente, ma sentivo distintamente urla e lamenti di donne violentate. Cominciò a circolare la voce, tra i civili, che si doveva andare alla Badia, e così facemmo. Durante questo tragitto quattro marocchini fermarono mio padre che portava in braccio mio nipote piccolissimo (Ugo Ricci) perché nato nel 1943. Con sé mio padre aveva duecento lire. Faticosamente riuscì a convincere i marocchini che quei soldi servivano a sfamare il piccolo e fu lasciato andare. Però nascose le 200 lire nei panni del bambino. Alla Badia girava la notizia che, se si andava a prestare servizio come barellieri per il recupero dei feriti delle truppe del Corpo di Spedizione Francese, si aveva del cibo in cambio. Con quattro amici, allora, andammo sotto il Castellone e caricammo sulla barella un ufficiale francese ferito. Dovevamo ripercorrere via Castellone in salita, era molto faticoso. Lo stesso ufficiale ci disse di fermarci per riposare. Poggiammo la barella a terra con l’ufficiale, quando arrivò un marocchino con il fucile che ci obbligò a proseguire. Quando fummo lontani dalla sua vista però ci fermammo di nuovo” <307.
Marco Antonio Di Vico, classe 1941, ricorda quello che il padre raccontava: "I marocchini venivano da Castro dei Volsci e già si era sparsa la voce degli atti violenti che commettevano. Egli decise di raggiungere la Badia perché presso questo edificio sacro già si erano rifugiati molti ceccanesi (e non solo) e si diceva che lì si fosse al sicuro da queste violenze. Anche io dovetti seguire la famiglia in questo spostamento ma ero troppo piccolo e non sono in grado di ricordare. Avevo due sorelle e compiere questo tragitto era abbastanza rischioso. Lungo il cammino sempre mio padre ricordava che incontrò un amico detto Zì Lisandro, che gli disse testualmente: “Ntoniù, ‘ndo uai cu ‘ste femmine?!”. Già si era a conoscenza delle violenze sulle donne da parte dei soldati marocchini. Durante il tragitto papà ricordava che giungevano le grida delle donne violentate. Per sicurezza egli portava un pugnale con sé. Nel ricovero dove ci eravamo sistemati provvisoriamente i marocchini entrarono e volevano violentare una delle mie sorelle ma lei aveva le gambe fasciate perché nei giorni precedenti era caduta in una pozza di calce. Probabilmente per questo motivo non le fecero violenza. I combattimenti con i marocchini si svolsero in queste due zone: le colline di Macchia Tocchi e di Castellone, zone molto vicine. Sia la prima che la seconda erano presidiate dai tedeschi. A Macchia Tocchi abitava e abita ancora la famiglia Parmeni, presso la quale vi era un presidio tedesco. Mio padre ricordava distintamente le urla dei tedeschi sopraffatti dai marocchini e sgozzati che assomigliavano a quelle dei capretti quando subivano la stessa sorte".
Di Vico riporta un ricordo personale legato a queste vicende: "fino a quando avevo sette o otto anni, ma non posso essere preciso in merito, a Macchia Tocchi c’era un piccolo cimitero provvisorio tedesco, lo ricordo benissimo. Le sepolture dovevano essere una decina, erano tutte croci sormontate da un elmetto. Questi corpi vennero recuperati, all’incirca quando avevo sette o otto anni. Ricordo che queste salme furono caricate su un autocarro modello OM Taurus, con targa tedesca: non so se fosse un’operazione svolta dall’esercito tedesco, che per diversi anni non esistette dopo la guerra, o da qualche organizzazione. Non saprei fornire altre indicazioni". <308
[NOTE]
303 Cfr. Capitano Malavoy, Du Niger au Danube/ Jurnal de marce du 8° Regiment Chasseur d’Afrique, pp. 37-9.
304 Cfr. Padre Gioacchino Passionista, Badia nella tormenta, 1948, p.75.
305 Un video in circolazione nella rete, (http://www.loffredi.it/gli-alleati-a-ceccano.html) ne conferma la presenza presso la Badia prima e in via Madonna della Pace successivamente.
306 Capitano Malavoy, Du Niger au Danube/ Jurnal de marce du 8° Regiment Chasseur d’Afrique p. 39.
307 Cfr. Gianluca Coluzzi, Liceo Scientifico e Linguistico Ceccano, Ceccano 1944-2014, Testimonianza di Luigi Giudici, 2014, p.150.
308 Marco Antonio Di Vico, Testimonianza rilasciata il febbraio 2014.
Lucia Fabi e Angelino Loffredi, Il dolore della memoria. Ciociaria 1943-1944, ed. in pr., 2016

mercoledì 5 ottobre 2022

Alle 13 arriva a Boves il grosso del reparto tedesco

Fonte: Stefania Conti, art. cit. infra

Il Diario storico del 2° Comando Militare Provinciale di Cuneo fornisce una ricostruzione del primo massacro della guerra partigiana, quello di Boves, e contribuisce a chiarire la figura controversa del generale Costantino Salvi, che dai primi giorni di settembre comandava la zona militare di Cuneo <19. Il 12 settembre - riferisce il diario storico - il generale Vercellino, comandante della 4a Armata, diede a Salvi l'ordine di rimanere al suo posto di comando e di presentarsi al comandante tedesco appena questi fosse giunto in città. E quel giorno stesso si presentò a prendere il controllo della città il maggiore Peiper, della divisione “Leibstandarte-SS Adolf Hitler”. La città era calma, e Salvi assicurò al comandante tedesco che “i militari germanici non avranno a temere atti di ostilità da parte dei cittadini”. I tedeschi misero sentinelle ad ogni caserme, mentre Salvi veniva nominato Governatore militare della città e veniva organizzato un servizio di raccolta dei militari italiani sbandati. Proprio la presenza di militari sbandati, pochi giorni più tardi, diede origine alla tragedia di Boves:
"16 settembre 1943
Viene segnalata l'esistenza sulle alture a sud di Boves e pendici di Monte Bisimanda di nuclei di militari sbandati già del XV° corpo d'armata, della guardia alla frontiera e delle divisioni costiere della 4a Armata, che si appoggiano all'abitato di Boves per vettovagliamento ed in parte per ricovero.
Un maggiore dei bersaglieri, accompagnato da due centurioni della milizia forestale, si presenta al comando della zona per parlamentare col comando germanico. Dal generale Salvi egli viene accompagnato al comando germanico dove chiede libero transito per i militari di cui sopra perché possano ritornare alle loro case.
Il comando tedesco rifiuta e ordina invece l'immediata presentazione di tutti senza condizioni. Il maggiore non aderisce a tale imposizione e ritorna tra i suoi soldati sulle alture a sud di Boves."
Le annotazioni nel diario storico si interrompono qui per due giorni. Riprendono il 19 settembre 1943 con una drammatica descrizione del massacro, il cui tono rivela una chiara condanna del comportamento dei tedeschi: si sottolinea infatti che la popolazione era stata falciata mentre cercava scampo nella fuga, si contesta implicitamente l'equiparazione degli sbandati ai ribelli, fatta dal comando tedesco, e si usa il condizionale nel riferirne le giustificazioni:
"Il comando germanico ordina il bombardamento e la distruzione mediante incendio dell'abitato di Boves, nonché delle frazioni di S. Giacomo e di Rivoira.
La popolazione di Boves che cerca scampo fuggendo dalle case incendiate viene mitragliata dalle truppe tedesche (22 morti fra la popolazione civile. Da parte tedesca un soldato morto e cinque feriti).
A giustificazione di tale azione il comandante tedesco dichiara che la popolazione civile di Boves ha sempre tenuto contegno favorevole agli sbandati (che il comando germanico considera ribelli) somministrando loro viveri e fornendo alloggio.
Inoltre nelle case di Boves sarebbero state anche trovate bombe a mano. Aggiunge ancora che al momento della cattura dei due ostaggi tedeschi la popolazione ha applaudito l'atto battendo le mani e schernendo e sputacchiando i due militari tedeschi."
Il comportamento di Salvi dopo la strage conferma questa condanna del comportamento tedesco: egli si recò infatti a Boves per soccorrere i superstiti, e cercò di risolvere il problema degli sbandati, consentendo loro di raggiungere le loro case, mentre i tedeschi intendevano catturarli e deportarli, come gli altri:
"21 settembre 1943
Il comando zona ottiene dal comando tedesco la concessione di trecento coperte di lana per gli scampati civili di Boves (donne e bambini).
Il comando zona invia un autocarro a disposizione del comune di Cuneo per il seppellimento dei morti di Boves.
In seguito a trattative intercorse tra il maggiore Testa comandante del gruppo carabinieri di Cuneo ed il maggiore dei bersaglieri comandate delle truppe sbandate della zona montana di Boves, queste ultime hanno consentito a deporre le armi e ad abbandonare la zona per raggiungere le loro case."
"22 settembre 1943
Il generale comandante della zona insieme col Prefetto si reca a Boves per constatare i danni arrecati dagli incendi del giorno 19 e prendere le disposizioni che seguono:
1°) autorizza le famiglie rimaste senza tetto ad occupare locali nella caserma guardia alla frontiera di Boves;
2°) ordina all'ufficio del genio militare di Cuneo di provvedere alla ricostruzione dei tetti delle case bruciate;
3°) effettua la distribuzione di indumenti vari e coperte alla popolazione." <20
Il generale Salvi scontò ben presto questo suo atteggiamento antitedesco. A un mese da questi fatti, il 23 ottobre, venne sostituito nell'incarico: deportato in Germania, morì nel campo di Flossenbürg.
[NOTE]
19 Salvi venne fortemente criticato in seguito dal gen. Vercellino per aver lasciato in libertà le truppe dei depositi da lui dipendenti. Commenti sulla figura di Salvi ricorrono più volte nei saggi raccolti nel volume pubblicato dall'ISTITUTO STORICO DELLA RESISTENZA IN CUNEO E PROVINCIA, 8 settembre. Lo sfacelo della quarta armata, Torino, Book-Store, 1979, in particolare: RINALDO CRUCCU, La 4a armata e l'armistizio, pp. 65-91, qui pp. 87 s; PIERO BURDESE, MICHELE CALANDRI, ARTURO OREGGIA, 8 settembre 1943 e scioglimento della 4a armata nella provincia di Cuneo, pp. 149-180. qui pp. 168 nota 51, 178, 180 nota 75; NUTO REVELLI, La verità di allora, pp. 285-290, con una esplicita difesa di Salvi a p.288.
20 B. 8, 2° Comando Militare Provinciale: Diario storico - militare dal 9 settembre 1943 al 31 marzo 1944 XXII.
Luigi Cajani, Il Carteggio Repubblica Sociale Italiana conservato nell'Archivio dell'Ufficio storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, ISRAL, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Alessandria "Carlo Gilardenghi", 2018

L’eccidio di Boves, cittadina di circa diecimila abitanti in provincia di Cuneo, viene compiuto dai nazisti in due momenti: il 19 settembre 1943 (è la prima strage nazista di civili compiuta in Italia) e poi tra il 31 dicembre 1943 ed il 3 gennaio 1944.
Nel 1943, dopo l’8 settembre, data dell’armistizio di Badoglio, una brigata partigiana si rifugia sulle montagne che sovrastano Boves. È composta da fuoriusciti dall’esercito italiano e li comanda un ex ufficiale veneziano, Ignazio Vian.
Il 16 settembre, con un proclama, il maggiore delle SS Joachim Peiper comunica che i fuoriusciti dall’esercito italiano, saliti in montagna sono considerati banditi e verranno uccisi. La stessa sorte sarebbe toccata a chi li avesse aiutati. Peiper recatosi a Boves, minaccia di bruciare il paese se tutti i soldati non si presenteranno.
Il 19 settembre, domenica, un gruppo di partigiani, recatosi a Boves per fare provviste, trova davanti a sé, in Piazza Italia, un’auto con sopra due tedeschi delle SS. I partigiani li catturano, senza che i due oppongano resistenza e li conducono prigionieri nel loro rifugio, in Val Colla. Lì, i due nazisti vengono interrogati sulla loro presenza a Boves. Neppure un’ora dopo la cattura, arrivano a Boves due grandi automezzi tedeschi, pieni di militari. Abbandonati gli automezzi, proseguono a piedi. Alle 12 inizia la battaglia con i partigiani, che li costringono a indietreggiare. Alle 13, le SS tornano a Boves, lì incontrano il grosso dei militari guidato da Peiper, che minaccia una rappresaglia se i partigiani non consegneranno i due prigionieri. Il tedesco assicura che se i due soldati nazisti saranno liberati, Boves non verrà distrutta. Con un’auto e una bandiera bianca il parroco, don Bernardi, e un industriale, Vassallo, per ordine di Peiper, raggiungono i partigiani in montagna. Convincono a riconsegnare le due SS e l’auto. Malgrado ciò, venendo meno alla parola data, Peiper dà inizio all’eccidio, incendiando 350 case del paese. I tedeschi uccidono 25 persone, tra esse il parroco e Vassallo, che vengono bruciati vivi. Viene ucciso pure il viceparroco, il ventitreenne don Mario Ghibaud [...]
Gianni Zanirato, Massacri nazifascisti a Boves (CN), Piazza Di Vittorio, 31 dicembre 2017 

[...] Boves non ha neanche 10 mila abitanti, tra paese, frazioni e cascine sparse sui monti cuneesi. Non li aveva nemmeno il 19 settembre 1943.
Era un posto poverissimo, di contadini che lavoravano fazzoletti di terra strappati alla montagna. Molti emigravano. Gli altri, fossilizzati da un isolamento secolare, vedevano lo Stato come una entità lontana. Quel tragico settembre “era buono per i funghi. Il padrone del caffè Cernaia imbottigliava il dolcetto arrivato da Dogliani; nella calzoleria Borello si preparavano gli zoccoli, per i giorni di fango e di neve. Le cose di sempre in un villaggio piemontese che non aveva capito la guerra e neppure la confusione, dopo la disfatta; vissuto per secoli nel suo quieto sogno di alberi, di fontane, di vicende e di commerci minimi; costretto ora a esprimere in poche ore, in una luce rossastra, tutta la capacità umana di soffrire”, si legge sul sito dell’Associazione partigiani di Lissone (Monza).
Ma se i bovesani stanno chiusi nelle loro cascine e nella loro povertà, giù a valle, le cose avevano cominciato a muoversi. A pochi chilometri c’è Cuneo, il capoluogo. E a Cuneo c’è Duccio Galimberti, medaglia d’oro per la resistenza, morto per le sevizie dei fascisti che lo avevano catturato, nel 1944. Già il 26 luglio 1943, il giorno dopo la caduta di Mussolini, Galimberti (da tempo militante clandestino del Partito d’azione) avverte i suoi concittadini, in un comizio improvvisato, che “La guerra continua fino alla cacciata dell’ultimo tedesco e alla scomparsa delle ultime vestigia del fascismo”. Arrestato e rilasciato dopo tre settimane, comincia da subito a reclutare le brigate partigiane di Giustizia e Libertà, il braccio armato dell’omonimo movimento politico fondato a Parigi dai fratelli Carlo e Nello Rosselli . Quando arriva l’8 settembre, Galimberti, dunque è già pronto.
Ma tutto il Piemonte, all’immediato indomani dell’armistizio è in fermento. “Il fiume di sbandati che arrivavano dalla Francia dopo aver valicato le Alpi - scrive Giovanni De Luna in 'La Resistenza perfetta' - si mischiò con i mille ruscelli che sgorgavano della dissoluzione dei reparti, numerosissimi, acquartierati sulle restanti montagne e vallate delle Alpi occidentali e nella pianura piemontese”. Non solo. Tutta la regione era piena di soldati, perché - come ha scritto Gianni Perona in Le Alpi come posta in gioco - quelle montagne, dopo essere state trasformate “in una ridotta potentemente fortificata” non era stata troppo coinvolta dalla devastazioni della prima guerra mondiale come era successo invece nelle Alpi orientali. “Per quella stessa ragione, il Piemonte diventò una immensa riserva di soldati specializzati, gli alpini, addestrati alla guerra di montagna” (Perona). E, a parte quelli che erano stati spediti in Russia, moltissimi scelgono di stare contro i nazifascisti. C’era anche chi, come i soldati meridionali, con l’Italia divisa in due, non riesce a tornare a casa e trova rifugio nelle vallate del cuneese. Nasce così una resistenza spontanea, spesso travolta della reazione tedesca. Come a Boves.
Sulle pendici della Bisalta, il monte che sovrasta Boves, si costituiscono subito le prime bande. Una delle più importanti è quella guidata da Ignazio Vian, un ex sottotenente della Gaf (la Guardia alla frontiera, la polizia di confine del regime) di 26 anni che nemmeno un anno dopo, nel luglio 1944, sarà catturato, torturato e impiccato dai fascisti a Torino. Sarà una delle prime a muoversi con i sabotaggi ed i combattimenti contro le SS. Motivo per il quale già dal 16 settembre c’era stato un proclama nazista per comunicare alla popolazione che i fuoriusciti dall’esercito italiano saliti in montagna, sarebbero stati  liquidati come banditi, e che chiunque avesse dato loro aiuto o asilo sarebbe stato perseguito. Sempre il 16, il maggiore Joachim Peiper va a Boves, fa riunire in piazza tutti gli uomini e minaccia di bruciare il paese se tutti i soldati alla macchia non si presenteranno.
Tre giorni dopo, il 19 settembre , una Fiat 1100 con due SS arriva in paese alle 10 del mattino e incrocia un gruppo di partigiani che li raggiungono, li disarmano e li catturano senza che questi oppongano resistenza, e li trasportano in Val Colla, sopra Boves. Verso mezzogiorno un reparto di SS attacca le posizioni della formazione di Vian, ma viene respinto e in meno di un quarto d’ora le truppe tedesche sono costrette a indietreggiare. Restano sul campo un marinaio genovese, Domenico Burlando, e un soldato tedesco, il cui cadavere viene abbandonato dai commilitoni in ritirata.
Alle 13 arriva a Boves il grosso del reparto tedesco, comandato proprio da Peiper: sono le SS appartenenti alla divisione corazzata Leibstandarte Adolf Hitler, nata dall’espansione della guardia del corpo Fuhrer. I più nazisti dei nazisti, irriducibili e feroci.
Peiper vuole parlare con il commissario prefettizio, ma questi è sparito e allora convoca il parroco Don Giuseppe Bernardi e un industriale della zona, l’ingegnere Antonio Vassallo. Li incarica di andare dai partigiani e farsi restituire i due soldati prigionieri, l’auto e anche il cadavere del caduto. Solo così si potrà evitare la rappresaglia nei confronti del paese. I due chiedono un impegno scritto, ma il maggiore SS replica sprezzante che la parola d’onore di un ufficiale tedesco vale più  degli scritti di tutti gli italiani.
Il parroco e l’ingegnere non possono fare altro che chinare il capo e rispondere “va bene”. Alle 14 partono e assolvono la loro missione: i due soldati, cui non è stato torto un capello, vengono riconsegnati e così l’auto e la salma del tedesco morto. Alle 15 e 15 circa sono di nuovo a Boves. I cittadini tirano un sospiro di sollievo: è finita! Ma non è così. Parte la rappresaglia: piccoli gruppi di SS percorrono la città bruciando e uccidendo. Per fortuna molti uomini sono già fuggiti. Chi in montagna con i partigiani, chi si è nascosto nella valli impervie, chi già da tempo, spinto dalla povertà, era andato a lavorare a valle. Boves, in quel momento, è una cittadina di vecchi, donne, bambini e malati. Non sono potuti scappare e muoiono tutti. Alla fine le vittime saranno 25, compreso il viceparroco Antonio Ghibaudo, ucciso mentre sta dando l’assoluzione ad un anziano morente. Don Bernardi e Vassallo addirittura, vengono portati in giro per le strade e costretti ad assistere alla distruzione del paese. E poi bruciati vivi. Anche se ad onor di verità qui le versioni divergono. C’è chi dice che prima siano stati ammazzati a colpi di mitra e poi bruciati.  Fatto sta che i loro cadaveri saranno ritrovati carbonizzati.  Intanto Peiper bombarda con l’artiglieria le posizioni partigiane.
Nonostante ciò le bande rimarranno attive in zona e nelle altre valli del Cuneese fino alla fine della guerra. Tanto che Boves tra il 31 dicembre 1943 ed il 3 gennaio 1944 subirà una seconda ondata di violenze: in questo caso l’esercito tedesco mette in atto alcuni rastrellamenti nelle montagne, piene di cascine abbandonate e di nascondigli naturali, per coprire la propria ritirata ed evitare gli attacchi dei partigiani. Il paese, soprattutto nelle frazioni montane, verrà di nuovo dato alle fiamme: 59 i morti tra civili e partigiani [...]
Stefania Conti, Boves: la prima strage nazista dopo l’8 settembre, Moondo, 19 settembre 2020

domenica 2 ottobre 2022

Berlinguer si trovò davanti ad uno scenario politico-economico del tutto nuovo


Quando nel marzo del 1972 approdò alla guida del Pci Enrico Berlinguer, iniziò a soffiare nella sede del Partito comunista italiano un vento nuovo: egli non voleva solamente, dal punto di vista interno, aprire la strada della piena legittimazione al suo partito dal punto di vista governativo e parlamentare; ma voleva, sul piano esterno, cercare di allontanarsi sempre di più dall’Unione Sovietica che aveva influenzato le scelte del Partito comunista, il quale risultava una vera e propria cellula affiliata del Partito comunista dell’Urss. La strategia del segretario venne denominata Eurocomunismo: l’obiettivo era quello di costruire un polo comunista che fosse alternativo a quello sovietico, alla guida del quale si candidò il Pci, che voleva radunare tutti gli altri partiti comunisti occidentali per percorrere la cosiddetta “terza via” tra quella sovietica e quella delle socialdemocrazie Nord europeo. Berlinguer, Ingrao e molti altri esponenti comunisti, pensavano di poter far sposare democrazia, socialismo e rivoluzione democratica e antifascista, creando in Italia la cosiddetta “terza via” che poteva diffondersi in altri paesi del mondo. Con questa strategia volle riprendere il progetto dell’unità democratica di Togliatti, interrotto nel 1947. Berlinguer era convinto che la rivoluzione potesse innestare la terza via, credeva che «era indispensabile che in Occidente si avviasse una rivoluzione diversa da quella del ’17 […] la rivoluzione iniziata dai Bolscevichi ha toccato i suoi limiti storici, ha dato tutto quello che poteva dare, e oggi noi, suoi eredi, dobbiamo andare oltre di essa. Ecco perché la terza via» <91. «L’impianto ideologico aveva bisogno, quindi, di un rinnovamento che lo rendesse compatibile con le democrazie dell’Occidente, nonostante dovesse comunque rimanere legato alla matrice comunista; trovare un’alternativa al capitalismo rimase un presupposto fondante, che però fu effettivamente messo in discussione, precisamente in un’ottica più democratica» <92. Attraverso il progetto di Berlinguer sarebbe potuta venir meno la conventio ad excludendum che aveva impedito l’accesso al governo dei comunisti.
Arrivato nel 1972, Berlinguer si trovò davanti ad uno scenario politico-economico del tutto nuovo. La recessione italiana venne segnata dall’intreccio fra stragi e terrorismo nero e rosso. L’inflazione e la svalutazione evidenziarono gli squilibri tra i profitti delle imprese delle attività in crescita, con i salari dei ceti medi e degli operai in netto calo. A questo si aggiunse un fenomeno di secolarizzazione e modernizzazione del paese che venne dimostrato dalla scelta al referendum sul divorzio del 1974. La recessione prese il via sotto la pesante influenza del contesto internazionale, marcato dalla sconfitta degli americani in Vietnam e dall’iniziativa pressante dell’Unione Sovietica in Africa e in Asia <93. Secondo il neosegretario Enrico Berlinguer si stava assistendo anche ad una recessione del sistema capitalistico e imperialistico, connotata dal crollo delle attività produttive, dal caos nel sistema monetario, dalla crisi in atto negli Stati Uniti e dalla riduzione del Pil nei sette paesi più produttivi del mondo. A questa visione, però, si accompagnava una percezione positiva della condizione dei paesi dell’area socialista: «Ma il dato è che in tutti i paesi socialisti si è registrato e si prevede un forte sviluppo produttivo […]. Nel mondo capitalistico c’è la crisi, nel mondo socialista no. E’, inoltre, ormai universalmente riconosciuto che in quei paesi esiste un clima morale superiore, mentre le società capitalistiche sono sempre più colpite da un decadimento di idealità e valori etici, e da processi sempre più ampi di corruzione e disgregazione» <94.
Questa convinzione di maggiore benessere dei paesi dell’area socialista convinse Berlinguer, già all’interno della sua relazione al XIII Congresso del Pci a Milano nel 1972, ad elaborare la strategia del compromesso storico: «in un Paese come l’Italia una prospettiva nuova può essere realizzata solo con la collaborazione tra le tre grandi correnti popolari: comunista, socialista e cattolica» <95. La strategia che si voleva attuare nel compromesso puntava a diffondere “elementi di socialismo” all’interno della società italiana, cercando di modificarla nel profondo, attraverso “una sorta di rivoluzione ad occidente, che sarebbe stata resa possibile grazie alle originali peculiarità del caso italiano” <96. Per comprendere la volontà di mettere in atto questo compromesso, bisognava capire a fondo quale fosse l’obiettivo: «ogni alleanza comporta determinati compromessi: Lenin ce lo insegna. Si tratta di distinguere tra i diversi tipi di compromesso. Vi è il compromesso che [...] rende il movimento operaio subalterno all’egemonia delle classi dominanti. Esso va respinto. Vi è invece il compromesso che consente al movimento operaio [...] di spostare a proprio favore i rapporti di forza, di far convergere movimenti diversi verso obiettivi di progresso politico e sociale. Questo è il compromesso necessario e giusto, possiamo dire “rivoluzionario”» <97.
I successi alle elezioni del 1975-1976 portarono alla convinzione, all’interno del Pci, di poter avere un ruolo di grande rilievo sul piano mondiale, di edificare un nuovo modello di società in cui le caratteristiche del socialismo avrebbero modificato a fondo il sistema produttivo capitalistico. Alle elezioni del 1976, quindi, il Partito comunista si presentò in un altro modo, e cioè come unico partito in grado di apportare un forte rinnovamento nel sistema politico italiano. L'appoggio al compromesso trovò un appoggio nell'area di sinistra della Democrazia cristiana, che aveva come esponente massimo Aldo Moro e il segretario Benigno Zaccagnini; non ebbe mai l'avallo dall'ala di destra della Dc, rappresentata da Andreotti. Gli esponenti delle correnti della destra e del centro vedevano l’apertura ai comunisti come un atto opposto ai principi dell’identità della Democrazia cristiana. Lo stesso Andreotti, infatti, dichiarò: «secondo me, il compromesso storico è il frutto di una profonda confusione ideologica, culturale, programmatica, storica. E, all'atto pratico, risulterebbe la somma di due guai: il clericalismo e il collettivismo comunista» <98. Un compromesso parziale si raggiunse, grazie all’appoggio di Moro, attraverso l’appoggio esterno dato dal Pci al governo della “non sfiducia” nel 1976, al quale si sostituì poi nel 1978 la coalizione della solidarietà nazionale guidata da Giulio Andreotti, sostenuta dall’appoggio esterno del Pci, del Psi, del Psdi e, infine, del Pri <99. Berlinguer stava così portando a compimento il suo piano di compromesso.
L'incontro problematico fra Pci e Dc spinse però l'estrema sinistra a sabotare il Partito comunista e portò le Brigate rosse a rapire e poi ad uccidere Aldo Moro, proprio nel giorno della prima discussione sulla fiducia al nuovo governo Andreotti IV il 16 marzo del ‘78. Caduto questo governo, e senza il sostegno di Moro, il compromesso storico venne messo da parte.
[NOTE]
91 IG, APC, Fondo Berlinguer, Congressi Nazionali del Pci, fasc. 27, “Osservazioni sulla relazione di Berlinguer al XV Congresso del Pci”, nota dattiloscritta, 15 marzo 1979 in V. Gioiello, Nella crisi degli anni Settanta. I nodi della segreteria Berlinguer, in Novant’anni dopo Livorno. Il Pci nella storia d’Italia, in A. Hobel e M. Albertaro (a cura di), Editori Riuniti, Roma, 2014, p. 312.
92 F. Andreucci, Da Gramsci a Occhetto. Nobiltà e miseria del PCI 1921-1991, Della Porta Editori, Pisa, 2015.
93 S. Colarizi, Storia politica della Repubblica 1943-2006, Editori Laterza, Roma-Bari 2011, pag. 158.
94 XIV Congresso del Partito Comunista italiano, Relazione di Enrico Berlinguer, Editori Riuniti, Roma, 1975, pag.18-20 in V. Gioiello, Nella crisi degli anni Settanta. I nodi della segreteria Berlinguer, in Novant’anni dopo Livorno. Il Pci nella storia d’Italia, in A. Hobel e M. Albertaro (a cura di), Editori Riuniti, Roma, 2014, p. 313.
95 XII Congresso del Partito Comunista italiano, Relazione di Enrico Berlinguer, Editori Riuniti, Roma, 1975, pag. 56. Come sopra
96 C. Colarizi, P. Craveri, S. Pons, G. Quagliariello (a cura di), Gli anni ottanta come storia, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2004, pag. 104.
97 V. Gioiello, Nella crisi degli anni Settanta. I nodi della segreteria Berlinguer, in Novant’anni dopo Livorno. Il Pci nella storia d’Italia, in A. Hobel e M. Albertaro (a cura di), Editori Riuniti, Roma, 2014, p. 322.
98 O. Fallaci, Intervista a Giulio Andreotti nel dicembre 1973, contenuta in Intervista con la storia, Rozzoli, 1973.
99 S. Colarizi, Storia politica della Repubblica 1943-2006, Editori Laterza, Roma-Bari 2011, pag. 128.
Carolina Polzella, Dc, Pci e Psi: la crisi delle grandi famiglie politiche nella “prima repubblica”, Tesi di Laurea, Università LUISS, Anno accademico 2018/2019

Il nodo attorno al quale in questi anni furono ripensate e si ridefinirono le strategie politiche dei partiti della sinistra istituzionale e delle forze extraparlamentari maggiormente strutturate fu il «compromesso storico» proposto dal partito comunista italiano dopo il colpo militare in Cile del settembre 1973, che pose fine al governo del socialista Salvador Allende.
Quella proposta, formulata da Enrico Berlinguer ed esposta in tre articoli pubblicati su «Rinascita» nell’autunno 1973 <1, segnò una forte rottura nella politica comunista. Sebbene nella sua tradizione repubblicana il PCI avesse sempre manifestato un interesse verso le masse cattoliche, quel progetto politico rappresentava un passaggio che segnava una marcata discontinuità con la linea impostata da Togliatti in poi. La ricerca di un rapporto con il mondo cattolico prima, e con alcune componenti della DC poi, durante la segreteria di Longo, era completamente diversa dalla proposta di Berlinguer: adesso, il segretario del PCI cercava un dialogo ed un accordo con la Democrazia cristiana in quanto partito popolare, nella sua totalità.
Negli anni immediatamente precedenti il pronunciamento di quella formula, infatti, le proposte politiche dei comunisti erano state rivolte soltanto alla sinistra della DC. Al XII congresso del febbraio 1969, ad esempio, Longo, a partire dall’idea che si fosse consumato il fallimento dell’esperienza dei governi di centro-sinistra, aveva indicato nella costituzione di una «nuova maggioranza», che ponesse fine all’esclusione dei comunisti dall’area di governo, la soluzione per far uscire l’Italia dalla crisi economica e sociale. All’inizio del 1969, però, questa «nuova maggioranza» proiettata verso un dialogo con la sinistra democristiana, appariva ancora lontana <2.
La prospettiva di una «nuova maggioranza» sarebbe stata avvertita da alcuni dirigenti del partito con una maggiore urgenza nei mesi successivi, quando, in pieno «autunno caldo», parve ad alcuni che stessero maturando le condizioni per un avvicinamento tra comunisti, socialisti e la sinistra democristiana. La convergenza sul piano sindacale, infatti, spingeva, fra gli altri, Macaluso e Napolitano, a ritenere che anche su quello politico si stessero mettendo in moto le stesse dinamiche. In altre parole, essi sostenevano che i rapporti tra maggioranza e opposizione stessero procedendo nella direzione di una maggiore unità, quanto meno in merito ai problemi del mondo del lavoro, e che quindi si stessero configurando le basi per risolvere in maniera unitaria la crisi economica e sociale che stava attraversando il paese. Longo e Berlinguer, al contrario, erano più prudenti: pur condividendo la convinzione che soltanto uno spostamento a sinistra dell’orientamento del governo avrebbe reso possibile l’attuazione di una serie di riforme, a loro quella della «nuova maggioranza» appariva una prospettiva verso cui tendere piuttosto che un obiettivo a breve scadenza <3. Fra gli altri, anche Amendola, alla chiusura del festival dell’«Unità» di Livorno a settembre dello stesso anno, aveva apertamente esortato i socialisti e la sinistra della DC a collaborare con i comunisti per formare una «nuova maggioranza» che fosse l’espressione di «un’alternativa democratica» ad un centro-sinistra ritenuto ormai irrimediabilmente in crisi <4.
Più tardi, in vista del XIII congresso e delle elezioni politiche, entrambi del 1972, si fece sempre più strada tra i dirigenti comunisti l’obiettivo di una «nuova maggioranza», da realizzare a partire da una «nuova opposizione» <5.
La ricerca di contatti con la sinistra cattolica era anche una conseguenza del fatto che, come ha scritto Simona Colarizi, il PCI in quegli anni si trovava «nell’occhio del ciclone»: per tutta la durata della V legislatura, fra il 1968 e il 1972, i comunisti erano stati costretti a fronteggiare forze politiche nate alla propria sinistra e a cercare di riassorbire nel corpo del partito i vari i «deviazionismi», a costo, però, di rallentare la marcia verso una revisione politica e ideologica. Questi elementi, secondo la studiosa, spiegano il ritardo con cui il partito acquisì i valori europeisti, l’ambiguità sul leninismo, mai rinnegato apertamente, e la lentezza del distacco da Mosca, ostacolo principale alla rimozione della conventio ad excludendum. Tuttavia, l’isolamento a sinistra fu parzialmente ridimensionato non tanto dalla presenza dello PSIUP, quanto dalla ripresa del dialogo con i socialisti di Mancini e soprattutto dai contatti intessuti con la sinistra cattolica. In una fase caratterizzata da diffusi fermenti contestativi, l’erosione delle basi di massa del socialismo apriva di nuovo il problema di come riuscire a garantire un largo consenso popolare al governo e contemporaneamente proponeva il PCI, forte di una crescita costante proprio nelle fasce sociali in agitazione, come l’interlocutore ideale, sebbene non spendibile in una coalizione governativa. La «strategia dell’attenzione» avanzata da Moro suggeriva proprio la ricerca di intese sul programma per governare attraverso accordi preventivi con l’opposizione che garantissero alle leggi varate dal centro-sinistra il consenso di quel 27 per cento della popolazione controllato dal PCI <6.
L’obiettivo di spostare più a sinistra l’asse della politica nazionale per creare le condizioni per un’alternativa di governo sostenuta dalle forze comunista, socialista e della sinistra cattolica fu esplicitamente confermato da Berlinguer al XIII congresso, dove fu acclamato segretario del partito.
A partire dalla convinzione che fosse ormai giunta a termine l’esperienza del centro-sinistra e che l’unità a sinistra fosse una condizione necessaria ma non sufficiente, Berlinguer concentrò l’attenzione sull’esigenza di approfondire il dialogo con il mondo cattolico - specialmente con le sue componenti progressiste che erano emerse dal Concilio Vaticano II in poi -, unica via, dal suo punto di vista, per rinnovare lo stato e renderlo maggiormente ricettivo nei confronti delle spinte provenienti dalla società. L’intervento del nuovo segretario era incentrato sull’esigenza di portare a compimento quella che lui chiamava una «svolta democratica», che sarebbe passata attraverso la liquidazione della «discriminazione anticomunista», premessa indispensabile per realizzare la «collaborazione tra le grandi correnti popolari: comunista, socialista, cattolica» <7.
[...] Come si è già accennato, la proposta di un compromesso di portata «storica» fra diverse culture politiche fu annunciata da Berlinguer all’indomani del colpo di stato militare in Cile dell’11 settembre 1973. Il golpe capeggiato dal generale Augusto Pinochet che poneva fine al governo della coalizione di Unidad popular guidato da Salvador Allende che aveva vinto le elezioni tre anni prima, convinse il segretario comunista che non esistessero alternative alla collaborazione con i democristiani. I fatti cileni venivano letti da Berlinguer come la conferma della validità della proposta comunista di realizzare una convergenza «tra le grandi componenti politiche popolari della società nazionale» finalizzata alla piena applicazione della Costituzione e all’attuazione delle riforme sociali più urgenti <42. Il rifiuto dei socialisti cileni di collaborare con il partito cattolico veniva infatti interpretato come una delle principali cause che avevano favorito il colpo militare <43, appoggiato, sostenevano i comunisti, dal governo statunitense <44.
L’intreccio fra dimensione nazionale e internazionale era un aspetto che condizionava ancora fortemente la strategia comunista, sempre più orientata al superamento della divisione del mondo in blocchi <45 e volta a rivendicare una certa autonomia da Mosca nella realizzazione dell’«avanzata democratica al socialismo» in un paese, come l’Italia, appartenente alla NATO <46. Il peso che si riteneva avesse esercitato il contesto internazionale sugli avvenimenti cileni - a cui si aggiungeva il timore che si compisse una saldatura tra il centro e la destra italiani - aveva anche fatto maturare in Berlinguer la convinzione che fosse «del tutto illusorio pensare che, anche se i partiti e le forze di sinistra» fossero riusciti «a raggiungere il 51 per cento dei voti e della rappresentanza parlamentare», questo risultato avrebbe garantito «la sopravvivenza e l’opera di un governo che fosse l’espressione di tale 51 per cento» <47. Ecco perché, concludeva il segretario del PCI, i comunisti non condividevano la proposta socialista di una «alternativa di sinistra» - che in realtà era sostenuta solo da una minoranza del PSI -, alla quale contrapponevano quella di una «alternativa democratica», ovvero la «prospettiva politica di una collaborazione e di una intesa delle forze popolari di ispirazione comunista e socialista con le forze popolari di ispirazione cattolica», indicata come l’unica prospettiva capace di far uscire l’Italia dalla crisi <48.
Nel formulare questa proposta, che sarebbe stata respinta dalla DC e dal PSI <49, la Direzione del partito comunista aveva esplicitamente invocato il superamento di «discriminazioni ed esclusivismi» <50. Secondo Simona Colarizi, infatti, la strategia di Berlinguer puntava proprio ad aggirare la conventio ad excludendum che sbarrava l’accesso al governo ai comunisti attraverso la ricerca di legittimazione da parte di una Democrazia cristiana che mostrava sempre maggiori difficoltà nel governare una società così conflittuale <51.
Il duplice effetto che Berlinguer intendeva ottenere, ha commentato Craveri, consisteva nel consolidamento del sistema e nel contemporaneo indebolimento del governo: da una parte, infatti, si offriva un importante contributo alla stabilità del sistema politico, caratterizzato da un rapporto sempre più critico con la società; e, dall’altra, reclamando il definitivo superamento della conventio ad excludendum, si voleva porre fine alla formula del centro-sinistra <52.
A partire dagli avvenimenti cileni, in sostanza, la proposta di Berlinguer escludeva l’esistenza di alternative alla collaborazione con la Democrazia cristiana e all’intesa tra le principali forze politiche. Secondo i comunisti, inoltre, questa era l’unica alleanza che avrebbe goduto di quell’ampio consenso popolare necessario per realizzare le riforme di cui il paese aveva bisogno per superare la crisi economica e sociale. Su questo punto si sarebbe delineata una netta divaricazione con le organizzazioni della sinistra extraparlamentare, che dai fatti cileni avrebbero tratto conclusioni di segno opposto. Secondo queste formazioni, infatti, era stata proprio questa vicenda a dimostrare a quali esiti avrebbe potuto condurre una collaborazione con i partiti di governo e ad indicare che solo un’azione apertamente «rivoluzionaria» avrebbe portato alla vittoria la sinistra in Italia.
[...] A pochi mesi di distanza dal colpo di stato in Cile, in Italia il clima si fece sempre più teso per la profonda crisi che investiva l’economia, la società e il sistema politico, il colpo di coda dello stragismo neofascista con le bombe a Brescia e sul treno Italicus, le indagini che svelarono l’organizzazione del «golpe bianco» di Edgardo Sogno, e l’emergere del coinvolgimento di alcune strutture dei servizi segreti nella «strategia della tensione» con la conseguente rimozione del capo del Sid, il generale Miceli <63.
A ciò si aggiungeva un innalzamento del livello della violenza da parte delle Brigate Rosse, che proprio nel 1974 passarono a quella che Gian Carlo Caselli e Donatella Della Porta hanno individuato come la seconda fase della storia dell’organizzazione, quella dell’«attacco al cuore dello Stato» <64: il 18 aprile, alla vigilia della campagna elettorale per il referendum sul divorzio, l’organizzazione sequestrò il giudice Mario Sossi, che aveva rappresentato l’accusa al processo contro il gruppo genovese «XXII ottobre», processo che si era concluso con pene pesanti <65. La scelta emblematica della data e del periodo referendario, ha scritto Craveri, testimoniavano che la strategia brigatista pretendeva di radicalizzare le tensioni che attraversavano il paese per ostacolare il nuovo slancio riformista che sarebbe prevedibilmente seguito alla vittoria del referendum sul divorzio <66.
[NOTE]
1 E. Berlinguer, Imperialismo e coesistenza alla luce dei fatti cileni, in «Rinascita», n. 38, 28 settembre 1973; id., Via democratica e violenza reazionaria, ivi, n. 39, 5 ottobre 1973; id., Alleanze sociali e schieramenti politici, ivi, n. 40, 12 ottobre 1973
2 L. Longo, Il Partito comunista italiano di fronte ai problemi nuovi della lotta democratica e socialista in Italia cit., pp. 27-54. «La situazione è tale che impone di affrontare anche dall’opposizione i problemi più urgenti. Lottando per dare oggi, anche dall’opposizione, soluzioni positive ai problemi delle masse lavoratrici e del paese, non solo svolgiamo un’azione capace di far scoppiare le contraddizioni della maggioranza, ma contemporaneamente contribuiamo a far progredire il processo di avvicinamento, di collaborazione, di intesa, fra le forze di sinistra, socialiste, cattoliche, democratiche e a far mutare le condizioni per una nuova maggioranza e una nuova direzione politica del paese. Per questa via, che è una via di grandi e aspre lotte di massa e democratiche, avanzeremo verso il socialismo», ivi, p. 38
3 Riunione della Direzione del 19 settembre 1969, in IG, APC, 1969, Direzione, verbale n. 18, m. 006, pp. 1953-1999
4 Il comizio del compagno Giorgio Amendola. Il partito all’avanguardia nella lotta per il rinnovamento democratico del paese, in «l’Unità», 15 settembre 1969. Già un mese prima egli aveva promosso quella soluzione in G. Amendola, Partito di governo, ivi, 21 agosto 1969
5 A. Occhetto, Una nuova opposizione per una nuova maggioranza, in «Rinascita», 11 febbraio 1972; cfr. anche Intervista di Longo sulla crisi. E’ impossibile prescindere dalla forza e dalle proposte dei comunisti, in «l’Unità», 13 gennaio 1972
6 S. Colarizi, Storia politica della Repubblica cit., p. 103
7 E. Berlinguer, Unità operaia e popolare per un governo di svolta democratica per rinnovare l’Italia sulla via del socialismo, in XIII Congresso del partito comunista italiano. Atti e risoluzioni, Editori Riuniti, Roma 1972, pp. 15-66
42 Comunicato della Direzione del PCI, in «l’Unità», 13 settembre 1973
43 F. Barbagallo, Enrico Berlinguer cit., p. 183
44 E. Berlinguer, Imperialismo e coesistenza alla luce dei fatti cileni, cit. Secondo Valentine Lomellini, l’influenza del colpo di stato cileno sulla strategia del PCI avrebbe prodotto esiti ambivalenti: da una parte veniva confermato il tradizionale anti-americanismo, ma, dall’altra, una parte della classe dirigente più giovane, quella che sarebbe stata protagonista nei primi anni Novanta, avrebbe iniziato a ripensare i rapporti con gli Stati Uniti, avviando un dialogo con alcuni fra i più influenti intellettuali americani progressisti. Cfr. V. Lomellini, Bisbigliando al «nemico»? Il Pci alla svolta del 1973, tra nuove strategie verso Washington e tradizionale anti-americanismo, in «Ricerche di Storia Politica», n. 1, 2013
45 E. Berlinguer, Imperialismo e coesistenza alla luce dei fatti cileni cit.
46 Comunicato della Direzione del PCI cit.
47 E. Berlinguer, Alleanze sociali e schieramenti politici cit.
48 Ibidem
49 Cfr. ad es. A. Giovagnoli, Il partito italiano cit., p. 167
50 Comunicato della Direzione del PCI cit.
51 S. Colarizi, Storia politica della Repubblica cit., p. 117
52 P. Craveri, La Repubblica dal 1958 al 1992 cit., p. 527
63 Cfr. G. Crainz, Il paese mancato cit., p. 481 e sgg.
64 G. C. Caselli, D. Della Porta, La storia delle Brigate rosse: strutture organizzative e strategie d’azione, in D. Della Porta (a cura di), Terrorismi in Italia, il Mulino, Bologna 1984, p. 155
65 Sossi, che aveva anche fatto arrestare per banda armata Giovanni Battista Lazagna, capo partigiano e dirigente dell’ANPI, sarebbe stato rilasciato il 23 maggio, dopo che la Corte d’appello aveva disposto, come richiesto dalle Br, la libertà provvisoria e il nulla osta per il passaporto agli otto militanti detenuti del Gruppo XXII ottobre, gruppo anarchico vicino ai GAP di Feltrinelli. Dopo il ritorno a casa del giudice, però, il procuratore generale di Genova, Francesco Coco, avrebbe impugnato il provvedimento impedendo la scarcerazione dei detenuti. Due anni più tardi, quello di Coco sarebbe stato il primo omicidio firmato dalle Brigate rosse. Cfr. S. Segio, Una vita in Prima Linea cit., pp. 366-368
66 P. Craveri, La Repubblica dal 1958 al 1992 cit., p. 517

Valentina Casini, Sinistra extraparlamentare e partito comunista in Italia 1968-1976, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum Università di Bologna, 2015