martedì 1 giugno 2021

Conte instaura un collegamento tra la dimensione grezza della vita e quella utopistica e mitica

Giuseppe Conte nel ritratto fotografico di Dino Ignani - Fonte: Pangea

In questo studio vengono prese in esame le opere dello scrittore ligure Giuseppe Conte, pubblicate dal 1972 al 2005. Nella Parte Prima vengono considerate le ragioni che giustificano questa ricerca su Giuseppe Conte. L’autore viene discusso nel contesto dei movimenti letterari del secondo Novecento in Italia, ed in particolare il suo approccio alla letteratura che propone una riscrittura del mito in chiave moderna. Lo scrittore è infatti uno dei cofondatori del “Mitomodernismo”. Il “Mitomodernismo” è un movimento letterario che vide la luce nel 1994 e che è ancora attivo alla data attuale. Esso si prefigge di risanare la società moderna mediante una rinascita spirituale promossa dalla ripresa dei valori umani di base, simili a quelli suggeriti dal mito fin dai tempi antichi.
A tutto ciò i Mitomodernisti propongono un’alternativa che aiuti l’uomo contemporaneo a superare gli impedimenti creati da queste “malattie” moderne, particolarmente nell’ambito occidentale, siano queste socioculturali, ecologiche, religiose, o altre. Attraverso tutta l’opera di Conte si percepisce chiaramente questo desiderio di rinascita che per lo scrittore si concretizza nel “Fare Anima”, vale a dire in un modo di ricollegarsi al cosmo, di innalzarsi verso la “luce”.
Questa tensione verso la rinascita può venire metaforicamente comparata alla ricerca del Graal attraverso la sofferenza che redime. L’opera visionaria dell’artista è paragonabile al viaggio extrasensoriale intrapreso dallo sciamano durante la sua trance. Per questo motivo nella Prima Parte di questo studio si esamina la figura dello sciamano anche in ambito socioculturale per poterla poi meglio trasferire in quello letterario.
La Parte Seconda è completamente dedicata all’analisi dell’opera contiana - poesie, romanzi e, trasversalmente, i saggi e gli articoli alla luce dei suoi temi portanti, che dello scrittore fanno metaforicamente uno “sciamano”.
L’analisi viene condotta basandosi su alcuni concetti elaborati dallo psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung, quali la funzione ed il simbolismo del mito in letteratura da una prospettiva psicoanalitica.
[...]  Ermes è l’unico dio dell’Olimpo, prosegue Conte <865, la cui presenza puó identificarsi con l’erma, ovverossia la pietra che indica la via sulle strade maestre, e che è anche un simbolo fallico <866 , simile all’obelisco, al menhir ed al linga, oppure, secondo Durand <867 ad ormê “impetus”, moto, derivato a sua volta dalla radice sanscrita ser, la quale sviluppa sirati (correre) e sisarti (scorrere). Ermes è il dio che si può riconoscere in altre mitologie oltre a quella greco-romana. Ad esempio, come Pusan è la deità che nell’Induismo ha relazioni con Surya - il dio del Sole -, e nella cosmogonia scandinava-germanica è Odino/Wotan, anche dio del vento e dello spirito <868 che può prendere metamorficamente le fattezze di un alato, di un animale della terra o di un pesce, ed è pure il signore dei sogni, e psicopompo. Tra i Celti, Ermes/Mercurio si identifica con Lug, il dio della Luce per trasformarsi poi, afferma Durand <869, dualmente sia nel San Michele cristiano - messaggero e psicopompo - che nel diavolo medievale la cui morfologia rimane inalterata dal Lug-Mercurio romano-celtico. Le due fasi rappresenterebbero la lotta dell’arcangelo e del diavolo. Inoltre, sempre secondo Durand <870 Ermes rappresenta il “legame dell’archetipo dell’anima e del saggio antico”.
Poiché “Gli eroi sono sovente viandanti” <871 ad esempio Dioniso, Gilgamesh, Eracle, sembrerebbe legittimo considerare anche Ermes sotto questa luce, benché anche qui duplex, in quanto il lato positivo lo identifica quale psicopompo e mistagogo, mentre quello negativo lo vede drago, velenoso, spirito maligno e briccone <872 con la stessa meccanica del S. Michele/Demonio a cui si è sopra accennato. Nelle opere liriche di Giuseppe Conte - sia ne Le stagioni che in Dialogo, - Ermes è sempre, a nostro avviso, centrale alla composizione poetica e, come si vede in Passaggio <873, questa figura mitica è presente “dove si transita, [...] Il viaggio dell’io poetico si svolge in luoghi che vanno da Fez <1270 a Casablanca <1271, a Istanbul <1272, a Shiraz <1273 ed è proprio questa città, patria del poeta Hafiz caro a Conte, che Tamerlano risparmiò dalla distruzione “perché vi crescevano le più belle rose” <1274 e grazie all’ammirazione che nutriva per le liriche del grande persiano <1275: in questo modo Conte esplicita il potere rigenerante della poesia.
[...]
La storia de Il ragazzo che parla col sole racconta, come si vedrà, le avventure di un giovane, figlio di ex-hippies liguri, trasferitisi in India. Si tratta di un romanzo in cui la condizione psicologica ed esistenziale del protagonista-narratore, Surya, si snoda e si completa nelle varie fasi della fabula in modo altamente simbolico. Surya infatti vive a Terra Fiorita ovverossia, in termini mitici, nel Paradiso terrestre - simbolo uroborico - <1428, in cui l’individuo si trova in uno stato di mancanza di consapevolezza, vale a dire una condizione in cui si identifica con i valori collettivi, ed in cui il Sé individuale non si è ancora sviluppato. Nel caso di Surya è il suo piccolo mondo quotidiano di adolescente cresciuto solitario tra padre e madre. Surya abbandona in seguito il bungalow dove è sempre vissuto, con conseguente perdita del suo Paradiso Terrestre, per cercare di raggiungere la famiglia d’origine di suo padre, intraprendendo un viaggio, anche metaforico, di ricerca della verità. Infine, in Inghilterra, Surya affronterà delle esperienze drammatiche, le quali lo metteranno in grado di acquisire una consapevolezza di ciò in cui crede e di ciò che vuole, avanzando così nel suo processo d’individuazione. Questa presa di coscienza lo mette a confronto ed in conflitto con altri individui che osteggiano i valori perseguiti da Surya, cioè la ricerca della Luce, la verità, il metaforico Graal. Da queste prove Surya uscirà vincente come l’eroe che sconfigge il male, vale a dire le azioni di Fafner/Hunter, il Drago che combatte l’eroe.
[...] L’affermazione di Giuseppe Conte che nel “canestro della scrittura” c’è spirito non deve stupire o lasciare perplesso il lettore poiché, secondo Knapp <1829 la parola è un veicolo esoterico che è essenziale all’espandersi del sapere ed è archetipico nello stesso modo del numero, formando una particella dell’energia cosmica. La parola - parlata, ma ancora più scritta perché rimane - può pertanto diventare veicolo di trasformazione per colui che l’ascolta o legge. Essendo la parola considerata un contrasto di energia divina, prosegue Knapp  <1830, essa può diventare forza traente - catalizzatore - e permettere ai ritmi cosmici di fluire, con movimento perpetuo di onda, nell’anima. Le parole diventano allora, conclude Knapp <1831 simili a ponti i quali permettono una comunicazione reciproca tra il mondo e l’infinito, tra il materiale e l’immortale. Le parole di Conte sono invero i “ponti” tramite i quali egli raggiunge la comprensione del suo lettore, “allacciandolo” a quello che per lui “fa Anima” e questo è ciò che rende la sua opera così distinta. Questi “ponti” sono però anche essenziali stratagemmi per mettere in particolare rilievo come l’opera letteraria di Conte, scrittore-sciamano, possa essere affiancata all’opera salvifica dello sciamano tradizionale. A questo proposito desideriamo ritornare a quanto affermato sia da Eliade <1832 che da Jung a proposito dello sciamano delle tribù Navajo. Questo saggio esegue disegni sulla sabbia allo scopo di curare il suo paziente riavvicinandolo agli dèi ed al creato, mentre lo sciamano dei Na-Khi tibetani racconta storie mitiche allo stesso scopo. Ora, il nostro scrittore-sciamano racconta a sua volta le sue storie alla cui base c’è sempre la “rigenerazione spirituale”<1833 che egli propone per mezzo della sua arte poetica. Pertanto, i suoi disegni sulla sabbia - i suoi mandala in rena multicolore - in altri termini i suoi stratagemmi per curare la “malattia” sono le lettere della lingua italiana che egli scrive sulla pagina bianca quando ricrea il mondo degli dèi e lo riporta nel quotidiano, nelle poesie soprattutto, ma anche nei romanzi e persino nei saggi. Per mezzo delle parole che egli utilizza, Conte instaura un collegamento tra la dimensione grezza della vita e quella utopistica e mitica. Gli dèi di Conte, anche se pagani, rappresentano pienamente i valori spirituali che egli propone al lettore: tramite i suoi “disegni” egli ricrea davanti agli occhi - quelli dello spirito - la dimensione divina attraverso le immagini della natura e del cosmo.

865 Passaggio: 81-85.
866 Anche il caduceo di Ermes è, a parere di Jung (1980: 287), un simbolo fallico.
867 1991: 304.
868 Jung 1980: 237.
869 1991: 305.
870 1991: 228.
871 Jung 1970: 56.
872 Jung 1980: 369.
873 Passaggio: 81.
1270 Bab Boujellud, O&O: 14-15.
1271 Dar el-Beida, O&O: 16.
1272 Dolmabahce O&O: 37.
1273 O&O: 58-59.
1274 O&O: 64.
1275 O&O: 58-59-64-123.
1428 L’uroboro, afferma Neumann, è “l’immagine del serpente circolare che si morde la coda (...), il simbolo della situazione psichica originaria, in cui la coscienza e l’Io dell’uomo sono ancora piccoli e non sviluppati” (1981: 29).
1829 1984: 194.
1830 1984: 200.
1831 ibid.
1832 v. quest’opera: 44-45.

Rosa-Luisa Amalia Dogliotti, Arte e mito nell'opera di Giuseppe Conte. Lo scrittore come sciamano, Tesi di laurea, Università del Sud Africa, 9 dicembre 2005