sabato 12 giugno 2021

Ci sono cose che solo la letteratura può dire



Ieri nell’incontro che si è svolto presso l’Istituto Italiano di Cultura l’attenzione è stata portata soprattutto su di una raccolta di saggi di Calvino, intitolata "Perché leggere i classici". Oggi io vorrei spostare l’attenzione su una delle ultime opere di Calvino, forse l’ultima da lui concepita e scritta, pubblicata anch’essa come la precedente dopo la scomparsa dell’autore e intitolata dalla vedova Esther Singer, amorevolmente impegnata in questo sforzo di presentazione delle opere e degli scritti del marito recentemente scomparso, "Lezioni americane" (1988). Il titolo originario, quello probabilmente pensato dal medesimo Calvino, "Six Memos for the Next Millennium", rende sicuramente meglio il senso dell’impresa a cui Calvino si era accinto. Noto che Calvino scrisse queste cinque lezioni, che avrebbero dovuto essere sei ma la morte sopraggiunta gli impedì di completare la lista, per un invito giunto allo
scrittore nel giugno 1984 a tenere presso la Harvard University alcune lezioni nell’ambito delle Poetry Lectures intitolate a un celebre dantista e storico dell’arte americano, Charles Eliot Norton. Calvino concentrò in ognuna di esse il senso di un valore permanente della produzione letteraria di tutti i tempi, ricavandone gli elementi fondamentali da una serie di classici che vanno dall’antica Grecia fino ai contemporanei con una straordinaria ampiezza di interessi e di vedute (del lunghissimo possibile elenco ricorderò qui Omero, Ovidio, Galilei, Defoe, Voltaire, Stendhal, Dickens, Flaubert, Tolstoj, Twain, Stevenson, Conrad, Gadda, Montale, Hemingway, Borges, Queneau, Pavese, e molto, moltissimo Leopardi…).
Al tempo stesso in quei cinque valori che Calvino individua egli concentra il senso della propria poetica, il senso di ciò che egli aveva inteso e intendeva per l’essenza della ricerca letteraria di tutti i tempi, esemplata sui classici, ma al tempo stesso sua personale. Ricorderò questi valori rapidamente in sintesi perché introducono alla parte successiva del mio discorso. Essi sono: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità. Probabilmente il sesto valore doveva essere, Calvino usa per definirlo una parola inglese, “consistency”, che andrebbe inteso secondo i suoi appunti “coerenza”. Di ognuno di questi valori Calvino dà una esemplificazione che appunto nella grande maggioranza dei casi parte dall’antica Grecia e arriva fino ai nostri giorni con una capacità e ampiezza di letture veramente straordinarie.
Il punto su cui ora io vorrei attirare l’attenzione è il seguente: che cosa muove, qual è l’impulso che spinge Calvino a tentare una sintesi così straordinaria e così complessa di valori letterari attraverso i tempi? La prima risposta la troviamo nel brevissimo esordio della raccolta, in cui spiega che quello che noi oggi ci troviamo alle nostre spalle è stato, per usare le sue parole, “il millennio del libro in quanto ha visto l’oggetto libro prendere la forma che ci è familiare”. Aggiunge Calvino, e con ciò siamo già nella prospettiva del libro che sta per scrivere o per presentare, “la mia fiducia nel futuro delle letterature consiste nel sapere che ci sono cose che solo la letteratura può dire, può dare con i suoi mezzi specifici”. Dunque Calvino ritaglia nella storia dell’uomo, o perlomeno dell’ultimo millennio dell’uomo, un valore specifico insostituibile per la letteratura.
Il secondo elemento orientativo è di segno invece completamente opposto.
Lo dice in una formulazione piuttosto lunga, ma che mi pare il caso di leggere per intero, nel corso della lezione sull’esattezza, e forse questa relazione contrappositiva tra il brano che sto per citare l’argomento della lezione nel corso della quale viene esposto, non è neanch’essa priva di significato. Scrive Calvino: "Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze (1988: 58)".
Dunque, da una parte il valore imprescindibile della letteratura che essa soltanto può dire cose nella sua forma specifica; dall’altra la crescita di una epidemia pestilenziale, ovvero di un morbo che invade precisamente il campo dell’espressione letteraria spingendolo verso quell’automatismo genericizzante che toglie forza e valore alla capacità contrappositiva delle parole. Si chiarisce in questa contrapposizione il senso del titolo inglese dell’operetta "Six Memos for the Next Millennium": Calvino intende in un certo senso stabilire un ponte (anche questo termine, ponte, ricorre spesso in Calvino) fra il passato e il futuro, fra una tradizione letteraria che ha dietro di sé la forza di un millennio e questo indeterminato futuro in cui si direbbe che questa forza sia destinata a subire i colpi, le conseguenze di questa genericizzazione e astrazione del linguaggio. Il valore della posizione estrema calviniana sta un po’ in questo messaggio che ci fa capire come il ragionamento di Calvino sui classici non sia un ragionamento puramente letterario, ma sia un ragionamento che contempla tutte le forme nostre di esseri umani e cioè di essere in grado di fronteggiare, utilizzando al meglio la forza dei classici, quello che ci sta accadendo.
Non fa parte in senso stretto del nostro discorso, ma vorrei egualmente ricordare che in quest’ultima fase della vita dello scrittore s’addensano opere narrative, - ad esempio "Se una notte d’inverno un viaggiatore" (1979) e "Le città invisibili" (1972) - in cui Calvino, cercando di costruire mondi fondati sull’invenzione letteraria più spinta e su di un senso estremo della casualità e imprevedibilità dei destini umani, s’interroga in sostanza in modo nuovo su essa e come possa essere una creazione letteraria all’altezza di questo verticale conflitto epocale. Lo scrittore è ben lungi dal dare risposte esaustive e definitive: ma non smette mai, - e questa è forse la sua caratteristica genetica più peculiare, - dal tentare di proporne di sempre nuove (come appunto accadde nella contemporanea produzione critica e saggistica).
È a questa ricerca, dunque, che dobbiamo guardare, quando parliamo di problematicismo calviniano.
Andando aldilà di Calvino, senza troppe ambizioni di arrivare alle sue altezze, ci potremmo chiedere se oggi, a distanza di trenta anni dalle pagine scritte da Calvino nelle "Lezioni americane", quella epidemia pestilenziale sia cambiata oppure no, se l’epidemia pestilenziale sia retrocessa o sia avanzata.
Temo che la risposta sia anche troppo semplice: quell’epidemia pestilenziale sembrerebbe ulteriormente progredita. Su questo naturalmente si potrebbe ragionare molto a lungo ma io avanzo due ipotesi. Direi che nel frattempo, per usare anche in questo caso delle espressioni tipicamente calviniane, si sono allargate a dismisura le dimensioni del mondo non scritto rispetto a quelle del mondo scritto (un altro saggio straordinario di Calvino è intitolato appunto “Mondo scritto e mondo non scritto” [1983]) e in questo confronto, in questo intreccio il mondo scritto, il mondo della letteratura e dei classici, risulta sempre più in difficoltà. La seconda osservazione potrebbe essere questa: le potenzialità telematiche nel campo della scrittura sono immense ma sono ancora, a me pare, tutte incontrollate e, per così dire, selvagge; e il rapporto fra l’ordine dei classici e il disordine della comunicazione telematica per ora volge a favore del secondo elemento. D’altra parte dovremmo anche prendere atto che nella formazione e nelle attività quotidiane dell’uomo contemporaneo e forse soprattutto dei nostri giovani è diminuito il peso specifico della lettura.
Se queste diagnosi molto sommarie fossero fondate si potrebbe dire che ciò che sta accadendo è come se un grande continente si staccasse da un altro continente. Se così fosse, le previsioni e gli ammonimenti di Calvino risulterebbero ancora più cogenti e ci metterebbero di fronte a una visione del mondo in cui alcuni elementi catastrofici potrebbero essere ravvisati.
Farei molto rapidamente un esempio classico, quello della Commedia di Dante. Se noi misurassimo, come accade in tutte le scuole italiane, forse anche in una parte delle scuole e delle università svedesi, la Commedia di Dante con il metro dei nostri attuali bisogni quotidiani e delle nostre capacità immaginative saremmo costretti a riconoscere che il mondo di Dante, la sua straordinaria capacità di uscire dal reale ma poi di tornarci attraverso la grandiosa finzione dell’aldilà, non trovano più posto fra di noi. Sarebbe difficile oggi riconoscere facilmente che nell’aldilà di Dante c’è la storia umana proiettata nella sua forma più alta e più estrema. Bisognerebbe lavorare molto per ricordare sempre ad ognuno di noi che quel mondo certamente non è vero ma in qualche modo è possibile, e se è possibile fa parte anch’esso della nostra esistenza presente e futura. Se le cose stanno così, potrei ambiziosamente aggiungere alle quattordici proposizioni calviniane che contraddistinguono il saggio "Perché leggere i classici" una quindicesima proposizione, ispirata anch’essa allo spirito e alla dimensione intellettuale della ricerca calviniana. Questa quindicesima proposizione la potrei dire in questo modo: “Classico è quel libro che ci ricorda che esiste un passato e non soltanto un eterno presente”. Se ricordi il passato puoi anche presentire il futuro e lavorare a costruirlo.
Alberto Asor Rosa, Leggere i classici dopo Calvino, in Laura Di Nicola & Cecilia Schwartz (a cura di), Libri in viaggio. Classici italiani in Svezia, Acta Universitatis Stockholmiensis, Romanica Stockholmiensia 30, Stockholm 2013, 190 pp., ISBN 978-91-87235-10-8

Il 27 settembre 2011 si è tenuto all’Università di Stoccolma un convegno internazionale dal titolo Classici italiani in Svezia. I lavori sono stati preceduti da una serata all’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma “C.M. Lerici”, con la presentazione della traduzione svedese di Perché leggere i classici? di Italo Calvino e con l’inaugurazione della mostra Copy in Italy. Autori italiani nel mondo dal 1945 a oggi. I titoli in questione riassumono bene la tematica del convegno, che viene adesso ripresa e approfondita negli Atti recentemente pubblicati nel volume Libri in viaggio. Classici italiani in Svezia, curato da Laura Di Nicola, della Sapienza, e da Cecilia Schwartz, dell’Università di Stoccolma.
Nell’introduzione le due curatrici presentano il progetto e i temi (affrontati e discussi nel volume da vari punti di vista) che si sviluppano tutti intorno allo stesso nucleo: i classici italiani e la letteratura italiana all’estero, in questo caso in Svezia come recita il titolo. Il campo, finora poco esplorato dalla critica, come osservano Di Nicola e Schwartz nell’introduzione, offre vari spunti significativi per studiosi di letteratura, di traduttologia e soprattutto di translation studies. La scarsità di studi critici precedenti sull’argomento può dipendere da vari motivi, affermano le curatrici: la mancanza di strumenti bibliografici (una lacuna che Cecilia Schwartz parzialmente riesce a colmare con un elenco bibliografico delle opere italiane del Novecento in traduzione svedese, pubblicato nel volume), ma anche perché il campo “riguarda quelle zone di intersezioni difficili da esplorare o, meglio, che è possibile esplorare solo attraverso il confronto fra culture, fra realtà linguistiche diverse, fra luoghi di conservazione distanti”.
(dalla) Presentazione, Laura Di Nicola & Cecilia Schwartz (a cura di), Op. cit.