mercoledì 25 febbraio 2026

Le figure di Carlo Pisacane e della famiglia Cervi in "Rinascita" dei primi anni Cinquanta


Il legame fra i patrioti della storia nazionale italiana e il movimento operaio precedentemente citato compaiono più chiaramente in un numero di «Rinascita» dell’aprile ’52, con l’articolo "La rivoluzione di Carlo Pisacane", di Paolo Spriano <205. A tal proposito è già stato citato precedentemente il legame fra Pisacane e Bakunin come sottolineato da Gramsci. Nell’articolo, d’altra parte, si comincia dall’opera del patriota "Saggio sulla rivoluzione", quindi dal suo profilo intellettuale. Vi è una breve descrizione biografica del patriota: egli impara dalla Nunziatella, l’accademia militare a Napoli, il nesso tra la condotta degli eserciti nazionali a coscrizione obbligatoria e il motore sociale e politico che doveva reggere lo spirito battagliero di quell’esercito. Quanto ai fondamenti ideali di Pisacane, da un episodio della vita privata Gramsci deduce i sintomi dei canoni giusnaturalisti e di un romantico spirito di ribellione all’ipocrisia sociale del tempo, e a riprova di queste sue caratteristiche si può citare anche una lettera alla famiglia, che fa emergere anche un forte volontarismo, tipico elemento eroico. Queste tendenze nel Saggio saranno portate dal singolo alla nazione. Dopo il suo impegno nei moti del’48, il suo percorso immediatamente successivo è caratterizzato dalla maturazione dell’idea che le masse popolari non faranno mai una rivoluzione fino a quando non avranno un “motore”, qualcosa per cui farlo. Pisacane si sforza quindi di sottolineare il carattere non popolare delle lotte a cui ha preso parte. «Gli eserciti permanenti bugiardamente si dicono nazionali, mentre ad ogni militare severamente viene proibito di mischiarsi nelle discussioni politiche che si agitano nel paese per imporgli poi quell’opinione che meglio conviene a chi governa. Ma come potrà essere animato da spirito nazionale colui che vive una vita diversa da tutti gli altri cittadini?» <206. Sono quindi i soldati, le basi popolari armate, a rappresentare queste masse, e queste possono essere spinte alla lotta esclusivamente da «un concetto chiaro, pratico, che prometta al popolo un cambiamento di stato» <207. Spriano dice che l’errore dei mazziniani fu quello di cercare di fare una rivoluzione senza l’appoggio delle basi popolari, che dovevano essere la riserva militare della rivoluzione. È per tale motivo che viene messa in rilievo la questione sociale; si pone cioè il problema di dare un futuro ben definito, e non di incertezza e miseria, alle masse, per far sì che partecipassero alla rivoluzione. Queste masse popolari, in Pisacane, dovevano fare ingresso ed essere la forza motrice del Risorgimento. Tuttavia, quando si arriva alla critica della struttura sociale, egli diventa utopistico ed indeterminato. È interessante notare che anche per Pisacane emerge un legame con la Russia, con i populisti russi, in particolare con Herzen: si ravvisa un’analogia tra il ruolo dei contadini russi in Herzen, che secondo lui avrebbero fatto la rivoluzione, e quello delle plebi meridionali nell’elaborazione teorica di Pisacane. L’interesse nei confronti del Mezzogiorno era dettato proprio dalla comune convinzione, con Herzen, che la rivoluzione non fosse possibile negli Stati borghesi organizzati, ma in quelli più deboli, dove c’erano masse meno corrotte e più esasperate; cioè più reclutabili, nel complesso, per la rivoluzione <208. Alla luce di ciò Spriano mette in luce l’arretratezza e la grossolanità di alcune posizioni di Pisacane, cioè il fatto che fosse un progressista, un democratico, e non certo un marxista. Pisacane, inoltre, disprezzava Garibaldi, ritenuto «un «guerrigliero» privo di nozioni militari atte a «condurre un esercito di 30000 baionette» <209, e in questo disprezzo emergeva un limite del patriota, quello di essere troppo legato ad una cultura militare “ufficiale”; le sue tendenze a quel “socialismo borghese” <210 citato precedentemente, con quegli «orientamenti umanitari, socialisteggianti» emergono chiaramente nel Saggio. Tuttavia, egli era, in definitiva, un mazziniano dotato di un forte volontarismo, che teorizzò un primo contatto con le masse popolari e un linguaggio rinnovato rispetto a quello dello stesso Mazzini. È significativo, per far comprendere la portata nazional-popolare di Pisacane, il richiamo finale alla Resistenza, quindi l’analogia con Giaime Pintor, un partigiano, per la morte eroica e l’influenza che lo stesso Pisacane ebbe su Pintor. L’articolo si conclude infatti con questa frase: «Pisacane condusse a Sapri”, dove trovò la morte, «tutte le sue illusioni, le sue contraddizioni […], ma vi condusse anche quell’eroica volontà, che davvero, come scriveva Herzen, è diventata patrimonio del popolo» <211.
Gli eroi della Resistenza
Con riguardo a quelle figure che sacrificarono la loro vita alla Resistenza, che si elevano a mito e a modello in chiave nazional-popolare assume importanza un articolo sulla vita e l’attività antifascista della famiglia Cervi. Questo articolo non è però stato scritto da un intellettuale o un funzionario comunista, bensì da un ex-azionista, un rappresentante di quei democratici di sinistra che diedero il secondo contributo per importanza alle formazioni partigiane, come detto nel primo capitolo. In particolare l’articolo in questione è la riproduzione di un discorso commemorativo dei fratelli Cervi fatto da Pietro Calamandrei il 17 gennaio del 1954, che si era recato egli stesso al podere della famiglia Cervi <212. Questa viene descritta come di una famiglia di ottimi e laboriosi agricoltori, dotati di sapienza tecnica e di un’istruzione notevole, di cui rimane segno in ciò che resta della loro biblioteca. Erano ventitré e Calamandrei descrive una loro particolare organizzazione interna, del lavoro e del processo decisionale: ciascuno aveva il suo ruolo sotto il coordinamento del padre, Alcide, e i sette fratelli, tra cui il maggiore, Aldo, viene descritto come «il più istruito e consapevole di cose politiche» <213. Discutevano democraticamente fra loro, con il potere di esecuzione lasciato al padre. Spicca un aneddoto: quando poterono permettersi un trattore Aldo prese anche un mappamondo: egli lo prende «per allargar gli orizzonti della coscienza» <214. La visione del mappamondo nel museo da parte dello stesso Calamandrei lo porta ad immaginare la curiosità dei fratelli e il loro desiderio di pace, in un momento in cui «fuori intanto c’era il fascismo e la guerra: fuori c’era il terrore e l’esterminio» <215. I Cervi erano, in sostanza, il simbolo delle classi popolari che si emancipano attraverso il lavoro dei propri campi e l’istruzione, non solo studiavano, ma si innovavano, diventando una comunità agricola modello. Si erano emancipati e non perdevano l’odio per la guerra e per la tirannia. Non perdettero neanche la solidarietà, e dopo l’8 settembre comincia quindi l’attività clandestina della famiglia: prime azioni di squadre in pianura, ma soprattutto assistenza ai fuggiaschi, per cui si rischiava la fucilazione. «Che importa?» scrive Calamandrei «Quando di notte un fuggitivo sparuto e stracciato bussava alla porta nessuno pensava alla legge marziale […] l’ospite era sacro» <216 in casa Cervi. Fu proprio l’aver dato asilo a questi prigionieri di guerra l’imputazione che portò all’arresto da parte dei fascisti, in un assedio alla loro fattoria, che Calamandrei descrive accuratamente. Essi furono condotti al carcere, ed in seguito all’uccisione del segretario fascista di Bagnolo in Piano, nel reggiano, i sette fratelli furono condannati alla fucilazione. Furono chiamati la notte, mentre dormivano con il padre, e questi fu risparmiato, rimanendo ignaro della sorte dei figli fino al suo ritorno al podere distrutto, alla fine della Guerra. I figli «andarono così, tranquilli e consapevoli della loro sorte» <217, ed un sacerdote presente all’esecuzione parlò di «cinismo», perché non si erano pentiti. Il modello dei fratelli Cervi è quindi anche quello di dignità ed orgoglio dell’antifascismo.
[NOTE]
205 Paolo Spriano, La Rivoluzione di Carlo Pisacane, in «Rinascita», anno IX, n. 4
206 Ivi, p. 225
207 Ibidem
208 Ivi, p. 226
209 Ibidem
210 Franco Ferri, Battaglia delle idee
211 Paolo Spriano, La Rivoluzione di Carlo Pisacane, p. 227
212 Pietro Calamandrei, La eroica e umana storia dei compagni fratelli Cervi, in «Rinascita», anno XI, n. 1
213 Ivi, p. 29
214 Ibidem
215 Ibidem
216 Ivi, p. 30
217 Ivi, p. 31
Jacopo Cascia, L'egemonia culturale del PCI, Resistenza e Risorgimento nella stampa comunista degli anni cinquanta, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2023-2024

venerdì 13 febbraio 2026

Un canto popolare dedicato alla figura del comandante partigiano Cino Moscatelli


19. Vincenzo Moscatelli: partigiano e leggenda
Il canto intitolato “La leggenda di Moscatelli” fu composto dalla staffetta partigiana Mariuccia Voletti di Quarona e fu dedicato a Vincenzo Moscatelli. Prima di analizzarlo, è bene accennare brevemente alla vita di Moscatelli e anche alle due battaglie più importanti di cui parla il testo, ovvero il rastrellamento a Borgosesia il 22 dicembre 1943 e la battaglia di Quarona nell’aprile 1944. Vincenzo Moscatelli, soprannominato Cino, nacque a Novara nel 1908. Abbandonati gli studi dopo il percorso obbligatorio, fin da quando era molto giovane frequentò il circolo ferroviario e la Camera del Lavoro, avvicinandosi all’ideologia socialista. Nel 1925, a seguito di numerose battaglie politiche nelle quali aveva attivamente partecipato e durante uno sciopero da lui organizzato, decise di iscriversi alla gioventù comunista. Moscatelli venne arrestato per la prima volta l’8 novembre 1930: venne sorpreso, infatti, a stampare e attaccare volantini sui muri delle principali città emiliane con la scritta «W l’Unione Sovietica W la rivoluzione di ottobre» e ad issare alcune bandiere rosse sui fili dell’alta tensione, in occasione dell’anniversario della rivoluzione bolscevica. Il 24 aprile 1931 il Tribunale speciale lo condannò «a 16 anni e 6 mesi di reclusione, interdizione perpetua di pubblici uffici e a tre anni di vigilanza speciale per ricostituzione e appartenenza al partito comunista, propaganda sovversiva ed espatrio clandestino». Scarcerato nel dicembre del 1935, ma la libertà vigilata non gli impedì di mettersi in contatto con alcuni compagni e antifascisti in Val Sesia e a Novara. Il secondo arresto fu l’8 marzo 1937, questa volta con il sospetto di aver scritto sui muri frasi sovversive (ad esempio, “Morte al Duce”): scontò sei mesi nel carcere di Vercelli, poi venne diffidato. Dopo l’otto settembre 1943 fu tra i promotori del Comitato di liberazione valsesiano. Moscatelli fu arrestato per la terza volta il 29 ottobre di quell’anno, ma fu liberato il giorno stesso grazie a un audace attacco da parte dei suoi compagni. Sul monte Briasco, sul quale si rifugiò in seguito all’arresto con altri 22 partigiani, diede vita al suo nome di battaglia, Cino, alle prime azioni di guerriglia e, con la collaborazione di Eraldo Gastone (Ciro), ufficiale d’aeronautica che si sottrasse alla cattura da parte dei tedeschi, organizzò i primi nuclei partigiani di Valsesia. Dopo la fine della guerra entrò in politica; morì a Borgosesia il 31 ottobre 1981. <55
Una caratteristica tipica delle formazioni partigiane fu la creazione di miti e leggende attorno ad eventi e, soprattutto, capi delle brigate. Se di solito ciò avveniva a liberazione avvenuta, non era però raro trovare questo fenomeno applicato in contemporanea agli eventi. <56 Così avvenne per Moscatelli. Le leggende su di lui cominciarono a fiorire già dal momento della lotta partigiana, a partire dagli avversari, i quali pensavano che Moscatelli fosse tornato da Mosca in Italia in aereo per diffondere le idee sovietiche che avrebbero portato alla conquista del potere. In questo caso un elemento di verità c’è: l’uomo non sapeva pilotare un aereo, ma dal 1927 al 1930 aveva studiato a Mosca. Un altro mito, che verrà citato anche nel canto, è quello dell’auto. La vettura è simbolo di velocità, ma anche di qualcosa che è inafferrabile. Anche in questo caso ci sono elementi di finzione e di verità. È vero che Moscatelli guidò un’auto durante l’occupazione di Gozzano e Borgomanero nel settembre 1944, ma è altrettanto vero che l’immaginario popolare pensava che sulle macchine sfrecciassero solo i capi partigiani e le loro compagne. Altre due leggende sono diffuse attorno alla figura di questo capo partigiano. Una riguarda l’abilità di Cino nel travestirsi da prete o da ufficiale tedesco a seconda delle occasioni; Moscatelli assicurerà, poi, di non aver mai fatto nessuna delle due cose.
L’ultima, ma non per questo meno importante, è la leggenda secondo cui il capo della Brigata Garibaldi possedesse il dono dell’ubiquità. Così, se qualcuno affermava di aver visto Moscatelli in un certo territorio, qualcun altro tentava di dimostrare la sua presenza in un luogo che si trovava al capo opposto! <57 Tuttavia, come riporta bene il giornale partigiano «La Stella Alpina»: "No, Moscatelli non è un mago, non ha nemmeno i piedi così grossi come risulta da un’informazione confidenziale fatta alla Questura di Novara. Moscatelli è un operaio, aveva poi un laboratorio, ha moglie, due bambine e a far la guerra s’è messo perché a cacciare i tedeschi, a farla finita coi fascisti era dovere di ogni italiano. E Moscatelli questo dovere l’ha imparato con i suoi compagni di tanti anni, nel lavoro antifascista clandestino, in esilio, nei lunghi anni di carcere. S’è messo a far la guerra e s’è messo a farla sul serio. I suoi uomini lo amano, lo ammirano. C’è un segreto: un figlio del popolo che conduce la guerra popolare, che conosce, che vuole essere il primo nel rischio e nel sacrificio. Non è invisibile come dicono in giro, non è nascosto nella caverna come dicono i fascisti (che fra l’altro un giorno hanno vuotato un cinematografo di Novara con la speranza di trovarcelo)". <58
Moscatelli era, quindi, solo un capo partigiano che sapeva come essere seguito, amato e la sua prontezza di spirito e la volontà di combattere sempre tra le prime file per dare l’esempio contribuì alle numerose leggende fiorite intorno alla sua persona.
20. Il rastrellamento del 23 dicembre 1943 e l’attacco al ponte della Pietà il 5 aprile 1944
Come ricordato sopra, due sono le azioni citate nel canto che è bene ricordare brevemente: il rastrellamento del 23 dicembre 1923 a Borgosesia e lo scontro di Quarona nell’aprile del 1944. Protagonista, in entrambi i casi, degli scontri era il 63° battaglione del Tagliamento, che si era costituito a Roma dopo il 25 luglio. Il 22 dicembre il battaglione arrivò a Borgosesia e, dopo una notte passata ad interrogare gli ostaggi, il giorno seguente fucilò dieci ostaggi contro il muro della chiesa di Sant’Antonio, a Borgosesia; una volta compiuto il loro “dovere”, i fascisti si allontanarono dal borgo. <59 Tra i nomi dei dieci morti spicca quello di Giuseppe Osella: oltre ad essere uno dei compagni che liberò Moscatelli durante il suo terzo arresto, la sua morte ha a dir poco dell’incredibile. Osella fu arrestato dalla Tagliamento il 22 dicembre 1943. Era un personaggio molto conosciuto e infatti, quando uscì di casa trascinato dalla polizia, cercò qualche volto amico che potesse salvarlo, ma nessuno fece nulla. Il giorno dopo il partigiano venne fucilato insieme agli altri compagni. Secondo un testimone oculare, Osella non morì al primo colpo: la scarica di proiettili sembrava averlo risparmiato. Non fu così però la seconda volta: ricevette così tanti proiettili in corpo che non uccidere il bersaglio sarebbe stato impossibile. Finita la scarica, il comandante del plotone ordinò ai suoi di cessare il fuoco e di andarsene. <60 Il secondo scontro tra i nazisti e i partigiani citato nel canto è quello dell’attacco al ponte della Pietà (Quarona), il 5 aprile 1944. Dopo la morte di un giovane combattente, Attilio Musati (da cui prenderà il nome l’omonima brigata), <61 il comandante della brigata “Strisciante Musati”, ovvero Pietro Rastelli detto “Pedar”, decise di vendicare il compagno aprendo il fuoco sui nemici. I rastrellamenti al contrario iniziarono già alla fine di marzo e, siccome ci si aspettava che i tedeschi avrebbero presto chiamato rinforzi, alcuni uomini della brigata si appostarono al ponte della Pietà, in attesa del momento più opportuno per colpire. L’occasione arrivò quando i partigiani sentirono improvvisamente il rumore di un automezzo: era un plotone della legione Tagliamento. I combattenti iniziarono subito a sparare e, dopo una serie di scambi di raffiche, ci fu una vittoria totale da parte degli antifascisti, mentre i fascisti rimasero tutti a terra. L’azione fu considerata un vero e proprio successo, dal momento che i partigiani erano riusciti ad uccidere i tedeschi e a recuperare armi dalle vittime in modo perfetto; anzi, la loro azione fece cessare i rastrellamenti per due giorni. <62
21. La leggenda di Moscatelli
Ecco il testo del canto:
Il Sesia mormorava calmo e placido al passaggio
Dei partigiani il 24 maggio
L’esercito marciava per raggiunger la pianura
Per far contro il nemico una sepoltura
Nessun pensava che vent’anni dopo
Il nemico avesse ancor rifatto il gioco
D’invadere l’italica nazione
Tiranneggiando la popolazione
Ma chi nel sangue si sentì italiano
Con Moscatelli andò a fare il partigiano
E in una notte triste si parlò di tradimento
Regnava a Borgosesia lo sgomento
Quanta gente ha visto gioventù fiorente e bella
Vilmente fucilata con Osella
Ognun temeva che la propria casa
Dal nemico gli venisse invasa
Saziate alfin le sanguinose brame
Lasciava il borgo il nemico infame
Ma nel partir con viso arcigno e tetro
Al popolo gridò: “Ritorneremo indietro”
E ritornò il nemico fin Varallo e fin Camasco
Ma lì grazie a Rastelli fece fiasco
Sebbene fosse giunto ben armato in fitta schiera
Lasciava con i morti la bandiera
Bruciava case e lanciava oltraggi
Tra la popolazion prendeva ostaggi
Poi per fiaccare il cuor del partigiano
Se lo portava prigioniero al piano
Ma il partigian saldo come una vetta
In cuor suo gli giurò: “Un dì farò vendetta”
E giù a Roccapietra fu più dura la battaglia
E lo stranier salì in breve a Cavaglia
Ma pochi giorni dopo son beffati tutti quanti
Da un’auto che veloce viene avanti
La guida Moscatelli scende a valle
Per fare un colpo grosso a Serravalle
Ed ecco che i nemici son domati
I prigionieri vengono scambiati
A pattegiar fu visto col nemico
In quei giorni di terror il bravo Casazza Enrico
Verso la fin di marzo i fascisti scellerati
Uccidono a Varallo il buon Musati
Non sanno che nell’ombra sempre vigila Rastelli
Che lo vendicherà coi suoi tranelli
Già è pronta l’arditissima brigata
E tende una magnifica imboscata
La squadra di Rastelli non perdona
E ne uccide venti a Quarona
Il colpo è grosso e mette in movimento
Tutte le autorità della Tagliamento
Arrivano a Varallo arrabbiati come cani
E vogliono Rastelli fatto a brani
Non ha lasciato tracce l’arditissima brigata
E prendono gli ostaggi in gran retata
Minaccian di bruciar paesi interi
Per far pagar han metodi severi
Questo lo san gli ostaggi interrogati
E dodici ne vengon fucilati
Morendo quei ragazzi forti e belli
Si misero a gridar: “Evviva Moscatelli” <63.
La prima strofa, come stile, è molto simile all’originale 'Leggenda del Piave'. Nel primo verso abbiamo un fiume, il Sesia, che assiste tranquillo al passaggio dei combattenti: in questo caso, però, non sono fanti bensì partigiani. Ecco spiegato il motivo del «24 maggio»: si riferisce a quello del 1944. Come ricordato nel capitolo precedente, quella era l’ultima data concessa ai partigiani per tornare sotto le armi fasciste. I protagonisti del canto, però, scelgono di intraprendere la via della Resistenza, in nome di un dovere morale di difendere la patria: decidono di seguire Moscatelli, appartenente alla brigata Garibaldi operante nella zona libera della Valsesia. La seconda strofa parla del rastrellamento di Borgosesia: il 23 dicembre 1943 Giuseppe Osella e altri undici partigiani vennero fucilati. I fascisti lasciarono il borgo non prima di aver ucciso altri innocenti e saccheggiato il territorio, “minacciando” la popolazione di attenderli perché sarebbero ritornati nuovamente. Si sa che il nemico, quando promette di tornare indietro per attaccare, lo fa senza esitare e, infatti, nella terza strofa si lasciano intendere i rastrellamenti avvenuti a Varallo e Camasco nel 1944, come strascichi delle rappresaglie avvenute l’anno prima. Tuttavia, in questi versi inizia ad emergere un personaggio che causerà non pochi problemi ai fascisti e ai nazisti: si tratta di Pietro Rastelli, detto Pedar, che tese al nemico più di un’imboscata. Nella quarta strofa viene citato il momento in cui Moscatelli, alla guida di un’auto, si fa «beffa» dei nemici: si riferisce alla battaglia avvenuta a Gozzano tra il 7 e l’11 settembre 1944. Il testo lascia intendere che in quei giorni si svolge un’attività abbastanza comune ai tempi della resistenza: lo scambio di prigionieri. Un prigioniero tedesco o italiano per uno partigiano aveva, infatti, il vantaggio principale di evitare sangue e rappresaglie, ma non sempre questo era possibile. Le ultime due strofe, infine, sono dedicate al ricordo della battaglia di Quarona, ovvero l’attacco al ponte della Pietà, durante il quale vennero uccisi venti nazisti ad opera dell’86 brigata Strisciante Musati, di stampo garibaldino e guidata dal già citato Pietro Rastelli, e i conseguenti rastrellamenti da parte dei nazisti. I giovani uccisi, però, affrontano la morte con serenità e, per sottolineare la convinzione delle loro idee e l’ardore con cui hanno aderito alla causa, muoiono chiamando a gran voce il nome di Moscatelli.
[NOTE]
55 Ricordo di Cino Moscatelli, Vercelli, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli, seconda edizione, 2011, pp. 1-6.
56 Filippo Colombara, Il fascino del leggendario. Moscatelli e Beltrami: miti resistenti, «L’impegno», 16(1), 2006, p. 1.
57 Ivi, pp. 37-39.
58 Leggende su Moscatelli, in «La Stella Alpina», 1(4), 30 novembre 1944.
59 Pietro Secchia, Cino Moscatelli, Il Monte Rosa è sceso a Milano, Torino, Einaudi, 1958, pp. 132-134.
60 Cesare Bermani, Pagine di guerriglia. L’esperienza dei garibaldini della Valsesia, vol. 1, tomo 1,
Borgosesia, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli, 2000, pp. 55-57.
61 Brigata degli Eroi, in «La Stella Alpina», 10 gennaio 1945.
62 Secchia, Moscatelli, Il Monterosa è sceso a Milano, pp. 219-220.
63 Lanotte, Cantalo forte, pp. 182-183.
Monica Sighinolfi, Variazioni sul tema. La trasformazione dei canti di tradizione orale in Italia dall’Ottocento al 1945, Tesi di laurea, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Anno Accademico 2018-2019

mercoledì 4 febbraio 2026

Non farà in tempo ad abbandonare i compagni e sarà fatto prigioniero

Ventimiglia (IM): uno scorcio di zona Ville

Aldo, mio padre, nasce nel 1911, evita gran parte del servizio militare di leva in quanto "unico figlio maschio di madre vedova", viene richiamato [n.d.r.: da Ventimiglia, dove abitava in zona Ville] l’otto dicembre del 1941, parte per l’Africa nel luglio 1942, torna nel 1946 e viene congedato nel 1947 [...] Aldo viene richiamato in data 8 dicembre 1941 quando probabilmente si sentiva già al sicuro, data l'età.
Di lì a breve vengono avviate le pratiche per l'esonero ma i tempi sono limitati e a giugno 1942 deve partire per il fronte del nord Africa senza aver avuto risposta. 
[...] E il 10 novembre Aldo arriva a scrivere apertamente "se tra pochi giorni non avrete mie nuove sarò sicuramente prigioniero.
Un altro momento di emozione e sincerità, destinato purtroppo a terminare presto, è verso la fine di aprile 1943 quando riceve la notizia dell'autorizzazione al suo rimpatrio. Ma le cose prenderanno un'altra piega, non farà in tempo ad abbandonare i compagni e sarà fatto prigioniero. Qui è utile spiegare la questione dell'esonero (o dispensa) al servizio militare che era previsto per alcune situazioni familiari tra cui per il responsabile diretto della conduzione di impresa e nel caso specifico dell'impresa agricola. Scriveva Renzo Villa che [n.d.r.: dopo l'8 settembre 1943] in ogni famiglia in cui ci sono giovani di leva si vive il dramma della scelta: o ottemperare ai bandi di chiamata alle armi e arruolarsi nei corpi della R.S.I. o prendere la via della montagna ed unirsi ai "ribelli" le cui file si vanno ingrossando ogni giorno di più. C'è anche chi tenta vie di mezzo che garantiscano l'esonero dagli obblighi militari come l'assunzione nella Todt o il servizio nell'Unpa, la protezione civile di allora.
Aldo nel 1942 aveva già più di trent'anni e il rischio di richiamo in guerra veniva evidentemente considerato ormai marginale. Al momento della chiamata viene subito avviata la domanda di esonero.
Dalle lettere si intuisce che in un primo tempo la domanda sia stata respinta per documentazione incompleta. Scriveva infatti Aldo in una lettera da Genova del 14 giugno 1942 "Mi dite che in quanto all'esonero dovete fare nuovamente i documenti e che li fa l'ufficio del catasto, speriamo che si sbrighino e così avrete finito di perdere delle giornate avanti e indietro e che venga presto la soluzione almeno ci metteremo ii cuore in pace in un modo o nell'altro.
La seconda richiesta inizia dunque il suo iter quando ormai Aldo sta partendo per l'Africa. La parola esonero compare nelle lettere decine di volte oltre che sottintesa in altre frasi in cui si parla di situazione della "pratica" e dei "documenti". 
Nel marzo del 1943 Aldo riceve la seguente nota:
"In relazione alla vostra lettera in data 17 gennaio u.s. vi informo che la domanda da voi prodotta tendente ad ottenere il vostro collocamento in congedo quale appartenente ad azienda agricola rimasta priva di uomini validi, è in corso di istruttoria. 
    Il direttore Dott. Cavalieri"
L'esito della richiesta rimane incerto, ma dalla lettera del 29 aprile 1943 si può dedurre che l'ordine di rimpatrio sia arrivato quando ormai è troppo tardi ed è il momento della resa e dei campi di una lunga prigionia. Scrive infatti: 
"Carissime, 
è l'ultima volta che vi scrivo dal suolo africano. Vi avevo già scritto stamane ma non ero ancora a conoscenza di nulla. Nel pomeriggio è arrivato l'ordine del mio rimpatrio. È venuto ii tenente ad annunciarmi questa nuova. Forse questo è il più bel giorno della mia vita. La salute è ottima e il morale è veramente altissimo. Non so i giorni che dovrò stare ancora in giro perché domattina vado al comando Battaglione e domani sera sono sicuramente a Tunisi. Appena sarò sul suolo siciliano vi scriverò nuovamente; speriamo che il viaggio mi vada bene come mi è sempre andata finora. Forse dovrò rimanere un paio di settimane al campo sosta per vedere se ho malattie africane ma ciò si fa nei pressi di Palermo. Appena toccherò il suolo italiano lo bacerò sicuramente."
Ma come già detto non ci fu seguito. 
Le lettere terminano spesso con un "milione" di baci e mi ricordano nella semplicità della formula un personaggio del Corriere dei Piccoli che ha unito la generazione di mio padre alla mia. Era il signor Bonaventura e nel finale ottimistico delle sue storie c'era sempre l'assicurazione che ogni speranza prima o poi si realizza, che ogni sogno scende in terra, e il signor Bonaventura veniva sempre ricompensato con un "milione" e poi negli anni cinquanta con un miliardo.
Arturo Viale, L'ombra di mio padre, ed. in pr., 2017, pp. 51-53 

Altre pubblicazioni di Arturo Viale: La chiave dei ricordi, PressUp, 2025; I sette mari. Storie e scie di navi e di naviganti e qualche isola, Book Sprint Edizioni, 2024; Punti Cardinali. Da capo Mortola a capo Sant'Ampelio, Edizioni Zem, 2022; La Merica...non c'era ancora, Edizioni Zem, 2020; Oltrepassare. Storie di passaggi tra Ponente Ligure e Provenza, Edizioni Zem, 2018; ViteParallele, 2009;  Ho radici e ali, ed. in pr., 2005; Mezz'agosto, 1994; Viaggi, Alzani - Pinerolo, 1993.
Adriano Maini