giovedì 14 luglio 2022

Altra questione su cui sorgevano i contrasti tra i partiti del CLN era quella dell’assetto politico e sociale che si sarebbe voluto dare all’Italia del dopoguerra


Altre forze, però, operano all'insegna della discontinuità e per una ricomposizione del quadro politico su basi nuove, anche se in un contesto caratterizzato da rapporti difficili e conflittuali. In questa direzione si muovono i Comitati di Liberazione Nazionale. La situazione che si è venuta a creare dopo la caduta del fascismo e, soprattutto, dopo l'8 settembre, pone, infatti, il problema dell'organizzazione e del coordinamento delle forze antifasciste. Già da tempo, si assiste a una ripresa dell'attività dei partiti politici. Dopo vent'anni di dittatura, si ricostituiscono, lentamente e con difficoltà, quelle forme associative che erano state negate dal regime. In alcuni casi si riannodano i fili che, attraverso l'attività clandestina, avevano consentito di mantenere una rete di contatti sia in patria sia, soprattutto, all'estero; in altri casi, invece, si assiste alla nascita di nuove forze politiche o alla trasformazione di organizzazioni preesistenti. Il panorama politico è estremamente variegato, per posizioni, per elaborazione teorica, per obiettivi da raggiungere. Ai contrasti che caratterizzano il dibattito tra le diverse componenti interne si aggiunge il condizionamento, reale o percepito, che proviene dal legame solido che unisce alcuni partiti a potenze come l'URSS o la Chiesa, anche se non è da sottovalutare il forte peso esercitato dagli ambienti del notabilato che svolgono una funzione non solo di moderazione ma anche di freno e di contrasto. L'accordo non appare facile e, tuttavia, diviene necessario di fronte al dramma che si sta vivendo.
Il 9 settembre si costituisce, a Roma, il Comitato di Liberazione Nazionale presieduto da Ivanoe Bonomi e composto dai rappresentati del Partito Democratico del Lavoro, Partito d'Azione, Partito Comunista, Partito Socialista di Unità Proletaria, Partito Liberale, Democrazia Cristiana. Il suo compito è quello di creare le condizioni per una unità d'azione nella lotta di liberazione, in vista dell'obiettivo generale dell'unità nazionale. Esiste, tuttavia, una “costante tensione tra le componenti degli stessi Cln tra le spinte ad anticipare le forme di un nuovo assetto istituzionale fondate su una forte pressione dal basso e una forte valorizzazione delle istanze di autonomia, di autodeterminazione e di autogoverno, e le resistenze di tipo moderato, sostanzialmente convergenti nel ridurre il rinnovamento dopo il fascismo al ripristino delle regole democratico-liberali, tipiche dell'Italia prefascista” <501. Se nell'Italia meridionale si impone la necessità della mediazione politica, in un contesto caratterizzato dalla presenza del governo militare alleato, del governo Badoglio e della stessa monarchia, nell'Italia centro-settentrionale, occupata dai tedeschi, si delinea invece una maggiore caratterizzazione politico-militare che avrà un'influenza notevole sulla direzione e sullo sviluppo della Resistenza.
501 Enzo Collotti, Natura e funzione storica dei Comitati di liberazione, in AA.VV., Dizionario della Resistenza, cit., pp. 235-236.
Antonio Gioia, Guerra, Fascismo, Resistenza. Avvenimenti e dibattito storiografico nei manuali di storia, Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Salerno, Anno Accademico 2010-2011

All’indomani del 25 luglio i partiti antifascisti ricomparvero sulla scena politica, pur non essendogli stata riconosciuta legalmente la facoltà di costituirsi (come peraltro era volontà del re che, spaventato dall’atteggiamento apertamente filo-repubblicano assunto da molti partiti, in una missiva a Badoglio scriveva “L’attuale governo deve conservare e mantenere in ogni sua manifestazione il proprio carattere di governo militare come annunciato nel proclama del 26 luglio […], a nessun partito deve essere concesso né permesso l’organizzarsi palesemente […]” <98). Il pomeriggio del 9 settembre, mentre infuriava nei pressi del ponte della Magliana la battaglia per la difesa della Capitale dalla Wehrmacht, al primo piano di via Carlo Poma (casa del banchiere sardo Stefano Siglienti, esponente di punta dell’antifascismo romano) veniva fondato il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), organismo che si proponeva di riunire tutti i partiti antifascisti con il fine di coordinare al meglio la lotta all’occupante. I partiti riuniti sotto l’egida del CLN erano il Partito Socialista Italiano d’unità proletaria (PSIUP) rappresentato alla riunione da Pietro Nenni e Giuseppe Romita, il Partito Comunista (PCI) rappresentato da Mauro Scoccimarro e Giorgio Amendola, la Democrazia del Lavoro (DL) rappresentata da Ivanoe Bonomi (Presidente del Comitato e figura più importante dell’antifascismo italiano dal punto di vista istituzionale data la sua passata esperienza di Presidente del Consiglio prima del fascismo) e Meuccio Ruini, il Partito Liberale Italiano (PLI) rappresentato da Alessandro Casati, e infine due partiti praticamente appena costituitisi; la Democrazia Cristiana - che raccolse l’eredità politica del Partito Popolare di don Sturzo e la tradizione ideologica della Dottrina sociale della Chiesa e la cui nascita si fa risalire al marzo 1943 - rappresentata da Alcide De Gasperi e il Partito d’Azione che - nato in clandestinità nel 1942 e irrobustitosi per via della confluenza al suo interno dei principali esponenti di “Giustizia e Libertà” come Bauer e Lussu - era rappresentato da Ugo La Malfa e Sergio Fenoaltea. Non aderirono al CLN il Partito Repubblicano, che per sua vocazione ideologica poneva una pregiudiziale sulla questione istituzionale e non poteva partecipare a un organo in qualche misura legato alla monarchia sabauda (la responsabilità della linea dell’intransigenza repubblicana si dice fosse dovuta a Giovanni Conti, leader del PRI che provava una inscalfibile avversione nei confronti della casata Savoia <99) e gli ambienti militari-monarchici che per l’altro verso non avevano intenzione di prendere parte a un organismo in cui (come si vedrà) era pressoché unanime la condanna della monarchia e il proposito di cambiare la forma istituzionale; tuttavia entrambi queste formazioni politiche prenderanno parte attivamente alla lotta ai nazifascisti, i primi attraverso formazioni partigiane note come Brigate Mazzini e i secondi attraverso le formazioni partigiane autonome guidate da militari e si dicevano i rappresentanti di Badoglio e del Regno del Sud nella lotta partigiana.
Il Comitato di Liberazione Nazionale era strutturato a livello locale in diversi comitati regionali, di cui i più importanti erano quelli operanti in Toscana, in Liguria, in Veneto e in Piemonte che, unendosi a quello lombardo, si costituirono nel febbraio ‘44 nel CLNAI, Comitato Liberazione Nazionale Alta Italia; questo divenne la costola del Comitato Centrale di stanza a Roma nell’Italia settentrionale, dove la RSI aveva la sua sede- più precisamente a Salò, sulle sponde del lago di Garda- e dove i tedeschi, sentendosi sempre più minacciati dall’avanzata alleata che pian piano sottraeva loro il controllo di territori, instaurarono un regime di occupazione sempre più violento e repressivo, esasperando il contegno e provocando l’aperta ostilità della popolazione nei loro confronti. Bisogna inoltre considerare che differentemente da Roma, dove la lotta ai nazisti fu condotta soprattutto dagli esponenti del movimento intellettuale antifascista con la sostanziale indifferenza della popolazione- “abituata” ai fascisti per via del capillare insediamento in essa di quasi tutte le istituzioni del regime (ministeri, sedi del PNF, sedi delle associazioni fasciste ecc.) -, al centro-nord la partecipazione popolare alla Resistenza fu assai più significativa; ciò era dovuto al fatto che in queste regioni vi era un forte radicamento operaio e proletario, e cioè di quelle classi sociali che costituivano la base elettorale del PCI e del PSI e che non di rado erano state oggetto di persecuzioni da parte dei fascisti durante il ventennio. Gli operai delle fabbriche della FIAT di Torino, della Romeo a Milano, i braccianti delle campagne nei pressi della Pianura Padana non disdegnarono perciò di imbracciare le armi contro i fascisti e di unirsi alla lotta orchestrata dagli intellettuali; anche coloro che non presero parte attivamente alla lotta manifestarono apertamente la loro ostilità ai tedeschi come testimonia l’ondata di scioperi che scosse la Lombardia, il Piemonte e la Liguria nel novembre-dicembre ’43 <100.
Il Comitato Nazionale aveva al suo interno una Giunta militare composta su base paritetica da tutti i partiti e un Comitato deputato a prendere decisioni più strettamente di natura politica, anch’essa composto su base paritetica. Se da un punto di vista militare i partiti non riuscirono perfettamente a coordinare le azioni di guerriglia e di sabotaggio al nemico, poiché le formazioni militari partigiane rispondevano direttamente agli ordini dei propri partiti, da un punto di vista politico il CLN fu in grado di esprimersi come una voce unica; ciò però non significava che non esistessero divergenze politiche al suo interno. Innanzitutto è necessario specificare come il Comitato fosse attraversato, sin dalla sua prima riunione, da una frattura tra i partiti dell’ala rivoluzionaria del CLN - quali il PCI, il PSIUP e il Partito d’Azione - e quelli dell’ala moderata - ovvero il Partito Liberale, la Democrazia Cristiana e la DL. Il primo argomento intorno al quale emerse lo scontro tra i partiti era la questione istituzionale; se unanime era il proposito di affidare la scelta della forma istituzionale dello Stato, e quindi la scelta tra Monarchia e Repubblica, al voto del popolo sovrano attraverso un referendum da svolgersi a guerra finita <101, i contrasti sorgevano nel momento in cui si doveva stabilire la posizione da assumere nei confronti del governo Badoglio, espressione della volontà sovrana. I socialisti e gli azionisti erano fermi nel dichiarare la loro incompatibilità con il re e il maresciallo, considerati troppo compromessi con il fascismo e quindi non in grado di rappresentare l’unità nazionale, e chiedevano un governo che fosse espressione delle forze antifasciste <102, i comunisti oscillavano tra la richiesta di un governo espressione delle forze antifasciste (ma in maniera meno intransigente rispetto agli altri due partiti di sinistra) e l’appoggio al governo Badoglio come mezzo per fare uscire l’Italia dalla guerra <103, mentre i democristiani, i demolaburisti e i liberali erano disposti ad appoggiare il governo monarchico-badogliano per tutto il tempo che fosse necessario a uscire dalla guerra. Evidentemente però le ragioni del primo gruppo erano più forti di quelle del secondo se si considera che al primo congresso dei Comitati di liberazione nazionale svoltosi a Bari il 28-29 gennaio ’44 emerse chiara e condivisa da tutti i partiti la richiesta di abdicazione del re; non si vedeva alcuna possibilità di dialogo tra il CLN e il governo Badoglio, che d’altra parte non aveva compiuto alcun passo nella direzione dei partiti. Tale impasse venne sbloccato dall’Unione Sovietica che il 14 marzo diede il proprio inaspettato appoggio al governo monarchico, con una mossa volta a sottrarre alle due potenze alleate (Gran Bretagna e USA) il controllo esclusivo sulla politica del Regno del Sud <104; pochi giorni dopo il leader in pectore del PCI Palmiro Togliatti tornò in Italia dal quasi ventennale esilio in Russia e, sbarcato a Napoli il 27 marzo, pronunciò un discorso dinnanzi ai comunisti napoletani in cui sostanzialmente sosteneva la necessità di una collaborazione delle forze resistenziali con Badoglio, considerata come la migliore soluzione per portare a termine la comune lotta contro il nazifascismo. Era questa la famosa “svolta di Salerno” che inserì definitivamente il PC al centro dell’universo politico italiano del dopoguerra. La mossa di Togliatti- che era assai lungimirante non solo perché assicurava al Partito Comunista il ruolo di forza leader all’interno del CLN ma anche e soprattutto perché gli consentiva di entrare direttamente nel governo <105- denotò uno spiccato pragmatismo politico, sorprendente per il leader di una forza che negli anni ’30, nel pieno della dittatura fascista, ancora si ostinava a ritenere possibile ed attuale la prospettiva rivoluzionaria e denunciava tutti gli altri partiti come “una catena di forze reazionarie, che partendo dal fascismo comprende i gruppi antifascisti che non hanno grandi basi di massa (liberali), quelli che hanno una base nei contadini e nella piccola borghesia (democratici, popolari, repubblicani) e in parte anche negli operai (partito socialista riformista) e quelli che avendo una base proletaria tendono a mantenere le masse operaie in una condizione di passività (partito massimalista)” <106. A Salerno Togliatti delinea una svolta delle forze comuniste sintetizzabile con il passaggio dalla prospettiva della rivoluzione, della dittatura del proletariato alla prospettiva della più realistica creazione di una democrazia pluralista e progressista.
Le resistenze socialiste ed azioniste alla svolta di Salerno e alla proposta togliattiana furono vinte dalla soluzione di compromesso trovata il 12 aprile da Enrico de Nicola, in collaborazione con Croce e Carlo Sforza, consistente nel formale mantenimento della carica di sovrano da parte di Vittorio Emanuele III e nel sostanziale trasferimento di poteri al figlio Umberto I in qualità di Luogotenente del regno. Tale trasferimento si sarebbe verificato a decorrere dall’atto di liberazione di Roma. Il 22 aprile si ebbe la formazione del nuovo ministero Badoglio con la partecipazione di diverse personalità dei partiti antifascisti, quali Togliatti e Fausto Gullo per i comunisti, Pietro Mancini per i socialisti, Croce e Arangio Ruiz per i liberali, l’indipendente Sforza e gli azionisti Alberto Tarchiani e Adolfo Omodeo <107.
Altra questione su cui sorgevano i contrasti tra i partiti del CLN era quella dell’assetto politico e sociale che si sarebbe voluto dare all’Italia del dopoguerra; queste divergenze diventeranno palesi a partire dalla fine del ’45 e saranno al centro del dibattito portato avanti all’interno di quell’Assemblea Costituente deputata alla stesura della Costituzione repubblicana. Generale era il plauso alla democrazia mentre differenti erano le accezioni che se ne avevano; i due gruppi politici di sinistra radicale, i comunisti e i socialisti, erano intenzionati a impedire la restaurazione dello Stato liberale, le cui istituzioni cardine (monarchia, esercito, grande industria, agrari) avevano contribuito fortemente all’avvento del fascismo, e avevano come fine ultimo l’instaurazione di una società socialista fondata sulla collettivizzazione dei mezzi di produzione. Gli azionisti, pur condividendo l’obiettivo di esautorare le forze complici del fascismo, avevano come stella polare il proposito sia di ristabilire le libertà politiche e civili nel quadro di una democrazia profondamente rinnovata sia di adottare un riformismo economico-sociale che fosse in grado di coniugare la proprietà pubblica con quella privata <108; un classico programma di centro-sinistra lontano dalle stravaganze rivoluzionarie del comunismo sovietico. Al centro dello schieramento vi erano i democristiani che da un punto di vista istituzionale erano perlopiù favorevoli all’instaurazione della repubblica (tranne una stretta minoranza monarchica) e da un punto di vista economico-sociale, pur convinti della necessità di una profonda opera di riforma della società che appianasse determinate disuguaglianze (giova in tal senso ricordare che i democristiani riprendevano l’eredità dei popolari, i quali nello stato liberale si erano battuti in difesa dei contadini poveri soprattutto meridionali inserendo nel loro programma istanze come la redistribuzione della proprietà terriera per favorire l’emergere di una piccola e media proprietà contadina), intendevano dare un segno moderato all’impulso di rinnovamento sociale. A destra vi erano i liberali, i quali intendevano mantenere sul trono la dinastia sabauda e concepivano lo stato post-fascista essenzialmente in termini di continuità con lo Stato liberale <109.
[NOTE]
98 P.MONELLI, Roma 1943, cit., pp.177-178
99 ALESSANDRO SPINELLI, I repubblicani del secondo dopoguerra (1943-1953), Longo, Ravenna 1998, pp.3-13
100 M.SALVADORI, Storia d’Italia, cit., p.308
101 IVANOE BONOMI, Diario di un anno (2 giugno 1943-10 giugno 1944), Garzanti, Milano 1947
102 M.SALVADORI, Storia d’Italia, cit., p.302
103 Ivi pp.288-289
104 Ivi p.302
105 M.SALVADORI, Storia d’Italia, cit., p.303
106 A. GRAMSCI e P.TOGLIATTI, Tesi di Lione, 1926 in ANTONIO GRAMSCI, La costruzione del Partito Comunista 1923-1926, Einaudi, Torino 1975, pp.488-513
107 M.SALVADORI, Storia d’Italia, cit., p.304
108 Ivi, p.298
109 Ibidem
Guglielmo Salimei, Roma negli anni della liberazione: occupazione nazista e lotta partigiana, Tesi di laurea, Università Luiss "Guido Carli", Anno accademico 2020-2021