Come però si vedrà, il realismo pragmatico di Togliatti non era riuscito a raggiungere l’obiettivo indispensabile: anche se il Partito comunista si sarebbe mosso all’interno dell’ambito costituzionale, le argomentazioni addotte, pur sottili ed articolate, non si dimostrarono sufficientemente convincenti da far desistere una parte di militanti ed intellettuali dal coltivare il desiderio di un’altra forma di rivoluzione. Qualcosa a sinistra del Pci iniziava a muoversi tanto che la conseguenza più incisiva del 1956 fu quella di una cristallizzazione inconciliabile tra due posizioni, un doppio irrigidimento, del togliattismo da una parte, dell’utopia rivoluzionaria dall’altra <25. Un problema cogente che si sarebbe riproposto in forme non più solo intellettuali ma anche visibilmente prepotenti e difficilmente gestibili. Gli effetti che il 1956 provocò sulla fede dei militanti furono significativi. L’operazione con cui il togliattismo aveva provato a giustificare la scelta della linea politica democratica inserendola all’interno di un’ideale continuità con la storia dell’Unione Sovietica e con l’ideologia leninista non avevano impedito la diffusione di un certo disagio. Togliatti era riuscito a limitare i danni di una temuta emorragia ma non si può negare che a partire dal 1956 sarebbe iniziata un parabola discendente nelle iscrizioni arrestatasi solo agli inizi degli anni Settanta. Se l’effetto che proprio il 1956 ebbe sul tesseramento fu complessivamente contenuto - con una flessione del numero degli iscritti tra 1956 e 1957 di 210.011 unità <26 -, ad essere espulsi o ad uscire volontariamente dalle file del partito, oltre che noti dirigenti, furono uomini di spicco della cultura italiana come Calvino, Cantimori e Sapegno. Ma il pericolo scampato e la sostanziale tenuta non esaurirono l’annosa questione circa le modalità della rivoluzione.
La critica più graffiante giunse sei anni dopo quell’«indimenticabile» anno e, assumendo la veste di fuoco amico, toccò il cuore stesso del togliattismo, quello della strategia rivoluzionaria. Il 31 dicembre 1962 il «Rénmín Rìbào», organo ufficiale del Partito comunista cinese, pubblicò un famoso articolo intitolato "Le divergenze tra il compagno Togliatti e noi" nel quale si evidenziava, inter alia, l’assoluta inadeguatezza della «via pacifica e democratica al socialismo» proposta dal Pci. Per il Comitato centrale del Pcc, promuovere le riforme di struttura - un’espressione che, significativamente, trovava una difficile traduzione nella lingua cinese - equivaleva a non comprendere una delle caratteristiche fondamentali del capitalismo, quella della sua adattabilità come strategia di sopravvivenza, quella che usava ciò che potremmo qui definire «inclusione repressiva» come per continuare, indisturbato, nel suo sfruttamento: "Come la democrazia praticata in tutti gli altri paesi capitalisti, la democrazia praticata in Italia è una democrazia borghese, cioè una dittatura borghese. [...] Allo scopo di mantenere il suo sfruttamento e il suo dominio, la classe capitalista monopolista può talvolta adottare certe misure di riforma" <27. La consapevolezza di tale forma di potere avrebbe permesso al Pci di condurre con maggior coscienza la lotta per le riforme. Per il Pcc, infatti, non si trattava tanto di rinunciare a combattere per le riforme quanto piuttosto di inserire quelle lotte in una giusta prospettiva; in sostanza, non scambiare la tattica per la strategia: "È del tutto necessario per la classe operaia nei paesi capitalisti condurre quotidianamente lotte economiche e lotte per la democrazia. Ma lo scopo di queste lotte è di conseguire miglioramenti parziali nelle condizioni di vita della classe operaia e del popolo lavoratore e, ciò che è più importante, di educare le masse e organizzarle, elevare la loro coscienza e accumulare la forza rivoluzionaria per la conquista del potere dello Stato quando i tempi sono maturi" <28. In conseguenza di queste considerazioni, l’editoriale cercava così di ricondurre il profilo posticcio della strategia del Pci alla sua naturalità, quella della «doppia tattica»: "Ciò vale a dire che i comunisti devono essere preparati a impiegare la doppia tattica: cioè mentre si preparano al pacifico sviluppo della rivoluzione, essi devono essere pienamente preparati per il suo sviluppo non pacifico. Solo in questo modo essi possono evitare di essere presi alla sprovvista quando emerga una situazione favorevole alla rivoluzione e quando la borghesia ricorre alla violenza per reprimere la rivoluzione" <29. Come si può osservare, le accuse mosse dal Partito comunista cinese toccavano il cuore del togliattismo. Il ragionamento geometrico muoveva dall’incapacità dei comunisti italiani di identificare nell’inclusione repressiva lo strumento del capitalismo contemporaneo e da tale incompresione veniva fatta discendere l’illusione che la tattica potesse assurgere a strategia, e cioè credere nella possibilità che la via italiana al socialismo potesse realizzarsi nella legalità democratica e per mezzo di riforme di struttura. E proprio questa incapacità aveva - e avrebbe - spinto lo stesso partito a trovarsi impreparato in quei momenti in cui una situazione favorevole avrebbe potuto avere un esito realmente rivoluzionario. In quell’editoriale c’era infatti una frase la cui pungente finezza non poteva sfuggire nemmeno ad un lettore distratto: «essere presi alla sprovvista quando emerga una situazione favorevole alla rivoluzione». Scritte alla fine del 1962, parole come queste non apparivano certo peregrine agli occhi di un militante comunista; anzi, esse non solo assumevano come la forza di una verità rivelata, ma inchiodavano la riflessione comunista al coraggio di quella verità.
Tre significativi eventi della storia italiana, tre «occasioni perdute», potevano infatti inverare la fondatezza di quella affermazione. Il primo di questi aveva avuto luogo il 14 luglio 1948, quando un fanatico, Antonio Pallante, aveva sparato e ferito gravemente Togliatti mentre questi usciva dalla Camera. Le ricostruzioni storiche di quell’episodio mostrano chiaramente come la reazione dei militanti fosse sul punto di spingere l’Italia sull’orlo della rivoluzione. La diffusione della notizia condusse ad una sospensione di tutte le attività lavorative e a manifestazioni di piazza in tutto il paese accompagnate dai gesti più tipici di un’insurrezione. Mentre a Torino gli operai della Fiat occuparono gli stabilimenti sequestrando l’amministratore delegato Valletta, a Venezia Mestre furono eretti blocchi stradali; se a Genova il movimento di protesta assunse chiaramente il potere, in Italia centrale, ad Abbadia San Salvatore sul Monte Amiata, alcuni minatori si impossessarono della centrale telefonica che controllava le comunicazioni tra il Centro e il Nord Italia <30. Indiscutibilmente intensi, i disordini furono circoscritti alle zone centro-settentrionali. Non si può tuttavia negare che dietro la reazione emotiva di chi era sceso in piazza pronto a fare la rivoluzione vi fosse qualcosa di più profondo che una comprensibile voglia di vendetta. Se l’esito del movimento partigiano, la mancata approvazione di alcune riforme, la frustrazione dalla sconfitta del Fronte popolare alle elezioni di aprile erano state trattenute dalla fede politica nel partito e soprattutto dal carisma dello stesso Togliatti, il transfert che nell’immediatezza quell’attentato poteva provocare sui militanti comunisti era potenzialmente esplosivo: la rivoluzione condotta per via democratica e in modo progressivo cadeva sotto i colpi di pistola di un fanatico e, più simbolicamente, veniva annientata nel corpo ferito e sanguinante del leader del Pci, steso a terra proprio davanti alla Camera, tempio di quella democrazia. Violato il compromesso, si apriva la strada ad una spontaneità rivoluzionaria che aveva tutto il sapore di una rivincita. La reazione di Togliatti e di tutta la classe dirigente comunista fu allora quella di frenare gli istinti rivoluzionari in parte per motivi logistici: anche i più intransingenti come Secchia riconobbero infatti che le agitazioni si erano prevalentemente verificate al Nord - Venezia, Torino, Genova - e che l’esito di una forzatura in senso rivoluzionario sarebbe stato troppo rischioso; in parte, e soprattutto, perché l’elevato livello di incertezza di un’azione che appariva azzardata avrebbe irrimediabilmente provocato conseguenze esiziali, compromettendo la sincerità democratica del Partito comunista stesso <31. Questo episodio permetteva così di comprendere come la forma di lotta proposta da Togliatti si fosse assestata come un mezzo successo: se l’operazione era apparsa accettabile alle istituzioni - che tuttavia avevano già dimostrato di essere prontamente disposte ad escludere dalla compagine governativa il Pci per motivi di convenienza -, in modo tutt’altro che convincente essa era stata percepita dalla base del partito. In sostanza, Togliatti non era riuscito a cancellare dalle menti di un corpo sostanzialmente omogeneo - composto da ex partigiani, militanti ed operai - la predisposizione all’altra forma di rivoluzione. Allora, nel luglio 1948, dopo che il desiderio della Resistenza era stato tradito, dopo che i comunisti erano stati esclusi dal governo nel 1947, dopo che il Fronte popolare aveva perso le elezioni ad aprile dell’anno successivo, e dopo che il leader del Pci veniva addirittura ferito a morte, allora, il progetto della democrazia progressiva sembrava realisticamente impraticabile, allora, si diffondeva un incontrollabile diritto di rivincita, allora, si giungeva insomma alla resa dei conti. La seconda «situazione favorevole» per la sinistra italiana si sarebbe verificata dodici anni più tardi, nel luglio 1960. Nella seconda metà degli anni Cinquanta all’interno della Democrazia cristiana si era aperto un dibattito sull’opportunità di una «apertura a sinistra». Nel gennaio del 1959 la caduta del governo Fanfani, allora segretario della Dc e sostenitore convinto di quella proposta, era stata accompagnata dalla nascita all’interno del partito di una nuova corrente, quella dei dorotei, che di lì a poco sarebbe divenuta dominante ed avrebbe eletto Aldo Moro nuovo segretario. Non ostili all’«apertura a sinistra», i dorotei nobilitavano piuttosto l’aspetto della tempistica, proponendo un cauto e prolungato rinvio dell’attuazione di quella soluzione. Mentre si consumava questo dibattito all’interno del partito, si poneva al tempo stesso il problema di trovare un’affidabile maggioranza che sostenesse un nuovo governo. Nella primavera del 1960 il presidente della Repubblica Gronchi affidò l’incarico a Fernando Tambroni, un esponente di secondo piano della Dc, un’opportunista che si mostrava come paladino dell’ordine ma che teneva ad avere buoni rapporti anche col Psi. Il passaggio obbligato del voto di fiducia dell’8 aprile delineò in modo chiaro uno scenario insolito: la fiducia fu ottenuta col sostegno indispensabile dei parlamentari del Movimento sociale. La posizione in cui il partito neofascista venne a trovarsi fu il frutto di una spinta proveniente dalla destra democristiana e da alcuni ambienti vaticani, settori questi che, intimamente ostili all’apertura a sinistra, temevano che l’ingresso del Psi nel governo fosse solo un cavallo di Troia per una soluzione più larga, quella che avrebbe potuto includere anche il Pci. Diveniva così necessario soffocare quel piano sul nascere, intraprendendo l’esperimento politico del sostegno neofascista al governo Tambroni come prova dell’esistenza di un’alternativa. Il potere di ricatto che questa posizione offriva però al Movimento sociale non tardò a manifestarsi in una richiesta assai inopportuna ma che Tambroni approvò: la convocazione del VI Congresso del Msi nella città di Genova. Oltre all’inopportunità del luogo - Genova era infatti città medaglia d’oro per la Resistenza -, il partito guidato da Michelini annunciò che a quella occasione avrebbe preso parte anche Carlo Emanuele Basile, ultimo prefetto di Genova durante la Repubblica di Salò e responsabile della messa a morte e della deportazione di molti operai ed antifascisti. La reazione dei genovesi non si fece attendere [...]
[NOTE]
25 Breschi, Sognando la rivoluzione, cit., pp. 29-30.
26 Dati riportati in Vittoria, Storia del Pci, cit., p. 86.
27 Le divergenze tra il compagno Togliatti e noi, in «Rénmín Rìbào», 31 dicembre 1962.
28 Ibid.
29 Ibid.
30 Una ricostruzione dell’evento si trova in Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., pp. 157-159. È opportuno ricordare che l’episodio fu emotivamente così significativo da spingere il cantastorie Marino Piazza a comporre, a ridosso degli eventi, una ballata, L’attentato a Togliatti, con l’intento di ricostruire la cronaca di quelle ore, esorcizzarne la paura e consegnarne il ricordo alla memoria collettiva.
31 «Certo, l’attacco insurrezionale - e la certa sconfitta - nel 1946 e nel 1948 avrebbero fatto piacere a molti. Niente burocratizzazione, in quel caso! Tutti i “quadri rivoluzionari” a scuola di strategia e di tattica nelle carceri o in esilio!», questo il commento di Togliatti nel 1960; cfr. Roderigo di Castiglia, A ciascuno il suo, in «Rinascita», 1960, 5, citato in ivi, p. 159.
Andrea Bertini, Una sola moltitudine. Rivoluzione e modernizzazione alle origini del Sessantotto, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2013-2014
La critica più graffiante giunse sei anni dopo quell’«indimenticabile» anno e, assumendo la veste di fuoco amico, toccò il cuore stesso del togliattismo, quello della strategia rivoluzionaria. Il 31 dicembre 1962 il «Rénmín Rìbào», organo ufficiale del Partito comunista cinese, pubblicò un famoso articolo intitolato "Le divergenze tra il compagno Togliatti e noi" nel quale si evidenziava, inter alia, l’assoluta inadeguatezza della «via pacifica e democratica al socialismo» proposta dal Pci. Per il Comitato centrale del Pcc, promuovere le riforme di struttura - un’espressione che, significativamente, trovava una difficile traduzione nella lingua cinese - equivaleva a non comprendere una delle caratteristiche fondamentali del capitalismo, quella della sua adattabilità come strategia di sopravvivenza, quella che usava ciò che potremmo qui definire «inclusione repressiva» come per continuare, indisturbato, nel suo sfruttamento: "Come la democrazia praticata in tutti gli altri paesi capitalisti, la democrazia praticata in Italia è una democrazia borghese, cioè una dittatura borghese. [...] Allo scopo di mantenere il suo sfruttamento e il suo dominio, la classe capitalista monopolista può talvolta adottare certe misure di riforma" <27. La consapevolezza di tale forma di potere avrebbe permesso al Pci di condurre con maggior coscienza la lotta per le riforme. Per il Pcc, infatti, non si trattava tanto di rinunciare a combattere per le riforme quanto piuttosto di inserire quelle lotte in una giusta prospettiva; in sostanza, non scambiare la tattica per la strategia: "È del tutto necessario per la classe operaia nei paesi capitalisti condurre quotidianamente lotte economiche e lotte per la democrazia. Ma lo scopo di queste lotte è di conseguire miglioramenti parziali nelle condizioni di vita della classe operaia e del popolo lavoratore e, ciò che è più importante, di educare le masse e organizzarle, elevare la loro coscienza e accumulare la forza rivoluzionaria per la conquista del potere dello Stato quando i tempi sono maturi" <28. In conseguenza di queste considerazioni, l’editoriale cercava così di ricondurre il profilo posticcio della strategia del Pci alla sua naturalità, quella della «doppia tattica»: "Ciò vale a dire che i comunisti devono essere preparati a impiegare la doppia tattica: cioè mentre si preparano al pacifico sviluppo della rivoluzione, essi devono essere pienamente preparati per il suo sviluppo non pacifico. Solo in questo modo essi possono evitare di essere presi alla sprovvista quando emerga una situazione favorevole alla rivoluzione e quando la borghesia ricorre alla violenza per reprimere la rivoluzione" <29. Come si può osservare, le accuse mosse dal Partito comunista cinese toccavano il cuore del togliattismo. Il ragionamento geometrico muoveva dall’incapacità dei comunisti italiani di identificare nell’inclusione repressiva lo strumento del capitalismo contemporaneo e da tale incompresione veniva fatta discendere l’illusione che la tattica potesse assurgere a strategia, e cioè credere nella possibilità che la via italiana al socialismo potesse realizzarsi nella legalità democratica e per mezzo di riforme di struttura. E proprio questa incapacità aveva - e avrebbe - spinto lo stesso partito a trovarsi impreparato in quei momenti in cui una situazione favorevole avrebbe potuto avere un esito realmente rivoluzionario. In quell’editoriale c’era infatti una frase la cui pungente finezza non poteva sfuggire nemmeno ad un lettore distratto: «essere presi alla sprovvista quando emerga una situazione favorevole alla rivoluzione». Scritte alla fine del 1962, parole come queste non apparivano certo peregrine agli occhi di un militante comunista; anzi, esse non solo assumevano come la forza di una verità rivelata, ma inchiodavano la riflessione comunista al coraggio di quella verità.
Tre significativi eventi della storia italiana, tre «occasioni perdute», potevano infatti inverare la fondatezza di quella affermazione. Il primo di questi aveva avuto luogo il 14 luglio 1948, quando un fanatico, Antonio Pallante, aveva sparato e ferito gravemente Togliatti mentre questi usciva dalla Camera. Le ricostruzioni storiche di quell’episodio mostrano chiaramente come la reazione dei militanti fosse sul punto di spingere l’Italia sull’orlo della rivoluzione. La diffusione della notizia condusse ad una sospensione di tutte le attività lavorative e a manifestazioni di piazza in tutto il paese accompagnate dai gesti più tipici di un’insurrezione. Mentre a Torino gli operai della Fiat occuparono gli stabilimenti sequestrando l’amministratore delegato Valletta, a Venezia Mestre furono eretti blocchi stradali; se a Genova il movimento di protesta assunse chiaramente il potere, in Italia centrale, ad Abbadia San Salvatore sul Monte Amiata, alcuni minatori si impossessarono della centrale telefonica che controllava le comunicazioni tra il Centro e il Nord Italia <30. Indiscutibilmente intensi, i disordini furono circoscritti alle zone centro-settentrionali. Non si può tuttavia negare che dietro la reazione emotiva di chi era sceso in piazza pronto a fare la rivoluzione vi fosse qualcosa di più profondo che una comprensibile voglia di vendetta. Se l’esito del movimento partigiano, la mancata approvazione di alcune riforme, la frustrazione dalla sconfitta del Fronte popolare alle elezioni di aprile erano state trattenute dalla fede politica nel partito e soprattutto dal carisma dello stesso Togliatti, il transfert che nell’immediatezza quell’attentato poteva provocare sui militanti comunisti era potenzialmente esplosivo: la rivoluzione condotta per via democratica e in modo progressivo cadeva sotto i colpi di pistola di un fanatico e, più simbolicamente, veniva annientata nel corpo ferito e sanguinante del leader del Pci, steso a terra proprio davanti alla Camera, tempio di quella democrazia. Violato il compromesso, si apriva la strada ad una spontaneità rivoluzionaria che aveva tutto il sapore di una rivincita. La reazione di Togliatti e di tutta la classe dirigente comunista fu allora quella di frenare gli istinti rivoluzionari in parte per motivi logistici: anche i più intransingenti come Secchia riconobbero infatti che le agitazioni si erano prevalentemente verificate al Nord - Venezia, Torino, Genova - e che l’esito di una forzatura in senso rivoluzionario sarebbe stato troppo rischioso; in parte, e soprattutto, perché l’elevato livello di incertezza di un’azione che appariva azzardata avrebbe irrimediabilmente provocato conseguenze esiziali, compromettendo la sincerità democratica del Partito comunista stesso <31. Questo episodio permetteva così di comprendere come la forma di lotta proposta da Togliatti si fosse assestata come un mezzo successo: se l’operazione era apparsa accettabile alle istituzioni - che tuttavia avevano già dimostrato di essere prontamente disposte ad escludere dalla compagine governativa il Pci per motivi di convenienza -, in modo tutt’altro che convincente essa era stata percepita dalla base del partito. In sostanza, Togliatti non era riuscito a cancellare dalle menti di un corpo sostanzialmente omogeneo - composto da ex partigiani, militanti ed operai - la predisposizione all’altra forma di rivoluzione. Allora, nel luglio 1948, dopo che il desiderio della Resistenza era stato tradito, dopo che i comunisti erano stati esclusi dal governo nel 1947, dopo che il Fronte popolare aveva perso le elezioni ad aprile dell’anno successivo, e dopo che il leader del Pci veniva addirittura ferito a morte, allora, il progetto della democrazia progressiva sembrava realisticamente impraticabile, allora, si diffondeva un incontrollabile diritto di rivincita, allora, si giungeva insomma alla resa dei conti. La seconda «situazione favorevole» per la sinistra italiana si sarebbe verificata dodici anni più tardi, nel luglio 1960. Nella seconda metà degli anni Cinquanta all’interno della Democrazia cristiana si era aperto un dibattito sull’opportunità di una «apertura a sinistra». Nel gennaio del 1959 la caduta del governo Fanfani, allora segretario della Dc e sostenitore convinto di quella proposta, era stata accompagnata dalla nascita all’interno del partito di una nuova corrente, quella dei dorotei, che di lì a poco sarebbe divenuta dominante ed avrebbe eletto Aldo Moro nuovo segretario. Non ostili all’«apertura a sinistra», i dorotei nobilitavano piuttosto l’aspetto della tempistica, proponendo un cauto e prolungato rinvio dell’attuazione di quella soluzione. Mentre si consumava questo dibattito all’interno del partito, si poneva al tempo stesso il problema di trovare un’affidabile maggioranza che sostenesse un nuovo governo. Nella primavera del 1960 il presidente della Repubblica Gronchi affidò l’incarico a Fernando Tambroni, un esponente di secondo piano della Dc, un’opportunista che si mostrava come paladino dell’ordine ma che teneva ad avere buoni rapporti anche col Psi. Il passaggio obbligato del voto di fiducia dell’8 aprile delineò in modo chiaro uno scenario insolito: la fiducia fu ottenuta col sostegno indispensabile dei parlamentari del Movimento sociale. La posizione in cui il partito neofascista venne a trovarsi fu il frutto di una spinta proveniente dalla destra democristiana e da alcuni ambienti vaticani, settori questi che, intimamente ostili all’apertura a sinistra, temevano che l’ingresso del Psi nel governo fosse solo un cavallo di Troia per una soluzione più larga, quella che avrebbe potuto includere anche il Pci. Diveniva così necessario soffocare quel piano sul nascere, intraprendendo l’esperimento politico del sostegno neofascista al governo Tambroni come prova dell’esistenza di un’alternativa. Il potere di ricatto che questa posizione offriva però al Movimento sociale non tardò a manifestarsi in una richiesta assai inopportuna ma che Tambroni approvò: la convocazione del VI Congresso del Msi nella città di Genova. Oltre all’inopportunità del luogo - Genova era infatti città medaglia d’oro per la Resistenza -, il partito guidato da Michelini annunciò che a quella occasione avrebbe preso parte anche Carlo Emanuele Basile, ultimo prefetto di Genova durante la Repubblica di Salò e responsabile della messa a morte e della deportazione di molti operai ed antifascisti. La reazione dei genovesi non si fece attendere [...]
[NOTE]
25 Breschi, Sognando la rivoluzione, cit., pp. 29-30.
26 Dati riportati in Vittoria, Storia del Pci, cit., p. 86.
27 Le divergenze tra il compagno Togliatti e noi, in «Rénmín Rìbào», 31 dicembre 1962.
28 Ibid.
29 Ibid.
30 Una ricostruzione dell’evento si trova in Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., pp. 157-159. È opportuno ricordare che l’episodio fu emotivamente così significativo da spingere il cantastorie Marino Piazza a comporre, a ridosso degli eventi, una ballata, L’attentato a Togliatti, con l’intento di ricostruire la cronaca di quelle ore, esorcizzarne la paura e consegnarne il ricordo alla memoria collettiva.
31 «Certo, l’attacco insurrezionale - e la certa sconfitta - nel 1946 e nel 1948 avrebbero fatto piacere a molti. Niente burocratizzazione, in quel caso! Tutti i “quadri rivoluzionari” a scuola di strategia e di tattica nelle carceri o in esilio!», questo il commento di Togliatti nel 1960; cfr. Roderigo di Castiglia, A ciascuno il suo, in «Rinascita», 1960, 5, citato in ivi, p. 159.
Andrea Bertini, Una sola moltitudine. Rivoluzione e modernizzazione alle origini del Sessantotto, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2013-2014
