domenica 26 aprile 2026

Molto spesso il paradigma della crisi persistente e irrisolta diviene esplicativo delle vicende italiane dell’ultimo quarto del secolo scorso


«Come nel ’68? No, peggio, oggi c’è la crisi». Tra i tanti slogan presenti sui muri dell’università romana nel 1977, uno dei più iconici prendeva di mira l’abusato e ambivalente confronto con l’anno della contestazione <1, sottolineando lo scarto più consistente: laddove la fine degli anni sessanta si misurava con le contraddizioni del miracolo economico italiano, nei settanta la cifra dominante è quella della crisi. Crisi economica, degli equilibri internazionali, del sistema politico, dei rapporti sociali. Duro stabilire a posteriori quanta consapevolezza vi fosse nella “generazione dell’anno nove” <2 del carattere periodizzante, di cesura storica, oggi largamente riconosciuto al decennio settanta del secolo scorso; sicuramente l’impressione forte e ineliminabile era quella di muoversi in un orizzonte più cupo e disperato rispetto a quello dei propri padri e, persino, fratelli maggiori <3, senza peraltro che ciò comportasse necessariamente la rinuncia a un approccio vitalistico all’esistente.
Prima di conferire sostanza a tale impressione, delineando le linee di sviluppo del paese e del contesto internazionale nel periodo considerato, conviene confrontarsi con la categoria di crisi, onde evitare un uso acritico e sondarne la validità interpretativa per il decennio in oggetto. Luca Baldissara mette in guardia da un utilizzo ambiguo del termine, che ne faccia un escamotage con cui rievocare periodi storici dei quali non si riesca a trovare il bandolo della matassa, la chiave interpretativa. Aggiunge però, in un passo successivo: "D’altro canto, la categoria di crisi può viceversa contribuire efficacemente all’interpretazione dei processi di mutamento in corso nella società quando sia ricondotta alla dialettica continuità/rottura propria della dinamica storica, al concetto di “transizione” da un sistema ad un altro. Quando cioè crisi diviene una lente d’ingrandimento che consente di osservare il dipanarsi dei meccanismi e degli elementi di rottura di un equilibrio tra i diversi settori - economico-sociale, politico-istituzionale, civico-culturale, normativo-giudiziario - che garantiscono la vita associata, la tenuta di un sistema, il funzionamento dei processi di integrazione individuale e collettiva" <4. Nei suoi studi di storia concettuale, Koselleck <5 individua tre modelli semantici ai quali può essere ricondotto l’uso moderno della parola crisi, che nel linguaggio della filosofia della storia si sostengono a vicenda e si mescolano. Il termine, nel significato che qui interessa, oscilla sul crinale della sua declinazione come concetto periodale iterativo e come decisione ultima. Nel primo caso l’accento batte sul processo (e spesso sul progresso) storico, scandito da crisi che costituiscono altrettante spinte al cambiamento; nel secondo l’accezione è più marcatamente teleologica, con riferimento alla crisi come «ultima grande e definita decisione, dopo la quale la storia del futuro si presenterà in modo del tutto diverso» <6.
Guardando a coloro che vissero negli anni settanta, il timore o la speranza che la crisi (economica, politica, internazionale) fosse quella definitiva si intreccia con la considerazione dell’andamento ciclico della storia, scandito - con termini mutuati dal linguaggio economico - da progresso, crisi e riprese. Se il timore apparteneva a quanti credevano nella funzionalità del sistema e auspicavano la sua conservazione al netto dei necessari correttivi, la speranza viceversa era cullata da quei soggetti e organizzazioni che si rifacevano al Marx teorico del collasso ineluttabile del capitalismo, nel quale convivono a ben vedere entrambe le accezioni del concetto qui considerate.
Spostando lo sguardo sul tempo presente, è diffusa fra gli storici l’interpretazione del decennio in esame come periodo di crisi <7, con riferimento alla declinazione del concetto in senso periodale iterativo. In alcuni casi <8 l’affezione è considerata salutare, benefica, o quantomeno foriera di possibili soluzioni a vecchi mali. Molto spesso <9 il paradigma della crisi persistente e irrisolta diviene esplicativo delle vicende italiane dell’ultimo quarto del secolo scorso, e oltre; se il frangente di crisi è spostato in avanti e fatto coincidere con gli anni ottanta, il decennio precedente ne costituisce perlomeno l’incubatore <10. In ogni caso gli anni settanta rappresentano uno stress test per i fragili equilibri del paese, sottoposto alle fibrillazioni derivanti dalla stagnazione economica accompagnata a un’inflazione galoppante, dalla contrastata ristrutturazione industriale, dall’impasse politica esemplificata nella formula del governo delle astensioni varata nel 1976, dalle tensioni internazionali, dalle problematiche sociali, dal sempre più insistito ricorso alla violenza politica e alla lotta armata da parte degli agenti della contestazione.
Né tuttavia questa segmentazione del tempo storico è l’unica possibile; evidenziare la dimensione della crisi come ermeneutica per il periodo considerato equivale ad adottare un punto di vista strettamente occidentalocentrico, della qual cosa occorre avere consapevolezza. Inoltre, la stessa storiografia offre spunti differenti, anche qualora incentri il proprio sguardo sul quadrante nord-ovest del mondo: ne è un esempio un testo che ha goduto di recente, notevole fortuna: "Dopoguerra" di Tony Judt <11. L’autore fornisce un’interpretazione della storia del continente europeo a partire dal secondo conflitto mondiale, in cui la cesura dei settanta risulta sfumata, letta nell’ottica della transizione verso gli equilibri della contemporaneità; ne sono eloquente testimonianza la scansione dei capitoli e la periodizzazione ad essa sottesa, che fa seguire all’età della «prosperità e malcontento: 1953-1971» l’«intervallo: 1971-1989».
Ancora una volta torna utile Koselleck, e il rapporto che istituisce fra struttura, evento, punto di vista e temporalizzazione nella disciplina storica <12. La sua riflessione, che si configura come una semantica dei tempi storici, permette di tematizzare il periodo in esame in modo meno aleatorio: l’interpretazione degli anni settanta come frangente di crisi costituisce non solo un punto di vista determinato sul passato, ma uno strato temporale che si sovrappone e si intreccia ai molti altri possibili. Così, l’enfasi posta sul decennio, e al suo interno sulle forme della contestazione politica, rappresenta una delle possibili configurazioni di quel tempo storico, e contribuisce per mezzo della variazione di scala ad arricchirne la conoscenza. Tenendo presente che la capacità esplicativa della prospettiva adottata varia al variare della scala, e al collocarsi ai differenti livelli di gradazione delle dimensioni storiche del mutamento e della durata.
[NOTE]
1 Tema più volte affrontato nelle analisi degli studenti in lotta nel corso del 1977, così come nelle intemerate a colpi di cori durante i cortei e di pennellate murali: si veda, ad esempio, Collettivo “La nostra assemblea” (a cura di), Le radici di una rivolta. Il movimento studentesco a Roma: interpretazioni, fatti e documenti. Febbraio-aprile 1977, Feltrinelli, Milano 1977, pp. 11-66, 161-74.
2 Ancora un’espressione, coniata da Umberto Eco, in cui forte emerge il rapporto con i “fratelli maggiori” del 1968: Umberto Eco, La comunicazione “sovversiva” nove anni dopo il sessantotto, «Corriere della Sera», 25 febbraio 1977, ora Anno nove, in Id., Sette anni di desiderio. Cronache 1977-83, Bompiani, Milano 1983, pp. 59-63.
3 Cfr. Alberto De Bernardi, I movimenti di protesta e la lunga depressione dell’economia italiana, in Id., Valerio Romitelli e Chiara Cretella (a cura di), Gli anni Settanta. Tra crisi mondiale e movimenti collettivi, Archetipolibri, Bologna 2009, pp. 119-35.
4 Luca Baldissara, Le radici della crisi. Un’introduzione, in Id. (a cura di), Le radici della crisi. L’Italia tra gli anni Sessanta e Settanta, Carocci, Roma 2001, pp. 9-30, in particolare pp. 15-16.
5 Reinhart Koselleck, Il vocabolario della modernità. Progresso, crisi, utopia e altre storie di concetti, il Mulino, Bologna 2009, pp. 95-109. Sul rapporto fra modernità, progresso e crisi si veda anche R. Koselleck, Sulla disponibilità della storia, in Id., Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici, Marietti, Genova 19962, pp. 223-38.
6 Id., Il vocabolario della modernità, cit., p. 104.
7 Forse il testo più significativo del paradigma della crisi a partire dagli anni settanta è Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve. 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi, Rizzoli, Milano 1995, qualora si consideri in particolare la terza parte, intitolata emblematicamente «La frana»: pp. 469-675. Cfr. anche, per un esempio più recente del valore periodizzante del decennio, Niall Ferguson et al., The Shock of the Global. The 1970s in Perspective, Belknap Press of Harvard University Press, London-Cambridge 2010.
8 Cfr., per fare due esempi, Vittorio Frosini, La democrazia nel XXI secolo, Ideazione, Roma 1997 e, parzialmente, Silvio Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana. L’economia, la politica, la cultura, la società dal dopoguerra agli anni ’90, Marsilio, Venezia 2005.
9 Si pensi ad Aurelio Lepre, Storia della prima Repubblica. L’Italia dal 1943 al 2003, il Mulino, Bologna 20053, opera nella quale l’avvertenza prima alla lettura è così formulata: «Questa terza edizione della Storia della prima Repubblica l’aggiorna fino al 2003. Si dovrebbe ripetere in essa ciò che fu scritto a proposito della seconda edizione, che portava l’aggiornamento al 1998: gli anni trascorrono, ma la storia della seconda Repubblica non sembra ancora iniziata e l’Italia sta vivendo una faticosa e difficile transizione di cui si continua a non intravedere il possibile sbocco. Ancora una volta, perciò, la Storia della prima Repubblica non può avere una vera e propria conclusione». Cfr.
inoltre quello che è diventato ormai un vero e proprio canone storiografico, riassunto efficacemente nel titolo: Guido Crainz, Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni ottanta, Donzelli, Roma 2003; nonché altri lavori di sintesi quali Piero Craveri, La Repubblica dal 1958 al 1992, Utet, Torino 1995 ed Enzo Santarelli, Storia critica della Repubblica. L’Italia dal 1945 al 1994, Feltrinelli, Milano 1996. Lo stesso Craveri in un’opera recente riprende l’ottica declinista e ne fa strumento di interpretazione delle vicende d’Italia; in particolare, in riferimento ai decenni settanta e ottanta vengono adoperate rispettivamente le categorie di «crisi» e di «occasioni mancate»: cfr. P. Craveri, L’arte del non governo. L’inesorabile declino della Repubblica italiana, Marsilio, Venezia 2016.
10 Cfr. Agostino Giovagnoli, La Repubblica degli italiani. 1946-2016, Laterza, Roma-Bari 2016; in quest’opera di sintesi gli anni ottanta divengono il tornante storico a partire da quale entra in crisi il vecchio mondo e si consuma il “cambiamento” sul piano dei rapporti internazionali, dell’economia, della società, della cristianità. Cfr. anche Paolo Soddu, La via italiana alla democrazia. Storia della Repubblica 1946-2013, Laterza, Roma-Bari 2017, per il quale le trasformazioni politico-sociali verificatesi nel periodo compreso tra il sequestro e l’omicidio Moro e l’inchiesta Mani pulite rappresentano la «crisi, agonia e morte della democrazia dissociativa e dei soggetti costituenti».
11 Tony Judt, Dopoguerra. Come è cambiata l’Europa dal 1945 a oggi, Mondadori, Milano 2007.
12 R. Koselleck, Futuro passato, cit.
Salvatore Corasaniti, Quando parla Onda Rossa. I Comitati autonomi operai e l'emittente romana alla fine degli anni settanta (1977-1980), Tesi di dottorato, La Sapienza - Università degli Studi di Roma, Anno accademico 2017-2018

lunedì 20 aprile 2026

Esponenti di Costruiamo l’azione si incontrarono comunque con uomini della Magliana


Predicante il superamento della separazione ideologica in linea con la teologia nazi maoista frediana <688, il fronte della c.d. “autonomia nera” <689 fluttuò attorno alla testata giornalista “Costruiamo l’azione” e al movimento politico “Terza Posizione”. Durante la fase centrifuga conseguente all’arresto del comandante nero Pierluigi Concutelli (13 febbraio 1977), “Costruiamo l’azione” divenne emblema della strategia ad arcipelago contrappostasi al vecchio fascismo gerarchizzato e monolitico. Aggregando nelle sue membra sensibilità disparate, dall’ordinovismo tradizionalista fino alla dogmatica del rigetto del fascismo mussoliniano, il giornale - costituitosi poi vero movimento politico - forgiò la visione di un pluralismo operativo autonomo, aggregato solo nei fatti per contrastare l’egemonia numerica delle esperienze dell’autonomia comunista. L’ampia gamma di risorse umane convogliate nel progetto, specchio di un manifesto politico fortemente improntato sull’antimperialismo statunitense e sul superamento del concetto di nazione in favore di quello di popolo/comunità, affiancò ad un nucleo dirigente infarcito di storici dogmatici della retorica neofascista (Signorelli, De Felice, Semerari, Fachini) un nutrito numero di giovani studenti (Calore, Aleandri) la cui celebrità passerà anche dalle cronache della Roma criminale <690. Non è segreto che l’area grigia di "Costruiamo l’azione", rappresentata dal duo Semerari-De Felice, nell’estate 1978 <691 abbia vagliato l’ipotesi di avvicinare la neonata Banda della Magliana <692 al fine di costituire un fronte operativo unico: “Altro ruolo invece aveva il Prof. Aldo Semerari; questi, oltre a partecipare al vertice organizzativo ed operativo... dei vari movimenti quali le comunità organiche di popolo, il Movimento Rivoluzionario Popolare e Costruiamo l'azione, era la figura di spicco come ideologo e per le conoscenze che aveva nel mondo giudiziario e politico. Inoltre, egli profittando del suo lavoro di perito psichiatra, assicurò i contatti dei movimenti eversivi di destra con i grossi personaggi della mafia, della camorra e della delinquenza comune in genere, tra gli altri Cutolo, Vallanzasca (dal quale fu invitato al matrimonio), Bergamelli (che mi confidò contatti con il Semerari), Jacques Berenguer ed il suo clan di marsigliesi, Giuseppucci Franco detto il Negro (uno dei capi dell'organizzazione romana per la importazione dalla Turchia di morfina base e per i sequestri di persona). Per tale attività Semerari ricevette un messaggio scritto col quale lo si avvertiva del grave pericolo che gli incombeva. […] In particolare, sul conto del Semerari posso citare come episodi della sua attività eversiva diverse riunioni politiche e organizzative anche sotto il profilo militare tenute nella sua villa di Poggio Mirteto con l'intervento del Signorelli, del Calore, di De Felice Alfredo, di Neri Maurizio talvolta di Scorza Pancrazio ed altri” <693. Come raccontato a più riprese dai pentiti Fulvio Lucioli <694 e Maurizio Abbatino, le proposte avanzate restarono in parte incompiute a fronte di elementi e situazioni che verranno contestualizzati in viste delle conclusioni del presente paragrafo.
La labilità della metodica eversiva fu, parimenti, cagione del riversamento di molte risorse umane nel contenitore armato noto con l’acronimo di Movimento Rivoluzionario Popolare. Vi furono però, altre sigle in grado di sopperire a simili rischi con la creazione di impalcature associative articolate. Ne è esempio Terza Posizione, creatura fondata ab origine sotto la sigla “lotta studentesca” dalla gioventù movimentista di Adinolfi, Fiore, Dimitri, e trasformatasi nel gennaio 1978 in un movimento politico benedetto in prima linea dall’ordinovista veneto Franco Freda. Radicatissimo nella capitale grazie ad una piramide gerarchizzata suddivisa tra nuclei territoriali <695, piccoli aggregati di poche persone denominati “cuib”, e un suo vertice elitario definito “legione”, TP fu una forza anomala nel panorama in virtù della costante dialettica interna tra spontaneismo (linea Zani) e organizzazione (linea Fiore-Adinolfi) <696. Il dibattito, per larghi tratti fittizio, fu screditato dalla rivelazione di un livello occulto dell’organizzazione (nucleo operativo) dedito al reperimento di risorse economiche ed armamenti tramite furti e rapine <697. In questa dimensione andrà collocandosi l’azione promossa dal gruppo della zona Eur, coordinato dall’ex avanguardista e rapinatore Peppe Dimitri, e congiuntosi, nel furto ai danni dell’armeria Omnia Sport, con un altro protagonista dell’ultima stagione del terrorismo nero: i Nuclei Armati Rivoluzionari.
Ideologicamente grezzi e popolati da un materiale umano più improntato allo scontro fisico che all’elaborazione teorico rivoluzionaria, i NAR nacquero da una costola del Fronte Universitario d’Azione Nazionale di via Siena: “Il gruppo che si riunisce in via Siena è sicuramente eterogeneo e non strutturato secondo moduli organizzativi: la sede del FUAN è solo un centro di raccolta di esperienze, soprattutto delittuose e terroristiche, portate avanti da giovani uniti dall'impazienza rivoluzionaria, privi di un progetto politico globale, ma uniti dal desiderio di praticare 'azioni militari' di contenuto e di rilievo ben superiore […] Non è un caso che in questo ambiente emergano le personalità di Alessandro Alibrandi, Dario Pedretti e Valerio Fioravanti, coinvolti in molteplici gravissime attività criminali di stampo terroristico-eversivo. Nell'ambiente si progettano e si pongono poi in esecuzione azioni che culminano in fatti di sangue, attentati terroristici e rapine (tra le quali alcune molto gravi ad armerie)” <698.
[NOTE]
688 F. FREDA, La disintegrazione del sistema, Padova, Edizioni di AR, Padova 2000.
689 N. RAO, La fiamma e la celtica. Sessant’anni di neofascismo da Salò ai centri sociali, Sperling & Kupfer editore, Milano 2006, pag.263.
690 Nell’agosto 1979, a seguito dello smarrimento di un borsone di armi proveniente dall’arsenale della Banda della Magliana, Paolo Aleandri sarà sequestrato da un gruppo di malviventi romani e segregato per diversi giorni in un covo ad Acilia. Verrà liberato solo grazie all’intervento mediatorio di Massimo Carminati, giovane dei NAR vicino a Franco Giuseppucci e Danilo Abbruciati.
691 I contributi testimoniali di Maurizio Abbatino, Paolo Aleandri, e Paolo Bianchi raccontano all’unisono lo svolgimento di una riunione in località Poggio Mirteto (RI), svolta nella villa del prof. Semerari tra uomini della Magliana e esponenti di Costruiamo l’azione.
692 La proposta giunse per bocca del sodale Alessandro D’Ortenzi, detto “Zanzarone”, soggetto al quale proprio Semerari avrebbe rilasciato perizie psichiatriche e consulenze compiacenti.
693 Dichiarazioni di Paolo Bianchi, 11 e 14 novembre 1981. Contenute in Tribunale di Roma, sentenza-ordinanza contro Abbatino Maurizio + altri, n. 1164/87A G.I., n. 8800/86A P.M, giudice istruttore dott. Otello Lupacchini, giugno 1993, pp. 282-283.
694 Dichiarazioni di Fulvio Lucioli al giudice istruttore Otello Lupacchini, 22 marzo 1985. Contenute in Tribunale di Roma, sentenza-ordinanza contro Abbatino Maurizio + altri, n. 1164/87A G.I., n. 8800/86A P.M, giudice istruttore dott. Otello Lupacchini, giugno 1993, pp. 282-283.
695 Solo su Roma saranno 7 con circa 300 militanti
696 F. FERRARESI, La destra eversiva, Feltrinelli, Milano, 1984, pag. 84.
697 Le inchieste giudiziarie hanno comprovato l’assoluta estraneità di gran parte della base associativa rispetto alle dinamiche della componente riservata.
698 Corte d’Assise di Bologna, sez. II penale, proc. penale contro Ballan M. + 20, n. 1329/A/84 R.G.G.I, 11 luglio 1988, pp 907-909.
Giuliano Benincasa, Criminalità Organizzata. Sviluppo, metamorfosi e contaminazione dei rapporti fra criminalità organizzata ed eversione neofascista: ibridazione del metodo del metodo mafioso o semplice convergenza oggettiva?, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2020-2021

venerdì 10 aprile 2026

Quando i comunisti cinesi raccomandavano a quelli italiani la doppia tattica


Come però si vedrà, il realismo pragmatico di Togliatti non era riuscito a raggiungere l’obiettivo indispensabile: anche se il Partito comunista si sarebbe mosso all’interno dell’ambito costituzionale, le argomentazioni addotte, pur sottili ed articolate, non si dimostrarono sufficientemente convincenti da far desistere una parte di militanti ed intellettuali dal coltivare il desiderio di un’altra forma di rivoluzione. Qualcosa a sinistra del Pci iniziava a muoversi tanto che la conseguenza più incisiva del 1956 fu quella di una cristallizzazione inconciliabile tra due posizioni, un doppio irrigidimento, del togliattismo da una parte, dell’utopia rivoluzionaria dall’altra <25. Un problema cogente che si sarebbe riproposto in forme non più solo intellettuali ma anche visibilmente prepotenti e difficilmente gestibili. Gli effetti che il 1956 provocò sulla fede dei militanti furono significativi. L’operazione con cui il togliattismo aveva provato a giustificare la scelta della linea politica democratica inserendola all’interno di un’ideale continuità con la storia dell’Unione Sovietica e con l’ideologia leninista non avevano impedito la diffusione di un certo disagio. Togliatti era riuscito a limitare i danni di una temuta emorragia ma non si può negare che a partire dal 1956 sarebbe iniziata un parabola discendente nelle iscrizioni arrestatasi solo agli inizi degli anni Settanta. Se l’effetto che proprio il 1956 ebbe sul tesseramento fu complessivamente contenuto - con una flessione del numero degli iscritti tra 1956 e 1957 di 210.011 unità <26 -, ad essere espulsi o ad uscire volontariamente dalle file del partito, oltre che noti dirigenti, furono uomini di spicco della cultura italiana come Calvino, Cantimori e Sapegno. Ma il pericolo scampato e la sostanziale tenuta non esaurirono l’annosa questione circa le modalità della rivoluzione.
La critica più graffiante giunse sei anni dopo quell’«indimenticabile» anno e, assumendo la veste di fuoco amico, toccò il cuore stesso del togliattismo, quello della strategia rivoluzionaria. Il 31 dicembre 1962 il «Rénmín Rìbào», organo ufficiale del Partito comunista cinese, pubblicò un famoso articolo intitolato "Le divergenze tra il compagno Togliatti e noi" nel quale si evidenziava, inter alia, l’assoluta inadeguatezza della «via pacifica e democratica al socialismo» proposta dal Pci. Per il Comitato centrale del Pcc, promuovere le riforme di struttura - un’espressione che, significativamente, trovava una difficile traduzione nella lingua cinese - equivaleva a non comprendere una delle caratteristiche fondamentali del capitalismo, quella della sua adattabilità come strategia di sopravvivenza, quella che usava ciò che potremmo qui definire «inclusione repressiva» come per continuare, indisturbato, nel suo sfruttamento: "Come la democrazia praticata in tutti gli altri paesi capitalisti, la democrazia praticata in Italia è una democrazia borghese, cioè una dittatura borghese. [...] Allo scopo di mantenere il suo sfruttamento e il suo dominio, la classe capitalista monopolista può talvolta adottare certe misure di riforma" <27. La consapevolezza di tale forma di potere avrebbe permesso al Pci di condurre con maggior coscienza la lotta per le riforme. Per il Pcc, infatti, non si trattava tanto di rinunciare a combattere per le riforme quanto piuttosto di inserire quelle lotte in una giusta prospettiva; in sostanza, non scambiare la tattica per la strategia: "È del tutto necessario per la classe operaia nei paesi capitalisti condurre quotidianamente lotte economiche e lotte per la democrazia. Ma lo scopo di queste lotte è di conseguire miglioramenti parziali nelle condizioni di vita della classe operaia e del popolo lavoratore e, ciò che è più importante, di educare le masse e organizzarle, elevare la loro coscienza e accumulare la forza rivoluzionaria per la conquista del potere dello Stato quando i tempi sono maturi" <28. In conseguenza di queste considerazioni, l’editoriale cercava così di ricondurre il profilo posticcio della strategia del Pci alla sua naturalità, quella della «doppia tattica»: "Ciò vale a dire che i comunisti devono essere preparati a impiegare la doppia tattica: cioè mentre si preparano al pacifico sviluppo della rivoluzione, essi devono essere pienamente preparati per il suo sviluppo non pacifico. Solo in questo modo essi possono evitare di essere presi alla sprovvista quando emerga una situazione favorevole alla rivoluzione e quando la borghesia ricorre alla violenza per reprimere la rivoluzione" <29. Come si può osservare, le accuse mosse dal Partito comunista cinese toccavano il cuore del togliattismo. Il ragionamento geometrico muoveva dall’incapacità dei comunisti italiani di identificare nell’inclusione repressiva lo strumento del capitalismo contemporaneo e da tale incompresione veniva fatta discendere l’illusione che la tattica potesse assurgere a strategia, e cioè credere nella possibilità che la via italiana al socialismo potesse realizzarsi nella legalità democratica e per mezzo di riforme di struttura. E proprio questa incapacità aveva - e avrebbe - spinto lo stesso partito a trovarsi impreparato in quei momenti in cui una situazione favorevole avrebbe potuto avere un esito realmente rivoluzionario. In quell’editoriale c’era infatti una frase la cui pungente finezza non poteva sfuggire nemmeno ad un lettore distratto: «essere presi alla sprovvista quando emerga una situazione favorevole alla rivoluzione». Scritte alla fine del 1962, parole come queste non apparivano certo peregrine agli occhi di un militante comunista; anzi, esse non solo assumevano come la forza di una verità rivelata, ma inchiodavano la riflessione comunista al coraggio di quella verità. 
Tre significativi eventi della storia italiana, tre «occasioni perdute», potevano infatti inverare la fondatezza di quella affermazione. Il primo di questi aveva avuto luogo il 14 luglio 1948, quando un fanatico, Antonio Pallante, aveva sparato e ferito gravemente Togliatti mentre questi usciva dalla Camera. Le ricostruzioni storiche di quell’episodio mostrano chiaramente come la reazione dei militanti fosse sul punto di spingere l’Italia sull’orlo della rivoluzione. La diffusione della notizia condusse ad una sospensione di tutte le attività lavorative e a manifestazioni di piazza in tutto il paese accompagnate dai gesti più tipici di un’insurrezione. Mentre a Torino gli operai della Fiat occuparono gli stabilimenti sequestrando l’amministratore delegato Valletta, a Venezia Mestre furono eretti blocchi stradali; se a Genova il movimento di protesta assunse chiaramente il potere, in Italia centrale, ad Abbadia San Salvatore sul Monte Amiata, alcuni minatori si impossessarono della centrale telefonica che controllava le comunicazioni tra il Centro e il Nord Italia <30. Indiscutibilmente intensi, i disordini furono circoscritti alle zone centro-settentrionali. Non si può tuttavia negare che dietro la reazione emotiva di chi era sceso in piazza pronto a fare la rivoluzione vi fosse qualcosa di più profondo che una comprensibile voglia di vendetta. Se l’esito del movimento partigiano, la mancata approvazione di alcune riforme, la frustrazione dalla sconfitta del Fronte popolare alle elezioni di aprile erano state trattenute dalla fede politica nel partito e soprattutto dal carisma dello stesso Togliatti, il transfert che nell’immediatezza quell’attentato poteva provocare sui militanti comunisti era potenzialmente esplosivo: la rivoluzione condotta per via democratica e in modo progressivo cadeva sotto i colpi di pistola di un fanatico e, più simbolicamente, veniva annientata nel corpo ferito e sanguinante del leader del Pci, steso a terra proprio davanti alla Camera, tempio di quella democrazia. Violato il compromesso, si apriva la strada ad una spontaneità rivoluzionaria che aveva tutto il sapore di una rivincita. La reazione di Togliatti e di tutta la classe dirigente comunista fu allora quella di frenare gli istinti rivoluzionari in parte per motivi logistici: anche i più intransingenti come Secchia riconobbero infatti che le agitazioni si erano prevalentemente verificate al Nord - Venezia, Torino, Genova - e che l’esito di una forzatura in senso rivoluzionario sarebbe stato troppo rischioso; in parte, e soprattutto, perché l’elevato livello di incertezza di un’azione che appariva azzardata avrebbe irrimediabilmente provocato conseguenze esiziali, compromettendo la sincerità democratica del Partito comunista stesso <31. Questo episodio permetteva così di comprendere come la forma di lotta proposta da Togliatti si fosse assestata come un mezzo successo: se l’operazione era apparsa accettabile alle istituzioni - che tuttavia avevano già dimostrato di essere prontamente disposte ad escludere dalla compagine governativa il Pci per motivi di convenienza -, in modo tutt’altro che convincente essa era stata percepita dalla base del partito. In sostanza, Togliatti non era riuscito a cancellare dalle menti di un corpo sostanzialmente omogeneo - composto da ex partigiani, militanti ed operai - la predisposizione all’altra forma di rivoluzione. Allora, nel luglio 1948, dopo che il desiderio della Resistenza era stato tradito, dopo che i comunisti erano stati esclusi dal governo nel 1947, dopo che il Fronte popolare aveva perso le elezioni ad aprile dell’anno successivo, e dopo che il leader del Pci veniva addirittura ferito a morte, allora, il progetto della democrazia progressiva sembrava realisticamente impraticabile, allora, si diffondeva un incontrollabile diritto di rivincita, allora, si giungeva insomma alla resa dei conti. La seconda «situazione favorevole» per la sinistra italiana si sarebbe verificata dodici anni più tardi, nel luglio 1960. Nella seconda metà degli anni Cinquanta all’interno della Democrazia cristiana si era aperto un dibattito sull’opportunità di una «apertura a sinistra». Nel gennaio del 1959 la caduta del governo Fanfani, allora segretario della Dc e sostenitore convinto di quella proposta, era stata accompagnata dalla nascita all’interno del partito di una nuova corrente, quella dei dorotei, che di lì a poco sarebbe divenuta dominante ed avrebbe eletto Aldo Moro nuovo segretario. Non ostili all’«apertura a sinistra», i dorotei nobilitavano piuttosto l’aspetto della tempistica, proponendo un cauto e prolungato rinvio dell’attuazione di quella soluzione. Mentre si consumava questo dibattito all’interno del partito, si poneva al tempo stesso il problema di trovare un’affidabile maggioranza che sostenesse un nuovo governo. Nella primavera del 1960 il presidente della Repubblica Gronchi affidò l’incarico a Fernando Tambroni, un esponente di secondo piano della Dc, un’opportunista che si mostrava come paladino dell’ordine ma che teneva ad avere buoni rapporti anche col Psi. Il passaggio obbligato del voto di fiducia dell’8 aprile delineò in modo chiaro uno scenario insolito: la fiducia fu ottenuta col sostegno indispensabile dei parlamentari del Movimento sociale. La posizione in cui il partito neofascista venne a trovarsi fu il frutto di una spinta proveniente dalla destra democristiana e da alcuni ambienti vaticani, settori questi che, intimamente ostili all’apertura a sinistra, temevano che l’ingresso del Psi nel governo fosse solo un cavallo di Troia per una soluzione più larga, quella che avrebbe potuto includere anche il Pci. Diveniva così necessario soffocare quel piano sul nascere, intraprendendo l’esperimento politico del sostegno neofascista al governo Tambroni come prova dell’esistenza di un’alternativa. Il potere di ricatto che questa posizione offriva però al Movimento sociale non tardò a manifestarsi in una richiesta assai inopportuna ma che Tambroni approvò: la convocazione del VI Congresso del Msi nella città di Genova. Oltre all’inopportunità del luogo - Genova era infatti città medaglia d’oro per la Resistenza -, il partito guidato da Michelini annunciò che a quella occasione avrebbe preso parte anche Carlo Emanuele Basile, ultimo prefetto di Genova durante la Repubblica di Salò e responsabile della messa a morte e della deportazione di molti operai ed antifascisti. La reazione dei genovesi non si fece attendere [...]
[NOTE]
25 Breschi, Sognando la rivoluzione, cit., pp. 29-30.
26 Dati riportati in Vittoria, Storia del Pci, cit., p. 86.
27 Le divergenze tra il compagno Togliatti e noi, in «Rénmín Rìbào», 31 dicembre 1962.
28 Ibid.
29 Ibid.
30 Una ricostruzione dell’evento si trova in Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., pp. 157-159. È opportuno ricordare che l’episodio fu emotivamente così significativo da spingere il cantastorie Marino Piazza a comporre, a ridosso degli eventi, una ballata, L’attentato a Togliatti, con l’intento di ricostruire la cronaca di quelle ore, esorcizzarne la paura e consegnarne il ricordo alla memoria collettiva.
31 «Certo, l’attacco insurrezionale - e la certa sconfitta - nel 1946 e nel 1948 avrebbero fatto piacere a molti. Niente burocratizzazione, in quel caso! Tutti i “quadri rivoluzionari” a scuola di strategia e di tattica nelle carceri o in esilio!», questo il commento di Togliatti nel 1960; cfr. Roderigo di Castiglia, A ciascuno il suo, in «Rinascita», 1960, 5, citato in ivi, p. 159.
Andrea Bertini, Una sola moltitudine. Rivoluzione e modernizzazione alle origini del Sessantotto, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2013-2014