sabato 28 marzo 2026

In provincia di Savona i primi a muoversi verso la montagna erano stati gli azionisti


Furono quattro i nuclei partigiani a totale o prevalente orientamento comunista che si formarono in settembre [1943] nel Savonese <53.  A Santa Giulia, sulla “langa” che divide la Bormida di Spigno dal torrente Uzzone, si riunirono Angelo Bevilacqua, Pietro Toscano, Mario Sambolino, G. Recagno, Nino Bori, Aldo Tambuscio e pochi altri <54 cui, entro il 25 settembre, si unirono dei soldati sbandati del Regio Esercito. Il gruppo difettava gravemente di armi e munizioni e vi erano molte discussioni circa la linea d’azione da seguire. Alla cascina Smoglie dell’Amore, non lontano dal paese di Montenotte, salirono Giovanni Carai, A. Sibaldi, Giovanni Aglietto, Francesco Bazzino, Libero Bianchi, Angelo Tambuscio e Augusto Bazzino.  Alla cascina Bergamotti, sopra l’abitato di Bormida, si ritrovarono Angelo Carai, Ugo Piero, Renzo Guazzotti, Piero Molinari, Valentino Moresco, Giuseppe Regonelli e Attilio Folco appena liberato dal confino di polizia di Ventotene. Sopra i paesini di Montagna e Roviasca, al Teccio del Tersè, si stabilirono Gino De Marco, Pietro Morachioli, Guido Caruzzo, Francesco Calcagno, Giuseppe Lagorio. Con il passare dei giorni altri uomini, tra cui Miniati, Tamagnone e Rebella, raggiunsero l’uno o l’altro gruppo <55. Sempre nelle sue “Cronache militari della Resistenza in Liguria”, Gimelli riferisce infine che sul finire del mese di settembre una ventina di giovani vadesi salirono alle Tagliate, sopra Mallare, per poi disperdersi parte verso Bormida, parte verso il Monregalese <56. Non mancavano altri nuclei dispersi, non inquadrati politicamente.
Non furono tuttavia queste le prime bande partigiane nate in provincia di Savona. I primi a muoversi erano stati gli azionisti. Il 9 settembre i fratelli Emilio e Leandro Botta, insieme a Giovanni Mantero, Giuseppe Francia, Carlo e Giuseppe Trombetta, si impadronirono delle armi della Milizia di Dego lasciate incustodite al Bricco Ridotta. Il nucleo era comandato dall’avv. Emilio Botta, classe 1885, che prese il nome cospirativo di “Bormida”. Pochi giorni dopo raggiunse i ribelli azionisti il notaio Calogero Costa “Accursio”, che ne divenne il commissario politico. La zona dove si aggirava la banda era quella di Dego - Santa Giulia - Brovida <57.
La terza componente della Resistenza savonese, quella “autonoma”, nacque anch’essa verso la metà di settembre, quando attorno a Giuseppe Dotta “Bacchetta” e al dottor Angelo Salomone “Katia” si formò a Ravagni, presso Rocchetta di Cairo, un nucleo partigiano <58. 
La Resistenza savonese esordì dunque subito divisa in tre anime politiche: quella comunista, poi garibaldina, destinata ad attrarre anche molti socialisti e cattolici, quella azionista, capeggiata da noti professionisti, e quella autonoma, sempre più un’enclave “maurina” in terra ligure. Va detto che autonomi ed azionisti operarono spesso in tale completa sinergia da risultare quasi indistinguibili, posto che l’azionismo ligure aveva connotazioni meno progressiste rispetto ad altre regioni. Inizialmente i gruppi di resistenti badarono essenzialmente a non attirare l’attenzione. Mancando di armi, munizioni, viveri, denaro ma soprattutto di esperienza militare specificamente orientata alla guerriglia, i “ribelli” si limitarono per parecchie settimane a rinsaldare le basi e i collegamenti con il capoluogo, dove si andavano lentamente formando gli organismi direttivi della guerra partigiana. Un flusso sottile ma continuo di piccole quantità di armi e denaro affluiva ai nuclei imboscati sempre in attesa di raggiungere una consistenza numerica e una capacità di fuoco tali da poter entrare in azione. In tali condizioni, le uniche attività possibili erano l’addestramento alla conoscenza del territorio e piccoli sabotaggi di poco conto (taglio di fili telefonici ecc.). Il recupero di armi era un’attività rischiosa e poco praticata. Per il momento, nell’autunno del ’43 ci si limitava a riprendersi quelle opportunamente imboscate nella confusione dei primi giorni dell’occupazione tedesca. Si tessevano lentamente le reti dell’organizzazione partigiana, ogni gruppo per i suoi tramiti. La “rete” comunista era composta di operai e contadini che mantenevano precari contatti tra Savona e gli altri centri della costa e i ribelli isolati in montagna; la stessa funzione era svolta per gli azionisti da medici, avvocati, notai, magistrati e militari in congedo.
Frattanto il capoluogo si calava pian piano nell’atmosfera della cospirazione. Non che la gioventù locale aspirasse in massa a raggiungere i primi partigiani del Savonese. I due fattori principali che mantennero la provincia savonese insurrezionalmente “fredda” per mesi furono l’attendismo e la “concorrenza partigiana”. L’attendismo, croce di tutte le Resistenze d’Italia e d’Europa, era nella Savona del settembre-ottobre 1943 uno stato d’animo particolarmente vivo. Si era infatti diffusa con le modalità tipiche della “leggenda metropolitana” la notizia che gli Alleati fossero pronti a sbarcare sulla costa ligure da un momento all’altro <59. Tale credenza, condivisa dagli stessi comandi tedeschi che si affannavano a minare opere pubbliche e impianti e a costruire appostamenti difensivi <60, non invogliava certo i giovani della zona a rischiare la vita quando si poteva più o meno comodamente aspettare di essere liberati dagli anglosassoni. La “concorrenza partigiana” era invece determinata dalle voci, veridiche ma gonfiatesi a dismisura passando di bocca in bocca, dell’esistenza di un solido nucleo di resistenza militare attestato in Val Casotto, non lontano da Mondovì. Non furono pochi i savonesi che, fino al marzo del ’44, accorsero lassù lasciando i pochi ribelli della provincia ligure, tanto più che si vociferava di migliaia di militari italiani del Regio Esercito con armi pesanti e regolari rifornimenti aerei, comandati da ufficiali alleati. La realtà era meno rosea, e più d’uno ne fece le spese, come i vadesi fratelli Valvassura, Domenico, fucilato a Mellea di Fossano il 29 dicembre 1943, ed Enrico, ucciso a Ceva il 27 marzo 1944 <61. 
Nel frattempo nel capoluogo, parallelamente all’insediamento delle autorità saloine, procedeva la formazione degli organismi dell’opposizione clandestina. Tali erano le Squadre di Difesa operaia, precursori delle SAP. Il loro compito consisteva, nei limiti del possibile, nel sabotare la produzione bellica, proteggere eventuali scioperanti e salvaguardare gli impianti industriali dall’evacuazione in Germania ad opera dei tedeschi <62. A metà ottobre era nato a Genova il Comitato Militare Ligure, che aveva suddiviso in zone la regione; l’intero Ponente (zona I) era stato affidato alle cure dei rappresentanti socialisti, ma l’incarico veniva di fatto svolto un po’ da tutti, anche per interessi di partito. In particolare furono gli azionisti a prodigarsi con i pochi uomini a loro disposizione per organizzare una rete cospirativa e spionistica efficiente <63. Si inaugurò così una lunga stagione di viaggi, incontri, riunioni clandestine da parte di esponenti di tutti i partiti antifascisti. Tra questi viaggiatori e cospiratori instancabili, che correvano rischi enormi in prima persona per legare le bande disperse ai partiti e ai comitati di liberazione, vanno ricordati su tutti alcuni nomi. Per gli azionisti, i giudici del Tribunale di Savona Panevino e Drago, Emilio Botta “Bormida”, Cristoforo Astengo; per i socialisti, Renato Martorelli, destinato a morire sotto tortura in Piemonte nell’estate del ’44 <64. Molti di questi uomini persero la vita. Il primo ad essere arrestato fu l’Astengo che, notissimo a Savona, era stato invitato da Ferruccio Parri in persona a cambiare aria per evitare guai ed essere comunque utile altrove. Ma il coraggioso avvocato antifascista non volle lasciare la sua città e anzi, avuta notizia dell’esistenza di militari italiani ancora in armi in Val Casotto, si diede a viaggiare tra Savona e la località piemontese per mantenere i collegamenti. Sua unica precauzione era quella di salire e scendere dal treno per Ceva alla stazione periferica di Santuario, dove i controlli erano minimi. Ma la notte del 25 ottobre 1943, tornando dal Piemonte, si addormentò vinto dalla stanchezza del viaggio e si ritrovò alla stazione di Savona dove fu immediatamente arrestato <65. Astengo, dopo una settimana nel carcere savonese di S. Agostino, durante la quale lo portavano agli interrogatori in catene, fu trasferito a Genova, alla famigerata “Casa dello Studente” e poi a Marassi, in stretto isolamento. Ricondotto davanti agli aguzzini della “Casa dello Studente”, gli diedero un blocco di carta per scrivere la confessione. Ammise tutte le proprie responsabilità, ma senza coinvolgere nessun altro. Non lo torturarono e lo rimandarono in cella, dove, grazie ad un carceriere insolitamente generoso, poteva incontrarsi con i suoi compagni di sventura <66.
[NOTE]
53. Per i gruppi e la loro dislocazione vedi Badarello - De Vincenzi, Savona insorge, Savona, Ars Graphica, 1973, p. 64; cfr. G. Gimelli, Cronache militari della Resistenza in Liguria, p. 84.
54. Perlopiù studenti dell’Istituto tecnico industriale “Boselli”.
55. R. Badarello - E. De Vincenzi, Savona insorge, Savona, Ars Graphica, 1973, p. 64. La presenza di Attilio Folco (classe 1911, tuttora vivente) tra i primi ribelli comunisti di Bormida mi è attestata con certezza dal nipote, Mario Savoini “Benzolo”.
56. Non escluderei che questi giovani facessero in realtà parte del nucleo di Montagna - Roviasca; le Tagliate sono a poche ore di cammino dai due villaggi.
57. M. Zino, G. L. fra Val Bormida e Langhe, in Id., Più duri del carcere, Genova, E. Degli Orfini, 1946, pp. 306 segg.
58. Badarello - De Vincenzi, op. cit., p. 294.
59. G. Gimelli, op. cit., vol. I, p. 93.
60. Ibidem, vol. I, pp. 99 - 100.
61. Ibidem, vol. I, p. 84. Vedi ad esempio la testimonianza di Mario Savoini “Benzolo” in id., Cosa è rimasto. Memorie di un ribelle, Savona, Editrice Liguria, 1997, pp. 39 - 66.
62. G. Gimelli, op. cit., vol. I, p. 89.
63. Ibidem, vol. I, p. 89.
64. Le relazioni intessute da questi uomini sono illustrate in M. Zino, op. cit.
65. Su quello stesso treno, in un altro vagone, viaggiava Emilio Botta “Bormida” il quale, data l’età, non poteva restare sempre alla macchia ed in quei giorni si nascondeva a Savona: vedi M. Zino, G. L. fra Val Bormida e Langhe, in Id., op. cit.
66. M. Zino, Cristoforo Astengo, in id., op.cit.
Stefano d'Adamo, Savona Bandengebiet. La rivolta di una provincia ligure ('43-'45), Tesi di laurea, Università degli Studi di Milano, Anno accademico 1999-2000 

martedì 17 marzo 2026

Non solo balneazione a Finale Ligure


Tutto il comparto turistico del savonese è caratterizzato dal fatto di non aver mai voluto puntare su una clientela elitaria, bensì sugli esponenti del ceto medio. Questo ha portato alla necessità di pensare ad un’offerta turistica variegata, in modo da proporre soluzioni ed attività in grado di seguire le esigenze di visitatori con diverse possibilità di spesa. Nella località ligure di cui trattasi [Finale Ligure], il progressivo aumento del movimento turistico avviene nel periodo tra le due guerre. Per esempio, nel 1928, Finale Ligure è il luogo del savonese con il maggior numero di arrivi (14.200 circa) <85, mentre nel 1932, è il Comune con maggiore capacità ricettiva (1407 posti letto registrati) <86. Questo consolidamento è stato possibile anche grazie alla crescente collaborazione tra le istituzioni comunali e le aziende locali autonome, nonché alla consapevolezza che Finale possiede le condizioni climatiche, ambientali e infrastrutturali per poter sviluppare la doppia stagionalità: per tanto il comparto turistico iniziò ad incidere in maniera sostanziale sull’economia della città nel periodo tra le due guerre. E proprio in quel periodo, precisamente nel 1917, arrivò a Finale l’imprenditore genovese Rinaldo Piaggio, che rilevando lo stabilimento delle ex Officine di Finalmarina, diede inizio al cantiere aeronautico “Piaggio & Comp.”. Senza aver mai interrotto l’attività produttiva durante la Seconda Guerra mondiale, le industrie Piaggio diventano un conosciuto e affermato polo di produzione motoristico a livello internazionale. Nonostante diversi momenti di crisi che l’azienda ha dovuto affrontare, fino alla sua totale cessazione nel 2014, essa è sempre stata una fondamentale fonte di reddito per la zona del Finalese <87. La vocazione industriale e quella turistica di Finale sono sempre riuscite a convivere senza conflitti, hanno anzi potenziato in modo autonomo il settore finanziario e sociale del Comune. Per molto tempo, i due settori non hanno avuto particolari connessioni, e nessuno dei due ha prevalso sull’altro, al contrario di come è avvenuto in altre località della Riviera delle Palme (ad esempio Alassio e Sanremo), dove il settore turistico ha nettamente predominato su quello industriale, compromettendone lo sviluppo <88. La chiusura dello stabilimento Piaggio, oltre ad aver causato un danno economico alla città, come detto in precedenza, ha determinato anche una perdita a livello sociale, dato che molte generazioni di finalesi hanno lavorato per la ditta, che ormai era entrata a far parte della storia e della collettività locale. Inoltre, preoccupa l’argomento riconversione della ex area. Tutta la zona sta man mano finendo in via di degrado, col passare del tempo, ed è diventata oggetto di incuria: i muri sono stati graffitati, i vetri degli edifici sono stati rotti, gli ambienti occupati, le aree scoperte sono state riempite di rifiuti. Come citato di seguito nell’elaborato, si spera che il Comune riesca a trovare i fondi per partecipare ad una delle prossime aste di acquisizione dell’area, e che lo spazio venga investito per la creazione di nuovi servizi per la comunità ed i turisti.
A partire dagli anni ’60-’70, l’offerta turistica di Finale Ligure è protagonista di una novità. Vista l’imponenza del patrimonio naturalistico che la zona ha da offrire e la presenza di numerosissime falesie e pareti di roccia, il Comune inizia ad attirare un gran numero di appassionati di arrampicata. Come testimoniano le interviste raccolte nel docu-film "Finale ‘68’89", sportivi provenienti non solo dalla Liguria, ma anche da regioni limitrofe, iniziarono ad organizzare gruppi di arrampicata nel Finalese, affascinati dalle meraviglie paesaggistiche e dal clima favorevole della zona. Considerando che le amministrazioni locali si sono sempre interessate alla creazione di un’offerta che attirasse flussi turistici tutto l’anno, si decise di sviluppare un piano strategico basato sulla possibilità di svolgere determinate attività sportive. Dopo l’affermazione dell’immagine di Finale come meta per gli appassionati di climbing, intorno al 1996, alcuni imprenditori locali decisero che non bastava più puntare solamente sul mare e sulla balneazione. Il focus viene spostato dal litorale, all’entroterra. Si decise di puntare su ulteriori sport outdoor, soprattutto nel settore del bike, vista l’ormai stabile attività di arrampicata. Attraverso piani di promozioni di Finale Ligure in varie fiere internazionali, la meta inizia a conquistare l’attenzione degli appassionati ed inoltre, sempre col fine di promuovere il territorio, vengono organizzati i primi eventi sportivi all’interno dei confini comunali. Per esempio, nel 1997, nella suggestiva cornice di Finalborgo venne programmata la finale di mountain bike della Valtellina Cup, che ospitava atleti di fama internazionale, tra i quali l’olimpionica Paola Pezzo. Con lo scopo di garantire servizi appropriati, vengono aperte anche le prime strutture ricettive destinate ai visitatori appassionati di bicicletta, i cosiddetti "Bike Hotel". Proprio i proprietari privati di queste strutture si sono dedicati personalmente alla promozione delle loro attività e del territorio di Finale, con l’aiuto di altre associazioni locali (Comunità Montana in particolar modo) e dell’Assessorato al turismo del Comune, benché i finanziamenti pubblici fossero modesti. La rete di albergatori ha creato un Club di prodotto <90 ad hoc, sulla scia dei progetti messi in atto da Riccione <91. Nel 2019 viene creato il primo consorzio privato, condiviso altresì dalle amministrazioni locali, denominato Finale Outdoor Region (FOR). Il progetto è stato avviato per dare vita ad un comprensorio dedicato all’outdoor, non incentrato solamente su Finale Ligure, ma anche sulle zone limitrofe. Gli obiettivi principali sono quelli di valorizzare il territorio, anche attraverso la creazione di strutture dedicate, servizi e sentieri, e quello di promo-commercializzazione del prodotto. Fanno parte del consorzio circa 170 aziende tra associazioni e attività locali, non per forza collegati al comparto sportivo o turistico. I locals hanno sviluppato un’ottica per cui assicurare determinati servizi per i visitatori contribuisce a diffondere un’immagine positiva della destinazione, ampliando il numero degli arrivi e, di conseguenza, dei guadagni economici.
Un aspetto fondamentale per il FOR è la sostenibilità. Per esempio, si può citare il programma For You Card (da notare anche l’interessante espediente comunicativo dato dal gioco di parole tra ‘FOR’ che si riferisce al consorzio e ‘For’ la traduzione inglese di ‘per’), acquistabile anche online, uno strumento ideato per ottenere ricavi da destinare alla manutenzione dei sentieri e del territorio. I fondi vengono raccolti tramite cashback: utilizzando la carta nelle varie attività convenzionate; una piccola parte della spesa effettuata viene devoluta al consorzio ed al contempo il proprietario della carta guadagna punti e coupons per ottenere sconti sui servizi convenzionati. Tramite questa iniziativa sono stati raccolti, secondo i dati del 2023, ben 100.000 euro <92. Nei prossimi anni, il FOR si concentrerà a creare una rete sempre più ampia di zone incluse nel comprensorio, nonché a finanziare “nuovi” settori dell’outdoor, in particolare arrampicata e trekking, i quali attirano molti appassionati provenienti da tutto il mondo. Continueranno i progetti di promozione della destinazione e del patrimonio naturalistico, grazie all’organizzazione di importanti eventi sportivi, come due gare della UCI Mountain Bike Series, realizzabili vista la presenza di strutture ricettive e servizi di qualità. Ancora, gli esponenti del consorzio sperano di ampliare ancora di più l’offerta riguardante l’outdoor, con l’acquisizione di nuovi spazi adattabili, come ad esempio quelli della ex Piaggio. Tra i goals di Finale Outdoor Region, si individua la volontà di mettere a disposizione dei visitatori tutte le eccellenze del territorio finalese, non soltanto quelle paesaggistiche e naturalistiche, ma anche quelle artistiche e culturali. La valorizzazione del patrimonio culturale è alla base dell’idea che ha portato allo sviluppo del MAF e del MUDIF.
Il Museo Archeologico del Finale (MAF) è stato costituito nel 1931, con la denominazione di "Museo Civico di Finalmarina" e sede presso Palazzo Ghiglieri. Nel corso degli anni ’70 venne riservata al Museo una nuova dimora più ampia e di maggior prestigio situata presso il Complesso Monumentale di Santa Caterina in Finalborgo, dove ancora oggi è localizzato. La gestione è affidata al Comune di Finale Ligure ed alla Sezione Finalese dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri. Come è possibile leggere nella carta dei servizi, lo scopo dell’istituzione museale è quello di: «offrire un punto di riferimento culturale permanente per la comunità locale e facilitare la formazione di una conoscenza del passato per meglio comprendere la società attuale.» <93 Inoltre, il museo è custode di moltissimi beni patrimoniali storici e culturali, in particolar modo di carattere archeologico. Nel corso del suo operato, il MAF ha svolto vari studi e ricerche al fine di implementare la conoscenza sulla storia del Finalese, nonché attività di recupero, restauro e classificazione dei reperti. In continuo sviluppo, troviamo il progetto del Museo Diffuso del Finale (MUDIF), nato dalla sinergia di una rete di diversi enti pubblici e privati, tra i quali il Comune di Finale, l’Istituto Internazionale di Studi Liguri e le Parrocchie di San Biagio in Finalborgo e Sant’Eusebio a Perti (Diocesi di Savona e Noli). Lo scopo del Museo Diffuso è quello di rendere accessibile, sia di persona che virtualmente, il patrimonio culturale materiale ed immateriale di Finale Ligure, andando a creare una tipologia di offerta turistica sostenibile, volta a sensibilizzare i fruitori sull’importanza del mantenere intatto ciò che il paesaggio ha da offrire nel suo insieme. <94
[NOTE]
85 Bccs, Relazione sull’attività svolta dal Consiglio Provinciale dell’Economia di Savona durante l’annata 1929, pp 333-346.
86 Touring Club Italiano 1932, pp 27-60.
87 Caffarena F., Spazio aereo Piaggio, un secolo di cultura industriale nella città del volo, il Mulino, Bologna, 2020.
88 Zanini A., Un secolo di turismo in Liguria, Dinamiche, percorsi, attori, Franco Angeli Editore, Milano, 2012.
89 https://www.planetmountain.com/it/notizie/alpinismo/finale-68-online-film-sui-pionieri-arrampicata-finale-ligure.html
90 Il Club di Prodotto è una forma di aggregazione tra imprese finalizzata alla creazione di un prodotto turistico specifico destinato ad un mercato specifico. Gli attori locali sottoscrivono un medesimo sistema di valori, uno standard di servizi offerti per garantire la stessa qualità e requisiti omogenei. - Bauleo L., Club di prodotto e altre forme aggregative nel comparto turistico, 2006.
91 https://www.youtube.com/watch?v=Y8wwpRmXnfo&t=25s
92 https://www.finaleoutdoor.com/it/experience/sentieri-e-falesie-al-top-acquista-la-for-you-card#/esperienze
93 http://www.museoarcheologicodelfinale.it/pdf/carta_servizi_maf_2022.pdf
94 https://www.mudifinale.com/chi-siamo/
Alessia Botta, Finale Ligure: storia e valorizzazione del territorio, Tesi di laurea, Università degli Studi di Genova, Anno accademico 2022-2023  

martedì 10 marzo 2026

La destalinizzazione offre una sponda insperata al rinnovamento culturale interno del PCI


Nel 1955 la crisi del sindacato raggiunge il suo apice, con la sconfitta della FIOM anche alla Om di Milano e alla Falck di Sesto San Giovanni. Nel 1956, dal XX congresso del PCUS discende l’VIII Congresso del partito italiano, che chiude la partita con le sinistre interne, principale obiettivo della destalinizzazione: il Congresso si svolse comunque in un clima di generale scoramento, di rabbia, accuse e timore per il futuro. "A quell’appuntamento il partito si presenta dopo un dibattito che ha visto una partecipazione più intensa e meno rituale del solito della base. Amendola ha osservato che 'il congresso nazionale non fu una rappresentazione efficace della drammaticità dei congressi provinciali; si svolse già ad un livello più controllato, non espresse il ribollire delle passioni che, invece, nei congressi di cellula, di sezione e di federazione, si manifestarono apertamente': questo, va aggiunto, senza dubbio perché i delegati all’assise nazionale erano passati attraverso il filtro locale, che aveva già provveduto al 'taglio delle ali', cioè delle tendenze più critiche verso la linea del gruppo dirigente". <514
Ovviamente uno dei temi oggetto della drammatica campagna congressuale è il rapporto di Kruscev su Stalin. La reazione di Giuseppe Granelli ci dà ancora una volta la cifra di cosa significasse il 'Barbisun' a livello popolare, in un contesto come quello di Sesto San Giovanni: "A Granel Stalin piaceva anche per il suo nome, Giuseppe, che sa di casalingo. Gli era una figura simpatica, faccia bonaria, occhi vivi, sorriso ironico. […] Stalin sembrava un contadino, un taglialegna. […] Solo una cosa a Granel dava fastidio, la divisa, e quel titolo di maresciallo. Il tarlo del Tone. Giuseppe non riesce a immaginarsi Lenin con la giubba e le mostrine. Lenin colpiva proprio per il suo vestito dimesso, il cappello a visiera da operaio, l’aspetto semplice e quasi trasandato. Era un leone ma senza criniera. Stalin comunque non esibiva medaglie come fanno invece i generali sovietici, con quelle loro file di patacconi che pesano dei chili. Se poi Stalin portava la divisa una ragione forse c’era: era il capo del primo paese socialista che, da quando è nato, è sempre vissuto in mezzo alle insidie, aggressioni, guerre, accerchiamenti. […] La vita di Stalin parlava invece da sola: espulso dal seminario, attività clandestina, arresti, prigionia, Siberia, la lotta a fianco di Lenin, l’organizzazione dell’armata che doveva spezzare l’attacco dei controrivoluzionari, e poi lo sforzo di tirar su un popolo in prevalenza contadino che nella sua storia aveva conosciuto solo l’oppressione. […] Neanche dopo il XX congresso del Pcus Giuseppe Granelli toglie dal portafoglio l’immagine di Stalin, fra il santino e la partecipazione a lutto. Gli sembrerebbe come un tradimento, come rinnegare il passato. Il modo del resto con cui è nata la storia del culto della personalità gli suona stridente e stonato, come se nel bel mezzo di un concerto uno si mettesse a picchiare su una pentola. […] Granel non ha un metro per capire bene questa storia, che lo sconcerta, che gli sembra incredibile. Il suo primo istinto è quello di respingerla, un’invenzione, una menzogna, la solita propaganda degli avversari. Fra l’altro non si sa ancora bene cosa contenga il rapporto segreto, solo voci, indiscrezioni, che il nemico amplifica battendo la grancassa. […] In sezione le discussioni sono furibonde, ma hanno quasi più il tono della recriminazione e dello sfogo che non quello della critica e del dibattito. Togliatti comunque, nella sua intervista a Nuovi argomenti, ha dato una linea che a Granelli sembra quella giusta: se Stalin ha compiuto degli errori e dei crimini, bisogna però distinguere e non fare di tutta un’erba un fascio". <515
Secondo Paolo Spriano "gli operai italiani (compresi quelli socialisti, a vero dire, anche se il PSI si è schierato a favore della rivoluzione ungherese) non nutrono affatto verso i ribelli ungheresi o polacchi sentimenti di solidarietà. Il romanticismo rivoluzionario, se non il 'feticcio' di cui parla Silone, è tipico invece degli intellettuali venuti al comunismo […]. Gli operai, a voler usare un’espressione di Danilo Montaldi, 'hanno fatto un uso di classe dello stalinismo'. Temono assai più una crisi del partito e delle sinistre di quanto non ne auspichino un rinnovamento". <516 A proposito della risposta operaia all’'indimenticabile ’56', sempre Spriano ha rilevato come la risposta fu duplice: se gli intellettuali ne uscivano, potremmo dire, 'a destra' (richiedendo un rinnovamento radicale, che metteva in discussione la stessa linea di Togliatti come in realtà 'conservatrice'), la base proletaria rispondeva con un paradossale connubio di nuovo settarismo e arroccamento attorno a Togliatti e al gruppo dirigente: "La verità - che poi si tenderà a dimenticare, di quell’indimenticabile anno - è che la base di classe del PCI, il suo fondo popolare reagirà, non solo dopo la conoscenza del contenuto del rapporto segreto, ma dopo i moti operai di Poznan, durante e dopo la rivolta ungherese, in modo quasi diametralmente opposto a quello degli intellettuali della sinistra, nel loro complesso; in modo opposto a come questi ultimi ritengono debbano reagire gli operai comunisti.[…] Il clamore che i giornali borghesi fanno aiuterà a stringere le fila. Troppo repentinamente gli avversari erano diventati amici degli operai, esaltatori dei 'consigli' nelle democrazie popolari, dopo averli avversari in patria. È il caso di parlare di istinto o addirittura di coscienza di classe? C’è piuttosto nel corpo del partito un bisogno di riappropriarsi dei suoi connotati classisti, un ritorno di diffidenza verso gli intellettuali". <517
L’VIII Congresso non è solo il congresso della destalinizzazione: è anche quello che cerca di risolvere definitivamente il problema del cortocircuito culturale-organizzativo, tra costituzionalismo democratico, repubblicanesimo radicale, rivoluzionarismo leninista, che la tattica del 'partito nuovo' aveva causato, cercando di coniugare culture diverse, alcune proprie del movimento operaio e altre esterne a esso, in una strategia a volte più complicata che complessiva. Ciò è permesso non solo dalla normalizzazione interna e dal riflusso radicale che vive il conflitto sociale in questo decennio, ma anche dalla destalinizzazione che offre una sponda insperata al rinnovamento culturale interno: la critica e l’autocritica permettono di abbandonare legittimamente, perché nel solco proveniente da Mosca (che mantiene la sua funzione di “auctoritas”), il settarismo e il radicalismo che venivano dalla concezione catastrofista discesa da Stalin; oltre che gli elementi più difficilmente compatibili con un sistema democratico liberale, come quello della violenza rivoluzionaria legittima. È il pieno via libera al compromesso e all’inserimento del socialismo nella democrazia. Quello che abbiamo chiamato cortocircuito culturale-organizzativo, e che ha costituito uno dei fili rossi del presente capitolo, ha avuto un peso psicologico importante: Vittorio Foa ha parlato di 'un incredibile ritardo di percezione' <518 rispetto alla permanenza, nel pensiero comunista degli anni Cinquanta, del catastrofismo; mentre Italo Calvino ha definito 'schizofrenica' <519 l’attitudine del PCI di quel periodo. Spriano, invece, ha rilevato come l’esperienza politica nelle condizioni del tutto nuove del primo decennio repubblicano portarono a superare nei fatti la tradizione leninista: "Appaiono allora allo scoperto le nostre contraddizioni più vistose tra ideologia e politica. Battersi per la Costituzione, per la libertà, per quello che Secchia per primo ha indicato come una scelta decisiva, 'tra un regime totalitario clericale e un regime democratico', si può davvero conservando come bagaglio teorico inalterato il leninismo?" <520 E citando un suo articolo dell’epoca: "Tutta la sostanza politica del leninismo, tutta la teoria della rivoluzione elaborata nella sua opera e sperimentata nella Rivoluzione d’ottobre è animata dalla necessità di agire fuori, contro lo Stato borghese, le sue strutture amministrative, giuridiche, militari, politiche, per spezzare, distruggere la macchina della borghesia… A questo punto dobbiamo avere il coraggio di rispondere a questa domanda: in che misura è giusta, anzi è applicabile per noi questa impostazione di Stato e rivoluzione? Noi, dalla Liberazione ad oggi, sempre più chiaramente ci siamo mossi su una linea che conteneva, anche quando ci mancava il coraggio di esprimerli, nuovi presupposti teorici. Ci muovevamo dentro uno Stato e una realtà politica nuova". <521 Interessante notare come si potrebbero riproporre qui le riflessioni critiche di Claudio Pavone a proposito dell’errore di interpretazione delle istituzioni proprio del togliattismo, già citato in precedenza.
Al Congresso emersero tre posizioni, di cui una prevalente e due minoritarie: la prima, quella propria di Togliatti, Amendola e dei giovani dirigenti protagonisti del nuovo corso avviato tre anni prima, proponeva una destalinizzazione ideologica e formale del partito; il che significava una maggiore apertura nei confronti della società, maggiore attenzione al ceto medio e alle piccole imprese, azione di sensibilizzazione verso le masse cattoliche, dialogo e non guerra con le altre forze politiche. Questo nuovo approccio strategico non includeva anche un abbandono del modello centralizzato e verticistico del partito e infatti al nuovo corso faceva da corollario l’allontanamento (non l’espulsione) tanto dei revisionisti quanto degli stalinisti irriducibili, ovvero le altre due correnti presenti al Congresso. I primi, rappresentati da Antonio Giolitti e da dirigenti di minor caratura e livello (sostenuti da un intellettuale autorevole come Italo Calvino), chiedevano una svolta moderata e democratica del partito, in nome di una reale e totale critica dello stalinismo e del modello sovietico, assimilando di fatto il PCI al Partito socialista (dove alcuni di loro andranno in seguito); i secondi, invece, che avevano maggiore seguito tra la base e potevano contare su esponenti del calibro di Concetto Marchesi e Teresa Noce, criticarono aspramente il nuovo corso avviato dai rinnovatori, considerato ipocrita, riformista e interclassista. Lo stesso Marchesi, nel suo durissimo intervento, critica Kruscev per attaccare indirettamente Togliatti.
L’VIII Congresso si chiude con una vittoria su tutta la linea del gruppo dirigente e dei rinnovatori. Se si osserva l’organigramma del Comitato centrale, oltre all’esclusione dei revisionisti Giolitti e Onofri, spicca l’epurazione definitiva di molti esponenti della vecchia guardia: Negarville, Secchia, Roveda, D’Onofrio e Noce. Annota Secchia in un suo diario riguardo ai lavori del Congresso: "a parole si lotta contro il revisionismo; nei fatti in realtà, si lotta soltanto contro coloro che vengono definiti conservatori soltanto perché vorrebbero conservare al partito comunista le caratteristiche di un partito comunista". <522
È anche superamento della doppiezza del partito nuovo che aveva caratterizzato il primo decennio dalla Liberazione e che discende direttamente da quei nodi ideologico-culturali che fino alla destalinizzazione non potevano essere sciolti. Se infatti la doppiezza si manifestava nel disciplinamento del conflitto e della violenza in una strategia politica e in un’organizzazione, è pur vero che questo conflitto e questa violenza erano aggettivate in termini rivoluzionari e insurrezionali (almeno nelle intenzioni e nei desiderata). Con il rinnovamento, invece, e in particolare dagli anni Sessanta, la costituzione violenta della politica del conflitto è progressivamente espulsa dalle forme e dall’immaginario della lotta politica.
[NOTE]
514 A. Agosti, Togliatti, op. cit., p. 456
515 G. Manzini, Una vita operaia, Archivio del Lavoro 2007, pp. 145-49
516 P. Spriano, Le passioni di un decennio (1946-1956), pp. 205-06, Garzanti edizioni l’Unità 1992
517 Ibidem, p. 205
518 V. Foa, Il PSI negli anni del frontismo, Mondoperaio, a. XXX n. 10, ottobre 1977, p. 71, cit. in P. Spriano, Le passioni di un decennio, op. cit., p. 155
519 I. Calvino, dall’intervista con Eugenio Scalfari, la Repubblica, 13 dicembre 1980, cit. in ibidem, p. 174
520 P. Spriano, Spezzare la macchina dello Stato borghese o impossessarsene?, in Quaderno dell’attivista, n. 10, 2 luglio 1956, pp. 20-22, cit. in Le passioni di un decennio, op. cit., p. 190
521 Ibidem, pp. 190-91
522 P. Secchia cit. in A. Agosti, Togliatti, op. cit., p. 459
Elio Catania, Il conflitto sociale: "motore della Storia" o "tabù" storico-politico. Il caso di Milano nel secondo dopoguerra, Tesi di laurea, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Anno Accademico 2016-2017