lunedì 26 gennaio 2026

Dal Convegno di Loreto si configurò un nuovo tipo di collateralismo cattolico


A metà degli anni Ottanta, il pontificato di Giovanni Paolo II aveva già inserito elementi di novità, spingendo verso un nuovo posizionamento dei cattolici nella società italiana, di cui la Dc non costituiva più il cardine. La ricerca di una nuova presenza cattolica più diretta ed esplicita non fu più controbilanciata da un senso diffuso della necessità di sostenere la Dc. Con la scelta craxiana di portare a compimento, subito dopo le elezioni del 1983, la revisione del Concordato con la Santa Sede, che i democristiani non erano riusciti a realizzare malgrado diciassette anni di trattative, i socialisti avevano evidenziato che la Dc non costituiva più, per la Chiesa, l’unico interlocutore possibile. La nuova linea della Chiesa italiana emerse già nel 1985, al Convegno di Loreto. Fu allora molto enfatizzato lo scontro tra la «linea della presenza» e «la linea della mediazione», riferite rispettivamente a Comunione e Liberazione e all’Azione cattolica. Ma più importante del conflitto tra queste due linee fu la prospettiva tracciata da Giovanni Paolo II per la Chiesa italiana quale «forza sociale» cui spettava mantenere un ruolo trainante nei confronti dell’intera società italiana, spostando l’impegno prioritario dei cattolici dal terreno civile e politico a quello dell’evangelizzazione <99. Si trattava di una prospettiva che penalizzava, implicitamente, la Dc. A Loreto, un ruolo di rilievo fu svolto da monsignor Camillo Ruini, il quale, divenuto più tardi presidente della Conferenza episcopale, ha scritto che con quell’evento si apriva «una fase nuova, più propositiva e in un certo senso più ambiziosa della Chiesa italiana, pur mantenendosi ben dentro il solco del primato della evangelizzazione tracciato dalla Cei già col piano pastorale degli anni Settanta e con il convegno Evangelizzazione e Promozione umana del 1976, sulla scorta della Evangelii nuntiandi di Paolo VI». Il cardinale Ruini ha sostenuto e difeso l’unità politica dei cattolici fino alla dissoluzione della Dc nel 1994, ma, come ha ricordato egli stesso, nell’ultima fase di questa la Cei «ha insistito con forza sull’unità politica dei cattolici, motivandola […] più che con la necessità di difendere il sistema democratico, con il dovere di salvaguardare e promuovere alcuni fondamentali contenuti etici ed antropologici». Sono parole che segnalano una discontinuità. Nel secondo dopoguerra, appoggiando la Dc, la Chiesa si era fatta carico, seppure indirettamente, delle sorti dello Stato italiano, a differenza del primo dopoguerra, quando il disinteresse dell’istituzione ecclesiastica per la fragile democrazia post-bellica aveva favorito l’avvento del fascismo. Il coinvolgimento della Santa Sede e della Chiesa italiana nel sistema politico-istituzionale, se da un lato è stato all’origine di interferenze clericali nella vita pubblica, dall’altro ha - paradossalmente - costituito anche un freno a tali interferenze e, comunque, ha contribuito alla stabilità complessiva del sistema. Si tratta di un elemento tra i più rilevanti della storia della Repubblica dei partiti, il cui rapporto con la Chiesa cattolica è stato diverso da tutte le altre fasi della storia dell’Italia unita <100. Intorno alla metà degli anni Ottanta, cominciò a emergere una diminuzione dell’interesse ecclesiastico per le sorti dello Stato italiano, sullo sfondo di cambiamenti in corso a livello internazionale, tra cui gli effetti sempre più evidenti della globalizzazione e i mutamenti della leadership sovietica che segnalavano una crisi di quel sistema. Dal Convegno di Loreto non scaturì un distacco radicale e immediato dei cattolici italiani da questo partito, ma piuttosto il tentativo di “cattolicizzarlo” a opera di alcuni. Si configurò, in particolare, con la vicinanza di gruppi come il Movimento popolare, legato a Comunione e Liberazione, un nuovo tipo di collateralismo, diverso da quello degli anni Cinquanta, quando le organizzazioni cattoliche si mobilitarono compattamente a sostegno del progetto democristiano senza contropartite immediate. Il Movimento popolare si inserì all’interno del partito, seguendo un proprio specifico progetto e senza fondersi in un soggetto più ampio <101. Tali rapporti ebbero un effetto positivo sul piano elettorale, ma non frenarono il progressivo smarrimento, da parte della Dc, di una prospettiva politica nazionale, senza peraltro che il tentativo di “cattolicizzare” il partito ottenesse risultati significativi. Si intensificò piuttosto un processo di progressiva meridionalizzazione sia dell’elettorato sia della classe dirigente, sempre meno legata agli impegni verso la Chiesa e verso lo Stato connessi alla sua precedente centralità e sempre più esposta a logiche clientelari e a dinamiche corruttive.
Fine della centralità e ricerca del centro
Nel corso del 1993 gli sviluppi politici furono scanditi dalla cronaca giudiziaria: durante l’anno i democristiani indagati furono circa cinquecento. La Dc aveva perso un’ulteriore battaglia: realizzare la riforma elettorale attraverso la Commissione bicamerale. In quella sede De Mita aveva proposto di introdurre un premio di maggioranza per la coalizione vincente o, in subordine, di accogliere l’uninominale conservando però un elevato correttivo proporzionale. Ai primi di dicembre del ’92 si era delineata una convergenza anche con il Pds su un sistema misto di maggioritario e di proporzionale. Eppure, nei primi giorni del 1993 la Corte Costituzionale dichiarò l’ammissibilità del referendum elettorale. Miglio e Fini abbandonarono la Bicamerale, seguiti da Segni. Poco dopo vennero le dimissioni di De Mita da presidente della Commissione a causa di vicende giudiziarie. Naufragava così il disegno della sinistra democristiana di realizzare, attraverso una vasta alleanza istituzionale, una riforma del sistema politico. Ormai l’opinione pubblica tendeva a identificare sempre più nella Bicamerale un tentativo di salvataggio del vecchio sistema. Sulla discussione dei contenuti della riforma prevalse la spinta a realizzarla non attraverso il Parlamento, ma per via referendaria. E il referendum fu percepito sempre più come uno strumento per imporre un profondo cambiamento della classe dirigente e un radicale smantellamento del sistema dei partiti. La compagna referendaria si aprì con la Dc ufficialmente schierata per il Sì all’introduzione di un sistema uninominale nell’elezione dei senatori. Nel contempo, quando nel marzo del ‘93 fu richiesta l’autorizzazione a procedere contro Andreotti per concorso in associazione di stampo mafioso, Segni abbandonò immediatamente la Dc. Nella loro personale battaglia contro la Dc, Segni e Orlando si incontrarono con un rilevante problema: la questione dell’unità dei cattolici. La dirigenza della Cei guardava da tempo con preoccupazione i tentativi di Segni, considerati scissionistici. Allo stesso leader referendario i vescovi fecero presente che si correva il rischio di ripetere l’esperienza del Mpr, il partito cattolico scomparso dalla scena politica francese praticamente senza lasciare traccia. Segni tuttavia non desistette dal suo progetto, forte del successo che la sua iniziativa stava incontrando. Viceversa, coloro che nel mondo cattolico cercavano di contrastare la disgregazione del’unità politica dei cattolici, si trovavano in una situazione particolarmente difficile. La difesa di questa unità rischiava oggettivamente di intrecciarsi con la difesa di una classe dirigente sempre più screditata sul piano morale, argomento che non poteva lasciare insensibili i cattolici. Malgrado le ripetute insistenze sull’unità dei cattolici da parte dei vescovi - e talvolta anche del papa -, non si ricostituì una piena solidarietà del mondo cattolico intorno alla Dc. La partecipazione alla consultazione referendaria del 18 aprile 1993 fu particolarmente elevata e tutte le abrogazioni proposte furono approvate dall’elettorato. Il referendum elettorale passò al Senato con 29 milioni di consensi pari all’83% dei votanti. Quel risultato dette la sensazione che la politica italiana fosse definitivamente passata a un nuovo sistema maggioritario e bipolare che lasciava poco spazio alla Dc <102. Amato dette le dimissioni da presidente del Consiglio, suggerendo che il suo governo doveva essere considerato all’avanguardia di una fuoriuscita della politica italiana da un sistema di partiti i cui fondamenti potevano addirittura essere individuati nel primo dopoguerra. Poneva la sua esperienza alla conclusione di un ciclo storico durato un settantennio. Il governo fu affidato al governatore della Banca d’Italia, Ciampi. Anche nelle elezioni comunali la Lega si ingrandiva sensibilmente e cominciava a scontrarsi con i limiti di un Movimento sociale sempre più in crescita dopo la «discesa in campo» di Silvio Berlusconi e la successiva creazione di Forza Italia. L’esito del referendum e l’impatto delle nuove norme elettorali comunali alimentarono il convincimento che non ci fosse più spazio per una forza politica legata a una collocazione centrista <103. Nella storia della Dc, invero, le parole centrismo, centralità, centro hanno avuto un ruolo importante. Si è parlato di centro per parlare della vocazione politica della Dc: De Gasperi aveva ben presente il Zentrum tedesco e coniò la definizione di «partito di centro che guarda verso sinistra». Difatti l’esperienza del quadripartito centrista guidato da De Gasperi era legata a filo doppio alla realtà in cui si svolgeva caratterizzata dalla tensione internazionale ideologica e militare della guerra fredda, che si ripercuoteva anche sul dibattito politico interno, insistendo sulla contrapposizione comunismo-anticomunismo e garantendo alla coalizione di centro il consenso massiccio dell’elettorato piccolo e medio borghese. Altro elemento distintivo era la grande abilità politica di De Gasperi di mediare tra forze diverse e portatrici di interessi e aspirazioni anche contrapposte che coabitavano nel grande contenitore che era il partito della Democrazia Cristiana <104. Le differenze erano lampanti anche tra i partiti della coalizione: basti pensare che la Dc era un partito cattolico, mentre i partiti minori suoi alleati erano profondamente laici. La grande eterogeneità interna del partito di maggioranza, nonché della coalizione che sosteneva il governo, costituivano un elemento di profonda debolezza che, sommandosi al radicale mutamento della situazione interna e internazionale (il cambiamento di rotta politica da parte del Psi; l’equilibrio raggiunto tra le superpotenze, l’allentarsi, a tratti, della tensione internazionale e, in seguito, la morte dello stesso De Gasperi), provocarono la prima crisi del centrismo. Il centrismo, pertanto, non si era realizzato tanto per la grande forza aggregatrice della Dc, quanto piuttosto grazie alle difficoltà, dovute a fratture interne, degli schieramenti antagonisti di sinistra e di destra di coalizzarsi, oltre alla naturale vocazione dell’elettorato italiano a esprimere posizioni centripete piuttosto che estreme <105.
[NOTE]
99 A. Riccardi, Il potere del papa da Pio XII a Giovanni Paolo II, Laterza, Roma, 1993.
100 A. Giovagnoli, La cultura democristiana. Tra Chiesa cattolica e identità italiana, Laterza, Roma-Bari, 1991.
101 A. Giovagnoli, Le premesse della ricostruzione. Tradizione e modernità della classe dirigente cattolica, Nuovo Istituto Editoriale Italiano, Milano, 1982.
102 G. Nardocci, Il vuoto nell’urna. Cronaca di un’astensione di massa annunciata, “Famiglia Cristiana”, 21 Giugno 2009, n.25.
103 G. Tassani, Cattolici e destre. Dalle destre marginali o inespresse di ieri al centro-destra di governo di oggi, in M. Impagliazzo, La nazione cattolica. Chiesa e società in Italia dal 1958 ad oggi. Guerini e associati, 2008, (pp. 405-426).
104 G. Rossini, De Gasperi e l’età del centrismo, 1947-1953, Cinque lune, Roma, 1984.
105 P. Scoppola, Il centrismo, “Storia XXI secolo”, n. 2, Febbraio, 1993.
Livia Facciolo, La politica dei cattolici in Italia: dal popolarismo alla crisi della Democrazia Cristiana, Tesi di laurea, Università Luiss "Guido Carli", Anno Accademico 2014-2015