Nel 1955 la crisi del sindacato raggiunge il suo apice, con la sconfitta della FIOM anche alla Om di Milano e alla Falck di Sesto San Giovanni. Nel 1956, dal XX congresso del PCUS discende l’VIII Congresso del partito italiano, che chiude la partita con le sinistre interne, principale obiettivo della destalinizzazione: il Congresso si svolse comunque in un clima di generale scoramento, di rabbia, accuse e timore per il futuro. "A quell’appuntamento il partito si presenta dopo un dibattito che ha visto una partecipazione più intensa e meno rituale del solito della base. Amendola ha osservato che 'il congresso nazionale non fu una rappresentazione efficace della drammaticità dei congressi provinciali; si svolse già ad un livello più controllato, non espresse il ribollire delle passioni che, invece, nei congressi di cellula, di sezione e di federazione, si manifestarono apertamente': questo, va aggiunto, senza dubbio perché i delegati all’assise nazionale erano passati attraverso il filtro locale, che aveva già provveduto al 'taglio delle ali', cioè delle tendenze più critiche verso la linea del gruppo dirigente". <514
Ovviamente uno dei temi oggetto della drammatica campagna congressuale è il rapporto di Kruscev su Stalin. La reazione di Giuseppe Granelli ci dà ancora una volta la cifra di cosa significasse il 'Barbisun' a livello popolare, in un contesto come quello di Sesto San Giovanni: "A Granel Stalin piaceva anche per il suo nome, Giuseppe, che sa di casalingo. Gli era una figura simpatica, faccia bonaria, occhi vivi, sorriso ironico. […] Stalin sembrava un contadino, un taglialegna. […] Solo una cosa a Granel dava fastidio, la divisa, e quel titolo di maresciallo. Il tarlo del Tone. Giuseppe non riesce a immaginarsi Lenin con la giubba e le mostrine. Lenin colpiva proprio per il suo vestito dimesso, il cappello a visiera da operaio, l’aspetto semplice e quasi trasandato. Era un leone ma senza criniera. Stalin comunque non esibiva medaglie come fanno invece i generali sovietici, con quelle loro file di patacconi che pesano dei chili. Se poi Stalin portava la divisa una ragione forse c’era: era il capo del primo paese socialista che, da quando è nato, è sempre vissuto in mezzo alle insidie, aggressioni, guerre, accerchiamenti. […] La vita di Stalin parlava invece da sola: espulso dal seminario, attività clandestina, arresti, prigionia, Siberia, la lotta a fianco di Lenin, l’organizzazione dell’armata che doveva spezzare l’attacco dei controrivoluzionari, e poi lo sforzo di tirar su un popolo in prevalenza contadino che nella sua storia aveva conosciuto solo l’oppressione. […] Neanche dopo il XX congresso del Pcus Giuseppe Granelli toglie dal portafoglio l’immagine di Stalin, fra il santino e la partecipazione a lutto. Gli sembrerebbe come un tradimento, come rinnegare il passato. Il modo del resto con cui è nata la storia del culto della personalità gli suona stridente e stonato, come se nel bel mezzo di un concerto uno si mettesse a picchiare su una pentola. […] Granel non ha un metro per capire bene questa storia, che lo sconcerta, che gli sembra incredibile. Il suo primo istinto è quello di respingerla, un’invenzione, una menzogna, la solita propaganda degli avversari. Fra l’altro non si sa ancora bene cosa contenga il rapporto segreto, solo voci, indiscrezioni, che il nemico amplifica battendo la grancassa. […] In sezione le discussioni sono furibonde, ma hanno quasi più il tono della recriminazione e dello sfogo che non quello della critica e del dibattito. Togliatti comunque, nella sua intervista a Nuovi argomenti, ha dato una linea che a Granelli sembra quella giusta: se Stalin ha compiuto degli errori e dei crimini, bisogna però distinguere e non fare di tutta un’erba un fascio". <515
Secondo Paolo Spriano "gli operai italiani (compresi quelli socialisti, a vero dire, anche se il PSI si è schierato a favore della rivoluzione ungherese) non nutrono affatto verso i ribelli ungheresi o polacchi sentimenti di solidarietà. Il romanticismo rivoluzionario, se non il 'feticcio' di cui parla Silone, è tipico invece degli intellettuali venuti al comunismo […]. Gli operai, a voler usare un’espressione di Danilo Montaldi, 'hanno fatto un uso di classe dello stalinismo'. Temono assai più una crisi del partito e delle sinistre di quanto non ne auspichino un rinnovamento". <516 A proposito della risposta operaia all’'indimenticabile ’56', sempre Spriano ha rilevato come la risposta fu duplice: se gli intellettuali ne uscivano, potremmo dire, 'a destra' (richiedendo un rinnovamento radicale, che metteva in discussione la stessa linea di Togliatti come in realtà 'conservatrice'), la base proletaria rispondeva con un paradossale connubio di nuovo settarismo e arroccamento attorno a Togliatti e al gruppo dirigente: "La verità - che poi si tenderà a dimenticare, di quell’indimenticabile anno - è che la base di classe del PCI, il suo fondo popolare reagirà, non solo dopo la conoscenza del contenuto del rapporto segreto, ma dopo i moti operai di Poznan, durante e dopo la rivolta ungherese, in modo quasi diametralmente opposto a quello degli intellettuali della sinistra, nel loro complesso; in modo opposto a come questi ultimi ritengono debbano reagire gli operai comunisti.[…] Il clamore che i giornali borghesi fanno aiuterà a stringere le fila. Troppo repentinamente gli avversari erano diventati amici degli operai, esaltatori dei 'consigli' nelle democrazie popolari, dopo averli avversari in patria. È il caso di parlare di istinto o addirittura di coscienza di classe? C’è piuttosto nel corpo del partito un bisogno di riappropriarsi dei suoi connotati classisti, un ritorno di diffidenza verso gli intellettuali". <517
L’VIII Congresso non è solo il congresso della destalinizzazione: è anche quello che cerca di risolvere definitivamente il problema del cortocircuito culturale-organizzativo, tra costituzionalismo democratico, repubblicanesimo radicale, rivoluzionarismo leninista, che la tattica del 'partito nuovo' aveva causato, cercando di coniugare culture diverse, alcune proprie del movimento operaio e altre esterne a esso, in una strategia a volte più complicata che complessiva. Ciò è permesso non solo dalla normalizzazione interna e dal riflusso radicale che vive il conflitto sociale in questo decennio, ma anche dalla destalinizzazione che offre una sponda insperata al rinnovamento culturale interno: la critica e l’autocritica permettono di abbandonare legittimamente, perché nel solco proveniente da Mosca (che mantiene la sua funzione di “auctoritas”), il settarismo e il radicalismo che venivano dalla concezione catastrofista discesa da Stalin; oltre che gli elementi più difficilmente compatibili con un sistema democratico liberale, come quello della violenza rivoluzionaria legittima. È il pieno via libera al compromesso e all’inserimento del socialismo nella democrazia. Quello che abbiamo chiamato cortocircuito culturale-organizzativo, e che ha costituito uno dei fili rossi del presente capitolo, ha avuto un peso psicologico importante: Vittorio Foa ha parlato di 'un incredibile ritardo di percezione' <518 rispetto alla permanenza, nel pensiero comunista degli anni Cinquanta, del catastrofismo; mentre Italo Calvino ha definito 'schizofrenica' <519 l’attitudine del PCI di quel periodo. Spriano, invece, ha rilevato come l’esperienza politica nelle condizioni del tutto nuove del primo decennio repubblicano portarono a superare nei fatti la tradizione leninista: "Appaiono allora allo scoperto le nostre contraddizioni più vistose tra ideologia e politica. Battersi per la Costituzione, per la libertà, per quello che Secchia per primo ha indicato come una scelta decisiva, 'tra un regime totalitario clericale e un regime democratico', si può davvero conservando come bagaglio teorico inalterato il leninismo?" <520 E citando un suo articolo dell’epoca: "Tutta la sostanza politica del leninismo, tutta la teoria della rivoluzione elaborata nella sua opera e sperimentata nella Rivoluzione d’ottobre è animata dalla necessità di agire fuori, contro lo Stato borghese, le sue strutture amministrative, giuridiche, militari, politiche, per spezzare, distruggere la macchina della borghesia… A questo punto dobbiamo avere il coraggio di rispondere a questa domanda: in che misura è giusta, anzi è applicabile per noi questa impostazione di Stato e rivoluzione? Noi, dalla Liberazione ad oggi, sempre più chiaramente ci siamo mossi su una linea che conteneva, anche quando ci mancava il coraggio di esprimerli, nuovi presupposti teorici. Ci muovevamo dentro uno Stato e una realtà politica nuova". <521 Interessante notare come si potrebbero riproporre qui le riflessioni critiche di Claudio Pavone a proposito dell’errore di interpretazione delle istituzioni proprio del togliattismo, già citato in precedenza.
Al Congresso emersero tre posizioni, di cui una prevalente e due minoritarie: la prima, quella propria di Togliatti, Amendola e dei giovani dirigenti protagonisti del nuovo corso avviato tre anni prima, proponeva una destalinizzazione ideologica e formale del partito; il che significava una maggiore apertura nei confronti della società, maggiore attenzione al ceto medio e alle piccole imprese, azione di sensibilizzazione verso le masse cattoliche, dialogo e non guerra con le altre forze politiche. Questo nuovo approccio strategico non includeva anche un abbandono del modello centralizzato e verticistico del partito e infatti al nuovo corso faceva da corollario l’allontanamento (non l’espulsione) tanto dei revisionisti quanto degli stalinisti irriducibili, ovvero le altre due correnti presenti al Congresso. I primi, rappresentati da Antonio Giolitti e da dirigenti di minor caratura e livello (sostenuti da un intellettuale autorevole come Italo Calvino), chiedevano una svolta moderata e democratica del partito, in nome di una reale e totale critica dello stalinismo e del modello sovietico, assimilando di fatto il PCI al Partito socialista (dove alcuni di loro andranno in seguito); i secondi, invece, che avevano maggiore seguito tra la base e potevano contare su esponenti del calibro di Concetto Marchesi e Teresa Noce, criticarono aspramente il nuovo corso avviato dai rinnovatori, considerato ipocrita, riformista e interclassista. Lo stesso Marchesi, nel suo durissimo intervento, critica Kruscev per attaccare indirettamente Togliatti.
L’VIII Congresso si chiude con una vittoria su tutta la linea del gruppo dirigente e dei rinnovatori. Se si osserva l’organigramma del Comitato centrale, oltre all’esclusione dei revisionisti Giolitti e Onofri, spicca l’epurazione definitiva di molti esponenti della vecchia guardia: Negarville, Secchia, Roveda, D’Onofrio e Noce. Annota Secchia in un suo diario riguardo ai lavori del Congresso: "a parole si lotta contro il revisionismo; nei fatti in realtà, si lotta soltanto contro coloro che vengono definiti conservatori soltanto perché vorrebbero conservare al partito comunista le caratteristiche di un partito comunista". <522
È anche superamento della doppiezza del partito nuovo che aveva caratterizzato il primo decennio dalla Liberazione e che discende direttamente da quei nodi ideologico-culturali che fino alla destalinizzazione non potevano essere sciolti. Se infatti la doppiezza si manifestava nel disciplinamento del conflitto e della violenza in una strategia politica e in un’organizzazione, è pur vero che questo conflitto e questa violenza erano aggettivate in termini rivoluzionari e insurrezionali (almeno nelle intenzioni e nei desiderata). Con il rinnovamento, invece, e in particolare dagli anni Sessanta, la costituzione violenta della politica del conflitto è progressivamente espulsa dalle forme e dall’immaginario della lotta politica.
[NOTE]
514 A. Agosti, Togliatti, op. cit., p. 456
515 G. Manzini, Una vita operaia, Archivio del Lavoro 2007, pp. 145-49
516 P. Spriano, Le passioni di un decennio (1946-1956), pp. 205-06, Garzanti edizioni l’Unità 1992
517 Ibidem, p. 205
518 V. Foa, Il PSI negli anni del frontismo, Mondoperaio, a. XXX n. 10, ottobre 1977, p. 71, cit. in P. Spriano, Le passioni di un decennio, op. cit., p. 155
519 I. Calvino, dall’intervista con Eugenio Scalfari, la Repubblica, 13 dicembre 1980, cit. in ibidem, p. 174
520 P. Spriano, Spezzare la macchina dello Stato borghese o impossessarsene?, in Quaderno dell’attivista, n. 10, 2 luglio 1956, pp. 20-22, cit. in Le passioni di un decennio, op. cit., p. 190
521 Ibidem, pp. 190-91
522 P. Secchia cit. in A. Agosti, Togliatti, op. cit., p. 459
Elio Catania, Il conflitto sociale: "motore della Storia" o "tabù" storico-politico. Il caso di Milano nel secondo dopoguerra, Tesi di laurea, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Anno Accademico 2016-2017
Ovviamente uno dei temi oggetto della drammatica campagna congressuale è il rapporto di Kruscev su Stalin. La reazione di Giuseppe Granelli ci dà ancora una volta la cifra di cosa significasse il 'Barbisun' a livello popolare, in un contesto come quello di Sesto San Giovanni: "A Granel Stalin piaceva anche per il suo nome, Giuseppe, che sa di casalingo. Gli era una figura simpatica, faccia bonaria, occhi vivi, sorriso ironico. […] Stalin sembrava un contadino, un taglialegna. […] Solo una cosa a Granel dava fastidio, la divisa, e quel titolo di maresciallo. Il tarlo del Tone. Giuseppe non riesce a immaginarsi Lenin con la giubba e le mostrine. Lenin colpiva proprio per il suo vestito dimesso, il cappello a visiera da operaio, l’aspetto semplice e quasi trasandato. Era un leone ma senza criniera. Stalin comunque non esibiva medaglie come fanno invece i generali sovietici, con quelle loro file di patacconi che pesano dei chili. Se poi Stalin portava la divisa una ragione forse c’era: era il capo del primo paese socialista che, da quando è nato, è sempre vissuto in mezzo alle insidie, aggressioni, guerre, accerchiamenti. […] La vita di Stalin parlava invece da sola: espulso dal seminario, attività clandestina, arresti, prigionia, Siberia, la lotta a fianco di Lenin, l’organizzazione dell’armata che doveva spezzare l’attacco dei controrivoluzionari, e poi lo sforzo di tirar su un popolo in prevalenza contadino che nella sua storia aveva conosciuto solo l’oppressione. […] Neanche dopo il XX congresso del Pcus Giuseppe Granelli toglie dal portafoglio l’immagine di Stalin, fra il santino e la partecipazione a lutto. Gli sembrerebbe come un tradimento, come rinnegare il passato. Il modo del resto con cui è nata la storia del culto della personalità gli suona stridente e stonato, come se nel bel mezzo di un concerto uno si mettesse a picchiare su una pentola. […] Granel non ha un metro per capire bene questa storia, che lo sconcerta, che gli sembra incredibile. Il suo primo istinto è quello di respingerla, un’invenzione, una menzogna, la solita propaganda degli avversari. Fra l’altro non si sa ancora bene cosa contenga il rapporto segreto, solo voci, indiscrezioni, che il nemico amplifica battendo la grancassa. […] In sezione le discussioni sono furibonde, ma hanno quasi più il tono della recriminazione e dello sfogo che non quello della critica e del dibattito. Togliatti comunque, nella sua intervista a Nuovi argomenti, ha dato una linea che a Granelli sembra quella giusta: se Stalin ha compiuto degli errori e dei crimini, bisogna però distinguere e non fare di tutta un’erba un fascio". <515
Secondo Paolo Spriano "gli operai italiani (compresi quelli socialisti, a vero dire, anche se il PSI si è schierato a favore della rivoluzione ungherese) non nutrono affatto verso i ribelli ungheresi o polacchi sentimenti di solidarietà. Il romanticismo rivoluzionario, se non il 'feticcio' di cui parla Silone, è tipico invece degli intellettuali venuti al comunismo […]. Gli operai, a voler usare un’espressione di Danilo Montaldi, 'hanno fatto un uso di classe dello stalinismo'. Temono assai più una crisi del partito e delle sinistre di quanto non ne auspichino un rinnovamento". <516 A proposito della risposta operaia all’'indimenticabile ’56', sempre Spriano ha rilevato come la risposta fu duplice: se gli intellettuali ne uscivano, potremmo dire, 'a destra' (richiedendo un rinnovamento radicale, che metteva in discussione la stessa linea di Togliatti come in realtà 'conservatrice'), la base proletaria rispondeva con un paradossale connubio di nuovo settarismo e arroccamento attorno a Togliatti e al gruppo dirigente: "La verità - che poi si tenderà a dimenticare, di quell’indimenticabile anno - è che la base di classe del PCI, il suo fondo popolare reagirà, non solo dopo la conoscenza del contenuto del rapporto segreto, ma dopo i moti operai di Poznan, durante e dopo la rivolta ungherese, in modo quasi diametralmente opposto a quello degli intellettuali della sinistra, nel loro complesso; in modo opposto a come questi ultimi ritengono debbano reagire gli operai comunisti.[…] Il clamore che i giornali borghesi fanno aiuterà a stringere le fila. Troppo repentinamente gli avversari erano diventati amici degli operai, esaltatori dei 'consigli' nelle democrazie popolari, dopo averli avversari in patria. È il caso di parlare di istinto o addirittura di coscienza di classe? C’è piuttosto nel corpo del partito un bisogno di riappropriarsi dei suoi connotati classisti, un ritorno di diffidenza verso gli intellettuali". <517
L’VIII Congresso non è solo il congresso della destalinizzazione: è anche quello che cerca di risolvere definitivamente il problema del cortocircuito culturale-organizzativo, tra costituzionalismo democratico, repubblicanesimo radicale, rivoluzionarismo leninista, che la tattica del 'partito nuovo' aveva causato, cercando di coniugare culture diverse, alcune proprie del movimento operaio e altre esterne a esso, in una strategia a volte più complicata che complessiva. Ciò è permesso non solo dalla normalizzazione interna e dal riflusso radicale che vive il conflitto sociale in questo decennio, ma anche dalla destalinizzazione che offre una sponda insperata al rinnovamento culturale interno: la critica e l’autocritica permettono di abbandonare legittimamente, perché nel solco proveniente da Mosca (che mantiene la sua funzione di “auctoritas”), il settarismo e il radicalismo che venivano dalla concezione catastrofista discesa da Stalin; oltre che gli elementi più difficilmente compatibili con un sistema democratico liberale, come quello della violenza rivoluzionaria legittima. È il pieno via libera al compromesso e all’inserimento del socialismo nella democrazia. Quello che abbiamo chiamato cortocircuito culturale-organizzativo, e che ha costituito uno dei fili rossi del presente capitolo, ha avuto un peso psicologico importante: Vittorio Foa ha parlato di 'un incredibile ritardo di percezione' <518 rispetto alla permanenza, nel pensiero comunista degli anni Cinquanta, del catastrofismo; mentre Italo Calvino ha definito 'schizofrenica' <519 l’attitudine del PCI di quel periodo. Spriano, invece, ha rilevato come l’esperienza politica nelle condizioni del tutto nuove del primo decennio repubblicano portarono a superare nei fatti la tradizione leninista: "Appaiono allora allo scoperto le nostre contraddizioni più vistose tra ideologia e politica. Battersi per la Costituzione, per la libertà, per quello che Secchia per primo ha indicato come una scelta decisiva, 'tra un regime totalitario clericale e un regime democratico', si può davvero conservando come bagaglio teorico inalterato il leninismo?" <520 E citando un suo articolo dell’epoca: "Tutta la sostanza politica del leninismo, tutta la teoria della rivoluzione elaborata nella sua opera e sperimentata nella Rivoluzione d’ottobre è animata dalla necessità di agire fuori, contro lo Stato borghese, le sue strutture amministrative, giuridiche, militari, politiche, per spezzare, distruggere la macchina della borghesia… A questo punto dobbiamo avere il coraggio di rispondere a questa domanda: in che misura è giusta, anzi è applicabile per noi questa impostazione di Stato e rivoluzione? Noi, dalla Liberazione ad oggi, sempre più chiaramente ci siamo mossi su una linea che conteneva, anche quando ci mancava il coraggio di esprimerli, nuovi presupposti teorici. Ci muovevamo dentro uno Stato e una realtà politica nuova". <521 Interessante notare come si potrebbero riproporre qui le riflessioni critiche di Claudio Pavone a proposito dell’errore di interpretazione delle istituzioni proprio del togliattismo, già citato in precedenza.
Al Congresso emersero tre posizioni, di cui una prevalente e due minoritarie: la prima, quella propria di Togliatti, Amendola e dei giovani dirigenti protagonisti del nuovo corso avviato tre anni prima, proponeva una destalinizzazione ideologica e formale del partito; il che significava una maggiore apertura nei confronti della società, maggiore attenzione al ceto medio e alle piccole imprese, azione di sensibilizzazione verso le masse cattoliche, dialogo e non guerra con le altre forze politiche. Questo nuovo approccio strategico non includeva anche un abbandono del modello centralizzato e verticistico del partito e infatti al nuovo corso faceva da corollario l’allontanamento (non l’espulsione) tanto dei revisionisti quanto degli stalinisti irriducibili, ovvero le altre due correnti presenti al Congresso. I primi, rappresentati da Antonio Giolitti e da dirigenti di minor caratura e livello (sostenuti da un intellettuale autorevole come Italo Calvino), chiedevano una svolta moderata e democratica del partito, in nome di una reale e totale critica dello stalinismo e del modello sovietico, assimilando di fatto il PCI al Partito socialista (dove alcuni di loro andranno in seguito); i secondi, invece, che avevano maggiore seguito tra la base e potevano contare su esponenti del calibro di Concetto Marchesi e Teresa Noce, criticarono aspramente il nuovo corso avviato dai rinnovatori, considerato ipocrita, riformista e interclassista. Lo stesso Marchesi, nel suo durissimo intervento, critica Kruscev per attaccare indirettamente Togliatti.
L’VIII Congresso si chiude con una vittoria su tutta la linea del gruppo dirigente e dei rinnovatori. Se si osserva l’organigramma del Comitato centrale, oltre all’esclusione dei revisionisti Giolitti e Onofri, spicca l’epurazione definitiva di molti esponenti della vecchia guardia: Negarville, Secchia, Roveda, D’Onofrio e Noce. Annota Secchia in un suo diario riguardo ai lavori del Congresso: "a parole si lotta contro il revisionismo; nei fatti in realtà, si lotta soltanto contro coloro che vengono definiti conservatori soltanto perché vorrebbero conservare al partito comunista le caratteristiche di un partito comunista". <522
È anche superamento della doppiezza del partito nuovo che aveva caratterizzato il primo decennio dalla Liberazione e che discende direttamente da quei nodi ideologico-culturali che fino alla destalinizzazione non potevano essere sciolti. Se infatti la doppiezza si manifestava nel disciplinamento del conflitto e della violenza in una strategia politica e in un’organizzazione, è pur vero che questo conflitto e questa violenza erano aggettivate in termini rivoluzionari e insurrezionali (almeno nelle intenzioni e nei desiderata). Con il rinnovamento, invece, e in particolare dagli anni Sessanta, la costituzione violenta della politica del conflitto è progressivamente espulsa dalle forme e dall’immaginario della lotta politica.
[NOTE]
514 A. Agosti, Togliatti, op. cit., p. 456
515 G. Manzini, Una vita operaia, Archivio del Lavoro 2007, pp. 145-49
516 P. Spriano, Le passioni di un decennio (1946-1956), pp. 205-06, Garzanti edizioni l’Unità 1992
517 Ibidem, p. 205
518 V. Foa, Il PSI negli anni del frontismo, Mondoperaio, a. XXX n. 10, ottobre 1977, p. 71, cit. in P. Spriano, Le passioni di un decennio, op. cit., p. 155
519 I. Calvino, dall’intervista con Eugenio Scalfari, la Repubblica, 13 dicembre 1980, cit. in ibidem, p. 174
520 P. Spriano, Spezzare la macchina dello Stato borghese o impossessarsene?, in Quaderno dell’attivista, n. 10, 2 luglio 1956, pp. 20-22, cit. in Le passioni di un decennio, op. cit., p. 190
521 Ibidem, pp. 190-91
522 P. Secchia cit. in A. Agosti, Togliatti, op. cit., p. 459
Elio Catania, Il conflitto sociale: "motore della Storia" o "tabù" storico-politico. Il caso di Milano nel secondo dopoguerra, Tesi di laurea, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, Anno Accademico 2016-2017
