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domenica 26 aprile 2026

Molto spesso il paradigma della crisi persistente e irrisolta diviene esplicativo delle vicende italiane dell’ultimo quarto del secolo scorso


«Come nel ’68? No, peggio, oggi c’è la crisi». Tra i tanti slogan presenti sui muri dell’università romana nel 1977, uno dei più iconici prendeva di mira l’abusato e ambivalente confronto con l’anno della contestazione <1, sottolineando lo scarto più consistente: laddove la fine degli anni sessanta si misurava con le contraddizioni del miracolo economico italiano, nei settanta la cifra dominante è quella della crisi. Crisi economica, degli equilibri internazionali, del sistema politico, dei rapporti sociali. Duro stabilire a posteriori quanta consapevolezza vi fosse nella “generazione dell’anno nove” <2 del carattere periodizzante, di cesura storica, oggi largamente riconosciuto al decennio settanta del secolo scorso; sicuramente l’impressione forte e ineliminabile era quella di muoversi in un orizzonte più cupo e disperato rispetto a quello dei propri padri e, persino, fratelli maggiori <3, senza peraltro che ciò comportasse necessariamente la rinuncia a un approccio vitalistico all’esistente.
Prima di conferire sostanza a tale impressione, delineando le linee di sviluppo del paese e del contesto internazionale nel periodo considerato, conviene confrontarsi con la categoria di crisi, onde evitare un uso acritico e sondarne la validità interpretativa per il decennio in oggetto. Luca Baldissara mette in guardia da un utilizzo ambiguo del termine, che ne faccia un escamotage con cui rievocare periodi storici dei quali non si riesca a trovare il bandolo della matassa, la chiave interpretativa. Aggiunge però, in un passo successivo: "D’altro canto, la categoria di crisi può viceversa contribuire efficacemente all’interpretazione dei processi di mutamento in corso nella società quando sia ricondotta alla dialettica continuità/rottura propria della dinamica storica, al concetto di “transizione” da un sistema ad un altro. Quando cioè crisi diviene una lente d’ingrandimento che consente di osservare il dipanarsi dei meccanismi e degli elementi di rottura di un equilibrio tra i diversi settori - economico-sociale, politico-istituzionale, civico-culturale, normativo-giudiziario - che garantiscono la vita associata, la tenuta di un sistema, il funzionamento dei processi di integrazione individuale e collettiva" <4. Nei suoi studi di storia concettuale, Koselleck <5 individua tre modelli semantici ai quali può essere ricondotto l’uso moderno della parola crisi, che nel linguaggio della filosofia della storia si sostengono a vicenda e si mescolano. Il termine, nel significato che qui interessa, oscilla sul crinale della sua declinazione come concetto periodale iterativo e come decisione ultima. Nel primo caso l’accento batte sul processo (e spesso sul progresso) storico, scandito da crisi che costituiscono altrettante spinte al cambiamento; nel secondo l’accezione è più marcatamente teleologica, con riferimento alla crisi come «ultima grande e definita decisione, dopo la quale la storia del futuro si presenterà in modo del tutto diverso» <6.
Guardando a coloro che vissero negli anni settanta, il timore o la speranza che la crisi (economica, politica, internazionale) fosse quella definitiva si intreccia con la considerazione dell’andamento ciclico della storia, scandito - con termini mutuati dal linguaggio economico - da progresso, crisi e riprese. Se il timore apparteneva a quanti credevano nella funzionalità del sistema e auspicavano la sua conservazione al netto dei necessari correttivi, la speranza viceversa era cullata da quei soggetti e organizzazioni che si rifacevano al Marx teorico del collasso ineluttabile del capitalismo, nel quale convivono a ben vedere entrambe le accezioni del concetto qui considerate.
Spostando lo sguardo sul tempo presente, è diffusa fra gli storici l’interpretazione del decennio in esame come periodo di crisi <7, con riferimento alla declinazione del concetto in senso periodale iterativo. In alcuni casi <8 l’affezione è considerata salutare, benefica, o quantomeno foriera di possibili soluzioni a vecchi mali. Molto spesso <9 il paradigma della crisi persistente e irrisolta diviene esplicativo delle vicende italiane dell’ultimo quarto del secolo scorso, e oltre; se il frangente di crisi è spostato in avanti e fatto coincidere con gli anni ottanta, il decennio precedente ne costituisce perlomeno l’incubatore <10. In ogni caso gli anni settanta rappresentano uno stress test per i fragili equilibri del paese, sottoposto alle fibrillazioni derivanti dalla stagnazione economica accompagnata a un’inflazione galoppante, dalla contrastata ristrutturazione industriale, dall’impasse politica esemplificata nella formula del governo delle astensioni varata nel 1976, dalle tensioni internazionali, dalle problematiche sociali, dal sempre più insistito ricorso alla violenza politica e alla lotta armata da parte degli agenti della contestazione.
Né tuttavia questa segmentazione del tempo storico è l’unica possibile; evidenziare la dimensione della crisi come ermeneutica per il periodo considerato equivale ad adottare un punto di vista strettamente occidentalocentrico, della qual cosa occorre avere consapevolezza. Inoltre, la stessa storiografia offre spunti differenti, anche qualora incentri il proprio sguardo sul quadrante nord-ovest del mondo: ne è un esempio un testo che ha goduto di recente, notevole fortuna: "Dopoguerra" di Tony Judt <11. L’autore fornisce un’interpretazione della storia del continente europeo a partire dal secondo conflitto mondiale, in cui la cesura dei settanta risulta sfumata, letta nell’ottica della transizione verso gli equilibri della contemporaneità; ne sono eloquente testimonianza la scansione dei capitoli e la periodizzazione ad essa sottesa, che fa seguire all’età della «prosperità e malcontento: 1953-1971» l’«intervallo: 1971-1989».
Ancora una volta torna utile Koselleck, e il rapporto che istituisce fra struttura, evento, punto di vista e temporalizzazione nella disciplina storica <12. La sua riflessione, che si configura come una semantica dei tempi storici, permette di tematizzare il periodo in esame in modo meno aleatorio: l’interpretazione degli anni settanta come frangente di crisi costituisce non solo un punto di vista determinato sul passato, ma uno strato temporale che si sovrappone e si intreccia ai molti altri possibili. Così, l’enfasi posta sul decennio, e al suo interno sulle forme della contestazione politica, rappresenta una delle possibili configurazioni di quel tempo storico, e contribuisce per mezzo della variazione di scala ad arricchirne la conoscenza. Tenendo presente che la capacità esplicativa della prospettiva adottata varia al variare della scala, e al collocarsi ai differenti livelli di gradazione delle dimensioni storiche del mutamento e della durata.
[NOTE]
1 Tema più volte affrontato nelle analisi degli studenti in lotta nel corso del 1977, così come nelle intemerate a colpi di cori durante i cortei e di pennellate murali: si veda, ad esempio, Collettivo “La nostra assemblea” (a cura di), Le radici di una rivolta. Il movimento studentesco a Roma: interpretazioni, fatti e documenti. Febbraio-aprile 1977, Feltrinelli, Milano 1977, pp. 11-66, 161-74.
2 Ancora un’espressione, coniata da Umberto Eco, in cui forte emerge il rapporto con i “fratelli maggiori” del 1968: Umberto Eco, La comunicazione “sovversiva” nove anni dopo il sessantotto, «Corriere della Sera», 25 febbraio 1977, ora Anno nove, in Id., Sette anni di desiderio. Cronache 1977-83, Bompiani, Milano 1983, pp. 59-63.
3 Cfr. Alberto De Bernardi, I movimenti di protesta e la lunga depressione dell’economia italiana, in Id., Valerio Romitelli e Chiara Cretella (a cura di), Gli anni Settanta. Tra crisi mondiale e movimenti collettivi, Archetipolibri, Bologna 2009, pp. 119-35.
4 Luca Baldissara, Le radici della crisi. Un’introduzione, in Id. (a cura di), Le radici della crisi. L’Italia tra gli anni Sessanta e Settanta, Carocci, Roma 2001, pp. 9-30, in particolare pp. 15-16.
5 Reinhart Koselleck, Il vocabolario della modernità. Progresso, crisi, utopia e altre storie di concetti, il Mulino, Bologna 2009, pp. 95-109. Sul rapporto fra modernità, progresso e crisi si veda anche R. Koselleck, Sulla disponibilità della storia, in Id., Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici, Marietti, Genova 19962, pp. 223-38.
6 Id., Il vocabolario della modernità, cit., p. 104.
7 Forse il testo più significativo del paradigma della crisi a partire dagli anni settanta è Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve. 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi, Rizzoli, Milano 1995, qualora si consideri in particolare la terza parte, intitolata emblematicamente «La frana»: pp. 469-675. Cfr. anche, per un esempio più recente del valore periodizzante del decennio, Niall Ferguson et al., The Shock of the Global. The 1970s in Perspective, Belknap Press of Harvard University Press, London-Cambridge 2010.
8 Cfr., per fare due esempi, Vittorio Frosini, La democrazia nel XXI secolo, Ideazione, Roma 1997 e, parzialmente, Silvio Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana. L’economia, la politica, la cultura, la società dal dopoguerra agli anni ’90, Marsilio, Venezia 2005.
9 Si pensi ad Aurelio Lepre, Storia della prima Repubblica. L’Italia dal 1943 al 2003, il Mulino, Bologna 20053, opera nella quale l’avvertenza prima alla lettura è così formulata: «Questa terza edizione della Storia della prima Repubblica l’aggiorna fino al 2003. Si dovrebbe ripetere in essa ciò che fu scritto a proposito della seconda edizione, che portava l’aggiornamento al 1998: gli anni trascorrono, ma la storia della seconda Repubblica non sembra ancora iniziata e l’Italia sta vivendo una faticosa e difficile transizione di cui si continua a non intravedere il possibile sbocco. Ancora una volta, perciò, la Storia della prima Repubblica non può avere una vera e propria conclusione». Cfr.
inoltre quello che è diventato ormai un vero e proprio canone storiografico, riassunto efficacemente nel titolo: Guido Crainz, Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni ottanta, Donzelli, Roma 2003; nonché altri lavori di sintesi quali Piero Craveri, La Repubblica dal 1958 al 1992, Utet, Torino 1995 ed Enzo Santarelli, Storia critica della Repubblica. L’Italia dal 1945 al 1994, Feltrinelli, Milano 1996. Lo stesso Craveri in un’opera recente riprende l’ottica declinista e ne fa strumento di interpretazione delle vicende d’Italia; in particolare, in riferimento ai decenni settanta e ottanta vengono adoperate rispettivamente le categorie di «crisi» e di «occasioni mancate»: cfr. P. Craveri, L’arte del non governo. L’inesorabile declino della Repubblica italiana, Marsilio, Venezia 2016.
10 Cfr. Agostino Giovagnoli, La Repubblica degli italiani. 1946-2016, Laterza, Roma-Bari 2016; in quest’opera di sintesi gli anni ottanta divengono il tornante storico a partire da quale entra in crisi il vecchio mondo e si consuma il “cambiamento” sul piano dei rapporti internazionali, dell’economia, della società, della cristianità. Cfr. anche Paolo Soddu, La via italiana alla democrazia. Storia della Repubblica 1946-2013, Laterza, Roma-Bari 2017, per il quale le trasformazioni politico-sociali verificatesi nel periodo compreso tra il sequestro e l’omicidio Moro e l’inchiesta Mani pulite rappresentano la «crisi, agonia e morte della democrazia dissociativa e dei soggetti costituenti».
11 Tony Judt, Dopoguerra. Come è cambiata l’Europa dal 1945 a oggi, Mondadori, Milano 2007.
12 R. Koselleck, Futuro passato, cit.
Salvatore Corasaniti, Quando parla Onda Rossa. I Comitati autonomi operai e l'emittente romana alla fine degli anni settanta (1977-1980), Tesi di dottorato, La Sapienza - Università degli Studi di Roma, Anno accademico 2017-2018

lunedì 7 luglio 2025

La rottura frontale e radicale fra Pci, Cgil e movimenti giovanili fa emergere questioni riconducibili solo in parte alla politica


Il Ministro degli Interni Cossiga descrive così, intervenendo al Senato, i fatti di Bologna e di Roma [del 12 mqrzo 1977]: "L’uso di armi da guerra, l’aggressione deliberata alle forze dell’ordine, la sistematica distruzione di negozi e autovetture, gli assalti alle caserme e agli uffici di polizia hanno posto l’autorità di fronte a gravissimi problemi che hanno dovuto essere affrontati anche con l’uso di mezzi pesanti blindati" <915.
Lo stesso giorno a Torino, un commando di Prima linea uccide il brigadiere di pubblica sicurezza Giuseppe Ciotta. Le segreterie torinesi di Pci, Cgil, e Psi reagiscono estendendo un aspro comunicato di condanna: "Questa mattina a Torino il brigadiere di PS Giuseppe Ciotta è stato barbaramente assassinato da un commando terroristico che ha rivendicato, con un linguaggio delirante contro le forze dell’ordine la paternità dell’attentato. Ieri a Bologna, in un clima di violenza quadristica originato da una inammissibile provocazione ai danni di una assemblea studentesca, l’intervento della polizia, sul quale è necessario fare piena luce, ha provocato la morte dello studente di Lotta continua Pier Francesco Lorusso. I partiti democratici chiedono che si faccia piena luce sugli episodi accadute, si rivolgono alle autorità preposte alla tutela della sicurezza dei cittadini affinché la salvaguardia della legalità repubblicana sia garantita. Riaffermano la necessità di un comune impegno delle forze democratiche per la difesa della libertà e della democrazia" <916.
La rottura frontale e radicale fra Pci, Cgil e movimenti giovanili fa emergere questioni riconducibili solo in parte alla politica. La discussione che attraversa la Fgci e il Partito comunista sembra cogliere ben poco di questi elementi, essendo incentrata principalmente a condannare la guerriglia scatenata a Bologna da «squadristi armati» o l’assalto eversivo contro lo stato democratico» <917. Riflettendo sul problema dei giovani Luciano Lama, ad esempio, si affida ad una interpretazione generosa ma chiaramente irricevibile da parte di quei gruppi sociali. Nonostante la costante preoccupazione della Cgil per i disoccupati, per la costruzione di alleanze sociali, la forza della cultura del lavoro operaio e produttivo rimane prevalente. La proposta di Lama è irricevibile da parte di quei gruppi sociali che non possono avere quella cultura operaia e del lavoro e anzi protestano contro quel lavoro visto ora come elemento di negazione di ogni identità: "Non c’è dubbio che in questo campo esiste oggi un distacco, una rottura perché una parte non piccola della gioventù non si riconosce nella tradizione politica del movimento operaio e anche nelle istituzioni democratiche. […] come saldare le giovani generazioni che sono tenute fuori dalle strutture produttive con il movimento operaio che in queste strutture ha le sue basi più agguerrite? Come combattere quello che io chiamerei un esistenzialismo consumistico e l’estremismo, offrendo nel contempo un proficuo terreno di incontro a quei giovani? La sola vera garanzia che noi diamo ai giovani è la partecipazione alle lotte del movimento sindacale per il cambiamento della società italiana e della condizione dei lavoratori e dei giovani" <918.
Sull’esplosione di questa rottura culturale e generazionale pesano anche ragioni specifiche. Come scrive Piero Craveri, “in un paese caratterizzato da un labirinto di aree protette - protette in primo luogo dal sistema pubblico - le fasce di emarginazione sociale rimanevano ancor più prive di plausibile giustificazione” <919. Alla base vi è qualcosa di profondamente diverso rispetto al ’68. “Manca al movimento del ’77 l’ottimismo profondo, la carica psicologica della generazione precedente: una generazione che si sentiva comunque parte di una società del benessere, sia pure segnata da ingiustizie e distorsioni” <920.
È utile a questo proposito analizzare la discussione e le analisi del Pci, di cui si è appena detto. Il dibattito sulla condizione giovanile e sugli eventi di questi mesi viene affrontata dal Comitato centrale che si riunisce dal 14 al 16 marzo 1977. La relazione introduttiva svolta da Massimo D’Alema, segretario nazionale della Fgci, si concentra sui fatti di Bologna dell’11 marzo e sugli episodi di violenza susseguitisi in altre città nei giorni seguenti: "Di fronte a simili episodi il primo punto da affrontare è la necessità di un’azione straordinaria in difesa della democrazia e delle istituzioni. La situazione rischia di diventare incontrollabile perché estremismo politico, sovversivismo e disgregazione sociale vanno ad unirsi all’aggravarsi della crisi economica, morale e ideale. I gruppi estremisti hanno scelto di attaccare con azioni squadristiche il Pci, le forze democratiche e il sindacato per impedire lo sviluppo di un movimento unitario di giovani per il cambiamento della società. […] alcune formazioni, tra cui Autonomia operaia e Lotta continua, organizzano azioni violente e armate contro le manifestazione del movimento democratico, altre, spesso in modo ambiguo e contraddittorio svolgono un ruolo di copertura e complicità" <921. D’Alema conclude la sua relazione lanciando un allarme. Il dirigente comunista vede il rischio di una frattura fra i giovani e il sistema democratico tale da favorire le posizioni estremiste. Paolo Spriano, nel suo intervento, esprime un giudizio ancora più preoccupato sulla situazione e descrive così il corteo autonomo del 12 marzo a Roma: "Un corteo cupo, lugubre, dominato da una estrema carica di violenza, come le parole che più si sentivano, che poi erano le uniche che circolavano. «Bruceremo la città», «Violenza proletaria», «Berlinguer boia», con un’ostentazione di armi, ad esempio di bottiglie incendiarie, di spranghe di ferro, di gesti di vandalismo contro qualsiasi cosa capitasse a tiro, da una vetrina al parabrezza di una macchina" <922.
[NOTE]
915 Cossiga racconta le ore nere di Roma e Bologna, in «la Repubblica», 15 marzo 1977.
916 Il documento approvato dalle segreterie torinesi di Pci, Cgil e Psi del 12 marzo 1977 è in Una Regione contro il terrorismo, cit., p. 55.
917 Inizia così l’intervento di Massimo D’Alema, segretario nazionale della Fgci al Comitato centrale del Pci del 14-16 marzo 1977. I verbali del Comitato centrale sono pubblicati in I comunisti e la questione giovanile, Atti della sessione del Comitato centrale del Pci, Roma, 14-16 marzo 1977, Roma, Editori Riuniti, 1977, p. 11.
918 As Cgil nazionale, Organismi dirigenti, Consiglio generale. Verbale della riunione del 12-13 marzo 1977. Relazione di Luciano Lama.
919 P. Craveri, La repubblica dal 1958 al 1992, cit., p. 720.
920 Ivi, p. 722.
921 I comunisti e la questione giovanile, Atti della sessione del Comitato centrale del Pci, Roma, 14-16 marzo 1977, cit., Intervento di D’Alema, pp.14-15.
922 Ivi, Intervento di Paolo Spriano, p. 89.
Francescopaolo Palaia, La Cgil e il Pci fra violenza terroristica e radicalità sociale (1969-1982), Tesi di dottorato, Università degli Studi "Sapienza" - Roma, Anno Accademico 2016-2017

Fra le variabili che contribuiscono a definire la relazione fra Pci e gruppi alla sua sinistra - ferma restando la centralità rivestita dalla congiuntura politica, nello specifico dal percorso di avvicinamento dei comunisti all’area di governo - ve ne sono due di particolare interesse: natura e finalità delle diverse formazioni politiche e presenza o meno di un movimento di massa verso il quale indirizzare l’intervento del partito. Per quel che riguarda il primo aspetto, va rilevato il cambiamento verificatosi con l’affermazione delle organizzazioni autonome a scapito delle altre formazioni della sinistra rivoluzionaria. Laddove c’era stato un rapporto sì conflittuale ma dialogico, aperto a possibili forme di collaborazione (e speculari aperture di credito quali l’indicazione di voto per il Pci data da Lotta continua alle elezioni amministrative del 1975), come sull’antifascismo, subentra una chiusura netta nei confronti di una forma di organizzazione politica sentita come sideralmente distante dai propri riferimenti teorici e culturali.
Per quel che attiene alla seconda variabile indicata, occorre evidenziare un apparente paradosso: il momento di più acuto dispiegamento della “guerra a sinistra” <6 - il ’77 e, nello specifico, la contestazione a Lama all’università di Roma - coincide col più profondo tentativo di comprensione delle istanze del movimento, in rapporto al quale viene avanzata un’autocritica che fa perno sui ritardi di elaborazione e di intervento accumulati negli anni dal Partito comunista <7. Nel mese di febbraio la questione universitaria irrompe prepotentemente nell’agenda politica comunista: compare all’ordine del giorno delle riunioni di segreteria <8, sollecita la presa di posizione degli intellettuali organici al partito <9, impegna la direzione. Nei giorni successivi all’episodio in cui è rimasto coinvolto il segretario della Cgil, viene approvato un documento sulla situazione all’interno delle università. Nel corso del dibattito in sede di direzione quasi tutti gli interventi mettono in rilievo gli errori commessi dal Pci in rapporto alla questione giovanile e, in particolare, alla situazione di sofferenza di ampie parti della società, pur manifestatasi in episodi di intemperanza da condannare <10.
[...] Si fanno spazio due importanti riconoscimenti: da un lato si prende atto che i gruppi la cui azione deleteria penalizzerebbe le ragioni della contestazione, anche se «non rappresentano l’insieme del movimento, […] pure sono presenti e, in alcune realtà, in modo significativo»; dall’altro, si ammette che «è necessario compiere anche una serena e rigorosa autocritica da parte dei comunisti per gli errori e le incertezze che vi sono stati». Se il Pci non ha saputo cogliere i segnali di malessere e intervenire energicamente per evitare che la protesta venisse strumentalizzata dagli estremisti, tuttavia è la Democrazia cristiana ad avere le colpe principali, perché incapace nei suoi trent’anni di governo di affrontare i nodi e le problematiche sottese alla scolarizzazione di massa e alla crisi occupazionale dei giovani.
Emerge qui un altro paradosso: il Pci valorizza in queste posizioni la sua condizione di partito rimasto fino al 1977 ai margini della sfera governativa, a differenza del principale avversario a sinistra, il Psi; malgrado ciò, i comunisti sono il principale bersaglio della contestazione, mentre i socialisti, come è stato osservato <12, possono approfittare del loro ruolo di tertia gaudentes nella contrapposizione in atto per muovere le proprie critiche al sistema di gestione politico-economico, di cui pure sono stati compartecipi a partire dagli anni sessanta. Si ripropone sostanzialmente quello schema, di cui si è parlato a proposito della dinamica politica degli anni settanta, per il quale il confronto fra i due partiti avviene all’insegna della contrapposizione fra l’inclinazione compromissoria del Pci e la propensione riformista del Psi.
L’autocritica compiuta in merito all’intervento deficitario dei comunisti nelle università si traduce infine nella discussione al comitato centrale del partito di marzo, incentrata sulla questione giovanile. La relazione introduttiva è affidata al segretario della Fgci Massimo D’Alema che, a posteriori, parlerà di un cc drammatico, nel quale le proposte di apertura si scontrarono con le diffidenze e gli arroccamenti di alcuni dei maggiorenti del partito <13. L’assemblea ha luogo, d’altronde, all’indomani del 12 marzo, quando - nel corso della manifestazione nazionale del movimento, a un giorno di distanza dall’assassinio di Francesco Lorusso a Bologna <14 - la capitale è sconvolta da scontri durissimi fra manifestanti e forze dell’ordine, nei quali non viene lesinato l’uso di armi da fuoco da entrambe le parti <15. Quella che costituisce a tutti gli effetti la dimostrazione caratterizzata dalla maggior carica di violenza organizzata del movimento ha l’effetto di inibire le pur timide aperture e concessioni fatte dal Pci nel mese precedente, frustrando i cauti tentativi di distinguo e le proposte di intervento provenienti dalla Fgci.
[NOTE]
6 Cfr. Roberto Colozza, Guerra a sinistra, cit.
7 «In sintesi, se - a livello di linea politica - la polemica con l’estremismo fu sempre netta, nel momento in cui esso era parte di movimenti reali nella società l’atteggiamento del Pci fu duplice: attenzione alle ragioni dei movimenti, forte polemica con tutte le organizzazioni alla propria sinistra che ne volevano assumere la rappresentanza»: E. Taviani, Pci, estremismo di sinistra e terrorismo, cit., p. 246.
8 Cfr. i verbali delle riunioni della segreteria del Pci dell’8 e del 18 febbraio 1977, in Ig, Apc, 1977 - I bimestre, Segreteria, mf. 288, pp. 0162x e 1065x.
9 Cfr. Aldo Tortorella, Saper vedere il pericolo, «l’Unità», 19 febbraio 1977; A. Asor Rosa, Le convulsioni dell’Università, cit. e Id., Forme nuove di anticomunismo, cit.
10 Cfr. il verbale della riunione della direzione del Pci del 19 febbraio 1977, in Ig, Apc, 1977 - I bimestre, Direzione, mf. 288, pp. 0140x ss.
12 Cfr. R. Colozza, Guerra a sinistra, cit., pp. 99-100.
13 Cfr. Massimo D’Alema, A Mosca l’ultima volta. Enrico Berlinguer e il 1984, Donzelli, Roma, 2004, pp. 130-31.
14 Sui fatti di Bologna cfr. Autori molti compagni, Bologna marzo 1977… fatti nostri…, Bertani, Verona 1977.
15 Cfr. il resoconto della giornata fornito dalla questura di Roma, in Acs, Mi - gab., 1976-80, b. 59, f. «Relazioni mensili», relazione sugli incidenti riguardanti l’ordine pubblico verificatisi nel marzo 1977, redatta dalla Direzione generale di pubblica sicurezza - Servizio ordine pubblico e stranieri - Divisione ordine pubblico.
Salvatore Corasaniti, Quando parla Onda Rossa. I Comitati autonomi operai e l'emittente romana alla fine degli anni settanta (1977-1980), Tesi di dottorato, Sapienza - Università di Roma, Anno accademico 2017-2018