domenica 16 maggio 2021

Prospettive che sono la quintessenza di un giardino


La prima volta che incontrai Agostino Muratori ero un bambino e a parlare per me c'era mia madre [...] Alle pareti spoglie della stanza erano affissi piccoli suoi quadri in cui ritraeva scene ospedaliere [...] Ma se, negli anni a venire, dei suoi quadri scoprii pian piano lo stile e la ricerca, del suo famoso giardino di Anzio non ho saputo nulla fino a quando Muratori ha scritto il libro che Bompiani ha appena dato alle stampe [...]
Matteo Nucci, Nel giardino dove le piante si innestano con l'arte, il venerdì di Repubblica, n° 1730, 14 maggio 2021

«Un quadro una volta finito è lì davanti a te, e se è riuscito, guardarlo ti appaga. Un giardino invece non finisce mai, è una tela mobile.»
Da "Collezione di spine. Vita di un giardino" di Agostino Muratori, Ed. Bompiani, 2021

"La villa è del 1932. Gli anni della guerra furono i peggiori per il giardino[...] Ma fu mio padre a rimettere mano a questi spazi con la sua esuberanza. Poi nacque la mia passione, durante una gita a Montecarlo nei primi anni Sessanta. Visitai il 'giardino esotico' che è uno dei più belli del mondo e tutto ebbe inizio"
Agostino Muratori in Matteo Nucci, articolo citato

Ma questo è un libro di piante più che di animali: palme, agavi, dracene, cycas ricevute in regalo o in eredità, a lungo cercate nei vivai, accudite con passione, viste attecchire o spegnersi, desiderate, sperate, salutate. Ed è anche un libro di uomini, incontrati in tanti punti del mondo, che in comune con l’autore hanno questa passione. La storia di un giardino è anche sempre una storia di conoscenze condivise, di ibridazioni tra noi e gli altri. E Muratori, pittore e maestro bonsaista, racconta la storia del suo giardino attraverso i singolari personaggi che l’hanno influenzato e aiutato nell’impresa, siano essi uomini o piante.
Da Agostino Muratori, Op. cit.

Ma quello che colpisce è la sua filosofia: "Amo le piante che hanno dovuto lottare per sopravvivere. Un fusto dritto non mi dice niente. Voglio vedere come hanno sofferto, come hanno superato problemi, ostacoli, maltrattamenti". Quest'idea antica - siamo ciò che abbiamo sofferto - si sviluppa nel giardino di Muratori prendendo due direttrici. Da una parte ci sono piante che negli anni ha trovato, scovato, salvato. Dall'altra ci sono quelle che ha sostanzialmente costruito, raffinando un'arte che anni fa fu di moda nonostante nessuno ne capisse nulla, quella del bonsai [...] Muratori indica prospettive che sono la quintessenza di un giardino. Perché se è vero, come ripete spesso, che per fare un giardino ci vogliono quarant'anni - venti per accumulare e venti per sfoltire - la questione decisiva, per lui, sta nei vuoti.
Matteo Nucci, articolo citato 

Il Pittore e il Bonsai
«La storia mi piace romanzarla. Non approfondisco, faccio errori geografici, storici, architettonici.
Privilegio una sola cosa: il senso del gioco. Come un bambino che gioca ai soldatini e prepara la scena di una battaglia. Per fermarsi lì, prima del colpo di cannone».
Oppure:
«Sopporto tutto, anche la stroncatura furente. Basta che non si dica di un mio quadro che è “carino” o che è fatto “con tanta pazienza”. Ma quale pazienza? Quella si mette nelle cose che non ti piace fare». E infine: «Non mi sento affatto sminuito se qualcuno giudica i miei quadri come elementi da arredamento. Mi va benissimo. Solo che prima devono piacere a me. Poi agli altri».
Agostino Muratori, romano doc, nonché medico per vivere, botanico per passione e pittore per urgenza d’esprimersi, parla chiaro.
Gli inglesi direbbero che è un amateur, un dilettante, ma dopo dieci mostre e centinaia di quadri dipinti e venduti chi può definirlo così?
Stavolta ha preparato una cinquantina di “pezzi” per un’esposizione che ha voluto intitolare spiritosamente – e forse anche programmaticamente – Roma: viste e sviste.
Le viste sono i “paesaggi”, ricchi di dettagli ornamentali e variazioni cromatiche; le sviste sono il divertimento che Muratori distilla nel reinventare, pantografando infedelmente vecchie stampe o calendari marinari, disegni scenografici o fotografie d’epoca, una Storia che è solo un pretesto.
L’hanno definito un “lussureggiante”, e certo il suo amore per le piante – per un verde che s’allarga allo spirito e ne colora le debolezze – torna in molte di queste pitture su legno.
[...] Non sarà un caso che Muratori si diverta nella sua amata Anzio a plasmare “bonsai” sempre più fantasiosi e inquietanti, sfidando a suo modo le armonie naturali per riprodurle in scala: “mostri” per alcuni, “miracoli” per altri.
Qualcosa del genere accade con i suoi quadri. Abolito il primo piano eloquente, aggirata la prospettiva dentro un gioco che deforma e sdilomba gli spazi reali, azzerato il ruolo attivo delle folle.
Muratori aggiorna la lezione dei vedutisti italiani e dei maestri fiamminghi senza dimenticare una sensibilità impressionista.
Chi scrive è un critico di cinema, non un esperto d’arte, per cui perdonerete l’imprecisione dei riferimenti. Epperò da questi quadri di vario formato – siano essi una veduta di Istanbul dal mare o una Piazza del Popolo con macchine d’epoca, una Trinità dei Monti o un Orto Botanico, un Pincio con la neve o una caccia al bisonte in stile Balla coi Lupi emerge una “qualità” quasi cinematografica che sorprende e avvince.
Sarebbero piaciuti, credo, a un Cecil B. De Mille o a un Serghei Bondarciuk.
C’è una logica infantile in tutto ciò?
Forse.
E del resto, Muratori non ne fa mistero.
Un po’ per debolezza civettuola, un po’ per intima convinzione, questo pitto-giardiniere fa le cose sul serio senza prendersi sul serio.
Copia, ricicla, immagma, storicizza e goliardeggia: il pedante sarà lì a fargli le pulci, il fantasioso si lascerà cullare dallo scherzo.
«Mi piace preparare la scena», dice e teorizza Muratori.
Ma il puntiglio paesaggistico e anche un modo per calarsi fanciullescamente in una Roma che non esiste più, nonché in un’infanzia vissuta nel culto di un Far West avventuroso che qua e là occhieggia da un esterno desertico o da una memoria alla Remington.
Di lui ha scritto il critico Romeo Lucchese: «Ogni quadro è uno specchio della metamorfosi. Egli dipinge in uno stato di trance onirica». Vero, anche se questa condizione di sospesa beatitudine appare sempre disciplinata al respiro geometrico della composizione, alla precisione maniacale di un tratto affinato negli anni, al piacere minuzioso dell’illustratore che gioca con la fissità degli scenari per evocare improvvisi e segreti “movimenti” all’angolo (come non pensare a I misteri del giardino di Compton House di Greenaway?) [...]
Michele Anselmi, Agostino Muratori dal 29 Novembre al 14 dicembre 2002, Galleria Ca' D'Oro, 29 novembre 2002