Il legame fra i patrioti della storia nazionale italiana e il movimento operaio precedentemente citato compaiono più chiaramente in un numero di «Rinascita» dell’aprile ’52, con l’articolo "La rivoluzione di Carlo Pisacane", di Paolo Spriano <205. A tal proposito è già stato citato precedentemente il legame fra Pisacane e Bakunin come sottolineato da Gramsci. Nell’articolo, d’altra parte, si comincia dall’opera del patriota "Saggio sulla rivoluzione", quindi dal suo profilo intellettuale. Vi è una breve descrizione biografica del patriota: egli impara dalla Nunziatella, l’accademia militare a Napoli, il nesso tra la condotta degli eserciti nazionali a coscrizione obbligatoria e il motore sociale e politico che doveva reggere lo spirito battagliero di quell’esercito. Quanto ai fondamenti ideali di Pisacane, da un episodio della vita privata Gramsci deduce i sintomi dei canoni giusnaturalisti e di un romantico spirito di ribellione all’ipocrisia sociale del tempo, e a riprova di queste sue caratteristiche si può citare anche una lettera alla famiglia, che fa emergere anche un forte volontarismo, tipico elemento eroico. Queste tendenze nel Saggio saranno portate dal singolo alla nazione. Dopo il suo impegno nei moti del’48, il suo percorso immediatamente successivo è caratterizzato dalla maturazione dell’idea che le masse popolari non faranno mai una rivoluzione fino a quando non avranno un “motore”, qualcosa per cui farlo. Pisacane si sforza quindi di sottolineare il carattere non popolare delle lotte a cui ha preso parte. «Gli eserciti permanenti bugiardamente si dicono nazionali, mentre ad ogni militare severamente viene proibito di mischiarsi nelle discussioni politiche che si agitano nel paese per imporgli poi quell’opinione che meglio conviene a chi governa. Ma come potrà essere animato da spirito nazionale colui che vive una vita diversa da tutti gli altri cittadini?» <206. Sono quindi i soldati, le basi popolari armate, a rappresentare queste masse, e queste possono essere spinte alla lotta esclusivamente da «un concetto chiaro, pratico, che prometta al popolo un cambiamento di stato» <207. Spriano dice che l’errore dei mazziniani fu quello di cercare di fare una rivoluzione senza l’appoggio delle basi popolari, che dovevano essere la riserva militare della rivoluzione. È per tale motivo che viene messa in rilievo la questione sociale; si pone cioè il problema di dare un futuro ben definito, e non di incertezza e miseria, alle masse, per far sì che partecipassero alla rivoluzione. Queste masse popolari, in Pisacane, dovevano fare ingresso ed essere la forza motrice del Risorgimento. Tuttavia, quando si arriva alla critica della struttura sociale, egli diventa utopistico ed indeterminato. È interessante notare che anche per Pisacane emerge un legame con la Russia, con i populisti russi, in particolare con Herzen: si ravvisa un’analogia tra il ruolo dei contadini russi in Herzen, che secondo lui avrebbero fatto la rivoluzione, e quello delle plebi meridionali nell’elaborazione teorica di Pisacane. L’interesse nei confronti del Mezzogiorno era dettato proprio dalla comune convinzione, con Herzen, che la rivoluzione non fosse possibile negli Stati borghesi organizzati, ma in quelli più deboli, dove c’erano masse meno corrotte e più esasperate; cioè più reclutabili, nel complesso, per la rivoluzione <208. Alla luce di ciò Spriano mette in luce l’arretratezza e la grossolanità di alcune posizioni di Pisacane, cioè il fatto che fosse un progressista, un democratico, e non certo un marxista. Pisacane, inoltre, disprezzava Garibaldi, ritenuto «un «guerrigliero» privo di nozioni militari atte a «condurre un esercito di 30000 baionette» <209, e in questo disprezzo emergeva un limite del patriota, quello di essere troppo legato ad una cultura militare “ufficiale”; le sue tendenze a quel “socialismo borghese” <210 citato precedentemente, con quegli «orientamenti umanitari, socialisteggianti» emergono chiaramente nel Saggio. Tuttavia, egli era, in definitiva, un mazziniano dotato di un forte volontarismo, che teorizzò un primo contatto con le masse popolari e un linguaggio rinnovato rispetto a quello dello stesso Mazzini. È significativo, per far comprendere la portata nazional-popolare di Pisacane, il richiamo finale alla Resistenza, quindi l’analogia con Giaime Pintor, un partigiano, per la morte eroica e l’influenza che lo stesso Pisacane ebbe su Pintor. L’articolo si conclude infatti con questa frase: «Pisacane condusse a Sapri”, dove trovò la morte, «tutte le sue illusioni, le sue contraddizioni […], ma vi condusse anche quell’eroica volontà, che davvero, come scriveva Herzen, è diventata patrimonio del popolo» <211.
Gli eroi della Resistenza
Con riguardo a quelle figure che sacrificarono la loro vita alla Resistenza, che si elevano a mito e a modello in chiave nazional-popolare assume importanza un articolo sulla vita e l’attività antifascista della famiglia Cervi. Questo articolo non è però stato scritto da un intellettuale o un funzionario comunista, bensì da un ex-azionista, un rappresentante di quei democratici di sinistra che diedero il secondo contributo per importanza alle formazioni partigiane, come detto nel primo capitolo. In particolare l’articolo in questione è la riproduzione di un discorso commemorativo dei fratelli Cervi fatto da Pietro Calamandrei il 17 gennaio del 1954, che si era recato egli stesso al podere della famiglia Cervi <212. Questa viene descritta come di una famiglia di ottimi e laboriosi agricoltori, dotati di sapienza tecnica e di un’istruzione notevole, di cui rimane segno in ciò che resta della loro biblioteca. Erano ventitré e Calamandrei descrive una loro particolare organizzazione interna, del lavoro e del processo decisionale: ciascuno aveva il suo ruolo sotto il coordinamento del padre, Alcide, e i sette fratelli, tra cui il maggiore, Aldo, viene descritto come «il più istruito e consapevole di cose politiche» <213. Discutevano democraticamente fra loro, con il potere di esecuzione lasciato al padre. Spicca un aneddoto: quando poterono permettersi un trattore Aldo prese anche un mappamondo: egli lo prende «per allargar gli orizzonti della coscienza» <214. La visione del mappamondo nel museo da parte dello stesso Calamandrei lo porta ad immaginare la curiosità dei fratelli e il loro desiderio di pace, in un momento in cui «fuori intanto c’era il fascismo e la guerra: fuori c’era il terrore e l’esterminio» <215. I Cervi erano, in sostanza, il simbolo delle classi popolari che si emancipano attraverso il lavoro dei propri campi e l’istruzione, non solo studiavano, ma si innovavano, diventando una comunità agricola modello. Si erano emancipati e non perdevano l’odio per la guerra e per la tirannia. Non perdettero neanche la solidarietà, e dopo l’8 settembre comincia quindi l’attività clandestina della famiglia: prime azioni di squadre in pianura, ma soprattutto assistenza ai fuggiaschi, per cui si rischiava la fucilazione. «Che importa?» scrive Calamandrei «Quando di notte un fuggitivo sparuto e stracciato bussava alla porta nessuno pensava alla legge marziale […] l’ospite era sacro» <216 in casa Cervi. Fu proprio l’aver dato asilo a questi prigionieri di guerra l’imputazione che portò all’arresto da parte dei fascisti, in un assedio alla loro fattoria, che Calamandrei descrive accuratamente. Essi furono condotti al carcere, ed in seguito all’uccisione del segretario fascista di Bagnolo in Piano, nel reggiano, i sette fratelli furono condannati alla fucilazione. Furono chiamati la notte, mentre dormivano con il padre, e questi fu risparmiato, rimanendo ignaro della sorte dei figli fino al suo ritorno al podere distrutto, alla fine della Guerra. I figli «andarono così, tranquilli e consapevoli della loro sorte» <217, ed un sacerdote presente all’esecuzione parlò di «cinismo», perché non si erano pentiti. Il modello dei fratelli Cervi è quindi anche quello di dignità ed orgoglio dell’antifascismo.
[NOTE]
205 Paolo Spriano, La Rivoluzione di Carlo Pisacane, in «Rinascita», anno IX, n. 4
206 Ivi, p. 225
207 Ibidem
208 Ivi, p. 226
209 Ibidem
210 Franco Ferri, Battaglia delle idee
211 Paolo Spriano, La Rivoluzione di Carlo Pisacane, p. 227
212 Pietro Calamandrei, La eroica e umana storia dei compagni fratelli Cervi, in «Rinascita», anno XI, n. 1
213 Ivi, p. 29
214 Ibidem
215 Ibidem
216 Ivi, p. 30
217 Ivi, p. 31
Jacopo Cascia, L'egemonia culturale del PCI, Resistenza e Risorgimento nella stampa comunista degli anni cinquanta, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2023-2024
Gli eroi della Resistenza
Con riguardo a quelle figure che sacrificarono la loro vita alla Resistenza, che si elevano a mito e a modello in chiave nazional-popolare assume importanza un articolo sulla vita e l’attività antifascista della famiglia Cervi. Questo articolo non è però stato scritto da un intellettuale o un funzionario comunista, bensì da un ex-azionista, un rappresentante di quei democratici di sinistra che diedero il secondo contributo per importanza alle formazioni partigiane, come detto nel primo capitolo. In particolare l’articolo in questione è la riproduzione di un discorso commemorativo dei fratelli Cervi fatto da Pietro Calamandrei il 17 gennaio del 1954, che si era recato egli stesso al podere della famiglia Cervi <212. Questa viene descritta come di una famiglia di ottimi e laboriosi agricoltori, dotati di sapienza tecnica e di un’istruzione notevole, di cui rimane segno in ciò che resta della loro biblioteca. Erano ventitré e Calamandrei descrive una loro particolare organizzazione interna, del lavoro e del processo decisionale: ciascuno aveva il suo ruolo sotto il coordinamento del padre, Alcide, e i sette fratelli, tra cui il maggiore, Aldo, viene descritto come «il più istruito e consapevole di cose politiche» <213. Discutevano democraticamente fra loro, con il potere di esecuzione lasciato al padre. Spicca un aneddoto: quando poterono permettersi un trattore Aldo prese anche un mappamondo: egli lo prende «per allargar gli orizzonti della coscienza» <214. La visione del mappamondo nel museo da parte dello stesso Calamandrei lo porta ad immaginare la curiosità dei fratelli e il loro desiderio di pace, in un momento in cui «fuori intanto c’era il fascismo e la guerra: fuori c’era il terrore e l’esterminio» <215. I Cervi erano, in sostanza, il simbolo delle classi popolari che si emancipano attraverso il lavoro dei propri campi e l’istruzione, non solo studiavano, ma si innovavano, diventando una comunità agricola modello. Si erano emancipati e non perdevano l’odio per la guerra e per la tirannia. Non perdettero neanche la solidarietà, e dopo l’8 settembre comincia quindi l’attività clandestina della famiglia: prime azioni di squadre in pianura, ma soprattutto assistenza ai fuggiaschi, per cui si rischiava la fucilazione. «Che importa?» scrive Calamandrei «Quando di notte un fuggitivo sparuto e stracciato bussava alla porta nessuno pensava alla legge marziale […] l’ospite era sacro» <216 in casa Cervi. Fu proprio l’aver dato asilo a questi prigionieri di guerra l’imputazione che portò all’arresto da parte dei fascisti, in un assedio alla loro fattoria, che Calamandrei descrive accuratamente. Essi furono condotti al carcere, ed in seguito all’uccisione del segretario fascista di Bagnolo in Piano, nel reggiano, i sette fratelli furono condannati alla fucilazione. Furono chiamati la notte, mentre dormivano con il padre, e questi fu risparmiato, rimanendo ignaro della sorte dei figli fino al suo ritorno al podere distrutto, alla fine della Guerra. I figli «andarono così, tranquilli e consapevoli della loro sorte» <217, ed un sacerdote presente all’esecuzione parlò di «cinismo», perché non si erano pentiti. Il modello dei fratelli Cervi è quindi anche quello di dignità ed orgoglio dell’antifascismo.
[NOTE]
205 Paolo Spriano, La Rivoluzione di Carlo Pisacane, in «Rinascita», anno IX, n. 4
206 Ivi, p. 225
207 Ibidem
208 Ivi, p. 226
209 Ibidem
210 Franco Ferri, Battaglia delle idee
211 Paolo Spriano, La Rivoluzione di Carlo Pisacane, p. 227
212 Pietro Calamandrei, La eroica e umana storia dei compagni fratelli Cervi, in «Rinascita», anno XI, n. 1
213 Ivi, p. 29
214 Ibidem
215 Ibidem
216 Ivi, p. 30
217 Ivi, p. 31
Jacopo Cascia, L'egemonia culturale del PCI, Resistenza e Risorgimento nella stampa comunista degli anni cinquanta, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2023-2024