giovedì 24 luglio 2025

Dopo i ripetuti bombardamenti alleati al ponte di ferro sul fiume Po, i tedeschi organizzarono attracchi per traghetti

 

Valenza (IM): Palazzo Pelizzari, sede del Municipio - Fonte: Wikipedia

Le montagne dell'Ossola, le colline del Monferrato, le Langhe, la Val Borbera, l'Oltrepo pavese sono tutti luoghi che hanno vissuto una propria e caratterizzante storia resistenziale, oggi di facile ricostruzione e lettura.
Per le città, ciò difficilmente avviene.
Valenza ne è prova. Una città, organizzata e viva, porta con sé un patrimonio di relazioni fra istituzioni, fra poteri pubblici, centri di riferimento economico e sociale.
Negli anni 30'- 40' Valenza, pur in presenza dell'autarchia di Regime, era legata a filo doppio con Alessandria e Casale Monferrato; sviluppava relazioni con la Lomellina, con Pavia e Milano, con Genova e Torino.
Le vie di comunicazione stradale e ferroviaria erano adeguate, poste a raggiera, con frequenti intersezioni verso Milano, Torino e Genova; il Po fungeva da confine fisico fra Piemonte e Lombardia, ma anche da via di traffico e comunicazione naturale.
Le aziende orafe e calzaturiere alimentavano traffici a dimensione più ampia, oltre i confini italiani; i gerarchi fascisti erano correlati al capoluogo provinciale e da qui verso Torino e Roma; le scuole servivano parecchi paesi limitrofi, con scambi di culture fra contadini, operai, artigiani, imprenditori; il Regime aveva da decenni promosso ed organizzato il consenso, con tutte le varie iniziative di proselitismo e indottrinamento.
Era una città articolata, fatta di vissuto diverso, una città aperta e geograficamente polarizzante.
Furono proprio questi fattori a far decidere gli occupanti tedeschi a scegliere Valenza come centro per collocarvi comandi di polizia, squadre di milizie SS, sezione SD Sicherheit Dienst, militari della Wehrmacht, l'organizzazione Todt, la Zugleitung, postazioni di contraerea della Flak, gruppi di genio pontieri.
La presenza tedesca si rafforzò, dopo che Alessandria divenne sempre più frequente bersaglio dei bombardamenti alleati.
A Valenza venne trasferito il comando provinciale delle truppe tedesche. Non solo, vennero intensificati tutti i controlli sulle vie di comunicazione, sulla rete ferroviaria, sul fiume Po, ad ogni attracco di barche e sui vari ponti di attraversamento fra Trino, Casale e Valenza.
In questo contesto va collocata la storia resistenziale di Valenza, una città occupata dai tedeschi perchè ritenuta strategica, una città cerniera fra due regioni, una città sotto il dominio capillare della K 1014 Kommandantur e l'ausilio delle rinate presenze repubblichine, con comandi della G.N.R. e Brigate Nere.
Pur in questo difficile contesto, sorsero le formazioni GAP (gruppi di azione patriottica) di Enzo Luigi Guidi, detto Batista; poi alcune esperienze di SAP (squadre di azione patriottica); la componente comunista, come in passato era stata fattore determinante dell'antifascismo locale unitamente alla matrice socialista, costituì una significativa ispirazione per le formazioni partigiane; venne ricostituita la sezione del PCI, mix di militanza politica ed ideologica.
I distaccamenti Rasinone e Paradiso, il gruppo di Ticineto-Valmacca della Garibaldi, vissero fasi diverse di organizzazione, in crescendo per adesioni ed efficacia. Si affermarono, inoltre, le formazioni GL Paolo Braccini con la brigata Pasino, al comando di Carlo Garbarino fra San Salvatore e Castelletto Monferrato; con la brigata Lenti al comando di Filippo Callori nell'area di Vignale.
Operarono, inoltre, la Divisione Matteotti-Marengo Borgo Po, tra Valle San Bartolomeo-Filippona-Lobbi; la Divisione Patria fra Occimiano-Mirabello-Giarole; la brigata 108 Paolo Rossi della Garibaldi, con il distaccamento nell'area di Bassignana-Fiondi-Pecetto-Grava-Mugarone <1
Attorno a Valenza, mese dopo mese, venne creata una rete capillare ed efficace di dissenso operativo. Le formazioni partigiane si impegnarono in consistenti azioni di sabotaggio e danneggiamento verso i posti di blocco e controllo dei nazifascisti; ospitarono e nascosero per mesi i prigionieri alleati inglesi, americani, australiani, neozelandesi liberati dai campi di concentramento-prigionia del Piemonte e Lombardia e dal Forte di Gavi.
La stazione e la galleria ferroviaria fra Valenza e Valmadonna costituirono per mesi l'obiettivo di furti, saccheggi da parte delle formazioni partigiane.
Sull'arteria ferroviaria, infatti, i tedeschi fecero transitare armi e viveri verso altre località lombarde e piemontesi, per evitare i frequenti bombardamenti alleati su Alessandria.
In alcune circostanze, i partigiani nascosero le armi e munizioni saccheggiate ai tedeschi proprio all'interno della galleria di Valmadonna.
Le formazioni GAP attaccarono a più riprese le postazioni tedesche; le azioni di sabotaggio sono ampiamente documentate e citate in numerosi dispacci e fonogrammi che i tedeschi inviavano giornalmente ai comandi superiori, fonogrammi rinvenuti recentemente, tradotti e pubblicati nel volume "Resistenza e nuova coscienza civile" a cura dell'autore.
I comandi tedeschi giunsero a comminare multe salatissime ai comuni del Valenzano per disincentivare le attività di sabotaggio. Le multe dovevano essere pagate al comando tedesco di Valenza. I tedeschi non solo occuparono il territorio, ma inflissero sanzioni per punire le azioni di dissenso delle popolazioni.
Gli esordi, il CLN, una città controllata dai tedeschi.
La caduta di Mussolini del 25 luglio e l’armistizio dell' 8 settembre 1943 rialimentarono le convinzioni e le speranze per la libertà, anche a Valenza. Durante il ventennio fascista, il dissenso esplicito venne rappresentato, in modo efficace, dal socialista Francesco Boris, già capostazione. Non aderì al Fascio, dovette cercarsi un altro lavoro. Le organizzazioni comuniste, pur nell'omologazione dissuasiva del Fascio, tennero vivo il pensiero antifascista attraverso cellule di militanti. A Valenza era operativa una sezione comunista a tutti gli effetti, con riferimenti organici con Alessandria e Torino.
Anche nelle file cattoliche, si costituì nel ’42 la prima sezione della DC, d’ispirazione degasperiana. Nel laboratorio della farmacia Manfredi, alla presenza dell’ex popolare avv. Giuseppe Brusasca, venne fondata la sezione. Contribuirono Carlo Barberis, Gigi Venanzio Vaggi, Luigi e Vittorio Manfredi, Pietro Staurino, Luigi Deambroggi, Luigi Stanchi, Giuseppe Bonelli e Felice Cavalli. La sezione sviluppò immediatamente temi ed iniziative di dissenso clandestino al regime.
Alla notizia dell’arresto di Mussolini, nell’abitazione di Francesco Boris, si tenne un primo incontro per costituire il CLN valenzano. Accanto a Boris per il partito socialista, vi aderirono Luigi Vaggi per la DC, Ercole Morando per il PCI, Vittorio Carones per il Partito d’Azione e Poggio per il PLI, poi sostituito da Barberis detto Cuttica.
Il CLN di Valenza tenne varie riunioni, cambiando sede di volta in volta, per non destare sospetti. Si svolsero a casa Boris, a casa di Costantino Scalcabarozzi, in casa Mazza alle Terme di Monte Valenza, a casa dei fratelli Marchese, nella biblioteca Silvio Pellico dell’oratorio del Duomo di Valenza. <2
Francesco Boris e Paolo De Michelis (già parlamentare socialista negli anni ’20) furono arrestati a marzo 1944 e condotti nella sezione tedesca delle Carceri Nuove a Torino, per poi essere inviati nei campi in Germania. Vennero poi liberati, grazie ad uno scambio di prigionieri.
Il 16 gennaio 1944, il ventenne Sandro Pino venne colpito a morte in occasione di una perquisizione e retata della G.N.R. nel bar Achille, nel pieno centro, alla caccia di antifascisti e ribelli. Il fatto destò grande sconcerto ed intimorì i giovani. Giulio Doria, antifascista ed aderente a metà ’44 al movimento partigiano, ricorda dettagliatamente quei difficili momenti nell’intervista rilasciata a Maria Grazia Molina e pubblicata nel n. 23 di “Valenza d’na vota” edito a dicembre 2008. Il fratello di Giulio, Mario, aderì subito alla formazione autonoma Patria, guidata da Edoardo Martino e Giovanni Sisto. Il secondo fratello, Pietro, visse anni di prigionia in Germania, come militare catturato dai tedeschi. Giulio disertò la chiamata alla Capitaneria di Savona e si diede alla macchia, nella campagna valenzana. Giulio ricorda d’aver curato e nascosto cinque militari australiani, sfuggiti alla cattura dei tedeschi; di averli poi avviati in Lombardia. Anche Giulio entrò nella brigata autonoma Patria, si collegò con Vaggi e tesse una fitta rete di relazioni fra la città ed i comuni del Monferrato.
La presenza strutturata dei tedeschi occupanti cambiò il volto alla città. I liberi movimenti erano impossibili; le truppe tedesche, coadiuvate ed indirizzate dai fascisti repubblichini, erano pervasive. Vennero organizzati frequenti posti di blocco sulle vie di accesso, sulle arterie di comunicazione verso Pavia, Alessandria, Casale Monferrato, Tortona. La ferrovia era super controllata, perchè utilizzata spesso dai tedeschi per il trasferimento di esplosivi ed armi. Dopo i ripetuti bombardamenti alleati al ponte di ferro sul fiume Po, i tedeschi organizzarono attracchi per traghetti, sui quali transitavano truppe, armi e munizioni verso Milano.
Il 17 febbraio 1944, il 10 dicembre 1944 ed il 2 marzo 1945 si ebbero a Valenza rastrellamenti intensi e radicali, con minuziose perquisizioni ad intere vie ed isolati, arresti di giovani.
L' attività della missione americana Youngstown. Inediti dall'archivio di Gian Carlo Ratti
Una precisa conferma dell'organizzazione militare e logistica tedesca, delle forze partigiane operanti nel Monferrato e nel Valenzano, ci viene dall'inedito e significativo materiale documentale presente nell'archivio Gian Carlo Ratti, ora in consegna all'autore, di prossimo commento e pubblicazione. <3 L'archivio è costituito da un dettagliato memoriale, da ampia documentazione in originale, da mappe, appunti, manoscritti, rapporti, note di guerra, attestati, fonogrammi [...]
 

Un'immagine del bombardamento sul ponte e sulla strada di Torre Beretti (PV), effettuato il 27 Luglio 1944 dai bombardieri statunitensi del 320° Bomb Group, tratta dal sito www.320thbg.org, qui ripresa da Sergio Favretto, Op. cit. infra

[NOTE]
1 Si vedano i saggi: "Valenza antifascista e partigiana" di Enzo Luigi Guidi, edito nel 1981 dall'ANPI di Valenza; "Resistenza e nuova coscienza civile" di Sergio Favretto, edito da Falsopiano nel 2009; "La Provincia di Alessandria nella Resistenza" di William Valsesia, edito nel 1980; "Una brigata di pianura, cronaca della 108° brigata Garibaldi Paolo Rossi" di O. Mussio, edito dall'ANPI di Castelnuovo Scrivia, nel 1976.
2 Questi avvenimenti sono descritti nel volume "Resistenza e nuova coscienza civile" di Sergio Favretto, edito da Falsopiano nel 2009
3 L'archivio Ratti è stato solo recentemente consegnato in esame e custodia all'autore. Si presenta, già a primo acchito, come una fonte significativa di documentazione inedita. Per il 2013 si presume possa costituire la fonte di nuove analisi storiche e possa essere ospitato in alcune pubblicazioni sui temi resistenziali del Piemonte.

Sergio Favretto, La Resistenza nel Valenzano. L'eccidio della Banda Lenti, Comune di Valenza (AL), 2012
 
Tra le pubblicazioni di Sergio Favretto: Beppe Fenoglio. Il riscatto della libertà, Falsopiano, 2023; Quando l'arte incontra il diritto. Autenticità e inquietudini del mercato, Giappichelli, 2022; Partigiani del mare. Antifascismo e Resistenza sul confine ligure-francese, Seb27, Torino, 2022; Il papiro di Artemidoro: verità e trasparenza nel mercato dei beni culturali e delle opere d’arte, LineLab, Alessandria, 2020; Con la Resistenza. Intelligence e missioni alleate sulla costa ligure, Seb27, Torino, 2019; Un carabiniere, testimone di storia. Mussolini a Ponza e a la Maddalena narrato in un diario, Arti grafiche, 2017; Una trama sottile. Fiat, fabbrica, missioni alleate e Resistenza, Seb27, 2017; Coraggio e passione. Riccardo Coppo, il sindaco, le sfide, Falsopiano, 2017; Fenoglio verso il 25 aprile. Narrato e vissuto in Ur Partigiano Johnny, Falsopiano, 2015; Resistenza e nuova coscienza civile. Fatti e protagonisti nel Monferrato casalese, Falsopiano, 2009; Il diritto a braccetto con l'arte, Falsopiano, 2007; Giuseppe Brusasca: radicale antifascismo e servizio alle istituzioni, Atti convegno di studi a Casale Monferrato, maggio 2006; I nuovi Centri per l’Impiego fra sviluppo locale e occupazione (con Daniele Ciravegna e Mario Matto), Franco Angeli, 2000; Casale Partigiana: fatti e personaggi della resistenza nel Casalese, Libertas Club, 1977
Adriano Maini 

sabato 19 luglio 2025

Il “fascista alla sbarra” era diventato un interesse comunitario che assorbiva l’attenzione di tutti


Nelle aule di giustizia di Venezia. Le prime udienze “arroventate” <412
Come in altre CAS l’inaugurazione dei processi fu attesa dalla popolazione fremente «tra ansia di giustizia e desiderio di vendetta» <413, e come in altre realtà anche a Venezia il numero di cittadini accorsi per assistere fu esorbitante. L’occasione di essere testimoni alla condanna di un collaborazionista, di un assassino, di un aguzzino costituiva un evento che nessuno si voleva perdere, soprattutto se, come accadde in particolar modo nei primi mesi, le sentenze non così raramente finivano per decretare la pena capitale o decine d’anni di carcere <414. Il “fascista alla sbarra” era diventato un interesse comunitario che assorbiva l’attenzione di tutti. Essendo le udienze pubbliche <415, in migliaia si ammassavano fuori dal tribunale fin dalle prime ore del mattino, pertanto si ripropose anche qui, come in moltissime altre sedi italiane, la necessità di istallare degli altoparlanti fuori dal tribunale, per alleggerire la pressione della folla e non da ultimo per motivi di sicurezza. L’aula veniva aperta un’ora prima del dibattimento <416 (probabilmente verso le ore otto, considerando che moltissimi fascicoli processuali presentano l’annotazione dell’inizio del processo sulle nove/nove e quindici <417) e il flusso veniva regolato da uno speciale servizio d’ordine. «I diffusori trasformarono così i primi processi in pubbliche requisitorie», ai «limiti della spettacolarizzazione» <418. In più la sede della CAS posta nel cuore della città a Rialto, nelle vicinanze del frequentatissimo mercato, non fece che attirare in gran numero anche diversi passanti incuriositi. Di norma il procedimento si svolgeva con una procedura piuttosto rapida. Questo era dovuto a molteplici fattori: prima di tutto all’art. 13 del decreto legislativo n. 142 che dimezzava i tempi dell’istruttoria e del giudizio <419, in secondo luogo ai tempi molto contingentati delle CAS (più volte ricordato, 6 mesi), al numero di processi piuttosto elevato ed infine alle aspettative della cittadinanza, ansiosa di udire sentenze adeguate. All’inizio del dibattimento il presidente della Corte dava lettura dei capi d’accusa per la lasciare poi la parola agli imputati. Seguivano successivamente gli interrogatori dei testimoni a carico e “discarico” <420, la requisitoria del pm e l’arringa dell’avvocato. Al termine di questa fase il presidente e i quattro giudici popolari si ritiravano in camera di consiglio per discutere ed emettere la sentenza <421. È interessante notare, consultando i numerosi fascicoli processuali, che ognuno di essi contiene un semplice foglietto di annotazioni scritte dal presidente, frutto della discussione con i colleghi proprio in camera di consiglio, le quali rappresentano la sentenza ufficiosa (non ancora verbalizzata) pronunciata attraverso i diversi articoli dei codici e dei decreti422. Come rammenta Borghi, seguendo questa procedura il ritmo dei processi fu così spedito da permettere di celebrare più processi al giorno <423. Ad esempio si segnala come le carte del verbale del dibattimento nel processo a Giovanni Berlese, celebrato il 15 giugno ’45, confermino questa tesi: aperto alle 9, il processo venne chiuso appena un’ora dopo, alle 10. La sentenza, per nulla mite, lo condannò a 24 anni di reclusione424 (e «all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, all’interdizione legale per la durata della pena, alla libertà vigilata per tempo non inferiore a tre anni [ed] alle spese processuali» <425). Questo dibattimento venne ampiamente superato, in quanto a rapidità dell'udienza, da altri processi che videro però sul banco degli imputati collaborazionisti di minor peso; il dibattimento intero contro Edoardo Frignoli durò appena poco più di mezz’ora <426.
In queste prime udienze il popolo rivestì un ruolo da protagonista. Del resto il rinvio a giudizio dei persecutori che avevano terrorizzato la città e la provincia fino a qualche settimana prima rappresentò una vera e propria attrazione per la folla che partecipò tutt’altro che passivamente alle udienze: urla, fischi, cori e applausi fecero da sottofondo a parecchi dibattimenti <427. Tra questi, alcuni vennero persino interrotti per un eccessivo fermento dei presenti in aula; un rischio inoltre era rappresentato dalla possibilità che la gente si impossessasse dell’imputato per linciarlo e sfogare la propria sete di vendetta. «La presenza, numerosa e rumorosa, della popolazione [divenne] perlomeno fino al declinare del 1945, parte integrante nella rappresentazione dell’aula di giustizia» <428. La stessa stampa quotidiana riportava non solo la sentenza del processo bensì il comportamento del pubblico. Alcune proteste furono così veementi da influenzare il processo stesso, la sentenza e la possibilità della difesa di condurre arringhe efficaci. L’avvocato Carlo Buttero, veneziano e difensore dell’imputata Clementina Pomarici Santoni <429 chiese alla Corte che si tenesse conto, nel pronunciare la sentenza di Cassazione, dell’«ambiente arroventato e pericoloso in cui ebbe a svolgersi il processo» <430 della CAS lagunare. Tale processo, come ancora l’avvocato sottolineò, essendo il terzo celebrato dalla Corte d’Assise straordinaria di Venezia «dopo la Liberazione» risentì fortemente del «furore di popolo che a tutti i costi voleva sangue e condanne gravissime» e così facendo «tolse […] alla difesa la sicurezza e la serenità necessarie per l’adempimento del proprio mandato, sia pure d’ufficio» <431. Simili le affermazioni di un altro avvocato, il romano Mario Pittaluga, che nella difesa stilata per la Cassazione in difesa al suo assistito Gino Carrer <432 (brigatista nero condannato a morte con sentenza pronunciata dalla CAS di Venezia il 26 settembre 1945) scriveva che il verdetto della Corte d’Assise avesse risentito «della arroventata atmosfera in cui il processo si [era] celebrato, ed [era] priv[o] di ogni obiettività e serenità» <433. D’altra parte l’affluenza dei cittadini era stata fortemente condizionata dai quotidiani locali che avevano cominciato a pubblicizzare l’inizio dei lavori delle CAS attraverso numerosi articoli a titoli cubitali nelle prime pagine, con un’intensità che mancava da anni in seguito alle censure del regime. In questo i giornali diretti dagli organi del CLN descrissero l’imminente avvio della giustizia con toni risolutivi e manifestando la convinzione che le corti avrebbero fatto inflessibilmente giustizia <434.
[NOTE] 
412 La definizione è presente nella difesa stilata per la Corte di Cassazione dall’avv. Carlo Buttero, legale di Clementina Pomarici Santoni, ASVe, sezione CAS Venezia, busta numero 1, fascicolo 8, anno 1945, imputato Clementina Pomarici Santoni. Il concetto viene ribadito dalla storiografia generale che descrive le prime udienze come “incandescenti”. La Pomarici era stata nel Ventennio fiduciaria delle organizzazioni femminili del Partito fascista e in seguito aveva aderito alla RSI.
413 T. ROVATTI, Ansia di giustizia e desiderio di vendetta. Esperienze di punizione nell’Italia del Centro-nord, 1945-1946, in E. ACCIAI, G. PANVINI, C. POESIO, T. ROVATTI, (a cura di), Oltre il 1945. Violenza, conflitto sociale e ordine pubblico nel dopoguerra europeo, Viella, Roma, 2017, pp. 73-87.
414 A tal proposito di vedano le prime sentenze della CAS veneziana.
415 Gli unici ad essere esclusi erano coloro che non avevano compiuto i 18 anni. M. DONDI, La lunga liberazione, op. cit., pp. 49-55.
416 Cfr. M. BORGHI, Dall’insurrezione alla smobilitazione, op. cit., p. 61.
417 Si vedano ad esempio i verbali del dibattimento degli importanti processi contro Umberto Pepi e Pio Leoni, ASVe, sezione CAS Venezia, busta numero 1, fascicolo 3, anni 1945, imputato Umberto Pepi e ASVe, sezione CAS Venezia, busta numero 1, fascicolo 19, anno 1945, imputato Pio Leoni.
418 Cfr. M. BORGHI, Dall’insurrezione alla smobilitazione, op. cit., pp. 61-62.
419 Si veda decreto legge luogotenenziale n. 142, 22 aprile 1945, art. 13 e supra, capitolo primo, scena quinta, paragrafo secondo: Alcune problematiche del decreto.
420 È questa la parola che si trova in numerosi processi. Cfr. ASVe, sezione CAS Venezia.
421 Si consulti ad esempio il fascicolo processuale dell’imputato Giovanni Berlese, che contiene una chiara sequenza di queste fasi attraverso i documenti ben ordinati, ASVe, sezione CAS Venezia, busta numero 1, fascicolo 11, anno 1945, imputato Giovanni Berlese. In aggiunta si rimanda per ulteriori informazioni a M. BORGHI, Dall’insurrezione alla smobilitazione, op. cit., p. 62.
422 Sono citati: il decreto legge luogotenenziale n. 159 del 27 luglio 1944, il decreto legge luogotenenziale n. 142, 22 aprile 1945, il Codice Penale militare di guerra e il Codice penale (Codice Rocco).
423 Cfr. M. BORGHI, Dall’insurrezione alla smobilitazione, op. cit., p. 62.
424 ASVe, sezione CAS Venezia, busta numero 1, fascicolo 11, anno 1945, cit. D’altra parte pur essendo poco mite la sentenza della CAS veneziana, poi confermata dalla Cassazione, il condannato beneficiò dell’amnistia Togliatti e venne scarcerato. Questa informazione è reperibile grazie al primo documento del fascicolo ma ultimo in ordine cronologico, datato 3 luglio 1946.
425 Ivi, documento numero 21.
426 ASVe, sezione CAS Venezia, busta numero 3, fascicolo 76, anno 1945, imputato Edoardo Frignoli.
427 Si vedano, tra i tanti, il caso Basile descritto in L. BORDONI, La sentenza Basile e il dibattito sul funzionamento delle Corti d’assise straordinarie lombarde, in C. NUBOLA, P. PEZZINO, T. ROVATTI, (a cura di), Giustizia straordinaria tra fascismo e democrazia. I processi presso le Corti d’assise e nei tribunali militari, Il Mulino, Bologna, 2019, pp. 57-69 e H. WOLLER, I conti con il fascismo, op. cit., pp. 410-423.
428 M. BORGHI, Dall’insurrezione alla smobilitazione, op. cit., p. 63.
429 Per una breve analisi del processo alla Pomarici Santoni si veda sotto: “scena quarta”.
430 ASVe, sezione CAS Venezia, busta numero 1, fascicolo 8, anno 1945, cit.
431 Ibidem. Il documento è datato 11 gennaio 1946, e precede cronologicamente un atto che riporta la sentenza della Cassazione datata 24 giugno dello stesso anno (con udienza avvenuta il 17 aprile).
432 ASVe, sezione CAS Venezia, busta numero 3, fascicoli 87-88, anno 1945, cit.
433 Ivi, difesa per la Corte di Cassazione dell’avv. Mario Pittaluga, datato 31 gennaio 1946. Woller sostiene che in talune occasioni la pressione popolare in aula fu così forte da non permettere alla difesa di pronunciarsi. A questi avvocati, sostiene l’autore, non rimase che presentare solamente una difesa in forma scritta. Vedi H. WOLLER, I conti con il fascismo, op. cit., p. 413.
434 Si veda M. DONDI, La lunga liberazione, op. cit., pp. 49-55.
Mauro Luciano Malo, La giustizia di transizione tra fascismo e democrazia. La Corte d’Assise straordinaria e l’amnistia Togliatti a Venezia (1945-1947), Tesi di laurea, Università Ca' Foscari - Venezia, Anno Accademico 2019-2020

lunedì 7 luglio 2025

La rottura frontale e radicale fra Pci, Cgil e movimenti giovanili fa emergere questioni riconducibili solo in parte alla politica


Il Ministro degli Interni Cossiga descrive così, intervenendo al Senato, i fatti di Bologna e di Roma [del 12 mqrzo 1977]: "L’uso di armi da guerra, l’aggressione deliberata alle forze dell’ordine, la sistematica distruzione di negozi e autovetture, gli assalti alle caserme e agli uffici di polizia hanno posto l’autorità di fronte a gravissimi problemi che hanno dovuto essere affrontati anche con l’uso di mezzi pesanti blindati" <915.
Lo stesso giorno a Torino, un commando di Prima linea uccide il brigadiere di pubblica sicurezza Giuseppe Ciotta. Le segreterie torinesi di Pci, Cgil, e Psi reagiscono estendendo un aspro comunicato di condanna: "Questa mattina a Torino il brigadiere di PS Giuseppe Ciotta è stato barbaramente assassinato da un commando terroristico che ha rivendicato, con un linguaggio delirante contro le forze dell’ordine la paternità dell’attentato. Ieri a Bologna, in un clima di violenza quadristica originato da una inammissibile provocazione ai danni di una assemblea studentesca, l’intervento della polizia, sul quale è necessario fare piena luce, ha provocato la morte dello studente di Lotta continua Pier Francesco Lorusso. I partiti democratici chiedono che si faccia piena luce sugli episodi accadute, si rivolgono alle autorità preposte alla tutela della sicurezza dei cittadini affinché la salvaguardia della legalità repubblicana sia garantita. Riaffermano la necessità di un comune impegno delle forze democratiche per la difesa della libertà e della democrazia" <916.
La rottura frontale e radicale fra Pci, Cgil e movimenti giovanili fa emergere questioni riconducibili solo in parte alla politica. La discussione che attraversa la Fgci e il Partito comunista sembra cogliere ben poco di questi elementi, essendo incentrata principalmente a condannare la guerriglia scatenata a Bologna da «squadristi armati» o l’assalto eversivo contro lo stato democratico» <917. Riflettendo sul problema dei giovani Luciano Lama, ad esempio, si affida ad una interpretazione generosa ma chiaramente irricevibile da parte di quei gruppi sociali. Nonostante la costante preoccupazione della Cgil per i disoccupati, per la costruzione di alleanze sociali, la forza della cultura del lavoro operaio e produttivo rimane prevalente. La proposta di Lama è irricevibile da parte di quei gruppi sociali che non possono avere quella cultura operaia e del lavoro e anzi protestano contro quel lavoro visto ora come elemento di negazione di ogni identità: "Non c’è dubbio che in questo campo esiste oggi un distacco, una rottura perché una parte non piccola della gioventù non si riconosce nella tradizione politica del movimento operaio e anche nelle istituzioni democratiche. […] come saldare le giovani generazioni che sono tenute fuori dalle strutture produttive con il movimento operaio che in queste strutture ha le sue basi più agguerrite? Come combattere quello che io chiamerei un esistenzialismo consumistico e l’estremismo, offrendo nel contempo un proficuo terreno di incontro a quei giovani? La sola vera garanzia che noi diamo ai giovani è la partecipazione alle lotte del movimento sindacale per il cambiamento della società italiana e della condizione dei lavoratori e dei giovani" <918.
Sull’esplosione di questa rottura culturale e generazionale pesano anche ragioni specifiche. Come scrive Piero Craveri, “in un paese caratterizzato da un labirinto di aree protette - protette in primo luogo dal sistema pubblico - le fasce di emarginazione sociale rimanevano ancor più prive di plausibile giustificazione” <919. Alla base vi è qualcosa di profondamente diverso rispetto al ’68. “Manca al movimento del ’77 l’ottimismo profondo, la carica psicologica della generazione precedente: una generazione che si sentiva comunque parte di una società del benessere, sia pure segnata da ingiustizie e distorsioni” <920.
È utile a questo proposito analizzare la discussione e le analisi del Pci, di cui si è appena detto. Il dibattito sulla condizione giovanile e sugli eventi di questi mesi viene affrontata dal Comitato centrale che si riunisce dal 14 al 16 marzo 1977. La relazione introduttiva svolta da Massimo D’Alema, segretario nazionale della Fgci, si concentra sui fatti di Bologna dell’11 marzo e sugli episodi di violenza susseguitisi in altre città nei giorni seguenti: "Di fronte a simili episodi il primo punto da affrontare è la necessità di un’azione straordinaria in difesa della democrazia e delle istituzioni. La situazione rischia di diventare incontrollabile perché estremismo politico, sovversivismo e disgregazione sociale vanno ad unirsi all’aggravarsi della crisi economica, morale e ideale. I gruppi estremisti hanno scelto di attaccare con azioni squadristiche il Pci, le forze democratiche e il sindacato per impedire lo sviluppo di un movimento unitario di giovani per il cambiamento della società. […] alcune formazioni, tra cui Autonomia operaia e Lotta continua, organizzano azioni violente e armate contro le manifestazione del movimento democratico, altre, spesso in modo ambiguo e contraddittorio svolgono un ruolo di copertura e complicità" <921. D’Alema conclude la sua relazione lanciando un allarme. Il dirigente comunista vede il rischio di una frattura fra i giovani e il sistema democratico tale da favorire le posizioni estremiste. Paolo Spriano, nel suo intervento, esprime un giudizio ancora più preoccupato sulla situazione e descrive così il corteo autonomo del 12 marzo a Roma: "Un corteo cupo, lugubre, dominato da una estrema carica di violenza, come le parole che più si sentivano, che poi erano le uniche che circolavano. «Bruceremo la città», «Violenza proletaria», «Berlinguer boia», con un’ostentazione di armi, ad esempio di bottiglie incendiarie, di spranghe di ferro, di gesti di vandalismo contro qualsiasi cosa capitasse a tiro, da una vetrina al parabrezza di una macchina" <922.
[NOTE]
915 Cossiga racconta le ore nere di Roma e Bologna, in «la Repubblica», 15 marzo 1977.
916 Il documento approvato dalle segreterie torinesi di Pci, Cgil e Psi del 12 marzo 1977 è in Una Regione contro il terrorismo, cit., p. 55.
917 Inizia così l’intervento di Massimo D’Alema, segretario nazionale della Fgci al Comitato centrale del Pci del 14-16 marzo 1977. I verbali del Comitato centrale sono pubblicati in I comunisti e la questione giovanile, Atti della sessione del Comitato centrale del Pci, Roma, 14-16 marzo 1977, Roma, Editori Riuniti, 1977, p. 11.
918 As Cgil nazionale, Organismi dirigenti, Consiglio generale. Verbale della riunione del 12-13 marzo 1977. Relazione di Luciano Lama.
919 P. Craveri, La repubblica dal 1958 al 1992, cit., p. 720.
920 Ivi, p. 722.
921 I comunisti e la questione giovanile, Atti della sessione del Comitato centrale del Pci, Roma, 14-16 marzo 1977, cit., Intervento di D’Alema, pp.14-15.
922 Ivi, Intervento di Paolo Spriano, p. 89.
Francescopaolo Palaia, La Cgil e il Pci fra violenza terroristica e radicalità sociale (1969-1982), Tesi di dottorato, Università degli Studi "Sapienza" - Roma, Anno Accademico 2016-2017

Fra le variabili che contribuiscono a definire la relazione fra Pci e gruppi alla sua sinistra - ferma restando la centralità rivestita dalla congiuntura politica, nello specifico dal percorso di avvicinamento dei comunisti all’area di governo - ve ne sono due di particolare interesse: natura e finalità delle diverse formazioni politiche e presenza o meno di un movimento di massa verso il quale indirizzare l’intervento del partito. Per quel che riguarda il primo aspetto, va rilevato il cambiamento verificatosi con l’affermazione delle organizzazioni autonome a scapito delle altre formazioni della sinistra rivoluzionaria. Laddove c’era stato un rapporto sì conflittuale ma dialogico, aperto a possibili forme di collaborazione (e speculari aperture di credito quali l’indicazione di voto per il Pci data da Lotta continua alle elezioni amministrative del 1975), come sull’antifascismo, subentra una chiusura netta nei confronti di una forma di organizzazione politica sentita come sideralmente distante dai propri riferimenti teorici e culturali.
Per quel che attiene alla seconda variabile indicata, occorre evidenziare un apparente paradosso: il momento di più acuto dispiegamento della “guerra a sinistra” <6 - il ’77 e, nello specifico, la contestazione a Lama all’università di Roma - coincide col più profondo tentativo di comprensione delle istanze del movimento, in rapporto al quale viene avanzata un’autocritica che fa perno sui ritardi di elaborazione e di intervento accumulati negli anni dal Partito comunista <7. Nel mese di febbraio la questione universitaria irrompe prepotentemente nell’agenda politica comunista: compare all’ordine del giorno delle riunioni di segreteria <8, sollecita la presa di posizione degli intellettuali organici al partito <9, impegna la direzione. Nei giorni successivi all’episodio in cui è rimasto coinvolto il segretario della Cgil, viene approvato un documento sulla situazione all’interno delle università. Nel corso del dibattito in sede di direzione quasi tutti gli interventi mettono in rilievo gli errori commessi dal Pci in rapporto alla questione giovanile e, in particolare, alla situazione di sofferenza di ampie parti della società, pur manifestatasi in episodi di intemperanza da condannare <10.
[...] Si fanno spazio due importanti riconoscimenti: da un lato si prende atto che i gruppi la cui azione deleteria penalizzerebbe le ragioni della contestazione, anche se «non rappresentano l’insieme del movimento, […] pure sono presenti e, in alcune realtà, in modo significativo»; dall’altro, si ammette che «è necessario compiere anche una serena e rigorosa autocritica da parte dei comunisti per gli errori e le incertezze che vi sono stati». Se il Pci non ha saputo cogliere i segnali di malessere e intervenire energicamente per evitare che la protesta venisse strumentalizzata dagli estremisti, tuttavia è la Democrazia cristiana ad avere le colpe principali, perché incapace nei suoi trent’anni di governo di affrontare i nodi e le problematiche sottese alla scolarizzazione di massa e alla crisi occupazionale dei giovani.
Emerge qui un altro paradosso: il Pci valorizza in queste posizioni la sua condizione di partito rimasto fino al 1977 ai margini della sfera governativa, a differenza del principale avversario a sinistra, il Psi; malgrado ciò, i comunisti sono il principale bersaglio della contestazione, mentre i socialisti, come è stato osservato <12, possono approfittare del loro ruolo di tertia gaudentes nella contrapposizione in atto per muovere le proprie critiche al sistema di gestione politico-economico, di cui pure sono stati compartecipi a partire dagli anni sessanta. Si ripropone sostanzialmente quello schema, di cui si è parlato a proposito della dinamica politica degli anni settanta, per il quale il confronto fra i due partiti avviene all’insegna della contrapposizione fra l’inclinazione compromissoria del Pci e la propensione riformista del Psi.
L’autocritica compiuta in merito all’intervento deficitario dei comunisti nelle università si traduce infine nella discussione al comitato centrale del partito di marzo, incentrata sulla questione giovanile. La relazione introduttiva è affidata al segretario della Fgci Massimo D’Alema che, a posteriori, parlerà di un cc drammatico, nel quale le proposte di apertura si scontrarono con le diffidenze e gli arroccamenti di alcuni dei maggiorenti del partito <13. L’assemblea ha luogo, d’altronde, all’indomani del 12 marzo, quando - nel corso della manifestazione nazionale del movimento, a un giorno di distanza dall’assassinio di Francesco Lorusso a Bologna <14 - la capitale è sconvolta da scontri durissimi fra manifestanti e forze dell’ordine, nei quali non viene lesinato l’uso di armi da fuoco da entrambe le parti <15. Quella che costituisce a tutti gli effetti la dimostrazione caratterizzata dalla maggior carica di violenza organizzata del movimento ha l’effetto di inibire le pur timide aperture e concessioni fatte dal Pci nel mese precedente, frustrando i cauti tentativi di distinguo e le proposte di intervento provenienti dalla Fgci.
[NOTE]
6 Cfr. Roberto Colozza, Guerra a sinistra, cit.
7 «In sintesi, se - a livello di linea politica - la polemica con l’estremismo fu sempre netta, nel momento in cui esso era parte di movimenti reali nella società l’atteggiamento del Pci fu duplice: attenzione alle ragioni dei movimenti, forte polemica con tutte le organizzazioni alla propria sinistra che ne volevano assumere la rappresentanza»: E. Taviani, Pci, estremismo di sinistra e terrorismo, cit., p. 246.
8 Cfr. i verbali delle riunioni della segreteria del Pci dell’8 e del 18 febbraio 1977, in Ig, Apc, 1977 - I bimestre, Segreteria, mf. 288, pp. 0162x e 1065x.
9 Cfr. Aldo Tortorella, Saper vedere il pericolo, «l’Unità», 19 febbraio 1977; A. Asor Rosa, Le convulsioni dell’Università, cit. e Id., Forme nuove di anticomunismo, cit.
10 Cfr. il verbale della riunione della direzione del Pci del 19 febbraio 1977, in Ig, Apc, 1977 - I bimestre, Direzione, mf. 288, pp. 0140x ss.
12 Cfr. R. Colozza, Guerra a sinistra, cit., pp. 99-100.
13 Cfr. Massimo D’Alema, A Mosca l’ultima volta. Enrico Berlinguer e il 1984, Donzelli, Roma, 2004, pp. 130-31.
14 Sui fatti di Bologna cfr. Autori molti compagni, Bologna marzo 1977… fatti nostri…, Bertani, Verona 1977.
15 Cfr. il resoconto della giornata fornito dalla questura di Roma, in Acs, Mi - gab., 1976-80, b. 59, f. «Relazioni mensili», relazione sugli incidenti riguardanti l’ordine pubblico verificatisi nel marzo 1977, redatta dalla Direzione generale di pubblica sicurezza - Servizio ordine pubblico e stranieri - Divisione ordine pubblico.
Salvatore Corasaniti, Quando parla Onda Rossa. I Comitati autonomi operai e l'emittente romana alla fine degli anni settanta (1977-1980), Tesi di dottorato, Sapienza - Università di Roma, Anno accademico 2017-2018

sabato 28 giugno 2025

La condotta da bauscia di Perego fu sicuramente condizionata

Milano: il Palazzo di Giustizia. Fonte: mapio.net

Oliverio non fu tuttavia l’unico politico ben disposto nei confronti di Perego e Pavone. Un altro politico fu Emilio Santomauro, ex-consigliere milanese di Alleanza Nazionale, all’epoca delle indagini membro della direzione nazionale dell’UDC, il partito dell’ex-Presidente della Camera Pier Ferdinando Casini. Quando gli investigatori lo videro entrare in scena nell’inchiesta Tenacia, accertarono che in quel momento si trovava in attesa di giudizio con l’accusa di aver agito da prestanome per alcuni uomini del clan camorristico Guida. Nel 2000, inoltre, era stato l’obiettivo di un attentato i cui contorni non vennero mai chiariti: un sicario gli sparò al ginocchio fuori dal suo studio di consulenza legale <1129. Dalle indagini emerse come egli si fosse proposto «chiaramente ed esplicitamente come persona in grado di passare degli appalti al Gruppo Perego» <1130.
Il 24 maggio 2009, ad esempio, presentò a Ivano Perego il candidato del PDL al Parlamento europeo, Vito Bonsignore, premurandosi, a fine evento, di inviare un sms all’imprenditore sul buon esito dell’incontro: «Mi ha appena detto che sei entrato nel suo cuore! Complimenti! Ti voglio bene! Tuo Emilio» <1131.
In altre telefonate invece Santomauro spiegava a Perego con dovizia di particolari la situazione di alcune gare pubbliche di appalto, convincendolo a desistere da quelle in cui non aveva speranza di vittoria, perché già assegnate <1132, promettendogli però altri lavori.
L’essenzialità del rapporto con la politica venne spiegata da Andrea Pavone in un’altra conversazione, intercettata il 20 maggio: «Facciamo un ufficio gare, lo facciamo a Milano nei loro studi e usiamo i loro architetti e quindi, cioè... usando le loro strutture... sono interessati a farci vincere le gare, no?» <1133. Dietro, come sempre, la consapevolezza di avere le spalle coperte dalla ‘ndrangheta, come emerse in un’altra conversazione tra Pavone e Perego <1134:
"PAVONE: «guarda... se abbiamo un pizzico di fortuna, tra un paio d'anni, siamo veramente sistemati…»
PEREGO: «bravo, bravo…»
PAVONE: «ci sistemano per le feste…» (ride)
PEREGO: «o ci gettano dentro qualche pilastro» (ride)
PAVONE: «porcodinci, cazzo... no, ma lì abbiamo anche i calabrotti che... certo... […] neanche quello ci... non ci potrebbero fare neanche quello, eh…»
PEREGO: «bravo... abbiamo la scorta…»".
Riassumendo, una volta ottenuto il completo controllo dell’azienda, il passo successivo della ‘ndrangheta è quello di consolidare il proprio capitale sociale con relazioni strategiche nella politica. In questo senso va letto l’appuntamento che Strangio procurò a Perego con Massimo Ponzoni, in quel momento assessore regionale alla Qualità dell’Ambiente <1135. «Abbiamo sforzato a prendere questo appuntamento» <1136, confidò Strangio a Pavone, parlando al plurale, con evidente riferimento all’organizzazione mafiosa.
Ponzoni, nei piani di Strangio, era una pedina importante non solo per le sue deleghe strategiche in Regione ma anche perché può facilitare la candidatura di un uomo a loro gradito, Giuseppe Romeo, all’epoca comandante provinciale dell’Arma dei Carabinieri a Vercelli <1137.
Il carabiniere e il poliziotto
Dalle indagini emerse che Romeo chiese al boss appoggio politico in cambio di protezione per i camion della Perego, coinvolti nel traffico di rifiuti, oltre ad offrirgli diversi suggerimenti sull’uso dei telefoni cellulari (ad esempio, non utilizzare mai schede intestate a proprio nome), tanto che Strangio lo definì «un amico per davvero»1138. Qualcosa che nel codice culturale della ‘ndrangheta va ben al di là del classico concetto di amicizia, come fanno notare gli inquirenti <1139.
In forze alla Polizia di Stato, invece, era l’ispettore Alberto Valsecchi, prodigo di favori a Perego nel suo ruolo istituzionale. Interessato ad ottenere un incarico dirigenziale nell’ambito della costituenda forza di polizia della Provincia di Monza, Valsecchi si interessò della questione multe ai camion aziendali della Perego per avere il supporto nella nomina dei contatti politici inseriti nella rete relazionale dell’imprenditore.
Pur risultando non penalmente rilevanti le condotte di Romeo e Valsecchi dopo la valutazione degli inquirenti, la loro presenza nel capitale sociale esteso della ‘ndrangheta dimostrava, allora come oggi, la capacità dell’organizzazione mafiosa di arrivare ovunque, ottenendo e concedendo favori in ogni campo, dalla sanità agli appalti pubblici, fino addirittura alla cancellazione delle multe e l’ottenimento di biglietti omaggio per il Gran Premio di Formula Uno.
La nuova morale borghese e le affinità elettive con la ‘ndrangheta 
La vicenda Perego ci riporta alle considerazioni fatte sulla «nuova morale borghese» tratteggiata tanto da Bourdieu che da Bauman, e nella sua compatibilità con l’habitus mafioso. Quando Ivano Perego ereditò il controllo dell’azienda dal padre defunto non aveva ancora 35 anni ed era un consumatore abituale di cocaina, tanto che nell’ordinanza del GIP venne definito senza mezze misure un «cocainomane» <1140. Benché non sia una droga «d’élite», la capacità di comprare e consumare in modo continuo e massiccio cocaina è considerata uno status symbol. Questo perché, al pari di una Ferrari o di una Porsche o di uno yacht, tutti segni distintivi dell’appartenenza alla classe dominante, richiede un flusso di spesa continuo per mantenerne inalterato il consumo: nel caso dell’auto di lusso è quello relativo al carburante e alla manutenzione, nel caso dello yacht c’è anche l’acquisto o l’affitto dell’attracco in porto o dell’equipaggio di bordo. In una società, o spazio sociale, in cui le persone sono giudicate in base alla propria capacità di consumare per via di quella «morale edonista del consumo, basata sul credito, sulla spesa, sul godimento» <1141, non sorprende l’atteggiamento piccolo-borghese di Perego, smanioso di appropriarsi dei segni distintivi dell’alta società borghese, ma incapace di mantenerseli per via della crisi di liquidità che attanagliava la sua azienda. Da non sottovalutare poi il grado di dipendenza dallo stupefacente e i suoi effetti psicologici, testimoniati dalle parole di Salvatore Strangio, che in più di un’intercettazione definì Perego un «drogato pazzo» <1142.
Questo non è un dettaglio di poco conto, perché proprio il bisogno di mantenere inalterato il proprio tenore di vita e, di conseguenza, il consumo di beni di lusso, ivi compresa la cocaina, portò Ivano Perego a consegnare nelle mani della ‘ndrangheta l’azienda che aveva ereditato dal padre.
Prova ne è che dall’estate del 2008, quando Strangio e Pavone misero piede in azienda, «Perego ha anche notevolmente innalzato il suo tenore di vita, manifestato dalla disponibilità di auto estremamente costose. Insomma, Perego ha bisogno di guadagnare... ad ogni costo» <1143.
Un atteggiamento, quello di Perego, segnalato anche dalla difesa di Oliverio, dopo gli arresti del 13 luglio 2010: il politico disse di aver interrotto il rapporto «perché qualcosa non mi convinceva: aveva un comportamento molto aggressivo» e in più aveva un tenore di vita molto alto. «È una persona appariscente, con macchine importanti. In milanese si dice bauscia» <1144.
Il bauscia nella cultura milanese, oltre a indicare i tifosi interisti, è sempre stato sinonimo di sbruffone e, in ambito imprenditoriale, generalmente qualifica quel piccolo borghese imprenditore poco aperto alle innovazioni, egocentrico, rozzo, con la smania di apparire e di enfatizzare ogni sua iniziativa, che però ha avuto una crescita improvvisa della sua azienda, cosa che lo ha catapultato nell’Olimpo dell’alta società borghese, pur non possedendone l’habitus necessario per farne parte.
La condotta da bauscia di Perego fu sicuramente condizionata dalla consapevolezza «del ruolo di Strangio e della funzione di protezione che lo stesso svolge non solo rispetto alla gestione dei cantieri, ma pure ai creditori calabresi che Strangio contribuisce a controllare e tacitare» <1145.
Quest’aura di invincibilità portò Perego a sopravvalutare la sua capacità imprenditoriale, portando alla rovina una solida realtà imprenditoriale come l’azienda di famiglia e le 150 famiglie a cui dava lavoro, ma anche la sua capacità di uscire indenne dal rapporto con l’organizzazione mafiosa.
Tale era il suo coinvolgimento all’interno dell’organizzazione, che in primo grado nel 2012 fu condannato a 12 anni di reclusione per associazione mafiosa <1146, reato riqualificato in Corte d’Appello nel 2014 in concorso esterno in associazione mafiosa con riduzione della pena a 10 anni e 11 mesi <1147, poi confermata in Corte di Cassazione <1148. Ovviamente, insieme a lui, vennero condannati anche Salvatore Strangio e Andrea Pavone. L’assalto in Expo2015, attraverso la Perego, fallì anche per incapacità delle persone incaricate di gestire l’operazione. Tuttavia l’ingresso del potere mafioso nell’esposizione universale avvenne ugualmente, seppur in maniera decisamente più limitata rispetto alle intenzioni iniziali <1149: come ricorda Gianni Barbacetto <1150, «i molti allarmi e i tanti controlli che sono stati fatti hanno bloccato l’assalto che le organizzazioni mafiose preparavano da anni: se la politica è stata in ritardo fino all’ultimo, tant’è che rischiavamo di non aprire, le uniche non in ritardo erano le organizzazioni criminali che erano pronte da anni».
Una conferma in tal senso emerge anche dalla testimonianza del collaboratore di giustizia Gennaro Pulice, già referente della ‘ndrina dei Cannizzaro-Iannazzo-Daponte in Lombardia con la dote di santista: gli offrirono l’assegnazione di alcuni lavori ma «di fatto non accettai questa opportunità che mi veniva offerta perché l’Expo era sottoposto a numerosi controlli, quindi preferii non immischiarmi» <1151.
[NOTE]
1128 Gennari, G. (2010). Ordinanza di misura cautelare personale 47816/08 R.G.N.R., Tribunale di Milano - Ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari, 6 luglio, p. 124. Zambetti fu arrestato nell’ambito dell’indagine Grillo Parlante, condannato in primo grado nel 2017 a 13 anni e 6 mesi, pena ridotta nel 2018 a 7 anni e 6 mesi in Appello per via del riconoscimento delle attenuanti generiche, confermata in via definitiva dalla Cassazione il 9 marzo 2021. Il suo arresto, insieme agli scandali legati alla sanità lombarda, fu determinante nello scioglimento anticipato del Consiglio regionale nel 2013 e alla fine dell’era Formigoni.
1129 Ivi, p. 117-118.
1130 Ivi, p. 121.
1131 Ivi, p. 119.
1132 Ivi, p. 120.
1133 Ivi, p. 119.
1134 Ivi, p. 123.
1135 Ivi, p. 126.
1136 Ivi, p. 127.
1137 Ivi, p. 129.
1138 Ivi, p. 134.
1139 Ivi, p. 135.
1140 Ivi, pp. 74 e 332.
1141 Bourdieu, La Distinzione, p. 315-316.
1142 Gennari, op. cit., p. 332.
1143 Ivi, p. 333.
1144 Citato in Corriere della Sera, L’assessore che organizzava le cene tra il boss della ‘ndrangheta e i politici, 14 luglio 2010
1145 Gennari, op. cit., p. 333.
1146 BALZAROTTI, M. L. (2012). Sentenza 13255/12 contro "Agostino Fabio + 43", Tribunale Ordinario di Milano - VIII Sezione Penale, 6 dicembre, p. 1230.
1147 MALACARNE, M. (2014). Sentenza n. 5339/14 contro "Agostino + 40", Corte di Appello di Milano - I Sezione Penale, 28 giugno, p. 809.
1148 ESPOSITO, A. (2015). Sentenza n. 34147/15 contro "Agostino + 40", Suprema Corte di Cassazione - II Sezione Penale, 30 aprile, p. 260.
1149 Il 31 gennaio 2014, alla Camera del Lavoro, Nando dalla Chiesa, all’epoca Presidente del Comitato Antimafia del Sindaco Pisapia, lanciò l’allarme (si veda sul Canale YouTube di WikiMafia “Dalla Chiesa, la mafia entrerà in Expo”), confermato anche dall’allora prefetto Francesco Paolo Tronca in una relazione alla Commissione parlamentare antimafia. Diverse sono state le inchieste sul tema Expo sviluppate dalla DDA negli anni successivi, nonostante le polemiche politiche per la sensibilità istituzionale dimostrata dall’allora Procuratore Capo Edmondo Bruto Liberati per evitare inchieste a ridosso dell’inizio della manifestazione e durante il suo svolgimento.
1150 Intervista all’autore, 21 gennaio 2021.
1151 SIMION, A. (2020). Ordinanza di applicazione di misura cautelare - Procedimento n. 15565/17 R.G.N.R., Tribunale di Milano - Ufficio del Giudice per le indagini preliminari, 2 luglio. p. 23. (Inchiesta Habanero). 
Pierpaolo Farina, Le affinità elettive. Il rapporto tra mafia e capitalismo in Lombardia, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2019-2020  

domenica 22 giugno 2025

Nell’estate del 1944 la Resistenza armata è in costante espansione


Dall’inverno, quando le sorti della Resistenza sembravano appese a un filo, le cose mutarono profondamente, al punto che, il 6 giugno [1944], due giorni dopo la liberazione di Roma, il generale Alexander invita i patrioti dell’Italia occupata a “insorgere compatti contro il comune nemico […] colpendolo con ogni mezzo”. Con questa dichiarazione la Resistenza ebbe il primo esplicito riconoscimento del rilievo militare che aveva faticosamente conquistato. La compattezza e la credibilità della Resistenza furono soprattutto il risultato di un’evoluzione politica che riuscì a modificare sostanzialmente sia i rapporti tra i partiti politici, sia la loro visibilità e rappresentatività, sia la natura stessa del fenomeno della Resistenza.
Il momento decisivo di questa evoluzione è da identificarsi nella cosiddetta “svolta di Salerno”, cioè la decisione dell’allora segretario del Partito comunista, Palmiro Togliatti, rientrato in patria il 27 marzo 1944, di proclamare irrealistica l’istanza antimonarchica che aveva condotto lo scontro la governo del Sud e Cln a un’impasse. Secondo Togliatti, è fondamentale instaurare un governo di unità nazionale, che comprendesse tutti i partiti antifascisti, che si impegnasse nel portare a termine la guerra di liberazione e che poi garantisse al popolo italiano la possibilità di scegliere tra monarchia e repubblica.
Sul piano interno, la svolta di Salerno prende in contropiede non solo i partiti che costituiscono l’ala moderata del Cln, ma anche gran parte degli stessi dirigenti comunisti. Le più risentire resistenze arrivano da PdA, che solamente davanti alla “considerazione delle responsabilità e difficoltà che una soluzione di rottura ci avrebbe creato” <16, accetta di superare la propria opposizione verso qualunque forma di collaborazione con la monarchia.
Sul piano, decisamente più concreto, della lotta armata, le conseguenze della svolta di Salerno sono tutto tranne che immediate. La politicizzazione, non solo della base partigiana, ma anche di molti comandanti, è estremamente scarsa, così come lo è la loro risposta agli stravolgimenti politici. I ricorrenti contrasti tra le bande, originati da questioni di controllo del territorio, da accessi di proselitismo e da eccessivi personalismi, non scompaiono nel giro di qualche giorno. Nella concretezza della vita delle bande, sia Salerno che Roma sono percepite come estremamente lontane. Ciò non toglie che esista un rapporto estremamente stretto tra la svolta di Salerno, la conseguente formazione di un governo di unità nazionale e il nuovo impulso di trovare forme di coordinamento efficaci, sia sul piano politico che su quello militare. Particolare spinta in questa direzione viene dal Partito comunista, sostenendo che la nuova unità politica “non esclude, anzi rende necessaria, un’unità militare che tenga conto dell’esperienza e dei problemi nuovi che si pongono ai patrioti in armi […] per cui ci vuole un comando centrale che stabilisca questo coordinamento; un comando che abbia autorità di chiedere e di distribuire i materiali e le forze necessario al coordinamento dello sforzo” <17.
A questo punto, la situazione generale appare decisamente favorevole. La liberazione di Roma (4 giugno 1944) e il successo dello sbarco alleato in Normandia (6 giugno 1944) e il massiccio afflusso delle giovani leve in montagna preludono magnifiche prospettive per l’estate, come la creazione di un vero esercito partigiano, che sembra ormai a portata di mano.
L’estate è la stagione più favorevole alla guerra di guerriglia, e per i partigiani questo significa una stagione di ottimismo, la stagione della “grande illusione”, cioè il pensiero che, dopo l’estate, non ci sarà un altro inverno di guerra, ipotesi rafforzata da una ordinata ritirata dei tedeschi, che abbandonano la linea Gustav per attestarsi sulla linea Gotica. La prospettiva insurrezionale infiamma i comandi partigiani e i partiti, Pci in testa, intensificano la propaganda per massimizzare il coinvolgimento delle masse; spesso, però, il risultato ottenuto è diametralmente opposto: l’opinione prevalente tra le masse operaie, Milano e Torino comprese, è che “siamo alla fine, a che vale fare delle inutili vittime, tanto i tedeschi se ne vanno lo stesso” <18.
Nell’estate del 1944 la Resistenza armata è in costante espansione. Rispetto ai mesi precedenti l’autorevolezza e la capacità organizzativa del Clnai sono decisamente aumentate <19, grazie anche all’adesione della maggior parte delle forze partigiane del Cvl, ma soprattutto alla creazione del comando militare unitario, che a livello periferico troverà i suoi corrispettivi nei comandi militari regionali e di zona. È questo un momento evolutivo decisivo, caratterizzato dal progetto di creazione di un “esercito partigiano”, con divisioni, brigate, distaccamenti, squadre. Vengono introdotte numerose novità rilevanti: diffusione della stampa partigiana; adozione di distintivi e divise; obbligo per ogni formazione di redigere rapporti regolarmente trasmessi al comando generale del Cvl <20. Cambiano i modi in cui viene somministrata la giustizia <21, così come le modalità per la ripartizione dei fondi <22. Il tentativo di trasformare delle bande multiformi e variamente composite in un vero e proprio esercito, ha come presupposto l’accordo tra i due partiti più profondamente coinvolti nella lotta armata, egemonizzando la maggior parte delle formazioni partigiane. La più consistente novità, in questo campo, è un accordo straordinariamente saldo tra azionisti e comunisti, formalmente sancito dalla partecipazione paritetica di Ferruccio Parri e Luigi Longo al comando generale del Cvl.
L’estate del 1944 è il momento in cui diviene più che mai egemone la volontà politica dei partiti antifascisti di guidare (o controllare) la lotta armata. La figura del commissario politico, che inizialmente caratterizzava le Brigate Garibaldi, acquista ora “un ben definito carattere di ufficialità con la creazione del Cvl”, che ne equipara il grado a quello dei comandanti militari <23. La necessità di amministrare ampie zone e l’obiettivo di sperimentarvi concretamente il rinnovamento politico e sociale rendono urgente l’istanza di adottare un modello di comportamento il più possibile attinente alle direttive del Clnai. Diviene così rapidamente superato il modello di lotta armata centrato sulla frammentazione in bande più o meno autonome dal Cln, comandate da capi privi di investitura dall’alto, che basano il loro potere sul carisma personale. Diminuisce progressivamente la tolleranza nei confronti delle bande che rifiutano l’inquadramento, molte vengono accusate di banditismo, spesso con il pretesto di rimuovere personaggi scomodi o riottosi. La Resistenza è ormai già protesa verso il dopoguerra, alla partecipazione a una lotta di liberazione che tenga conto dello scenario politico successivo.
La continua spinta degli alleati, intanto, costringe le truppe tedesche a concentrare i loro sforzi sulla difesa della linea gotica, occupandosi dei partigiani solo quando le loro azioni giungono a minacciare concretamente zone ritenute vitali per il fronte. Intanto, le forze armate della Rsi si rivelano del tutto inadeguate nel mantenere il controllo dell’intero territorio del Nord Italia. La situazione è molto fluida, ma, in generale, si può dire che il territorio controllato dai partigiani sia, in questo periodo, in continua espansione. Una volta creatasi una “zona libera”, la possibilità di insediamento di nuove forme di potere politico-amministrativo è dipendente, oltre che dagli orientamenti dei generali partigiani, dalla necessità contingente di organizzare al più presto la vita materiale delle popolazioni, e in particolare di assicurarsi rifornimenti alimentari. La posizione geografica di queste zone libere, in alcuni casi, favorisce ritorsioni da parte dei tedeschi, che possono facilmente isolare i distretti partigiani, sospendendo l’arrivo di risorse dalla pianura. Ovunque la speranza è quella di un radicale rinnovamento dei contenuti, delle forme e dei simboli del potere politico, che dipende fortemente sia dall’orientamento dei comandanti partigiani, sia dalla collaborazione delle popolazioni coinvolte.
Dal punto di vista militare, però, nemmeno per la Resistenza della grande espansione estiva è positivo. I più ottimisti si fanno sostenitori della necessità di ampliare il più possibile l’area di reclutamento partigiano, e di più solide e attrezzate basi, da cui poter non solo continuare la guerriglia, ma anche trasformarla in una vera e propri guerra. Questi aspetti si sarebbero rivelati realistici e positivi esclusivamente nel caso in cui l’insurrezione generale fosse stata realmente prossima, ma il dissolversi delle più ottimistiche previsioni finisce per accentuare gli aspetti negativi della situazione, mettendo in luce l’impossibilità di competere militarmente con le forze armate regolari.
Da agosto 1944 la strategia tedesca attraversa una mutazione radicale. È difficile tracciare una linea temporale precisa che separi nitidamente la fase espansiva della resistenza da quella dei grandi rastrellamenti tedeschi. Quello del tardo autunno partigiano è un panorama piuttosto sconfortante: la sconfitta che inizia a delinearsi all’orizzonte riaccende le diatribe interne che la speranza riposta in primavera nell’ipotesi dell’insurrezione generale era riuscita a quietare. Due sono i fattori principali che portano a questo rovesciamento delle posizioni di combattimento tra tedeschi e partigiani: i partigiani sono tendenzialmente male armati, con artiglieria sufficiente a resistere al massimo a poche ore di fuoco, mentre mancano completamente di armi pesanti o di strumenti di comunicazione per coordinare azioni militari complesse; la pletora di disertori e renitenti, che costituiva le nuove leve dell’esercito partigiano, finisce per danneggiare l’efficienza dello stesso, a causa della loro inesperienza e della loro mancanza di disciplina. A tutto questo si aggiunge l’inizio del secondo inverno della Resistenza, anticipato da un clima molto rigido e da abbondanti nevicate, mentre le truppe alleate, dopo una stagione di conquiste, si sono ormai arenate sulle loro posizioni.
A questa gravissima crisi interna si aggiunsero, molto presto, nuove notizie poco rassicuranti, come la grande controffensiva tedesca nelle Ardenne. Per i partigiani, il cui morale era ormai molto basso, questo fu il concretizzarsi del peggiore degli incubi. In questo periodo, notizie di intere bande che si consegnano al nemico, o di abbandoni individuali tali da decimare intere formazioni, sono copiose. Lo sconvolgimento cui è sottoposta la struttura stessa della Resistenza è enorme, ed è aggravata dalle necessità politiche di frenare in tutti i modi di porre freno allo sbandamento. Mai come ora è fondamentale il ruolo dell’organizzazione e della volontà politica. Se non si giunge al dissolvimento è solamente grazie al fatto che un anno di esperienze e di problemi organizzativi hanno prodotto una struttura notevolmente salda al centro, e una selezione di quadri locali in grado di interpretare con realismo e necessità le difficoltà che la Resistenza stava affrontando. Divenne oggettivamente impossibile continuare a mantenere le formazioni in montagna, dov’erano prive di rifornimenti, di basi e dell’appoggio della popolazione, ormai stremata e priva di risorse. La pianurizzazione dell’esercito partigiano divenne, a questo punto, una scelta obbligata. In alcuni, non poi così isolati, casi, il trasferimento in pianura coincise con un aumento dell’attività di guerriglia, ma non fu sufficiente questa a rilanciare l’attività della Resistenza.
[NOTE]
16 Lettera di Ferruccio Parri a Ugo La Malfa, maggio 1994; in F. Parri, Scritti 1915-1975.
17 “La nostra lotta”, maggio 1944, n. 9; in L. Longo, Sulla via dell’insurrezione nazionale.
18 Lettera di Pietro Secchia dell’8 settembre 1944, riportata in Amendola, Lettere a Milano.
19 F. Catalano, Storia del Clnai, Laterza, Bari, 1956.
20 Circolare del 16 agosto 1944, in Rochat (a cura di), Atti.
21 G. Solaro, Note sulla giustizia partigiana, in F. Vendramin (a cura di), Aspetti militari della resistenza bellunese e veneta. Tra ricerca e testimonianza, Isbrec, Quaderno di Protagonisti, n. 5, 1991.
22 A. Pizzoni, Il finanziamento, in Anche l’Italia ha vinto, numero speciale di “Mercurio”, II, dic. 1945, n. 16.
23 F. Catalano, Storia del Clnai, Laterza, Bari, 1956.
Giulia Arnaldi, Partigiane tra guerra e dopoguerra: donne e politica in Veneto, Tesi di laurea, Università degli Studi di Padova, Anno Accademico 2021-2022

sabato 14 giugno 2025

Con l'arrivo degli alleati a Roma Dosi ebbe la possibilità di riabilitare la sua posizione


Il 19 giugno del 1939 [Giuseppe Dosi] fu condotto a Regina Coeli, nel terzo braccio, quello dei politici, fu posto in “stretto isolamento cellulare a disposizione del capo della polizia”. Fu dichiarato soggetto pericoloso. Alla prigione seguì il manicomio. Dopo tre mesi di carcere duro fu visitato da uno psichiatra inviato dal Ministero di Grazia e Giustizia. Dopo quella visita, il 21 settembre, venne prelevato da Regina Coeli e inviato al manicomio provinciale di S. Maria della Pietà. Venne rinchiuso nel padiglione XVIII per diciassette mesi, ne è testimonianza un ricorso straordinario avanzato per ottenere l’annullamento del decreto di dispensa dal servizio, che indirizzò al Ministero dell’Interno -289 per cercare, dopo la morte del capo della Polizia Arturo Bocchini, a suo giudizio detrattore principale, di recuperare la sua posizione. Fu liberato nel gennaio del 1941, quando la guerra era già scoppiata, tornò a vivere a Roma in via Veio, 54 dalla sua famiglia. Non appartenendo più al corpo della polizia, cercò e ottenne un posto di funzionario amministrativo all’Ente italiano per le audizioni radiofoniche -290 (Eiar) -291 nella sede di via Botteghe Oscure 54; lì rimase fino alla fine di gennaio 1944, quando rifiutò di trasferirsi al Nord per lavorare nei servizi radio della Repubblica Sociale Italiana. All’Eiar si occupò di pratiche amministrative, di inchieste disciplinari, di vigilanza e di sicurezza, oltre che di reportage giornalistici.
Il 4 giugno del 1944, l’arrivo degli Alleati a Roma e la fuga degli occupanti nazi-fascisti, offrirono a Dosi la possibilità di riabilitare la sua posizione. Spontaneamente la mattina del 4 giugno Dosi, entrò nei locali del carcere di via Tasso abbandonato dagli occupanti per prelevare i documenti. L’ex carcere in quel momento era in balia della folla che aveva fatto irruzione liberando i prigionieri, saccheggiando e poi bruciando mobili, suppellettili e documenti.
Unica testimonianza di quei momenti concitati sono le fotografie che Dosi scattò. All’indomani si recò al Campidoglio <292 e riferì agli ufficiali alleati che era in possesso di numerosa documentazione tedesca tra cui elenchi di sabotatori e di collaborazionisti. Venne interrogato a lungo da due ufficiali appartenenti al Counter Intelligence Corp (Cic) <293, controspionaggio alleato, i quali vennero a conoscenza del fatto che fosse un ex-commissario capo della polizia italiana, consegnò loro alcuni elenchi di nomi ritrovati a via Tasso. Dopo qualche tempo, per evitare la diffusione di notizie a Dosi venne chiesto di consegnare tutte le carte tedesche in suo possesso. Allo stato attuale degli studi è possibile affermare, dopo l’individuazione ed il recupero delle carte appartenute a Giuseppe Dosi operato da chi scrive, che non tutto fu consegnato e che parte rimase nelle mani di Giuseppe Dosi <294. Una pubblicazione divulgò parzialmente, a distanza di poco tempo, il contenuto di quelle carte. Dosi con l’editore Realino Carboni nel 1946 diede alle stampe solo il primo volume dei tre previsti, il titolo scelto fu "Via Tasso: I. I misteri delle SS". Documenti originali raccolti e commentati da Giuseppe Dosi, gli altri non vennero mai pubblicati.
Verso la fine di giugno del 1944 venne condotto nuovamente nel comando alleato, in quell’occasione gli proposero l’assunzione come addetto alla German section all’interno del controspionaggio. Fu assunto in servizio come “tecnico speciale” in campo investigativo, prima alla German Section poi alla Political Section del Cic <295 - U.S. Army-Via Sicilia 59 - Roma, attuando un servizio di collegamento col Ministero dell’Interno e la Questura di Roma.
Le carte che compongono l’Archivio Dosi restituiscono l’attività svolta dallo stesso a partire dal periodo che coincide con il ritrovamento delle carte, all’impiego presso il Cic e poi presso l’Interpol. Dalle carte emerge che la prima parte della sua attività fu mirata al chiarimento di fatti ed episodi e all’identificazione certa dei personaggi che ruotavano intorno al comando di via Tasso. Dal luglio 1944 a dicembre dello stesso anno si occupò dell’analisi delle carte tedesche <296 che lui stesso recuperò.
Ebbe modo di verificare l’esistenza di una fitta rete di spionaggio che i tedeschi avevano intessuto a Roma attraverso l’analisi di piani e di elenchi di nomi recuperati, rivelò il ruolo di molti agenti occupati nelle retrovie in azioni di sabotaggio nelle zone intorno a Roma <297. Queste indagini lo portarono ad intessere molteplici contatti professionali, molte volte svolse il ruolo di testimone nei processi <298 contro i nazisti Kappler, Maeltzer, Von Mackensen e di altri collaboratori assoldati dal comando di via Tasso nei nove mesi di occupazione. Ebbe modo di collaborare ai lavori della Commissione delle «Cave Ardeatine», offrendo preziose informazioni al prof. Attilio Ascarelli, prima, ed al prof. Ugo Sorrentino poi.
La seconda parte della sua attività condotta nel Cic, a partire dal gennaio del 1945, fu condizionata dal mutamento degli scenari politici internazionali. In seguito all’elezione del nuovo presidente americano Trumann, i cambiamenti
post-bellici che tratteggiarono nuovi equilibri internazionali bipolari innescarono, nell’Italia dell’immediato Dopoguerra, una dinamica di forze messe in atto dai settori militari dei servizi segreti americani, legati alla nascente guerra fredda che portarono forti mutamenti già a partire dalle settimane successive alla fine della guerra.
Il cambiamento del focus del Cic è riscontrabile negli incarichi affidati a Dosi e nella conseguente produzione di carte. Venne incaricato di monitorare le vicende dei partiti politici, della massoneria e la formazione di movimenti neo-fascisti. A fine mandato gli venne consegnata la Medal of Freedom <299, una benemerenza conferita dal presidente degli Stati Uniti. Rimase presso il comando alleato, con il grado di vice-questore, fino al giugno del 1946 <300. La sua totale riabilitazione sul fronte italiano avvenne il 20 maggio del 1946 quando fu riassunto in servizio. Il 10 giugno 1946, fu promosso vice-questore ed incaricato in qualità di corrispondente italiano delle comunicazioni con il Treasure department di Washington-Bureau of narcotic per gli affari riguardanti il narcotraffico. Partecipò alla riorganizzazione di quella che una volta era la Commissione internazionale di polizia di Vienna <301 e che sarebbe diventata l’Interpol. Termine, quest’ultimo, coniato durante una riunione a Parigi, grazie al suggerimento dello stesso Dosi, che di quell’organismo diventò parte integrante.
Dalla seconda metà del 1946 gli fu affidata la direzione dell’ufficio italiano Interpol presso la Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, ufficio da lui organizzato ex-novo. Si specializzò in problemi di polizia aerea, di stupefacenti, di falsificazioni, e, per due volte, venne inviato come rappresentante dell’Italia all’Onu302. Partecipò attivamente alle assemblee annuali dell’Interpol, tenendo corsi di aggiornamento, lezioni e conferenze presso le scuola di polizia in Italia e all’estero.
Nel 1955 contribuì al recupero delle carte appartenute al generale Rodolfo Graziani, secondo quanto afferma, affidategli “in via del tutto personale-privata”, “salvandole da sicura dispersione all’estero” <303. Attualmente sono conservate, grazie al suo interessamento presso l’Archivio Centrale dello Stato. Fu posto in congedo nel 1956 con all’attivo nell’Interpol 31000 indagini effettuate e 364 arresti operati. Dopo il congedo venne nominato commendatore al merito della Repubblica e poi grande ufficiale. Ottenne la licenza di esercitare la professione di detective privato direttamente dal capo della Polizia e fondò, così, un'agenzia di investigazioni internazionali che chiamò «DOSI Inchieste Speciali»; ebbe il plauso del prefetto di Roma, Vincenzo Perruso <304.
Dopo il pensionamento si dedicò ad approfondire ulteriormente molte delle indagini a cui partecipò durante la sua carriera, facendo ricerche scrivendo e divulgandole in vari articoli, interviste, reportage, approfondimenti. Morì nel 1981.
[NOTE]
289 Il ricorso puntuale e molto ben documentato è conservato nell’archivio storico dell’ufficio storico della Polizia di Stato. Contiene in allegato una serie di documenti fondamentali per ricostruire la carriera e la vicenda Dosi a ridosso del suo arresto e durante la sua detenzione in carcere. Ufficio storico della Polizia di Stato, archivio storico, Dosi Giuseppe - Fascicolo personale pensionistico, 1903/A.
290 Il periodo trascorso all’Eiar è dettagliatamente descritto in una relazione che Dosi fece al Cic. Msl, Archivio Giuseppe Dosi, b. 2, fasc. 26.
291 D'ora in poi Eiar.
292 È lì che lo si vede immortalato in una famosa foto dove, alla sinistra del generale Clark, visibilmente dimagrito sale le scale verso il Campidoglio il 5 giugno 1944. U. GENTILONI, 4 Giugno… cit., p. 100.
293Il Counter Intelligence Corp fu un'agenzia di contro spionaggio dell'United States Army durante la Seconda guerra mondiale e nel Dopoguerra. La sua funzione era quella di attivare una rete di spionaggio per investigare su possibili sabotaggi, attività sovversive fornendo addestramento alle unità combattenti in materia di sicurezza, censura, sequestro di documenti e sul pericolo delle trappole esplosive.
294 La documentazione a cui ci si riferisce, recuperata nel 2009, attualmente costituisce il fondo Archivio Giuseppe Dosi che è conservato presso il Museo storico della Liberazione.
295 Il comando aveva la sua sede a Roma in via Sicilia 59. L’indirizzo compare su numerosi documenti. In un rapporto del capitano James Jesus Angleton - secondo quanto afferma Nicola Tranfaglia nel suo volume - si legge che “il quartier generale dell’X-2 e delle unità Z dello Sci è situato in via Sicilia, 59, presso il Teatro delle Arti. Nello stesso edificio si trovano anche il Cic, lo Sci (Special counter intelligence) britannico, il National intelligence unit (Niu), l’Fss (Field security service), il G-2, il quartier generale delle forze armate americane e altri per un totale di otto ambienti”. N. TRANFAGLIA, Come nasce una repubblica, Milano, Bompiani, 2004, p. 346-347.
296 Nel 1956 Dosi, ormai in pensione, rilascia una serie di interviste al giornalista Renzo Trionfera in cui parla diffusamente della sua carriere. R. TRIONFERA, Le memorie del capo italiano dell’Interpol in «L’Europeo», a. 12, n° 564 e segg.
297 R. TRIONFERA, Le memorie … cit., n. 573, 7 ottobre 1956, p. 22.
298 Questo è il caso dei procedimenti giudiziari a carico di Mario Frigenti e di Domenico Campana celebrati nel 1948 dalla Corte d’Appello di Roma. All’interno dei fascicoli istruttori si trovano lettere manoscritte di Dosi a cui sono allegate schede matricolari del carcere di Regina Coeli e altra documentazione tedesca utilizzata come prove a carico degli imputati nel procedimento. Asrm, Cap, sezione istruttoria, b. 1140.
299 Nella motivazione si legge “Giuseppe Dosi, commendatore dottore italiano per condotta eccezionalmente meritevole nell’esecuzione di rilevanti servizi sul fronte di operazioni del Mediterraneo dal 6 giugno 1944 al 5 maggio 1946. La lealtà di Dosi, la sua integrità, la sua inesauribile devozione al dovere sono state di inestimabile assistenza al corpo di controspionaggio dell’esercito degli Stati Uniti. La sua vasta esperienza ed i suoi inflessibili sforzi sono stati responsabili per la distruzione di alcune delle più valutate organizzazioni nemiche di spionaggio. L’abilità, la comprensione e gli instancabili sforzi del dott. Dosi hanno contribuito immensamente alla sicurezza dell’organizzazione militare alleata e la sua condotta è stata in accordo con le più alte tradizioni del servizio militare. Rimase, poi, in servizio fino al novembre 1947. La motivazione è stata pubblica sul bollettino “General order” n. 146. Il documento è in possesso della famiglia.
300 Risale al 16 agosto 1944 una richiesta avanzata dal maggiore Floyd Snowden diretta al Ministro dell’Interno per chiedere la riammissione in servizio.
301 Fondata nel 1923 aveva lo scopo di collegare le polizie di più paesi.
302 È lì che lo conobbe Indro Montanelli, che nel volume 'I busti al Pincio' riferisce che Dosi, «sovente andava a riferire all’Onu». In quel caso si trovava all’Onu davanti alla commissione narcotici rappresentando il governo italiano e difendendolo dall’accusa internazionale di favorire o non curarsi a dovere del traffico di stupefacenti. I. MONTANELLI, I busti al Pincio, Milano, Longanesi, 1956, p. 319.
303 La vicenda legata al recupero delle Carte Graziani, attualmente conservate presso l’Archivio Centrale dello Stato, è molto articolata. Nel febbraio del 1955 Giuseppe Dosi contattò il Soprintendente dell’Archivio Centrale dello Stato, Armando Lodolini, esprimendo la volontà di depositare sei fascicoli di carte appartenute a Rodolfo Graziani. Alla missiva (protocollo generale n. 413/96 del 28 marzo 1955) era allegato un elenco di consistenza di massima. Se ne fornisce qualche elemento. Oltre alle memorie redatte da Graziani da Addis Abeba, nelle carte si trova: numerosa rassegna stampa con commenti autografi di Rodolfo Graziani, Graziani carteggi vari di guerra, lettere autografe e telegrammi, carteggi con Pietro Badoglio, diplomi e riconoscimenti. Gli elementi per ricostruire il ruolo avuto da Giuseppe Dosi nel versamento delle carte Graziani in Archivio Centrale dello Stato sono stati possibili grazie alla disponibilità ed al confronto avuto con Margherita Martelli.
304 G. DOSI, II mostro… cit., p. 9.
Alessia A. Glielmi, Guida all’archivio del Museo storico della Liberazione e inventariazione del materiale documentario delle forze tedesche di occupazione, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Udine, Anno Accademico 2011-2012

lunedì 2 giugno 2025

Il governo Forlani affonda a causa dello scandalo della loggia massonica P2


I risultati delle politiche del 3 e 4 giugno 1979 lasciano trapelare due dati significativi: a) l’incalzante scontento degli elettori, che si registra con il 10% delle astensioni e le 840.000 schede bianche; b) il primo arretramento del Pci dal 1946, con il 30% dei voti che segna la perdita di quattro punti percentuali. Stabili, invece, Dc (38,3%) e Psi (9,8%) <281. Il risultato elettorale segna in maniera definitiva la fine del “compromesso storico”. Infatti, l’arretramento del partito comunista rende ancora più irreversibile il veto già posto dalla Dc a un ingresso dei comunisti al governo, che, come si è visto poc’anzi, è d’altra parte l’unica condizione a cui il Pci è disposto a mantenere l’alleanza con la democrazia cristiana. Si verifica quindi un ritorno alla conventio ad excludendum, sebbene, a differenza di quanto avvenuto in passato, le ragioni della scelta politica di esclusione dei comunisti non trovano più fondamento in una scelta dell’elettorato, bensì in una strategia politica riconducibile in toto ai partiti politici di maggioranza <282.
Il 27 giugno iniziano quindi le consultazioni del Capo dello Stato (si terranno ben tre cicli), che abbandona il principio della esclusione dai colloqui dei non parlamentari. E’ in questa fase che Pertini “comincia a coltivare dentro di sé un preciso disegno politico […]: la fine del monopolio democristiano alla guida del governo e l’avvento di un socialista a Palazzo Chigi” <283. A tal fine, il Capo dello Stato, dopo un primo tentativo Andreotti - il cui fallimento è principalmente dovuto al veto posto dai socialisti, che l’ex Primo Ministro si era inimicato per non aver consentito lo svolgimento delle elezioni europee nello stesso giorno di quelle politiche - convoca Bettino Craxi, che nel corso della campagna elettorale si era fatto portatore dell’esigenza di governabilità del Paese e aveva paventato l’ipotesi di un’alternanza alla guida governativa di socialisti e democristiani. Tuttavia, il tentativo di porre un socialista alla presidenza dell’Esecutivo si rivela prematuro: questo, infatti, si scontra con l’opposizione della Democrazia Cristiana, niente affatto disposta a cedere la poltrona della presidenza. In realtà, nella Dc c’è una corrente che, in contrasto con le posizioni della segreteria, è propensa a un riavvicinamento ai socialisti: è la corrente guidata da Forlani. Per tale motivo, Pertini chiede a Forlani di accettare l’incarico, che tuttavia rifiuta di formare un governo “conseguente a decisioni che avev[a] criticato nella direzione” del suo partito <284. Viene fatto quindi un tentativo con Filippo Maria Pandolfi, democristiano: egli redige anche una lista di ministri, ma ancora una volta i socialisti si oppongono fermamente e l’incarico non va in porto. E’ quindi il turno di Francesco Cossiga, cui Pertini conferisce l’incarico solo dopo essersi assicurato che non sarebbe arrivato l’ennesimo veto craxiano. Cossiga, costituito nell’agosto del 1979 un governo tripartito (Dc-Psdi-Pli e due ministri tecnici di area socialista voluti dai comunisti), si presenta al Parlamento millantando un “rapporto speciale” con il Capo dello Stato - il quale peraltro non smentisce, dando spago a tutta quella parte della dottrina che, come anticipato, riscontra nell’opera di Pertini un eccessivo allargamento dei poteri presidenziali - e riesce a ottenere la fiducia grazie all’astensione dei comunisti <285.
Alla crisi del I ministero Cossiga, “pseudo-parlamentarizzata” come quella di Andreotti IV mediante un dibattito parlamentare cui non segue alcuna votazione, seguirà un altro esecutivo Cossiga (Dc-Psi-Pri), che vede una maggiore partecipazione dei socialisti (aprile 1980). E’ in questa occasione che Pertini invia al neo-incaricato una lettera circa l’esercizio della facoltà di scelta dei ministri che l’art. 92 Cost. attribuisce al Presidente del Consiglio incaricato: Pertini invita Cossiga a effettuare la scelta “con rigore nell’interesse dell’efficienza del Governo che sta per nascere e in modo che possa essere facilitato al Presidente del Consiglio il compito costituzionale di assicurare l’unità di indirizzo politico e amministrativo del Governo”; “nella scelta dei ministri”, continua la lettera, “sarà necessario aver presente non solo la loro competenza, ma anche la loro moralità” <286.
Intanto, Arnaldo Forlani conquista la presidenza del consiglio nazionale democristiano e i rapporti di forza interni al partito cambiano: prevale infatti la corrente dei cc.dd. “preambolisti” di Forlani, promotori di un nuovo avvicinamento al Psi. Non a caso, quindi - dimessosi Cossiga a causa dei franchi tiratori, che dopo aver espresso voto favorevole alla conversione di un decreto su cui era stata posta la questione di fiducia, nella subito successiva votazione a scrutinio segreto fanno cadere il medesimo disegno di legge <287 - Forlani viene incaricato per la formazione di un governo in grado di continuare l’alleanza di centro-sinistra (Dc-Psi-Psdi-Pri) <288. Il governo è destinato a rimanere in carica sette mesi: sette mesi di fuoco, segnati dal terremoto in Irpinia e dal terrorismo incalzante. Ma il governo Forlani affonda a causa di una vicenda di portata, dal punto di vista politico, ancora maggiore, costretto a dimettersi (maggio 1981) a causa dello scandalo della loggia massonica P2 che coinvolge tre ministri, vari sottosegretari e molti parlamentari di Dc, Psi, Psdi e Pli. I tentativi di Forlani di scongiurare una crisi di governo vengono vanificati dal veto di Craxi, che presumibilmente scorge in questo momento di forte destabilizzazione della classe dirigente il passepartout per la fine del dominio democristiano e la conquista socialista della direzione governativa <289.
Dopo un primo tentativo di re-incarico di Forlani, vanificato principalmente dalle nuove intenzioni socialiste, l’incarico, anche in questo caso accompagnato dalla raccomandazione di tenere presente la “questione morale” <290, viene affidato al segretario repubblicano Spadolini, il primo laico della storia repubblicana a presiedere il Consiglio dei ministri. E’ la sconfitta della Dc, costretta a cedere il proprio ruolo di partito aggregatore in favore dell’avvento del pentapartito: Spadolini forma un governo Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli (28 giugno 1981), che sostanzialmente esclude dalla maggioranza soltanto Msi e Pci. La dichiarazione programmatica di Spadolini si fonda su quattro emergenze che il Paese deve affrontare: morale, economica, terroristica e internazionale <291. Anche in questa occasione, il Presidente della Repubblica spende qualche parola ritenuta “di troppo” da parte della dottrina: “Spadolini lavora con molta attenzione e passione ai problemi del Paese […] Vuol dire che ho scelto bene. Per me quello di Spadolini non è un Governo transitorio: spero anzi che sia un Governo di legislatura. Quando gli ho affidato l’incarico Spadolini ha promesso che se ci sarà crisi dovrà essere manifestata in Parlamento. Bisogna che i partiti escano allo scoperto […] Spadolini sa di essere sostenuto dal Quirinale” <292.
Spadolini il 7 agosto 1982 presenta le dimissioni a seguito del voto contrario della Camera (a scrutinio segreto) su un decreto in materia tributaria, che rappresenta soltanto la punta dell’iceberg di una serie di contrasti sulla politica economica governativa. Nonostante il voto contrario sia causato dai franchi tiratori della democrazia cristiana, è Craxi che, conseguentemente alla mancata approvazione del decreto, dichiara di ritirare la delegazione socialista dal governo. Segue una riedizione del governo precedente, che viene ribattezzato dai quotidiani “governo fotocopia” (23 agosto 1982): del resto, l’episodio si spiega sulla base della circostanza che il governo non aveva di fatto perso la fiducia dei partiti. Infatti, il voto contrario al decreto era stato strumentalizzato da Craxi per la realizzazione delle sue aspirazioni alla presidenza. Ma lo stesso Craxi, resosi conto dell’impatto che la determinazione di una crisi avrebbe avuto sull’opinione pubblica, si presta a conferire nuovamente l’appoggio al Governo. Se il governo Spadolini II si presenta come una mera riedizione del primo, ha però il merito di porre al centro del dibattito politico il tema delle riforme istituzionali, che nell’aprile del 1983 condurranno all’istituzione della prima commissione bicamerale per le riforme costituzionali <293.
[NOTE]
281 Cfr. A. Manzella, op. cit., p. 117; G. Mammarella - P. Cacace, op. cit., p. 180.
282 Cfr. A. Baldassarre, “Fase di transizione” o mutamento del sistema?, in Quaderni Costituzionali n. 2/1981, Bologna, il Mulino, pp. 330-331.
283 G. Mammarella - P. Cacace, op. cit., p. 180. Della stessa idea sembra essere Paolo Armaroli, che critica a Pertini il tentativo di riesumare una prassi prefascista in base alla quale l’incarico per la formazione del nuovo governo
spetterebbe a chi ha causato la crisi del precedente (cfr. P. Armaroli, op. cit., pp. 586-587).
284 La dichiarazione di Forlani è riportata in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 40.
285 Cfr. A. Baldassarre - C. Mezzanotte, op. cit., pp. 241-243; G. Mammarella - P. Cacace, op. cit., pp. 180-182; P. Armaroli, op. cit., pp. 583-584; 587-588. Per la ricostruzione dell’iter di formazione del governo, cfr. ASPR, Ufficio
per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, buste 40-41.
286 Lettera di Pertini a Cossiga del 31 marzo 1980, in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 42.
287 L’allora art. 116 r.C. ammetteva la possibilità per il governo di porre la questione di fiducia su un progetto di legge di un solo articolo, “salva la votazione finale del progetto a scrutinio segreto” (cfr. P. Armaroli, op. cit., p. 589).
288 E’ in occasione dell’insediamento del governo Forlani (ottobre 1980) che viene dato avvio alla prassi della lettura delle dichiarazioni programmatiche del governo a un solo ramo del Parlamento, con la successiva trasmissione del testo all’altro ramo.
289 Cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 43; F. Savastano, Spadolini e la fine della dinastia Dc a Palazzo Chigi, in Aa. Vv., 2013, pp. 1-3.
290 G. Mammarella - P. Cacace, op. cit., p. 185. Sul tema cfr. E. Berlinguer, La questione morale, La storica intervista di Eugenio Scalfari, Reggio Emilia, Aliberti Editore, 2012).
291 Cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, buste 44-45.
292 Intervista a Sandro Pertini, pubblicata su Oggi del 7 ottobre 1981, riportata in parte da P. Armaroli, op. cit., p. 581. Anche la stessa procedura di formazione del governo Spadolini non è rimasta avulsa dai commenti della dottrina sulla centralità del ruolo del Capo dello Stato. In effetti, l’iter di formazione del governo presenta una circostanza inedita: Spadolini accetta immediatamente l’incarico (18 giugno), ma aspetta dieci giorni per presentare la lista dei ministri (28 giugno), probabilmente temendo che, se avesse aspettato, le consultazioni elettorali previste per il 21 e il 22 giugno avrebbero acuito la litigiosità dei partiti e vanificato il tentativo di formazione di un governo. Paolo Armaroli, in particolare, pur escludendo la natura palatina del governo Spadolini, pone l’accento sul ruolo fondamentale del Capo dello Stato, “paladino della stabilità ministeriale”, nella gestione della crisi governativa: in sostanza, come dichiarato dallo stesso Pertini in un’intervista, il governo Spadolini è “sostenuto dal Quirinale”. In questo modo, tuttavia, si snatura l’essenza stessa del regime parlamentare, in quanto la fiducia del parlamento diviene una mera “comparsa” (P. Armaroli, La spada di Damocle del parlamentarismo, in Il Tempo del 22 dicembre 1981, consultabile in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 44).
293 In questo contesto, Spadolini rivendica la titolarità della scelta dei ministri in capo al Presidente del Consiglio incaricato, e non ai partiti della maggioranza, che di fatto sono sempre stati i veri designatari delle personalità che avrebbero ricoperto le poltrone ministeriali. Cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 45; F. Savastano, op. cit., pp. 11-14. Sull’andamento delle riforme cfr. E. Cheli, Crisi di governo e problemi istituzionali, in il Messaggero del 24 novembre 1982 (consultabile in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 46).
Elena Pattaro, I "governi del Presidente", Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, 2015