domenica 10 aprile 2022

Lea Schiavi, giornalista antifascista dimenticata


Ankara, aprile 1942
Il telespresso partì il 27 aprile dalla legazione italiana di Ankara. Al Regio ministero degli Affari Esteri di Roma fu trasmesso il dispaccio dell’agenzia Anatolia, proveniente da Washington.
Era un testo sbrigativo come un necrologio: “Il Dipartimento di Stato apprende che la signora Lea Burdet (sic), corrispondente americana, fu uccisa il 24 aprile da banditi in Iran. Era moglie del signor Winston Burdet (sic) del C.B.S.”.
La laconicità del dispaccio non voleva dire che gli uomini del servizio segreto fascista, operanti in Turchia nelle sedi diplomatiche, fossero a corto di informazioni sulla donna assassinata nell’Iran occupato dalle truppe sovietiche e britanniche. Soltanto pochi giorni prima, il 2 aprile, dal consolato d’Italia di Adana era stato fatto pervenire un dettagliato rapporto al ministero degli Esteri, che ne aveva girato copia alla Direzione generale Stampa Estera del ministero della Cultura Popolare.
Si scriveva innanzitutto che “nel febbraio 1940 la Schiavi Lea, non ancora sposata al Burdett, chiedeva l’estensione del passaporto per la Russia adducendo di volersi recare colà per studiare più da vicino i sistemi comunisti e recarsi poi nel Messico. Fu più volte invitata a cessare la sua attività di giornalista e di rientrare in Italia”. Dopo avere sottolineato che la signora Lea Schiavi, corrispondente di Tempo e dell’Ambrosiano, era “segnalata come elemento comunista”, l’estensore della nota riservata rammentava che insieme al marito era stata espulsa dalla Romania per “propaganda antilegionaria”, con riferimento evidente alla milizia del dittatore filonazista Antonescu che nel settembre del 1940 aveva preso il potere. Nel rapporto si ricordava infine che la Schiavi e Burdett “a Belgrado iniziarono il loro solito sistema di notizie tendenziose e tra l’altro divulgavano pretese rivolte nelle città del settentrione
d’Italia, e in specie a Milano e a Torino; pare che queste notizie siano state dettate dal Burdett per istigazione della moglie”.
I controlli su Lea Schiavi e sul marito Winston Burdett erano stati avviati all’inizio del 1942. È di quel periodo il telespresso del consolato ad Adana in cui, l’8 febbraio, con oggetto “Burdett (giornalista americano) - Propaganda tendenziosa”, si informava il ministero degli Affari Esteri che “oltre all’attività giornalistica la coppia predetta svolge opera di persuasione nei campi di concentramento ove si trovano italiani - militari prigionieri di guerra o civili internati - per indurli ad aderire ad un movimento che si cerca di far credere in formazione con il nome di ‘Italia Libera’, a capo del quale, sempre a quanto tentato di far passare per vero dai propagatori di questa notizia, si sarebbero posti dei generali italiani attualmente in mani inglesi, tra i quali con maggiore insistenza viene fatto il nome del generale Bergonzoli. Dai connotati fisici che si riportano dei medesimi si crede possano questi identificarsi con i protagonisti di altre attività sospette già svolte in Siria da una copia costituita da un suddito americano di nome William Barush (sic), nominalmente rappresentante in articoli di gomma della Good Year e da sua moglie italiana, di razza ebraica, nata a Torino”.
New York City, aprile 1942
Il New York Times diede la notizia in quello stesso lunedì 27 aprile. Era un lunedì del quinto mese di guerra, cinque mesi da quando i giapponesi avevano attaccato a Pearl Harbor. A gennaio, a Washington, gli americani e altre venticinque nazioni in guerra contro l’Asse si erano impegnati con una dichiarazione solenne a non firmare trattati separati di pace.
La pubblicarono con un certo risalto, titolando su due righe:
CBS REPORTER’S WIFE
IS MURDERED IN IRAN.
Nel sommario veniva messo in rilievo che “Mrs. Lea Burdett Is Kurd Victim / - Her Companions Escape”.
Nel raccontare ciò che era successo nella sperduta località dell’Asia, dando conto della “MOGLIE DI UN REPORTER CBS/ ASSASSINATA IN IRAN” e del fatto che fosse stata ammazzata dai curdi, mentre i suoi compagni di viaggio erano riusciti a mettersi in salvo, il cronista, scrivendo da Washington il 26 aprile, affermava che “il Dipartimento di Stato ha annunciato ieri che Mrs. Lea Burdett, moglie di Winston Burdett, giornalista radiofonico americano e un corrispondente del quotidiano di New York Pm”, era stata raggiunta da alcuni colpi d’arma da fuoco e uccisa “venerdì da una banda di Kurdi in una remota regione del Nord dell’Iran”. Il Dipartimento, proseguiva, “ha ricevuto la notizia della sua morte dal consolato degli Stati Uniti di Tabriz, Iran. Mrs. Burdett, ha detto il Dipartimento, è stata assassinata da uno dei componenti di una banda composta da cinque Kurdi mentre stava viaggiando in automobile nelle vicinanze di Miandoab. Mrs. Burdett, che stava facendo un giro del Kurdistan, era accompagnata da un interprete, da un poliziotto e da due Kurdi, che sono riusciti a fuggire indenni. È stata sepolta nel cimitero cattolico di Tabriz. Suo marito fa parte della Columbia Broadcasting System”.
Seguivano alcune sintetiche note biografiche: “Mrs. Burdett, italiana di nascita, aveva 32 anni. Incontrò Mr. Burdett a Bucarest, in Romania, quando lei stava lavorando per un quotidiano italiano. Si sposarono a Sofia, in Bulgaria, nel luglio del 1940. A causa delle sue simpatie antifasciste, Mrs. Burdett fu espulsa da Bucarest nel 1940, il governo italiano le ritirò il passaporto e il visto. Suo marito lasciò Bucarest insieme a lei. Dopo avere appreso dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti dell’assassinio di Mrs. Burdett, Paul W. White, direttore del settore giornalistico della Columbia Broadcasting System, ha inviato con un cablo la notizia a suo marito che si trova a New Delhi”.
Chi lesse la notizia sul Times cercò di immaginare come fosse quel posto dove una giovane donna era andata a morire tra le steppe e le alte vette di una regione chiamata Azerbaigian [...]
Massimo Novelli, Lea Schiavi. La donna che sapeva troppo, Aperture, 19 - 2005

Dall'ultimo libro dello storico Mimmo Franzinelli, studioso dell'Italia del Ventennio e autore di notevoli ricerche sulle stragi nazifasciste nel nostro Paese e sull'Ovra, emerge la straordinaria figura di una donna. Si tratta di Lea Schiavi, una giornalista e scrittrice piemontese rimossa dalla memoria della lotta antifascista precedente la Resistenza, che venne uccisa in circostanze più che oscure il 24 aprile del 1942 in una località dell'Iran settentrionale. La sua storia rivive in un breve capitolo di "Guerra di spie", una ricognizione puntuale tra gli archivi che ha consentito a Franzinelli di ricostruire le attività dei servizi segreti fascisti, tedeschi e alleati in Italia tra il 1939 e il 1943. Le poche ma incisive pagine sulla Schiavi erano già apparse in anteprima su "L'impegno", la bella rivista dell'Istituto storico della Resistenza nelle province di Biella e di Vercelli. Nata a Borgosesia nel 1907, trasferitasi a Torino, cominciò a lavorare per i quotidiani "L'Ambrosiano" e "Il Tempo". Nel 1937 venne inviata nei Balcani. E lì, tra Bucarest, Budapest, Sofia e Belgrado, Lea maturò l'impegno contro i regimi di Hitler e del Duce, in cui ebbe un ruolo fondamentale la scoperta delle persecuzioni degli ebrei da parte dei nazisti. Dopo le leggi razziali, e in seguito ai rapporti dei servizi segreti di Mussolini che l'avevano segnalata quale antifascista, decise di non rientrare in patria. A Sofia, intanto, si era sposata con Winston Burdett, inviato di guerra per l'americana Cbs, famoso giornalista che negli anni '50 ammise di essere stato un agente sovietico. Lea Schiavi, ormai legata alle centrali antifasciste e alleate, in contatto con gli italiani di Radio Londra, fece diversi viaggi nel Kurdistan e nell'Azerbaigian allo scopo di contattare i connazionali residenti e di smascherare le trame dei fascisti e dei tedeschi. La missione ebbe il tragico culmine quando alcuni curdi le spararono. Accadde a Mianduab. Venne sepolta a Tabriz. Ma chi ordinò la sua morte? Secondo Franzinelli, il mandante fu il colonnello dei carabinieri Ugo Luca, funzionario dello spionaggio fascista e successivamente implicato nell'omicidio del bandito Giuliano. Accusato da Burdett nel '45, Luca, che dopo l'8 settembre '43 si era avvicinato alla Resistenza, venne prosciolto dal tribunale di Roma. Nel '55, tuttavia, Burdett, come scrisse Time, sembrò essersi orientato su una pista che portava in Unione Sovietica. Fu un mutamento di scenario dovuto al ripudio del suo passato comunista?
M. Franzinelli, GUERRA DI SPIE. Mondadori, Milano 2004, 304 pagine, 18 euro.
Massimo Novelli, Lea, l'antifascista ammazzata in Iran, la Repubblica, 26 febbraio 2005

Lea Schiavi è stata una figura eccezionale per i tempi in cui ha vissuto. Durante il fascismo era una delle poche giornaliste italiane che si occupava di politica, mentre le colleghe scrivevano di gossip, di moda o nella rubrica delle lettere. Venne fatta uccidere dal regime e la storia della Resistenza l’ha ignorata. Ignorata perché non apparteneva a nessun partito antifascista ma ugualmente amava la democrazia e la libertà. Si ricordò di lei, invece, il governo degli Stati Uniti - nel 1996 - quando il suo nome fu inciso sul monumento eretto nel cimitero di Arlington (Washington), per ricordare i 934 giornalisti uccisi mentre esercitavano il loro lavoro di corrispondenti di guerra.   
Lea era nata nel 1907 a Borgosesia (Novara), vicino al lago Maggiore. Trasferitasi a Torino, dopo la laurea si dedicò subito al giornalismo, la sua passione. Per questo, nel 1936, si trasferì a Milano ospitata dal fratello Giovanni. Incominciò a lavorare per una casa editrice - l’Istituto editoriale moderno - che pubblicava manuali del ‘saper vivere’. Per un certo periodo si trasferì a Roma, attratta dalla capitale, e qui conobbe il giornalista sessantenne livornese, Guelfo Civinini, inviato del Corriere della Sera, che la presentò negli ambienti che contavano di più. Ella manifestò subito il suo carattere di ragazza esuberante, piena di curiosità, desiderosa e pronta a imparare il mestiere di giornalista e, nello stesso tempo, ad approfondire la sua cultura. Collaborò al Tempo e poi al Messaggero, ma tornò presto a Milano per essere assunta su segnalazione di Civinini, all’Ambrosiano, un quotidiano milanese fondato dal Movimento futurista che, seppur nei limiti imposti dalla dittatura, era moderno, critico verso certi ambienti fascisti. Vi collaboravano i più noti scrittori, pittori, architetti, intellettuali del tempo: Carlo Carrà, Fortunato Depero, Giorgio De Chirico, Alberto Savinio, Carlo Emilio Gadda, Enrico Falqui e tanti altri.
Lea si occupò di critica teatrale e cinematografica e i suoi articoli ebbero successo. Ma proprio nell’ambiente giornalistico nacque la sua avversione per il regime, sentimento che non nascondeva. Una nota informativa del 1938, trovata dopo la guerra al Ministero degli Interni e destinata al questore di Milano, riferiva di un pranzo insieme a un gruppo di colleghi nel noto ristorante Bagutta, durante il quale la “signorina Schiavi rivolgendosi ad alcuni commensali – tra i quali un collega del Corriere e uno della Gazzetta dello Sport - definì il Duce un muratore e il Fueher un imbianchino, tra l’approvazione di tutto il gruppo”.
In quei giorni era in corso la visita di Hitler in Italia. Ovviamente la polizia aveva informatori anche nei ristoranti. Poteva essere un cameriere o un altro giornalista. L’informatore aggiungeva nella nota: “Fate sorvegliare questo tavolo”. Nel dicembre dello stesso anno un’altra nota riferiva che la signorina Lea Schiavi, in occasione del comizio di Mussolini, a Verona, aveva fatto discorsi ironici e malevoli apprezzamenti nei suoi confronti. Insomma non aveva ‘peli sulla lingua’; parlava troppo con molta ingenuità. Aveva maturato una nuova visione della vita; avvertiva un’insofferenza crescente per l’Italia dei gerarchi, delle adunate oceaniche e per le leggi razziali appena varate.
Ciononostante non ebbe fastidi da parte delle autorità. La sua cartella presso il Ministero degli Interni si riempiva di rapporti, ma le informative a parte quelle di Milano, non erano negative. Un rapporto inviato dal questore di Roma il 14 febbraio del 1939 diceva: “Non ha precedenti sfavorevoli; non risulta che durante la sua permanenza in questa città abbia dato luogo a rilievi in linea politica”. La tenevano d’occhio come migliaia di italiani. Un altro rapporto diceva: “A Roma dove scende all’albergo Savoia, viene per recarsi a Cinecittà. Di recente ha chiesto un’intervista a Vittorio Mussolini” (figlio del duce, n.d.r.).
Il 10 maggio del ‘39, quando ormai la guerra era alle porte, finalmente venne esaudito il suo sogno di giornalista. L’Ambrosiano la mandò a Belgrado come inviata. Il direttore le raccomandò di scrivere articoli di costume e di storia, non politici per non irritare il governo jugoslavo. A Belgrado incontrò molti colleghi stranieri con i quali poté confrontarsi e discutere liberamente. Venne a conoscenza della persecuzione degli ebrei in Germania. Scrisse un articolo sugli ebrei che vivevano in Jugoslavia, parlando bene di quella comunità scacciata secoli prima dall’Inquisizione spagnola.
Non affrontò direttamente il tema contemporaneo della questione ebraica, ma con molte allusioni vi arrivò ugualmente. Lo scritto non passò inosservato fra le trame della censura fascista. Non esistevano motivi apparenti per diffidarla, ma un rapporto su quell’articolo fu inserito nel suo fascicolo presso il ministero degli Interni.
Comunque i suoi articoli di costume piacevano molto e così dalla Jugoslavia fu mandata in Romania, mentre la guerra era scoppiata. A Bucarest conobbe Winston Burdett, un inviato americano della CBS, la più importante rete radiotelevisiva statunitense. Dopo un primo contrasto dovuto a questioni di lavoro, tra i due nacque un grande amore. A Bucarest, dove ormai comandava un regime fascista filotedesco, i due frequentavano il loro ambiente e un gruppo di intellettuali dissidenti rumeni. Lea ormai non poneva più freno alle sue critiche contro l’Italia e la Germania. E c’erano tante orecchie intorno che l’ascoltavano e andavano poi a riferire.
La coppia, ormai inseparabile, si sposò nel luglio del ‘40 nella chiesa cattolica di Santa Sofia. Un amico statunitense di Burdett, disse: “Credo la ami alla follia e ne sia ricambiato”. Un giorno al ristorante un’amica rumena di Lea le rimproverò di parlare troppo, di esporsi dicendo certe cose sull’Italia in presenza dei suoi connazionali che risiedevano a Bucarest. Lea rispose che non aveva paura e che, inoltre, aveva sposato un americano. “Possono ritirarti il passaporto italiano”, le disse; “e io ho quello americano”, rispose. In Italia ormai la sua posizione politica era nota e le venne imposto di rientrare. Lei si rifiutò e intanto venne licenziata dall’Ambrosiano. [...]
Ettore Vittorini, Lea Schiavi, antifascista, assassinata dal regime, The Black Coffee, 19 dicembre 2020

Con una zampata delle sue, Massimo Novelli, giornalista e storico, ci regala il ritratto di un personaggio dimenticato del nostro recente passato, Lea Schiavi, una delle prime inviate di guerra italiane. Nata a Borgosesia nel 1907, questa donna dallo spirito inquieto e indipendente venne uccisa il 24 aprile 1942 nei pressi di Tabriz da una guardia stradale curda. Chi aveva armato quella mano e cosa ci faceva Lea in Iran nel pieno del conflitto mondiale in una delle zone contese da inglesi e russi da una parte e tedeschi e italiani dall’altra per via dei giacimenti petroliferi?
Applicando il metodo del miglior giornalismo investigativo, scavando in archivi italiani e internazionali, fornendo con obiettività i diversi punti di vista su un giallo ancora insoluto Novelli risponde a tutte le domande nel suo volume appena edito da Graphot, “Il caso Lea Schiavi - Indagine sull’omicidio di una giornalista antifascista”, con prefazione di Marco Travaglio e introduzione di Maddalena Oliva [...]
Dino Messina, Il caso Lea Schiavi. Una esemplare inchiesta storica di Massimo Novelli, Corriere della Sera Blog, 7 marzo 2022